venerdì 20 aprile 2018

Siria


Siria: le “fake news” sulle armi chimiche per creare il casus belli?
10 aprile 2018

Lo scenario che si sta delineando in queste ore nel conflitto siriano ricorda da vicino la “pistola fumante” delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein con cui gli Usa giustificarono agli occhi del mondo l’invasione dell’Iraq nel 2003.
Ci sono infatti molte ragioni per esprimere scetticismo di fronte alla denuncia dell’ennesimo attacco chimico contro i civili siriani attribuito al regime di Damasco nell’area di Douma, ultima roccaforte delle milizie jihadiste filo saudite di Jaysh al-Islam nei sobborghi di Damasco.
Innanzitutto perchè già in passato attacchi simili sono stati attribuiti ai governativi senza che emergessero prove concrete mentre notizie e immagini diffuse oggi dai “media center” di Douma come ieri da quelli di Idlib, Aleppo e altre località in mano ai ribelli sono evidentemente propagandistiche e palesemente costruite.
Lo schema si è già ripetuto più volte fin dalla guerra in Libia del 2011 e poi in Siria: fonti “umanitarie” strettamente legate alle milizie jihadiste e ai loro alleati arabi diffondono notizie non verificabili per l’assenza di osservatori neutrali.
Notizie e immagini di attacchi chimici vengono subito diffuse dalle tv arabe appartenenti alle monarchie del Golfo, cioè agli sponsor dei ribelli, per poi rimbalzare quasi sempre in modo acritico in Occidente.
Basti pensare che in sette anni di guerra la fonte da cui tutti i media occidentali attingono è quell’Osservatorio siriano per i diritti umani che ha sede a Londra, vanta una vasta rete di contatti in tutto il paese di cui nessuno ha mai verificato l’attendibilità, è schierato con i ribelli cosiddetti “moderati” ed è sospettato di godere del supporto dei servizi segreti anglo-americani.
Anche per questo non bastano i cadaveri dei bambini o dei sopravvissuti con mascherine collegate a supposte bombole ad ossigeno per dimostrare l’esito di un attacco chimico e la sua paternità.
Meglio ricordare le immagini diffuse l’anno scorso dei ribelli di Idlib (qaedisti dell’ex Fronte al-Nusra) che mostravano improbabili soccorritori con abiti estivi e privi di protezioni occuparsi di supposte vittime del gas nervino di Assad. Se così fosse stato gli stessi soccorritori sarebbero morti in pochissimi minuti poiché quell’agente chimico viene assorbito anche attraverso la pelle.

A suggerire prudenza prima di attribuire agli uomini di Assad l’attacco chimico a Douma contribuiscono inoltre altre valutazioni. Jaysh al-Islam è una milizia salafita nota per aver impiegato i civili come scudi umani e per aver utilizzato il cloro nelle battaglie contro i curdi dell’aprile 2016.
Il cloro non è un’arma ma un prodotto chimico che può essere letale in forti concentrazioni e in ambienti chiusi, facilmente reperibile e già utilizzato nel conflitto siriano anche dallo Stato Islamico.
I miliziani dispongono quindi da tempo dello stesso aggressivo chimico e non è difficile ipotizzare, a Douma come in tanti altri casi incluso quello di Khan Sheykoun l’anno scorso, che siano stati gli stessi ribelli a liberare cloro ad alta concentrazione per uccidere civili e attribuirne la colpa a Damasco puntando così a incoraggiare una reazione internazionale contro il regime di Assad.
Del resto fu il presidente Barack Obama, nel 2013, a indicare nell’uso di armi chimiche da parte delle forze di Assad, quel “filo rosso” che avrebbe scatenato un intervento americano e non a caso ieri Trump ha accusato il suo predecessore di non aver chiuso i conti allora con Assad, definito “un animale”.
Il presidente siriano è certo uomo senza scrupoli ma non ha alcun interesse a usare armi chimiche che sono, giova ricordarlo, armi di distruzione di massa idonee a eliminare migliaia di persone in pochi minuti non a ucciderne qualche decina: per stragi così “limitate” bastano proiettili d’artiglieria e bombe d’aereo convenzionali.

