sabato 24 luglio 2021

“The Last Twenty”: la voce fiera degli ‘Ultimi’ in risposta al G20 dei ‘Grandi’ della terra: Reggio Calabria, 22 – 25 luglio 2021

dalla pagina "The Last Twenty": la voce fiera degli 'Ultimi' in risposta al G20 dei 'Grandi' della terra: Reggio Calabria, 22 - 25 luglio 2021 (pressenza.com)

Sofia Donato - 

(Foto di Sofia Donato)

Si può partire dagli “Ultimi”? Si DEVE. Sopratutto se questi “Ultimi” “sono stati resi poveri, non sono poveri”, come precisato da Giuseppe Falcomatà, sindaco di Reggio Calabria, ieri, nel giorno di apertura del controvertice “The Last Twenty” (https://thelast20.org/): un evento che “(…) non vuole essere in contrapposizione con il G20, ma un modo diverso di guardare il mondo”, ha precisato il vice Sindaco di Reggio, Tonino Perna.

Rappresentanti di 20 Paesi (17 africani e 3 asiatici), associazioni e ONG, esponenti delle Istituzioni e società civile, sono giunti da varie parti d’Italia e d’Europa al fine di partecipare attivamente alla prima tappa calabrese di questo Summit itinerante che proseguirà a Roma (10-12/9), in Abruzzo e Molise (17-21/9), a Milano (22-26/9) per concludersi a S.M. di Leuca (2-3/10) con la stesura di un documento unitario in vista del vertice del G20 che si svolgerà a Roma a fine ottobre.

”The Last Twenty” ha iniziato il suo viaggio, non a caso, dal Sud Italia, segnatamente dalla Calabria, una delle ultime regioni in termini di servizi pubblici e indici economici, una terra che sente improrogabile l’urgenza di un riscatto. “Una terra che ha una lunga storia di accoglienza e che è frutto di secoli di contaminazioni”, ha ricordato, sempre ieri, il sindaco Falcomatà.

La cerimonia di apertura è iniziata con la lettura del messaggio inviato dal Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Luigi Di Maio, il quale ha sottolineato quanto la debolezza delle Istituzioni impedisca ai giovani africani di sviluppare il loro potenziale ed evidenziando che l’Italia si impegna a porre l’Africa al centro dell’Agenda del G20, quest’anno ospitato e presieduto proprio dal nostro Paese.

La cerimonia è stata commovente e ricca di significato, esordendo con l’intitolazione del ponte sul waterfront di Reggio Calabria – che unisce la città al suo porto – all’Ambasciatore Luca Attanasio e alla sua scorta, morti in un agguato nella Repubblica Democratica del Congo il 22 febbraio scorso. Un ponte dal forte valore simbolico che segna l’unione tra la nostra Penisola ed il Continente africano. “Un ponte tra i ‘Primi’ venti e gli ‘Ultimi’ venti”, ha provocatoriamente detto il Prefetto di Reggio Calabria, Massimo Mariani, ricordando che “parlare di ‘ultimi’ venti non è bello, impone una riflessione perché occorre accorciare le distanze, affinché il mondo diventi migliore”.

All’inaugurazione erano presenti, oltre alle Autorità locali, anche i familiari e la vedova dell’Ambasciatore Attanasio, Zakia Seddiki. Erano inoltre presenti Domenica Benedetto, compagna del carabiniere Vittorio Iacovacci, morto nell’agguato che in cui veniva ucciso l’Ambasciatore, i rappresentanti dell’Arma dei Carabinieri e la comunità congolese rappresentata da Anselme Bakudila che ha ricordato Mustapha Milambo, autista dell’Ambasciatore, morto anch’egli durante l’attacco nei pressi di Goma. La comunità congolese ha donato la bandiera del Congo alla Seddiki ed alla Benedetto in segno di gratitudine e di continuità, affinché non si arresti l’opera dell’Ambasciatore Attanasio, che nella propria carriera diplomatica si è prodigato in un impegno costante a vantaggio degli indifesi.

Il summit è proseguito, nel pomeriggio di ieri, al Parco Ecolandia – un grande balcone sullo Stretto di Messina, sito a Nord della città – in cui sono state installate mostre tematiche a cura delle associazioni organizzatrici, allestiti banchetti di artigianato interetnico, organizzati uno spettacolo musicale e proiezioni di film sulla corrente situazione geo-politica in Afghanistan, Niger e Libano. Si sono susseguiti, inoltre, numerosi interventi su Migrazioni, conflitti e religioni nei Last 20.

È stato dato spazio all’appello della “ResQ – People Saving People”, la nave degli italiani che accolgono, affinché possa prestare soccorso in mare e salvare vite nel Mar Mediterraneo, grazie al sostegno economico e operativo di tutti.

In sostituzione della Vice Ministra degli Affari Esteri, on. Marina Sereni, è intervenuto il diplomatico e Ministro plenipotenziario del MAEC, Filippo Scammacca, il quale ha sottolineato come occorra ripensare allo sviluppo partendo proprio dagli “Ultimi” e come la Cooperazione Internazionale debba lavorare affinché la migrazione divenga una scelta dell’individuo e non più un obbligo figlio di miseria e guerra.

Filippo Ivardi, direttore di “Nigrizia” la rivista dedicata al continente africano, ha ricordato l’importanza di fare causa comune tra tutti i popoli della terra evidenziando che quando facciamo graduatorie tra i “Primi” e gli “Ultimi”, partiamo sempre da un unico indicatore globale, ovvero quello meramente economico. Laddove ponessimo al centro indicatori di altro genere, basati su valori differenti, gli equilibri non sarebbero più gli stessi ed emergerebbe nitido quanto abbiamo da apprendere da altri Paesi.

Yvan Sagnet, attivista camerunense, presidente dell’associazione internazionale “NoCap”, nata per contrastare il caporalato, ha sottolineato quanto sia vitale mettere insieme tutte le forze per contrastare lo sfruttamento del lavoro rafforzando l’alleanza tra produttori, lavoratori e consumatori e quanto la sostenibilità economica, ambientale e sociale si muovano e incedano all’unisono. Si sono poi susseguiti altri interventi che hanno lasciato il passo alla musica e al buon cibo, a conclusione di un primo giorno ad alto tasso di contenuti ed emozioni.

Fino a domenica prossima, Reggio Calabria ospiterà gli altri incontri di questo importante summit, dando spazio all’esperienza di Riace e dei Comuni che accolgono, ai corridoi umanitari, alla cooperazione internazionale, al contributo degli immigrati alla crescita economica e culturale del nostro Paese, al ruolo delle nuove generazioni e delle donne nel futuro degli L20. Ci auguriamo che da questo Summit giunga ai Grandi della terra, la voce degli Ultimi e si apra finalmente un dialogo leale e concreto tra Paesi, che riconosca a tutti il proprio ruolo politico, sociale ed economico.

 

martedì 20 luglio 2021

A 20 anni dal G8. Le pagine profetiche di Genova

dalla pagina https://www.nigrizia.it/notizia/a-20-anni-dal-g8-le-pagine-profetiche-di-genova

Guardiamoci attorno: quali sono i temi chiave del nostro tempo? L'emergenza climatica, le fortissime disuguaglianze, la crisi pandemica e sanitaria, la questione migratoria, per citare i principali. Tutti argomenti che il movimento portò all'attenzione globale proprio nel passaggio di millennio. Ce lo spiega Lorenzo Guadagnucci del Comitato Verità e Giustizia per Genova, autore dell'articolo uscito su Nigrizia di luglio-agosto 2021 

Lorenzo Guadagnucci 

Nel dicembre 2020 è comparso alla Borsa elettronica di New York il Nasdaq Veles California Water Index Future. Il primo strumento finanziario che “scommette” sul valore dell’acqua, o meglio sul prezzo dei diritti di sfruttamento idrico in California.

Non sfugge la portata pratica e simbolica del passaggio: l’acqua è un bene essenziale, dal quale dipende la vita di ciascun essere vivente. Ma non è sfuggito alla logica dei mercati, per i quali qualsiasi cosa ha un prezzo e può essere oggetto di scambi commerciali e speculazioni.

Proprio vent’anni fa, fra i Forum mondiali di Porto Alegre (gennaio 2001 e 2002) e quelli europei di Firenze e Parigi (2002 e 2003), passando per la cruciale estate del G8 di Genova, nel luglio 2001, l’acqua era al cuore di una visione del mondo alternativa a quella corrente. Si discuteva di un Contratto mondiale dell’acqua che aveva come punto di partenza l’accesso alle risorse idriche come diritto umano: ciascuna persona, per il fatto stesso di esistere, doveva vedersi garantito un quantitativo minimo di acqua potabile gratuita. Un principio da recepire a livello globale e da mettere in pratica con legislazioni nazionali coerenti. È il modello al quale si ispirarono i promotori del referendum che nel 2011 in Italia cercò di sancire – venendo però disatteso negli anni successivi – il principio dell’acqua come bene comune.

Linea di continuità

È solo un esempio, fra i tanti possibili, dell’asse di continuità che lega il presente all’esperienza del “movimento per la giustizia globale” (giornalisticamente definito, in modo improprio, “no global”). A Genova, nel luglio 2001, quello strano movimento, con radici forti in America Latina e l’esperienza alle spalle della “battaglia di Seattle” (novembre 1999) durante una riunione dell’Organizzazione mondiale del commercio, presentò il suo volto, i suoi temi, la sua composita natura all’opinione pubblica europea. Il vertice dei cosiddetti “Otto grandi” era l’occasione per indicare i tratti salienti di una critica al neoliberismo dominante che poggiava su competenze, esperienze e sperimentazioni che si erano sedimentate negli anni. Il cuore delle “giornate di Genova”, così come dei Forum sociali, erano i seminari, i convegni, le piazze tematiche, le campagne, più ancora che le manifestazioni, i cortei, i sit-in, pur necessari per stimolare la partecipazione e rendere evidente la crescente opposizione popolare al “pensiero unico neoliberista”, come si diceva allora.

