dalla pagina Il Papa ai potenti della terra: in nome di Dio, cambiate un sistema di morte - Vatican News
ottobre 2021
In un
videomessaggio rivolto ai partecipanti al IV incontro mondiale dei
movimenti popolari, Francesco lancia un forte appello ai potenti del
pianeta a lavorare per un mondo più giusto, solidale e fraterno. Chiede
la cancellazione del debito dei Paesi poveri, il bando delle armi, la
fine delle aggressioni e delle sanzioni, la liberalizzazione dei
brevetti perché tutti abbiano accesso al vaccino. Due le proposte da
attuare nell’immediato: il salario minimo e la riduzione della giornata
lavorativa
Michele Raviart- Città del Vaticano
Sognare insieme un mondo migliore dopo la pandemia, cercando di
superare le resistenze che impediscono il raggiungimento di “quel buon
vivere in armonia con tutta l’umanità e con il creato” che si ottiene
solo attraverso libertà, uguaglianza, giustizia e dignità. Cambiare “un
sistema di morte” chiedendo, in nome di Dio, a chi detiene il potere
politico ed economico, di mutare lo status quo e permettere che ai nostri sogni si infiltri “il sogno di Dio per tutti noi, che siamo suoi figli”.
È quanto Papa Francesco propone, in un lungo videomessaggio, ai
rappresentanti dei movimenti popolari, riuniti in videoconferenza per il
loro quarto incontro mondiale organizzato dal Dicastero per il servizio
dello sviluppo umano integrale.
Poeti sociali che creano speranza
I movimenti popolari e le persone che loro rappresentano e aiutano
sono quelli che hanno sofferto di più per la pandemia. Il Papa li chiama
“poeti sociali” per “la capacità e il coraggio di creare speranza” e
dignità:
Vedervi mi ricorda che non siamo condannati a ripetere né a
costruire un futuro basato sull’esclusione e la disuguaglianza, sullo
scarto o sull’indifferenza; dove la cultura del privilegio sia un potere
invisibile e insopprimibile e lo sfruttamento e l’abuso siano come un
metodo abituale di sopravvivenza. No! Questo voi lo sapete annunciare
molto bene.
I più colpiti dalla pandemia
“La pandemia - ribadisce Francesco - ha fatto vedere le
disuguaglianze sociali che colpiscono i nostri popoli e ha esposto –
senza chiedere permesso né perdono – la straziante situazione di tanti
fratelli e sorelle”. Tutti “abbiamo subito il dolore della chiusura” e
“abbiamo sperimentato come, da un giorno all’altro, il nostro modo di
vivere può cambiare drasticamente” ma, sebbene “in molti Paesi gli Stati
hanno reagito”, “hanno ascoltato la scienza e sono riusciti a porre
limiti per garantire il bene comune”, “a voi come sempre è toccata la
parte peggiore”:
Nei quartieri che sono privi d’infrastruttura di base (dove vivono
molti di voi e milioni di persone) è difficile restare in casa; non
solo perché non si dispone di tutto il necessario per portare avanti le
misure minime di cura e di protezione, ma semplicemente perché la casa è
il quartiere. I migranti, le persone prive di documenti, i lavoratori
informali senza reddito fisso, si sono visti privati, in molti casi, di
qualsiasi aiuto statale e impossibilitati a svolgere i loro compiti
abituali, aggravando la loro già lacerante povertà.
Stress tra i giovani e crisi alimentare: gli effetti nascosti del virus
Una situazione talmente evidente da non potere essere occultata da
“tanti meccanismi di post-verità” e anche un’espressione della cultura
dell’indifferenza, come se “questo terzo sofferente del nostro mondo non
rivesta sufficiente interesse per i grandi media e per chi fa
opinione”. Un mondo che rimane “nascosto, rannicchiato”, come altri
aspetti poco noti della vita sociale che la pandemia ha peggiorato. Lo
stress e l’ansia cronica di bambini, adolescenti e giovani, ad esempio,
aggravati dall’isolamento e dalla mancanza di contatto reale con gli
amici. “L’amicizia è la forma in cui l’amore risorge sempre”, ricorda
infatti il Papa, e sebbene sia evidente che la tecnologia possa essere
uno strumento di bene, “non può mai sostituire il contatto”. “Non fa
notizia”, “non genera empatia”, nemmeno la crisi alimentare, che
potrebbe generare nell’immediato futuro più morti annuali di quelli per
il Covid-19.
Quest’anno venti milioni di persone in più si sono viste
trascinate a livelli estremi di insicurezza alimentare, salendo a
(molti) milioni di persone. L’indigenza grave si è moltiplicata. Il
prezzo degli alimenti è aumentato notevolmente. I numeri della fame sono
orribili, e penso, per esempio, a paesi come Siria, Haiti, Congo,
Senegal, Yemen, Sud Sudan; ma la fame si fa sentire anche in molti altri
Paesi del mondo povero e, non di rado, anche nel mondo ricco.
