martedì 15 maggio 2018

“Il reddito di cittadinanza rende più poveri È solo assistenzialismo che
nega la dignità”

intervista a Muhammad Yunus, a cura di Francesco Sforza

in “La Stampa” del 13 maggio 2018

Zero povertà, zero disoccupazione, zero inquinamento. È questo il «Mondo a tre zeri» che
l’economista bengalese Muhammad Yunus vorrebbe contribuire a edificare e che per adesso è il
titolo del suo ultimo libro, realizzato insieme allo scrittore Karl Weber e pubblicato in Italia da
Feltrinelli. Il premio Nobel per la Pace inizierà il suo tour italiano a Torino, giovedì prossimo, al
Grattacielo Intesa San Paolo, per poi continuare a raccontare il mondo che vorrebbe a Milano, alla
Fondazione Feltrinelli e poi a Roma, sabato, al Maxxi. Lo abbiamo raggiunto tra una conferenza e
l’altra in giro per l’Europa.
Yunus, qual è la sua impressione quando viene in Europa?
«Mi piace la consapevolezza che c’è qui per la sicurezza dei cittadini, e mi piace il fatto che la
società si senta responsabile per quelli che sono tagliati fuori, anche se poi non sempre riesce a
includerli. Mi piace la preoccupazione per i diritti umani, per il ruolo della legge e soprattutto per la
costruzione di leggi, per il percorso che porta a formarle. Sì, mi piace molto, sono cose che a noi
dell’Est mancano».
Qual è secondo lei la lezione che in questo momento può venire dall’Asia all’Europa?
«L’Asia avrebbe bisogno di molte cose che in Europa ci sono e ci sono da tanto tempo, ma trovo
che da voi ci sia un pensiero unico che limita gli slanci. Mi spiego meglio: le società europee sono
ossessionate dal lavoro, tutti devono trovare un lavoro, nessuno deve rimanere senza lavoro, le
istituzioni si devono preoccupare che i cittadini lavorino... Invece in Asia la famiglia è il luogo più
importante e non c’è questo pensiero fisso del lavoro: esiste una sorta di mercato informale, in cui
gli uomini esercitano loro stessi come persone. Penso che la lezione positiva che viene dall’Asia sia
quella di ridisegnare il sistema finanziario attuale, privilegiando la dignità delle persone e il valore
del loro tempo».
Cosa pensa dell’idea di un reddito di cittadinanza? Può essere una soluzione al problema della
povertà?
«No, per niente, non è utile a chi è povero e a nessun altro, è una tipica idea di assistenzialismo
occidentale, che considera l’uomo una creatura artificiale da nutrire in laboratorio, con lo Stato e le
istituzioni incaricate di procurare il nutrimento. Ma questa è la negazione dell’essere umano, della
sua funzionalità, della vitalità, del potere creativo. L’uomo è chiamato a esplorare, a cercare
opportunità, sono queste che vanno create, non i salari sganciati dalla produzione, che per
definizione fanno dell’uomo un essere improduttivo, un povero vero».
Che società sarà quella in cui i robot sostituiranno gli uomini nei lavori meccanici?
«La tecnologia può ferire, ma una cosa sono le macchine, un’altra è l’intelligenza artificiale. E
quando i robot diventeranno più efficienti e intelligenti degli uomini? Stiamo prendendo una
direzione sbagliata, rischiamo di diventare le vittime di questo movimento. Dovremo alzarci in
piedi e dire ad alta voce che rifiutiamo qualsiasi forma di rimpiazzo dell’essere umano, che
possiamo risolvere i nostri problemi senza l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Credo che sia l’altra
faccia del reddito di cittadinanza: un modo per impedire all’uomo di essere uomo».
Come descriverebbe la scuola ideale?
«La scuola oggi si propone come un luogo dove si insegna ai giovani a trovare un lavoro, e questo è
il suo principale errore. Dovrebbe invece rendere i giovani pronti alla vita, non al lavoro. Dovrebbe
insegnare loro a scoprire attitudini, a farsi imprenditori, a cogliere opportunità, a strutturarsi come
cittadini e membri di una società, a coltivare conoscenze in cui il lavoro può essere uno degli esiti,
non l’unico obiettivo. È limitante, i sistemi educativi attuali sono tutti da ridisegnare».
Come vede il ruolo della religione nelle società contemporanee?
«Tutte le religioni cercano di creare solidarietà ed empatia tra i loro membri, ma in un sistema
impostato sull’egoismo e sulla realizzazione personale, come quello capitalista, valori come
collaborazione e solidarietà valgono poco. Se la religione va da una parte e l’economia da un’altra
vince l’economia, non la religione».
Qual è secondo lei il leader politico che sta rispondendo in modo più efficace alle sfide globali?
«Non ho molta fiducia nelle leadership globali in questo momento e penso in particolare a Donald
Trump, che vuole un’America più chiusa e concentrata in sé stessa, dove le armi e le bombe sono
uno strumento politico considerato efficace. Quello che in questo momento mi dà maggiore
speranza è Emmanuel Macron, il presidente francese, mi piace come si pone e come parla. Forse è il
primo di una nuova generazione di leader, me lo auguro».

