venerdì 24 marzo 2017

24 marzo 1980, Oscar Romero viene ammazzato


San Romero d’America prega per noi! 

Era Il mese di marzo 1980 e io, di ritorno in Italia, dal primo turno di missione in Brasile Nord, (Amazzonia, come allora si chiamava anche tra i saveriani) mi trovavo in Venezuela a casa di mio fratello, quando il giorno 25 mio nipote mi mostra il giornale con una foto a tutto tondo di Mons. Romero, morto ammazzato, durante la Messa, che io conoscevo per fama, specialmente per l’amicizia che avevano intavolato con Mons. Pedro Casaldaliga vescovo di Conceição di Araguaia, nel Mato Grosso (Brasile).

Mio nipote mi dice: “stai attento zio che fanno fuori anche te!” Ed io scherzandoci su, rispondevo: “non preoccuparti, per adesso ce l’hanno con i vescovi, ed io sono un semplice prete!”

Sono passati  37 anni, Mons. Romero è già beato e forse quest’anno lo dichiarano santo, ufficialmente, perché in verità santo nella pietà popolare lo è già, non solo tra i cattolici ma anche tra gli anglicani, che lo hanno dichiarato santo prima ancora della chiesa cattolica.  Chi lo ha ucciso è rimasto impunito fino ad oggi... forse pensava di seppellirlo per sempre nell’oblio, invece sono stati loro i suoi detrattori di fuori e di dentro della stessa chiesa a cadere nel dimenticatoio della storia, come tutte le persone mediocri e insignificanti, che invece si credono i padroni del mondo.

Dicono i biografi che sono state le parole della sua ultima omelia della domenica precedente (23 marzo 1980) che li ha irritati fino al punto di ucciderlo. Eccole: “In nome di Dio, dunque, in nome di questo popolo martoriato, del quale si alzano fino al cielo grida sempre più assordanti, vi supplico,vi prego, vi ordino in nome di Dio, cessi la repressione!”. 

Giorni fa, mentre ero in Messico per gli Esercizi Spirituali ai confratelli saveriani, ho letto con interesse la notizia che il 24 marzo prossimo al "Romero Days" nella università Notre Dame in Indiana, USA, Mons. Romero sarà proposto come Dottore della Chiesa, con qualche probabilità di riuscita per il fatto che la proposta è caldeggiata da tre cardinali vicini al Papa Francesco (Maradiaga, Turkson e Tagle)... Nella Chiesa è davvero privilegio di pochi santi arrivare a questa dichiarazione!

Quello che a me interessa come a tanti cristiani in America Latina è che non si addolcisca la profezia di Mons. Romero, e che ogni iniziativa serva non solo per ravvivare la sua memoria ma principalmente per appropriarci della sua eredità e di continuare nel cammino da lui tracciato in questo mondo pieno di conflitti e di ingiustizie, cammino che secondo Papa Francesco ha un solo nome: “nonviolenza attiva”.

San Romero d’America, prega per noi!
 

P. Luigi Anzalone, 24 marzo 2017

(missionario saveriano in Amazzonia, Brasile)



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    Prega, vescovo Romero, perché la Chiesa di Cristo, per amore loro, non taccia. Implora lo Spirito perché le rovesci addosso tanta parresìa da farle deporre, finalmente, le sottigliezze del linguaggio misurato e farle dire a viso aperto che la corsa alle armi è immorale, che la produzione e il commercio degli strumenti di morte sono un crimine, che gli scudi spaziali sono oltraggio alla miseria dei popoli sterminati dalla fame, che la crescente militarizzazione del territorio è il distorcimento più barbaro della vocazione naturale dell'ambiente (…).

   Prega, vescovo Romero, perché tutti i vescovi della terra si facciano banditori della giustizia e operatori di pace, e assumano la nonviolenza come criterio ermeneutico del loro impegno pastorale, ben sapendo che la sicurezza carnale e la prudenza dello spirito non sono grandezze commensurabili tra loro” 
don Tonino Bello, 24 marzo 1987

martedì 21 marzo 2017

Squilibri mondiali

dalle pagine
https://www.forbes.com/sites/kerryadolan/2017/03/20/forbes-2017-billionaires-list-meet-the-richest-people-on-the-planet/#4c88c7c662ff
https://it.wikipedia.org/wiki/Stati_per_PIL_(nominale)

