domenica 13 giugno 2021

Disarmo nucleare: un mese per ripensarci, e ricordare la nostra umanità

dalla pagina Disarmo nucleare: un mese per ripensarci, e ricordare la nostra umanità (pressenza.com)

Iniziative di mobilitazione in tutta Italia promosse da “Italia, ripensaci” per la richiesta di ratifica del Trattato di proibizione delle armi nucleari TPNW

9 giugno 2021 – 9 luglio 2021

Un mese per comprendere ancora meglio il devastante impatto umanitario delle armi nucleari. Un mese per attivarsi a favore del percorso di disarmo nucleare previsto dal Trattato TPNW (Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons) votato all’ONU nel luglio del 2017. Un mese per coinvolgere anche l’Italia nei passi necessari a mettere fuori dalla storia le armi più distruttive mai costruite, incompatibili con la stessa presenza sul pianeta dell’umanità.

Sono questi gli obiettivi di giorni di mobilitazione lanciati fino al 9 luglio dalla Rete Italiana Pace e Disarmo e dalla campagna Senzatomica, che insieme promuovono la mobilitazione “Italia ripensaci”. Un’iniziativa attiva dal 2016 che chiede al nostro Paese di non rimanere spettatore passivo rispetto al processo che negli ultimi anni ha portato all’approvazione e in seguito all’entrata in vigore, avvenuta il 22 gennaio del 2021, della prima norma internazionale che mette fuori legge armi di distruzione di massa come quelle nucleari. Il TPNW è un Trattato fortemente voluto dalla società civile internazionale: un risultato che ha consentito alla International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (ICAN) di cui facciamo parte di ricevere il Premio Nobel per la Pace 2017.

La mobilitazione culminerà con tre date conclusive altamente significative: il 7 luglio si celebra infatti l’approvazione del TPNW, l’8 luglio ricorre il 25º anniversario del pronunciamento della Corte Internazionale di Giustizia contro le armi nucleari mentre il 9 luglio viene ricordata la pubblicazione del Manifesto Russell-Einstein pietra miliare delle iniziative per un disarmo nucleare globale.

Forti del grande sostegno dell’opinione pubblica italiana, che per l’87% vuole l’adesione al Trattato TPNW e per il 74% l’eliminazione dal nostro territorio delle testate nucleari statunitensi attualmente presenti, la mobilitazione di queste settimane cercherà di rendere più facili e concreti alcuni importanti passi volti a favorire, come obiettivo ultimo, l’adesione dell’Italia al Trattato.

L’obiettivo principale dell’iniziative che verranno messe in campo è quello di un maggior coinvolgimento delle istituzioni nazionali in un percorso di disarmo nucleare globale concreto, che non si limiti a dichiarazioni di facciata. Da un lato coinvolgendo maggiormente il Parlamento sia con un rilancio del “Pledge” (Appello ai parlamentari) proposto da ICAN, nella scorsa legislatura sottoscritto da oltre 240 Deputati e Senatori, sia richiedendo un dibattito sul tema nelle Commissioni competenti. A questo scopo “Italia ripensaci” sta per inviare a tutti i parlamentari una lettera in cui si evidenziano i termini della questione chiedendo un riscontro positivo alle proposte della società civile. Al Governo verrà invece inviata la richiesta di partecipazione come “Paese osservatore” alla prima conferenza degli Stati, attualmente 54, che hanno già ratificato questa norma internazionale e che si terrà a Vienna nel gennaio del 2022. Riteniamo infatti importante che, pur non avendo ancora potuto aderire al TPNW anche per la già ricordata presenza di testate nucleari a Ghedi e ad Aviano, l’Italia possa positivamente condividere un momento di dibattito e di approfondimento sul tema del disarmo nucleare con  Paesi del mondo che invece hanno già dato la propria adesione formale al Trattato.

Incontri, eventi online, azioni informative e di comunicazione, campagne social, pubblicazione e rilancio di report e nuovi dati ed analisi. Sono queste le iniziative che caratterizzeranno l’attività di “Italia ripensaci” nelle prossime settimane e fino al 9 luglio 2021. Con un pieno coinvolgimento delle organizzazioni parte delle nostre reti e di associazioni ed Enti Locali, numerosi ed in prima fila nel percorso verso un disarmo nucleare grazie al loro compito di difesa e protezione dei propri cittadini. Che non possono più vivere in un mondo minacciato ogni giorno dalla distruzione nucleare e impoverito dalla sottrazione di risorse miliardarie impiegate per gli arsenali atomici invece che per usi sociali e di progresso.

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venerdì 11 giugno 2021

Rispettare il referendum sull’acqua, non vendiamo la Madre

dalla pagina https://ilmanifesto.it/rispettare-il-referendum-sullacqua-non-vendiamo-la-madre/

Acqua pubblicaLa politica è rimasta sorda e non ha rispettato la decisione del popolo italiano. In questi 10 anni abbiamo avuto 8 governi, ma nessuno si è azzardato a ripubblicizzare l’acqua

Roma, luglio 2010. Un momento della manifestazione per la consegna delle firme
per il referendum dell’acqua pubblica 
© LaPresse

Ritengo importante celebrare il decimo anniversario del Referendum (11-12 giugno 2012) per sottolineare il grande coraggio che ha avuto il popolo italiano nel votare con due Sì e quasi all’unanimità (95,8%) a quelle due domande referendarie: l’acqua deve uscire dal mercato e non si può fare profitto sull’acqua. È stato l’unico popolo in Europa a tenere un referendum sull’acqua e a vincerlo. Il popolo italiano non si è lasciato ingannare, né dalla stampa, né dalle televisioni, né dai partiti (salvo poche eccezioni), schierati per la privatizzazione. La battaglia iniziò da un piccolo gruppo di attivisti che si oppose alla privatizzazione decretata dall’allora governo Berlusconi.

Quel gruppo capì subito che, se si voleva ottenere una vittoria, bisognava impegnarsi perché nascesse un vasto movimento popolare. Questo si è potuto realizzare attraverso il lavoro capillare dei comitati che, con uno sforzo straordinario, si impegnarono a informare i cittadini utilizzando mille stratagemmi e iniziative.

Quanta creatività! Una delle iniziative più indovinate fu la legge di iniziativa popolare, scritta dagli stessi comitati, che raccolse oltre 400.000 firme consegnate trionfalmente alla Corte Costituzionale a Roma. Questo ci aprì la porta alla vittoria referendaria, raggiunta grazie alla capacità del movimento di fare rete, partendo dai comitati cittadini, dai coordinamenti regionali, dal Forum con la sua preziosa segreteria. È stata questa capacità di lavorare insieme a determinare il buon esito della lotta fino al felice epilogo.

