lunedì 20 settembre 2021

26 settembre: "Giornata internazionale per l'eliminazione totale delle armi nucleari"

dalla pagina https://it.wikipedia.org/wiki/Giornata_internazionale_per_l%27eliminazione_totale_delle_armi_nucleari

La Giornata internazionale per l’eliminazione totale delle armi nucleari (in inglese International Day for the Total Elimination of Nuclear Weapons) è un evento internazionale annualmente celebrato il 26 settembre. Inaugurata nell'ottobre 2014 con la Risoluzione 68/32 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si tratta di una giornata di eventi che vengono organizzati con il sostegno di una varietà di individui e di gruppi in Australia, Giappone, Caraibi, Nord America, Asia, Europa, Africa, e dell'ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite).

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mercoledì 15 settembre 2021

«Abbiamo ucciso persone che non c’entravano nulla con l’11 settembre»

dalla pagina https://www.peacelink.it/mediawatch/a/48762.html

Un caso di coscienza. Daniel Hale, figlio di un battista della Virginia, è stato condannato a quattro anni di reclusione per aver rivelato informazioni segrete sulle operazioni anti terrorismo durante l’amministrazione Obama. «Non un giorno senza rimorso»

Rivelò la guerra dei droni, 4 anni di carcere a Daniel Hale

Ex analista aveva divulgato materiale sulle guerre Usa in Yemen, Afghanistan e Somalia

Il Manifesto

Marina Catucci

Il tribunale della Virginia orientale ha condannato a 4 anni di carcere l’ex analista dell’intelligence Daniel Hale, arrestato il 9 maggio 2019 con l’accusa di aver divulgato informazioni riservate sulla guerra dei droni, e altre misure antiterrorismo, a un giornalista. Meno dei 50 chiesti dal Dipartimento di Giustizia, ma non per questo giustificabili.

«DANIEL HALE, uno dei più grandi whistleblower, è stato condannato pochi istanti fa a quattro anni di carcere. Il suo crimine è stato dire questa verità: il 90% delle persone uccise dai droni statunitensi sono astanti, non gli obiettivi previsti. Avrebbe dovuto ricevere una medaglia» così ha commentato su Twitter Edward Snowden. Hale aveva divulgato alla stampa informazioni riservate riguardo la guerra dei droni, e segreti sulle operazioni in Afghanistan, Yemen e Somalia. A marzo si era dichiarato colpevole di avere divulgato documenti riservati e aveva «accettato la responsabilità» per aver violato l’Espionage Act.

IL 22 LUGLIO SCORSO aveva risposto all’aggressività dei pubblici ministeri presentando una lettera di 11 pagine scritte a mano ; il gesto non era una richiesta di grazia, ma era inteso a spiegare il perché delle sue azioni, raccontando quello che il whistleblower definisce il «giorno più straziante della mia vita». Mesi dopo che l’analista era arrivato in Afghanistan nel 2012, aveva visto un’auto sfrecciare in direzione del confine con il Pakistan, l’uomo che guidava l’auto era un sospetto, membro di un gruppo che fabbricava autobombe.

Un drone americano aveva sparato un missile contro l’auto in corsa, mancandola, l’auto si era fermata, l’uomo era sceso e dopo di lui era scesa una donna che aveva iniziato a tirare fuori freneticamente dall’auto qualcosa che Hale non era riuscito a vedere.

UN PAIO DI GIORNI DOPO, l’ufficiale comandante di Hale gli disse che la donna era la moglie del sospettato, e nel retro dell’auto c’erano le loro due figlie, di 5 e 3 anni. I soldati afgani avevano scoperto le bambine in un cassonetto vicino: la più grande era morta e la più piccola era viva ma gravemente disidratata. Nella lettera depositata in tribunale il 22 luglio, Hale ha parlato della sua costante lotta con la depressione e il disturbo da stress post-traumatico derivato da ciò che aveva visto in quella che veniva definita «una guerra pulita».

Il whistleblower aveva perciò deciso di contattare un giornalista con cui aveva comunicato in precedenza. La storia di Hale ricorda molto da vicino quella di Chelsea Manning, ex militare accusato di aver trafugato decine di migliaia di documenti riservati mentre svolgeva il suo incarico di analista di intelligence durante le operazioni militari in Iraq, e di averli consegnati a WikiLeaks.

MANNING ERA STATA DETENUTA in condizioni considerate lesive dei diritti umani, in prigione aveva tentato due volte il suicidio e il suo caso aveva fatto il giro del mondo in quanto le informazioni che aveva divulgato riguardavano l’omicidio di diversi civili disarmati da parte dell’esercito Usa.