Forbes pubblica la lista dei miliardari 2017

  • L'articolo della rivista Forbes afferma che nel 2016 il numero dei miliardari nel mondo è aumentato da 1810 a 2043: un aumento del 13%. 
  • La ricchezza combinata di tutti i miliardari del mondo è aumentata del 18% e ha raggiunto la cifra record di 7670 miliardi di $.
  • La ricchezza dei 2043 miliardari corrisponde al PIL totale di circa 200 Paesi del mondo, a partire dai più poveri in su; corrisponde al 10% circa del PIL mondiale
  • L'uomo più ricco del mondo ha una ricchezza di 86 miliardi di $, superiore al PIL totale dei 40 Paesi più poveri al mondo.
dalle pagine 
http://www.snachannel.it/index.php/world/item/1072-oltre-un-milione-di-miliardi-di-dollari-il-valore-della-ricchezza-virtuale-nel-mondo
Rapporto Finanza virtuale : Economia reale = 12,5 : 1

Nel 2014: 
  • le attività finanziarie globali hanno superato 1 milione di miliardi di US$
  • il prodotto mondiale lordo è circa 80 mila miliardi di US$ 
  • il rapporto Finanza / Economia = 1000 / 80 = 12,5

maggiore il rapporto, maggiore la possibilità di bolle finanziarie che causano scompensi della crescita e danni al risparmio

sabato 18 marzo 2017

I numeri. Porto d'armi, licenze record

dalla pagina https://www.avvenire.it/attualita/pagine/porto-darmi-licenze-record

Diminuiscono gli iscritti alle associazioni venatorie, ma aumentano le «patenti» per caccia e tiro sportivo. Mistero (per legge) sul numero di armi vendute
 
Con il rapinatore ucciso a Lodi, quest’anno siamo già a 46 casi con protagoniste armi legalmente detenute. Non sempre c’è scappato il morto, ma per quanto l’ultimo episodio potrebbe trovare accoglienza nella casistica della legittima difesa, per tutti gli altri (tra cui 11 omicidi e 14 suicidi) non vi sono molte attenuanti. Di mezzo c’è sempre un porto d’armi. L’Osservatorio di Brescia sulle armi leggere (Opal) ha avviato un archivio informatico sugli episodi di cronaca che hanno per protagoniste armi da fuoco legalmente possedute. Dalla guardia giurata che si sbarazza della moglie dopo aver tolto la sicura alla pistola d’ordinanza, al benzinaio che scambia i carabinieri in borghese per dei rapinatori e si mette a sparargli addosso, per fortuna con la mano che trema e il piombo che schizza via a casaccio. «Alcuni episodi di cronaca recente mi hanno fatto pensare alla necessità di pubblicare un database degli omicidi e dei reati compiuti in Italia con armi legalmente detenute», spiega Giorgio Beretta, analista di Opal.
«È importante - aggiunge - raccogliere in un unico elenco queste informazioni anche perché spesso le statistiche disponibili sugli omicidi e sui reati con armi non distinguono tra quelli effettuati da malfattori e criminali, utilizzando armi illegali, e quelli compiuti con armi legalmente detenute». Nel 2016 su 115 'femminicidi', 23 sono stati compiuti con armi da fuoco. Lo scorso 16 gennaio a Santa Maria Capua Vetere (Caserta) un’ex guardia giurata, Franco Sorbo, di 47 anni, ha ucciso la moglie, Teresa Cotigno, di 48 anni, con un colpo di pistola alla testa e poi si è tolto la vita. Il fatto che la coppia avesse frequenti litigi e che fosse noto che il marito avesse ripetutamente minacciato la moglie, non è purtroppo stato motivo sufficiente per ritirare l’arma all’ex guardia giurata.
La percentuale di italiani che detiene legalmente delle armi non raggiunge il 10%. Ma c’è poco da stare tranquilli. «Perché, se è vero che un femminicidio o un uxorcidio può essere compiuto con qualsiasi strumento e anche a mani nude, sembra indicare che - argomenta l’esperto - quando vi è un’arma a disposizione questa viene usata». Alcune questure si stanno muovendo. È il caso di Treviso, dove è stato ordinato di riconsiderare la concessione della 'patente' per il possesso di armi a tutti quegli uomini finiti al centro di segnalazioni o denunce per liti in famiglia e atteggiamenti violenti. Nel 2016 erano stati già disarmati 60 cittadini. A 39 di essi è stata revocata la licenza, tra cui 34 uomini protagonisti di violente liti in famiglia. «Nel 2016 su 115 femminicidi, 23 sono stati compiuti con armi da fuoco. Si tratta - osserva Beretta - di una percentuale molto alta: il 20% cioè, praticamente 1 su 5». Gli ultimi dati ufficiali dicono che solo nel 2015 sono state rilasciate 1.265.484 licenze. Solo tre anni prima erano poco più di un milione (1.094.487).
Negli ultimi anni una serie di norme approvate quasi in sordina hanno però fatto la fortuna del mercato delle armi per 'uso proprio'. I permessi concessi per 'uso sportivo' sono passati da circa 370 mila a quasi mezzo milione. Con un’anomalia che riguarda i cacciatori. Gli iscritti alle associazioni venatorie sono poco più di mezzo milione, con un calo di quasi 250mila aderenti nell’ultimo decennio. Curiosamente è invece aumentato il numero di permessi per la detenzione d’arma a scopi venatori.
Ottenere il porto d’armi per difesa personale è molto complicato: bisogna dimostrare di averne necessità. Ma per la caccia o il tiro sportivo bastano pochi documenti. Ambiguità corredate dall’opacità delle norme. Ogni rivoltella e ogni doppietta ha un numero di matricola. Grazie a questo si potrebbe sapere con millimetrica esattezza quante armi vengono prodotte in Italia e quante ne vendono vendute. Ma non c’è alcun obbligo di legge a fornire questo dato. Il resto, è cronaca nera. 