sabato 12 maggio 2018

Oltre il lamento: i cattolici e la sfida dell'emergenza lavoro

intervista a Carlo Costalli, a cura di Andrea Tornielli

in “La Stampa Vatican Insider” dell'8 maggio 2018

È necessario «riequilibrare la macchina economica rimuovendo gli ostacoli per chi crea lavoro,
ridando dignità agli emarginati e fermando la corsa al ribasso del costo del lavoro». Lo afferma
Carlo Costalli, presidente del Movimento Cristiano Lavoratori, alla vigilia del Consiglio nazionale.
Come giudica il MCL l’attuale, difficile, congiuntura politica?
«Il ritardo nel fare un governo è incomprensibile agli occhi della gente, soprattutto mentre molte
aree del Paese, il Mezzogiorno in particolare, sono in sofferenza. La ripresa che non arriva,
l’occupazione che cresce solo in alcune regioni del Nord, la povertà delle famiglie che aumenta,
richiedono risposte ferme sul terreno dei temi concreti, in primis per il lavoro, e non su quello delle
formule. Sosteniamo gli sforzi del Presidente della Repubblica: anche se, comunque, c’è chi alle
elezioni è arrivato primo, chi secondo e chi terzo».
Che cosa pensa dell’ipotesi di un voto in estate?
«Ritengo inammissibile l’ipotesi ventilata di un ritorno alle urne forse già a luglio, vista
l’indisponibilità dei partiti ad accordarsi tra loro e ad appoggiare un eventuale governo di tregua.
Innanzitutto l’astensionismo rischierebbe di diventare il primo partito in Italia, rischio scongiurato il
4 marzo scorso, ma, soprattutto, non possiamo permetterci un ulteriore stallo del Paese causato
unicamente dall’egoismo dei partiti, che non solo così vengono meno alle loro responsabilità nei
confronti degli italiani ma si dimostrano anche incapaci di un semplice atto di disponibilità
nell’interesse del Paese».
Che cosa è emerso dal convegno dei giovani del Movimento che lo scorso 3 maggio ha cercato
di analizzare quanto sta accadendo con l'aiuto dell'economista Leonardo Becchetti, del
filosofo Massimo Borghesi e del professor Lorenzo De Sio?
«L’obiettivo dell’incontro era quello di andare oltre “il lamento” e i problemi che il voto del 4
marzo ha reso palesi a tutti, per rilanciare politiche e processi che possano rispondere alle tante
sfide che abbiamo di fronte. Porteremo quanto è emerso dall’incontro nella discussione del
Consiglio Nazionale del MCL, l’11 e 12 maggio prossimi, per proseguire con speranza e passione
questo cammino. In particolare, se ormai è assodato che i partiti sono in crisi questo però non
significa che siano inutili ma, proprio perché essenziali nelle democrazie, devono scoprire un nuovo
modo per essere prossimi ai cittadini senza ridursi a gruppi elitari. Allo stesso tempo, è necessario
ricominciare a discutere, a confrontarsi sulle scelte e trovare soluzioni condivise. Inoltre, crediamo
sia possibile riequilibrare la macchina economica rimuovendo gli ostacoli per chi crea lavoro,
ridando dignità agli emarginati e fermando la corsa al ribasso del costo del lavoro. È necessario
“ricominciare a pensare” e portare avanti delle idee che abbiano una prospettiva, slegandosi
dall’appiattimento sul presente per guardare al futuro riscoprendo il passato. Il mondo cattolico non
può rimanere indifferente di fronte a queste responsabilità, ma deve rispondere riscoprendo l’unità
attraverso la Dottrina Sociale della Chiesa».
In che modo MCL ha preso sul serio, operativamente, il messaggio dell'ultima Settimana
Sociale?
«Il lavoro è nel DNA del MCL, ma il tema della 48a Settimana Sociale dei Cattolici Italiani,
incentrato proprio sul lavoro, ha focalizzato ancora di più il nostro impegno con un lungo cammino
di preparazione. La Settimana Sociale è stata un appuntamento importantissimo, in cui i cattolici si
sono riuniti per far sentire la loro voce sulle emergenze sociali del nostro Paese, partendo proprio
dal problema più serio. La sfida per tutti noi che abbiamo raccolto il messaggio della Settimana
Sociale è molto alta: riannodare intorno al bene comune i fili del lavoro, della giustizia sociale, della
solidarietà, in un progetto di futuro fondato sul valore della persona. Fili che abbiamo provato
comunque a tessere in questi anni e che hanno un comune denominatore: rispondere ai deficit, alle
distorsioni, agli errori che hanno condotto alla deriva dei nostri giorni».
Che cosa state facendo?
«Lavoriamo da tempo, senza sosta, per essere il punto di riferimento di quella parte di mondo
cattolico che non si arrende, perché quella che si è aperta dopo la Settimana Sociale ritengo sia la
stagione “del tempo opportuno”. Al tema della Settimana Sociale abbiamo voluto anche dedicare,
nel mese di febbraio, la Winter School per i giovani quadri dirigenti del Movimento, che da anni
organizziamo in collaborazione con l’Università Cattolica di Brescia: la formazione, soprattutto
verso i giovani, è uno dei nodi centrali del nostro impegno. Noi del Mcl stiamo lavorando, e
continueremo a lavorare, per il sistema Paese e non potremo fermarci fino a quando l’economia non
sarà tornata in piena salute, con una netta riduzione della disoccupazione e della povertà, e i
lavoratori non avranno un lavoro dignitoso».
Quali sono, a suo avviso, le principali urgenze per il Paese?
«La difficile situazione economica del Paese, l’aumento del debito, una politica “distratta” e
“latitante” da anni, hanno aperto scenari inquietanti gravando soprattutto sul welfare. È cresciuto
oltremisura il tasso delle famiglie in povertà assoluta e dei giovani a rischio povertà ed esclusione
sociale, mentre i dati relativi alla disoccupazione non sono comunque confortanti. Queste, a mio
avviso, le principali urgenze: le famiglie, i giovani, il lavoro e il Mezzogiorno».
Che cosa è necessario fare?
«È necessario ripartire dal lavoro, che è poi la prima preoccupazione delle famiglie e delle persone,
con politiche attive e interventi formativi che accompagnino il lavoratore nelle diverse fasi della sua
carriera. Una legge ad hoc può creare lavoro, ma se si vuole mantenerlo ci si deve concentrare sui
fattori di sviluppo e di inclusione sociale per governare i profondi cambiamenti in atto su scala
globale. Il primo obiettivo è il “lavoro per tutti”, degno ed equamente retribuito, e non il reddito per
tutti come molti invocano con il reddito di cittadinanza: perché non avere lavoro è molto più
drammatico della mancanza di reddito, senza lavoro viene meno la dignità stessa dell’uomo. Tra
l’altro politiche di mera assistenza, oggi, sono impraticabili per il debito che ci caratterizza,
piuttosto si devono attuare politiche che includano la persona mettendola in condizione di
partecipare, prima di tutto attraverso il lavoro, alla società. Siamo dominati da logiche di breve
periodo: un’economia solida non si costruisce sui fuochi di paglia, ma riducendo la pressione fiscale
e permettendo alle imprese d’investire. Il Paese ha bisogno di una politica che abbia il coraggio e la
volontà di affrontare seriamente questi problemi, in grado di assicurare le condizioni e di
predisporre gli strumenti per migliorare i nostri sistemi formativi e per favorire la creazione di
nuove imprese, di nuovo sviluppo, di nuovo lavoro».
L’Italietta che glorifica Netanyahu