Dopo 7 anni e 4 mesi era stata scarcerata, graziata del presidente uscente Barack Obama, per poi tornare in carcere a marzo 2019 per aver rifiutato di testimoniare contro WikiLeaks davanti a un Grand jury. É uscita nuovamente di prigione il 12 marzo 2020. Il co-fondatore di WikiLeaks Julian Assange,invece, è ancora in prigione a Londra; per lui a gennaio 2021 la giustizia inglese ha negato l’estradizione in Usa poiché é a alto rischio di suicidio.

 

Droni, a giudizio l’ex analista Usa che ha svelato i danni collaterali. «Non un giorno senza rimorso»

La lettera al giudice: «Abbiamo ucciso persone che non c’entravano nulla con l’11 settembre»

Corriere della Sera

26.7.2021 (articolo pubblicato prima della condanna)

di Marta Serafini

«Abbiamo applaudito quando gli Hellfire sono caduti sulle loro teste». La notte del 21 agosto 2013 Salim bin Ahmed Ali Jaber e Walid bin Ali Jaber si trovano in un palmeto nel sud-est dello Yemen. Salim è un imam rispettato del villaggio di Khashamir, che si è fatto un nome denunciando il crescente potere di Al Qaeda nella penisola arabica. Suo cugino Walid è un ufficiale di polizia locale. I due stavano sulle tracce di un gruppo di jihadisti. A migliaia di miglia di distanza, nella base militare degli Stati Uniti a Bagram, in Afghanistan, Daniel Hale, un giovane specialista dell’intelligence dell’aeronautica americana, se ne sta seduto su una sedia ad osservare il monitor di un computer. Poi, sul palmeto cala una pioggia di Hellfire.

Avanti veloce di otto anni. Daniel Hale domani conoscerà il suo destino: molto probabilmente la Corte distrettuale di Alexandria, in Virginia, lo condannerà. Ma il verdetto non sarà per aver partecipato alla morte di due innocenti. Hale, arrestato nel 2019, sarà giudicato per aver violato l’Espionage Act facendo trapelare documenti top secret sull’utilizzo di droni nella guerra al terrorismo durante l’amministrazione Obama.

Figlio di un camionista battista della Virginia, da analista dell’intelligence dell’Air Force Usa, Hale, 33 anni, ha partecipato una serie di attacchi condotti dall’ Afghanistan. Il suo compito è rintracciare i segnali dei cellulari collegati a persone ritenute combattenti nemici. Fondamentale dunque per stabilire la posizione esatta dell’obiettivo. Nei mesi di quella che ancora veniva chiamata guerra al Terrore assiste a decine di operazioni in cui afghani - ma anche yemeniti o pakistani- vengono uccisi premendo un bottone. A volte - racconta sempre Hale - intorno agli obiettivi c’erano civili. Danni collaterali.

Hale ha raccontato al giudice del primo attacco di droni a cui ha assistito, pochi giorni dopo essere stato dispiegato per la prima volta in Afghanistan. «L’operazione è stata condotta prima dell’alba, contro un gruppo di uomini armati che preparavano il tè intorno a un falò nelle montagne della provincia di Paktika. Il fatto che portassero armi con sé avrebbe dovuto essere considerato fuori dall’ordinario nel luogo in cui sono cresciuto, tantomeno nei dei territori tribali afghani.Tra loro c’era un presunto membro dei talebani, tradito dal cellulare che aveva in tasca. Quanto agli altri individui, essere armati, in età di leva, e sedere alla presenza di un presunto combattente nemico, era una prova sufficiente per essere considerati sospetti. Nonostante si fossero riuniti pacificamente, senza rappresentare una minaccia, il destino di quegli uomini che ora bevevano il tè era già deciso. Ero lì seduto quando un’improvvisa, terrificante raffica di missili Hellfire è caduta giù, facendo schizzare schegge coloro porpora contro la montagna investita dalla luce del mattino. Da quel momento e fino ad oggi, continuo a ricordare molte di queste scene di violenza cui ho assistito stando seduto su una sedia a guardare lo schermo di un computer. Nessuna di quelle persone era responsabile degli attacchi dell’11 settembre alla nostra nazione. Era il 2012, Bin Laden era già morto in Pakistan. E quei giovani uomini armati che avevamo appena ucciso erano solo bambini il giorno dell’11 settembre».