A Genova, dunque, si parlava fra molte altre cose di accesso all’acqua, all’interno di una critica al sistema che aveva due grandi direttrici: da un lato la denuncia della concentrazione di potere reale in organizzazioni sovranazionali sottratte al controllo democratico dei cittadini; dall’altro la contestazione del modello di sviluppo dominante, sia per la sua impronta ecologica, sia per il suo impatto sociale: l’esplosione delle disuguaglianze Nord/Sud e anche interne ai paesi più ricchi era messa a fuoco con grande forza e precisione. In breve, il movimento di Porto Alegre e Genova immaginava “un altro mondo possibile”, come recitava lo slogan nato nel gennaio 2001 nel campus universitario della città brasiliana.

Utopie praticabili

Erano sogni e impraticabili utopie, come sostenevano allora i circoli politici e mediatici dominanti? Forse no, se ci guardiamo attorno e consideriamo quali sono le questioni chiave del nostro tempo: l’emergenza climatica, le fortissime disuguaglianze, la crisi pandemica e sanitaria, la questione migratoria, per limitarsi ai macro temi. Tutti argomenti che il movimento portò all’attenzione globale proprio nel passaggio di millennio, nel momento di sua massima espansione, prima di finire soffocato dalla violenza istituzionale, proprio a Genova, e dal manicheismo implicito nella “guerra globale al terrorismo”, lanciata dopo gli attentati jihadisti negli Stati Uniti dell’11 settembre 2001.

A Genova si metteva in discussione l’attuale modello di sviluppo a partire dalla sua strutturale incapacità di darsi un limite nel consumo di risorse e nella conseguente distruzione degli ecosistemi. L’ideologia della crescita è il cuore dell’economia dominante e resta il convitato di pietra di ogni discorso sulla “sostenibilità” oggi tanto di moda: la necessità di abbattere l’estrazione di risorse, di uscire dal consumismo, di immaginare un “bem vivir” alternativo, cioè un benessere sganciato dall’aumento dei consumi materiali, era – e rimane – lo snodo cruciale nella lotta contro la catastrofe climatica in corso. Fra Porto Alegre e Genova si ragionava dei pilastri di una nuova “economia capace di futuro” (come diceva un felice slogan della Rete Lilliput). E si metteva al centro, con grande anticipo sui tempi, la questione migratoria. La piena libertà di movimento garantita alle merci e ai capitali (e ai cittadini dei paesi ricchi) era negata ai più bisognosi di muoversi, cioè i cittadini dei molti Sud del mondo, spinti all’espatrio dalle guerre, dalle carestie e dall’umanissimo desiderio di migliorare le proprie condizioni esistenziali. Il corteo dei migranti del 19 luglio 2001 fu forse la pagina più profetica delle intense giornate genovesi.

Walden Bello, sociologo e attivista filippino, durante il Public forum genovese puntò il dito sulla finanziarizzazione già allora incontrollata dell’economia globale: «Gran parte dei profitti e dei capitali si è mossa dal settore reale a quello finanziario. In poche settimane a Wall Street oltre 4,6 trilioni di dollari sono stati bruciati. Il settore finanziario non è in grado di stabilizzare il capitalismo». Parole premonitrici di quanto sarebbe avvenuto pochi anni dopo, con il crac finanziario del 2007-2008. E ancora, sempre Walden Bello: «La crisi è relativa al capitalismo e alla sua tendenza a trasformare ogni risorsa in un prodotto da vendere, un sistema antitetico all’interesse della biosfera». Siamo nel 2001, sei anni prima che l’Ipcc, la rete internazionale di scienziati facente capo alle Nazioni Unite, riceva il premio Nobel per la pace per i suoi rapporti sulla crisi climatica globale. E poi il tema del debito pubblico, divenuto strumento di dominio da parte degli stati più forti e della finanza globale e oggetto al tempo di Genova G8 di due distinte campagne per chiederne la revisione, fino alla cancellazione.

Contro i monopoli dei vaccini

Sempre a Genova Nicoletta Dentico, all’epoca responsabile per l’Italia di Medici senza frontiere, denunciava il fallimento (sul piano umano) del mercato della salute: «Nel mondo 14 milioni di persone muoiono ogni anno di malattie curabili con farmaci cui non hanno accesso». E Vittorio Agnoletto, nel 2001 portavoce del Genoa Social Forum ma anche presidente della Lila, Lega italiana per la lotta all’Aids: «Chi difende il monopolio sostiene che la proprietà intellettuale del brevetto permette alle aziende di recuperare i soldi spesi per la ricerca. In realtà, la spesa in ricerca delle multinazionali farmaceutiche non supera il 20% del bilancio, mentre per azioni di lobby, ossia soldi per pressioni sul mondo politico e sanitario, viene speso tra il 30% e il 39% del bilancio». Passati vent’anni, nel pieno della pandemia di Covid-19, il controllo dei brevetti su farmaci e vaccini da parte di Big Pharma è ancora un ostacolo insormontabile: rende impossibile una risposta equa e globale alla diffusione del virus.

Si è detto, in questi anni, che il movimento per la giustizia globale – criminalizzato prima sui media poi nelle piazze e quindi messo fuori gioco – si è trovato a svolgere il ruolo di Cassandra, il personaggio mitologico condannato a prevedere il futuro senza essere creduto. È un ruolo ingrato in una partitura che riguarda tutti e sulla quale è diventato urgente intervenire, in modo da provare a cambiare il finale. Il mondo oggi è in fiamme più di vent’anni fa e il tempo della storia – quella climatica, innanzitutto – non dà letteralmente respiro: se un altro mondo era allora possibile, oggi è diventato necessario.

 

Nigrizia in questi 20 anni ha dedicato molti articoli e analisi ai fatti del G8. Ripubblichiamo l’editoriale del settembre 2001, assieme all’ampio dossier che accompagnava quel numero della rivista, e l’articolo scritto nel 2011 a 10 anni dagli eventi.

La lezione di Genova

G8, la svolta. Genova, l’Africa e noi

Genova 2001, la breccia

 

sabato 17 luglio 2021

Il Vertice dei padroni del cibo

dalla pagina https://comune-info.net/il-vertice-dei-padroni-del-cibo/

Silvia Ribeiro

Con la pandemia è aumentato in modo esplosivo l’afflusso dei giganti della tecnologia e del commercio online, un fatto che ha cambiato le strutture di produzione e i soggetti che controllano produttori e consumatori. Per legittimare questo attacco digitale e biotecnologico al nostro cibo e stabilire nuove normative internazionali (cioè per evitare normative e controlli pubblici), è stato concepito il cosiddetto Food Systems Summit, che si terrà a settembre 2021. Viene presentato come un appuntamento delle Nazione Unite ma in realtà lo ha deciso il World Economic Forum, noto anche come Forum di Davos, quello in cui convergono gli interessi economici e finanziari che estendono il loro dominio sul mondo intero. L’industria alimentare è più fondata che mai sulla variabile indipendente del profitto, sviluppa l’uniformità genetica di piante e animali, con pesanti interventi chimici (agrotossici, conservanti, aromi, addensanti, coloranti, ecc.), e con sempre più elementi sintetici e artificiali. È inoltre uno dei maggiori fattori di inquinamento dei suoli, dell’acqua e del terreno, dunque una causa importante del cambiamento climatico, ma non bisogna dimenticare che è perfino il più grande fattore di produzione di epidemie e pandemie

Foto Freepng

Non possiamo vivere senza mangiare. Il cibo e tutto ciò che lo circonda sono alla base della vita di ogni persona. Il controllo di questo mercato è quindi un obiettivo fondamentale delle imprese transnazionali. Oggi, quattro o cinque grandi aziende agroalimentari controllano più della metà del mercato globale in ogni anello di quella catena industriale. Con la pandemia, è aumentato in modo esplosivo l’afflusso dei giganti della tecnologia e del commercio online, un fatto che ha cambiato le strutture di produzione e i soggetti che controllano produttori e consumatori. Per legittimare questo attacco digitale e biotecnologico al nostro cibo e stabilire nuove normative internazionali (leggi evitare normative e controlli pubblici), è stato concepito il cosiddetto Food Systems Summit, che si terrà a settembre 2021.

Sebbene sia presentato come un vertice delle Nazioni Unite, è stata un’iniziativa del World Economic Forum (detto comunemente Forum di Davos, in cui convergono le più grandi società transnazionali). António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, ha annunciato nel 2019 la sua realizzazione prima che gli organismi delle Nazioni Unite relativi all’agricoltura e all’alimentazione – come la FAO e il Comitato per la sicurezza alimentare mondiale – ne fossero a conoscenza. Nonostante sia ufficiale, questo vertice sarà un evento pubblico-privato, in cui il settore privato ha più partecipazione e influenza dei co-organizzatori delle Nazioni Unite (si veda: “Nuovo assalto al cibo”).

L’alimentazione non è solo nutrizione, ma è anche un pilastro essenziale dell’organizzazione delle società e delle culture. Per oltre il 99,9% della storia dell’alimentazione umana, il modo in cui il cibo viene ottenuto, prodotto e trasformato è stato diverso e decentralizzato a seconda delle aree geografiche e delle culture, basato su sistemi locali e, per la maggior parte, socialmente ed ecologicamente sostenibile.