Purtroppo, la politica è rimasta sorda e non ha rispettato la decisione del popolo italiano. In questi dieci anni ben otto governi si sono susseguiti alla guida del paese, ma nessuno si è azzardato a ripubblicizzare l’acqua. Sono rimasto soprattutto sconcertato dall’inerzia dei Cinque Stelle e anche il presidente della Camera Roberto Fico ha disatteso le promesse fatte al Forum quando si insediò, cioè quella di legare la sua presidenza alla ripubblicizzazione dell’acqua. La portavoce alla Camera dei 5S ha scritto su questo giornale (8/06/21), sottolineando le azioni portate avanti dal suo Movimento. Ma quello che si chiedeva ai 5Stelle era l’obbedienza al Referendum: una legge per la gestione pubblica dell’acqua che non è stata fatta. Trovo altrettanto strano che si vanti di aver trovato cinque miliardi (in verità sono 4,38) destinati ai lavori per migliorare le condizioni delle reti idriche.

Ma la portavoce del M5S ha letto il Pnrr del governo Draghi? Così è scritto nel testo: “Il quadro nazionale è ancora caratterizzato da una gestione frammentata e inefficiente delle risorse idriche, e da scarsa efficacia e capacità industriale dei soggetti attuativi nel settore idrico, soprattutto nel Mezzogiorno.” Quei 4,38 miliardi andranno alle multiutility del centro-nord (Acea, A2A, Iren e Hera) per gestire industrialmente le acque del Meridione, in barba al Referendum! E questo di fronte a un pauroso surriscaldamento del Pianeta che avrà come prima vittima il bene più prezioso che abbiamo: “sorella acqua.”

E non è solo un problema per il sud del mondo ma coinvolge anche il Nord. L’Italia rischia di perdere il 50% dell’acqua potabile entro il 2040. I ricchi troveranno qualche soluzione, ma gli impoveriti del Sud del mondo sono destinati a morire? Se l’acqua venisse privatizzata, saranno i poveri a pagarne le conseguenze. Se oggi abbiamo 20-30 milioni di persone all’anno che muoiono di fame, domani, con queste politiche di privatizzazione, potremo avere cento milioni di morti di sete. Le prime avvisaglie di questo processo le abbiamo avute lo scorso dicembre quando l’acqua è stata quotata in borsa in California e poi a Wall Street. Questo è un peccato di onnipotenza: la follia dell’uomo.

Per questo i comitati dell’acqua di tutta Italia, domani 12 giugno, celebreranno a Roma con una manifestazione nazionale alle 15,30 in piazza Esquilino, per ricordare a tutti la disattesa applicazione del referendum da parte del governo italiano. A Napoli, unica grande città ad obbedire al referendum, con una azienda speciale pubblica (Abc), l’appuntamento è per oggi alle ore 18 davanti al Municipio.

Mi appello alla coscienza di Draghi perché utilizzi quei 4,38 miliardi di euro per ripubblicizzare la nostra “sorella acqua” (i nostri esperti hanno calcolato che si può fare con molto di meno). Papa Francesco scrive nella sua enciclica Laudato Si’: “Questo mondo ha un debito sociale verso i poveri che non hanno accesso all’acqua potabile, perché ciò significa negare ad essi il diritto alla vita radicato nella loro inalienabile dignità”. È la prima volta che un Papa parla dell’acqua come “diritto alla vita” (un termine usato in campo cattolico per l’aborto e l’eutanasia). Privatizzarla equivale a vendere la propria madre. Difendiamo tutti la nostra comune Madre.

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giovedì 10 giugno 2021

Rifugiati: riscopriamo il volto dell’ospitalità

A Vicenza due eventi per la Giornata mondiale del rifugiato

In occasione della Giornata mondiale del rifugiato 2021, grazie alla collaborazione di numerose associazioni vicentine si terranno a Vicenza due eventi accomunati dal titolo/tema: “Rifugiati: riscopriamo il volto dell’ospitalità”. Un incontro di testimonianza il 17 giugno e una veglia ecumenica di preghiera il 23 giugno: in entrambi gli appuntamenti si cercherà di dare voce, visibilità e consapevolezza rispetto ai movimenti migratori che attraversano la cosiddetta “rotta balcanica”, e alle storie di quanti si spostano alla ricerca di un luogo da ri-chiamare casa.

Ecco nel dettaglio il programma e gli ospiti dei due appuntamenti:

 

giovedì 17 giugno - 17.30

Chiostro del Tempio di San Lorenzo


VOCI DAI BALCANI. TESTIMONIANZE DI IERI E DI OGGI


Intervengono

Giulio Saturni (Associazione One Bridge to Idomeni)

Marco Carmignan, Davor Marinkovic e Lorenzo Scalchi (realizzatori Progetto Reznica)

Modera Fabio Valerio (Associazione Centro Astalli Vicenza)



mercoledì 23 giugno - 20.30

Chiesa di Santa Bertilla (via Ozanam, 1)


rifùgiati in casa, rifugiàti in fuga senza casa

Veglia ecumenica di preghiera “Morire di speranza”

con la testimonianza del fotoreporter Alessandro Dalla Pozza

 

Gli appuntamenti, a ingresso libero fino ad esaurimento posti, nascono dalla collaborazione di Associazione Centro Astalli Vicenza, Associazione Presenza Donna, Caritas diocesana vicentina, Chiesa evangelica metodista di Vicenza, ACLI Vicenza, Non Dalla Guerra, Unità Pastorale Porta Ovest in Vicenza, Cooperativa Pari Passo, Comunità di Sant'Egidio, La Voce dei Berici, Centro Culturale San Paolo.


PDF depliant dell’iniziativa

 


Approfondimento tematico

Con la pandemia ci siamo trovati ad affrontare una serie di crisi socio-economiche, ecologiche e politiche gravi e interrelate. Oggi è urgente generare soluzioni nuove, più inclusive e sostenibili per costruire un futuro un cui al centro ci sia il bene comune, sorretto dal rispetto dei diritti umani e dal principio di uguaglianza.

Se vogliamo uscire da questa situazione migliori è urgente ideare forme nuove e creative di partecipazione sociale, politica ed economica, che siano sensibili alla voce dei migranti e impegnate a includerli nella costruzione del nostro futuro comune.

