dalla pagina http://www.news.va/it/news/papa-economia-locale-risposta-a-globalizzazione-sp
“Le ricorrenti crisi mondiali hanno dimostrato come le
decisioni economiche che, in genere, cercano di promuovere il progresso
di tutti tramite la generazione di nuovi consumi e il permanente
incremento del profitto siano insostenibili per lo stesso andamento
dell’economia globale. Si deve anche aggiungere che esse sono di per sé
immorali, dal momento che lasciano al margine ogni domanda su ciò che è
giusto e ciò che davvero serve al bene comune. Le discussioni politiche
ed economiche pubbliche e private devono invece interrogarsi su come
integrare i criteri etici nei sistemi e nelle decisioni”.
[...]
“lo sviluppo economico locale sembra essere la risposta più adeguata
alle sfide che ci presenta un’economia globalizzata e spesso crudele nei
suoi risultati”. Il Papa ricorda di aver segnalato all’Onu che “la
misura e l’indicatore più semplice e adeguato dell’adempimento della
nuova Agenda per lo sviluppo sarà l’accesso effettivo, pratico e
immeditato, per tutti, ai beni materiali e spirituali indispensabili:
abitazione propria, lavoro dignitoso e debitamente remunerato,
alimentazione adeguata e acqua potabile; libertà religiosa e, più in
generale, libertà di spirito ed educazione”.
sabato 17 ottobre 2015
mercoledì 14 ottobre 2015
Per cercare di capire cosa succede in Siria... "Moderati"...?
1 - Arcivescovo siriano Jacques Behnan Hindo: “inquietanti le parole di McCain [Senatore USA] sui ribelli anti-Assad armati dalla CIA” (http://socialevicenza.blogspot.it/2015/10/siria-larcivescovo-hindo-inquietanti-le.html). “La propaganda occidentale” sottolinea l'arcivescovo “continua a
parlare di ribelli moderati, che non esistono: nella galassia dei gruppi
armati, quelli dell'Esercito Siriano Libero li trovi solo se li cerchi
con la lente d'ingrandimento. Tutte le altre sigle, a parte lo Stato
Islamico (Daesh), sono confluite o sono state fagocitate di fatto dal
Fronte al-Nusra, che è il braccio militare di al-Qaida in Siria”.
2 - Il generale dell'esercito USA in pensione Wesley Clark, ex supremo comandante della NATO in alcuni video (https://www.youtube.com/watch?v=ojcoKnTGf4s ; https://www.youtube.com/watch?v=PB-YGMWI7vY) da anni afferma che:
"la destabilizzazione del
Medio Oriente fu pianificata a partire dal 1991"; "i nostri [degli USA] amici e
alleati [Arabia Saudita, Kuwait, Qatar...] hanno fondato ISIS per distruggere gli Hezbollah [partito
sciita del Libano fondato nel 1982]" ; "in Siria abbiamo perso
l'opportunità di sostenere i moderati".
3 - Famiglia Cristiana n. 27, 5 luglio 2015 (http://www.famigliacristiana.it/articolo/l-isis-sta-vincendo-non-e-vero.aspx):
ISIS: "nata in Iraq (il nome del suo capo, Al Baghdadi, vuol dire appunto “di Baghdad”) nel periodo in cui gli sciiti iracheni erano bersagliati dagli attentati, cresciuta in Siria nella lotta contro il regime sciita degli Assad, la milizia è stata aiutata in ogni modo da Paesi come Arabia Saudita, Turchia, Kuwait, Qatar e USA. L’autorevole Brookings Institution ha calcolato che la sola amministrazione Obama ha investito un miliardo di dollari nei gruppi anti-Assad e partecipato all’addestramento di circa 10 mila combattenti".
ISIS: "nata in Iraq (il nome del suo capo, Al Baghdadi, vuol dire appunto “di Baghdad”) nel periodo in cui gli sciiti iracheni erano bersagliati dagli attentati, cresciuta in Siria nella lotta contro il regime sciita degli Assad, la milizia è stata aiutata in ogni modo da Paesi come Arabia Saudita, Turchia, Kuwait, Qatar e USA. L’autorevole Brookings Institution ha calcolato che la sola amministrazione Obama ha investito un miliardo di dollari nei gruppi anti-Assad e partecipato all’addestramento di circa 10 mila combattenti".
"La linea politica che raccomanderei è quella adottata da Ronald Reagan nei confronti di Iran e Iraq: finanziò entrambe gli schieramenti facendo sì che si combattessero fra di loro e non combattessero contro di noi. Era una cosa cinica e certamente non morale, ma ha funzionato... e questo è il punto"...
5 - il generale David Petraeus (http://www.globalresearch.ca/confirmed-washington-intends-to-use-al-qaeda-to-take-out-syria-and-overthrow-the-assad-government/5473386?print=1 ; http://www.nydailynews.com/news/national/david-petraeus-pitches-plan-al-qaeda-isis-fight-article-1.2343963) ha recentemente suggerito di "usare" membri "moderati" di Al Qaeda in Siria (al-Nusra) contro il governo di Assad...
Chi è Petraeus? Dalla pagina https://it.wikipedia.org/wiki/David_Petraeus
- 2007-2008 Comandante dell'Esercito degli Stati Uniti in Iraq
- 2008 Comandante dell'United States Central Command con responsabilità strategica di tutto il teatro medio-orientale e delle operazioni militari in Iraq e Afghanistan
- 2010-2011 Comandante delle operazioni militari in Afghanistan, Pakistan, penisola Arabica e parti dell'Africa
- 2011-2012 Direttore della CIA
Chi è Petraeus? Dalla pagina https://it.wikipedia.org/wiki/David_Petraeus
- 2007-2008 Comandante dell'Esercito degli Stati Uniti in Iraq
- 2008 Comandante dell'United States Central Command con responsabilità strategica di tutto il teatro medio-orientale e delle operazioni militari in Iraq e Afghanistan
- 2010-2011 Comandante delle operazioni militari in Afghanistan, Pakistan, penisola Arabica e parti dell'Africa
- 2011-2012 Direttore della CIA
6 - 12 ottobre: la stampa nazionale e internazionale conferma che gli USA hanno fornito 50
tonnellate di munizioni ai ribelli anti-Assad: naturalmente ai "moderati"...