Il capitalismo e la sua Rivoluzione Verde (pacchetto tecnologico di semi ibridi e transgenici, macchinari pesanti, agrotossici e fertilizzanti sintetici) insieme alla globalizzazione imposta, sono riusciti a danneggiare in pochi decenni parte di quella realtà millenaria, con un’industria alimentare basata sul profitto, sull’uniformità genetica di piante e animali, con pesanti interventi chimici (agrotossici, conservanti, aromi, addensanti, coloranti, ecc.), e con sempre più elementi sintetici e artificiali. Un’industria che è anche uno dei maggiori fattori di inquinamento dei suoli, dell’acqua e del terreno e che è una causa del cambiamento climatico. Inoltre, è perfino il più grande fattore di produzione di epidemie e pandemie (si veda: “Gestando la próxima pandemia”).

Si tratta di uno dei 10 maggiori mercati industriali globali, un elenco in cui ha occupato tra il primo e il settimo posto nell’ultimo decennio, nonostante questa contabilità tenga conto solo dell’industria e consideri solo parzialmente il cibo che proviene dalle reti contadine, dalla pesca artigianale, dagli orti urbani e dalla raccolta tradizionale, che sono quelli che forniscono cibo al 70% della popolazione mondiale (si veda: “Chi ci nutrirà?. La Rete alimentare contadina a confronto con la Catena alimentare agroindustriale”).

Da alcuni anni, i giganti della tecnologia digitale e le piattaforme di vendita online (come Google, Facebook, Amazon, Microsoft, ecc.) sono entrati nell’agroalimentare. Hanno introdotto programmi di controllo digitale per l’agricoltura (offerti da imprese agroalimentari e produttrici di macchinari, in collaborazione con le imprese tecnologiche) e vari strumenti per questo, come droni e sensori, espandendo e controllando le vendite online, sia tra le aziende che tra i consumatori (si veda: “La insostenible agricultura 4.0” e “Agricoltura 4.0”).

Per queste ragioni, al di là della retorica, gli obiettivi principali di questo Food Systems Summit sono: a) La promozione e il progresso su larga scala dell’industria agroalimentare digitale o agricoltura 4.0, con nuove biotecnologie, sistemi informatici, estrazione e massiccio accumulo di dati relativi alle attività agricole, agli ecosistemi e ai nostri comportamenti alimentari; b) la costruzione di sistemi alternativi di governo in materia agroalimentare, in cui le imprese abbiano il ruolo principale insieme ad alcuni governi: creare sistemi pubblico-privati, emarginando le stesse Nazioni Unite e cercando di eliminare le organizzazioni contadine, indigene, delle donne e dei lavoratori che non si riesce a co-optare; c) stabilire nuovi concetti come quello di “produzione positiva per la natura”, allo scopo di ottenere sovvenzioni e co-optare la produzione biologica qualora se ne possa ricavare profitto, e altri concetti come quello di “soluzioni basate sulla natura” che costituiscono una copertura per aprire nuovi mercati del carbonio in agricoltura e mercati di compensazione per la distruzione della biodiversità.

La Via Campesina e la grande maggioranza dei movimenti contadini, ambientali, agroecologici, delle donne e delle popolazioni indigene di tutto il mondo respingono questo vertice e hanno deciso di svelare le bugie e le manovre connesse (si veda il documento di La Via Campesina: “Un Summit sotto assedio”). Ancora più grave è il fatto che, mentre il mondo è ancora in una situazione di pandemia, il sistema agroalimentare industriale che il Vertice intende portare avanti è uno dei fattori chiave nella generazione di epidemie. Pertanto, si terrà un contro-vertice alla fine di luglio, in cui una grande varietà di organizzazioni e comunità presenterà le realtà e le proposte di cui abbiamo bisogno per nutrire tutti, con giustizia e cura per l’ambiente.

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Fonte: “Cumbre de los dueños de la alimentación”, in La Jornada, 03/07/2021.
Traduzione a cura di Camminardomandando



martedì 13 luglio 2021

Limoni, un podcast sul G8 di Genova vent’anni dopo

dalla pagina https://www.internazionale.it/notizie/2021/06/10/limoni-podcast-g8-genova

Limoni è il podcast di Internazionale sul G8 di Genova del 2001 con Annalisa Camilli. Otto episodi settimanali sul sito di Internazionale, su AppleSpotifySpreakerGoogle podcasts o sulla tua piattaforma di ascolto preferita.

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Il 20 luglio 2001 comincia il G8 a palazzo Ducale, mentre ventimila manifestanti raggiungono i sit-in. Alla piazza sul lavoro indetta dai Cobas si forma un black bloc e si mette subito in azione: incendia cassonetti, spacca bancomat, il gruppo si muove indisturbato per due ore davanti alle forze dell’ordine, si sposta nella città fino al carcere di Marassi. Intanto il corteo delle tute bianche è in ritardo, mentre scende su via Tolemaide è caricato dal terzo battaglione Lombardia dei carabinieri, armato di mazze di ferro fuori ordinanza: le cariche, violentissime, durano ore, fino alla morte di uno dei manifestanti, Carlo Giuliani, ucciso dal carabiniere Mario Placanica.

[...]

Perché è stata scelta Genova per ospitare il G8? Quali sono le regole d’ingaggio delle forze dell’ordine? La città è blindata e le autorità stabiliscono una zona rossa nel centro storico, con delle grate innalzate per difendere l’area in cui si svolge il vertice. All’interno di palazzo Ducale il G8 va in scena come in un set cinematografico, mentre all’esterno sono schierati migliaia di agenti: a poche ore dall’inizio dell’evento c’è tensione, scoppiano pacchi bomba, si diffondono allarmi e notizie false, i manifestanti sono perquisiti.

[...]

Cosa rimane a Genova del G8 del 2001? Dopo vent’anni Annalisa Camilli torna nella città che ha ospitato il vertice per capire se ci sono ancora tracce di quei giorni. Nella sede del Genova social forum il documentarista Carlo Bachschmidt le racconta che l’archivio dei processi non c’è più: da poco è stato trasferito a Bologna. Allora decide di parlare con alcuni organizzatori locali del controvertice per ricostruire i temi e le battaglie dei movimenti negli anni precedenti al vertice.

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Perché dopo vent’anni ha ancora senso parlare del G8 di Genova? Nel mezzo della pandemia di coronavirus il direttore di Internazionale Giovanni De Mauro chiede alla giornalista Annalisa Camilli di tornare indietro nel tempo per ricostruire quello che è successo nel 2001 e capire quali sono state le conseguenze di quei fatti per le persone che le hanno vissute e per la politica. Con un’intervista a Zerocalcare.

La serie è stata scritta da Annalisa Camilli in collaborazione con Carlo Bachschmidt, Marzia Coronati e Anita Otto. L’audio è stato prodotto da Riccardo Fazi con l’aiuto di Amedeo Berta e Gianluca Agostini. La consulenza e il montaggio sono di Jonathan Zenti, le musiche sono di Adele Altro, il coordinamento editoriale di Chiara Nielsen, il copy editing di Pierfrancesco Romano, la voce dei titoli di Alberto Notarbartolo, le grafiche di Lucio Lazzara.


lunedì 12 luglio 2021

Le testimonianze di ciò che avvenne a Genova nel 2001

dalla pagina https://www.peacelink.it/storia/a/48596.html

Noi gridiamo: "Ma siamo pacifisti, non potete prendervela con noi!". E loro: "Ma che pacifisti di merda!". E giù manganellate. Qui vengono riportate le testimonianze che furono inviate a PeaceLink in quei drammatici giorni di luglio del 2001.

Fonte:

https://web.archive.org/web/20030225051349/http://www.peacelink.it/genova/testimonianze/t1.html

All'altezza di piazzale Kennedy

Venerdì 20 luglio, poco dopo le 13, mi trovavo all'altezza di piazzale Kennedy, all'entrata delle strutture del Genoa Social Forum, ormai pressoché deserto. A circa 100 metri a levante (via Rimassa) arrivava la testa del corteo provveniente da Piazza Paolo da Novi che aveva già percorso via Torino "accompagnato" dalle azioni dei cosiddetti Bleck Block. Mentre il corteo, con in testa i Cobas, si fermava e in parte rientrava nell'area del GSF non più di VENTI persone vestite di nero spaccavano sistematicamente tutte le vetrine dei portici immediatamente a levante di Piazza Rossetti. La polizia, schierata a circa 200 metri di distanza (subito a ponente di Piazza Rossetti) assisteva assolutamente immobile e senza muovere i mezzi blindati che aveva alle spalle. Il corteo era fermo, non partecipava alla distruzione, le persone con cui ho parlato erano allibite. La scena si è protratta per una decina di minuti. Non si sapeva ancora che in altri punti della città ci sarebbero state cariche su persone pacifiche ed inermi.
E.G. Imperia

Pacifisti picchiati dalla polizia

Quelle che seguono sono alcune considerazioni e una breve cronaca di una parte del corteo dello spezzone della Rete di Lilliput Trentino basate su quanto gli occhi hanno potuto vedere, e il corpo toccare.

Innanzitutto due parole sul cosidetto 'black bloc', nome mediatico così simile a uno snack e, come gli snack, non sai mai quello che contiene: gruppucoli di chasseurs D.O.C., ma, secondo molte testimonianze, ci dicono anche filmate, veri e propri infiltrati al servizio delle forze dell'ordine, con l'ovvio scopo di dividere i manifestanti, creare incidenti allo scopo di giustificare una brutale repressione poliziesca su tutto il corteo (come è accaduto), screditare il movimento globale fatto di centinaia di migliaia di persone venuto a Genova per manifestare contro una politica economica, in gran parte USA, che nel mondo provoca milioni di vittime e disastri ecologici. Ed in effetti alcuni tic di questi disfattivisti rivelavano per lo meno qualcosa di strano: a cominciare dal look mediatico così troppo preciso e omologato a un luogo comune: berrettino similana nero, fazzoletto tipo bandana che da metà naso scendeva fino alla gola, camicia o maglioncino rigorosamente nero, un po' di libertà lasciata ai pantaloni, scarpe o tipo anfibio o agili nikers, tra le quali perfino qualche paio di Nike. In mano, come da copione, bastoni, assi di legno. Un rigoroso cliché estetico che prendeva poi forma nell'infrangimento di auto e qualche vetrina di banca, come se i crimini di queste (speculazione sulle spalle dei paesi più poveri, amplissimi finanziamenti al mercato delle armi, eccetera) si potessero annientare distruggendo loro un vetro uno sportello bancomat, tutte cose tra l'altro coperte dalle assicurazioni che queste banche sicuramente avranno.