 

martedì 14 marzo 2017

13.03 Damasco, Assad al Tg1. 14.03 Intervista di Scaglione ad Assad

dalla pagina http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-06ab4500-53f4-4290-847a-e99793598e41-tg1.html

Andato in onda il: 13/03/2017
"Non esistono ribelli moderati. Chi uccide è sempre un estremista". Il presidente siriano Assad in un'intervista al Tg1 e accusa l'Occidente: "Ha sostenuto i terroristi e con l'embargo contribuisce a creare i profughi"
Da Damasco gli inviati Marilù Lucrezio e Stefano Belardini

Fulvio Scaglione martedì 14 marzo 2017 
Intervista al presidente siriano, che accusa l’Europa di avere aiutato i fondamentalisti. «Con la Russia si è sconfitto il terrorismo». «Su Trump giudizio sospeso. E il mio futuro in mano al popolo

La pietra bianca del palazzo presidenziale di Damasco, costruito nel 1910 quando qui dominavano i pasha ottomani, luccica nel sole del mattino. Ma non è una bella giornata: due kamikaze di Tahrir al-Sham, il movimento terroristico legato ad al-Qaeda, hanno appena colpito i pellegrini iracheni sciiti, la conta dei morti ha già superato i 40 e si riaffaccia lo spettro di una capitale di nuovo sotto scacco a dispetto dei controlli e dei check point. Eppure Bashar al-Assad, il giovane oftalmologo che dal 2000 è presidente della Siria, sembra del tutto a proprio agio. Elegante, rilassato, cordiale, risponde alle domande fissando l’interlocutore con gli occhi blu ereditati dalla madre. Anche protocollo e sicurezza sembrano poca cosa, se paragonati al fatto che Assad è oggi uno dei personaggi più noti a mondo e uno dei bersagli più ambiti.
Signor Presidente, ancora morti a Damasco, ancora guerra in Siria. E pesanti come pietre le parole di Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele: «Non ci sarà mai un accordo di pace in Siria finché l’Iran non lascerà il Paese». Sembra una situazione senza via d’uscita.
Il problema siriano ha molti sfumature ed è reso ancor più complicato dalle ingerenze esterne. Attacchi terroristici come quello contro i pellegrini iracheni a Damasco sono avvenuti negli ultimi anni su base quotidiana, in certe fasi quasi ogni ora. Finché ci saranno terroristi in Siria ogni abitante del Paese sarà in pericolo, questo è certo. La domanda importante è: chi aiuta e sostiene i terroristi? Ed è una domanda che vorrei fare ai politici europei, che fin dall’inizio della crisi in Siria hanno preso una strada che ha portato alla distruzione del nostro Paese, alla diffusione del terrorismo in tutta la regione, al succedersi di attentati in Europa e alla crisi dei rifugiati. L’Europa, o per meglio dire l’Occidente perché la guida è sempre stata degli americani, ha avuto finora l’unico ruolo di cooperare con gli obiettivi dei terroristi. Non ha sostenuto alcun processo politico. Ne parla, ma senza intraprendere alcuna concreta azione. Per quanto riguarda Israele, è semplice: aiuta in modo molto diretto i terroristi, sia offrendo sostegno sia lanciando attacchi contro il nostro esercito lungo la linea di confine. L’Iran, al contrario, ci aiuta a combattere il jihadismo e ci sostiene dal punto di vista politico in Medio Oriente come presso la comunità internazionale.
E Donald Trump?
Ha speso parole molto interessanti sulla necessità di combattere ed eliminare l’Isis. Adesso aspettiamo anche i fatti.
Un altro protagonista: la Russia. Qual è la natura dei rapporti tra Russia e Siria? Cooperazione o colonizzazione? Insomma: che fanno qui, realmente, i russi?
Guardiamo ai fatti: da quando abbiamo chiesto ai russi di aiutarci e loro si sono schierati accanto all’esercito siriano, il Daesh ha cominciato a perdere terreno. Prima, finché sul terreno agiva solo quella che viene chiamata Alleanza occidentale contro il terrorismo, il Daesh si allargava. La presenza russa in Siria è stata dipinta a tinte fosche solo a partire dal momento in cui qualcuno si è reso conto dei successi che otteneva sul campo. E che la battaglia comune dell’esercito siriano e di quello russo sia un successo è un fatto, non un’opinione. La riconquista di Aleppo e Palmira e di molte altre aree lo dimostra.
E l’aspetto politico? Cooperazione o colonizzazione?
Fin dall’inizio della crisi, sei anni fa, ogni iniziativa, prima politica e poi anche militare, è stata presa dal Cremlino in consultazione e accordo con il Governo siriano. Loro si comportano così. Hanno una visione politica basata su due principi: la piena sovranità della Siria, stabilita nella Carta delle Nazioni Unite come quella di ogni altro Paese; e il rispetto di un’alleanza che è ormai vecchia più di sessant’anni e non è mai vacillata.
Signor Presidente, questa guerra ha ormai prodotto centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi. Secondo le Nazioni Unite è lei il responsabile. E da molte parti le si chiede di lasciare il potere per rendere possibile un accordo di pace. Che cosa risponde? Che cosa pensa di fare?