Con il passare del tempo la coscienza di Hale inizia a vacillare. «Il soldato vittorioso indiscutibilmente pieno di rimorsi, almeno mantiene intatto il suo onore affrontando il suo nemico sul campo di battaglia», scrive Hale sempre al giudice. Ed è sempre la sua coscienza a portarlo alla fine del 2015 a rivelare dettagli sulle operazioni coi droni ad un giornalista investigativo incontrato in precedenza. Hale diventa il nuovo Edward Snowden, un whistleblower che divulga informazioni segrete per il bene della collettività. E il sito investigativo The Intercept pubblica i Drone Papers, una delle inchieste più importanti degli ultimi anni. Un’inchiesta che ha dimostrato tra le altre cose, come il programma dei droni non fosse così preciso come sosteneva il governo.

Nel suo memoriale di 11 pagine, Hale descrive, in termini vividi, le sue lotte con la depressione e il disturbo da stress post-traumatico e come la sua decisione di condividere informazioni riservate con un giornalista sia stata motivata da un irrefrenabile senso del dovere. «Dire che il periodo della mia vita trascorso in servizio mi ha impressionato sarebbe un eufemismo», ha scritto Hale nella sua lettera. «È più preciso dire che ha trasformato irreversibilmente la mia identità di americano». Hale ha fatto trapelare i documenti dopo aver lasciato l’Air Force e aver accettato un lavoro civile con un appaltatore assegnato alla National Geospatial-Intelligence Agency, dove ha lavorato per un breve periodo nel 2014 come cartografo, usando la sua conoscenza della lingua cinese per aiutare a etichettare le mappe. Poi nel 2019 viene arrestato e il marzo scorso si è dichiarato colpevole.

Gli avvocati di Hale - che dopo essersi dichiarato colpevole il marzo scorso rischia almeno 63 mesi di condanna, nonostante l’accusa non abbia formulato una richiesta specifica - sostengono che le sue motivazioni e il fatto che il governo non abbia mostrato alcun danno effettivo causato dalle fughe di notizie, dovrebbero essere presi in considerazione per un alleggerimento della sentenza ad un massimo di 18 mesi. «Ha commesso il reato per attirare l’attenzione su quella che riteneva fosse una condotta immorale del governo commessa sotto il velo della segretezza e contraria alle dichiarazioni pubbliche dell’allora presidente Obama in merito alla presunta precisione del programma di droni dell’esercito degli Stati Uniti», sostengono gli avvocati della difesa Todd Richman e Cadence Mertz. I pubblici ministeri Gordon Kromberg e Alexander Berrang affermano però che i documenti fatti trapelare da Hale siano stati trovati in una raccolta Internet di materiale progettato per aiutare i combattenti dello Stato Islamico a evitare di essere scoperti. Ma gli esperti consultati da The Intercept, tra cui ex analisti Cia e dell’esercito sono molto scettici al riguardo.

Ovviamente il caso Hale ha riportato alla luce il dibattito sull’ Espionage Act una legge del 1917 molto controversa parecchio utilizzata di recente dai pubblici ministeri statunitensi per imbastire accuse contro le fughe di notizie che hanno a che fare con la sicurezza nazionale. Un caso su tutti quello contro Chelsea Manning. Ma anche le vicende di Julian Assange o quelle di Edward Snowden, tutti travolti in un modo o nell’altro dalla scure dell’ Espionage Act.

La storia di Hale porta alla luce anche un’altra questione, quella delle vittime collaterali. Secondo il Bureau of Investigative Journalism, o TBIJ, con sede nel Regno Unito, il numero totale di morti causate da droni e altre operazioni di uccisione sotto copertura in Pakistan, Afghanistan, Yemen e Somalia sia compreso tra 8.858 e 16.901 da quando gli attacchi sono iniziati nel 2004. Delle persone uccise, si ritiene che ben 2.200 fossero civili, tra cui diverse centinaia di bambini e diversi cittadini statunitensi, tra cui un ragazzo di 16 anni, figlio del predicatore yemenita Anwar Awlaki.

In realtà si tratta quasi sicuramente di una stima al ribasso. Come dimostra la lettera di Hale alla corte questa settimana e i documenti che avrebbe reso pubblici, le persone che vengono uccise negli attacchi dei droni americani sono regolarmente classificate come «nemici uccisi in azione» salvo prova contraria. Ed è stato solo dopo anni di pressioni - e sulla scia dei «Drone Papers» - che l’amministrazione Obama nel 2016 ha introdotto nuovi requisiti per la registrazione delle vittime civili in operazioni segrete di antiterrorismo. Tuttavia, l’amministrazione Trump ha revocato il provvedimento, lasciando l’opinione pubblica ancora una volta all’oscuro su chi esattamente venga ucciso e perché.