Ma anche dando per buona la genuinità di questi folkloristici personaggi, nulla giustifica la violenza delle forze dell'ordine su TUTTI i manifestanti, dai più pacifici dei pacifisti agli autonomi, agli anarchici, passando per partiti politici, i sindacati, i lavoratori curdi, greci, i gruppi tematici italiani e stranieri, e tutte le centinaia di realtà diverse che animavano il corteo. E così, non si possono che pensare due cose: o le forze dell'ordine erano impreparate, inesperte, emotivamente fragili, disordinate e scoordinate, o, cosa più probabile, hanno seguito un preciso progetto politico all'(illusorio) scopo di fermare un movimento globale sempre più numeroso, motivato, forte, appoggiato nelle critiche e nelle proposte da gran parte dell'opinione pubblica. Ed è così che si possono spiegare le due situazioni di cui siamo stati testimoni fisici.

La prima c'è stata quando il lunghissimo corteo stava percorrendo il lungomare.
In testa al corteo si vedevano fumi di cassonetti bruciati e molti lacrimogeni che disegnavano in cielo linee curve di fumo, per poi ricadere sui manifestanti in prima linea. Il corteo si ferma, aspetta che gli scontri finiscano prima di ripartire. Qualche passo in avanti, poi molti indietro perché i lacrimogeni sparati dalle forze del (dis)ordine sembrano avvicinarsi. Si indietreggia
lentamente, per evitare la calca, perché la situazione sembra governabile: nelle prime linee ci sono scontri, la polizia vuol far desistere i facinorosi coi lacrimogeni, basta indietreggiare un po', aspettando che i tafferugli finiscano.
Del resto il corteo, decine, centinaia di migliaia di persone, era lontano da queste zone di crisi, sul lungomare, incolonnato. Il nostro spezzone era circa a metà di questo corteo, in un blocco compatto di trentini. Improvvisamente i lacrimogeni sparati sembrano avvicinarsi, si avverte il loro odore, la loro presenza, e s'indietreggia in modo più rapido, finché la situazione degenera in una calca generale, provocata dalle forze dell'ordine che continuavano a lanciare i candelotti sul pacifico corteo che stava indietreggiando per allontanarsi.

E' il caos, la fiumana di persone rende vano ogni tentativo di spostamento incontrollato, i lacrimogeni cadono dal cielo sempre più numerosi, sempre più vicini, indietro, avanti, in mezzo a noi. La pelle brucia, gli occhi bruciano, il fumo blocca il respiro, qualcuno cade a terra, non si sa che fare, dove andare. Una decina di minuti d'inferno. Usciti non so come da quel chaos , siamo rimasti in due, in attesa della prossima sventura nella terra di Colombo. E l'uovo della violenza premeditata delle forze dell'ordine arriva poco dopo, quando parte del gruppo si era ritrovata e attraverso una piccola stradina tremendamente in salita, tipica del paesaggio urbano di Genova, stava cercando di raggiungere gli altri compagni attraverso una via apparentemente sicura.
Giunti in cima alla salita, vediamo arrivare correndo un paio di giovani con caschetto in mano che gridano 'Sparano! Sparano!' dopo qualche indecisione, iniziamo a correre, ma dopo qualche istante arrivano a pericolosa velocità due camionette della polizia che inchiodano davanti a noi. Da esse balzano fuori un gruppo di Rambo armati e imbottiti d'ogni genere di protezione che ci fanno inginocchiare.

Uno di loro grida (ogni cosa che dicevano era un grido animalesco, invasato) in una sorta di romanesco 'Adesso vi facciamo vede' quanto siamo fascisti!'. Molti di noi gridano 'Ma siamo pacifisti, non potete prendervela con noi', o cose inutilmente simili. 'Ma che pacifisti di merda!' è una delle risposte, ci accusano di aver distrutto la città, ci gridano che il compagno morto il giorno precedente l'avevamo ucciso noi. La loro maschia cavalleria risparmia per fortuna le donne, dalle quali ci fanno separare, anche se uno di loro stava iniziando a porgere fiori manganellanti al gentilsesso. 'No, le donne NO!', lo ferma il meno peggio del gruppo. Il che ci fa capire che per noi estremisti violenti di Lilliput la sorte era segnata. A turno ci manganellano ordinatamente sulle braccia, qual che democratico calcio con gli anfibi sulle costole, giustizievoli colpi col parabraccio. Qualche ragazza piange, ma per chi si gira la manganellante democrazia è più solida. Le bandiere multicolori con la scritta 'PACE', sullo sfondo, sembrano guardarci grottescamente.

Ci perquisiscono gli zaini, chiedono i documenti ma poi neanche li guardano.
Intanto arriva un altro gruppo inseguito da un'altra camionetta. Questi, ahimè, erano per giunta stranieri, e subiscono sorta ben peggiore della nostra, perché tentano di scappare. Li buttano sul muro, facce sbattute sul cemento calci che non si contano. A uno di loro viene trovata una maschera antigas (ce l'avessimo avuta anche noi, quando i lacrimogeni piovevano in mezzo al corteo!), i calci lo colpiscono in faccia, il manganello sembra un battipanni sui capi che a Genova non si potevano stendere. Un ragazzo reo di avere i capelli rasta viene sollevato per i capelli e preso a calci da tre di questi robocop statali, al grido di 'Questo è da parte di Genova'. Un altro viene trovato con un oggetto atto ad offendere, ovvero una maglietta di Che Guevara: 'Hai la maglietta del Che, eh?' e giù altre prove di democrazia e di controllo della situazione.
Ringrazio l'ignoranza di questi bambocci che non si sono accorti che la mia maglietta, in inglese, era contro McDonald's.

E così, sotto la minaccia di un'altra carica, e forse grazie alle grida di alcuni abitanti ('Bastardi picchiatori!', simili) accorsi al balcone, ci lasciano fuggire. E chissà quante situazioni simili o peggiori in giro per la città, pensiamo. Al di là delle manganellate d'occorrenza, la cosa che più ci ha lasciato stupefatti, era l'odio che portavano dentro, la rabbia, gli occhi fuori dalle orbite con le pupille ristrette, in una situazione non certo di guerriglia urbana. Ci piacerebbe sapere qual è il training di questi personaggi così simili a cocainomani, a buttafuori di discoteca imbottiti di anfetamine. Ci piacerebbe sapere come lo stato, le forze dell'ordine, li addestrano, li istigano a simili stati alterati di coscienza. Speriamo che qualcuno, da qualche parte, abbia documentato queste gratuite violenze. Ad alcuni di noi, pur non avendo fatto fotografie, è stata presa la macchina fotografica, tolto il rullino, gettato via l'apparecchio.

Ma cosa rimane, dopo aver fatto questo rendez-vous con la democrazia del governo Berlusconi fatta di lacrimogeni e manganellate? Da una parte amarezza, perché sia che si sia trattato d'imprudenza, esaltazione, impreparazione, che di astuta e vigliacca premeditazione, si tratta comunque di una sconfitta per la democrazia. D'altra parte, la certezza che non sarà qualche livido color mare o un po' di bruciore agli occhi a cambiarci la testa. La manifestazione di Genova ci ha fatto capire due cose: che siamo in tanti e che da parte degli stati non c'è volontà di dialogo, al di là di un nauseante buonismo di facciata fatto di vuote parole o sterili discorsi sui poveri. I lacrimogeni disperdono un corteo, ma le idee e la determinazione sono sempre al loro posto. I morti e gli sfruttati nel sud del mondo, la distruzione di natura e cultura sono sempre in atto, e vivono nei sorrisi inebetiti degli 'otto grandi' inebriati dai flash e dei grandi , e unici, interessi economici che difendono. A loro la triste constatazione che per tutti noi (tranne ovviamente che per i finti black bloc visti dare ordini alle forze del (dis)ordine ) il controvertice non era che un appuntamento. Il nostro terreno, imbattibile, è l'azione quotidiana. Ad essa brindiamo.

"Animali" spinti verso i manifestanti

La mia modesta testimonianza su quello che ho vissuto in prima persona a Genova: ad ognuno le sue conclusioni.