Sentire come proprio il dolore degli altri
Eppure, in questo contesto, gli operatori dei movimenti popolari
hanno sentito come loro il dolore degli altri. “Cristiani e non”, dice
il Papa “avete risposto a Gesù che ha detto ai suoi discepoli di fronte
alla gente affamata: voi stessi date loro da mangiare”.
Come i medici, gli infermieri e il personale sanitario nelle
trincee sanitarie, voi avete messo il vostro corpo nella trincea dei
quartieri emarginati. Ho presente molti, tra virgolette, “martiri”, di
questa solidarietà, dei quali ho saputo tramite voi. Il Signore ne terrà
conto. Se tutti quelli che per amore hanno lottato insieme contro la
pandemia potessero anche sognare insieme un mondo nuovo, come sarebbe
tutto diverso!
Cambiare sistema economico
Il Papa ribadisce che “da una crisi non si esce mai uguali”. Dalla
pandemia “o ne usciremo migliori o ne usciremo peggiori, come prima no”.
Per cogliere un’opportunità di miglioramento bisogna quindi
“riflettere, discernere e scegliere”, perché “ritornare agli schemi
precedenti sarebbe davvero suicida”, “ecocida e genocida”. Per uscirne
migliori è “imprescindibile adeguare i nostri modelli socio-economici
affinché abbiano un volto umano, perché tanti modelli lo hanno perso”.
Modelli che sono diventati “strutture di peccato” che persistono e che
siamo chiamati a cambiare.
Questo sistema, con la sua logica implacabile del guadagno, sta
sfuggendo o ogni controllo umano. È ora di frenare la locomotiva, una
locomotiva fuori controllo che ci sta portando verso l’abisso. Siamo
ancora in tempo.
“In nome di Dio”, l’appello del Papa ai potenti della terra
Di qui l’appello forte al cambiamento rivolto per nove volte “in nome di Dio” a chi conta e ha il potere di decidere.
A tutti voglio chiedere in nome di Dio. Ai grandi laboratori,
che liberalizzino i brevetti. Compiano un gesto di umanità e permettano
che ogni Paese, ogni popolo, ogni essere umano, abbia accesso al
vaccino. Ci sono Paesi in cui solo il tre, il quattro per cento degli
abitanti è stato vaccinato.
Voglio chiedere, in nome di Dio, ai gruppi finanziari e agli organismi internazionali
di credito di permettere ai Paesi poveri di garantire i bisogni primari
della loro gente e di condonare quei debiti tante volte contratti
contro gli interessi di quegli stessi popoli.
Voglio chiedere, in nome di Dio, alle grandi compagnie
estrattive – minerarie, petrolifere –, forestali, immobiliari,
agroalimentari, di smettere di distruggere i boschi, le aree
umide e le montagne, di smettere d’inquinare i fiumi e i mari, di
smettere d’intossicare i popoli e gli alimenti.
Voglio chiedere, in nome di Dio, alle grandi compagnie alimentari
di smettere d’imporre strutture monopolistiche di produzione e
distribuzione che gonfiano i prezzi e finiscono col tenersi il pane
dell’affamato.
Voglio chiedere, in nome di Dio, ai fabbricanti e ai trafficanti di armi
di cessare totalmente la loro attività, che fomenta la violenza e la
guerra, spesso nel quadro di giochi geopolitici il cui costo sono
milioni di vite e di spostamenti.
Voglio chiedere, in nome di Dio, ai giganti della tecnologia
di smettere di sfruttare la fragilità umana, le vulnerabilità delle
persone, per ottenere guadagni, senza considerare come aumentano i
discorsi di odio, il grooming [adescamento di minori in internet], le
fake news [notizie false], le teorie cospirative, la manipolazione
politica.
Voglio chiedere, in nome di Dio, ai giganti delle telecomunicazioni di
liberalizzare l’accesso ai contenuti educativi e l’interscambio con i
maestri attraverso internet, affinché i bambini poveri possano ricevere
un’educazione in contesti di quarantena.
Voglio chiedere, in nome di Dio, ai mezzi di comunicazione di
porre fine alla logica della post-verità, alla disinformazione, alla
diffamazione, alla calunnia e a quell’attrazione malata per lo scandalo e
il torbido; che cerchino di contribuire alla fraternità umana e
all’empatia con le persone più ferite.
Voglio chiedere, in nome di Dio, ai Paesi potenti di
cessare le aggressioni, i blocchi e le sanzioni unilaterali contro
qualsiasi Paese in qualsiasi parte della terra. No al neocolonialismo. I
conflitti si devono risolvere in istanze multilaterali come le Nazioni
Unite. Abbiamo già visto come finiscono gli interventi, le invasioni e
le occupazioni unilaterali, benché compiuti sotto i più nobili motivi o
rivestimenti.
Appello ai leader politici e religiosi
Ai governi e ai politici di tutti i partiti, Francesco chiede di
evitare di “ascoltare soltanto le élite economiche” per mettersi “al
servizio dei popoli che chiedono terra, tetto, lavoro e una vita buona”,
mentre ai leader religiosi chiede di “non usare mai il nome di Dio per
fomentare guerre o colpi di Stato”. Occorre invece gettare ponti di
amore.