7 - Famiglia Cristiana n. 42, 18 ottobre 2015 - Patriarca di Gerusalemme dei latini, Fouad Twai: "La Russia è l'unico Paese che ha una geopolitica chiara nell'area. Ha deciso di mettere prima fine al terrorismo e poi di occuparsi del Governo di Assad in Siria. Tutti gli altri vogliono prima la fine di Assad e per il dopo non c'è un'agenda contro lo Stato islamico. [...] Gli Stati Uniti da soli, se volessero, potrebbero annientare il terrorismo islamico del califfato in due giorni. Ma hanno deciso di non farlo..."
martedì 13 ottobre 2015
I profughi ambientali
dalla pagina http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/I-157-milioni-di-profughi-ambientali-.aspx
In fuga da casa, terra e lavoro per colpa di disastri meteorologici,
desertificazione del suolo o innalzamento del livello delle acque: sono
i migranti climatici. Un esercito sterminato, ma ancora senza un
adeguato riconoscimento e spesso identificati genericamente come
migranti economici. In realtà, denuncia un rapporto di Cespi, Focsiv e
WWF Italia, dal 1998 al 2014 oltre 157 milioni di persone (circa 25
milioni all’anno) sono stati costretti a spostarsi per eventi
meteorologici estremi: soprattutto tempeste, cicloni e alluvioni che
colpiscono molto di più dei terremoti.
continua
In fuga da casa, terra e lavoro per colpa di disastri meteorologici,
desertificazione del suolo o innalzamento del livello delle acque: sono
i migranti climatici. Un esercito sterminato, ma ancora senza un
adeguato riconoscimento e spesso identificati genericamente come
migranti economici. In realtà, denuncia un rapporto di Cespi, Focsiv e
WWF Italia, dal 1998 al 2014 oltre 157 milioni di persone (circa 25
milioni all’anno) sono stati costretti a spostarsi per eventi
meteorologici estremi: soprattutto tempeste, cicloni e alluvioni che
colpiscono molto di più dei terremoti. martedì 6 ottobre 2015
TTIP: riguarda tutto e tutti! Preoccupa ed è pericoloso...
Monica Di Sisto, vicepresidente di Fairwatch,
insegna Modelli di sviluppo economico alla Facoltà di Scienze Sociali
della Pontificia Università Gregoriana ...
video: TTIP libero scambio o attacco alla Democrazia?
video: TTIP libero scambio o attacco alla Democrazia?
Stop TTIP: raggiunti i tre milioni di firme, l’Europa si mobilita contro i trattati di libero scambio
dalla pagina web de Il Sole 24 ORE 14 settembre 2015
Monica Di Sisto, vice presidente di Fair Watch, sostiene che «il Ttip è una sorta di cavallo di Troia degli Stati Uniti: aprirà le porta all’export americano di materie prime agricole, con danni non quantificabili dell’agricoltura europea, assolutamente non in grado di competere con i costi di produzione, più bassi, delle imprese americane. Secondo i documenti ufficiali, l’abbattimento del 75% delle barriere non tariffarie porterà a una crescita dell’export europeo del 60% e una del 120% degli Usa».
E’ credibile che Bruxelles persegua un accordo e poi ci perda?
«E’ scritto anche nei documenti ufficiali, il cui senso qualcuno ha completamente capovolto» assicura Di Sisto. Poi l’esponente di Fair Watch (che associa piccoli produttori, Slow food e diverse realtà) sottolinea che «desta preoccupazione anche l’aspetto della sicurezza del cibo. In Europa i controlli si effettuano lungo tutta la filiera; negli Usa sono concentrati all’import e, a campione, nella fase finale della produzione. L’onere di dimostrare che il cibo è cattivo spetta al consumatore. Un modello inaccettabile in Europa».
Per tutte queste ragioni i NO-TTIP hanno convocato una manifestazione europea da tenersi 15 ottobre a Berlino.
dalla pagina web de Il Sole 24 ORE 14 settembre 2015
Monica Di Sisto, vice presidente di Fair Watch, sostiene che «il Ttip è una sorta di cavallo di Troia degli Stati Uniti: aprirà le porta all’export americano di materie prime agricole, con danni non quantificabili dell’agricoltura europea, assolutamente non in grado di competere con i costi di produzione, più bassi, delle imprese americane. Secondo i documenti ufficiali, l’abbattimento del 75% delle barriere non tariffarie porterà a una crescita dell’export europeo del 60% e una del 120% degli Usa».
E’ credibile che Bruxelles persegua un accordo e poi ci perda?
«E’ scritto anche nei documenti ufficiali, il cui senso qualcuno ha completamente capovolto» assicura Di Sisto. Poi l’esponente di Fair Watch (che associa piccoli produttori, Slow food e diverse realtà) sottolinea che «desta preoccupazione anche l’aspetto della sicurezza del cibo. In Europa i controlli si effettuano lungo tutta la filiera; negli Usa sono concentrati all’import e, a campione, nella fase finale della produzione. L’onere di dimostrare che il cibo è cattivo spetta al consumatore. Un modello inaccettabile in Europa».
Per tutte queste ragioni i NO-TTIP hanno convocato una manifestazione europea da tenersi 15 ottobre a Berlino.
lunedì 5 ottobre 2015
Siria - L'Arcivescovo Hindo: “inquietanti le parole di McCain sui ribelli anti-Assad armati dalla CIA”
dalla pagina - Agenzia Fides, Organo di informazione delle Pontificie Opere Missionarie
Jacques Behnan Hindo è arcivescovo siro-cattolico di Hassaké-Nisibi in Siria
leggi anche:
L'arcivescovo: «Cristiani attaccati e abbandonati»
Jacques Behnan Hindo è arcivescovo siro-cattolico di Hassaké-Nisibi in Siria
Hassakè (Agenzia Fides) - “Il senatore statunitense John McCain
ha protestato dicendo che i russi non stanno bombardando le postazioni
dello Stato Islamico, ma piuttosto i ribelli anti-Assad addestrati dalla
CIA.
Io trovo inquietanti queste parole. Rappresentano un'ammissione spudorata del fatto che dietro alla guerra ad Assad c'è anche la CIA, e che si tratta di un conflitto etero-diretto da circoli di potere lontani dalla Siria e dai loro alleati nella regione mediorientale”.
Così l'Arcivescovo siriano Jacques Behnan Hindo, alla guida dell'Arcieparchia siro-cattolica di Hassakè-Nisibi, commenta con l'Agenzia Fides alcuni recenti sviluppi del conflitto siriano, segnati dall'intervento diretto delle forze militari russe contro le postazioni delle milizie jihadiste.
“La propaganda occidentale” sottolinea l'Arcivescovo Hindo “continua a parlare di ribelli moderati, che non esistono: nella galassia dei gruppi armati, quelli dell'Esercito Siriano Libero li trovi solo se li cerchi con la lente d'ingrandimento. Tutte le altre sigle, a parte lo Stato Islamico (Daesh), sono confluite o sono state fagocitate di fatto dal Fronte al-Nusra, che è il braccio militare di al-Qaida in Siria”.