Assad sta ripulendo le ultime sacche di resistenza in mano ai ribelli jihadisti e sta evacuando i civili dalle zone di combattimento: perché dovrebbe scatenare la riprovazione internazionale proprio mentre sta per cacciare i ribelli anche da Douma? Perché dovrebbe colpire quei civili che i suoi uomini stanno evacuando, per giunta dopo un accordo raggiunto con i miliziani di Jaysh al-Islam che consentirà il loro trasferimento forse in un’area vicina a Jarablus, al confine con la Turchia?
Il fatto che ieri Israele abbia invocato un attacco militare statunitense contro Damasco (conducendo poi un raid aereo contro la base T-4, vicina a Palmyra, con missili lanciati dallo spazio aereo libanese) e Trump abbia accusato anche Russia e Iran in nome di un attacco chimico che nessuna fonte neutrale ha potuto finora verificare, induce a ritenere che ci troviamo di fronte all’ennesima operazione propagandistica messa a punto usando lo spauracchio delle armi chimiche.
Washington infatti non ha escluso azioni militari contro Damasco caldeggiate anche da Parigi (che potrebbe partecipare a eventuali raid punitivi) mentre la Russia ha messo in guardia gli Usa contro un “intervento militare per pretesti inventati” in Siria, che potrebbe “portare a conseguenze più pesanti”.

La cautela dovrebbe quindi essere d’obbligo, specie dopo la figuraccia rimediata dal ministro degli Esteri britannico Boris Johnson che sulla responsabilità russa nel “caso Skripal” è stato smentito dal direttore dei laboratori militari di Sua Maestà.
Tra l’altro la denuncia dell’attacco chimico a Douma sembra cadere a proposito per scoraggiare il ritiro delle forze americane dalla Siria settentrionale e orientale, annunciato da Trump dopo il fallimento del proposito della Casa Bianca di far pagare ai sauditi qualche miliardo di petrodollari per finanziare le operazioni dei militari americani.
Il ritiro dei 2mila americani rischia però di lasciare carta bianca alle truppe turche nel nord del Paese e a quelle di Damasco nell’est, per questo oltre agli arabi e agli israeliani anche il Pentagono si oppone alla decisione annunciata da Trump.
Forse il presidente potrebbe essere costretto a cambiare idea di fronte all’indignazione dell’opinione pubblica e della comunità internazionale per i bambini uccisi dal cloro di Assad, “l’animale” alleato di russi e iraniani per il quale Trump minaccia una punizione esemplare.
Foto: AP, Die Welt, Douma Media Center e SANA

giovedì 14 dicembre 2017

1º gennaio: Cammino di Pace a Vicenza

dalla pagina http://www.diocesi.vicenza.it/pls/vicenza/V3_S2EW_CONSULTAZIONE.mostra_pagina?rifi=guest&rifp=guest&id_pagina=5628


“LA PACE PULISCE IL MONDO”


In occasione della giornata mondiale della Pace 2018 la Diocesi di Vicenza organizza il 10° Cammino di Pace lunedì 1° gennaio 2018 partenza alle ore 15 dall’Ospedale Civile di Vicenza Via Rodolfi e arrivo alla Basilica di S. Lorenzo.

martedì 12 dicembre 2017

Alex Zanotelli, Armi: E' questo il nostro Natale di Pace?

dalla pagina https://www.change.org/p/3169656/u/22122298

11 dic 2017 — Napoli. Sono indignato davanti a quest’Italia che si sta sempre più militarizzando. Lo vedo proprio a partire dal Sud, il territorio economicamente più disastrato d’Europa, eppure sempre più militarizzato. Nel 2015 è stata inaugurata a Lago Patria (parte della città metropolitana di Napoli) una delle più importanti basi NATO d’Europa, che il 5 settembre scorso è stata trasformata nell’Hub contro il terrorismo (centro di spionaggio per il Mediterraneo e l’Africa). Sempre a Napoli, la famosa caserma della Nunziatella è stata venduta dal Comune di Napoli per diventare la Scuola Europea di guerra, così vuole la Ministra della Difesa F. Pinotti.

