martedì 29 giugno 2021

L’assalto alla diligenza - Ripresa e Connivenza

dalla pagina L'assalto alla diligenza - Comune-info

Luca Manes


È un vero e proprio assalto alla diligenza quello sferrato dall’industria fossile ai soldi del Recovery Fund, che sarebbe riuscito alla perfezione se non fosse stato per l’intervento in extremis della Commissione Europea. L’attacco dei grandi inquinatori, Eni e Snam in primis, al Piano di ripresa e resilienza è descritto minuziosamente nel nuovo rapporto “Ripresa e Connivenza”, pubblicato oggi da ReCommon insieme alla rete Fossil Free Politics.

Foto di Steve Buissinne da Pixabay

Il Fondo da 750 miliardi istituito dall’Unione Europea a luglio del 2020 rappresenta un’occasione unica per gettare le fondamenta della transizione ecologica del Vecchio Continente e dell’Italia in particolare. Proprio al nostro Paese spetta la fetta più cospicua delle risorse, ben 191,5 miliardi, a cui si aggiungono i 13 del ReactEU.

Da quando è stato annunciato il Recovery Plan, nel luglio del 2020, fino ad oggi, l’industria fossile è riuscita a ottenere almeno 102 incontri con i ministeri incaricati di redigere il piano: una media di oltre 2 incontri a settimana. ReCommon ha ottenuto questi dati tramite richieste di accesso agli atti e analizzando le agende dei ministeri.

Eni, la principale multinazionale fossile italiana, ha dominato l’azione lobbistica con almeno 20 incontri ufficiali, che gli hanno consentito di promuovere le sue false soluzioni tra i decisori politici, come l’idrogeno (che attualmente è prodotto per il 99% da gas), il biometano e la cattura dell’anidride carbonica (CCS).

Stesso numero di incontri anche per Snam, la società che controlla la rete di gasdotti in Italia e nel resto del continente europeo. Se per Eni l’idrogeno è l’espediente per stimolare la produzione di gas, nel caso di Snam si tratta di uno stratagemma finalizzato a prolungare la vita delle sue infrastrutture fossili e svilupparne di nuove, come le decine di stazioni di rifornimento a idrogeno per treni e camion incluse nel PNRR, utili solamente a rallentare un reale cambio di modello nei trasporti.

Il ministero dello Sviluppo economico ha giocato un ruolo chiave nell’orientare il Recovery Plan, ma decisiva è stata poi la costituzione del ministero della Transizione ecologica, guidato da Roberto Cingolani, sempre pronto ad ascoltare le istanze dei vertici del settore dei combustibili fossili.

Dalla sua nascita lo scorso febbraio, il ministero ha avuto oltre tre incontri a settimana con il comparto fossile, di cui 18 con la presenza del ministro in persona.  In poco più di un mese, Cingolani ha ricevuto l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, e quello di Snam, Marco Alverà, ben quattro volte, per discutere dei progetti da inserire all’interno del Recovery Plan.

L’azione lobbistica, infatti, ha raggiunto il suo apice nei mesi successivi all’insediamento del governo Draghi. L’industria fossile ha partecipato a dozzine di audizioni parlamentari.

Tra febbraio e aprile 2021, il comparto energetico ha preso letteralmente d’assalto i centri di potere istituzionali, organizzando 49 incontri con il ministero per la Transizione Ecologica e quello per lo Sviluppo Economico.

Così nell’arco di pochi mesi per l’idrogeno erano stati stanziati 4,2 miliardi di euro. Un incremento notevole rispetto al solo miliardo previsto dalla prima versione del Piano, e che infatti è stato sonoramente bocciato dalla Commissione europea, che ha infine costretto l’esecutivo italiano ha modificare in maniera sostanziale la componente del PNRR relativa alla transizione energetica, chiudendo le scappatoie che erano state lasciate aperte al gas.

“E’ disarmante la facilità con la quale le lobby del fossile sono riuscite a influenzare le scelte dei governi rispetto a un Piano di investimenti che condizionerà non poco il future del Paese.

Ci fa comprendere la necessità di riconquistare dal baso spazi di democraticità, senza i quali sarà impossibile vincere battaglie epocali come quella per la giustizia climatica” ha dichiarato Alessandro Runci, di ReCommon, autore del rapporto.