In primo luogo, è il popolo siriano che deve scegliere il proprio Presidente e decidere chi è il colpevole di questa guerra e delle sue conseguenze. Certo non le Nazioni Unite, che non hanno alcun vero ruolo. E sappiamo anche qual è la causa: dal crollo dell’Urss, alcuni Paesi del Consiglio di Sicurezza, cioè Usa, Francia e Gran Bretagna, hanno usato l’Onu per affermare i propri interessi e rovesciare i Governi che non si allineavano ad essi. Dovrei andarmene? Per me conta solo il parere dei siriani. L’Onu e qualunque altro politico fuori dalla Siria possono dire ciò che vogliono, non me ne curo. Comunque, quando si parla dei morti e dei rifugiati, sarebbe bene ricordare che la responsabilità di una parte di quelle tragedie ricade sull’Europa. Non direttamente ma per il sostegno offerto ai terroristi fin dal principio, definiti 'moderati' anche quando si capiva che quella moderazione era solo un’illusione. Non ci sono miliziani moderati, in Siria, sono tutti estremisti. E in ogni caso, quando hai un mitra in mano, uccidi persone e distruggi beni, sei un terrorista. In Siria come in Italia come in ogni altro Paese. Non ci sono 'killer moderati' o 'terroristi moderati'. Noi, almeno, non ne conosciamo.
E i rifugiati?
Non tutti coloro che hanno lasciato la Siria lo hanno fatto a causa del terrorismo e delle distruzioni. Molti sono scappati per le difficoltà ulteriori portate dall’embargo decretato dall’Europa e dagli Usa, che ha reso ancora più difficile la vita della gente comune. Così l’embargo è diventato di fatto un alleato dei terroristi nello spingere i siriani a fuggire verso altri Paesi, in primo luogo quelli europei.
Ma lei ha, o ha mai avuto, rimpianti per il modo in cui la crisi è stata gestita da lei e dal Governo? Davvero non si sente colpevole in nulla? Se potesse tornare indietro farebbe qualcosa di diverso?
Bisogna distinguere tra il parere personale, sia pure quello del Presidente, e il dovere di un ufficiale dello Stato. Il dovere del Governo o di qualunque ufficiale è stabilito dalla Costituzione ed è di difendere il Paese. Proprio se non lo difendessimo dovremmo sentirci colpevoli. Inoltre, abbiamo sempre cercato di tenere aperto il dialogo con tutti i siriani, inclusi miliziani e terroristi, proprio per salvare più vite possibile. Non so quanti altri Paesi sarebbero disposti a discutere con dei terroristi. Così dovremmo rimpiangere di essere stati disposti a parlare e discutere con tutti? Ovviamente no.
Nemmeno un errore da qualche parte, in questi sei anni di guerra e di morte?
Ogni politica, nel modo in cui viene realizzata, ha dei margini di errore. Ma gli errori non si rimpiangono, si correggono. Ed è quanto cerchiamo di fare ogni giorno. La prego di rivolgere la stessa domanda, però, ai politici dell’Occidente: avete il rimpianto di aver sempre e solo accusato il Governo della Siria anche mentre quelli che chiamavate 'pacifici dimostranti' e 'moderati' uccidevano persone innocenti?.
Il mondo oggi si chiede quale sarà la Siria di domani. Se lei resterà al potere, avrà un’agenda di riforme sulle emergenze sociali, i diritti umani, la protezione dei cittadini rispetto all’esercito e alle agenzie di sicurezza?
La guerra è una lezione durissima per qualunque società. E noi non possiamo limitarci a prendercela con l’Occidente o con le petromonarchie del Golfo Persico che finanziano i terroristi. Dobbiamo chiederci: che cosa non funziona nel mio Paese? La mia agenda ha un caposaldo: favorire la discussione tra i siriani sul sistema che il Paese dovrà adottare. Presidenziale, parlamentare, semi-presidenziale? È un problema di Costituzione. Dalla Costituzione, poi, discende la natura delle istituzioni, dall’esercito al Governo a qualunque altra. Per modifiche di questa portata occorre un grande dibattito nazionale che porti a un referendum. Ma sembra un lusso parlare di queste cose mentre il Paese è ancora sotto attacco da parte e si rischia ogni giorno la vita. La priorità, ora, è sbarazzarsi dei terroristi per arrivare alla riconciliazione nazionale. Fatto questo, discuteremo liberamente di qualunque argomento o riforma.
Signor Presidente, la politica in Medio Oriente sembra essersi ridotta a 'uccidere per non essere uccisi'. Ma si arriverà mai a qualcosa di meglio?
È così, in effetti, ma la politica non c’entra. È un fenomeno che non è parte della nostra cultura ma che è cresciuto negli ultimi decenni a causa dell’affermarsi di una visione wahhabita che non tollera la diversità. La generazione dei miei genitori era più aperta della mia. Ed è un problema che tocca non solo le persone religiose, il rifiuto dell’altro influenza la società intera, in ogni ambito. Questo fenomeno ha avuto una grossa parte anche nella crisi della Siria. Se non impariamo a farci i conti e a combatterlo, la guerra civile diventerà un tratto permanente delle società mediorientali. Ma, ripeto, tutto questo non c’entra con la nostra cultura. Infatti lo stesso problema si è avuto in Europa, in ogni Paese dove si è permesso che il wahhabismo prendesse piede. In Francia, per esempio. Non è un caso se molti dei più feroci leader del Daesh, di al-Qaeda e di al-Nusra sono arrivati dall’Europa. Molti combattenti vengono dai Paesi arabi ma i loro capi sono quasi sempre europei. Ed è una lezione di cui tutti, noi e voi, dovremmo fare tesoro.