Note: Manifestazione a New York per Daniel Hale https://www.pressenza.com/it/2021/08/manifestazione-dei-newyorkesi-per-il-whistleblower-di-droni-daniel-hale/

Si può firmare qui per sostenere Daniel Hale https://www.codepink.org/supportdanielhale

 

domenica 12 settembre 2021

Basta parlare di pace, fermiamo le armi, facciamo la pace

dalla pagina Basta parlare di pace, fermiamo le armi, facciamo la pace (pressenza.com)

Alex Zanotelli

Alex Zanotelli tra gli attivisti di Extinction Rebellion (Foto di Extinction Rebellion)

«La pandemia è ancora in pieno corso, la crisi sociale ed economica è molto pesante, specialmente per i più poveri. Malgrado questo, ed è scandaloso, non cessano i conflitti armati e si rafforzano gli arsenali militari». È questa l’amara constatazione di papa Francesco davanti alla crescente e paurosa militarizzazione mondiale. E bacchetta un’Europa che «parla di pace, ma vive di guerra».

Lo scorso anno infatti a livello mondiale i governi hanno investito in armi ben 1.981 miliardi di dollari, 74 miliardi in più del 2019. L’Italia, sempre secondo i dati del SIPRI, lo scorso anno ha investito 27 miliardi di euro in armi.

E le previsioni sono che, quest’anno, l’Italia spenderà ben 30 miliardi di euro in armi, pari a 82 milioni di euro al giorno. Tutti questi enormi investimenti in armi avvengono a spese della Sanità pubblica e dell’Istruzione. Basta pensare che negli ultimi dieci anni i vari governi italiani hanno tolto alla Sanità pubblica ben 37 miliardi, mentre questi stessi governi hanno speso in media oltre 20 miliardi di euro all’anno in armi.

È UNA FOLLIA TOTALE la nostra. Pagata a caro prezzo, durante la pandemia, da migliaia e migliaia di cittadini morti per la Covid-19, specie in Lombardia, una regione che in gran parte ha privatizzato la Sanità. Tra il 1995 e 1998, ben 222 ospedali pubblici sono stati chiusi.

L’Italia è il nono esportatore mondiale di armi. E vendiamo queste armi a tutti. Il caso più clamoroso è il quantitativo di armi di ben 9 miliardi di euro che vogliamo vendere all’Egitto, un paese governato dalla più spietata dittatura d’Africa, di cui è stata vittima il nostro concittadino, Giulio Regeni.

Nulla da fare, ‘business is business‘(gli affari sono affari). Vendiamo armi e bombe all’Arabia Saudita che le usa per fare la guerra allo Yemen. Vendiamo armi a Israele che le usa per reprimere il popolo palestinese. La litania potrebbe continuare. Tutto questo avviene mentre il popolo della Pace è frantumato in mille rivoli. Se ogni comitato, se ogni associazione, se le varie realtà antimilitariste camminano per proprio conto, non otterremo molti risultati.

È FONDAMENTALE unirsi e connettersi con le altre realtà per formare un grande movimento per la pace. A Napoli cinque diverse realtà impegnate per la pace hanno deciso di formare un’unica ‘realtà’: gli Antimilitaristi Campani. Durante la pandemia abbiamo scritto insieme un libretto dal titolo Fermiamo la guerra. Il 30 giugno gli Antimilitaristi Campani sono riusciti a interconnettersi con le diverse realtà che sono impegnate sul territorio contro questa spaventosa militarizzazione: No Muos della Sicilia, le mamme della Sardegna e i portuali di Genova, di Livorno e di Ferrara.

Questi gruppi ‘fanno’ la pace. Trovo particolarmente efficace l’azione dei portuali che si stanno rifiutando di caricare armi sulle navi. Hanno iniziato i portuali di Genova quando nel giugno dell’anno scorso hanno impedito alla nave saudita Bahri Abha (gemella della Jazan,..) di caricare materiale bellico destinato ad alimentare la guerra nello Yemen, «la più sporca e criminale» di quelle in corso.

IL GOVERNATORE della Liguria Toti ha subiro reagito: «È assurdo impedire che non si imbarchino questi prodotti». Papa Francesco ha detto invece che «i lavoratori del porto sono stati bravi». E ha aggiunto che «i paesi Europei parlano di pace, ma vivono di armi».

Il 12 dicembre dello scorso anno, quando di nuovo la nave Bahri Abha attraccò a Genova, il porto era pieno di carabinieri e Digos per garantire le operazioni di carico bellico. Cinque dei portuali disobbedienti sono ora indagati e rischiano il processo. «Non un passo indietro», ha risposto il Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali di Genova. Questa lotta si sta ora estendendo ai porti di Livorno, Ferrara e Napoli. A Ferrara i portuali, con l’appoggio dei tre sindacati, si sono rifiutati di caricare materiale bellico sulla nave Asiatic Liberty diretta in Israele.

