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sabato 25 marzo 2023

Negazionisti di fatto

dalla pagina https://comune-info.net/negazionisti-di-fatto/

Guido Viale 

Per molto tempo hanno negato i cambiamenti climatici, poi hanno fatto finta di niente, ora governanti e grandi imprese lanciano proclami continuando a fare come prima. Impianti con la neve artificiale, auto elettriche, Ponte sullo Stretto, alta velocità, produzione di armi per le guerre… Il negazionismo di fatto, climatico e ambientale, mentre Po e Adige sono in secca, è sempre più feroce. Abbiamo bisogno di conversione ecologica e di nuove forme di solidarietà per affrontare le crescenti difficoltà di ogni giorno. “Chi (le città e i territori) si sarà attrezzato per tempo per queste cose – scrive Guido Viale – avrà più possibilità di sostenere una vita decente e di accogliere anche le persone costrette a fuggire dal loro Paese reso invivibile forse per sempre…”

Tratta da unsplash.com

Dilaga il negazionismo climatico e ambientale. Quello concreto. Quello effettivo. Finché la disputa si svolgeva all’interno della comunità scientifica, i negazionisti – in Italia guidati prima dal professor Zichichi, “lo scienziato di Andreotti”, poi da Paolo Prodi, il fratello scemo di Romano – sono sempre stati una piccola minoranza in continua diminuzione, ancorché ben foraggiata dall’industria dei fossili. Imperversavano sui media con affermazioni perentorie che avevano poi un vago riflesso nelle rare discussioni sul tema che si svolgevano nei bar e ai giardinetti. Greta Thunberg, con il suo appeal mediatico, ha imposto una svolta ai media (certo, non tutti, provate a leggere Libero…), che da allora hanno cominciato a prendere sul serio l’argomento: mai, o quasi, comunque, in prima pagina o in apertura dei notiziari. E che “il problema” ci sia, e sia serio, ormai non lo nega quasi nessuno.

Ma da quando i primi effetti macroscopici dei cambiamenti climatici sono davanti agli occhi di tutti – gli abitanti di altri Paesi, in Africa e negli atolli del Pacifico, ne avevano dovuto prendere atto ben prima – nella psiche di governanti e governati si è insinuata una forma acuta di schizofrenia: si lanciano allarmi, si sottoscrivono impegni come quelli presi ai vertici di Parigi e di Glasgow, si varano piani faraonici: “Next generation EU”, tradotto in italiano in PNRR (190 miliardi) è nato come piano per salvare la prossima generazione (e quelle seguenti) dalla crisi climatica e ambientale.

E cosa ne hanno fatto? Alta velocità, autostrade, porti e dighe, case della salute senza né medici né infermieri (ma con molto cemento) e adesso anche il ponte sullo Stretto e altre “amenità” del genere, cioè disgrazie. Poi si è aggiunta la guerra in Ucraina, in Europa e altrove; forse in tutto il mondo. Ma per ora, come dice il papa, solo “a pezzi”. E con essa, la produzione di sempre più armi. A nessuno viene da chiedere che cosa quelle scelte, quelle produzioni, quei progetti hanno a che fare con la lotta ormai disperata e disperante per arrestare l’incombente catastrofe ambientale. Così, più si consolida la convinzione generale e generica che siamo alla vigilia di una apocalisse climatica, più si va affermando una sorta di negazionismo di fatto, che chiude gli occhi di fronte a una realtà ormai evidente e sospinge a comportarsi come se tutto dovesse continuare come prima.

I principali “negazionisti di fatto” sono i sostenitori (sia decisori che pubblico plaudente) del continuo rifornimento di armi all’Ucraina per mandare avanti quella guerra; senza porsi alcun concreto obiettivo se non la “vittoria” (ma di chi? E su chi?), purché continui la distruzione, da entrambe le parti, di vite, di edifici, di suolo, di acque, fino a fare di quel territorio quel deserto che Chernobyl non era riuscito a portare a termine. È ovvio che bombe, proiettili, razzi, cannoni, carri armati e aerei, sia usandoli che producendone di nuovi e di più, non fanno che accelerare i tempi della crisi climatica e ambientale. Eppure, tra i fautori di quella guerra a oltranza trovate molti ambientalisti nemici della caccia, sostenitori della raccolta differenziata e della salvaguardia delle balene, convinti che occorra fare subito “qualsiasi cosa” (sì, ma che cosa?) per ridurre le emissioni di gas climalteranti.

Ora al centro dell’attenzione c’è l’acqua: il Po è in secca, l’Adige anche e gran parte del resto del mondo pure. Nel PNRR non se ne parlava quasi; adesso si corre (anzi si dice che bisogna correre) a costruire desalinatori per produrre e dighe e invasi per salvare l’acqua che manca. Ma non piove e non nevica e quando c’è la pioggia arriva con tale furore che è impossibile trattenerla, assorbirla e stoccarla; mentre dissalare l’acqua di mare richiede molta energia. Chi la produrrà? Il sole e il vento o il gas e il carbone? Altro capitolo aperto.

Nessuno però dice che l’acqua che c’è si può risparmiare, intanto rifacendo canali e tubature che ne perdono il 40 per cento: se ne parla da trent’anni, ma anche il PNRR non prevede gran che in proposito. Poi recuperando negli abitati l’acqua piovana con canalizzazioni separate da quelle di fogna. Poi con un’agricoltura diversa e una riduzione degli allevamenti intensivi (consumano il 70 per cento di quel 70 per cento di tutta l’acqua disponibile che viene inghiottita da un’agricoltura industrializzata). Poi imparando a usarla meglio nella vita quotidiana. Poi… poi adoperandosi per non essere più negazionisti di fatto.

Ma i fiumi sono in secca perché ad alimentarli non ci sono più i ghiacciai. Anche in montagna non nevica, fa caldo e i ghiacciai scompaiono. A valle l’agricoltura dovrà imparare a usare meno acqua. A monte sciatori e operatori turistici dovranno imparare a fare a meno della neve. Che problema c’è? Si fa la neve artificiale. E giù a moltiplicare gli impianti, le piste, i laghetti (in concorrenza con quelli che dovrebbero far rivivere i fiumi in secca), i cannoni sparaneve. Ma sopra zero gradi neanche la neve artificiale si forma. La fanno solo in Arabia Saudita, per creare una pista nel deserto dentro un tunnel. Tra qualche anno lo sci si potrà fare solo lì. O a Pragelato (Piemonte), dove si progetta di fare un tunnel. Non sarebbe meglio imparare fin da ora a vivere in modo diverso quel che resta delle montagne?

E l’energia? Dovrebbe essere tutta rinnovabile entro il 2050, ma i nuovi impianti procedono a rilento. Intanto, sospinto dalla guerra alla Russia che lo forniva a prezzi d’affezione, va a pieno ritmo il gas. Anzi, l’Italia diventerà, ben oltre il suo bisogno (in realtà già lo è), un ”hub” del gas per tutta l’Europa. Sospinta dalla lobby del gas (in Italia, leggi Eni, il vero padrone del Paese, che passa indenne da un governo all’altro), l’Unione Europea ha deciso che il gas è una fonte energetica di transizione (ma a che cosa?). Quando gli impianti (tubi, rigassificatori e flotte gasiere) in progetto saranno pronti la crisi climatica avrà ormai superato la soglia dell’irreversibilità e quegli impianti saranno da buttare e con loro, anche la vita “agiata” a cui siamo abituati.