Ad Amendola (Foggia) è arrivato lo scorso anno il primo cacciabombardiere F-35 armabile con le nuove bombe atomiche B 61-12. In Sicilia, la base militare di Sigonella (Catania) diventerà nel 2018 la capitale mondiale dei droni. E sempre in Sicilia, a Niscemi, è stato installato il quarto polo mondiale delle comunicazioni militari, il cosiddetto MUOS.

Mentre il Sud sprofonda a livello economico, cresce la militarizzazione del territorio (non è per caso che così tanti giovani del Sud trovino poi rifugio nell’Esercito italiano per poter lavorare!). Ma anche a livello nazionale vedo un’analoga tendenza: sempre più spese in armi e sempre meno per l’istruzione, sanità e welfare.

Basta vedere il Fondo di investimenti del governo italiano per i prossimi anni per rendersene conto. Su 46 miliardi previsti, ben 10 miliardi sono destinati al Ministero della Difesa: 5.3 miliardi per modernizzare le nostre armi e 2.6 per costruire il Pentagono italiano, ossia un’unica struttura per i vertici di tutte le nostre forze armate, con sede a Centocelle (Roma). L’Italia infatti sta investendo sempre più in campo militare sia a livello nazionale, europeo ed internazionale. L’Italia sta oggi spendendo una barca di soldi per gli F-35, si tratta di 14 miliardi di euro! Questo, nonostante che la Corte dei Conti abbia fatto notare che ogni aereo ci costerà almeno 130 milioni di euro contro i 69 milioni previsti nel 2007. Quest’anno il governo italiano spenderà 24 miliardi di euro in Difesa, pari a 64 milioni di euro al giorno. Per il 2018 si prevede un miliardo in più.

Ma è ancora più impressionante l’esponenziale produzione bellica nostrana: Finmeccanica (oggi Leonardo) si piazza oggi all’8° posto mondiale. Lo scorso anno abbiamo esportato per 14 miliardi di euro, il doppio del 2015! Grazie alla vendita di 28 Eurofighter al Kuwait per otto miliardi di euro, merito della ministra Pinotti, ottima PIAZZISTA DI ARMI. E abbiamo venduto armi a tanti paesi in guerra, in barba alla legge 185 che ce lo proibisce. Continuiamo a vendere bombe, prodotte dall’azienda RMW Italia a Domusnovas (Sardegna), all’Arabia Saudita che le usa per bombardare lo Yemen, dov’è in atto la più grave crisi umanitaria mondiale secondo l’ONU (e questo nonostante le quattro mozioni del Parlamento Europeo!). L’Italia ha venduto armi al Qatar e a-gli Emirati Arabi con cui quei paesi armano i gruppi jihadisti in Medio Oriente e in Africa (noi che ci gloriamo di fare la guerra al terrorismo!).Siamo diventati talmente competitivi in questo settore che abbiamo vinto una commessa per costruire quattro corvette e due pattugliatori per un valore di 40 miliardi per il Kuwait. Non meno preoccupante è la nostra produzione di armi leggere: siamo al secondo posto dopo gli USA! Sono queste le armi che uccidono di più! E di questo commercio si sa pochissimo.

Quest’economia di guerra sospinge il governo italiano ad appoggiare la militarizzazione della UE. È stato inaugurato a Bruxelles il Centro di pianificazione e comando per tutte le missioni di addestramento, vero e proprio quartier generale unico. Inoltre la Commissione Europea ha lanciato un Fondo per la Difesa che a regime svilupperà 5,5 miliardi di investimento l’anno per la ricerca e lo sviluppo industriale nel settore militare. Questo fondo, lanciato il 22 giugno, rappresenta una massiccia iniezione di denaro pubblico nell’industria bellica europea. Sta per nascere la PESCO - Cooperazione Strutturata Permanente della UE nel settore militare (la Shengen della Difesa!). “Rafforzare l’Europa della Difesa – afferma la Mogherini, Alto Rappresentante della UE per gli Affari Esteri – rafforza anche la NATO.”

La NATO, di cui la UE è prigioniera, è diventata un mostro che spende 1000 miliardi di dollari in armi all’anno. Trump chiede ora ai 28 paesi membri della NATO di destinare il 2% del Pil alla Difesa. L’Italia destina oggi 1,2 % del Pil per la Difesa. Gentiloni e la Pinotti hanno già detto di sì al diktat di Trump. Così l’Italia arriverà a spendere 100 milioni al giorno in armi. Così la NATO trionfa, mentre è in forse il futuro della UE.