Per trasformare l’emergenza in cambiamento la cura non può limitarsi all’isolamento delle comunità, ma deve essere un processo di trasformazione politica che passa per la partecipazione collettiva e la fiducia reciproca. Ce lo ricorda papa Francesco quando ci dice “perché alla nostra Casa comune sia assicurata la giusta cura, dobbiamo costituirci in un noi sempre più grande, sempre più corresponsabile, nella forte convinzione che ogni bene fatto al mondo è fatto alle generazioni presenti e a quelle future. Si tratta di un impegno personale e collettivo (…) che non fa distinzione tra autoctoni e stranieri, tra residenti e ospiti, perché si tratta di un tesoro comune, dalla cui cura come pure dai cui benefici nessuno dev’essere escluso”. (Messaggio per la 107° Giornata del Migrante e del Rifugiato 2021)

Celebrare la Giornata del Rifugiato 2021, a 70 anni dalla nascita della Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato del 1951, è l’occasione per ripensare la nostra visione del mondo, per mettere finalmente in atto processi generativi di una nuova definizione di protezione internazionale che si basi su un rinnovato desiderio di pace tra i popoli e pervada il nostro agire e le nostre relazioni con i migranti.

Chi fugge da guerre, persecuzioni, gravi ingiustizie sociali e calamità naturali, ogni giorno compie passi verso un futuro diverso. Quel futuro che oggi siamo chiamati a costruire partendo da una nuova definizione di “noi”. I rifugiati lo sognano ogni giorno, da quando hanno lasciato la loro terra in cerca di un luogo in cui non sentirsi pietre di scarto ma protagonisti di un nuovo umanesimo e abitanti a pieno titolo di un’unica casa comune.


Associazione Presenza Donna

Centro Documentazione e Studi

sabato 5 giugno 2021

primolunedìdelmese: "L'era digitale"

dalla pagina Primolunedidelmese | Facebook

diretta del primolunedìdelmese 

su Facebook  e YouTube



Move Up 2021

dalla pagina https://comune-info.net/move-up-2021/

Paolo Cacciari


Per il Memorandum No Profit on People and Planet la pandemia non è una calamità naturale e la geoingegneria non è la soluzione per il ripristino del buon funzionamento dei sistemi naturali. Inutile attendere soluzioni dal G20. Sta ai movimenti, alle associazioni e alle persone comuni prendersi cura insieme, ovunque e in tanti modi diversi, di ogni forma di vita, a cominciare dalla rigenerazione dei suoli degradati e dall’agroecologia. Ha scritto Vandana Shiva: “La pandemia è conseguenza della guerra che abbiamo ingaggiato contro la vita”

tratta da unsplah.com

Bene fa il Memorandum* No Profit on People and Planet – G20-Memorandum_IT-3 – a non considerare la pandemia da Sars-CoV-2 un incidente di percorso e nemmeno una calamità naturale piovuta dal cielo. Ha scritto Vandana Shiva: “La pandemia è conseguenza della guerra che abbiamo ingaggiato contro la vita”. La pandemia è il boomerang che torna indietro. É una delle tante prevedibili reazioni della natura agli sconvolgimenti arrecati dalle attività umane sconsiderate. Esattamente come lo è – con ricadute su altre matrici ambientali – il riscaldamento globale causato dalla emissione di gas climalteranti. Quando si distruggono sistematicamente gli habitat naturali ancora incontaminati (come le foreste primarie, le zone artiche, le lagune, le savane, i boschi e le praterie) non si crea “solo” l’estinzione di massa delle specie viventi (biocidio), ma si creano anche le condizioni affinché virus animali potenzialmente patogeni compiano vari “salti di specie” (spillover) fino a giungere a noi, passando per gli allevamenti intensivi, per i mattatoi e per i mercati di animali selvatici. Una eventualità, questa, ampiamente prevista e inutilmente segnalata dagli scienziati. Ha scritto un virologo: “Perturbare gli ecosistemi è come aprire autostrade ai virus verso il salto di specie”.

Secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente il 75 per cento dell’ambiente terrestre e il 65 per cento di quello marino sono stati gravemente alterati da attività antropiche. Per rimanere a casa nostra, pensiamo solo al “consumo di suolo”: quattordici ettari al giorni vengono asfaltati, cementificati, inertizzati.

La correlazione tra distruzione della biodiversità e malattie di origine zoonotica è conosciuta. Ha scritto in modo esemplare il Giuseppe Ippolito, Direttore scientifico dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive dell’Ospedale Spallanzani di Roma:

“Non è possibile separare la salute degli uomini da quella degli animali e dall’ambiente. L’esperienza di questi anni, con l’emergere di continue zoonosi, ci ricorda che siamo ospiti e non padroni di questo pianeta che ci impone di creare il giusto equilibrio tra le esigenze delle specie umana e della altre specie animali e vegetali che viaggiano insieme a noi in questa arca di Noè chiamata Terra”.

Ben vengano quindi i vaccini, le terapie geniche, le più raffinate cure farmacologiche, i presidi medici. Ma non rimuoviamo dalla nostra mente né le cause primarie di gran parte delle malattie virali, né le interrelazioni biologiche con le condizioni sociali e ambientali che aggravano la vulnerabilità delle persone. Pensiamo all’inquinamento dell’aria e dell’acqua, alla cattiva alimentazione, alle stressanti condizioni di vita e di lavoro che provocano disturbi cardiovascolari, malattie respiratorie croniche, diabete, obesità e altre alterazioni psicofisiche.

Quest’anno è l’anno della COP 26, che si tiene con un anno di ritardo a Glasgow e a Milano. Una conferenza decisiva se si vogliono raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi (2015) di contenimento dell’aumento della temperatura di 1,5 gradi. Quest’anno si svolgerà in Cina anche la 15° Conferenza sulla salvaguardia della diversità biologica. Il ripristino del buon funzionamento dei sistemi naturali, la rigenerazione dei suoli degradati, l’agroecologia sarebbero la soluzione ideale, perché basata sulla natura, anche per riassorbire al suolo l’anidride carbonica. É stato calcolato che risanare il 30 per cento di praterie, zone umide e savane, lasciando che la natura si riprenda i propri spazi, salverebbe il 70 per cento degli animali a rischio di estinzioni e consentirebbe di assorbire la metà delle emissioni la metà delle emissioni di CO2 accumulate nell’atmosfera dall’inizio della rivoluzione industriale. Ma le soluzioni più semplici ed economiche non sono gradite dalle oligarchie mondiali che dominano l’economia che preferiscono giocare al dottor Frankenstein avanzando prepotentemente soluzioni azzardate di geoingegneria come lo sono le tecniche di cattura, confinamento, stoccaggio nel sottosuolo dell’anidride carbonica emessa dalle centrali termoelettriche e dai grandi impianti industriali. Un trucco e un diversivo per non cambiare nulla e per guadagnarci pure.