A giudizio dell'Arcivescovo siro-cattolico, “c'è qualcosa di veramente inquietante in tutto questo: c'è una superpotenza che a 14 anni dall’11 settembre protesta perchè i russi colpiscono le milizie di al-Qaeda in Siria. Che vuol dire? Che adesso al-Qaida è un alleato degli USA, solo perchè in Siria ha un altro nome? Ma disprezzano davvero così tanto la nostra intelligenza e la nostra memoria?”
Nel colloquio con Fides, l'Arcivescovo Hindo ripete che “a decidere se e quando Assad dovrà andare via, saremo noi siriani, e non il Daesh o l'Occidente. Ed è certo che se Assad va via adesso, la Siria diventerà come la Libia”. L'Arcivescovo siriano lancia anche un allarme: “Ci giungono notizie tremende dalla città di Deir el Zor, assediata dal Daesh da molto tempo. I viveri non possono arrivare in città, non hanno più cibo, e la popolazione sta letteralmente morendo di fame. Occorre fare subito qualcosa, prima che sia troppo tardi”. (GV) (Agenzia Fides 2/10/2015).
----------------------------------Io trovo inquietanti queste parole. Rappresentano un'ammissione spudorata del fatto che dietro alla guerra ad Assad c'è anche la CIA, e che si tratta di un conflitto etero-diretto da circoli di potere lontani dalla Siria e dai loro alleati nella regione mediorientale”.
Così l'Arcivescovo siriano Jacques Behnan Hindo, alla guida dell'Arcieparchia siro-cattolica di Hassakè-Nisibi, commenta con l'Agenzia Fides alcuni recenti sviluppi del conflitto siriano, segnati dall'intervento diretto delle forze militari russe contro le postazioni delle milizie jihadiste.
“La propaganda occidentale” sottolinea l'Arcivescovo Hindo “continua a parlare di ribelli moderati, che non esistono: nella galassia dei gruppi armati, quelli dell'Esercito Siriano Libero li trovi solo se li cerchi con la lente d'ingrandimento. Tutte le altre sigle, a parte lo Stato Islamico (Daesh), sono confluite o sono state fagocitate di fatto dal Fronte al-Nusra, che è il braccio militare di al-Qaida in Siria”.
A giudizio dell'Arcivescovo siro-cattolico, “c'è qualcosa di veramente inquietante in tutto questo: c'è una superpotenza che a 14 anni dall’11 settembre protesta perchè i russi colpiscono le milizie di al-Qaeda in Siria. Che vuol dire? Che adesso al-Qaida è un alleato degli USA, solo perchè in Siria ha un altro nome? Ma disprezzano davvero così tanto la nostra intelligenza e la nostra memoria?”
Nel colloquio con Fides, l'Arcivescovo Hindo ripete che “a decidere se e quando Assad dovrà andare via, saremo noi siriani, e non il Daesh o l'Occidente. Ed è certo che se Assad va via adesso, la Siria diventerà come la Libia”. L'Arcivescovo siriano lancia anche un allarme: “Ci giungono notizie tremende dalla città di Deir el Zor, assediata dal Daesh da molto tempo. I viveri non possono arrivare in città, non hanno più cibo, e la popolazione sta letteralmente morendo di fame. Occorre fare subito qualcosa, prima che sia troppo tardi”. (GV) (Agenzia Fides 2/10/2015).
leggi anche:
L'arcivescovo: «Cristiani attaccati e abbandonati»
“Con le loro politiche sciagurate –
spiega a Fides l'Arcivescovo – soprattutto francesi e statunitensi, con i
loro alleati regionali, hanno favorito di fatto l'escalation del Daesh
(acronimo arabo con cui si indica lo Stato Islamico, ndr). Adesso perseverano nell'errore, commettono sbagli strategici grotteschi
come l'annuncio sui media della 'campagna di primavera' per liberare
Mosul e si ostinano a interferire con interventi irrilevanti, invece di
riconoscere che proprio il sostegno da loro garantito ai gruppi
jihadisti ci ha portato a questo caos e ha distrutto la Siria, facendoci
regredire di 200 anni”. (GV) (Agenzia Fides 25/2/2015).
TJ15
"Prende il via oggi in Italia, Spagna e Portogallo, dopo due anni di
preparazione, la Trident Juncture 2015 (TJ15), una delle più grandi
esercitazioni NATO. Vi partecipano oltre 230 unità terrestri, aeree e
navali e forze per le operazioni speciali di 28 paesi alleati e 7
partner, con 36 mila uomini, oltre 60 navi e 200 aerei da guerra,
anzitutto cacciabombardieri a duplice capacità convenzionale e nucleare.
La prima fase (3-16 ottobre) testerà la capacità strategica e operativa
dei comandi NATO; la seconda (21 ottobre-6 novembre) si svolgerà «dal
vivo» con l’impiego delle unità militari.
La TJ15, annuncia un comunicato ufficiale, «dimostrerà il nuovo accresciuto livello di ambizione della NATO nel condurre la moderna guerra congiunta». Dimostrerà in particolare «la capacità della Forza di risposta della NATO nel pianificare, preparare, dispiegare e sostenere forze nelle operazioni di risposta alle crisi non previste dall’articolo 5, al di fuori del territorio dell’Alleanza»."
continua
La TJ15, annuncia un comunicato ufficiale, «dimostrerà il nuovo accresciuto livello di ambizione della NATO nel condurre la moderna guerra congiunta». Dimostrerà in particolare «la capacità della Forza di risposta della NATO nel pianificare, preparare, dispiegare e sostenere forze nelle operazioni di risposta alle crisi non previste dall’articolo 5, al di fuori del territorio dell’Alleanza»."
continua
giovedì 1 ottobre 2015
Violato il Trattato di Non Proliferazione Nucleare: nuove bombe nucleari USA in arrivo in Italia
video dalla pagina http://www.pandoratv.it/?p=4161
articolo di Manlio Dinucci: "... centinaia di testate (oltre 600) sono schierate sul territorio europeo in prossimità di quello della Russia europea ..."
argomenti correlati:
intervento di Vladimir Putin all'ONU: "... dovremmo essere guidati da valori comuni e comuni interessi invece che da ambizioni ..."