Infatti è la NATO che ha forzato la UE a creare la nuova frontiera all’Est contro il nuovo nemico, la Russia, con un imponente dispiegamento di forze militari in Ucraina, Polonia, Romania, Bulgaria, in Estonia, Lettonia e con la partecipazione anche dell’Italia. La NATO ha stanziato 17 miliardi di dollari per lo “Scudo anti-missili. E gli USA hanno l’intenzione di installare in Europa missili nucleari simili ai Pershing 2 e ai Cruise (come quelli di Comiso). E la Russia sta rispondendo con un altrettanto potente arsenale balistico.

Fa parte di questo piano anche l’ammodernamento delle oltre duecento bombe atomiche B61, piazzate in Europa e sostituite con le nuove B61-12 . Il Ministero della Difesa ha pubblicato in questi giorni sulla Gazzetta Ufficiale il bando di costruzione a Ghedi (Brescia) di nuove infrastrutture che ospiteranno una trentina di F-35 capaci di portare cadauno due bombe atomiche B61-12. Quindi solo a Ghedi potremo avere una sessantina di B61-12, il triplo delle attuali! Sarà così anche ad Aviano? Se fosse così rischiamo di avere in Italia una forza atomica pari a 300 bombe atomiche di Hiroshima!

Nel silenzio più totale! Mai come oggi, ci dicono gli esperti, siamo vicini al ‘baratro atomico’. Ecco perché è stato provvidenziale il Trattato dell’ONU, votato il 7 luglio scorso, che mette al bando le armi nucleari. Eppure l’Italia non l’ha votato e non ha intenzione di votarlo! È una vergogna nazionale. Siamo grati a Papa Francesco per aver convocato un incontro, lo scorso novembre, in Vaticano sul nucleare, proprio in questo grave momento in cui il rischio di una guerra nucleare è alto e per il suo invito a mettere al bando le armi nucleari.

Quello che non riesco a capire è l’incapacità del movimento della pace a mettersi insieme e scendere in piazza a urlare contro un’Italia e Unione Europea che si stanno armando sempre di più, davanti a guerre senza numero, davanti a un mondo che rischia l’olocausto nucleare. Eppure in Italia c’è una straordinaria ricchezza di gruppi, comitati, associazioni, reti che operano per la pace.

Ma purtroppo ognuno fa la sua strada. E come mai tanto silenzio da parte dei vescovi italiani? E che dire della parrocchie, delle comunità cristiane che si apprestano a celebrare la nascita del “Principe della Pace?” “Siamo vicini al Natale - ci ammonisce Papa Francesco- ci saranno luci, ci saranno feste, alberi luminosi, anche presepi… tutto truccato: il mondo continua a fare guerra!” Oggi più che mai c’è bisogno di un movimento popolare che contesti radicalmente questa economia di guerra.

lunedì 11 dicembre 2017

Gerusalemme capitale di Israele...