Ma anche in questo caso l’unica fonte energetica a cui non si pensa e non si provvede – se non con misure sporadiche e casuali quanto costose, come il “110 per cento” – è il risparmio, cioè l’efficienza in tutti i campi, che potrebbe ridurre anche del 40 per cento gli attuali fabbisogni. Invece, dietro al gas occhieggia il nucleare (anch’esso riammesso dall’Unione come fonte di transizione) che piace a Salvini perché è costoso, inutile e pericoloso come e più del Ponte sullo Stretto. Ma non se ne può fare a meno, perché di energia elettrica avremo sempre più bisogno per alimentare una flotta di 35 milioni di automobili da riconvertire all’elettrico!

Qui si apre un nuovo capitolo. Tutti (dalla Fiom a Salvini) a deplorare il fatto che l’auto elettrica contiene meno pezzi e richiede meno manodopera di quella a combustione. Nessuno a ricordare che persino l’Unione Europea ha stabilito che entro il 2050 il parco veicoli dovrà diminuire del 60 per cento. Dunque, se si rispettasse questo obiettivo a cui nessuno crede (e meno che mai i burocrati che l’hanno introdotto) la riduzione dell’occupazione nel settore dovrebbe andare ben oltre quella connessa al passaggio all’elettrico. E lo farà comunque perché la crisi climatica costringerà un numero crescente di persone ad andare a piedi (o a non spostarsi più) perché nel frattempo non saranno stati varati sistemi di trasporto pubblico o condiviso alternativi all’auto privata, elettrica o no.

D’altronde – qui hanno ragione Salvini e il branco di giornali di destra che gli fanno eco – l’auto elettrica presenta ben pochi vantaggi rispetto a quelle attuali. Consuma di meno, ma produce la stessa quantità di CO2 se l’elettricità continuerà a venir prodotta, in tutto o in parte, con i fossili; ma produce quasi la stessa quantità di inquinamento (particolato), che per l’80 per cento è generato non dagli scappamenti ma dall’attrito dei pneumatici e dei freni (e continuamente risollevato dal rotolamento delle ruote). Soprattutto ingombra quanto l’auto tradizionale, trasformando vie e piazze in parcheggi e camere a gas, devastando la socialità di strada, la vita dei bambini e degli anziani (ma anche quella degli adulti) e allontanando per sempre l’obiettivo, questo sì ecologista, della città dei 15 minuti.

Eppure l’auto elettrica, simbolo della continuità del nostro stile di vita prima e dopo la “transizione energetica” continua a essere al centro delle preoccupazione degli ecologisti: la cartina al tornasole del fatto che non hanno né capito né accettato l’idea della conversione ecologica. Sono e restano dei negazionisti di fatto. Inutile dire che un discorso analogo vale per tutti i natanti da diporto (dagli yacht di superlusso ai barchini fuoribordo, crociere comprese), nonché per tutti gli aerei privati, vero accaparramento del cielo da parte dei superricchi. Ma è il trasporto in generale, sia di merci che di passeggeri, come ha fatto notare Federico Butera a proposito del Ponte sullo Stretto, che è destinato a subire un drastico ridimensionamento: sia che si proceda in questa direzione con il progressivo potenziamento dell’economia circolare, che renderà esuberante gran parte della rete stradale, sia, com’è probabile, che ci si arrivi nel caos, per le rottura delle catene di fornitura indotte dalla crisi climatica e da tutto il disordine ”geopolitico” (leggi guerre) che ne conseguirà.

Anche sugli edifici sarebbe possibile promuovere, con l’efficienza, un risparmio energetico sostanziale, a patto che accanto agli obiettivi fissati per legge dall’Unione Europea (quelli contro cui urla la Lega di Salvini, tacciandola di essere una “patrimoniale” – non sia mai! – sulla casa) si varino a livello locale dei piani che non affidino al caso, come ha fatto il “110 per cento”, la messa a norma di qualche edificio, ma mettano invece in grado ogni proprietario, ogni condominio, ogni struttura, di disporre di un progetto organico che ne affronti tutti gli aspetti, dall’isolamento di pareti e infissi alla fornitura attraverso la costituzione di comunità energetiche, dall’efficientamento degli impianti alle regole di condotta e al finanziamento, ecc. Non succederà.

Ma che senso ha, avrebbe, promuovere la conversione energetica in un Paese solo, quando il resto del mondo (e soprattutto le economie emergenti, che ne rivendicano il diritto, perché non è a causa loro che si è arrivati a questo punto) continuerà a produrre imperterrito gas di serra e devastazioni ambientali che incidono su tutto il pianeta, noi compresi, portandolo allo stremo? Ha senso, posto che ci sia una possibilità di sopravvivere anche nelle condizioni estreme in cui ci si verrà a trovare. Perché le misure di mitigazione delle cause di alterazione del clima che il negazionismo di fatto evita accuratamente di adottare, e anche solo di volere, sono anche tutte misure di adattamento alle condizioni ostiche del “nostro comune futuro”.

Piccolo è bello: produzione e consumo di materiali, di suolo e di acqua, sprechi e produzione di scarti e rifiuti dovranno comunque ridursi drasticamente; i trasporti di merci saranno meno voluminosi e frequenti; i viaggi più impegnativi e sensati; gli impianti di generazione elettrica più differenziati e più distribuiti sul territorio; le città più compatte e gli spazi pubblici più liberi; la solidarietà più necessaria per affrontare le difficoltà di ogni giorno. Chi (le città e i territori) si sarà attrezzato per tempo per queste cose avrà più possibilità di sostenere una vita decente e di accogliere anche le persone costrette a fuggire dal loro Paese reso invivibile forse per sempre.


giovedì 14 luglio 2022

Il collasso e la nostra inerzia

dalla pagina https://comune-info.net/il-collasso-e-la-nostra-inerzia/

Raúl Zibechi 

In giugno l’European Laboratory of Political Anticipation, think tank che, da una prospettiva indipendente, prova ad analizzare e anticipare gli sviluppi economici globali ha scritto che stiamo andando verso una crisi totale di una civiltà vecchia di 500 anni. Già quest’anno potrebbe prodursi una rottura, di fronte alla paralisi dei governi, a un impoverimento generalizzato senza precedenti, a carestie e disastri “naturali”, che configurano un collasso potenziato dalla crescita insostenibile delle disuguaglianze. Il problema, sostiene Raúl Zibechi, è che la transizione verso una nuova organizzazione sistemica non è stata preparata, quindi avverrà in modo incontrollato e probabilmente molto drammatico. Ciò che lo sconcerta e preoccupa di più è però la scarsa reazione dei settori più colpiti dal collasso in corso. Al di là di qualche caso isolato, scrive, la tendenza principale è verso l’inerzia, il ritorno a una normalità che, sotto sotto, tutti e tutte sembra proprio che vogliamo. Le ragioni sono molte e diverse. Una è che le vecchie forme di azione collettiva, coniate soprattutto dal movimento operaio, sono ormai insufficienti e obsolete di fronte alle sfide attuali. Una nuova cultura politica, però, non può nascere da un giorno all’altro, anche se ci sono esperienze territoriali promettenti. Decenni di democrazia e progresso hanno anestetizzato buona parte della popolazione, che continua a credere che lo Stato o i leader politici ci salveranno o che il denaro servirà a qualcosa nei momenti estremi del collasso. Sette anni fa gli zapatisti hanno segnalato l’imminenza di una tempesta sistemica, ma pochi hanno capito l’urgenza della chiamata a organizzarsi

Foto David F. Sabadell/El Salto

Che l’umanità stia cominciando a risentire della confluenza di crisi e pandemie che configurano una situazione di caos o collasso della vita sul pianeta, sembra fuori discussione. Che le classi dominanti facciano il loro gioco per rimanere nella loro posizione di privilegio e che i politici abbiano poca intenzione di muoversi, sembra altrettanto evidente a gran parte della popolazione.