il discorso di papa Francesco all'ONU: [video]
"... Il Preambolo e il primo articolo della Carta delle Nazioni Unite indicano le fondamenta della costruzione giuridica internazionale: la pace, la soluzione pacifica delle controversie e lo sviluppo delle relazioni amichevoli tra le nazioni. Contrasta fortemente con queste affermazioni, e le nega nella pratica, la tendenza sempre presente alla proliferazione delle armi, specialmente quelle di distruzione di massa come possono essere quelle nucleari. Un’etica e un diritto basati sulla minaccia della distruzione reciproca – e potenzialmente di tutta l’umanità – sono contraddittori e costituiscono una frode verso tutta la costruzione delle Nazioni Unite, che diventerebbero “Nazioni unite dalla paura e dalla sfiducia”. Occorre impegnarsi per un mondo senza armi nucleari, applicando pienamente il Trattato di non proliferazione, nella lettera e nello spirito, verso una totale proibizione di questi strumenti ..."
argomenti correlati:
intervento di Vladimir Putin all'ONU: "... dovremmo essere guidati da valori comuni e comuni interessi invece che da ambizioni ..."
il discorso di papa Francesco all'ONU: [video]
"... Il Preambolo e il primo articolo della Carta delle Nazioni Unite indicano le fondamenta della costruzione giuridica internazionale: la pace, la soluzione pacifica delle controversie e lo sviluppo delle relazioni amichevoli tra le nazioni. Contrasta fortemente con queste affermazioni, e le nega nella pratica, la tendenza sempre presente alla proliferazione delle armi, specialmente quelle di distruzione di massa come possono essere quelle nucleari. Un’etica e un diritto basati sulla minaccia della distruzione reciproca – e potenzialmente di tutta l’umanità – sono contraddittori e costituiscono una frode verso tutta la costruzione delle Nazioni Unite, che diventerebbero “Nazioni unite dalla paura e dalla sfiducia”. Occorre impegnarsi per un mondo senza armi nucleari, applicando pienamente il Trattato di non proliferazione, nella lettera e nello spirito, verso una totale proibizione di questi strumenti ..."
martedì 29 settembre 2015
primolunedìdelmese: TTIP
Anno XVIII -
incontro n. 136
5 Ottobre 2015 - ore 20:30
presso Cooperativa Insieme, via Dalla Scola 253, Vicenza
- Parcheggio adiacente. Si raccomanda puntualità !
-
TTIP: facciamo il punto
Interessa direttamente quasi un miliardo di persone, metà del Prodotto Interno Lordo mondiale e un terzo del commercio su scala planetaria. Eppure, dell'Accordo di Partenariato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership), fra Stati Uniti ed Unione Europea, si continua a sapere poco o niente, dal momento che i negoziati, che riprenderanno nel prossimo Ottobre, restano avvolti nel mistero. Molte sarebbero, comunque, le questioni ancora irrisolte, tra cui quella del meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitori e Stati (ISDS), su cui la Commissione Europea ha avanzato, a metà Settembre, una nuova proposta, che recepisce le raccomandazioni votate dal Parlamento Europeo nel Luglio scorso, ma che sembra scontentare tanto gli Stati Uniti, che la vedono come fumo negli occhi, quanto gli oppositori all'accordo.Intanto, la campagna europea STOP TTIP lancia una settimana di mobilitazione, ai primi di Ottobre, per superare quota 3 milioni di firme - ne sono già state raccolte 2,75 milioni - e far uscire dall'ombra anche gli altri trattati: il TPP, 'gemello' per l'area del Pacifico; il CETA, l'accordo fra Canada e Unione Europea; e il TISA, il negoziato per la liberalizzazione completa dei servizi.
Interessa direttamente quasi un miliardo di persone, metà del Prodotto Interno Lordo mondiale e un terzo del commercio su scala planetaria. Eppure, dell'Accordo di Partenariato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership), fra Stati Uniti ed Unione Europea, si continua a sapere poco o niente, dal momento che i negoziati, che riprenderanno nel prossimo Ottobre, restano avvolti nel mistero. Molte sarebbero, comunque, le questioni ancora irrisolte, tra cui quella del meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitori e Stati (ISDS), su cui la Commissione Europea ha avanzato, a metà Settembre, una nuova proposta, che recepisce le raccomandazioni votate dal Parlamento Europeo nel Luglio scorso, ma che sembra scontentare tanto gli Stati Uniti, che la vedono come fumo negli occhi, quanto gli oppositori all'accordo.Intanto, la campagna europea STOP TTIP lancia una settimana di mobilitazione, ai primi di Ottobre, per superare quota 3 milioni di firme - ne sono già state raccolte 2,75 milioni - e far uscire dall'ombra anche gli altri trattati: il TPP, 'gemello' per l'area del Pacifico; il CETA, l'accordo fra Canada e Unione Europea; e il TISA, il negoziato per la liberalizzazione completa dei servizi.
Ne parliamo con
Monica Di Sisto
giornalista, vicepresidente di Fairwatch, docente di Modelli di Sviluppo Economico
alla Facoltà di Scienze Sociali della Pontificia Università Gregoriana di Roma.
lunedì 28 settembre 2015
Politica estera e spesa per la Difesa: 9 euro su 10 destinati a militari, briciole alla cooperazione
dalla pagina http://www.repubblica.it/speciali/politica/data-journalism/2015/06/25/news/decreto_missioni_cooperazione_italiana_sviluppo_fondi_openpolis_forze_armate_afghanistan_f35-117425232/?ref=nrct-19
Erano 31 miliardi nel 2005, sono scesi a quota 26 nel 2014 (nonostante
le sollecitazioni NATO). Ma solo 2,9 miliardi sono per i Paesi in via di
sviluppo. L'incidenza del decreto missioni è minima: appena il 4 per
cento. Il dibattito in parlamento: durante gli ultimi quattro governi
non ha mai rappresentato la priorità, appena 26 ore di discussione
contro le 70 del decreto Imu, le 81 del Jobs Act e le 133 della legge di
Stabilità.
[...]
Nel 2015 si stima che il Belpaese investirà soltanto l'1% del suo Pil in spesa per la Difesa. La discesa è stata resa nota soltanto qualche giorno fa [giugno 2015] grazie a una tabella contenuta nel rapporto sui dati economici e finanziari diffuso dalla stessa NATO a Bruxelles. Altri Paesi dell'Alleanza Atlantica hanno invece aumentato le proprie spese militari. Tra questi, ad esempio, la Grecia è passata dal 2,2 al 2,4%, la Polonia dall'1,8 al 2,2% e il Portogallo dall'1,3 all'1,4 per cento.
[...]
GUARDA Tutti i grafici interattivi su spesa per la Difesa
continua
[...]