dalla pagina http://www.paxchristi.it/?p=13507

DICHIARAZIONE DI PAX CHRISTI INTERNATIONAL

Auspicio per Gerusalemme
Pax Christi International chiede ai membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di opporsi fermamente alla decisione del governo degli Stati Uniti di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele.
Pax Christi International è inorridita dalla decisione del presidente degli Stati Uniti Trump, il 6 dicembre 2017, di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele e di avviare il processo di trasferimento dell’ambasciata americana. Siamo molto preoccupati delle conseguenze devastanti che tale decisione avrà per raggiungere una giusta risoluzione al conflitto israelo-palestinese che perdura da molto tempo.
In linea con l’UE, le Nazioni Unite e i governi di tutto il mondo, condanniamo questa decisione unilaterale del governo degli Stati Uniti che viola il diritto internazionale ed è dannosa per qualsiasi sforzo di pace israelo-palestinese. Chiediamo ai membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di opporsi fermamente a questa decisione nella riunione di emergenza che dovrebbe svolgersi l’8 dicembre 2017 presso l’ONU a New York.
Ricordiamo che nella risoluzione 181 delle Nazioni Unite, la comunità internazionale, compresi gli Stati Uniti, ha deciso che Gerusalemme avrebbe dovuto avere uno status speciale, data la sua importanza pluralistica e religiosa. Con la sua ultima decisione, il governo degli Stati Uniti si sta allontanando dalle politiche estere dei governi di tutto il mondo che rispettano lo “status quo” di Gerusalemme.
Pax Christi International vuole anche evidenziare che con la risoluzione 478 delle Nazioni Unite, che seguiva l’emanazione della “legge fondamentale” del parlamento israeliano che proclamava un cambiamento nel carattere e nello status della Città Santa di Gerusalemme (annessione di Gerusalemme Est), tutti gli stati sono obbligati ad avere le loro ambasciate a Tel Aviv.
Pax Christi International sollecita il rispetto dello “status quo” poiché ogni cambiamento dovrebbe essere il risultato dei negoziati israelo-palestinesi. Una lettera dei patriarchi e dei capi delle chiese locali a Gerusalemme al presidente Trump afferma: “Siamo certi che tali passi produrranno più odio, conflitto, violenza e sofferenza a Gerusalemme e in Terra Santa, spingendoci più lontano dall’obiettivo dell’unità e più profondamente verso una divisione distruttiva”.
Siamo convinti che la decisione del governo degli Stati Uniti sia una minaccia internazionale per la pace e la sicurezza nella regione del Medio Oriente e nel mondo. Accogliamo con favore la richiesta di otto Stati Membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di programmare una riunione di emergenza per discutere la decisione. Chiediamo ai membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di intraprendere le seguenti azioni:
• Condannare fermamente la decisione del governo degli Stati Uniti come una violazione del diritto internazionale e delle risoluzioni ONU e chiedere di continuare a riconoscere l’attuale status internazionale di Gerusalemme.
• Riaffermare la posizione assunta dalla risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel 2016, che non riconoscerà alcuna modifica ai confini del 4 giugno 1967, anche per quanto riguarda Gerusalemme, diversa da quelli concordati dalle parti attraverso negoziati.
• Confermare la sua determinazione a sostenere israeliani e palestinesi per raggiungere una soluzione giusta e duratura, garantendo i diritti fondamentali sia degli israeliani che dei palestinesi.
• Considerare, come possibile soluzione, la riunificazione della città di Gerusalemme, riconoscendo due parti legali e politiche, ciascuna con la propria capitale politica, lavorando per garantire pari diritti a tutti.
• Proteggere e preservare gli interessi religiosi unici della città: le tre grandi fedi monoteistiche del cristianesimo, ebraismo e islam.
Pax Christi International accoglie la recente dichiarazione di Papa Francesco durante la sua udienza generale nella Sala Paolo VI del 6 dicembre 2017, in cui ha chiesto il mantenimento dello “status quo” di Gerusalemme:
“Gerusalemme è una città unica, sacra per ebrei, cristiani e musulmani, dove i luoghi santi per le rispettive religioni sono venerati e ha una speciale vocazione alla pace. Prego il Signore che tale identità sia preservata e rafforzata a beneficio della Terra Santa, del Medio Oriente e del mondo intero, e che prevalgano la saggezza e la prudenza, per evitare di aggiungere nuovi elementi di tensione in un mondo già scosso e segnato da molti crudeli conflitti”.
Bruxelles, 7 dicembre 2017
 
La dichiarazione originale al link:
http://www.paxchristi.net/sites/default/files/171207_statement_usa_government_decision_jerusalem_-_version_4.pdf


sabato 9 dicembre 2017

Internet delle cose...

dalle pagine 

Ugo Mattei: perché non ti fanno più togliere la batteria dallo smartphone (e molto altro)

“C’è in costruzione un gigantesco dispositivo di controllo sociale che viene sperimentato per rendere l’umanità coerente con la nuova frontiera dei rapporti di produzione capitalistici globali.” Riprendiamo l’intervento del giurista Ugo Mattei, giurista e professore di diritto internazionale e comparato all’Università della California di San Francisco, recentemente pubblicata dal canale Byoblu. 