Attenzione dunque alle furbizie semantiche che si nascondono dietro un mare di retorica “green”. Dire “emissioni zero” (entro, se non prima del 2050) è diverso da “neutralità climatica” o da “emissioni nette negative”. Un conto è smettere di bruciare combustibili fossili, un altro paio di maniche è nascondere sotto terra un gas tossico e corrosivo come la CO2. L’Eni (industria di stato) vuole creare sotto l’Adriatico un gigantesco stoccaggio di anidride carbonica liquefatta. Un pericolo enorme, una bomba ecologica ad orologeria che, per di più, pregiudica le strategie di una vera decarbonizzazione.

Confesso che spesso colgo anche nelle persone più coscienti e impegnate un senso di sconforto e di impotenza. Quali altri disastri devono ancora accadere perché possano saltare quei “lucchetti” (indicati dal Memorandum) che impediscono il cambiamento? Cosa possiamo fare noi, se non sono bastati gli scienziati del clima, i medici, i biologi? Se non è bastata un’enciclica rivoluzionaria come la Ludato si’? Se non sono bastate le parole puree e indignate di una ragazzina che si chiama Greta?

Forse, quel che manca ancora, siamo proprio noi. É la capacità dei movimenti, delle associazioni, dei gruppi della cittadinanza attiva di mettersi assieme e diventare popolo della Terra. Cittadine e cittadini planetari, ma con i piedi ben radicati per terra. Capaci di prendersi cura dei nostri simili e di ogni forma di vita di questo meraviglioso mondo.


*La proposta del “Memorandum dei cittadini” è stata fatta inizialmente dall’Agorà degli Abitanti della Terra (AAT, rete internazionale promossa tra gli altri da Riccardo Petrella) in vista del Vertice Mondiale della Salute del G20 in Italia, e sostenuta da transform.it e transform.eu. Grazie al loro sostegno è stata costituita una piattaforma collaborativa, l’Iniziativa Move UP 2021, cui hanno aderito altre associazioni quali Medicina democratica, la Società della cura, Laboratorio Sud, The Last 20… Il “Memorandum” è stato sottoscritto da circa quaranta persone e associazioni. La redazione finale del documento ha beneficiato di vari contributi individuali e di gruppo in Italia (tra cui quelli di Paolo Cacciari e del Monastero del Bene Comune) e in altre regioni del mondo.


giovedì 3 giugno 2021

#OneStateSolution. La soluzione un-unico-Stato

dalla pagina https://ilmanifesto.it/perche-uno-stato-per-due-popoli/

Perché uno Stato per due popoli

Israele/Palestina. Ai palestinesi è sempre più chiaro che è preferibile battersi per i propri diritti all’interno di un unico Stato invece che accettare la resa incondizionata a Israele insita nella soluzione due popoli due stati. Fra gli israeliani la situazione è più complessa

Parkour in Palestina © Reuters

Attualmente circolano due proposte di soluzione alla cosiddetta questione israelo-palestinese. La prima, quella dei due popoli due Stati sostenuta dall’intera diplomazia internazionale, attribuisce ai palestinesi non uno Stato sovrano bensì un territorio di circa il 20% della Palestina, collegato a Gaza con un tunnel e inframmezzato dagli insediamenti di 700.000 coloni israeliani comunicanti tra loro con dei cavalcavia di proprietà israeliana; per giunta, questo non-Stato sarebbe totalmente dipendente da Israele per la fornitura di energia elettrica, telefonia mobile, aeroporto e altri servizi essenziali; né avrebbe come capitale Gerusalemme est, bensì un sobborgo di questa chiamato Abu Dis. Avete capito, palestinesi? È prendere o lasciare.

Della seconda proposta, quella di un unico Stato per i due popoli, la diplomazia internazionale non parla, né tantomeno ne parlano i media. È radicalmente diversa dalla prima, in quanto parte dalla constatazione della realtà sul terreno, ovvero dal fatto che nel territorio della Palestina storica esiste un solo Stato, Israele – senza confini stabiliti – con a fianco e senza soluzione di continuità la Cisgiordania, cui si aggiunge Gaza; l’intero territorio è governato da un’unica autorità, il governo israeliano che, a suo piacimento, ne annette pezzi, erge muri e impone regimi politici diversi alle popolazioni ivi residenti: pieni diritti di cittadinanza agli ebrei, diritti minori ai palestinesi d’Israele (chiamati arabi d’Israele, cristiani, drusi, beduini sì da confondere la loro comune identità nazionale), apartheid per i palestinesi della Cisgiordania e ghettizzazione di Gaza.

La differenza fra le due proposte salta agli occhi: quella dei due popoli due Stati garantisce a Israele, in cambio della sua funzione di difesa degli interessi occidentali nel Medio Oriente, il compimento del progetto sionista di uno stato ebraico in Palestina, con il minore numero possibile di palestinesi (si fa di tutto per farli uscire di scena ma loro non mollano); con ogni evidenza è una proposta che parte, non dall’intento di trovare una soluzione duratura di convivenza pacifica fra i due popoli, bensì da una visione verticistica e eurocentrica della difesa degli equilibri geopolitici della regione.

La seconda proposta, quella di uno Stato due popoli, è tabù in quanto volta unicamente a una prospettiva pacificatrice; ma anche in quanto si pone in controtendenza rispetto alla visione geostrategica delle grandi potenze e dei loro alleati: quella di un’Israele forte ed egemone in un Medio oriente di ex stati sovrani, anomici e in disgregazione (Afghanistan, Irak, Siria, Yemen, Libia).

Non sopravaluto il crescente, anche se ancora limitato, gradimento che tale proposta suscita nei popoli interessati. Ai palestinesi è sempre più chiaro che è preferibile battersi per i propri diritti all’interno di un unico Stato invece che accettare la resa incondizionata a Israele insita nella soluzione due popoli due stati. Fra gli israeliani la situazione è più complessa. Oltre il venti percento della popolazione è composta da palestinesi, oltre il cinquanta percento è di provenienza araba e sefardita (fra cui i miei avi) e solo il venti percento è di origine europea; però è quest’ultimo gruppo che costituisce l’establishment e, con l’arroganza tipica dei colonialisti europei verso i popoli oppressi, ha sempre disprezzato tutto ciò che è arabo e sostenuto l’equazione fra palestinese e terrorista; come pure i media israeliani, la cui libertà è valutata all’ottantaseiesimo posto dal World Press Freedom Index. Tuttavia, se è vero che l’idea di convivere con i palestinesi non è gradita alla grande maggioranza della popolazione, è anche vero che si moltiplicano le imprese comuni e i matrimoni misti e che nascono gruppi di cittadini che militano a favore dello stato comune ai due popoli.