Nel 2015 si stima che il Belpaese investirà soltanto l'1% del suo Pil in spesa per la Difesa. La discesa è stata resa nota soltanto qualche giorno fa [giugno 2015] grazie a una tabella contenuta nel rapporto sui dati economici e finanziari diffuso dalla stessa NATO a Bruxelles. Altri Paesi dell'Alleanza Atlantica hanno invece aumentato le proprie spese militari. Tra questi, ad esempio, la Grecia è passata dal 2,2 al 2,4%, la Polonia dall'1,8 al 2,2% e il Portogallo dall'1,3 all'1,4 per cento.
[...]
GUARDA Tutti i grafici interattivi su spesa per la Difesa
continua
venerdì 25 settembre 2015
La chiesa del futuro
dalla pagina http://www.unachiesaapiuvoci.it/notizia.php?Id_sezione=1&Id_notizia=847
La Repubblica, 9 settembre 2015
intervista a Enzo Bianchi a cura di Silvia Ronchey
intervista a Enzo Bianchi a cura di Silvia Ronchey
«Il
papa ha lanciato l'allarme già due anni fa, dopo la visita a Lampedusa.
È rimasto inascoltato e credo che anche questo suo nuovo appello lo
sarà. Il fastidio di un certo clero verrà magari dissimulato
dall'ipocrisia religiosa, che è la più bieca e spaventosa di tutte».
Siamo a Bose, alla vigilia dell'apertura dell'annuale convegno ecumenico
internazionale di spiritualità ortodossa, e il priore Enzo Bianchi
commenta l'esortazione di Bergoglio ad accogliere nelle parrocchie i
rifugiati del grande movimento di popoli di cui quest'estate, con i suoi
avvenimenti sconvolgenti, sembra avere cambiato la percezione generale.
«Un mese fa il vescovo di Crema ha chiesto di ospitare i rifugiati in
locali adiacenti una scuola cattolica, è stato contestato dalle
famiglie. La situazione italiana è una vergogna, soprattutto nelle
regioni tradizionalmente più cattoliche, il Veneto e la Lombardia».
Il rifiuto è più sociale o più confessionale?
«Quello
confessionale l'hanno gridato a suo tempo il cardinal Biffi e il
vescovo Maggiolini, secondo cui bisognava eventualmente accogliere solo i
cristiani. Ma il problema è la vera e propria fabbrica di paura dei
barbari, edificata da forze politiche attente solo all'interesse locale,
forze che prima di Francesco la chiesa italiana ha assecondato, anche
se all'inizio sembravano assumere riti pagani, precristiani, quelli sì
barbarici. Ora si proclamano cattolici ma io li chiamo cristiani del
campanile. Il grande silenzio di una chiesa complice li ha aiutati a
iniettare nel tessuto sociale del territorio il veleno della xenofobia».
Guardiamo
gli eventi nella misura dei millenni di storia anche ecclesiastica,
parliamo del V secolo, quando alle cosiddette invasioni barbariche si è
affiancata l'assunzione del cristianesimo a religione di stato.
«Quando
con Teodosio il cristianesimo è diventato religione dello stato
imperiale la furia dei monaci - lo dico con dolore, mi strappa il cuore -
ha distrutto i templi pagani, fatto uno scempio di opere d'arte non
diverso da quello dell'Is, ma ben più vasto. È il motivo per cui san
Basilio non ha mai usato nei suoi scritti la parola "monaco": designava
integralisti violenti, i talebani del momento. Guardando i secoli mi
permetto di dire, pur con tutte le differenze: vediamo che altri rifanno
a noi quello che abbiamo fatto».
Come
ad Alessandria d'Egitto, quando fu distrutto il Serapeo e i parabalani
del vescovo Cirillo assassinarono Ipazia. Nel "Libro dei testimoni", lo
straordinario martirologio ecumenico di Bose, questa martire pagana
potrebbe trovare posto?
«Sì,
come tutti coloro che - da Buddha a Savonarola, da Rumi a Gandhi - in
qualunque religione o anche all'esterno hanno perseverato in una
posizione di umanità e di tolleranza. La dottrina cattolica del Vaticano
II ribadisce con chiarezza che la coscienza prevale su qualsiasi
autorità, anche su quella papale».
Torniamo ai movimenti di popoli della cosiddetta fine dell'antichità.
«Con
saggezza papa Gregorio Magno chiese accoglienza per i barbari in arrivo
dando un'unica dignità a stranieri e latini, che si espresse nel
monachesimo benedettino e fece fiorire il cristianesimo, allora esangue
soprattutto in occidente. La storia serve da un lato a non stupirci
dell'intolleranza, dall'altro a spegnerla richiamandoci alla
razionalità, che oggi significa mostrare ai popoli dell'oriente
postcoloniale che gli riconosciamo soggettività, dignità, diritto di
sedere alla tavola delle genti, anziché continuare a sfruttarli
economicamente».
La
memoria storica ecclesiastica, la conoscenza delle ere passate di cui
si nutre, non ha anche il dovere di ricordare a tutti l'onda lunga della
tolleranza islamica?
«Al
tempo della conquista musulmana i cristiani del Medio Oriente hanno
aperto le porte delle loro città agli arabi che portavano libertà di
culto e affrancavano dalle angherie economiche del governo imperiale
cristiano. La convivenza di cristiani, ebrei e musulmani nel corso del
medioevo islamico ha fatto fiorire momenti di cultura straordinari, come
nel mondo sufita, che conosco bene. L'islam è una religione di pace e
mitezza con una mistica di forza pari a quella cristiana. Se nel Corano
ci sono testi di violenza, non sono molto diversi da quelli che troviamo
nella Bibbia e che ci fanno inorridire. La lettura integralista della
Bibbia può rendere integralisti quanto quella del Corano. L'esegesi
storico-critica delle scritture, cui il cristianesimo è approdato con
fatica e subendo terribili condanne dell'autorità ecclesiastica, è il
primo passo di un lungo cammino che aspetta anche i musulmani. Nel
frattempo servono ascolto, dialogo, seri studi universitari per
dissipare la propaganda ideologica che attecchisce sull'ignoranza: non è
vero che l'islam è una religione della violenza e della jihad ,
affermarlo serve solo a giustificare la nostra nei suoi confronti».
Dai
Buddha di Bamyan al tempio di Bel a Palmira, il nostro secolo assiste
ad atti islamisti di cancellazione del passato dal contenuto altamente
simbolico. Ma non è chiaro quanta parte effettiva vi abbia la religione o
la religiosità.