E si sta ora creando una rete di porti in Europa che si rifiutano di caricare materiale bellico con lo slogan «Block the Boat». (Blocca la nave). A Napoli gli antimilitaristi Campani sono scesi nel porto di Napoli per solidarizzare con i portuali , appoggiando la loro iniziativa di non caricare materiale bellico sulle navi della morte. Basta parlare di pace, bisogna fare la pace!

E come Antimilitaristi Campani appoggiamo anche l’altro strumento fondamentale di resistenza alla militarizzazione: ritirare i propri soldi dalla banche che investono in armi. È la cosiddetta «Campagna Banche Armate», lanciata dalle riviste Mosaico di Pace, Nigrizia, Missione Oggi e anche da Pax Christi. Anche questa è una pratica molto efficace se diventa una campagna popolare, soprattutto se sostenuta dalle comunità cristiane.

DOPO LE FORTI PRESE di posizione di papa Francesco sulle armi, sul nucleare, ogni parrocchia, ogni diocesi dovrebbe togliere i propri soldi da quelle banche che investono in armamenti. È un dovere di coscienza per un cittadino , ma soprattutto per un cristiano. Se davvero il disinvestimento dalle banche armate diventasse una prassi popolare, metteremo in crisi un Sistema basato sulle armi, sulla Bomba (atomica).

Smettiamola di parlare di pace, ma facciamo pace attraverso pratiche efficaci, mettendoci in rete. Dobbiamo cambiare questo Sistema economico-finanziario-militarizzato che uccide per fame, per guerra e soffoca il Pianeta. Diamoci tutti da fare per un sistema che porti vita e speranza per tutti.

 

 

martedì 7 settembre 2021

G.I.S.P., Gruppo di Impegno Socio Politico: "Interroghiamo Dante"

dalla pagina https://gispbassano.blogspot.com/


Nel 700° anniversario della morte di Dante Alighieri si moltiplicano le iniziative per celebrare la figura del sommo poeta italiano.


Il GISP, secondo gli intenti che animano la propria attività, propone per il prossimo autunno un evento-tavola rotonda in cui – con la presenza di esperti  – il pubblico potrà esprimere interrogativi e riflessioni per riportare “Dante qui e ora”, attorno ad alcune tematiche quali la responsabilità, l’appartenenza della persona alla realtà in cui vive, l’impegno sociale e civile, il soprannaturale, ecc.
 
 
per ulteriori info visitate il blog: https://gispbassano.blogspot.com/
o scrivete a: gispbassano@gmail.com
 

lunedì 6 settembre 2021

Può un predatore della natura diventare un buon giardiniere?

dalla pagina Può un predatore della natura diventare un buon giardiniere? - Terra Nuova

In una situazione socio-politico-economica come quella attuale, in cui si moltiplicano le analisi critiche sul sistema capitalistico e neoliberista, che ormai mostra vistosamente le proprie falle, e in cui si fronteggia un’emergenza ecologica planetaria, ospitiamo con grande piacere l’intervento di Serge Latouche, acuto ed efficace intellettuale e pensatore, che qui offre spunti di riflessione preziosi.

La questione se l’economia capitalista sia compatibile con la conservazione della natura (in altre parole, se il culto della crescita sia compatibile con l’ecologia) dovrebbe avere una risposta ovvia per qualsiasi persona sana di mente: la crescita infinita è incompatibile con un pianeta finito. Tuttavia, questa evidenza, che un bambino di cinque anni capirebbe e che i quattordicenni oggi saggiamente ci ricordano con Greta Thunberg, sembra che non sia capita dai politici e dagli economisti. Anzi, viene da loro smentita in ogni occasione, con la notevole eccezione, recente e limitata, di Papa Francesco.

La maggior parte di essi, compresi soprattutto i ministri dell’ambiente, fanno i gargarismi affermando la compatibilità tra economia ed ecologia, a volte anche enfatizzando la comune radice greca dei due termini. Viene ammessa, ma in modo puramente retorico, una «scomoda verità», per dirla come l’ex vicepresidente Al Gore, solo sul cambiamento climatico. L’uomo può sopravvivere solo in simbiosi con l’ecosistema terrestre che è la sua matrice. Per questo deve necessariamente «metabolizzarsi» con il suo ambiente. Le sostanze di cui si nutre, che usa e che scarta, sono i materiali con cui costruisce la sua vita. Tutte le società, tutte le culture, tranne la nostra, hanno riconosciuto questa interdipendenza con la Madre Terra e celebrato il ciclo della vita. Solamente la modernità ha realizzato un progetto prometeico di ricostruzione artificiale del mondo. L’arroganza dell’uomo contemporaneo arriva fino all’ambizione di reinventarsi come nuova specie superiore secondo il progetto del transumanesimo.