Non sottovaluto le obiezioni, gli ostacoli, i ricatti e magari anche il peggio di cui sono capaci i potenti alla sola idea di perdere le loro posizioni di forza, ma nulla inficia la possibilità di prendere atto della realtà e dichiarare l’esistenza di uno Stato comune a entrambi i popoli; non domani, s’intende, ma in prospettiva, perché appunto di prospettiva si tratta, cioè di un processo politico lento, volto a svelenire il clima di odio diffuso e porre le basi di una convivenza pacifica. Non un sogno, ma un futuro possibile: a patto che lo si voglia.

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mercoledì 2 giugno 2021

2 giugno 2021: Festa della Repubblica che ripudia la guerra

dalla pagina https://www.azionenonviolenta.it/2-giugno-2021-festa-della-repubblica-che-ripudia-la-guerra/

Il comunicato nazionale del Movimento Nonviolento per il 2 giugno, Festa della Repubblica che ripudia la guerra per promuovere, come ogni anno, iniziative in tutta Italia.

Vogliamo celebrare la Festa della Repubblica perché ci riconosciamo nei valori costituzionali.
Noi cittadini, civili e disarmati per definizione, abbiamo il compito di difenderla, lo dice la Costituzione stessa, che ci affida questo “sacro dovere” (articolo 52).

La Repubblica ripudia la guerra
La Repubblica è fondata sul lavoro
La Repubblica riconosce i diritti umani
La Repubblica promuove l’uguaglianza e la dignità sociale
La Repubblica tutela il paesaggio, la cultura, la ricerca

Il 2 giugno festeggiamo la Repubblica democratica. Noi vogliamo portare la nostra aggiunta nonviolenta affinché sia anche disarmata, strumento di pace che ripudia la guerra (articolo 11).

Riteniamo che i 25 miliardi di euro che saranno impiegati anche quest’anno per le spese militari vadano contro la Costituzione e sperperino denaro sottratto alle tante necessità attuali (lavoro, sanità, istruzione, cultura, ricerca, protezione civile, pensioni, ecc.). Per questo chiediamo alle istituzioni e alla politica di finanziare la Difesa civile non armata e nonviolenta e diminuire le spese belliche: è l’unico modo per essere coerenti con i principi, i diritti, i doveri e l’ordinamento della Repubblica italiana, democratica e antifascista.

Festeggiamo il 2 giugno con lo spirito civile di una festa di popolo. La pandemia ha di fatto abolito l’anacronistica parata militare. Anche il passaggio delle Frecce tricolori ci appare inadeguato e fuori luogo: altri sono i simboli unificanti della Repubblica. In questa giornata invitiamo tutti ad esporre insieme la bandiera tricolore e la bandiera arcobaleno della pace e della nonviolenza.

Per tutto questo noi celebreremo in modo civile e disarmato il 2 giugno. Saremo in alcune piazze italiane a sostegno della Campagna “Un’altra difesa è possibile” per chiedere meno spese per le armi e più investimenti per la salute, la scuola, il lavoro, l’ambiente, i diritti.

Movimento Nonviolento
www.azionenonviolenta.it
www.nonviolenti.org

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lunedì 31 maggio 2021

Gaza

dalla pagina Gaza - Azione nonviolenta

Ogni volta che nominano Gaza mi sorprende pensare a quanto dolore sia concentrato in un così piccolo territorio. È 360 km quadri.


Il mio comune è ben più grande: 405 km quadri, un nono abbondante di più. Il mio comune conta 130 mila abitanti. Tende a calare più che a crescere. Ogni tanto persone, provenienti da situazioni disperate, vengono e vorrebbero restare. Non sono accolte bene. A stare ai risultati delle ultime elezioni lo sono invece addirittura fin troppo, per la maggioranza dei miei concittadini. Non mi soffermo su questa vergogna. A Gaza vivono, sopravvivono, 1 milione e 800 mila persone. Due su tre sono profughi da territori dove stavano, o pensavano di stare, anche peggio. Anche qualche anno fa me ne ero occupato.

A Gaza comanda Hamas, ben armato movimento islamista. Ha colto l’occasione di un’odiosa iniziativa di sfratto di palestinesi dalle loro case in un quartiere di Gerusalemme per lanciare tanti razzi sulle città di Israele, provocando terrore e qualche vittima. L’esercito israeliano ha reagito con bombardamenti massicci, di gran lunga più distruttivi, causando naturalmente molte più vittime, in nome del diritto alla legittima difesa. Palestinesi hanno manifestato in diverse città contro i bombardamenti su Gaza e sono stati duramene repressi. Violenze reciproche si sono verificate in quartieri e città dove la convivenza era da tempo – almeno sette anni – pacifica, da Gerusalemme a Tel Aviv, Caifa, Acri, Tiberiade, Hadara, Lod. In questa città – 80 mila abitanti, un terzo palestinesi, due terzi ebrei – gli scontri sono parsi quasi l’avvio di una guerra civile, tra comunità diffidenti e ostili non solo qui. Lod, leggo, è segnata da una fiorente criminalità. Violenze, sparatorie non sono una novità, ma ogni limite sembra venir meno quando paura e rancore investono arabi ed ebrei, contrapposti in quanto tali.

Le azioni militari sono sospese. Sia Hamas che Netanyahu si dicono vincitori. Hanno ragione. Hamas ha mostrato che l’invio massiccio di razzi – sempre più efficaci e di lunga gittata – è in grado di bucare la Iron Dome (Cupola di Ferro) che difende Israele. Si è accreditato come il rappresentante vero dei palestinesi, piuttosto del presidente dell’Autorità Abu Mazen, visto anche che nei territori interessati non si vota da 15 anni. In Israele ripetute elezioni non hanno portato a un governo stabile. Guerra e tensioni sono utili a Benjamin Netanyahu per allontanare la prospettiva di una maggiorana alternativa, che lo escluderebbe dal potere, con l’apporto dei partiti degli arabi, cittadini israeliani. Magari Netanyahu potrà convocare, da vincitore, le quinte elezioni anticipate. Hanno perso, continuano a perdere, gli abitanti tutti di Israele-Palestina che vorrebbero vivere nella pace possibile, senza persecuzioni, apartheid, terrorismo.