«Una
parte minima. Il problema non è religioso, è sociale ed economico. Gli
integralisti islamici, anche abbattendo una chiesa, non mirano tanto a
offendere la fede cristiana quanto a colpire l'occidente. Un pacifico
abitante di Palmira mi ha detto: "Voi occidentali, piangendo la
distruzione di templi etichettati dall'Unesco, date l'idea di averli più
cari della nostra popolazione. Così li fate diventare una protesi
dell'occidente nella nostra terra". Mostrando di tenere così tanto a un
pezzo di colonna - giustamente, perché è segno di un cammino di
umanizzazione - ma facendo saltare in aria le persone nelle guerre da
noi scatenate in Iraq, in Siria, in Libia, finiamo per apparire
mostruosi. Certo le distruzioni dell'Is sono crimini contro l'umanità
oltre che contro la cultura e la dignità dei monumenti va difesa, ma
abbiamo la stessa forza nel difendere le popolazioni perché non
soccombano alle nostre armi o non trovino vie di morte nella
migrazione?».
I
popoli sono in marcia e un'ibridazione, che la si voglia o no, dovrà
avvenire, perché questa è la storia. Il che pone anche specifici
problemi sociali come quello del ruolo della donna: l'islam impone il
velo, ma non trovi che anche nella chiesa cristiana ci sia un ritardo?
«Si
dice sbrigativamente che certi musulmani siano ancora nel medioevo. Ma
il velo completo per le suore di clausura è stato abolito solo nel 1982.
È molto recente la presa di coscienza della pari dignità della donna e
dell'uomo nel cristianesimo, che non ha ancora nemmeno il linguaggio per
esprimerla. La soggezione delle donne agli uomini è un retaggio
scritturale nell'islam, ma è presente anche nelle nostre scritture: san
Paolo afferma che le donne non devono assolutamente parlare
nell'assemblea della chiesa e devono stare a capo coperto. Di nuovo,
serve una rilettura storico-critica di tutti i libri sacri, per
scorgerne l'intenzione e non le forme. Nella chiesa c'è buona volontà ma
poi della donna si hanno immagini irreali: il modello di Maria, vergine
e madre, che non può essere il riferimento per una promozione della
donna nella chiesa; l'idea, insinuata per moda, che la Madonna sia più
importante di San Pietro, idea insipiente come dire che la ruota in un
carro è più importante del volano... Non siamo ancora capaci di prendere
sul serio l'uguaglianza indubbia tra uomini e donne. Il cammino per la
chiesa è ancora lunghissimo perché ovunque ci sia un esercizio di
comando restano gli uomini, mentre le donne sono confinate al servizio
umile».
Il
convegno che si apre oggi è dedicato a "Misericordia e perdono": sono
istanze che, dall'ambito ecclesiale cui appartengono, possono suggerire
prassi anche giuridiche e sociali?
«Declinare
la giustizia con il perdono, anche a livello politico, è un'esigenza
che già Giovanni Paolo II aveva evocato con forza in un suo messaggio
per la Giornata della pace. L'insistenza di papa Francesco sulla pratica
della misericordia, vissuta nei secoli da tanti cristiani d'oriente e
d'occidente anche in controtendenza rispetto alla mentalità dominante,
dischiude percorsi fecondi nella faticosa purificazione della memoria
cui non ci possiamo più sottrarre, pena l'abbrutimento di ogni nostra
relazione».
mercoledì 23 settembre 2015
Globalizzazione del potere e crisi della politica.
Intervista a Zygmunt Bauman di Massimo Di Forti, [non recente ma attuale]
all'inizio parla di crisi economica e alla fine di Europa e immigrazione...
il Messaggero, 11 settembre 2012
«La ragione di questa crisi, che da almeno cinque anni coinvolge tutte le democrazie e le istituzioni e che non si capisce quando e come finirà, è il divorzio tra la politica e il potere». Zygmunt Bauman riesce subito ad andare al dunque senza perdersi in giri di frase. Non a caso possiede il dono di quella che Charles Wright Mills chiamava l’immaginazione sociologica, la capacità di fissare in una frase, in un’idea, la realtà di un’intera epoca, e il grande studioso polacco lo ha fatto con la sua metafora della "Vita liquida" e della "Modernità liquida" (cosa è più imprendibile e sfuggente dell’acqua e dei suoi flussi?) per descrivere con geniale chiarezza la precarietà e l’instabilità della società contemporanea.
Lui, liquido, non lo è affatto anzi è un uomo di ferro, un ottantasettenne che gira il mondo senza sosta (viaggia almeno cento giorni all’anno tra conferenze e dibattiti!) e a Mantova è intervenuto a Festivaletteratura per un dibattito sull’educazione. Non c’è traccia di stanchezza nel suo fisico asciutto o nel volto scarno e autorevole ravvivato da occhiate scintillanti, mentre parla in una sala della Loggia del Grano pochi giorni dopo aver pubblicato un nuovo libro, Cose che abbiamo in comune (220 pagine, 15 euro) sempre per Laterza, editore dei celebri saggi come Vita liquida, La società sotto assedio, Modernità liquida, Dentro la globalizzazione e altri ancora.
Professor Bauman, è per questo che i politici sembrano girare a vuoto di fronte alla crisi?
«Sì. Il potere è la capacità di esercitare un comando. E la politica quella di prendere decisioni, di orientarle in un senso o nell’altro. Gli stati-nazione avevano il potere di decidere e una sovranità territoriale. Ma questo meccanismo è stato completamente travolto dalla globalizzazione. Perché la globalizzazione ha globalizzato il vero potere scavalcando la politica. I governi non hanno più un potere o un controllo dei loro paesi perché il potere è ben al di là dei territori. Sono attraversati dal potere globale della finanza, delle banche, dei media, della criminalità, della mafia, del terrorismo… Ogni singolo potere si fa beffe facilmente delle regole e del diritto locali. E anche dei governi. La speculazione e i mercati sono senza un controllo, mentre assistiamo alla crisi della Grecia o della Spagna o dell’Italia…».
È l’età della proprietà assenteista, come la chiamava Veblen, della finanza: era meglio prima?
«Il capitalismo di oggi è un grande parassita. Cerca ancora di appropriarsi della ricchezza di territori vergini, intervenendo con il suo potere finanziario dove è possibile accumulare i maggiori profitti. E’ la chiusura di un cerchio, di un potere autoreferenziale, quello delle banche e del grande capitale. Naturalmente questi interessi hanno sempre spinto, anche con le carte di credito, ad alimentare il consumismo e il debito: spendi subito, goditela e paga domani o dopo. La finanza ha creato un’economia immaginaria, virtuale, spostando capitali da un posto all’altro e guadagnando interessi. Il capitalismo produttivo era migliore perché funzionava sulla creazione di beni, mentre ora non si fanno affari producendo cose ma facendo lavorare il denaro. L’industria ha lasciato il posto alla speculazione, ai banchieri, all’immagine»
Non ci sono regole, dovremmo crearle. Avremmo bisogno forse di una nuova Bretton Woods…
«Il guaio è che oggi la politica internazionale non è globale mentre lo è quella della finanza. E quindi tutto è più difficile rispetto ad alcuni anni fa. Per questo i governi e le istituzioni non riescono a imporre politiche efficaci. Ma è chiaro che non riusciremo a risolvere i problemi globali se non con mezzi globali, restituendo alle istituzioni la possibilità di interpretare la volontà e gli interessi delle popolazioni. Però, questi mezzi non sono stati ancora creati».