I Samaritani collettivi e la forza trasformatrice dei popoli
I discorsi populisti d’intolleranza, xenofobia e disprezzo per i
poveri, continua il Papa, sono narrative che portano all’indifferenza e
all’individualismo, dividendo i popoli per impedirgli di sognare
insieme un mondo migliore. In questa sfida a sognare, i movimenti
popolari fungono da “samaritani collettivi”. Il Buon Samaritano, ricorda
il Papa - lungi dall’essere quel “personaggio mezzo tonto” ritratto da
“una certa industria culturale” che vuole “neutralizzare la forza
trasformatrice dei popoli e specialmente della gioventù” – è infatti la
rappresentazione più chiara di un’opzione impegnata nel Vangelo.
Sapete che cosa mi viene in mente adesso, insieme ai movimenti
popolari, quando penso al Buon Samaritano? Sapete che cosa mi viene in
mente? Le proteste per la morte di George Floyd. È chiaro che questo
tipo di reazione contro l’ingiustizia sociale, razziale o maschilista
può essere manipolato o strumentalizzato da macchinazioni politiche o
cose del genere; ma l’essenziale è che lì, in quella manifestazione
contro quella morte, c’era il “samaritano collettivo” (che non era per
niente scemo!). Quel movimento non passò oltre, quando vide la ferita
della dignità umana colpita da un simile abuso di potere.
La Dottrina sociale della Chiesa dà fastidio a molti
Papa Francesco propone alcuni principi tradizionali della Dottrina
sociale della Chiesa, come l’opzione preferenziale per i poveri, la
destinazione universale dei beni, la solidarietà, la sussidiarietà, la
partecipazione, il bene comune.
A volte mi sorprende che ogni volta che parlo di questi principi
alcuni si meravigliano e allora il Papa viene catalogato con una serie
di epiteti che si utilizzano per ridurre qualsiasi riflessione alla mera
aggettivazione screditante. Non mi fa arrabbiare, mi rattrista. Fa
parte della trama della post-verità che cerca di annullare qualsiasi
ricerca umanistica alternativa alla globalizzazione capitalista; fa
parte della cultura dello scarto e fa parte del paradigma tecnocratico.
Francesco si dice rattristato quando “alcuni fratelli della Chiesa
s’infastidiscono se ricordiamo questi orientamenti che appartengono a
tutta la tradizione della Chiesa” e invita tutti a leggerne un compendio
nel “piccolo manuale” di Dottrina Sociale della Chiesa voluto da San
Giovanni Paolo II.
Il Papa non può non ricordare questa Dottrina anche se molto
spesso dà fastidio alla gente, perché a essere in gioco non è il Papa ma
il Vangelo.
Impegno per il bene comune e libertà
Francesco indica in particolare due principi: la solidarietà, intesa
come “determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene
comune”, e la sussidiarietà che contrasta “qualsiasi schema autoritario,
qualsiasi collettivismo forzato o qualsiasi schema stato-centrico”.
Infatti - sottolinea - non si può utilizzare il bene comune “come scusa
per schiacciare l’iniziativa privata, l’identità locale o i progetti
comunitari”.
Salario minimo e riduzione della giornata lavorativa
È “tempo di agire” e il Papa propone alcune misure concrete: un
reddito minimo (o salario universale) e la riduzione della giornata
lavorativa. In questo modo ogni persona potrebbe permettersi di
“accedere ai beni più elementari della vita”.
È giusto lottare per una distribuzione umana di queste risorse. Ed
è compito dei Governi stabilire schemi fiscali e redistributivi
affinché la ricchezza di una parte sia condivisa con equità, senza che
questo presupponga un peso insopportabile, soprattutto per la classe
media, generalmente, quando ci sono questi conflitti, è quella che
soffre di più.
I vantaggi della riduzione della giornata lavorativa, per il Papa si possono ritrovare nella storia:
Nel XIX secolo gli operai lavoravano dodici, quattordici, sedici
ore al giorno. Quando conquistarono la giornata di otto ore non collassò
nulla, come invece alcuni settori avevano previsto. Allora – insisto –
lavorare meno affinché più gente abbia accesso al mercato del lavoro è
un aspetto che dobbiamo esplorare con una certa urgenza. Non ci possono
essere tante persone che soffrono per l’eccesso di lavoro e tante altre
che soffrono per la mancanza di lavoro.
Ascoltare la voce delle periferie
Infine, Francesco, ricorda l’importanza di ascoltare le periferie, il luogo da dove “il mondo si vede più chiaramente”.
Bisogna ascoltare le periferie, aprire loro le porte e permettere
loro di partecipare. La sofferenza del mondo si capisce meglio insieme a
quelli che soffrono. Nella mia esperienza, quando le persone, uomini e
donne, che hanno subito nella propria carne l’ingiustizia, la
disuguaglianza, l’abuso di potere, le privazioni, la xenofobia, nella
mia esperienza vedo che capiscono meglio ciò che vivono gli altri e sono
capaci di aiutarli ad aprire, realisticamente, strade di speranza.