Intervento di Ugo Mattei, giurista e professore di Diritto Internazionale e Comparato alla California University e docente di Diritto Privato all’Università di Torino. Costituzione, Comunità e Diritti – Torino, 19 novembre 2017

Negli ultimi tre o quattro anni sono stati installati, soltanto nella parte occidentale del mondo, quindi nel nord globale, circa un miliardo e quattrocentomila sensori per l’internet delle cose. Gran parte dei quali sono costruiti nei muri delle case, nei nuovi televisori – in tutti gli apparecchi elettronici che comperiamo – e nelle automobili. Parte di questi sensori, che sono invece fissi, sono inseriti negli spazi pubblici e sono quelli con i quali i nostri meccanismi elettronici si collegano senza che noi lo sappiamo.
Queste cose vengono chiamate “Smart“, nel senso che noi sentiamo parlare costantemente di “Smart City“, “Smart Card” eccetera. Tutte le volte in cui si sente la parola “Smart” io penso sempre che gli “Smart” siano loro e i cretini siamo noi. Qui la situazione sta diventando davvero molto preoccupante, soprattutto alla luce di quello che è stato detto adesso. C’è in costruzione un gigantesco dispositivo (e qui proprio la parola “Dispositivo” studiata da Foucault è direttamente utilizzabile per parlare dei dispositivi elettronici che noi compriamo). Un gigantesco dispositivo di controllo sociale di tutti quanti, che viene ovviamente sperimentato per fare un passo in avanti in modo da rendere in qualche modo l’umanità coerente con la nuova frontiera. 

[continua]

venerdì 8 dicembre 2017

Reddito di Base

dalla pagina http://www.bin-italia.org/roma-13-14-dicembre-reddito-cittadinanza-proposte-confronto/

Roma 13 e 14 dicembre: Reddito di cittadinanza. Proposte a confronto

“Reddito di cittadinanza. proposte a confronto” questo il titolo dell’iniziativa che si terrà a Roma dal 13 al 14 dicembre 2017 organizzata da CLAP (Camere del Lavoro Autonomo e Precario).
Di seguito riportiamo la presentazione della due giorni di dibattito ed approfondimento:
“Che cos’è il reddito di cittadinanza? Perché tutti ne parlano? Quali sono le proposte in campo? Quali gli esperimenti in altri paesi? Cos’è il REI, approvato dal governo e in partenza da Gennaio?
Le CLAP di Roma e la Libera Università Roma organizzano due giorni di confronto su un tema “caldo” nel dibattito pubblico e politico, in un momento in cui disoccupazione e nuove povertà, lavoro precario, sottopagato, gratuito, sembrano non trovare argini credibili ed efficaci.

Si parte Mercoledì 13, dalle 17 presso ESC Atelier, con la presentazione del libro, edito da Asterios, “Reddito di cittadinanza – Emancipazione dal lavoro o lavoro coatto?” di Giuliana Commisso e Giordano Sivini, docenti presso l’Università della Calabria, con i quali discuteremo del REI e di altre proposte possibili. L’occasione ci consentirà anche di confrontarci sulla bozza della Carta per il Reddito, un documento che aspira a catalizzare energie nella costruzione di una campagna pubblica per un reddito garantito in Italia.
Ci si rivede, poi, il pomeriggio di giovedì 14, dalle 16:00, presso la Sapienza, facoltà di Scienze Politiche – Aula Professori, insieme al Basic Income Network Italia, per parlare nuovamente di REI e delle sperimentazioni di reddito garantito in altri paesi, europei e non.
Pensiamo sia finito il tempo dell’evocazione: parlare di reddito garantito oggi significa, a nostro avviso, discutere concretamente di come introdurlo in Italia e di come far si che non sia ulteriore strumento di ricatto per chi già soffre la “precarietà cronica” del mercato del lavoro, intendendolo invece come strumento vero per redistribuire la ricchezza. Vi aspettiamo!”