IL PUNTO
Una lunga fila di dossier sulle atrocità di regime
Non passa settimana senza che Ong, organizzazioni umanitarie, l’Onu, nazioni politicamente rivali e altri soggetti accusino Bashar al-Assad e il suo Governo di crimini atroci. Bombe sui civili, massacri nelle carceri, stupri di massa, pulizia etnica... Gli accusatori non si sono fatti mancare nulla. In alcuni casi con argomenti credibili, in altri sconfinando nella propoaganda. Scoprire ora, negli anni di una guerra civile in cui nessuno si è risparmiato quanto a crudeltà, che la Siria non è, quanto a sistema politico, un modello di democrazia ma un regime, è un esercizio futile e spesso ipocrita. Non è quindi sorprendente che lo stesso Assad sorvoli sul tema dei diritti umani. È la stessa Siria che negli anni tra l’indipendenza e l’avvento degli Assad era definita, nei testi di scienze politiche, "il Paese dei colpi di Stato". Lo stesso Paese che negli ultimi decenni ha affrontato almeno tre tentativi di rovesciamento violento. Lo stesso Governo che per molti anni (ma su richiesta della Lega araba, cosa troppo spesso dimenticata) ha di fatto occupato il Libano. Uno scenario, per chi parla di democrazia e diritti, non dissimile alla Libia, all’Iraq, ai Paesi del Golfo Persico, all’Egitto. Simile cioè all’intero Medio Oriente.

leggi anche:

sabato 11 marzo 2017

No alla corte globale delle multinazionali

dalla pagina https://act.wemove.eu/campaigns/no-corte-globale-delle-multinazionali

Petizione
Le multinazionali ricorrono a tribunali per gli investimenti per poter infrangere e attaccare le leggi che tutelano l’ambiente e le persone fisiche. Le proposte che mirano a dare maggiore forza a questo sistema giudiziario parallelo dotato di una corte arbitrale al di sopra degli Stati nazionali sono alquanto allarmanti.