A proposito della crisi europea, non crede che i paesi dell’Unione siano ancora divisi da interessi nazionalistici e da vecchi trucchi che impediscono una reale integrazione politica e culturale?
«È vero, ma è anche il risultato di un circolo vizioso che l’attuale condizione di incertezza favorisce. La mancanza di decisioni e l’impotenza dei governi attivano atteggiamenti nazionalistici di popolazioni che si sentivano meglio tutelate dal vecchio sistema. Viviamo in una condizione di vuoto, paragonabile all’idea di interregnum di cui parlava Gramsci: c’è un vecchio sistema che non funziona più ma non ne abbiamo ancora uno alternativo, che ne prenda il posto».
La globalizzazione ha prodotto anche aspetti positivi. Vent’anni fa, in Europa non c’era un africano, un asiatico un russo. Eravamo tutti bianchi, francesi, tedeschi, italiani, inglesi… Ora potremmo finalmente confrontarci: riusciremo a farlo su un terreno comune?
«È un compito difficile, molto difficile. L’obiettivo dev’essere quello di vivere insieme rispettando le differenze. Da una parte ci sono governi che cercano di frenare o bloccare l’immigrazione, dall’altra ce ne sono più tolleranti che cercano, però, di assimilare gli immigrati. In tutti e due i casi si tratta di atteggiamenti negativi.
Le diaspore di questi anni debbono essere accettate senza cancellare le tradizioni e le identità degli immigrati. Dobbiamo crescere insieme, in pace e con un comune beneficio, senza cancellare la diversità che rappresenta invece una grande ricchezza».
leggi anche:
leggi il pdf completo
all'inizio parla di crisi economica e alla fine di Europa e immigrazione...
il Messaggero, 11 settembre 2012
«La ragione di questa crisi, che da almeno cinque anni coinvolge tutte le democrazie e le istituzioni e che non si capisce quando e come finirà, è il divorzio tra la politica e il potere». Zygmunt Bauman riesce subito ad andare al dunque senza perdersi in giri di frase. Non a caso possiede il dono di quella che Charles Wright Mills chiamava l’immaginazione sociologica, la capacità di fissare in una frase, in un’idea, la realtà di un’intera epoca, e il grande studioso polacco lo ha fatto con la sua metafora della "Vita liquida" e della "Modernità liquida" (cosa è più imprendibile e sfuggente dell’acqua e dei suoi flussi?) per descrivere con geniale chiarezza la precarietà e l’instabilità della società contemporanea.
Lui, liquido, non lo è affatto anzi è un uomo di ferro, un ottantasettenne che gira il mondo senza sosta (viaggia almeno cento giorni all’anno tra conferenze e dibattiti!) e a Mantova è intervenuto a Festivaletteratura per un dibattito sull’educazione. Non c’è traccia di stanchezza nel suo fisico asciutto o nel volto scarno e autorevole ravvivato da occhiate scintillanti, mentre parla in una sala della Loggia del Grano pochi giorni dopo aver pubblicato un nuovo libro, Cose che abbiamo in comune (220 pagine, 15 euro) sempre per Laterza, editore dei celebri saggi come Vita liquida, La società sotto assedio, Modernità liquida, Dentro la globalizzazione e altri ancora.
Professor Bauman, è per questo che i politici sembrano girare a vuoto di fronte alla crisi?
«Sì. Il potere è la capacità di esercitare un comando. E la politica quella di prendere decisioni, di orientarle in un senso o nell’altro. Gli stati-nazione avevano il potere di decidere e una sovranità territoriale. Ma questo meccanismo è stato completamente travolto dalla globalizzazione. Perché la globalizzazione ha globalizzato il vero potere scavalcando la politica. I governi non hanno più un potere o un controllo dei loro paesi perché il potere è ben al di là dei territori. Sono attraversati dal potere globale della finanza, delle banche, dei media, della criminalità, della mafia, del terrorismo… Ogni singolo potere si fa beffe facilmente delle regole e del diritto locali. E anche dei governi. La speculazione e i mercati sono senza un controllo, mentre assistiamo alla crisi della Grecia o della Spagna o dell’Italia…».
È l’età della proprietà assenteista, come la chiamava Veblen, della finanza: era meglio prima?
«Il capitalismo di oggi è un grande parassita. Cerca ancora di appropriarsi della ricchezza di territori vergini, intervenendo con il suo potere finanziario dove è possibile accumulare i maggiori profitti. E’ la chiusura di un cerchio, di un potere autoreferenziale, quello delle banche e del grande capitale. Naturalmente questi interessi hanno sempre spinto, anche con le carte di credito, ad alimentare il consumismo e il debito: spendi subito, goditela e paga domani o dopo. La finanza ha creato un’economia immaginaria, virtuale, spostando capitali da un posto all’altro e guadagnando interessi. Il capitalismo produttivo era migliore perché funzionava sulla creazione di beni, mentre ora non si fanno affari producendo cose ma facendo lavorare il denaro. L’industria ha lasciato il posto alla speculazione, ai banchieri, all’immagine»
Non ci sono regole, dovremmo crearle. Avremmo bisogno forse di una nuova Bretton Woods…
«Il guaio è che oggi la politica internazionale non è globale mentre lo è quella della finanza. E quindi tutto è più difficile rispetto ad alcuni anni fa. Per questo i governi e le istituzioni non riescono a imporre politiche efficaci. Ma è chiaro che non riusciremo a risolvere i problemi globali se non con mezzi globali, restituendo alle istituzioni la possibilità di interpretare la volontà e gli interessi delle popolazioni. Però, questi mezzi non sono stati ancora creati».
A proposito della crisi europea, non crede che i paesi dell’Unione siano ancora divisi da interessi nazionalistici e da vecchi trucchi che impediscono una reale integrazione politica e culturale?
«È vero, ma è anche il risultato di un circolo vizioso che l’attuale condizione di incertezza favorisce. La mancanza di decisioni e l’impotenza dei governi attivano atteggiamenti nazionalistici di popolazioni che si sentivano meglio tutelate dal vecchio sistema. Viviamo in una condizione di vuoto, paragonabile all’idea di interregnum di cui parlava Gramsci: c’è un vecchio sistema che non funziona più ma non ne abbiamo ancora uno alternativo, che ne prenda il posto».