di Moni Ovadia

in “il manifesto” del 8 maggio 2018

Il nostro Gino nazionale come l’avrebbe preso questo espatrio del nostro Giro in terra promessa? Il
suo leggendario naso da italiano in gita sarebbe rimasto indifferente o si sarebbe stortato per
l’indignazione di fronte alla partecipazione del ciclismo italico alla vergognosa operazione di
strumentalizzazione mediatico-retorica di uno sport popolare per fini non certo nobili?
Il governo israeliano ha presentato le tappe che si sono svolte in Israele come un modo per onorare
Gino Bartali, che fu un «giusto fra i popoli», in occasione del 70esimo anniversario della nascita e
fondazione dello Stato d’Israele, Stato ebraico che si era proposto di raccogliere gli ebrei dispersi e
sopravvissuti alla Shoà e ad altre persecuzioni per dare loro un focolare e invece in sette decenni il
«sogno» è diventato un incubo.
Un incubo per l’altro popolo che abita quella terra, il palestinese.
Il presunto focolare è diventato una fortezza sedicente democratica e armata fino ai denti. Il suo
comandante in capo, il suo governo sono spasmodicamente impegnati soprattutto in un’impresa:
investire su ogni sforzo, ogni risorsa per impedire all’altro popolo presente su quella terra di godere
dei suoi legittimi diritti.
Ospitare tappe del Giro d’Italia è l’ultimo strumento di abbagliamento mediatico che si aggiunge
alla propaganda mirante a dissolvere l’identità palestinese, a negarne la titolarità, a farne
dimenticare l’interminabile tragedia di cui è vittima dietro alla cortina fumogena della mitografia
sionista che glorifica i grandi successi tecnici, scientifici ed economici israeliani per giustificare
un’impunità ingiustificabile.
L’ideologia ultranazionalista che sorregge tutto ciò si fonda sulla confusione di eredità religiosa
ovvero il polpettone mal ricucinato di un interpretazione capziosa del «dono» divino e una lettura
falsificata della pretesa elezione, condita da un martellante e costante richiamo alla Shoà come arma
di ricatto nei confronti delle vittime dell’oppressione coloniale e militarista e della pavida e ipocrita
comunità internazionale che preferisce tacere o vagire qualche pseudo rimprovero tanto patetico
quanto inutile.
E non stupisce che l’istituzione sportiva del nostro paese si sia piegata alla strategia del premier
israeliano che non vuole la pace ma solo una costante tensione bellicista per restare al potere
ininterrottamente per espropriare, rubare, inglobare le risorse delle sue vittime elettive.
La nostra italietta per cosa si è prestata a questa ulteriore e ingiusta sceneggiata. Per soldi? E non
poteva farlo per legare l’iniziativa a progetti di pace? Ma siamo matti? La pace è troppo pericolosa
per il moderatismo nostrano. Lo sanno quale è il livello di devastazione in cui versa Gaza? Per
l’amore del cielo non parliamo di tristezze!
E quale sarà il passo successivo? Il prossimo festivàl di Sanremo condotto da Netanyahu e Trump
nella Gerusalemme eterna e unificata dello Stato di Israele in mondovisione?
C’è da aspettarsi di tutto, davvero di tutto, nella Città Santa, fuorché una pace equa basata
sull’eguaglianza e la giustizia.