Ti chiediamo di fermare il progetto di un’eventuale “corte multilaterale di investimento”, di non dare il tuo consenso a investimenti e accordi di negoziazioni che passano per le corti delle multinazionali e di partecipare attivamente per fare in modo che non abbiano alcun potere legale anche su accordi esistenti.

continua a leggere e se sei d'accordo firma:
alla pagina https://act.wemove.eu/campaigns/no-corte-globale-delle-multinazionali

venerdì 10 marzo 2017

Riforma dell'ordinamento penitenziario: carceri e misure alternative...


Ad un anno dagli Stati Generali dell'Esecuzione Penale vogliamo discutere su quanto è stato fatto, quanto non si è fatto e quanto si poteva fare, partendo dall'esito dei lavori dei tavoli tematici, in materia di riforma dell'ordinamento penitenziario.
All'incontro sono stati invitati il ministro della Giustizia Andrea Orlando, il capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria Santi Consolo, il sottosegretario alla Giustizia Gennaro Migliore, il Garante Nazionale delle Persone private della libertà personale Mauro Palma, il coordinatore del Comitato degli Esperti Glauco Giostra e tutti i responsabili e i componenti dei tavoli tematici.

Man mano che arriveranno le adesioni aggiorneremo il programma sul nostro sito.

Per partecipare è necessario iscriversi, entro e non oltre venerdì 7 aprile alle ore 12:00, mandando una mail a segreteria@associazioneantigone.it indicando nome e cognome.

lunedì 6 marzo 2017

8 marzo con Presenza Donna

Incontro di preghiera al femminile, ospite Alessandra Trotta 

Si rinnova mercoledì 8 marzo alle 20.30, nella chiesa di San Carlo a Vicenza (Villaggio del Sole, via Colombo 1) l’annuale momento di preghiera e di meditazione al femminile, appuntamento promosso da Presenza Donna che da sedici anni accompagna la Festa della donna in città.

LA PREGHIERA AL FEMMINILE

Con la diacona Febe, Donne che custodiscono le chiese, è il titolo della serata di preghiera, in ascolto della Parola e di alcune testimonianze, in primis quella di Alessandra Trotta, diacona della chiesa metodista di Napoli. Oltre a vivere il suo ministero ordinario come diacona, la nostra ospite è stata per sette anni presidente del Comitato permanente dell’Opera per le chiese evangeliche metodiste in Italia. La ricordiamo protagonista anche durante l’incontro fra papa Francesco e la chiesa valdese in Italia avvenuto nel giugno 2015. 

QUI, invece, potete scoprire tutte le altre iniziative organizzate a Vicenza in occasione della Festa della donna.

Associazione Presenza Donna
Centro Documentazione e Studi

8 marzo 2017: Sciopero delle Donne

dalla pagina https://nonunadimeno.wordpress.com/2017/01/17/8-marzo-2017-sciopero-delle-donne-se-le-nostre-vite-non-valgono-allora-ci-fermiamo/ 


SE LE NOSTRE VITE NON VALGONO,
ALLORA CI FERMIAMO!

L’8 marzo è una giornata di lotta, non un’occasione per locali, ristoranti e fiorai di far girare l’economia. Prende vita dagli scioperi delle operaie che dai primi del Novecento in tutto il mondo animarono le lotte per i loro diritti violati di persone e lavoratrici. Ricordiamo Il primo, quello delle camiciaie di New York nel 1909, poi lo sciopero e la rivolta delle operaie di Pietrogrado, l’8 marzo del 1917, perché senza donne non c’è rivoluzione possibile!

Niente fiori e cioccolatini, dunque: non abbiamo niente da festeggiare, abbiamo tutto da cambiare! Dopo le straordinarie giornate di mobilitazione che hanno visto milioni di donne nelle piazze di tutto il mondo, dalla Polonia, all’Italia, alla Germania, alla Turchia, dal Brasile all’Argentina, il prossimo 8 marzo sarà l’occasione per riprenderci questa giornata di lotta: sarà SCIOPERO GLOBALE DELLE DONNE. Lanciato dalle donne argentine, ha raccolto l’adesione di oltre 22 paesi al grido di “Se le nostre vite non valgono, non produciamo”. Differenti luoghi e contesti, analoga condizione di subalternità e violenza per le donne: NI UNA MENOS, allora, non una di meno in piazza, la chiamata rimbalza ai quattro angoli del pianeta: Uniamoci per continuare a lottare!