Ore 11.30, arriviamo a Nervi con qualche preoccupazione dopo quello che era successo il giorno prima, ma determinati a manifestare pacificamente le nostre idee. Da Pisa una carovana di 15 autobus, ma sull'autostrada una carovana senza fine di autobus da ogni parte di Italia.
C'è il sole, una giornata splendida, tantissima gente si mette in fila per raggiungere il punto di partenza della manifestazione in piazza Sturla, ma in realtà siamo già in corteo tanta è la gente che si mette in marcia dal punto di sbarco dagli autobus.
Una mezz'oretta e siamo in piazza Sturla: davanti a noi un serpentone di cui non si vede la testa, dietro noi un serpentone di cui non si vede la coda. La preoccupazione non c'è più: siamo tanti, nessun casco, nessuna spranga, niente di niente. Un elicottero dei carabinieri volteggia ininterrottamente su di noi a vegliare che tutto proceda senza disordini, i pochi genovesi rimasti si affacciano alle finestre e ci salutano simpaticamente, l'atmosfera è rilassata e gioiosa. Come può succedere qualcosa in questo contesto?
Ad un certo punto vediamo un camioncino un centinaio di metri avanti a noi, fermo in mezzo al serpentone. Intorno tanti 'punti' gialli, rossi e blu... sono caschi; Marco borbotta la sua perplessità, non gli piace. Ci avviciniamo, loro sono fermi (forse 100-150 persone?), il corteo gli sfila davanti ai lati. Gli elicotteri della polizia (se n'è aggiunto uno) continuano a volteggiare. Ci avviciniamo ancora, diventa chiaro che da quel camioncino si stanno scaricando altri caschi, spranghe, brandine da utilizzare come scudi, maschere anti-gas. La nostra preoccupazione aumenta, così come quella di tutti i gruppi che continuano a sfilare ai lati cercando di mettere quanto più spazio possibile fra il corteo pacifico e chi assai evidentemente è qua con ben altre intenzioni. Ci guardiamo intorno, gli elicotteri continuano a volteggiare e filmare, ma non si vede né polizia, né carabinieri, niente di niente; e intanto il camioncino ha finito di scaricare e sta facendo manovra per tornare indietro e dileguarsi; la sera apprenderemo dal TG3 che quel camioncino è stato fermato e sequestrato (lo riconosciamo perché il TG3 mostra le immagini filmate da uno degli elicotteri che volteggiava sopra di noi), ma quando ormai vuoto ha già fatto il suo dovere di rifornire gli 'animali'. Qualcuno apostrofa gli 'animali', qualcun altro si chiede se non sarebbe il caso di intervenire noi corteo pacifico visto che le forze dell'ordine a quanto pare hanno deciso di non intervenire. Ma che possibilità abbiamo noi pacificamente disarmati e completamente impreparati a qualsiasi tipo di violenza? Ci sono vecchi, giovanissimi, qualche handicappato in carrozzina; con che coraggio possiamo pensare di fermare 100-150 'animali' pronti a dare battaglia? E se scoppia il casino qua chi interviene a difenderci? La preoccupazione comincia ad aumentare e con essa la rabbia verso gli 'animali' ma anche verso chi dovrebbe difendere il diritto democratico di manifestare pacificamente, e invece ha deciso di limitarsi ad osservare dall'alto.
Cerchiamo di allontanarci più possibile, ma ad un certo punto non è più possibile andare avanti, siamo in coda al corteo; qualcosa dobbiamo fare; e allora organizziamo un cordone umano che isoli il corteo pacifico da infiltrazioni probabilissime di 'animali' provocatori da dietro e riusciamo a mantenerci ad una ventina di metri dagli 'animali'.
Cerchiamo di ritrovare tranquillità; dei simpaticissimi anziani genovesi ci gettano acqua da un balcone; è caldissimo e dal corteo parte un applauso; dalla strade laterali sulla destra (a sinistra abbiamo un muro che con un salto di 6/7 metri ci divide dalla spiaggia) vediamo muraglie di poliziotti a qualche centinaio di metri. Allora ci sono!
Passiamo davanti ad una caserma dei carabinieri: qualcuno abbozza un 'assassini, assassini', ma niente più; e allora di nuovo la preoccupazione comincia a lasciare spazio all'ottimismo e alla soddisfazione di essere in tantissimi a manifestare pacificamente le nostre idee.
Cominciamo a non preoccuparci più di tanto degli animali alle nostre spalle: in fondo il cordone funziona, infiltrati non ce ne sono e la distanza fra noi e loro è tale da permettere agli elicotteri che ininterrottamente (e giustamente!) continuano a volteggiare e filmare sopra di noi di vedere chiaramente la differenza fra gli 'animali' dotati di caschi colorati, spranghe, brandine e noi corteo pacifico.
Si canta, si prende il sole, si procede lentamente, di tanto in tanto si sbircia in coda e ci si tranquillizza; qualcuno comincia a parlare di tafferugli in piazza Kennedy, un paio di chilometri davanti a noi, ma rimaniamo ottimisti e fiduciosi. Certamente altri gruppi di animali, ma
certamente isolati dal resto del corteo, quindi facilmente identificabili e attaccabili dalla polizia.
Il corteo si arresta (evidentemente ritardato dai tafferugli in testa), ci sediamo.
Intanto alla nostre spalle qualcosa succede: la polizia si è finalmente schierata scendendo da una strada laterale. Ovviamente si posizionerà fra la coda del corteo pacifico e gli animali isolandoli e disperdendoli; tanto più che gli elicotteri sono ora molto bassi sopra gli animali e certamente stanno dirigendo le operazioni dall'alto.
Davanti a noi vediamo solo gente seduta, almeno fin dove possiamo arrivare con lo sguardo, dal momento che qualche centinaio di metri più in avanti la strada curva leggermente sulla destra, o almeno così pare.
Inspiegabilmente (almeno fino a quel momento…) qualche organizzatore del GSF comincia a parlare con il corteo dai lati, in modo che tutti sentano: dicono di come comportarsi in caso di lacrimogeni, di non farsi prendere dal panico, di come respirare, di come ridurne l'effetto, ecc. ecc.
Molti si guardano pensando: ma che cavolo ci viene a raccontare? Gli 'animali' sono dietro isolati, noi siamo seduti tranquilli e pacifici (e d'altra parte anche se fossimo in piedi ben difficilmente dagli elicotteri potrebbero pensare che abbiamo intenzioni bellicose), quindi si tratta di aspettare che in piazza Kennedy la polizia disperda gli 'animali' e la marcia riprenderà. Unica preoccupazione, il sole a picco e l'acqua che comincia a scarseggiare, ma sopravviveremo! 
Poi, improvvisamente del fumo qualche centinaio di metri avanti a noi; restiamo seduti, non realizziamo, ma qualcuno comincia ad urlare 'alzate le mani, alzate le mani'. Le alziamo capendone fino ad un certo punto il motivo: a chi dovremmo arrenderci e per cosa?
Però comincio a guardarmi intorno; a sinistra il muro a picco sul mare, a destra un muro a picco verso case qualche metro più in alto; davanti non si può procedere, dietro la polizia che isola gli animali (o almeno è quello che pensavamo); non gli verrà mica in mente di lanciare lacrimogeni?
Ma perché poi dovrebbero? Però il fatto che ormai sia chiaro che qualche centinaio di metri davanti a noi stiano gettando lacrimogeni non ci lascia completamente tranquilli; ma piazza Kennedy non è qualche chilometro distante da noi?
Ad un certo punto uno scoppio. Penso: ecco che quelli stronzi 'animali' dietro di noi cercano lo scontro con la polizia gettando un petardo. Poi un altro scoppio, e un altro, e un altro. Il fumo dei lacrimogeni ci avvolge, altri scoppi, uno a qualche centimetro dai miei piedi, fuggi fuggi, non si respira, impossibile tenere gli occhi aperti, urla, non si capisce più niente, non si sa quale direzione prendere; la mia unica preoccupazione tenere Francesca per mano e cercare in tutti i modi di non cadere per non rischiare di finire calpestati. Incredulità, rabbia, paura, sforzo di razionalità per salvare la pelle. Altri scoppi, altro fumo. Corriamo indietro, si urtano altre persone, si rischia di cadere, ma si cerca di correre, sperando di aver preso una direzione sensata.

Altri scoppi, altro fumo, si sente piangere, urlare 'basta, basta', sgomento perché non si sa quanto durerà ancora, gli occhi scoppiano, la pelle brucia da matti, si respira affannosamente. Poi ad un certo punto gli scoppi cessano. Si smette di correre, ci si guarda intorno. Gente che piange, gente che si tiene la testa grondante sangue (i candelotti dei lacrimogeni fanno molto male, specialmente quando te li sparano dagli elicotteri!), gente che urla 'un medico, un medico', gente stesa per terra, un paio di handicappati in carrozzella che si stringono al muro verso il mare piegati tentando di proteggersi in qualche modo. Poi piano piano la testa comincia di nuovo a pensare, e allora ci accorgiamo che ormai i pacifici e gli animali sono lì mischiati, si rivedono di nuovo caschi e bastoni e allora realizzi che la polizia non aveva isolato il corteo dagli animali, ma li aveva spinti verso il corteo! E allora tutte le certezze si sfasciano e lasciano posto all'amarezza e ad una rabbia indicibile ma silenziosa, perché troppo intima per essere espressa, e una miriade di dubbi cominciano ad affacciarsi. Ti riviene in mente il camioncino, ti riviene in mente che te eri lì a manifestare pacificamente, ti riviene in mente che eri lì ad esercitare un diritto democratico garantito dalla Costituzione, ti riviene in mente che per collaborare con le forze dell'ordine hai fatto il massimo che ti si poteva chiedere (isolare il gruppo di animali), ti riviene in mente che in una frazione di secondo ti sei ritrovato da seduto con le braccia alzate a fuggitivo con il gas negli occhi, sulla pelle, nei polmoni ridotto a dover 'animalescamente' ridurti a pensare egoisticamente solo a te stesso per non fare la fine del topo.
Tralascio il seguito della mia giornata, fra cui il fatto che dopo tutto quello che era stato fatto per disperdere il corteo, senza nessuna distinzione fra pacifici e non, gli animali si siano tranquillamente riorganizzati (tanto loro avevano le loro belle mascherine anti-gas,
scaricate da quel fottuto camioncino nella mattinata!) avviandosi su via Zara (in direzione Marassi), dove di nuovo fatti bersaglio di lacrimogeni dagli elicotteri e caricati dal basso dalla polizia hanno sfasciato tutto quello che gli si parava davanti, ma di nuovo con un varco davanti a loro verso cui proseguire nella loro folle marcia violenta con gli elicotteri della polizia a controllare e filmare dall'alto, e i poliziotti dal basso preoccupati di mantenerli incanalati e ormai isolati da un corteo che ormai era sciolto e disperatamente sulla via del ritorno ognuno nell'intimo della propria rabbia e frustrazione.
Mi sono sforzato di riportare quello che ho vissuto: ad ognuno le sue convinzioni.
Personalmente ora più che mai scenderò di nuovo in piazza.
Un abbraccio a tutti quelli che a loro volta l'hanno vissuto sulla loro pelle!