venerdì 20 aprile 2018

Siria


Siria: le “fake news” sulle armi chimiche per creare il casus belli?
10 aprile 2018

Lo scenario che si sta delineando in queste ore nel conflitto siriano ricorda da vicino la “pistola fumante” delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein con cui gli Usa giustificarono agli occhi del mondo l’invasione dell’Iraq nel 2003.
Ci sono infatti molte ragioni per esprimere scetticismo di fronte alla denuncia dell’ennesimo attacco chimico contro i civili siriani attribuito al regime di Damasco nell’area di Douma, ultima roccaforte delle milizie jihadiste filo saudite di Jaysh al-Islam nei sobborghi di Damasco.
Innanzitutto perchè già in passato attacchi simili sono stati attribuiti ai governativi senza che emergessero prove concrete mentre notizie e immagini diffuse oggi dai “media center” di Douma come ieri da quelli di Idlib, Aleppo e altre località in mano ai ribelli sono evidentemente propagandistiche e palesemente costruite.
Lo schema si è già ripetuto più volte fin dalla guerra in Libia del 2011 e poi in Siria: fonti “umanitarie” strettamente legate alle milizie jihadiste e ai loro alleati arabi diffondono notizie non verificabili per l’assenza di osservatori neutrali.
Notizie e immagini di attacchi chimici vengono subito diffuse dalle tv arabe appartenenti alle monarchie del Golfo, cioè agli sponsor dei ribelli, per poi rimbalzare quasi sempre in modo acritico in Occidente.
Basti pensare che in sette anni di guerra la fonte da cui tutti i media occidentali attingono è quell’Osservatorio siriano per i diritti umani che ha sede a Londra, vanta una vasta rete di contatti in tutto il paese di cui nessuno ha mai verificato l’attendibilità, è schierato con i ribelli cosiddetti “moderati” ed è sospettato di godere del supporto dei servizi segreti anglo-americani.
Anche per questo non bastano i cadaveri dei bambini o dei sopravvissuti con mascherine collegate a supposte bombole ad ossigeno per dimostrare l’esito di un attacco chimico e la sua paternità.
Meglio ricordare le immagini diffuse l’anno scorso dei ribelli di Idlib (qaedisti dell’ex Fronte al-Nusra) che mostravano improbabili soccorritori con abiti estivi e privi di protezioni occuparsi di supposte vittime del gas nervino di Assad. Se così fosse stato gli stessi soccorritori sarebbero morti in pochissimi minuti poiché quell’agente chimico viene assorbito anche attraverso la pelle.

A suggerire prudenza prima di attribuire agli uomini di Assad l’attacco chimico a Douma contribuiscono inoltre altre valutazioni. Jaysh al-Islam è una milizia salafita nota per aver impiegato i civili come scudi umani e per aver utilizzato il cloro nelle battaglie contro i curdi dell’aprile 2016.
Il cloro non è un’arma ma un prodotto chimico che può essere letale in forti concentrazioni e in ambienti chiusi, facilmente reperibile e già utilizzato nel conflitto siriano anche dallo Stato Islamico.
I miliziani dispongono quindi da tempo dello stesso aggressivo chimico e non è difficile ipotizzare, a Douma come in tanti altri casi incluso quello di Khan Sheykoun l’anno scorso, che siano stati gli stessi ribelli a liberare cloro ad alta concentrazione per uccidere civili e attribuirne la colpa a Damasco puntando così a incoraggiare una reazione internazionale contro il regime di Assad.
Del resto fu il presidente Barack Obama, nel 2013, a indicare nell’uso di armi chimiche da parte delle forze di Assad, quel “filo rosso” che avrebbe scatenato un intervento americano e non a caso ieri Trump ha accusato il suo predecessore di non aver chiuso i conti allora con Assad, definito “un animale”.
Il presidente siriano è certo uomo senza scrupoli ma non ha alcun interesse a usare armi chimiche che sono, giova ricordarlo, armi di distruzione di massa idonee a eliminare migliaia di persone in pochi minuti non a ucciderne qualche decina: per stragi così “limitate” bastano proiettili d’artiglieria e bombe d’aereo convenzionali.