La cosiddetta comunità internazionale è attraversata da diverse pulsioni: c’è chi pensa di guadagnare dalla rinnovata tensione e chi spera che si attenui almeno e scompaia dalle prime pagine per altri sette anni. Nulla si fa per contribuire alla miglior convivenza in quelle terre. Nelle manifestazioni – si tengono anche nel nostro paese – non sventolano assieme le bandiere israeliana e palestinese. Eppure sarebbe un piccolo, buon segno di incoraggiamento per gli abitanti di un paese in cui la convivenza è necessaria e obbligata e nel quale esigue minoranze perseguono con coerenza questo obiettivo, contro repressione, persecuzioni, apartheid, terrorismo. Clamorosa l’assenza dell’Europa che sembra ignorare la dimensione mediterranea, essenziale anche per la questione immigrazione.

Torno a Gaza. Leggo su Internazionale un articolo del New York Times che parla della situazione di una famiglia, con bimbe piccole, sotto i bombardamenti. Scrive Alareer: “siamo una coppia palestinese perfettamente nella media: tra tutti e due abbiamo perso più di trenta parenti… Temo il peggio. E temo il meglio. Se ne usciremo vivi, come se la caveranno psicologicamente i miei figli nei prossimi anni? Vivranno nel terrore costante del prossimo attacco?”. Intanto si preoccupa di rassicurare le sorelline con la favola serale. Alla fine recita il solito ritornello “Toota toota, khalasat el hadoota. Hilwa walla maltouta”, cioè La storia è finita. Era bella o no? Di solito Matouta (brutta) dicono le bimbe per ottenerne un’altra. Questa volta dicono Hilwa (bella) e basta. Non è un bel segno. Con Alareer speriamo che le figlie possano conoscere di Gaza storie vere che meritino di essere dette, sinceramente, Hilwa.


mercoledì 26 maggio 2021

Che cos’è la transizione ecologica

dalla pagina https://altreconomia.it/prodotto/che-cose-la-transizione-ecologica/

Clima, ambiente, disuguaglianze sociali - Per un cambiamento autentico e radicale

Gianluca Ruggieri e Massimo Acanfora

Quale transizione ecologica vogliamo? Questo libro che spiega perché ci troviamo di fronte a un’occasione unica non solo per superare la crisi, ma anche per trasformare in modo radicale la società e combattere le disuguaglianze.

“Transizione ecologica” non è il nome del ministero, né il mantra vuoto ripetuto dai governanti: è un cambiamento radicale che non riguarda solo la questione climatica e l’uscita rapida dal sistema dei combustibili fossili, ma anche la drammatica perdita di biodiversità, le profonde disuguaglianze tra emisferi, generi, generazioni e il modello economico stesso di produzione e consumo, quello del “capitale” e della crescita infinita.

Non basta una verniciata di verde: non basta “spostare” i profitti verso il green, invocare l’economia circolare o la magia tecnologica. È necessaria una “rivoluzione di sistema”, non solo per andare oltre la pandemia, ma anche per trasformare la società e desiderare un futuro diverso.

Questo libro racconta la transizione ecologica con voci diverse e da ogni prospettiva: il quadro politico e normativo, la questione climatica, l’energia e i trasporti, l’economia reale e quella finanziaria, il fisco e il debito, l’estrazione di risorse e la produzione industriale, la biodiversità, il capitale naturale e quello agricolo, il suolo, l’aria e l’acqua, la governance globale e locale, la democrazia e la povertà energetica, dai Paesi in via di sviluppo alle nostre città, il linguaggio, la “decarbonizzazione” dell’immaginario.

«Il tempo è ora. Disuguaglianza, pandemia e crisi climatica sono facce della stessa medaglia: un’economia “sporca” basata sull’estrazione insostenibile di carbon fossile, distruzione della biodiversità e degli ecosistemi in cui viviamo ed enormi fratture e disparità sociali. Abbiamo davanti la responsabilità di ripensare le nostre economie e le nostre società. La transizione ecologica non è quindi politicamente neutra. Non è una questione “solamente” tecnica, scientifica e tecnologica. Come la fai, quali sono le priorità, con quali attori, dove indirizzi gli investimenti sono scelte politiche che possono acuire le disuguaglianze o sanarle. Stiamo andando verso una direzione in cui il punto non sarà più “se”, ma “come”. Per questo, serve, innanzitutto, una visione Politica -con la P maiuscola- che metta al centro le persone nella transizione».
(Caterina Sarfatti)

Con i contributi di: • Davide Agazzi • Veronica Aneris • Andrea Baranes • Agnese Bertello • Riccardo Bocci • Marco Borgarello • Paolo Cacciari • Giovanni Carrosio • Stefano Caserini • Annalisa Corrado • Elena De Luca • Marco Deriu • Antonia De Vita • Anna Donati • Francesca Forno • Francesco Gesualdi • Elisa Giannelli • Giacomo Grassi • Simone Maggiore • Roberto Mancini • Fabio Monforti • Paolo Pileri • Anna Realini • Rinascimento Green • Davide Sabbadin • Caterina Sarfatti • Annalisa Savaresi • Chiara Soletti • Antonio Tricarico • Mauro Van Aken • Alessandro Volpi

Gli autori

Gianluca Ruggieri

Ricercatore all’Università dell’Insubria, attivista energetico e socio fondatore di Retenergie e di è nostra. Co-autore di “La vita dopo il petrolio” e “L’energia che ho in mente”.

Massimo Acanfora

Nato a Milano, è giornalista. Dal 2009 a oggi è responsabile editoriale, editor, copy e autore per Altreconomia edizioni. Dopo una parentesi nel lavoro sociale nei primi anni 90, ha lavorato per il giornale ed editore Terre di mezzo, per il quale nel 2003 ha ideato e organizzato la fiera “Fa’ la cosa giusta!”. Ha portato inoltre in Italia la manifestazione “La Notte dei Senza Dimora”. Ha contribuito a costruire il settore editoriale e librario di Terre di mezzo edizioni. Ha poi lavorato all’agenzia Aragorn come ufficio stampa per numerose organizzazioni non profit. Nel 2008 è stato promotore a Milano dell’evento Homeless World Cup. È autore di diversi libri, tra cui la fortunata guida “Pappamondo” (Cart’armata edizioni), ma anche del manuale “E ora si ikrea!” (Ponte alle Grazie/Altreconomia) e di “Il ritorno delle cose” (con Angelo Miotto, Altreconomia).


domenica 23 maggio 2021

“Sappiamo che le cose possono cambiare”

dalla pagina “Sappiamo che le cose possono cambiare" - Nigrizia

Le parole di Papa Francesco contenute nell’Enciclica costituiscono il tema di questa settimana che chiude la celebrazione dei cinque anni dalla sua promulgazione e si propone di concretizzare nella realtà attuale le proposte del pontefice

Marcelo Barros (monaco benedettino in Brasile)


Dalla Laudato Si’ ai nostri giorni

Dal 2015, quando l’Enciclica è stata pubblicata, fino a oggi, la realtà del mondo è cambiata molto. Il documento ha avuto grande consenso da parte della società civile, ma non certamente nei circoli del potere economico e dei suoi rappresentanti politici, e nemmeno in alcuni settori della stessa Chiesa cattolica.

La Conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico a Parigi, tenutasi pochi mesi dopo l’Enciclica, non ha portato a nulla. In America Latina le élite economiche, alleate con l’impero nordamericano, hanno ulteriormente indebolito le strutture democratiche esistenti.

Nel 2015 l’umanità non poteva immaginare di dover affrontare la pandemia del Covid-19 e la conseguente e sempre più scandalosa concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi. Quasi tutti gli scienziati concordano nell’affermare che il Covid ha avuto un effetto più devastante di quanto si potesse immaginare, a causa della distruzione in atto del pianeta. Tuttavia, la piccola élite che domina la politica e l’economia mondiale non dà segnali di cambiamento in questa direzione.

Due Encicliche indicano la strada

La pandemia di Covid-19 ha accentuato l’isolamento dei singoli Paesi, infatti si può constatare come le società nazionali perseverino nella direzione di una desocializzazione, fino a sfociare in una ”società di individui”. Il Papa ci avverte: “Dobbiamo superare un mondo in cui ci sono solo partner e non fratelli” (FT 101).

Oggi dobbiamo rileggere la Laudato Si’ partendo da Fratelli Tutti. Le due Encicliche si completano a vicenda. La fraternità umana proposta nella nuova Enciclica va oltre l’umanità, perché apparteniamo alla grande comunità della Vita. È urgente unirsi per trasformare le società di oggi in “un’unica civiltà mondiale“.

Per la maggior parte dell’umanità, la pandemia è stata sinonimo di morte, malattia, sofferenza, aumento della povertà ed esclusione. Tuttavia, per la sua stessa dinamica, il sistema economico dominante ha il potere di ri-significare le catastrofi e trasformarle in opportunità e tempi di abbondanza per i detentori del capitale.

Con la pandemia le aziende del settore farmaceutico e delle biotecnologie, che ottengono la maggior parte dei loro profitti dalle malattie, hanno avuto il più alto innalzamento dei prezzi delle azioni di tutta la loro storia. Essi sono diventati un rifugio sicuro per i grandi investitori capitalisti. Più la pandemia ha portato sofferenza e morte a milioni di persone, e più le industrie sanitarie e gli investitori hanno fatto della malattia stessa un’opportunità per aumentare i profitti.

Come convivere con il fatto che i ricchi hanno aumentato le proprie fortune mentre la maggioranza della popolazione mondiale affronta una tragedia immane? E, ancor di più, come accettare che ciò sia avvenuto senza alcun trucco o inganno, ma come conseguenza degli stessi meccanismi intrinseci al sistema economico globale?

La “conversione ecologica”

Papa Francesco propone non solo qualche cambiamento, ma una svolta decisa nel sistema mondiale stesso. A tal fine, la Laudato Si’ propone di approfondire l’educazione e la spiritualità ecologica (n. 202 e seguenti) con la formazione verso un’alleanza tra gli esseri umani e l’ambiente (n. 209). Ciò non potrà però avvenire senza una vera “conversione ecologica” (n. 216).

Uno dei buoni effetti della Laudato Si’ è stato quello di sostenere e confermare i nuovi percorsi intrapresi da alcuni decenni da teologi che hanno sviluppato una “teologia del Creato” basata sul dialogo con le nuove ricerche e scoperte della cosmologia, con le tradizioni orientali e la spiritualità dei popoli originari.

La confluenza di questi percorsi porta nel campo della teologia e della spiritualità cristiana una nuova sensibilità che include il recupero di una profonda spiritualità ecologica contenuta nelle tradizioni indigene e africane.

Per noi cristiani delle chiese latinoamericane, lo Spirito richiama all’alleanza con i nostri popoli originari a partire dalle loro radici culturali e, allo stesso tempo, ad ascoltare ciò che “lo Spirito dice oggi alle chiese e alle comunità tradizionali” (cfr. Ap 2,7).


sabato 22 maggio 2021

La salute è prendersi cura

dalla pagina https://comune-info.net/la-salute-e-prendersi-cura/

Marco Bersani


Se vogliamo cogliere gli insegnamenti profondi della pandemia, ciò che va messo in discussione è lo stesso concetto di salute, per come è stato elaborato da decenni di dottrina neoliberale. Il primo concetto da recuperare è quello dell’interdipendenza, il secondo quello della cura. Serve un servizio sanitario pubblico e gratuito, finanziato con risorse certe e non comprimibili, che si fondi e ripensi la territorialità

Foto tratta dal Fb di Riapriamo il Maria Adelaide.

Il virus pandemico che da quindici mesi attraversa il pianeta ha messo in evidenza la centralità del diritto alla salute, mettendo in crisi convinzioni radicate, e mostrando tutte le inadeguatezze degli attuali servizi sanitari.

La contraddizione primaria evidenziata è quella fra salute e mercato. Il virus ha dimostrato come una società fondata sul mercato non sia in grado di garantire protezione ad alcuno, e l’illusione dell’economia come motore del benessere collettivo si è dovuta scontrare con l’autoreclusione nel giro di brevissimo tempo di oltre due miliardi di persone.

Anche i servizi sanitari, da decenni soggetti a privatizzazione e/o aziendalizzazione, hanno rivelato la loro totale incapacità di garantire vita e salute alle persone, come testimoniano gli oltre 150 milioni di contagi e un numero di decessi che ha superato i 3 milioni di persone.

Se vogliamo cogliere gli insegnamenti profondi della pandemia, ciò che va messo in discussione è lo stesso concetto di salute, per come è stato elaborato da decenni di dottrina neoliberale.

In questo senso, il primo concetto da recuperare è quello dell’interdipendenza.

La vita della specie umana, a differenza di quella di alcune altre specie animali, è caratterizzata sin dall’inizio da un legame sociale.

“L’infante senza la madre non esiste”[1] scriveva lo psicanalista inglese Donald Winnicott, per il quale, all’inizio della vita, ognuno esiste solo in quanto parte di una relazione, e le sue possibilità di vivere e svilupparsi dipendono totalmente dal soddisfacimento del bisogno primario di attaccamento e appartenenza ad un’altra persona -solitamente la madre- che si prenda cura di lui e gli dia quel senso di sicurezza e intimità che sono basilari per la crescita.