Tutto nell’universo diventa quindi strumento di questa costruzione in quanto materia prima, strumento, prodotto e infine spazzatura. La matrice cosmo, la Madre Terra, Madre Natura, la Gaia dei Greci, la Pachamama degli indiani delle Ande, viene disprezzata, tradita, saccheggiata, violentata, negata e infine trasformata in una cloaca al termine di questo progetto demiurgico. Queso fantasma di poter ricreare il mondo – specifico della modernità occidentale – è il risultato di una duplice rottura, sia pratica che concettuale: da un lato il mondo è reso artificiale per via dell’emergere dell’immaginario tecno-scientifico, dall’altro lato la mercificazione del mondo è possibile per via dell’emergere dell’immaginario economico. Queste due rotture sono evidentemente connesse. La ricostruzione del cosmo come una megamacchina tecnica non sarebbe possibile senza la mercificazione totale del mondo e viceversa. La minaccia, ogni giorno più pregnante, di un collasso della civiltà, perfino della scomparsa della nostra specie, sarà sufficiente a farci fare una giravolta, per convertirci da predatori a giardinieri?

Origine e contenuto del fantasma di onnipotenza

Nonostante molte battute d’arresto, fallimenti, disillusioni e catastrofi, i nostri modi di vedere e pensare sono ancora «formattati» dal paradigma della modernità occidentale, così come è emerso nel XVIII secolo. Per ottimi motivi, i filosofi dell’Illuminismo volevano liberare l’umanità dagli ostacoli alla sua emancipazione: la trascendenza, la tradizione e la rivelazione. Per fare ciò, hanno sviluppato una concezione meccanica del mondo (la macchina-universo, l’animale-macchina e persino l’uomo-macchina) che ha condotto il nostro potere verso l’assenza di limite.

In tale visione cartesiana e antropocentrica, l’uomo si afferma come padrone e dominatore della natura.

L’ideologia del progresso che ne deriva ci assicura che tutto è possibile. È in questo contesto che «la macchina economica» ha colto l’occasione per svincolarsi da tutti i freni che erano stati frapposti al suo sviluppo dalla saggezza millenaria (o superstizione, come preferite) e ha dato vita alla società di mercato capitalista globalizzata.

I filosofi dell’Illuminismo, ponendo come obiettivo delle società moderne «la felicità più grande condivisa dal più grande numero», per dirla con Beccaria, hanno scoperchiato il vaso di Pandora della dismisura, di cui l’economia sarà lo strumento. Non si tratta più solo di vivere bene, ma di vivere sempre meglio. La trasgressione, eretta a sistema nella «surmodernità», trova la sua origine nel drastico ribaltamento etico collegato a questi cambiamenti. La società occidentale è l’unica nella storia ad aver liberato ciò che tutte le altre hanno cercato, con maggiore o minore successo, di frenare, vale a dire le passioni tristi di Spinoza (ambizione, avidità, invidia, risentimento, egoismo). Nella tarda modernità contemporanea, è perfino giunta a fare della trasgressione una sorta di etica paradossale, cioè contraddittoria.

Il grande ribaltamento si è verificato con Bernard de Mandeville e la sua famosa Favola delle api. La conclusione della favola, vale a dire che i vizi privati fanno la prosperità dell’alveare, provocò scandalo, ma gradualmente divenne, attraverso la mano invisibile di Adam Smith, il credo amorale, cioè immorale, delle società occidentali. La modernità, infatti, ha creduto e continua a credere più che mai che i vizi privati, canalizzati dall’economia attraverso l’interesse, diventino virtù pubbliche e funzionino, senza saperlo, anche come artefici del bene comune. Di conseguenza, potevano essere scatenati senza pericolo. Anzi si doveva scatenarli. È questo che si impara nelle scuole di business (ma non solo): «Greed is good», «l’avidità è una cosa buona».

La società della crescita è il risultato finale dell’economia di produzione capitalista. L’organismo economico (cioè il modo di organizzazione di una società non più in simbiosi con la natura, ma che la sfrutta senza pietà) deve crescere indefinitamente, come deve crescere il suo feticcio, il capitale. La produttività del capitale (risultato di un’astuzia o di un inganno da commercianti e molto spesso dello sfruttamento della forza lavoro dei lavoratori e della predazione della natura) è assimilata alla crescita delle piante e alla fertilità delle specie.