Articolo pubblicato grazie alla collaborazione con Re:Common

________________________________

dalla pagina Ripresa e Connivenza - ReCommon

L’attacco dell’industria fossile al Recovery Plan

Oltre 100 incontri con i ministeri dello Stato per accaparrarsi i soldi del Recovery Fund. L’attacco dell’industria fossile ai miliardi in arrivo dall’Europa descritto minuziosamente nella pubblicazione di ReCommon. Facendo leva sul loro accesso privilegiato ai decisori politici, colossi energetici come Eni e Snam sono riusciti a plasmare il Recovery Plan italiano, infarcendolo di false soluzioni come l’idrogeno e il biometano, dietro cui si nasconde il tentativo di vincolarci al gas per i prossimi decenni.

https://www.recommon.org/ripresa-e-connivenza/#unlock


martedì 22 giugno 2021

Problemi ambientali, soluzioni sociali: un dossier per agire

dalla pagina https://www.pressenza.com/it/2021/06/problemi-ambientali-soluzioni-sociali-un-dossier-per-agire/


Si scrive sostenibilità, si pronuncia equità: così potrebbe essere sintetizzato il 
dossier infografico realizzato dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo in collaborazione con Riccardo Mastini, ricercatore in ecologia politica all’Università Autonoma di Barcellona, e che ha per titolo “Problemi ambientali, scelte sociali”.

Siamo abituati a pensare che la questione climatica e più in generale quella ambientale richieda solo interventi di carattere tecnologico, tutt’al più nuovi stili di vita; in realtà impone anche scelte di carattere fiscale e di spesa pubblica, perché questione ambientale e questione sociale sono intimamente intrecciate fra loro. Per cominciare la responsabilità del degrado ambientale è diversificata in base al tenore di vita. Basti dire che a livello mondiale il 10% della popolazione più ricca è responsabile del 49% di CO2 emessa a livello mondiale, L’1% da solo è responsabile addirittura del 15%. Per contro il 50% più povero contribuisce solo al 7% delle emissioni globali. Le stesse disparità le riscontriamo anche a livello di singole nazioni. Nell’Unione Europea l’impronta pro capite di anidride carbonica dell’1% più ricco corrisponde a 55 tonnellate all’anno. Quella del 50% più povero  è undici volte più bassa.

Nel valutare quali misure assumere per porre un freno alle emissioni di anidride carbonica, occorre considerare che nella nostra società c’è chi può decidere come vivere e chi invece lo deve subire. Chi si trova in povertà non può scegliere se vivere in centro o in periferia, se mangiare biologico o cibo spazzatura, se avere la casa coibentata o ad alta dispersione termica. Deve semplicemente adottare lo stile di vita meno dispendioso. Che non è automaticamente il meno impattante.  Molti poveri, ad esempio, sono costretti a vivere in periferia dove gli affitti sono generalmente più bassi. Ma  contemporaneamente mancano di servizi essenziali (scuole, negozi, presidi medici) e di trasporti pubblici. Di conseguenza l’auto si rende indispensabile con inevitabile aumento dell’impronta di carbonio. Ed arriviamo all’assurdo che al di sotto di certi livelli di reddito, l’impronta ambientale non è determinata dalla ricchezza, ma dal livello di povertà che non lascia possibilità di scelta come invece hanno i facoltosi. Se sei così ricco da poterti permettere un’automobile di alta cilindrata, allora sei anche sufficientemente ricco da poterti permettere una vita senza automobile. I soldi ti permettono di scegliere il tuo stile di vita, e se finisci per condurne uno ad alto impatto ambientale, ne sei responsabile. Non altrettanto per i più poveri la cui mancanza di libertà annulla anche la responsabilità per le conseguenze che la propria vita arreca all’ambiente.

E a dimostrazione di come per i più poveri non esista una diretta correlazione fra impronta di carbonio e responsabilità, c’è che molti di loro hanno chiaro che investire in incrementi di efficienza per la propria casa, per i propri elettrodomestici e per la propria vettura può fare la differenza. Molti sanno che a parità di consumi, una famiglia che vive in una casa ben coibentata ed utilizza elettrodomestici e veicoli ad alta efficienza energetica può arrivare a produrre fino a tre volte meno emissioni climalteranti rispetto ad una famiglia costretta ad utilizzare beni a bassa efficienza. Ma pur sapendolo non investono in innovazione perché non hanno i soldi per farlo.