Assad sta ripulendo le ultime sacche di resistenza in mano ai ribelli jihadisti e sta evacuando i civili dalle zone di combattimento: perché dovrebbe scatenare la riprovazione internazionale proprio mentre sta per cacciare i ribelli anche da Douma? Perché dovrebbe colpire quei civili che i suoi uomini stanno evacuando, per giunta dopo un accordo raggiunto con i miliziani di Jaysh al-Islam che consentirà il loro trasferimento forse in un’area vicina a Jarablus, al confine con la Turchia?
Il fatto che ieri Israele abbia invocato un attacco militare statunitense contro Damasco (conducendo poi un raid aereo contro la base T-4, vicina a Palmyra, con missili lanciati dallo spazio aereo libanese) e Trump abbia accusato anche Russia e Iran in nome di un attacco chimico che nessuna fonte neutrale ha potuto finora verificare, induce a ritenere che ci troviamo di fronte all’ennesima operazione propagandistica messa a punto usando lo spauracchio delle armi chimiche.
Washington infatti non ha escluso azioni militari contro Damasco caldeggiate anche da Parigi (che potrebbe partecipare a eventuali raid punitivi) mentre la Russia ha messo in guardia gli Usa contro un “intervento militare per pretesti inventati” in Siria, che potrebbe “portare a conseguenze più pesanti”.

La cautela dovrebbe quindi essere d’obbligo, specie dopo la figuraccia rimediata dal ministro degli Esteri britannico Boris Johnson che sulla responsabilità russa nel “caso Skripal” è stato smentito dal direttore dei laboratori militari di Sua Maestà.
Tra l’altro la denuncia dell’attacco chimico a Douma sembra cadere a proposito per scoraggiare il ritiro delle forze americane dalla Siria settentrionale e orientale, annunciato da Trump dopo il fallimento del proposito della Casa Bianca di far pagare ai sauditi qualche miliardo di petrodollari per finanziare le operazioni dei militari americani.
Il ritiro dei 2mila americani rischia però di lasciare carta bianca alle truppe turche nel nord del Paese e a quelle di Damasco nell’est, per questo oltre agli arabi e agli israeliani anche il Pentagono si oppone alla decisione annunciata da Trump.
Forse il presidente potrebbe essere costretto a cambiare idea di fronte all’indignazione dell’opinione pubblica e della comunità internazionale per i bambini uccisi dal cloro di Assad, “l’animale” alleato di russi e iraniani per il quale Trump minaccia una punizione esemplare.
Foto: AP, Die Welt, Douma Media Center e SANA

giovedì 14 dicembre 2017

1º gennaio: Cammino di Pace a Vicenza

dalla pagina http://www.diocesi.vicenza.it/pls/vicenza/V3_S2EW_CONSULTAZIONE.mostra_pagina?rifi=guest&rifp=guest&id_pagina=5628


“LA PACE PULISCE IL MONDO”


In occasione della giornata mondiale della Pace 2018 la Diocesi di Vicenza organizza il 10° Cammino di Pace lunedì 1° gennaio 2018 partenza alle ore 15 dall’Ospedale Civile di Vicenza Via Rodolfi e arrivo alla Basilica di S. Lorenzo.

martedì 12 dicembre 2017

Alex Zanotelli, Armi: E' questo il nostro Natale di Pace?

dalla pagina https://www.change.org/p/3169656/u/22122298

11 dic 2017 — Napoli. Sono indignato davanti a quest’Italia che si sta sempre più militarizzando. Lo vedo proprio a partire dal Sud, il territorio economicamente più disastrato d’Europa, eppure sempre più militarizzato. Nel 2015 è stata inaugurata a Lago Patria (parte della città metropolitana di Napoli) una delle più importanti basi NATO d’Europa, che il 5 settembre scorso è stata trasformata nell’Hub contro il terrorismo (centro di spionaggio per il Mediterraneo e l’Africa). Sempre a Napoli, la famosa caserma della Nunziatella è stata venduta dal Comune di Napoli per diventare la Scuola Europea di guerra, così vuole la Ministra della Difesa F. Pinotti.

Ad Amendola (Foggia) è arrivato lo scorso anno il primo cacciabombardiere F-35 armabile con le nuove bombe atomiche B 61-12. In Sicilia, la base militare di Sigonella (Catania) diventerà nel 2018 la capitale mondiale dei droni. E sempre in Sicilia, a Niscemi, è stato installato il quarto polo mondiale delle comunicazioni militari, il cosiddetto MUOS.

Mentre il Sud sprofonda a livello economico, cresce la militarizzazione del territorio (non è per caso che così tanti giovani del Sud trovino poi rifugio nell’Esercito italiano per poter lavorare!). Ma anche a livello nazionale vedo un’analoga tendenza: sempre più spese in armi e sempre meno per l’istruzione, sanità e welfare.