La riproduzione del capitale/economia fonde fertilità e ripresa, tasso di interesse e tasso di crescita. Questa apoteosi dell’economia/capitale sfocia nello spettro di immortalità tipico della società dei consumi. In realtà, il fantasma è fondato su una triplice illimitatezza: illimitatezza della produzione, e quindi sfruttamento delle risorse naturali non rinnovabili e rinnovabili; illimitatezza del consumo, e quindi creazione di nuovi bisogni sempre più artificiali e, soprattutto, illimitatezza della produzione di rifiuti, quindi inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo. Questi tre tipi di inquinamento hanno effetti disastrosi sempre più manifesti: cambiamento climatico con emissioni di gas serra, pandemie di cancro, asma, obesità, malattie polmonari, disturbi cardiovascolari o riproduttivi, la saturazione dell’aria con nanoparticelle e interferenti endocrini, morte di sorgenti, fiumi e oceani, desertificazione e disintegrazione di suoli avvelenati da pesticidi e fertilizzanti chimici, e così via.

Dal momento che gli economisti hanno inventato la loro scienza sul modello della meccanica razionale di Newton, essi hanno ignorato il fatto che la vita concreta degli uomini si svolgeva in un ecosistema che obbediva alle leggi della fisica (in particolare la seconda legge della termodinamica) e non alla sfera stellata della matematica. Non è tanto lo sfruttamento dei lavoratori, né l’ingegnosità tecnica, che ha consentito il produttivismo/ consumismo tipico del capitalismo, quanto piuttosto la predazione della natura.
Questo punto cieco della scienza economica, che solo molto tardi scopre la natura sotto il nome rivelatore di «esternalità», ma senza riuscire a integrarla realmente, ha intrappolato Marx, i situazionisti e anche Jean Baudrillard.
Quest’ultimo fa una critica pertinente della società di consumo, ma ignora completamente l’ecologia. Le materie prime, la cui sostanza non è lavoro, ma che sono date dalla natura, non si ottengono per mezzo della produzione o per seduzione, ma viceversa solo attraverso la predazione.

Decolonizzare l’immaginario e ribaltare i nostri modi di pensare

Nonostante l’evidenza dei pericoli che la tecnoscienza incontrollata e il turbocapitalismo globalizzato pongono al mantenimento di un ecosistema compatibile con la sopravvivenza dell’umanità, il nostro immaginario rimane bloccato in questo paradigma in cui non crediamo più.

Sotto l’effetto stesso della banalizzazione mercantile, l’«incantesimo» generato dalla scienza, dal progresso e dallo sviluppo è ormai piuttosto logoro. Il culto del progresso oggi non implica più preghiere altisonanti alla Divinità, ma inevitabili prassi familiari (accendere l’elettricità, guidare un’auto, fare telefonate, ecc.) oltre alla richiesta di nuove innovazioni per risolvere i problemi di disfunzione generati dalle dinamiche stesse del progresso. La fede nell’economia non è più una scelta di coscienza, ma una droga alla quale, abituati, non siamo in grado di rinunciare volontariamente. Progressismo ed economicismo sono così incorporati nel nostro consumo quotidiano che li respiriamo con l’aria inquinata dei nostri tempi, li beviamo con acqua contaminata da pesticidi, li mastichiamo con il «cibo spazzatura», ci coprono con abiti fatti nelle galere del Sudest asiatico, e infine ci trasportano nelle nostre sacrosante utilitarie con cambiamento climatico…

I riti hanno sostituito la fede. Il fallimento del sogno occidentale apre così la strada a una massiccia desacralizzazione dell’economia. La prova pratica del fallimento della società della crescita, di cui la pandemia di Covid-19 è l’illustrazione più recente, può forse aprire gli occhi dei suoi adepti ancora affascinati.

La realizzazione di qualsiasi progetto alternativo di società passa prima di tutto da una rivoluzione mentale, non dalla presa del potere politico. Innanzitutto, si tratta di decolonizzare il nostro immaginario1. Questa decolonizzazione dell’immaginario condiziona l’esistenza di un ampio movimento di opinione capace di esercitare una pressione significativa sui sistemi di gestione collettiva e, in ultima analisi, di abolirli nell’utopia della democrazia diretta. Fortunatamente, la formattazione del cervello non è mai completa, perché c’è sempre un corpo interno più o meno cosciente che dubita e resiste. Il dissenso interno può rapidamente prendere il sopravvento, se le circostanze sono giuste. Quindi non c’è motivo di perdere ogni speranza.