Ma, potremmo aggiungere, quella matrice relazionale -infante/madre- non potrebbe a sua volta sopravvivere senza un ambiente naturale che fornisca aria, acqua e cibo.

Se la vita è dunque contrassegnata dall’interdipendenza con l’altro e con l’ambiente, la salute non può che essere data dal buon esito di questa interdipendenza plurima.

La salute non può essere considerata solo un’assenza di malattia, bensì uno stato di benessere psico-fisico determinato da un’adeguata salubrità dell’ambiente nel quale viviamo e da un’adeguata qualità delle relazioni nelle quali siamo immersi.

Cosa ci dice questo passaggio? Che non può esservi separatezza fra vita quotidiana e stato di malattia, bensì che il secondo dipende da come è vissuta la prima.

Il primo motore del diritto alla salute è di conseguenza l’ecologiaovvero il mantenimento dell’equilibrio nella relazione fra vita, società e natura. Come ha dimostrato la pandemia, il virus non è un invisibile nemico esterno, bensì il prodotto della rottura di equilibri ecosistemici, portata avanti da un modello economico-sociale che si relaziona alla natura come altro da sé e come luogo da depredare.

La malattia è sempre l’espressione di un sintomo, ovvero un indizio che ci svela come funziona un contesto, senza curare il quale il superamento della malattia rappresenta nel migliore dei casi null’altro che una riduzione del danno.

Il diritto alla salute si garantisce di conseguenza attraverso la prevenzione, ovvero un’insieme di azioni, individuali e sociali, dirette a impedire il verificarsi della malattia. Non è dunque qualcosa di settoriale di cui deve occuparsi un servizio specifico, bensì un compito dell’intera organizzazione sociale che deve trasformare il ‘cosa, quanto, dove, come e per chi’ produrre, ‘come, quanto e in quali condizioni’ lavorare, come nutrirsi, come muoversi, come stare insieme.

In questa direzione, il secondo concetto da recuperare è quello della cura.

Si tratta di un concetto che nella narrazione dominante viene relativizzato per declinare da una parte le attività strettamente medico-sanitarie, dall’altra le attività di accudimento domestico, storicamente svalorizzate e delegate in particolare al mondo delle donne.

La cura così intesa è funzionale all’ideologia dell’intoccabilità del modello capitalistico, basato da una parte sulla valorizzazione della produzione economica e la non considerazione della riproduzione sociale, e dall’altra sull’intoccabilità di un modello sociale dentro il quale la malattia viene relegata a sfortunato evento individuale.

Si tratta, al contrario, di recuperare la differenza tra due verbi inglesi foneticamente e graficamente molto simili, ovvero “to cure” e “to care”.

Il primo significa “curare”, mentre il secondo significa “prendersi cura, preoccuparsi per”.

Manifestazione per la riapertura dell’Ospedale Maria Adelaide.
Torino, 12 aprile 2021, 
Riapriamo il Maria Adelaide.

E’ a questo secondo significato che bisogna fare riferimento, come ben espresso da Joan Tronto e Berenice Fisher, le quali considerano la cura “una specie di attività che include tutto ciò che facciamo per mantenere, continuare e riparare il nostro mondo in modo da poterci vivere nel modo migliore possibile. Quel mondo include i nostri corpi, noi stessi e il nostro ambiente, tutto ciò che cerchiamo di intrecciare in una rete complessa a sostegno della cura[2]

La cura così intesa prende atto della vulnerabilità dell’esistenza e contrasta il mito onnipotente della sicurezza, parola che deriva da sine-cura, senza preoccupazioni, per accedere alla curiosità, parola che serve a significare colui che si cura di qualcosa.

Segnando il radicale antagonismo tra chi, con la città piena di cadaveri trasportati dai camion dell’esercito, produce il video “Bergamo is running” e tutte e tutti coloro che, con il mutualismo autorganizzato si sono preoccupati della propria comunità di riferimento.

Quali caratteristiche dovrebbe, di conseguenza, avere un servizio sanitario di una società basata sull’interdipendenza e la cura?

Innanzitutto, dovrebbe essere pubblico e gratuito. In tempi di frammentazione sociale, molti rischiano di perdere il profondo significato di coesione sociale rappresentato da questo concetto.

Se il servizio sanitario è pubblico e gratuito, significa che io lo finanzio mentre sono in salute (con le tasse) per essere sicuro, in caso di necessità, di essere curato e per garantire che venga curato anche chi non ha un reddito; se il servizio sanitario è privato e a pagamento, vuol dire che io non pago nulla mentre sono in salute, ma pagherò in caso di malattia, potendo accedere alle cure solo se dispongo di adeguate disponibilità economiche. Dentro il quadro privatistico, muore l’universalità del servizio e si approfondisce la diseguaglianza sociale.

In secondo luogo, dovrà essere adeguatamente finanziato con risorse incomprimibili. Se la salute è un diritto primario, la spesa per la stessa non può essere dettata dai principi aziendalistici del “far quadrare il bilancio” o da vincoli dettati dalla trappola ideologica del debito pubblico. Occorrono risorse certe e comunità territoriali che ne controllino democraticamente destinazione ed efficacia.

In terzo luogo dovrà essere organizzato territorialmente, secondo l’idea della cura di prossimità e la strategia della prevenzione. Se la malattia è un fenomeno sociale, è dentro quel contesto che può ristabilirsi la salubrità e la salute; al contrario, un sistema centrato sull’ospedalizzazione rischia di tecnicizzare la malattia estrapolandola dal contesto che l’ha prodotta, sino a reificare la persona stessa riducendola ad organo su cui intervenire (se vado da un otorino divento un orecchio).


Il settore ospedaliero va integrato dentro una sanità territoriale basata sulla medicina scolastica, del lavoro e dell’ambiente, dentro una logica di ospedale al servizio della comunità e non del suo contrario.

La pandemia ha mandato in tilt un modello sanitario basato sul mercato e un concetto organicistico di salute, ridicolizzando i feticismi delle eccellenze privatistiche.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza presentato dal governo per l’accesso ai 209 miliardi del Next Generetion EU non sembra aver alcuna intenzione di invertire la rotta.

Serviranno grandi mobilitazioni sociali per uscire dall’universo della competizione e approdare alla società del prendersi cura.

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[1] D. W. Winnicott, Sviluppo affettivo e ambiente, Armando Editore, Roma 1974

[2] Sara Brotto, Etica della cura. Una introduzione, Orthotes, Napoli 2013

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 46 di maggio-giugno 2021:  “La salute non è una merce