I preparativi del Blocco Nero

Mi chiamo P., scrivo da Perugia. Sono tornato da Genova nella notte dell'infamia, dopo due giorni pieni di esperienze e incontri belli e interessanti, e altri due passati a scappare su e giù per la città, e l'angoscia che ho provato in quei due giorni non mi ha ancora lasciato.
Ero arrivato alle 9 del 18 luglio, perché oltre alle manifestazioni mi interessava molto il Global
Forum; sono arrivato senza problemi all'info point di piazzale Kennedy, dove ho chiesto indicazioni per piazzare la tenda in un posto possibilmente tranquillo
e non troppo distante, a causa delle mie condizioni di salute: ginocchia malandate al punto da non poter più correre, e il morbo di Werlhof, a causa del quale ho valori di piastrine nel sangue tanto bassi che un colpo in testa (per es. una manganellata) ha ottime probabilità di causarmi un'emorragia cerebrale. Di sicuro non sono andato a Genova per fare casino, ma perché, anche se con paura e preoccupazione lo sentivo come un
dovere civico, un imperativo morale.
Sono stato mandato a Valletta Cambiaso, un parco vicino al lungo mare a circa tre km da piazzale Kennedy: appena arrivato mi sono subito reso conto che il campo era autogestito, nessun rappresentante del GSF, e quasi nessuno che parlasse italiano; ho messo la
tenda in uno dei pochi posti rimasti, nel viale centrale del parco, in mezzo a tende e furgoni di
quelli che sembravano i soliti campeggiatori tedeschi, attrezzatissimi e organizzatissimi. Tra di loro il colore dominante era il nero. Erano tranquilli, alcuni di loro mi hanno anche prestato attrezzi per montare la tenda e mi ha un pò stupito il fatto che, mentre io avevo lasciato a casa il martello di gomma per piantare i picchetti per non dare pretesti alla polizia in caso di controlli, loro erano forniti di martelli da carpentiere molto grossi...
Il 19 ho cominciato a chiedermi come mai nessuno di loro usciva dall'accampamento, nessuno partecipava alle attività del Forum, né ne avevo visti ai concerti del 18; poi uno dei miei amici che erano appena arrivati mi ha spiegato che era meglio cambiare posto, che lì in mezzo ci poteva essere gente pericolosa: purtroppo quella sera è venuto giù il diluvio, e ho dovuto rimandare alla mattina. Alle 8 del 20 mi ha svegliato un gran trambusto: intorno a me
iniziavano i preparativi alla battaglia, un centinaio di tute nere intente a prepare protezioni artigianali ma efficaci e leggere per arti e tronco, bastoni, spranghe, tubi, bottiglie; parecchi di loro erano molto giovani, c'erano anche molte ragazze, tutti con una calma incredibile si stavano scrivendo sugli arti i numeri di telefono. Intanto altri Black Bloc affluivano nel campo dall'ingresso nord, credo che in totale fossero un duecento. Ho buttato la tenda com'era
in macchina, ho chiesto a una trentina di loro di spostarsi, e me ne sono andato pensando con tristezza a quanti di loro sarebbero stati massacrati al confine della zona rossa. Ancora non avevo capito che quella gente non era interessata alla zona rossa, e che la gente massacrata sarebbe stata quella pacifica.
Da notare che il 18,il 19 e il 20 i genovesi passavano tranquillamente in mezzo all'accampamento (dove comunque c'era anche tanta gente pacifica, molti di
Attac-France), molti con i cani al guinzaglio, inoltre sono passati quelli del comune e della nettezza urbana, e la mattina del 20 hanno visto quello che ho visto io; infatti il TG2 domenica ha detto chiaramente che i cittadini in questione avevano tempestivamente riferito alle forze dell'ordine dei preparativi alla battaglia, MA NIENTE! Già la mattina del 19 c'era stata una prima scaramuccia all'ingresso nord del parco, e la sera sotto la pioggia un attacco, credo con molotov, alla grossa caserma di polizia che stava a non più di cento metri (!!) da Valletta Cambiaso. A100 metri.
COME MAI LE COSIDDETTE FORZE DELL'ORDINE HANNO FATTO FINTA DI NIENTE? COME HANNO FATTO LE TUTE NERE A USCIRE DAL CAMPO SENZA ESSERE INTERCETTATE? CHE CAZZO FACEVANO GLI ELICOTTERI CHE CI HANNO SORVOLATO CONTINUAMENTE PER TRE GIORNI DORMIVANO TUTTI?
Nemmeno la sera del 20, con tutto quello che era successo, si è pensato di andare a stanare i neri, a quel punto noti a tutti. Ma forse le forze dell'ordine (ah ah) stavano risparmiando le forze per le infamità del giorno e della notte successivi. 

La rabbia di un fotografo

Ciao a tutti! Vi racconto tutto quello che ho vissuto a Genova in questi giorni.
Non ci sono nomi di persone ma solo iniziali: qualcuno di voi si riconoscerà all'interno del racconto.

18/07/2001. Sono circa le 21 quando arriviamo alla stazione di Brignole, sembra tutto molto tranquillo, c'è solo da decidere se andare a dormire al campo sportivo Carlini o allo Sciorba, il primo pare indubbiamente più 'vivace', ci sono le tute bianche, il secondo più tranquillo. Decido con P. di provare a dormire la prima sera nel secondo e in caso passare al Carlini il giorno seguente, per vivere più 'da dentro' la contestazione. Il campeggio non sembra male, ci sono pure le docce e dormire sull'erba mi sta più che bene.
Ma c'è da fare in fretta, a piazza Kennedy ci aspetta il concerto di Manu Chao, l'ho visto solo sei giorni prima, ma non vedo l'ora di essere ancora sotto al palco. Finito il concerto tutti verso i campi sportivi con autobus speciali, ripenso al concerto, se l'inizio è questo mi aspettano 4 giorni favolosi.

19/07/2001. Giovedì, al GSF, si tengono degli interventi sulla globalizzazione, parlano Bovè, Agnoletto e tanti altri, mando un sms ad un'amica: "Qui è fantastico!" Ma ho già quasi finito l'unico rullino che mi ero portato, andiamo con P. a zonzo per la città alla disperata ricerca di un rullino di riserva, durante la caccia riusciamo a trovare un supermercato aperto e facciamo rifornimento di limoni: non si sa mai. Quando oramai non ho più speranze, trovo un piccolo studio fotografico gestito da un simpaticissimo rifondarolo che ci racconta le sue impressioni di genovese sulla città; non ha mai avuto, in 50 anni, il marciapiede di fronte al negozio senza nessuna macchina. Ci dice che il Duce (come chiama lui Berlusconi) toglie addirittura il gas alla zona rossa in certe ore. Ora che abbiamo il rullino ci avviamo verso l'inizio della marcia dei migranti, ci accodiamo ad un gruppo di Attac e conosciamo F. un simpatico siciliano. Sembra che siamo in 50 mila in corteo, vedo la Francescato in testa con i Verdi. Verso la coda vedo Diliberto, preso un po' di mira da qualcuno per il suo appoggio ad un governo complice della 'guerra umanitaria' in Kosovo. La polizia è schierata nelle strade secondarie. Ma non succede niente, è una marcia pacifica al grido di 'Genova libera', 'mutande, mutande' o 'hasta la victoria siempre'. Qualcuno sente sussurrare da qualche forza dell'ordine annoiata 'peccato che siano così pacifici, speravo di rompere qualche ossa'. La sera piove, quindi niente festa e a nanna presto, tutti un po' umidicci.