Basta vedere il Fondo di investimenti del governo italiano per i prossimi anni per rendersene conto. Su 46 miliardi previsti, ben 10 miliardi sono destinati al Ministero della Difesa: 5.3 miliardi per modernizzare le nostre armi e 2.6 per costruire il Pentagono italiano, ossia un’unica struttura per i vertici di tutte le nostre forze armate, con sede a Centocelle (Roma). L’Italia infatti sta investendo sempre più in campo militare sia a livello nazionale, europeo ed internazionale. L’Italia sta oggi spendendo una barca di soldi per gli F-35, si tratta di 14 miliardi di euro! Questo, nonostante che la Corte dei Conti abbia fatto notare che ogni aereo ci costerà almeno 130 milioni di euro contro i 69 milioni previsti nel 2007. Quest’anno il governo italiano spenderà 24 miliardi di euro in Difesa, pari a 64 milioni di euro al giorno. Per il 2018 si prevede un miliardo in più.

Ma è ancora più impressionante l’esponenziale produzione bellica nostrana: Finmeccanica (oggi Leonardo) si piazza oggi all’8° posto mondiale. Lo scorso anno abbiamo esportato per 14 miliardi di euro, il doppio del 2015! Grazie alla vendita di 28 Eurofighter al Kuwait per otto miliardi di euro, merito della ministra Pinotti, ottima PIAZZISTA DI ARMI. E abbiamo venduto armi a tanti paesi in guerra, in barba alla legge 185 che ce lo proibisce. Continuiamo a vendere bombe, prodotte dall’azienda RMW Italia a Domusnovas (Sardegna), all’Arabia Saudita che le usa per bombardare lo Yemen, dov’è in atto la più grave crisi umanitaria mondiale secondo l’ONU (e questo nonostante le quattro mozioni del Parlamento Europeo!). L’Italia ha venduto armi al Qatar e a-gli Emirati Arabi con cui quei paesi armano i gruppi jihadisti in Medio Oriente e in Africa (noi che ci gloriamo di fare la guerra al terrorismo!).Siamo diventati talmente competitivi in questo settore che abbiamo vinto una commessa per costruire quattro corvette e due pattugliatori per un valore di 40 miliardi per il Kuwait. Non meno preoccupante è la nostra produzione di armi leggere: siamo al secondo posto dopo gli USA! Sono queste le armi che uccidono di più! E di questo commercio si sa pochissimo.

Quest’economia di guerra sospinge il governo italiano ad appoggiare la militarizzazione della UE. È stato inaugurato a Bruxelles il Centro di pianificazione e comando per tutte le missioni di addestramento, vero e proprio quartier generale unico. Inoltre la Commissione Europea ha lanciato un Fondo per la Difesa che a regime svilupperà 5,5 miliardi di investimento l’anno per la ricerca e lo sviluppo industriale nel settore militare. Questo fondo, lanciato il 22 giugno, rappresenta una massiccia iniezione di denaro pubblico nell’industria bellica europea. Sta per nascere la PESCO - Cooperazione Strutturata Permanente della UE nel settore militare (la Shengen della Difesa!). “Rafforzare l’Europa della Difesa – afferma la Mogherini, Alto Rappresentante della UE per gli Affari Esteri – rafforza anche la NATO.”

La NATO, di cui la UE è prigioniera, è diventata un mostro che spende 1000 miliardi di dollari in armi all’anno. Trump chiede ora ai 28 paesi membri della NATO di destinare il 2% del Pil alla Difesa. L’Italia destina oggi 1,2 % del Pil per la Difesa. Gentiloni e la Pinotti hanno già detto di sì al diktat di Trump. Così l’Italia arriverà a spendere 100 milioni al giorno in armi. Così la NATO trionfa, mentre è in forse il futuro della UE.

Infatti è la NATO che ha forzato la UE a creare la nuova frontiera all’Est contro il nuovo nemico, la Russia, con un imponente dispiegamento di forze militari in Ucraina, Polonia, Romania, Bulgaria, in Estonia, Lettonia e con la partecipazione anche dell’Italia. La NATO ha stanziato 17 miliardi di dollari per lo “Scudo anti-missili. E gli USA hanno l’intenzione di installare in Europa missili nucleari simili ai Pershing 2 e ai Cruise (come quelli di Comiso). E la Russia sta rispondendo con un altrettanto potente arsenale balistico.

Fa parte di questo piano anche l’ammodernamento delle oltre duecento bombe atomiche B61, piazzate in Europa e sostituite con le nuove B61-12 . Il Ministero della Difesa ha pubblicato in questi giorni sulla Gazzetta Ufficiale il bando di costruzione a Ghedi (Brescia) di nuove infrastrutture che ospiteranno una trentina di F-35 capaci di portare cadauno due bombe atomiche B61-12. Quindi solo a Ghedi potremo avere una sessantina di B61-12, il triplo delle attuali! Sarà così anche ad Aviano? Se fosse così rischiamo di avere in Italia una forza atomica pari a 300 bombe atomiche di Hiroshima!

Nel silenzio più totale! Mai come oggi, ci dicono gli esperti, siamo vicini al ‘baratro atomico’. Ecco perché è stato provvidenziale il Trattato dell’ONU, votato il 7 luglio scorso, che mette al bando le armi nucleari. Eppure l’Italia non l’ha votato e non ha intenzione di votarlo! È una vergogna nazionale. Siamo grati a Papa Francesco per aver convocato un incontro, lo scorso novembre, in Vaticano sul nucleare, proprio in questo grave momento in cui il rischio di una guerra nucleare è alto e per il suo invito a mettere al bando le armi nucleari.