Ciò che sconcerta e provoca angoscia è la scarsa reazione dei settori più colpiti dal collasso in corso. Stiamo assistendo a manifestazioni, scioperi e persino ad alcune rivolte di natura insurrezionale, come quella che ha di recente investito l’Ecuador, ma la tendenza principale è verso l’inerzia, verso il ritorno a una normalità che, sotto sotto, tutti e tutte vogliamo. Le ragioni dell’assenza di risposte all’altezza delle sfide che abbiamo di fronte sono molto diverse. Una di queste è che le vecchie forme di azione collettiva, coniate soprattutto dal movimento operaio, sono ormai insufficienti di fronte alle sfide attuali. Una nuova cultura politica non può nascere da un giorno all’altro, anche se ci sono esperienze territoriali che sono assai promettenti.

Giorni fa l’European Laboratory of Political Anticipation [Laboratorio Europeo di Anticipazione Politica], un think tank [centro di pensiero] europeo che si dedica ad analizzare e anticipare gli sviluppi economici globali da una prospettiva europea indipendente, ha messo in guardia su alcune questioni centrali nell’editoriale del suo bollettino del mese di giugno.

La prima è che siamo stiamo andando verso una crisi totale di una civiltà vecchia di 500 anni, che ci condurrà a capofitto in un nuovo medioevo globale 2023 – 2030 : Phase terminale de l’apocalypse “ennuyeuse”». Al di là del riferimento più che discutibile a quel periodo della storia presunto oscuro, il grande problema è che la transizione verso una nuova organizzazione sistemica non è stata preparata e, quindi, non avverrà in modo controllato.

In breve, gli anni che seguono possono essere drammatici. Il Laboratorio stima che già quest’anno può prodursi una rottura, di fronte alla paralisi dei governi, alla scarsità, a un impoverimento generalizzato senza precedenti, a carestie e disastri naturali, che configurano un collasso potenziato dalla crescita insostenibile della disuguaglianza.

La seconda è la questione centrale: crisi potenzialmente terrificanti e senza precedenti storici si susseguono senza avere un impatto irreversibile sulla nostra vita quotidiana, il che diminuisce la paura e fa sì che le persone finiscano per riprendere il normale corso della loro vita. Questo problema ci interpella in pieno come movimenti e come persone anticapitaliste. Il disastro a cui stiamo assistendo ci trova impreparati ad affrontarlo. Uno svantaggio che può essere superato con organizzazioni collettive territoriali, in grado di garantire la sopravvivenza e la vita in tempi di morte e distruzione. La crisi in Ucraina ci insegna che scommettere sugli Stati, come fanno le sinistre europee, è una cattiva strada. Se non ci prepariamo a questa situazione, i danni possono essere enormi.

Come sottolinea l’editoriale citato sopra, nemmeno i grandi Stati del Nord sono in grado di arrestare il collasso. Il sistema punta quindi sulla repressione e sulla militarizzazione. Il Laboratorio ritiene che l’irresistibile tentazione di intensificare il controllo sulle masse sia ora l’unico modo per mantenere ciò che rimane del sistema. Un controllo facilitato dalle nuove tecnologie, che offrono a chi comanda una gamma di poteri senza precedenti. Quelli che stanno ai vertici dispongono di una strategia ampiamente collaudata in altre transizioni: militarismo e guerra per ridisegnare il mondo che sta collassando. È la scelta degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, ma anche della Russia e della Cina, e di qualsiasi altra grande potenza, al di là del discorso che esibiscono.

Alcuni dicono che la Cina non agisce in questo modo, ma non vogliono ricordare come Pechino ha schiacciato la protesta popolare a Hong Kong, facendo appello alla violenza della polizia e alla brutalità armata, come qualsiasi altro paese che combatte per l’egemonia.

Decenni di democrazia e progresso hanno anestetizzato una buona parte della popolazione, che continua a credere che lo Stato o i leader politici ci salveranno o che il denaro servirà a qualcosa nei momenti estremi del collasso. L’individualismo ci condanna.

Sette anni fa gli zapatisti hanno segnalato l’imminenza di una tempesta sistemica, ma pochi hanno capito l’urgenza della chiamata a organizzarsi. Contro le comunità meglio organizzate, i poteri che stanno ai vertici lanciano bande armate che i media battezzano come narcotrafficanti per dissimulare che sono la punta di diamante del capitalismo.

Il mondo che conoscevamo è scomparso; il capitalismo crollerà nello stesso modo in cui è nato: grondando sangue e fango da tutti i pori (Marx). Possiamo solo creare forme collettive di potere, poteri dal basso, per sopravvivere come popoli al collasso e al caos.


Fonte: “La inercia que nos impide reaccionar al colapso”, in La Jornada, 01/07/2022.
Traduzione a cura di Camminardomandando


lunedì 20 dicembre 2021

Come evitare lo scontro tra operai e ambientalisti

dalla pagina https://ilmanifesto.it/come-evitare-lo-scontro-tra-operai-e-ambientalisti/ 

Transizione ecologica. Un forte e determinato intervento pubblico nell’economia sul lato della domanda non è una scelta ideologica e va oltre la disputa tra neoclassici e keynesiani


Una reale transizione ecologica, ha ragione sul piano teorico Guido Viale, si può realizzare solo attraverso il coinvolgimento di tutta la società. Ma, ci domandiamo, perché la maggioranza dei cittadini dovrebbe farsi coinvolgere se questo richiede dei sacrifici, in termini di comodità, sobrietà, cambiamenti radicali negli stili di vita? Rinunciare a stare in pieno inverno con la t-shirt in casa, o tenere accesso tutto il giorno il climatizzatore nelle torride giornate estive. Perché dovrei farlo proprio io, e che cosa cambia se i miei consumi energetici o alimentari (a base di carne) diminuiscono, dato che rappresentano una quota assolutamente infinitesimale dell’impatto ambientale globale. Ma, ammettiamo pure che questo accada, che la stragrande maggioranza dei cittadini cambi stile di vita, quali ripercussioni avrà sulla crescita economica, sull’occupazione?

Partiamo da un fatto: la società dello spreco è funzionale alla crescita del Pil, ma rema contro la conversione ecologica. La società dell’obsolescenza programmata per i beni di consumo non alimentari è funzionale alla crescita economica, ma è assolutamente contro la conversione ecologica. Se, ad esempio il nostro frigorifero durasse (come avveniva fino agli anni ’70) mediamente 30-40 anni, o la nostra lavatrice/lavapiatti durasse vent’anni e non 5-8 di oggi, le imprese che lavorano in questo settore subirebbero un crollo della domanda, i lavoratori messi in cassa integrazione diventerebbero nemici della conversione ecologica se non avessero delle alternative.

Ugualmente nella filiera della plastica, dove il governo italiano, grazie anche a Renzi, si è opposto a una messa al bando dei prodotti monouso di plastica. Pensiamo solo all’industria legata all’auto tradizionale con motore a scoppio. Con il passaggio all’auto elettrica, ormai inevitabile, solo in Italia secondo stime attendibili salterebbero intorno a 170mila posti di lavoro. Non è un caso che Confindustria e sindacati dei lavoratori abbiano insieme protestato e chiesto che l’impegno preso dall’Italia per l’eliminazione delle auto tradizionali che usano combustibili fossili venga procrastinato.