20/07/2001. E' il giorno delle diverse forme di manifestazione nelle diverse piazze di Genova. Sono impegnato fino all'una con Greenpeace, poi corro verso il centro di Genova. Appena sceso dall'autobus vedo del fumo nero; mi precipito lì con un pass stampa e la mia macchina fotografica, è un auto data alle fiamme. Mi dirigo verso la zona degli scontri, c'è la polizia che lancia lacrimogeni verso un gruppo di circa 500 persone, vestite in nero; poi scoprirò chi sono: i Black Block. Alla carica della polizia questi scappano e al loro passaggio distruggono tutto ciò che trovano (una signora impreca mentre osserva la sua auto rovesciata e data alle fiamme), giungo in una piazza e non riesco più a vederli, chiedo a dei giornalisti, 'si sono divisi', decido di seguire uno dei due gruppi, quello che si infila sotto la galleria che conclude corso Torino e erige barricate al termine di questa, l'altro gruppo, capirò in seguito.. si dirige verso il corteo che proviene dal Carlini. In questi frangenti un poliziotto con una faccia da boia spruzza me ed altri giornalisti con lo spray irritante al peperoncino.. passo 10 minuti di inferno, non respiro, non ci vedo: il limone serve a ben poco. Riesco a raggiungere una fontana ma con l'acqua mi brucia ancora di più. E' facile vedere da dove sono passate le 'tute nere' lasciano una scia riconoscibilissima; riesco ad intrufolarmi tra le barricate alla fine della galleria e a raggiungerli, sono preoccupato di una possibile carica della polizia alle mie spalle ma non succede niente. Uscito dalla galleria comincio a fotografarli mentre si sfogano con i simboli del capitalismo, soprattutto banche e macchine costose, rischio anche un po' perché ad un certo punto mi si avvicina una 'tuta nera' con aria minacciosa 'NO FOTO!!' Obbedisco, per un po'. Continuo a seguirli. Arrivano ad un supermercato, un discount, lo scassinano, entrano e prendono tutto quello che possono, soprattutto da bere e yogurt, molti mi sorridono o mi offrono da bere. Una donna li spinge uno per uno, li picchia, 'è questa la vostra pace?', chiede. Osservo una ragazza, mi sembra faccia parte anche lei del Black Block, ma con lei c'è la madre ad accompagnarla, un normalissimo genitore vestito in modo normale (poteva essere la mia di madre) e che sembra fare solo una smorfia quando osserva la figlia di ritorno dal rifornimento. Molti sono stranieri, ma tanti sono italiani e non vestiti di nero, sembrano quasi gente giunta lì per caso e aggregatasi ai Black Block, altri sembrano lì per caso. Tra i tanti a fare rifornimento nel supermercato ci sono pure dei passanti, un signore sulla cinquantina con due litri di rosso appena presi mi chiede: 'Posso?'. Proseguono passando un ponte e arrivando ad una specie di piazza; qui si fermano, al mio fianco riconosco Ghezzi di Blob con una telecamera in mano e una faccia sconcertata, per tutto questo tempo non c'è un solo poliziotto a seguirli, possono fare tutto ciò che credono. Trovo degli amici anche loro attirati dai disastri del Black Block, mentre le tute nere si disperdono (credo che a questo punto un gruppo si diriga verso la manifestazione di Lilliput e Legambiente, un altro verso il Marassi) decidiamo di raggiungere il corteo delle tute bianche e partecipare alla loro manifestazione. Arriviamo all'incrocio tra corso Torino e corso Buenos Aires, l'inferno. C'è un continuo tira e molla tra forze dell'ordine e manifestanti (che provengono da due vie convergenti e ogni tanto riescono a ricongiungersi, prima di dover indietreggiare e poi tentare di nuovo l'assalto), ho assistito (e subìto) ad altre cariche della polizia contro manifestanti, ma mai niente del genere. I lacrimogeni il più delle volte vengono sparati ad altezza uomo, le cariche sono disordinate e senza senso. Tento di aiutare più manifestanti posso offrendo limone, ad uno anche un elastico per capelli 'con tutti quei lacrimogeni mi stanno diventando zizza'. Anche qui mi sembra che ci sia gente che non c'entra niente con la manifestazione ma che ha solo voglia di fare casino, è li che salta e ride mentre rovescia qualche cassonetto, qualcuno che ha colto l'occasione del G8 per fare un po' di casino e divertirsi con gli amici, ma questi non sono nel vivo degli scontri: ad affrontare la polizia sono altri. Ad un certo punto un cellulare resta isolato e viene preso d'assedio dai manifestanti, ci sono ancora carabinieri al suo interno, che riescono comunque a fuggire, ma quel cellulare è un piccolo trofeo. Mi sposto nelle retrovie delle forze dell'ordine, passa qualche carabiniere che non respira molto bene per tutti i lacrimogeni che ha lanciato, qualcun altro che zoppica per qualche botta. Uno si toglie il casco, avrà si e no la mia età, 21 anni, torna verso gli scontri; poi ci ripensa e torna sui suoi passi. Ad un certo punto acchiappano una tuta bianca, in sei la scaraventano su un portone e cominciano a picchiarla, calci, manganellate, pugni, sono sconcertato, in 20 o 30 persone, tra giornalisti e passanti, cominciamo a chiedere che la smettano, 'basta' urliamo con le mani alzate, lo portano dentro al cellulare continuando a picchiarlo, ho a fianco a me un cameramen del Tg1: "Sto riprendendo tutto", mi dice. Continuiamo a dire di smetterla, a quel punto ci caricano, riescono a dare qualche manganellata a qualcuno, una ragazza è presa da un carabiniere senza casco e tenuta antisommossa ma in uniforme (uno di quelli che davano ordini, ma no so di che grado), viene scaraventata su una panchina e riceve calci e manganellate sulla schiena, le sue grida ci attirano in quella zona. C. le alza la maglia sulla schiena e le versa dell'acqua, ha tre lividi rossi. Gli scontri pian piano diminuiscono, i manifestanti indietreggiano sempre di più spinti dai lacrimogeni e dalle cariche della polizia fino al Carlini. Ritrovo il cameramen del tg1, 'non so se manderanno in onda quelle immagini' dice 'avranno qualche pressione dal ministero'. Per oggi è abbastanza, decidiamo di tornare verso p. Kennedy e lungo la strada troviamo dei passanti che protestano con i carabinieri perché un ragazzo che non c'entrava niente con la manifestazione è stato picchiato dalle forze dell'ordine. Ma con loro non si può parlare, sono esaltati, drogati, parlano solo con il loro casco, la tuta antisommossa e il manganello, non sanno sostenere una conversazione sul piano delle solo parole, gente che ha la vigliaccheria di picchiare un ragazzo in sei contro uno, bastardi che si mettono a picchiare una ragazza che non c'entra un bel niente. Lungo la strada ritrovo F. e P. e comincia a girare la notizia della morte di quel giovane e di una possibile seconda vittima, mi chiamano al telefonino e scopro che la polizia ha attaccato pure i manifestanti di Lilliput. Arrivati a p. Kennedy Agnoletto parla e racconta che anche il corteo di Attac e Rifondazione ha subito lanci di lacrimogeni mentre tornava al piazzale, forse per contratto con la casa produttrice devono spararne un tot al giorno. Gli elicotteri continuano a passare sopra la nostra testa e sono accolti da una marea di indici rivolti al cielo, mentre si alza il pugno quando qualcuno grida vendetta. Gira la voce che le tute bianche stiano ancora combattendo contro la polizia, con altri ragazzi urliamo 'corteo' per liberarle dalle forze dell'ordine, per fortuna Casarini ci informa che sono giunte al Carlini. Pian piano la gente comincia a riunirsi nel piazzale, gli interventi si susseguono sul palco finché una signora racconta le immagini che ha mostrato il tg5 sulla morte del ragazzo, 'gli hanno sparato e gli sono passati sopra con la jeep'. Rabbia, sconcerto, tristezza e voglia di vendetta..

21/07/2001. Mai viste tante persone in una volta sola, osservo il corteo dal suo inizio alla fine, sembra una festa, la gente dalle case lancia acqua fresca sui manifestanti. Arrivato alla fine risalgo velocemente con P. ma arrivati davanti a piazza Kennedy ci accorgiamo che ci sono scontri, non riuscendo a passare ci infiliamo dentro piazza Kennedy, ma anche qui piovono lacrimogeni, ci rifugiamo sugli scogli, c'è altra gente, un ragazzo dell'organizzazione gsf ci assicura che se stiamo lì tranquilli non ci succederà niente. Una ci racconta che il suo ragazzo è stato preso dalla polizia e che non ne ha notizie, non gli permettono di chiamare nemmeno l'avvocato. Passano i finanzieri all'interno del piazzale accompagnando di pari passo la carica dei carabinieri in corso Italia, la gente scappa sulla spiaggia. Tento di andare a fare foto all'interno degli scontri ma un poliziotto mi ferma nonostante il mio pass, quindi decidiamo con P. di aggirare quella zona e risbuchiamo in corso Torino più avanti. Scopriamo che il corteo è stato tagliato in due dalla carica delle forze del disordine, per colpa dei Black Block o no, non si capisce, e che la prima parte del corteo è giunta ignara a destinazione, alcune frange stanno combattendo nei dinorni, e la seconda parte del corteo è bloccata e caricata in corso Italia. Vedo alcuni manifestanti con le mani alzate che tentano di passare davanti alla polizia. Mi dirigo verso gli scontri che restano nei pressi della stazione, la solita galleria è piena di fumo, ma la attraverso e di là trovo due scontri, seguo uno dei due finché con gli idranti e i fumogeni (quanti ne ho respirati in questi giorni) i pochi manifestanti non sono disciolti completamente. Sono esausto, torno verso piazzale Kennedy incontrando sul mio cammino centinaia di manifestanti probabilmente senza meta, sono sconcertato da quello che ho visto in questi due giorni. Con P. decidiamo di andare a Brignole e prendere un treno per Venezia, ho voglia di tornare a casa il più presto possibile, via da questo inferno. In stazione vedo gente che fa festa, ne parlo a P., secondo me non dovrebbero cantare scherzare ridere ballare, c'è un ragazzo che è morto, dovrebbero essere tutti seri e incazzati, quei due poliziotti che girano per la stazione bisognerebbe prenderli in massa e linciarli, mi spiega che l'anima del movimento è comunque questa, che il morto non verrà dimenticato e che comunque alle forze del disordine fa molta più rabbia vederci sempre pieni di energia che tristi e avviliti. Si sente una canzone 'Non ne possiamo più delle divise blu'.

23/07/2001. Chiudo gli occhi e vedo polizia che carica, gli unici sogni che ricordo la mattina sono sempre collegati a Genova, se sento qualche rumore strano penso sempre a qualche fumogeno sparato, non riesco a sopportare la gente che si diverte, la gente che ride vestita bene per le strade, la gente in fila ai negozi che non sa e non ha visto quello che so e ho visto io, non capisco come non gliene possa fregare niente a nessuno di tutto questo. Si è già detto che 1000 o 2000 Black Block, si sarebbero potuti fermare tranquillamente, come li ho visti scorrazzare per Genova senza problemi, altri li hanno addirittura visti parlare con la polizia, e questa invece carica e ammazza di botte le tute bianche colpevoli solo di voler fare una manifestazione pacifica e armati solo del proprio corpo, un casco e un po' di gommapiuma? 