Per maggiori informazioni clicca qui
Per maggiori informazioni su le CLAP clicca qui

Sull'argomento "reddito di base" leggi anche: 


martedì 5 dicembre 2017

31/12/2017 – 50esima marcia nazionale per la pace

dalla pagina http://www.paxchristi.it/?p=13458


Quest’anno la Marcia per la pace giunta alla sua cinquantesima edizione avrà luogo a Sotto il Monte (Bergamo), città natale di Papa Giovanni XXIII. Il tema della Giornata mondiale della Pace e quindi della stessa marcia non è ancora conosciuto, ma verrà reso noto venerdì prossimo nel corso di una conferenza stampa a Roma alle ore 11.
Come di consueto la marcia sarà preceduta dal Convegno di Pax Christi organizzato anch’esso a Sotto il Monte che quest’anno avrà come titolo “Alienum est a ratione” –  E’ pura follia pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia.” (Papa Giovanni XXIII, Pacem in terris, n. 67).
Il programma definitivo sarà ultimato e condiviso al più presto, ma possiamo intanto anticipare le informazioni logistiche necessarie alla vostra iscrizione e partecipazione.
La sede del Convegno sarà presso il PIME, ex Seminario, in via Colombera 5 a Sotto Il Monte nella quale, per chi lo desideri, sarà anche possibile soggiornare. La struttura infatti mette a nostra disposizione delle stanze multiple da 7, 20 e 25 posti letto (ci sono le coperte, ma occorre portarsi dietro le lenzuola o il sacco a pelo) al costo di 10 euro a notte, a persona, senza colazione.
Per chi invece desiderasse una sistemazione più comoda, sarà possibile dormire presso l’albergo Da Giovanni, distante solo un kilometro dal centro di Sotto il Monte.
In tale struttura si potranno prenotare stanze singole (50 euro a testa a notte), doppie (matrimoniali e non al costo di 40 euro a testa a notte) e triple (35 euro a testa a notte).
Per quanto riguarda i pasti, tutti gli ospiti del Convegno potranno consumarli insieme presso la Casa del Pellegrino al costo di 12 euro l’uno.
Oltre che in auto, a Sotto il Monte si può arrivare in aereo all’aeroporto di Orio a Serio (Bergamo), o in treno alla stazione di Bergamo. Se al momento dell’iscrizione ( info@paxchristi.it o 055/2020375) segnalerete la vostra scelta sia per quanto riguarda il dormire che il mezzo di trasporto, cercheremo di organizzare eventuali adeguate navette per raggiungere la sede del convegno o l’Albergo Da Giovanni.

domenica 3 dicembre 2017

primolunedìdelmese

primolunedìdelmese

Anno XX - incontro n. 155



4 Dicembre 2017 - ore 20:30

presso Cooperativa Insieme, via Dalla Scola 253, Vicenza



Parcheggio adiacente. 
Le persone disabili sono pregate di contattarci per le indicazioni del caso. 
Si raccomanda puntualità!



L'Italia è un Paese insicuro?


Alle origini della percezione di paura diffusa nella società. Cosa dicono le statistiche su omicidi, rapine e furti. Timori e probabilità dei reati: due fattori non sempre coincidenti. Il ruolo dei media. La questione migranti. La tentazione del farsi giustizia da sé.



Ne parliamo con



Alessandra Minello

sociologa, research fellow all’Istituto Universitario Europeo a Firenze; ha lavorato alle università di Bamberg (Germania) e Bocconi di Milano; collabora al progetto di demografia storica dell’Università di Padova: CHILD (Collecting Hasburgical Information about Life and Death) ed è coautrice del libro Sweet CHILD of mine.



 
Finestra sul cortile di casa

"Fiera delle armi": importanti aggiornamenti

HIT (Hunting, Individual Protection, Target Sports) Show si avvia alla sua quarta edizione, nel prossimo Febbraio a Vicenza. Nel Settembre scorso, il Consiglio Comunale di Vicenza ha approvato, all'unanimità, una mozione che impegna l'Amministrazione, azionista del nuovo Italian Exhibition Group (IEG) di cui fa ora parte Fiera di Vicenza, a fare in modo che «si arrivi al più presto e, comunque, prima della prossima edizione a definire un nuovo regolamento che riguardi sia i visitatori che gli espositori della manifestazione»; come chiedono da tempo molte associazioni vicentine. Le prospettive.