Se non vogliamo un ritorno allo scontro tra classe operaia e movimenti ecologisti, come è avvenuto più volte in passato, dobbiamo immaginare un intervento pubblico che promuova una domanda alternativa. Questo significa che il governo dovrebbe avere una strategia di medio-lungo periodo, con un quadro complessivo dei settori che devono essere ristrutturati per ridurre il nostro impatto ambientale, i nuovi settori che devono essere promossi e hanno bisogno di una domanda pubblica iniziale, e infine un cronoprogramma che dichiari tempi e modalità di realizzazione. Ovviamente oggi di tutto questo non c’è niente. Si procede a tentoni e si pensa di utilizzare le risorse finanziarie del Pnrr per rilanciare le strutture economiche esistenti o ampliarle, a partire dalle infrastrutture per l’alta velocità.

Richiedere un forte e determinato intervento pubblico nell’economia sul lato della domanda non è una scelta ideologica e va oltre la disputa tra neoclassici e keynesiani. Se Keynes negli anni ’30 del secolo scorso aveva rovesciato l’approccio classico che affidava all’offerta, e quindi alle imprese private, il compito di trovare l’equilibrio macroeconomico, oggi non è più sufficiente una generica politica della domanda per tendere alla piena occupazione.

La crisi ecologica ci impone di qualificare questa domanda pubblica orientandola verso settori ad alto valore aggiunto e basso impatto ambientale. Un importante ruolo potranno giocare gli investimenti nella cura del territorio, nella ricerca teorica e applicata, nell’economia circolare, nei materiali ecosostenibili, nella cultura (questa reietta, ultima ruota del carro di tutti i governi), nell’elevare il livello medio di istruzione, nella telemedicina, nella sanità territorializzata, ecc.

Un grande sforzo andrà fatto per trasformare l’agro-industria e zootecnia, dove gli allevamenti intensivi andranno aboliti, senza fare aumentare sensibilmente il costo degli alimenti. Per questo non si può lasciare che il libero gioco della domanda e dell’offerta trovi un nuovo equilibrio, ma trasformare la struttura del mercato agro-alimentare con un ridimensionamento del ruolo della grande distribuzione a favore di filiere corte e un’alleanza, che già esiste in tanti rivoli territoriali, tra consumatori e aziende agricole.

La transizione ecologica se presa sul serio è una sfida gigantesca che non può essere gestita da nani, ma richiede la presa di coscienza della maggioranza della popolazione insieme a un governo che faccia una scelta coraggiosa e coerente in questa direzione.

 

mercoledì 11 agosto 2021

Il legame tra sprechi alimentari e allevamenti: nuovo report

dalla pagina https://www.essereanimali.org/2021/08/report-spreco-alimentare-allevamenti-animali/

Maria Mancuso

Secondo l’ultimo report del WWF la carne e i prodotti animali sprecati ogni anno a causa degli allevamenti equivalgono a 153 milioni di tonnellate. Un enorme problema etico e ambientale.

Quando si parla di spreco alimentare poca importanza viene data a quello che si registra prima che i prodotti vengano messi in vendita, vale a dire quando si trovano ancora nell’azienda agricola o nell’allevamento. Eppure è qui che si concentrano le perdite maggiori. 

Secondo The global impact of food loss and waste on farms, un recente report del WWF, in Europa e Nord America lo spreco di cibo nelle aziende agricole e negli allevamenti superano di gran lunga quello che avviene in casa. Andando più nello specifico: 1,2 miliardi di tonnellate di cibo viene sprecato prima di lasciare l’azienda, contro le 931 milioni di tonnellate sprecate dalla vendita al dettaglio, dai servizi di ristorazione e dalle famiglie. Quantità sufficienti per sfamare ben quattro volte tutte le 870 milioni di persone denutrite nel mondo.

Il volume e il valore dello spreco globale di cibo. © WWF

Impronta carbonica, idrica e altre problematiche causate dagli sprechi

L’impronta carbonica complessiva degli sprechi alimentari nella fase agricola è di 2.2 gigatonnellate di CO2: circa il 4% di tutte le emissioni di gas serra antropiche (GHG) e il 16% delle emissioni agricole. Questo equivale alle emissioni del 75% di tutte le auto guidate negli Stati Uniti e in Europa in un anno.

Come spiega lo studio, l’allevamento e l’agricoltura, inclusa quindi anche la produzione di mangime destinato agli allevamenti intensivi, sono responsabili del 30% di tutte le emissioni di gas serra di origine antropica e dell’80% della deforestazione. La produzione alimentare comporta il disboscamento di vaste aree di terreno, contribuendo alla perdita di biodiversità, all’estinzione di specie animali e al degrado del suolo. Attualmente il suolo fertile viene perso fino a cento volte più velocemente di quanto non venga prodotto, e questo fa diminuire i raccolti, aumentando la pressione per convertire più terra in terreni agricoli. 

La carne e i prodotti animali hanno un’impronta idrica molto elevata che deriva dalle colture destinate agli animali e dall’acqua che gli animali devono bere durante la loro vita. Lo spreco di fonti idriche dipende soprattutto dal latte, che costituisce oltre l’80% del totale delle perdite dovute a carne e prodotti animali. Quasi l’80% dello spreco di latte ha luogo nel sud e sud-est asiatico e l’8% in Europa. La carne suina costituisce l’8% del totale, di cui circa la metà proviene dall’Asia industrializzata.

Emissioni di gas serra per ogni prodotto. © WWF

Il caso del pollo broiler

Ma in cosa consistono questi sprechi nello specifico? Un esempio è l’alta mortalità degli animali all’interno degli stabilimenti dovuta alle condizioni di vita, ma anche alla genetica stessa degli animali. Facciamo l’esempio del pollo.

Nella storia recente abbiamo visto un enorme aumento del consumo di pollo a livello globale. Per far fronte a questa domanda si è iniziato ad allevare il pollo “broiler”, un ibrido il cui tasso di crescita è superiore del 400% rispetto al suo predecessore allevato negli anni ‘50. Questo animale è stato ibridato per avere un petto enorme, anche se questo comporta gravi problemi di salute, come l’incapacità di reggersi sulle zampe, che spesso ne causano la morte.

Anche i bassi standard di vita degli animali, gli incidenti, i guasti alle apparecchiature e i problemi di benessere, le condizioni di trasporto contribuiscono alla loro morte e, usando le parole del report, a “sprechi ingenti”. Ma non solo, anche i focolai di malattie, come l’influenza aviaria, hanno causato negli anni livelli catastrofici di avicoli morti negli allevamenti.

Inoltre, anche il mangime di per sé può essere considerato uno spreco, perché quello stesso cibo è molto spesso adatto al consumo umano: parliamo di soia, avena, mais che potrebbero essere consumati direttamente dalle persone. L’industria del pollo è quella che consuma più mangimi vegetali in Asia, Europa e Nord America: nel 2009 ne ha consumato il 41,5% a livello globale.