Dal sito censurati.it

Un angolo. Spuntano tre ragazzi, uno capelli cortissimi, alto, grosso fisicamente ma sembra giovane. Un altro molto diverso, capelli tipo rasta, il terzo non lo ricordo proprio, deve essere stato meno appariscente.
Solitamente io non mi spavento, neanche se tre persone così mi sbarrano la strada, e non per le arti marziali fatte, ma perché penso sempre che sono persone, e prese nella maniera giusta, che cavolo, sono riuscita a parlare con tutti, perché con questi no? Invece non erano molto disposti al dialogo, o meglio, si sono imbattuti in me per puro caso, e non si sarebbero fermati se il tizio con i capelli rasta non avesse detto: 'guarda, è della stampa'.
Si gira il tipo più grosso, che sogghigna e tira un calcio. E' il primo! Una volta a terra ne seguono altri e altri e altri, e scopro che... gli anfibi fanno male, ragazzi, ma proprio male. Gli altri due prima ostacolano la via di fuga potenziale e basta, poi guardano, poi un colpetto tanto per gradire.
Trovo il coraggio di dire al ragazzo coi capelli rasta :'Non fate i cretini, sono di sinistra anche io'. Rimangono spiazzati, si fermano un attimo, non si aspettavano che io mi permettessi di dire una cosa simile, forse. E' un'impressione mia. Poi uno dei due, non mi ricordo quale, fa: 'La cintura militare, sei dei loro'.

[...]
Salgo in vespa dietro a Roberto, andiamo a vedere cosa succede a Genova, così, senza meta. Faccio foto in giro, lui guida, vediamo in lontananza un gruppo di gente, ci avviciniamo e proseguiamo a piedi. Più mi avvicino più si respira tensione, voci che urlano, elicotteri, sei camionette dei carabinieri (lo ricordo perché qualcuno mi ha chiamato al cellulare e nel
racconto in diretta di ciò che vedevo, ho contato anche quelle). Io mi ricordo di aver detto qualche parolaccia, non mi aspettavo tutto questo.
Ricordi frettolosi, ma per niente confusi. La città in stato d'assedio. I contestatori ci sono, ma sono dalla parte opposta alla mia, tra me e loro la polizia. Vengo poi a sapere che un ragazzo è morto dieci minuti prima che arrivassi, solo dopo si capirà come, sono solo voci volanti, al momento. E una ragazza è ferita gravemente, poi sembra sia morta, poi falso allarme.
Insomma, una gran confusione. Io cammino, corro, rispondo al telefono, mi chiamano al cellulare tante di quelle persone che mi sento friggere il cervello. Amici che vogliono sapere che sta succedendo (non riescono a credere alle tv), il mio ragazzo, lontano, che sente la mia voce frettolosissima che dico che è tutto a posto (che razza di parole, dire tutto a posto a una persona che vede quelle immagini in tv, e sa che io sono lì in pericolo.. che mi viene da dire? Tutto a posto). Il tutto lo sto registrando. Lanciano lacrimogeni, la mia prima esperienza. Io e un
gruppo di giornalisti siamo divisi dai contestatori perché tra noi e loro c'è la polizia. Sembra tutto fermo, ma i lacrimogeni vanno, io ho paura, tanta, perché vedo sparare dall'alto dei camioncini dei carabinieri, dove sbuca un uomo in uniforme con il fucile puntato nella parte opposta a quella in cui sono io. Un carabiniere a destra, uno a sinistra che spuntano dalle camionette, in mezzo una barriera umana in divisa rivolta verso di noi, che guarda le spalle alle forze dell'ordine. Molte persone urlano 'Assassini!'
'Via!' 'Via la polizia!'. 
Il tutto con gli stessi rumori di sottofondo (spari di lacrimogeni, elicotteri, ambulanze, urla ecc. ecc.). Io sono confusa, frastornata, ma ho la macchina fotografica, devo finire il rullino. La prendo e mi avvicino alla polizia, la distanza è poca, veramente
poca, però vedo che i fucili sono puntati dalla parte opposta alla mia, quindi molto stupidamente penso che non corro pericolo (grosso errore avere di questi pensieri dove c'è appena stato un morto sparato), solo dopo mi rendo conto dopo che non ero in me, non ero lucida. Prendo la macchinetta, metto a fuoco il primo carabiniere, sulla destra, macchinetta, temporeggio se metterla orizzontale, verticale. Praticamente me la sto pendendo comoda, panico praticamente nullo, sono calma, troppo! Clic! Poi mi metto di fronte alla barriera umana e posiziono con la stessa calma la macchinetta, con una tranquillità che se ci penso adesso sto male, perché so che non ero in me, che rischiavo e neanche sapevo di farlo. Mi sveglia una voce, forse Roberto, forse qualcun altro, non so, mi urlano 'Antonè, scappa, allontanati'!. Mi giro e vedo che si sono allontanati tutti, e io penso: 'Non posso farmi fregare e sequestrare la macchinetta'.
Giro i tacchi e vado, scappo a nascondo la macchinetta, poi però torno sul posto. Incoscienza, non lucidità, panico. Situazioni che non si regolano. Lì incontro una ragazza, di rete Lilliput, Sconvolta. Stavano manifestando pacificamente, mani alzate, urlavano NON VIOLENZA stando fermi, poco lontano i black blocs che si avvicinavano. Li hanno fatti avvicinare, e poi la polizia ha caricato sui ragazzi di rete Lilliput e non torcendo un capello
ai black bloc. La ragazza era sotto shock, io quasi. In ogni caso queste sono cose che
lasciano il segno.

Un ragazzo il giorno dopo, era sul treno per Sestri Levante con me un ragazzo, occhio tumefatto, sangue seccato tutto intorno alle orecchie, dito fratturato. Disperato perchè non sapeva a chi denunciare le cose che aveva subito. Gli dico di parlarne a me, se gli va, forse nel mio piccolo, da giornalista, posso aiutarlo. Mi dice che è un volontario del primo soccorso, stava nella jeep loro, pronto ad essere d'aiuto in casi di emergenza. Un poliziotto lo tira fuori dalla vettura e inizia a dar giù di manganello. Ridotto malissimo, il ragazzo va al pronto soccorso, dove si troverà di nuovo a contatto con due poliziotti, che lo privano di portafogli e cellulare, poi stendono il verbale scrivendo 'trovato sprovvisto di documenti', si spartiscono il denaro e prendono anche in giro il ragazzo. Il suo commento finale: 'e adesso a chi lo dico? alla polizia?'.

Strattonato per aver aiutato una donna

Venerdì 20 luglio 2001. Era finito l’assalto dei Black Blocs ai poliziotti in fondo a via Assarotti verso la zona rossa e noi manifestanti pacifici, che avevamo cercato di difenderli dall’attacco mostrando le mani bianche, discutevamo con i poliziotti con cui oramai si era allentata la tensione. Stiamo per andarcene e alcuni di loro iniziano a togliere i nostri striscioni pacifici attaccati alle cancellate della strada. Mi rivolgo ai poliziotti per dire di lasciare stare le nostre bandiere, i nostri colori, le nostre frasi che sintetizzano la voglia di giustizia e di un nuovo mondo possibile. Uno di loro subito mi minaccia, mi offende, mi spintona e scalciona. Io non reagisco, mi giro, vedo una donna che fino a poco fa li difendeva dagli attacchi dei black e ora era circondata da 5-6 poliziotti che la insultavano e la colpivano. Alcuni le gridavano che volevano arrestarla. Lei impulsivamente reagisce. Mi avvicino per portarla via, per dirle di non reagire, per difenderla. Uno di loro con violenza inaudita mi prende da dietro, mi straccia la maglietta, mi da’ un calcio e mi sbatte lontano. Io ancora non reagisco, cerco di mantenere la calma, mi allontano, impotente di fronte alla carica e alla violenza gratuita.
Me ne vado con lo sdegno e la rabbia di ritrovarmi offeso dalla violenza e dal tentativo evidente di mascherare il nostro impegno pacifico, importante, deciso, di credere e di lavorare per un mondo migliore. Voglio con assoluta fermezza deplorare ogni episodio e ogni ricorso alla violenza da qualsiasi parte provenga, e allo stesso tempo denunciare duramente una situazione gravissima che riguarda l’operato delle forze dell’ordine colpevoli di avere caricato i manifestanti pacifici, di avere fatto una irruzione vergognosa all’interno del Genoa Social Forum e di avere permesso a interi gruppi di teppisti di girare liberamente e sfasciare la città. Siamo di fronte a fatti, testimonianze di una pericolosità inaudita. E’ in gioco la civiltà e la democrazia stessa del nostro paese. Per questo dobbiamo essere di nuovo in piazza a manifestare che non ci fermeremo, che andremo avanti con le nostre idee e che non ci fermeremo di fronte alle barbarie che si stanno compiendo. E’ cominciato il tempo di una nuova resistenza, per la giustizia e la libertà di essere cittadini e non sudditi. Con la nonviolenza, anche a costo di pagare di persona.


Note: QUESTA PAGINA WEB VERRA' AGGIORNATA RACCOGLIENDO NUOVE TESTIMONIANZE.

Link di approfondimento

PeaceLink, raccolta di materiali su Genova 2001
https://www.peacelink.it/genova2001/index.html

G8 di Genova 2001: l’Italia riconosce le sue colpe
“Di fronte al giudicato penale è chiaramente il momento delle scuse”. Era il 6 luglio del 2012 quando l’allora capo della polizia, Antonio Manganelli pronunciò queste parole. Undici anni dopo il G8 e la vergogna di Bolzaneto, delle violenze, delle torture.
https://fondazionenenni.blog/2017/04/06/g8-di-genova-2001-litalia-riconosce-le-sue-colpe/

Lo Stato ammette le torture a Genova
https://www.laspiapress.com/genova-2001-g8-16-anni-ammette-torture/