venerdì 1 dicembre 2017

A GHEDI 30 CACCIA F-35 CON 60 BOMBE NUCLEARI

dalla pagina https://www.change.org/p/3169656/u/22075253
dal video https://youtu.be/nPy8enQye3o

29 nov 2017 — Manlio Dinucci

L’aeroporto militare di Ghedi (Brescia) si prepara a divenire una delle principali basi operative dei caccia F-35.
Il ministero della Difesa ha pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il bando di progettazione (importo 2,5 milioni di euro) e costruzione (importo 60,7 milioni di euro) delle nuove infrastrutture per gli F-35: l’edificio a tre piani del comando con le sale operative e i simulatori di volo; l’hangar per la manutenzione dei caccia, 3460 metri quadri con un carroponte da 5 tonnellate, più altre strutture da 2800 m2; un magazzino da 1100 m2, con annesse una palazzina di due piani per uffici e la centrale tecnologica con cabina elettrica e vasche antin-cendio; 15 hangaretti da 440 m2 in cui saranno dislocati i caccia pronti al decollo.

Poiché ciascun hangaretto ne potrà ospitare due, la capienza complessiva sarà di 30 F-35.

Tutti gli edifici saranno concentrati in un’unica area recintata e videosorvegliata, separata dal resto dell’aeroporto: una base all’interno della base, il cui accesso sarà vietato allo stesso personale militare dell’aeroporto salvo che agli addetti ai nuovi caccia.

Il perché è chiaro: accanto agli F-35A a decollo e atterraggio convenzionali – di cui l’Italia acquista 60 esemplari insieme a 30 F-35B a decollo corto e atterraggio verticale – saranno dislocate a Ghedi le nuove bombe nucleari statunitensi B61-12.

Come le attuali B-61, possono essere anch’esse sganciate dai Tornado PA-200 del 6° Stormo ma, per guidarle con precisione sull’obiettivo e sfruttarne le capacità anti-bunker, occorrono i caccia F-35A dotati di speciali sistemi digitali.

Poiché ciascun caccia può trasportare nella stiva interna 2 bombe nucleari, possono essere dislocate a Ghedi 60 B61-12, il triplo delle attuali B-61.

Come le precedenti, le B61-12 saranno controllate dalla speciale unità statunitense (704th Munitions Support Squadron della U.S. Air Force), «responsabile del ricevimento, stoccaggio e mantenimento delle armi della riserva bellica Usa destinate al 6° Stormo Nato dell’Aeronautica italiana».

La stessa unità dell’Aeronautica Usa ha il compito di «sostenere direttamente la missione di attacco» del 6° Stormo. Piloti italiani vengono già addestrati, nelle basi aeree di Eglin in Florida e Luke in Arizona, all’uso degli F-35 anche per missioni di attacco nucleare.

Caccia dello stesso tipo, armati o comunque armabili con le B61-12, saranno schierati nella base di Amendola (Foggia), dove un anno fa è arrivato il primo F-35, e in altre basi. Vi saranno, oltre a questi, gli F-35 della U.S. Air Force schierati ad Aviano con le B61-12.

Su questo sfondo richiedere, come ha fatto alla Camera il Movimento 5 Stelle, che l’Italia dichiari la sua «indisponibilità ad acquisire le componenti necessarie per rendere gli F-35 idonei al trasporto di armi nucleari», equivale a richiedere che l’esercito sia dotato di carrarmati senza cannone.

Il nuovo caccia F-35 e la nuova bomba nucleare B61-12 co stituiscono un sistema d’arma integrato.

La partecipazione al programma dell’F-35 rafforza l’ancoraggio dell’Italia agli Stati uniti. L’industria bellica italiana, capeggiata dalla Leonardo che gestisce l’impianto di assemblaggio degli F-35 a Cameri (Novara), viene ancor più integrata nel gigantesco complesso militare-industriale Usa capeggiato dalla Lockheed Martin, la maggiore industria bellica del mondo (con 16000 fornitori negli USA e 1500 in 65 altri paesi), costruttrice dell’F-35.

Lo schieramento sul nostro territorio di F-35 armati di bombe nucleari B61-12 subordina ancor più l’Italia alla catena di comando del Pentagono, privando il Parlamento di qualsiasi reale potere decisionale.

(il manifesto, 28 novembre 2017)