A causa della loro genetica, i polli broiler sono soggetti a deformazioni e difficoltà nei movimenti, malattie cardiovascolari e respiratorie, anemie e difese immunitarie deboli. © Essere Animali

Per il bene di tutti: bisogna cambiare

Secondo il WWF, il benessere degli animali non è solo una questione etica, è anche una necessità ambientale. Difatti la produzione animale ha un enorme impatto anche sul Pianeta: la distruzione degli habitat — dovuta ad esempio alla produzione di soia come mangime o alla conversione di foreste in pascoli —, la persecuzione dei predatori degli animali allevati, il degrado dell’ambiente dovuto al pascolo eccessivo, nonché l’inquinamento derivante sia direttamente dagli animali che quello dovuto alla cattiva gestione del letame, sono tutti elementi che rappresentano un’ulteriore minaccia alla biodiversità.

Quando il cibo viene sprecato, lo sono anche tutte le emissioni associate alla produzione agricola, la crescita delle colture o degli animali, la raccolta e la lavorazione — senza parlare del suo smaltimento, che provoca emissioni aggiuntive.

È ora di cambiare il nostro sistema alimentare, basato sulla sofferenza degli animali e che parte agente nella distruzione del Pianeta. Togli la crudeltà dal tuo piatto, scegli un’alimentazione vegetale.

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martedì 3 agosto 2021

L’alibi dello sviluppo sostenibile

dalla pagina https://comune-info.net/lalibi-dello-sviluppo-sostenibile/

Guido Viale

L’idea che sia possibile mantenere e far crescere produzioni e consumi in modo “sostenibile”, con fonti energetiche e risorse rinnovabili – impedisce agli abitanti della Terra di vedere l’abisso: lo “stato di avanzamento” della crisi; la radicalità dei cambiamenti che impone; l’irreversibilità ormai raggiunta in molti campi: i ghiacciai e le calotte polari che si sciolgono; l’acqua dolce a disposizione, sempre meno; l’innalzamento dei mari non può essere fermato; la desertificazione di molte terre neppure; lo scioglimento del permafrost che accelera l’effetto serra. Si apre su due fronti – stili di vita e occupazione – un conflitto il cui esito non può essere delegato a un ministro: vanno contenuti i consumi superflui o quelli più necessari? Quelli che generano profitto per pochi o quelli che garantiscono vite decenti alla maggioranza? E soprattutto, si possono sostenere delle produzioni, non perché mettono capo a consumi necessari, ma solo perché generano occupazione?

Foto di JackieLou DL da Pixabay

La crisi climatica e quella ambientale (incendi e alluvioni) hanno trovato finalmente accesso ai giornali e ai servizi radio e Tv. Contro queste crisi l’Europa è corsa ai ripari: con il NextGenerationEU; l’Italia, con il PNRR; gli Stati uniti di Biden, con il rientro nell’accordo di Parigi; la Cina con piani che sfidano gli Usa.

Ma sono mancati ovunque informazione e confronto per coinvolgere produttori, consumatori, portatori di conoscenze, esperienze e capacità, tutte cose senza le quali è impensabile impostare e poi realizzare una svolta adeguata. Perché le cose da fare – e soprattutto quelle da non fare più – sono molte di più di ciò che i governi sono in grado di mettere in moto.

L’alibi dello “sviluppo sostenibile” – l’idea che sia possibile mantenere e far crescere produzioni e consumi in modo “sostenibile”, con fonti energetiche e risorse rinnovabili – impedisce agli abitanti della Terra di vedere l’abisso: lo “stato di avanzamento” della crisi; la radicalità dei cambiamenti che impone; l’irreversibilità ormai raggiunta in molti campi: i ghiacciai e le calotte polari che si sciolgono; l’acqua dolce a disposizione, sempre meno; l’innalzamento dei mari non può essere fermato; la desertificazione di molte terre neppure; lo scioglimento del permafrost che accelera l’effetto serra.

Contenere la temperatura mondiale sotto i 2°C è ormai una chimera (figurarsi 1,5!), ma va perseguito lo stesso senza remore. Perché molte delle misure di “mitigazione” della crisi climatica servono anche per “l’adattamento” alle condizioni molto più ostiche in cui si troveranno a vivere le future generazioni: un obiettivo che non può che tradursi in una “deglobalizzazione” (Walden Bello) guidata verso comunità il più possibile economicamente autonome. E’ in queste decisioni che cittadine e cittadini devono essere coinvolti. Ora.

Carbone, petrolio e gas vanno lasciati sottoterra; l’economia deve funzionare solo con fonti rinnovabili: con un’impiantistica diffusa a livello locale, in comunità più o meno estese, senza il gigantismo dell’economia fossile (pozzi, miniere, oleodotti e gasdotti, flotte e convogli, impianti di termogenerazione e raffinazione, ecc.) che la turbolenza climatica e le crisi sociali mettono sempre più a rischio; e senza le guerre (e gli armamenti) scatenate per accaparrarsi fonti energetiche inegualmente distribuite nel pianeta, e il cui concorso alle emissioni climalteranti non viene peraltro computato negli Indc.

L’efficienza è fondamentale, ma da sola non basta a sostenere una economia votata alla “crescita”. Consumi di energia e materiali dovranno essere ridotti all’essenziale, attingendo i secondi, per quanto possibile, da risorse rinnovabili e dal riciclo di prodotti scartati, dando spazio a manutenzione e riparazione dei beni durevoli. Ciò non può che riflettersi in un’altrettanta drastica riduzione dei consumi.


Qui si apre su due fronti – quello degli stili di vita e quello dell’occupazione – un conflitto il cui esito non può essere delegato a un ministro: vanno contenuti i consumi superflui (che oggi alimentano larga parte della domanda che sostiene l’economia) o quelli più necessari? Quelli che generano profitto per pochi o quelli che garantiscono vite decenti alla maggioranza? E soprattutto, si possono sostenere delle produzioni, non perché mettono capo a consumi necessari, ma solo perché generano occupazione? Luca Mercalli ha sollevato il problema a proposito dell’intento del ministro Cingolani di salvaguardare la cosiddetta motorvalley, il cui epicentro è la produzione di auto da corsa e di superlusso.

Scendendo di livello, l’auto condivisa per tutti forse sarà ancora praticabile, come complemento di un trasporto pubblico potenziato ed efficiente; ma l’auto individuale, ancorché elettrica e di modeste dimensioni, no. Se non si investe ora su questa prospettiva le comunità di domani si ritroveranno immobilizzate (e la bici non basterà certo a risolvere il problema).

Le conseguenze occupazionali sono pesanti – in parte lo si vede già ora – e la ricollocazione degli “esuberi” a nuove occupazioni richiede tempo e, sicuramente, riduzioni generali dell’orario di lavoro. Di un reddito alternativo c’è invece bisogno subito.

Il cibo dovrà essere prodotto il più vicino possibile a dove viene consumato, con un’agricoltura ecologica, di prossimità, multifunzionale, restituendo a bosco, foreste e riassetto idrogeologico gran parte del territorio oggi impegnato per gli allevamenti. Bisogna consumare molta meno carne.

Si ridimensionerà da sé, per i costi, la paura del contagio, il rischio di rimanere bloccati lontano da casa, la sostituzione con collegamenti on-line, il turismo, soprattutto quello transnazionale: vacanziero, di affari, sportivo, culturale, politico e persino religioso.

La misera fine delle Olimpiadi di Tokyo (che anticipa quella delle Olimpiadi invernali del 2026) è un campanello di allarme.