 

Note
1. Per approfondire, suggeriamo due testi di Serge Latouche: Decolonizzare l’immaginario, EMI, Bologna (2004), e L’economia è una menzogna, Bollati Boringhieri, Torino, (2014).

 


venerdì 3 settembre 2021

Messaggio per la Giornata del Creato


“Nella Fede siamo chiamati ad abbandonare ciò che isterilisce la nostra vita”

 

La prima domenica di settembre si celebra la 16ª Giornata Nazionale per la Custodia del Creato che vede comunque una prosecuzione per tutto il mese fino a domenica 3 ottobre.

L’appuntamento di quest’anno è particolarmente significativo perché vede la Chiesa italiana in cammino verso la 49ª Settimana Sociale dei cattolici italiani, che avrà per titolo «Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. #tuttoèconnesso».

« Il cambiamento climatico continua ad avanzare con danni sempre più grandi e insostenibili. Non c’è più tempo per indugiare: ciò che è necessario è una vera transizione ecologica che arrivi a modificare alcuni presupposti di fondo del nostro modello di sviluppo» (Instrumentum Laboris, n. 20).

Saper leggere i segni dei tempi ci fa accorgere di vivere un cambiamento d’epoca. In questo contesto diventa necessaria una transizione che trasformi in profondità la nostra forma di vita, per realizzare quella conversione ecologica cui invita il l’Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco.

Si tratta di riprendere coraggiosamente il cammino, lasciandoci alle spalle una insostenibile ‘normalità’, per ricercare un diverso modo di essere, animato da amore per la terra e per le creature che la abitano. Una cura per la casa comune che corrisponda sempre meglio all’immagine del Dio Padre che si prende cura di ognuno/a. Questo cambiamento si attiva solo se costruito assieme, nella speranza.

« Insieme è la parola chiave per costruire il futuro: è il noi che supera l’io per comprenderlo senza abbatterlo, è un rinnovato patto tra le generazioni, è il bene comune fatto realtà e non proclama, azione e non solo pensiero» (IL, n. 29). Il bene comune diventa globale perché abbraccia anche la cura della casa comune. Occorre un discernimento attento per cercare assieme come realizzarlo, in uno stile sinodale che valorizzi competenza e partecipazione, attento alle nuove generazioni, che apra al futuro.

Proviamo perciò a pregare, riflettere e agire nelle nostre comunità cristiane in questo mese di settembre 2021, tempo prezioso per mettere al centro il tema della Cura del Creato.

Come Diocesi ci daremo appuntamento alla Veglia Ecumenica per la Salvaguardia del Creato di Sabato 25 Settembre prossimo a Monte Berico, un momento davvero utile, profetico ed efficace per iniziare questo cammino di transizione nelle nostre unità pastorali.

Invitiamo, innanzi tutto, tutte le Parrocchie a condividere con i fedeli questo breve messaggio all’inizio delle celebrazioni in una delle domeniche dal 5 settembre al 3 ottobre, mese del Cura del Creato.

 

Ma siamo convinti che occorre attivare anche altre iniziative, ad esempio mettendoci in ascolto del nostro territorio:

Certamente nei nostri contesti locali sono presenti persone, associazioni, gruppi, movimenti, cooperative, ecc. che si stanno impegnando per costruire un mondo nuovo, una cura precisa della Casa Comune che è insieme impegno per la salute e l’ambiente, per la giustizia sociale e per la pace, attraverso scelte e azioni quotidiane e innovative. Molte di queste esperienze nascono e agiscono al di fuori del nostro contesto parrocchiale ed ecclesiale.

Perché non ci impegniamo, a partire da questo mese, a conoscerle e magari coinvolgerle? Potrebbe essere una buona opportunità ascoltare la loro testimonianza, far conoscere alla comunità queste esperienze, collaborare per una giusta causa locale, allargando così lo sguardo al nostro territorio, mettendoci in ascolto e all’opera per realizzare assieme un mondo nuovo.

Le comunità cristiane non devono necessariamente guardare solo agli ambiti in cui hanno una presenza diretta. C'è molto di cristiano che viene vissuto anche fuori della comunità.

 

1° Settembre 2021

Commissione di Pastorale Sociale e del Lavoro, Giustizia e Pace, Salvaguardia del Creato della Diocesi di Vicenza

 

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Link al sito nazionale

https://lavoro.chiesacattolica.it/16a-giornata-nazionale-per-la-custodia-del-creato/

 

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