L’8 marzo sciopereremo anche in Italia. Una giornata in cui sperimentare/praticare forme di blocco della produzione e della riproduzione sociale, reinventando lo sciopero come vera e propria pratica femminista a partire dalle forme specifiche di violenza, discriminazione e sfruttamento che viviamo quotidianamente, 24 ore al giorno, in ogni ambito della vita, che sia pubblico o privato. Constatiamo ogni giorno quanto la violenza sia fenomeno strutturale delle nostre società, strumento di controllo delle nostre vite e quanto condizioni ogni ambito della nostra esistenza: in famiglia, al lavoro, a scuola, negli ospedali, in tribunale, sui giornali, per la strada, … per questo il prossimo 8 marzo ci asterremo da ogni attività produttiva e riproduttiva che ci riguardi.

Sarà uno sciopero in cui riaffermare la nostra forza a partire dalla nostra sottrazione: una giornata senza di noi. Resteremo al sole delle piazze a goderci la primavera che arriva anche per noi a dispetto di chi ci uccide per “troppo amore”, di chi, quando siamo vittime di stupro, processa prima le donne e i loro comportamenti; di chi “esporta democrazia” in nostro nome e poi alza muri tra noi e la nostra libertà. Di chi scrive leggi sui nostri corpi; di chi ci lascia morire di obiezione di coscienza. Di chi ci ricatta con le dimissioni in bianco perché abbiamo figli o forse li avremo; Di chi ci offre stipendi comunque più bassi degli uomini a parità di mansioni, …

Dopo la grande manifestazione del 26 e l’assemblea partecipatissima del 27 novembre a Roma, ci riuniremo in un terzo appuntamento nazionale, il 4 e il 5 febbraio a Bologna, in cui riprenderemo la stesura del Piano femminista contro la violenza. Un piano scritto dal basso, dal vissuto delle donne, dall’esperienza dei centri antiviolenza femministi, dalle condizioni materiali e dalle necessità primarie per costruire concretamente percorsi di fuoriuscita dalla violenza. Discuteremo delle forme e delle pratiche dello sciopero. Le forme tradizionali del lavoro e della lotta si combineranno con la trasformazione del lavoro contemporaneo – precario, intermittente, frammentato – e con il lavoro domestico e di cura, invisibile e quotidiano, ancora appannaggio quasi esclusivo delle donne, ancora sottopagato e gratuito. Sarà uno sciopero dai ruoli imposti dal genere in cui mettere in crisi un modello produttivo e sociale che, contemporaneamente, discrimina e mette a profitto le differenze.

A cento anni dall’8 marzo 1917, torneremo in strada in tutto il mondo, a protestare e a scioperare contro la guerra che ogni giorno subiamo sui nostri corpi: la violenza, fisica, psicologica, culturale, economica. Se le nostre vite non valgono, allora ci fermiamo!

A COSA SERVE LO SCIOPERO:

Lo sciopero è in primo luogo una forma di lotta che si fonda sul blocco della produzione e sull’astensione dal lavoro con l’obiettivo di produrre un danno economico e di rendere tangibile il ruolo del lavoro nella produzione.

mutuiamo lo sciopero come pratica fondamentale per segnalare la nostra sottrazione da una società violenta nei confronti delle donne: per questo lo sciopero sarà articolato sulle 24 ore e riguarderà ogni nostra attività, produttiva e riproduttiva, ogni ambito, pubblico o privato, in cui discriminazione, sfruttamento e violenza su ognuna di noi si riaffermano. Se delle nostre vite si può disporre (fino a provocarne la morte) perché ritenute di poco valore, vi sfidiamo a vivere, produrre, organizzare le vostre vite senza di noi. Se le nostre vite non valgono, noi ci fermiamo.

Uno sciopero per ribaltare i rapporti di forza, per mettere al centro le nostre rivendicazioni, la necessità di trasformare relazioni, rapporti sociali e narrazioni. In casa, a scuola, sui luoghi di lavoro, nelle istituzioni. Uno sciopero che ha nel piano femminista antiviolenza la sua piattaforma e il suo programma di lotta e di trasformazione scritto dal basso.

COME SCIOPERARE L’8 MARZO:

non esiste una sola forma di sciopero da sperimentare l’8 marzo. Esistono condizioni di lavoro e di vita molto diverse. Lo sciopero coinvolgerà lavoratrici dipendenti, precarie, autonome, intermittenti, disoccupate, studentesse, casalinghe. Indipendentemente dal nostro profilo, siamo coinvolte in molteplici attività produttive e riproduttive che sfruttano le nostre capacità e ribadiscono la nostra subalternità.