Ma il turismo alimenta milioni di imprese da cui dipende la vita di miliardi di persone. E, ma poi viene “il bello”, per molti le vacanze rappresentano l’unica compensazione alla sofferenza di dover lavorare tutto il resto dell’anno. E non vogliamo discuterne?


domenica 16 maggio 2021

19 maggio, "Il voto nel portafoglio, consum-attori quotidiani"

Cari amici e care amiche, 

Allego la nuova locandina per la videoconferenza su "Il Voto nel portafoglio" con Francesco Gesualdi che é stata rimandata* a mercoledì 19 maggio a causa dei disturbatori. Seguiteci sulla diretta facebook

Un abbraccio. 

Adriano Sella

Associazione Gocce di Giustizia

(*) Il 6 maggio la videoconferenza è stata attaccata pesantemente da disturbatori con parolacce, bestemmie, insulti e video porno, fino al momento in cui è stata sospesa.


domenica 2 maggio 2021

6 maggio, "Il voto nel portafoglio, consum-attori quotidiani"

Care amiche e Cari amici, 

Vi faccio un invito caloroso per partecipare alla videoconferenza di giovedì 6 maggio alle ore 20.30 sul tema "Il voto nel portafoglio, consum-attori quotidiani" con il relatore Francesco Gesualdi del Centro Nuovo Modello di Sviluppo; ci sarà anche la presentazione della nuova edizione della Miniguida al consumo critico

Vi aspetto sulla piattaforma google meet

Adriano Sella

Associazione Gocce di Giustizia

meet.google.com/ygx-yhqu-umv


giovedì 10 settembre 2020

TerraFutura: il Papa dialoga sull’ecologia integrale con Petrini di "Slow food"

dalla pagina https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2020-09/papa-francesco-carlo-petrini-libro-terrafutura-laudato-si-creato.html

Negli incontri con il gastronomo-scrittore, Francesco racconta la sua “conversione ecologica”: dall'incomprensione, ad Aparecida 2007, per l’insistenza dei vescovi brasiliani in difesa dell’Amazzonia, fino alla preparazione dell’Enciclica “Laudato si’”. Bisogna cambiare in fretta i nostri paradigmi, spiega, “se vogliamo avere un futuro”

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

Un Papa, come Francesco, che da cardinale non capiva “la forza con cui i vescovi brasiliani parlavano dei grandi problemi dell’Amazzonia” nella conferenza di Aparecida, né che cosa c’entrasse col suo ruolo di vescovo “la salute del polmone verde del mondo”. E un agnostico, ex comunista e gastronomo, come Carlo Petrini, fondatore di “Slow food”. Uniti entrambi dalle comuni radici piemontesi. Dal loro incontro  nasce “TerraFutura. Dialoghi con Papa Francesco sull’ecologia integrale”, libro in uscita il 9 settembre che Petrini, anche promotore della rete internazionale ecologista “Terra Madre”, pubblica con Giunti-Slow Food Editore.

Il Papa oggi 83.enne, padre e nonno materno astigiani, e il 71.enne gastronomo e scrittore della cuneese Bra, amico del vescovo di Rieti Domenico Pompili - col quale ha creato le Comunità Laudato si’ per “dare gambe” a quanto proposto da Francesco nella sua Enciclica - si sono incontrati la prima volta proprio insieme a monsignor Pompili.

Petrini colpito dal primo viaggio a Lampedusa

Il vescovo, che firma la prefazione, ricorda che Francesco e "Carlin" (così Petrini è più conosciuto), “sono interessati alla Terra e al suo futuro” e che dal loro confronto emergono le vie “per una ecologia che cessi di essere una bandiera e diventi una scelta”. Il punto di partenza è il pensiero di Papa Francesco, che colpisce l’agnostico Petrini fin dalla scelta di compiere il primo viaggio da Pontefice a Lampedusa, “in segno di solidarietà con i migranti”.

Genesi della Laudato si’

Nel primo dialogo, il 30 maggio 2018, a tre anni dalla pubblicazione dell’Enciclica, che l’ospite Carlo definisce di “potenza straordinaria”, che “ha cambiato lo scenario del discorso ecologico e sociale”, Francesco parla della genesi della Laudato si’. Ricorda che è frutto del lavoro di tante persone, scienziati, teologi e filosofi, che “mi hanno aiutato molto a fare chiarezza”, e che con il loro materiale ha lavorato “alla composizione finale del testo”.

L'attesa della ministra Ségolené

E spiega di aver capito per la prima volta “la centralità” del documento e “la sua importanza per i temi che toccava”, a fine novembre del 2014, incontrando all’arrivo a Strasburgo, per la sua visita al Parlamento europeo, l’allora ministra dell’ambiente francese Ségòlene Royal. Che, racconta il Papa, manifestava “molto interesse” per il testo, di cui si conosceva solo il riferimento “ai temi della casa comune e della giustizia sociale”. “E’ importantissimo”, disse la ministra al Pontefice, predicendo che sarebbe stato “di grande impatto, lo aspettiamo in molti”.

Si aspettava una voce forte, ora penso sia accettata

Fino ad allora, confessa Papa Francesco a Petrini, “non sapevo che avrebbe fatto tanto scalpore”.

Lì mi sono reso conto che l’attesa cresceva e che ci si aspettava una voce forte in questa direzione. Poi è andata bene: dopo la sua uscita, ho visto che la maggioranza della gente, di quelli che hanno a cuore il bene dell’umanità, l’ha letta e apprezzata, la utilizza, la commenta, la cita. Penso sia stata quasi universalmente accettata.

La “conversione ecologica” di Jorge Mario Bergoglio

A Carlo che gli chiede conferma del fatto che la sua attenzione ai temi dell’ambiente “è maturata nel tempo”, Francesco confida che “è stato un percorso lungo”, iniziato nel 2007 ad Aparecida, in Brasile, dove da cardinale arcivescovo di Buenos Aires era presidente della Commissione di redazione del documento finale della V Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano e dei Caraibi. Ricorda bene “di aver provato fastidio” per l’atteggiamento dei vescovi brasiliani che in ogni occasione “parlavano dei grandi problemi dell’Amazzonia”, delle loro “implicazioni ambientali e sociali”, e “non capiva questa urgenza e insistenza”. Eppure arrivavano sollecitazioni continue, anche da colombiani ed ecuadoriani, per inserire questi temi nel documento finale. Da allora, commenta il Pontefice, “molto tempo è passato, e io ho cambiato completamente la percezione del problema ambientale”.

“All’inizio non comprendevo nemmeno io questi temi. Poi, quando mi sono messo a studiare ho preso coscienza, ho tolto il velo. Penso sia giusto lasciare a tutti il tempo di capire. Nello stesso tempo però bisogna anche fare in fretta a cambiare i nostri paradigmi, se vogliamo avere un futuro.”

Un’Enciclica per tutti

Se Petrin fa notare che trova ancora difficoltà nel costruire ponti di dialogo tra il mondo “credente” e quello “laico”, Francesco sottolinea che “la Laudato si’ è un punto comune di ambedue le parti, perché è stata scritta per tutti”. Il dialogo, ribatte il gastronomo-scrittore, “non è un’opzione morale”, ma “un metodo vero e proprio”. E il Papa aggiunge che “è un metodo prima di tutto umano”. Non si tratta, ribadisce, “di appiattire le differenze e i conflitti, ma al contrario di esaltarle e nello stesso tempo superarle per un bene superiore”.