Quello che non riesco a capire è l’incapacità del movimento della pace a mettersi insieme e scendere in piazza a urlare contro un’Italia e Unione Europea che si stanno armando sempre di più, davanti a guerre senza numero, davanti a un mondo che rischia l’olocausto nucleare. Eppure in Italia c’è una straordinaria ricchezza di gruppi, comitati, associazioni, reti che operano per la pace.

Ma purtroppo ognuno fa la sua strada. E come mai tanto silenzio da parte dei vescovi italiani? E che dire della parrocchie, delle comunità cristiane che si apprestano a celebrare la nascita del “Principe della Pace?” “Siamo vicini al Natale - ci ammonisce Papa Francesco- ci saranno luci, ci saranno feste, alberi luminosi, anche presepi… tutto truccato: il mondo continua a fare guerra!” Oggi più che mai c’è bisogno di un movimento popolare che contesti radicalmente questa economia di guerra.

lunedì 11 dicembre 2017

Gerusalemme capitale di Israele...

dalla pagina http://www.paxchristi.it/?p=13507

DICHIARAZIONE DI PAX CHRISTI INTERNATIONAL

Auspicio per Gerusalemme
Pax Christi International chiede ai membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di opporsi fermamente alla decisione del governo degli Stati Uniti di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele.
Pax Christi International è inorridita dalla decisione del presidente degli Stati Uniti Trump, il 6 dicembre 2017, di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele e di avviare il processo di trasferimento dell’ambasciata americana. Siamo molto preoccupati delle conseguenze devastanti che tale decisione avrà per raggiungere una giusta risoluzione al conflitto israelo-palestinese che perdura da molto tempo.
In linea con l’UE, le Nazioni Unite e i governi di tutto il mondo, condanniamo questa decisione unilaterale del governo degli Stati Uniti che viola il diritto internazionale ed è dannosa per qualsiasi sforzo di pace israelo-palestinese. Chiediamo ai membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di opporsi fermamente a questa decisione nella riunione di emergenza che dovrebbe svolgersi l’8 dicembre 2017 presso l’ONU a New York.
Ricordiamo che nella risoluzione 181 delle Nazioni Unite, la comunità internazionale, compresi gli Stati Uniti, ha deciso che Gerusalemme avrebbe dovuto avere uno status speciale, data la sua importanza pluralistica e religiosa. Con la sua ultima decisione, il governo degli Stati Uniti si sta allontanando dalle politiche estere dei governi di tutto il mondo che rispettano lo “status quo” di Gerusalemme.
Pax Christi International vuole anche evidenziare che con la risoluzione 478 delle Nazioni Unite, che seguiva l’emanazione della “legge fondamentale” del parlamento israeliano che proclamava un cambiamento nel carattere e nello status della Città Santa di Gerusalemme (annessione di Gerusalemme Est), tutti gli stati sono obbligati ad avere le loro ambasciate a Tel Aviv.
Pax Christi International sollecita il rispetto dello “status quo” poiché ogni cambiamento dovrebbe essere il risultato dei negoziati israelo-palestinesi. Una lettera dei patriarchi e dei capi delle chiese locali a Gerusalemme al presidente Trump afferma: “Siamo certi che tali passi produrranno più odio, conflitto, violenza e sofferenza a Gerusalemme e in Terra Santa, spingendoci più lontano dall’obiettivo dell’unità e più profondamente verso una divisione distruttiva”.
Siamo convinti che la decisione del governo degli Stati Uniti sia una minaccia internazionale per la pace e la sicurezza nella regione del Medio Oriente e nel mondo. Accogliamo con favore la richiesta di otto Stati Membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di programmare una riunione di emergenza per discutere la decisione. Chiediamo ai membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di intraprendere le seguenti azioni:
• Condannare fermamente la decisione del governo degli Stati Uniti come una violazione del diritto internazionale e delle risoluzioni ONU e chiedere di continuare a riconoscere l’attuale status internazionale di Gerusalemme.
• Riaffermare la posizione assunta dalla risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel 2016, che non riconoscerà alcuna modifica ai confini del 4 giugno 1967, anche per quanto riguarda Gerusalemme, diversa da quelli concordati dalle parti attraverso negoziati.
• Confermare la sua determinazione a sostenere israeliani e palestinesi per raggiungere una soluzione giusta e duratura, garantendo i diritti fondamentali sia degli israeliani che dei palestinesi.
• Considerare, come possibile soluzione, la riunificazione della città di Gerusalemme, riconoscendo due parti legali e politiche, ciascuna con la propria capitale politica, lavorando per garantire pari diritti a tutti.
• Proteggere e preservare gli interessi religiosi unici della città: le tre grandi fedi monoteistiche del cristianesimo, ebraismo e islam.
Pax Christi International accoglie la recente dichiarazione di Papa Francesco durante la sua udienza generale nella Sala Paolo VI del 6 dicembre 2017, in cui ha chiesto il mantenimento dello “status quo” di Gerusalemme:
“Gerusalemme è una città unica, sacra per ebrei, cristiani e musulmani, dove i luoghi santi per le rispettive religioni sono venerati e ha una speciale vocazione alla pace. Prego il Signore che tale identità sia preservata e rafforzata a beneficio della Terra Santa, del Medio Oriente e del mondo intero, e che prevalgano la saggezza e la prudenza, per evitare di aggiungere nuovi elementi di tensione in un mondo già scosso e segnato da molti crudeli conflitti”.
Bruxelles, 7 dicembre 2017
 