La globalizzazione ha prodotto anche aspetti positivi. Vent’anni fa, in Europa non c’era un africano, un asiatico un russo. Eravamo tutti bianchi, francesi, tedeschi, italiani, inglesi… Ora potremmo finalmente confrontarci: riusciremo a farlo su un terreno comune?
«È un compito difficile, molto difficile. L’obiettivo dev’essere quello di vivere insieme rispettando le differenze. Da una parte ci sono governi che cercano di frenare o bloccare l’immigrazione, dall’altra ce ne sono più tolleranti che cercano, però, di assimilare gli immigrati. In tutti e due i casi si tratta di atteggiamenti negativi.
Le diaspore di questi anni debbono essere accettate senza cancellare le tradizioni e le identità degli immigrati. Dobbiamo crescere insieme, in pace e con un comune beneficio, senza cancellare la diversità che rappresenta invece una grande ricchezza».
leggi anche:
leggi il pdf completo
lunedì 21 settembre 2015
Profughi: un problema che prima deve essere capito
Vicenza 19 settembre 2015
per capire meglio le "politiche internazionali" e le "cause immediate e remote all'origine dei fenomeni migratori" leggi anche:
Svolta USA sulla #Siria: alcuni retroscena
Immigrazione: consapevolezza del destino comune
un intervento del nostro presidente della repubblica Mattarella.
riferimenti del Magistero:
COMUNICATO STAMPA
In
questi ultimi mesi non si fa altro che parlare di "loro",
contrapposti a "noi", "prima noi, poi loro",
"loro vengono per delinquere", "loro devono adattarsi
alle "nostre" regole".... Peccato che abbiamo
dimenticato così in fretta che, fin dalla seconda metà
dell'ottocento, "loro" eravamo "noi", migranti
economici che non hanno atteso che qualcuno venisse ad "aiutarli
a casa loro" ma hanno preferito avventurarsi verso l'ignoto
(paese, lingua, costumi sconosciuti) pur di offrire un futuro
migliore ai propri figli.
Un
processo migratorio, il nostro, ben conosciuto anche dai padri
costituenti tant'è che vi è un articolo (il 10) della nostra
Costituzione che recita al terzo comma: "Lo straniero, al quale
sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà
democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto
d'asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni
stabilite dalla legge".
Il
fenomeno a cui assistiamo oggi ha dei connotati diversi per numero di
persone che si muovono, per numero di paesi da cui scappano queste
persone, per totale assenza di politiche internazionali, sia di
accoglienza che di relazioni con i paesi di origine. E' un fenomeno
che deve essere innanzitutto capito e poi gestito: occorre capire che
per quanto riguarda i profughi siamo di fronte alla più grande
emergenza che abbia coinvolto l'Europa dopo la fine della seconda
guerra mondiale e che il problema dei migranti d'ora in poi sarà un
processo fisiologico. Per questo è importante che tutti noi
contribuiamo a pensare questo fenomeno in maniera sincera e leale
creando nei nostri territori, nella politica, nella vita della
comunità una mentalità nuova e lungimirante.
E'
tempo che le amministrazioni locali agiscano con determinazione su
due fronti, in primis su quello dell'accoglienza: le buone prassi non
mancano, neanche nel nostro paese; buone prassi che hanno evidenziato
che anche da un fenomeno apparentemente devastante si possono
scoprire ricchezze e valorizzare competenze anche a beneficio del
paese ospitante. Secondariamente il livello locale deve avere un
ruolo di stimolo e pressione, nei confronti del Governo, affinché
questo si faccia parte attiva nel consesso europeo per trovare una
soluzione a monte e soprattutto aiuti l'Europa a dare priorità a
questi temi e non solo a componenti o fattori economici, così come
del resto auspicato dalla recente dichiarazione "Più
integrazione europea: la strada da percorrere" sottoscritta lo
scorso 14 settembre a Roma dai Presidenti delle Assemblee
parlamentari di Italia, Germania, Francia e Lussemburgo. La nostra
città ha fatto molto in questa direzione, basti pensare anche alla
recente approvazione del Consiglio degli Stranieri, vera bandiera di
democrazia ed integrazione che si concretizzerà il prossimo 14
febbraio. Vicenza infatti può e deve fare molto altro: progetti di
accoglienza che diano dignità a queste persone e che
contemporaneamente sappiano costruire relazioni e offrano visione di
futuro. Tutti noi, anche chi non ci crede, ne avremo dei benefici e
soprattutto nessuno potrà accusarci un domani di aver commesso il
reato collettivo di omissione di soccorso.
Il Consiglio direttivo
Associazione civica Vicenza Capoluogo
Associazione civica Vicenza Capoluogo
per capire meglio le "politiche internazionali" e le "cause immediate e remote all'origine dei fenomeni migratori" leggi anche:
Svolta USA sulla #Siria: alcuni retroscena
[...]
(Che i bombardamenti USA che da un anno si susseguono sulla Siria non
avessero affatto annientato le forze dello Stato Islamico [ISIS o IS
o ISIL...], anzi, ma in compenso avessero contribuito a distruggere
le infrastrutture siriane e ad aggravare la situazione dei siriani, è
stato già osservato altrove. Con l’arrivo della Turchia la
situazione si è ulteriormente aggravata. E va tenuto conto che un
milione e più di profughi erano già ammassati ai confini della
Turchia, che decide a piacere quando farli entrare – ed
eventualmente fuggire: si è parlato di passaporti siriani in
vendita in Turchia per qualche centinaio di $, basta una richiesta e
una fotografia, un giornalista olandese ha fatto la prova e ci ha
scritto un pezzo. Ultima notazione: Assad ha lamentato che i
profughi sottraggono forze all’esercito siriano oltre che alla
futura ricostruzione della Siria) [...]
Immigrazione: consapevolezza del destino comune
un intervento del nostro presidente della repubblica Mattarella.
riferimenti del Magistero:
- Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, "L'emigrazione e il lavoro" in Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 2004, nn. 297-298; 482.
- Giovanni Palo II, "Il lavoro e il problema dell'emigrazione" in Laborem exercens, 1981, n. 23.
- Paolo VI, "Diritto all'emigrazione" in Octogesima adveniens, 1971, n. 17.
- Giovanni XXIII, in "Diritto di emigrazione e di immigrazione" in Pacem in Terris, 1963, n. 12.
Iscriviti a:
Post (Atom)