Cambiare noi per primi

Nella lettura dell’Enciclica, il fondatore di “Slow food” è rimasto affascinato dal valore dato alle “buone pratiche individuali” nel “generare cambiamenti virtuosi”. Il cambiamento parte da noi, conferma Francesco, ricordando che “il vizio del parroco è spegnere la luce, sempre”, perché deve “custodire le offerte per poterle poi utilizzare in beneficenza”. E invece, fa notare, la terza voce di spesa delle famiglie del mondo, dopo cibo e vestiario, è la cura del corpo, della bellezza e la chirurgia estetica, e la quarta gli animali domestici. “Non compare l’educazione”, lamenta, e così “è difficile parlare di un nuovo approccio ecologico e di una nuova armonia con l’ambiente”.

No all’egoismo di chiedere troppo alla Terra

Per stimolare gli uomini ad agire in prima persona per il cambiamento, il Pontefice cerca le parole giuste:

Va combattuto l’egoismo, il pensiero per cui io sfrutto la Madre Terra perché la Madre Terra è grande e deve darmi quello che io voglio, punto. È un pensiero del tutto malato, non potrà che portarci al collasso.

Non è un’Enciclica ambientalista, ma sociale

E’ qui che Papa Francesco torna sul concetto di ecologia integrale, per spiegare che “la Laudato si’ non è un’enciclica verde, non è un testo ambientalista. È piuttosto un’enciclica sociale”. Perché noi uomini, “siamo i primi a far parte dell’ecologia”, uomo e ambiente non sono separabili.

Biodiversità è pregare Dio con la propria cultura

L’ospite gli ricorda anche il grande valore che l’Enciclica dà alla biodiversità, e il Papa chiarisce che “è il patrimonio che ci consente di vivere su questo pianeta”, una ricchezza inestimabile, “ma noi con il nostro modello produttivo ed economico, la distruggiamo come se non ci interessasse”. Giacimento di biodiversità è l’Amazzonia: a Carlo che gli rammenta il discorso pronunciato a Puerto Maldonado e il valore riconosciuto alla spiritualità e alla cultura dei popoli indigeni, Francesco parla di “inculturazione”.

Noi possiamo pregare tutti alla stessa maniera, ma questo distrugge la biodiversità umana, che è anzitutto culturale. No! Ognuno preghi secondo la propria cultura! E celebri i sacramenti secondo la propria cultura: nella Chiesa ci sono più di venticinque riti liturgici differenti, che sono nati in culture diverse.

Portare il Vangelo nel mondo significa inculturarlo

Il Pontefice ricorda le critiche ricevute dalla sua affermazione “abbiamo bisogno di una Chiesa Amazzonica” e poi quelle scandalizzate dei teologi romani a Matteo Ricci, il missionario gesuita che voleva “inculturare” il Vangelo in Cina, “accettando anche qualche rituale cinese”.  “La Chiesa non lo capì – spiega con disappunto – chiudendo di fatto le porte al Vangelo in Cina”.

“Benedetto XVI, un rivoluzionario”

Il primo dialogo si chiude con Carlo Petrini che elogia i Missionari della Consolata e la loro testimonianza del Vangelo attraverso un ospedale per gli Indios Yanomani, nell’Amazzonia brasiliana, senza fare proselitismo, e Papa Francesco che ricorda come sia stato Benedetto XVI, ad Aparecida, ad affermare che “la Chiesa cresce non per proselitismo ma per attrazione, cioè per testimonianza”, condannando così il proselitismo.

Perciò mi arrabbio quando dicono che Benedetto è un conservatore, Benedetto è stato un rivoluzionario! In tante cose che ha fatto, in tante cose che ha detto, è stato un rivoluzionario.

Verso il Sinodo panamazzonico

Il secondo incontro avviene il 2 luglio 2019, quando mancano tre mesi al Sinodo dei vescovi per l’Amazzonia. Il padre di “Slow food”, che il quella occasione riceverà l’invito a partecipare all’assemblea come uditore, chiede al Papa cosa si aspetti, e Francesco risponde: “Che abbia un impatto dirompente”. Perché “c’è bisogno di accendere discussioni fertili e proficue”, “di mettere in circolo energie e idee”. Smentisce che sia organizzato per “consentire ai preti amazzonici di sposarsi”. Vescovi ed esperti di tutto il mondo, e rappresentanti dell’Amazzonia, spiega, si confronteranno “sui grandi temi dei nostri giorni”: “ambiente, biodiversità, inculturazione, rapporti sociali, migrazioni, equità e uguaglianza”. Il Pontefice rivela di aver voluto “invitare anche qualche prete e vescovo un po’ conservatore”, perché “se non ci sono opinioni diverse il dibattito è sterile e si rischia di non fare alcun passo avanti”. C’è bisogno, spiega, “del pensiero e delle risorse di tutti”.

Non basta l’ambientalismo, serve giustizia sociale

I grandi temi da discutere, ricorda Papa Francesco, sono tutti affrontati nella Laudato si’

Non si tratta di ambientalismo, che per quanto nobile non è sufficiente. Qui stiamo parlando di quale modello di convivenza e di futuro abbiamo e di come costruirlo: in gioco c’è l’enorme questione della giustizia sociale che ancora oggi, nel mondo interconnesso e apparentemente prospero in cui viviamo, è ben lontana dall’essere realizzata.

Greta e la mobilitazione dei giovani, “anche per il presente”

Petrini, promotore di “Terra Madre”, rete ecologista “di contadini, pescatori, artigiani, cuochi, ricercatori, indigeni, pastori”, chiede al Papa come vede il movimento dei giovani nato dalla ragazzina svedese Greta Thunberg. Francesco approva, e cita gli slogan dei giovani, come “il futuro è nostro e non vostro”. Gli interessa poco sapere se Greta sia “spinta da altri”: se il suo attivismo consente a milioni di giovani di mobilitarsi “non c’è che da gioire”. “Mi interessa la reazione dei ragazzi – chiarisce – oltre che il futuro, loro devono prendersi il presente”.

Loro sono coscienti che questa civiltà e questo modello stanno lasciando loro solo le briciole e che se non agiscono ora in prima persona rischiano di trovarsi nei guai.

No al populismo, che usa gli istinti di chi è in difficoltà

Il dialogo si sposta sulle accuse di “buonismo” rivolte a Papa Francesco per il suo impegno su accoglienza e integrazione dei migranti. Il Papa cita don Chisciotte di Cervantes e spiega che “non bisogna rispondere né lasciarsi intimidire, perché gli attacchi sono il segnale che si sta facendo la cosa giusta”. A chi dice che “sto perdendo la rotta perché ho accolto i rom in Vaticano”, chiede: “Ma questa chiusura dove porta, che cosa ci aspetta? Viviamo in un’Europa che non fa più figli, che si chiude violentemente all’immigrazione e si dimentica della sua storia fatta di migrazioni durate secoli”.

“In questi tempi vanno forte i populismi, che sono la strada più comoda per non far emergere il popolarismo, l’anima vera del popolo. Il populismo non c’entra nulla col popolo, al contrario ne opprime l’anima, ne ingabbia lo spirito più positivo e nobile. (…) Il populismo lavora sul popolo ma senza il popolo, usa gli istinti delle persone in difficoltà indicando un nemico da combattere esclusivamente per un tornaconto di potere.”