Le proteste dei gilet jaunes vanno lette in questa prospettiva. Vogliono dirci che le misure fiscali per ridurre il consumo di benzina e di elettricità si trasformano in misure contro i poveri se non sono accompagnate da maggiori servizi e da adeguati contributi alle ristrutturazioni.

Considerato il ruolo centrale giocato dalla collettività per il raggiungimento di una sostenibilità che non lasci indietro nessuno,  è  fondamentale garantirle tutto il denaro che serve per lo svolgimento delle proprie funzioni. Per questo il sistema fiscale assume importanza strategica,   tanto più che non serve solo a raccogliere denaro per le casse pubbliche, ma anche a  ristabilire equità fra cittadini e a orientare i comportamenti di famiglie e imprese affinché le loro scelte di consumo e di produzione non entrino in rotta di collisione con l’interesse generale. Ecco perché è arrivato il tempo di porre con forza una seria riforma del fisco, coerente con l’articolo 53 della Costituzione. Ossia che ogni forma di ricchezza (reddito, patrimoni  eredità) siano tassati secondo criteri di progressività e cumulo. Ricordandoci che i tre individui più ricchi d’Italia possiedono la stessa ricchezza del 10% più povero, ossia sei milioni di persone. Disuguaglianze che pesano come macigni  e che paghiamo su tutti i piani: umano, sociale e ambientale.

Centro Nuovo Modello di Sviluppo


venerdì 18 giugno 2021

Invito ai referenti per il "IV ambito" di ogni comunità della Diocesi


 

Vicenza, 14 giugno 2021

Commissione Pastorale Sociale,
Lavoro, Giustizia e Pace, Cura del Creato

Cari amici dei Consigli Pastorali e dei Gruppi Ministeriali della nostra Diocesi vicentina, dopo i tanti mesi contrassegnati dalla lotta alla pandemia da COVID-19, dal distanziamento sociale e dalla chiusura di spazi e di attività nelle nostre comunità parrocchiali, sembra essere arrivato il tempo dove poter riprovare a pensare e progettare la nostra vita sociale e spirituale.

Nel mese di dicembre del 2019 la Commissione diocesana di Pastorale Sociale e del Lavoro della Diocesi di Vicenza vi aveva raggiunti con una lettera e la proposta di incontrarci per conoscerci e iniziare un confronto tra noi.

L’intento non era quello di far nascere nuovi gruppi o nuovi impegni per chi è già tanto occupato ma piuttosto di far iniziare un processo che possa mettere in rete le tante iniziative già presenti nel nostro territorio ma anche far emergere domande, questioni e necessità, proposte e approfondimenti utili per ciascuno di noi.

Il cosiddetto “quarto ambito” che prevede l’attenzione per la vita sociale, lavorativa, politica ed ecologica, alla luce della dottrina sociale della Chiesa, è generalmente la “cenerentola” della pastorale delle nostre parrocchie e Unità Pastorali anche se invece é la dimensione che oggi ha maggiormente bisogno di cura e attenzione. Anche la Pandemia ha fatto emergere con maggiore chiarezza che siamo tutti sulla stessa barca, che non possiamo pensare di stare bene fino a che ci sarà qualcuno che non lo sarà, che per rendere il mondo un posto migliore occorre un impegno maggiore anche da parte di noi credenti.

Ecco allora che torna la proposta di vederci di persona: un incontro per noi che proviamo ad essere un riferimento per le nostre parrocchie, a noi chiamati a vivere il servizio nel gruppo ministeriale della nostra comunità proprio in riferimento all’ambito sociale e culturale.

L’appuntamento sarà per sabato 26 giugno dalle ore 16.00 alle 18.00 presso il Centro Myriam in via dell’Artigianato 12 a Vicenza.

Ci troveremo per vederci, conoscerci e confrontarci e far iniziare un processo di accompagnamento e di sostegno per tutti noi.

Sarebbe bello ci potesse essere un rappresentante del quarto ambito per ogni nostra comunità, anche il tempo della Pandemia potrebbe diventare una buona occasione per metterci in gioco assieme, come credenti, all’interno delle sfide di questo nostro tempo.