Per praticare concretamente il blocco delle attività produttive e riproduttive, elenchiamo solo alcune possibilità: l’astensione dal lavoro, lo sciopero bianco, lo sciopero del consumo, l’adesione simbolica, lo sciopero digitale, il picchetto, …

Lo sciopero si rivolge principalmente alle donne, ma ha più forza se innesca un supporto mutualistico con gli altri lavoratori, le reti relazionali e sociali, chi assume come prioritaria questa lotta. Vogliamo trovare soluzioni condivise e collettive come è avvenuto in Polonia in cui molti uomini, mariti, compagni, padri, fidanzati, fratelli, nonni, amici, hanno svolto un lavoro di supplenza nello svolgimento di attività normalmente svolte dalle donne.

Le assemblee cittadine di Non Una di Meno e i tavoli di lavoro tematici, territoriali e nazionali, saranno il luogo privilegiato in cui costruire e immaginare le forme dello sciopero a partire dalle vertenze, dalle specificità del territorio e dalle reti attivate, attraverso iniziative pubbliche di confronto e di approfondimento in avvicinamento all’8 marzo. Sarà comunque utile immaginare strumenti che facilitino lo scambio di idee e proposte, la costruzione di immaginario, utilizzando il blog e campagne social. L’assemblea nazionale del 4-5 febbraio a Bologna sarà l’occasione per definire e consolidare il piano politico e il coordinamento delle iniziative dell’8 marzo.

L’obiettivo è andare oltre l’evocazione e il simbolico e praticare concretamente il blocco delle attività produttive e riproduttive da parte del maggiore numero possibile di persone.

Abbiamo fatto appello ai sindacati per la convocazione di uno sciopero generale per l’8 marzo così da permettere la possibilità di adesione al più ampio numero di lavoratrici dipendenti e a chi gode del diritto di scioperare.

Se sei precaria e non ti è garantito il diritto di scioperare, puoi chiedere un permesso (per esempio per andare a donare il sangue) e astenerti dal lavorare. Per chi lavora in nero o in modo saltuario si possono organizzare iniziative di sostegno materiale e casse di mutuo soccorso.

Grande ruolo potranno avere i centri antiviolenza in quella giornata organizzando iniziative e rilanciando il piano femminista contro la violenza a partire dall’esperienza e le competenze di chi opera in questo settore.

La pratica del picchetto può essere utilizzata per un doppio scopo: bloccare gli accessi per bloccare la produzione; praticare presidi di denuncia contro persone, narrazioni e comportamenti violente, svilenti e dannose per le donne (reparti a alta densità di obiettori di coscienza, luoghi di lavoro, testate giornalistiche, …) sul modello dell’escrache argentino.

Per consentire anche a chi non può scioperare in altro modo, rilanciamo cortei o manifestazioni, diurne o serali, in tutte le città per riprenderci la notte e lo spazio pubblico, per fare marea e conquistare visibilità pubblica e protagonismo in ogni città.

Non Una Di Meno – Roma

6 marzo: "Corridoi umanitari: per non morire di speranza"

lunedì 6 marzo ore 20.30 
Centro Culturale San Paolo 
(Viale Ferrarin 30, Vicenza)
per l'incontro dal titolo

"Corridoi umanitari: per non morire di speranza" 

Alessandra Trotta 

portavoce del progetto “Mediterranean Hope”
volto alla creazione e alla gestione di corridoi umanitari fondamentali 
per garantire salvezza e dignità ai tanti migranti 
che nel nostro tempo scappano dalla fame e dalla guerra. 
Il progetto è frutto della collaborazione ecumenica 
fra cristiani cattolici e protestanti, 
che hanno scelto di unire le forze per questo progetto di alto profilo umanitario.

Presenza Donna
Ufficio pellegrinaggi diocesano
Chiesa evangelica e metodista di Vicenza

venerdì 3 marzo 2017

6 marzo, primolunedìdelmese

Anno XIX - incontro n. 148
 
6 Marzo 2017 - ore 20:30
 
presso Cooperativa Insieme, via Dalla Scola 253, Vicenza
 
Parcheggio adiacente.
Le persone disabili sono pregate di contattarci per le indicazioni del caso.
Si raccomanda puntualità!
 
Crepuscolo del Vecchio Continente?
A 60 anni dai Trattati di Roma che istituirono la Comunità Economica Europea, 
lo stato di salute della UE è sempre più precario, sottoposta com'è a spinte divergenti, disgregative e ostili di vario tipo.
Servirebbe un rinnovato impegno europeista, ma...
Intanto, a metà Marzo si vota in Olanda, in Aprile/Maggio in Francia, in Settembre in Germania; e in Italia?

Ne parliamo con
 Carlo Clericetti
giornalista economico; qui il suo blog