L’egoismo anti-migranti respinto con carità e gentilezza

Da dove viene allora, chiede Petrini, questo nuovo rigurgito di razzismo anche verso giovani atleti, figli di migranti, con insulti e diffidenza? Non siamo più capaci di empatia e vicinanza? Per Papa Francesco è una tendenza momentanea, ma comunque preoccupante…

Una corrente di egoismo che fa male e va respinta con la carità e la gentilezza. (…) Oggi le priorità sono cambiate. Vogliamo prima viaggiare, vogliamo comprarci la casa, dobbiamo fare altre cose che nella cultura di oggi sono più importanti e hanno la precedenza. (…)  Che cosa ci aspetta in futuro? Senza figli e senza migrazioni che cosa ci aspetta?

La globalizzazione buona è poliedrica e salva le identità

Eppure, prosegue il Pontefice, in Italia sono spesso le donne filippine, bambinaie e governanti, “quelle che trasmettono la fede e la mantengono viva” con l’esempio. Una diversità che va mantenuta, allora. Papa Francesco ribadisce la sua contrarietà a quella che chiama “globalizzazione sferica”.

La globalizzazione è buona se è poliedrica, cioè se ogni popolo è unico e mantiene la propria identità. Appiattire le differenze fa solo male e non serve a nulla, è una gigantesca perdita per tutti.

Il cibo, costruttore di ponti e amicizie

Petrini sposta l’attenzione sul cibo, “strumento per la costruzione di ponti”, e Francesco ricorda che per creare un rapporto di amicizia “bisogna mangiare insieme molte volte”, perché il mangiare, se non si spettacolarizza l’atto e non si mette al centro il cibo per il cibo, ma la relazione tra le persone, “fa da tramite di valori e culture”. Segue uno scambio di battute sul matrimonio tra cucina piemontese e argentina nella famiglia Bergoglio negli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso, con Jorge Mario adolescente, che mescolava cappelletti e asado, e poi bagna cauda e tanta polenta.

Chiesa e piacere: un bene che viene da Dio

A favore di un piacere del cibo che “non è abbondanza ma morigeratezza”, l’agnostico ospite stuzzica il Pontefice sostenendo che “la Chiesa cattolica ha sempre un po’ mortificato il piacere, come se fosse qualcosa da evitare”. Papa Francesco non è d’accordo, e ricorda che la Chiesa ha condannato “il piacere inumano, volgare”, ma ha accettato quello “umano, sobrio”.

Il piacere arriva direttamente da Dio, non è cattolico né cristiano né altro, è semplicemente divino. Il piacere di mangiare serve per far sì che mangiando ci si mantenga in buona salute, così come il piacere sessuale è fatto per rendere più bello l’amore e garantire la prosecuzione della specie.

Dal cibo al cinema: il pranzo di Babette

Dal cibo al cinema il “trait d’union” è “Il pranzo di Babette”, film amato da entrambi. “E’ uno dei più belli che abbia visto” conferma il Papa, “un inno alla carità cristiana, all’amore”, che “riesce a far percepire quel piacere divino troppo a lungo erroneamente soffocato”. “Sono un appassionato” di cinema, confida, e ricorda che da ragazzo è cresciuto a neorealismo italiano, tre pellicole alla volta viste con la famiglia.

Riflessioni sulla pandemia

L’ultimo incontro a Casa Santa Marta tra Papa Francesco e Carlo Petrini è del 9 luglio di questo 2020, e dal Sinodo panamazzonico si passa alla pandemia di Covid-19. Il gastronomo-scrittore parla della sua partecipazione all’assemblea dei vescovi come di “un’esperienza straordinaria”. “Ho visto una Chiesa diversa da come me la immaginavo: una Chiesa coi piedi per terra, molto viva”. Ma ad un’umanità prostrata da questa emergenza sanitaria, aggiunge, servono ora parole di speranza. E il Papa ricorda che l’umanità è “calpestata da questo virus e da tanti virus che noi abbiamo fatto crescere”, “virus ingiusti: un’economia di mercato selvaggia, un’ingiustizia sociale violenta”.

Una nuova economia, nuovo protagonismo dei popoli

Per trovare speranza, per uscire migliori da questa crisi, guardiamo alle periferie, è il suo invito, “dove si gioca il futuro”. Decentrandosi. Per Francesco ora serve…

Una politica che dica mai a un’economia selvaggia di mercato, mai alla mistica delle finanze a cui non ci si può aggrappare perché sono aria. Un nuovo modo di intendere l’economia, un nuovo protagonismo dei popoli.

E’ cresciuta la coscienza della Laudato si’

Si torna a parlare della Laudato si’, con Petrini convinto che con questo “sconquasso” l’Enciclica “è ancora più attuale di prima”. Sì, conferma il Pontefice, “è cresciuta la coscienza della Laudato si’'". I pescatori di San Benedetto del Tronto che l’anno scorso “mi hanno detto” di aver raccolto in mare “sei tonnellate di plastica in una sola barca”, ricorda, “hanno preso coscienza e hanno capito che dovevano pulire il mare”. E ai petrolieri ricevuti nel 2019 che gli spiegavano che se si mette da parte ora il petrolio “ci sarà una seconda crisi” degli anni Trenta, risponde che è vero, ma “ci vuole la saggezza di fare le cose lentamente, senza togliere il lavoro. Perché il lavoro è come l’aria della nostra cultura, senza il lavoro l’uomo diminuisce...”

Tempo di cambiare

L’ospite gli ricorda che se tutti “auspicano un cambiamento”, dopo la pandemia, purtroppo invece si tende a tornare “agli stessi valori di prima”.

“E’ vero che alcuni stanno lavorando a questo ritorno. Ma noi dobbiamo preparare altro! L’alternativa! E vincere con questa alternativa. (…) Sì, perché in molti si stanno preparando con tre pennellate di vernice per dire poi «Ah, tutto è cambiato!», ma invece niente è cambiato.”

Il Concilio da accettare e la "Teologia della Prosperità"

Il fondatore di “Slow food” sposta l’attenzione sui grandi profeti italiani del secolo scorso, da don Milani a don Mazzolari, da don Tonino Bello ad Arturo Paoli, che “adesso, per fortuna – commenta Papa Francesco - vengono recuperati”, anche grazie al Concilio Vaticano II. Che, lamenta, “non è stato ancora accettato cinquant’anni dopo, da tanta gente che cerca di andare indietro”. Siamo a metà strada, le reazioni più forti, spiega, vengono “da una concezione del liberalismo economico”, simile a quello “del Cristianesimo della Teologia della Prosperità. Quella non è la strada. Anzi, la strada è quella della Teologia della Povertà!”

Vecchi con i giovani, i genitori di oggi sono deboli

Francesco giustifica il suo insistere tanto sul “dialogo fra i vecchi e i giovani” con il fatto che “la generazione dei genitori di oggi”, “con questa cultura del benessere, ha perso la memoria delle radici, ma i vecchi ce l’hanno ancora”. Se questi genitori sono indeboliti da “benessere e consumismo”, alla scuola e all’università spetta il compito di “riprendere i tre linguaggi umani: quello della mente, quello del cuore e quello delle mani. Ma in armonia!”. Altrimenti “formerà tecnici che forse con lo sviluppo saranno sostituiti dall’intelligenza artificiale che non ha cuore e non sa accarezzare”.

L’uomo maturo è quello che gioca coi figli

La chiusura è dedicata ancora all’educazione. Il Pontefice ricorda che un suo “grande professore di filosofia” diceva che “se un uomo non sa giocare con i bambini, non è maturo”. E che lui, da confessore, domandava sempre ai genitori: “Ma lei gioca con i suoi figli?”.

E’ quella, la vera poesia! Se un papà non è poeta, non saprà educare bene il figlio, ma con questa poesia della gratuità, sì.