La dichiarazione originale al link:
http://www.paxchristi.net/sites/default/files/171207_statement_usa_government_decision_jerusalem_-_version_4.pdf


sabato 9 dicembre 2017

Internet delle cose...

dalle pagine 

Ugo Mattei: perché non ti fanno più togliere la batteria dallo smartphone (e molto altro)

“C’è in costruzione un gigantesco dispositivo di controllo sociale che viene sperimentato per rendere l’umanità coerente con la nuova frontiera dei rapporti di produzione capitalistici globali.” Riprendiamo l’intervento del giurista Ugo Mattei, giurista e professore di diritto internazionale e comparato all’Università della California di San Francisco, recentemente pubblicata dal canale Byoblu. 

Intervento di Ugo Mattei, giurista e professore di Diritto Internazionale e Comparato alla California University e docente di Diritto Privato all’Università di Torino. Costituzione, Comunità e Diritti – Torino, 19 novembre 2017

Negli ultimi tre o quattro anni sono stati installati, soltanto nella parte occidentale del mondo, quindi nel nord globale, circa un miliardo e quattrocentomila sensori per l’internet delle cose. Gran parte dei quali sono costruiti nei muri delle case, nei nuovi televisori – in tutti gli apparecchi elettronici che comperiamo – e nelle automobili. Parte di questi sensori, che sono invece fissi, sono inseriti negli spazi pubblici e sono quelli con i quali i nostri meccanismi elettronici si collegano senza che noi lo sappiamo.
Queste cose vengono chiamate “Smart“, nel senso che noi sentiamo parlare costantemente di “Smart City“, “Smart Card” eccetera. Tutte le volte in cui si sente la parola “Smart” io penso sempre che gli “Smart” siano loro e i cretini siamo noi. Qui la situazione sta diventando davvero molto preoccupante, soprattutto alla luce di quello che è stato detto adesso. C’è in costruzione un gigantesco dispositivo (e qui proprio la parola “Dispositivo” studiata da Foucault è direttamente utilizzabile per parlare dei dispositivi elettronici che noi compriamo). Un gigantesco dispositivo di controllo sociale di tutti quanti, che viene ovviamente sperimentato per fare un passo in avanti in modo da rendere in qualche modo l’umanità coerente con la nuova frontiera. 

[continua]

venerdì 8 dicembre 2017

Reddito di Base

dalla pagina http://www.bin-italia.org/roma-13-14-dicembre-reddito-cittadinanza-proposte-confronto/

Roma 13 e 14 dicembre: Reddito di cittadinanza. Proposte a confronto

“Reddito di cittadinanza. proposte a confronto” questo il titolo dell’iniziativa che si terrà a Roma dal 13 al 14 dicembre 2017 organizzata da CLAP (Camere del Lavoro Autonomo e Precario).
Di seguito riportiamo la presentazione della due giorni di dibattito ed approfondimento:
“Che cos’è il reddito di cittadinanza? Perché tutti ne parlano? Quali sono le proposte in campo? Quali gli esperimenti in altri paesi? Cos’è il REI, approvato dal governo e in partenza da Gennaio?
Le CLAP di Roma e la Libera Università Roma organizzano due giorni di confronto su un tema “caldo” nel dibattito pubblico e politico, in un momento in cui disoccupazione e nuove povertà, lavoro precario, sottopagato, gratuito, sembrano non trovare argini credibili ed efficaci.

Si parte Mercoledì 13, dalle 17 presso ESC Atelier, con la presentazione del libro, edito da Asterios, “Reddito di cittadinanza – Emancipazione dal lavoro o lavoro coatto?” di Giuliana Commisso e Giordano Sivini, docenti presso l’Università della Calabria, con i quali discuteremo del REI e di altre proposte possibili. L’occasione ci consentirà anche di confrontarci sulla bozza della Carta per il Reddito, un documento che aspira a catalizzare energie nella costruzione di una campagna pubblica per un reddito garantito in Italia.
Ci si rivede, poi, il pomeriggio di giovedì 14, dalle 16:00, presso la Sapienza, facoltà di Scienze Politiche – Aula Professori, insieme al Basic Income Network Italia, per parlare nuovamente di REI e delle sperimentazioni di reddito garantito in altri paesi, europei e non.
Pensiamo sia finito il tempo dell’evocazione: parlare di reddito garantito oggi significa, a nostro avviso, discutere concretamente di come introdurlo in Italia e di come far si che non sia ulteriore strumento di ricatto per chi già soffre la “precarietà cronica” del mercato del lavoro, intendendolo invece come strumento vero per redistribuire la ricchezza. Vi aspettiamo!”


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