Per facilitare la partecipazione del maggior numero di persone sarà possibile intervenire all’incontro anche attraverso la piattaforma Zoom, attiva sempre all’ora di inizio dell’incontro in presenza. Qui di seguito il link per poter partecipare all’incontro in modalità on line:

https://zoom.us/j/99919281456?pwd=aTR5aXFlNDlSL0tQemZMNWl6d3Y3dz09

Se qualcuno si trovasse impossibilitato a partecipare all’incontro di Sabato 26 giugno vi anticipiamo che verranno create anche ulteriori nuove possibilità di incontro nei prossimi mesi.

Rinnoviamo l’invito, per chi non l’avesse ancora fatto, a individuare e comunicare all’Ufficio di Pastorale Sociale e del Lavoro della diocesi di Vicenza il nominativo di una persona che possa svolgere il ruolo di referente per la propria Parrocchia/Unità Pastorale o Vicariato sempre per il cosiddetto quarto ambito.

Papa Francesco ci ricorda: che il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà. E senza paura di compiere lesodo necessario ad ogni autentico dialogo” (dal Discorso di papa Francesco, Cattedrale di Santa Maria del Fiore, Firenze, 10 novembre 2015 in occasione del Convegno ecclesiale di Firenze, 2015).


don Matteo Zorzanello
e la Commissione Diocesana di Pastorale Sociale, 
Lavoro, Giustizia e Pace, Cura del Creato

_______________________________


La precedente Lettera ai Consigli Pastorali della diocesi di Vicenza del 13 dicembre 2019


_______________________________

Per approfondire:

Il Cap. IV della Evangelii Gaudium, “La dimensione sociale dell’evangelizzazione”, fornisce preziose indicazioni di fondo:
  • “Il tempo è superiore allo spazio” (n. 222ss): “significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi”, tantomeno cattolici
  • “L’unità prevale sul conflitto” (n. 226ss): “Il conflitto non può essere ignorato o dissimulato. Dev'essere accettato”, quindi accolto come opportunità di crescita e testimonianza e gestito con metodi nonviolenti
  • “La realtà è più importante dell’idea” (n. 231ss): “[…] questo criterio ci spinge a mettere in pratica la Parola”, essendo più concreti e quindi vicini alle persone e alle loro situazioni
  • “Il tutto è superiore alla parte” (n. 234ss): “[…] attenzione alla dimensione globale […] non perdere di vista ciò che è locale”; criterio importante anche per non chiuderci nel nostro ambito – che diventerebbe così un compartimento stagno – ma vivere insieme le quattro “dimensioni” ricordate sopra.
_______________________________

I Documenti:



mercoledì 16 giugno 2021

SIPRI. Spese militari, vendita ed esportazione di armi

SIPRISTOCKHOLM INTERNATIONAL PEACE RESEARCH INSTITUTE, "è un istituto  internazionale indipendente dedicato alla ricerca su conflitti, armamenti, controlli sulle armi e disarmo. Stabilito nel 1966, SIPRI fornisce dati, analisi e raccomandazioni, basati su fonti pubbliche, a politici, ricercatori, mezzi di comunicazione e persone interessate".


SPESE MILITARI

Dati SIPRI https://sipri.org/databases sulle spese militari dei vari Paesi del mondo.

Di seguito il diagramma delle spese militari degli 11 Paesi che spendono di più, dal 1949 al 2020, 11 perché l'Italia è all'11mo posto.

Nel 2020:
  • gli 11 Paesi che spendono di più per la difesa, insieme rappresentano il 78% delle spese militari mondiali
  • i 30 Paesi che fanno parte della NATO (USA compresi) hanno speso insieme il 57% delle spese militari mondiali
  • gli USA hanno speso il 40% delle spese militari mondiali e il 51% delle spese totali dei primi 11 Paesi
  • 29 Paesi NATO, escludendo gli USA, hanno speso insieme il 17% delle spese mondiali, più di quanto hanno speso Cina e Russia insieme
  • la Cina ha speso il 13% delle spese mondiali e il 16% delle spese totali dei primi 11 Paesi
  • la Russia ha speso, rispettivamente, il 3% e il 4%.


VENDITA DI ARMI e SERVIZI MILITARI

Dati SIPRI https://sipri.org/databases/armsindustry sulle principali industrie produttrici di armi a livello mondiale.

Nel 2019 delle 25 maggiori industrie di armi nel mondo:
  • le prime 5 sono USA
  • 12 sono USA e insieme rappresentano 61% della vendita totale di armi delle prime 25
  • 4 cinesi e rappresentano 16%
  • 2 britanniche e rappresentano 7%
  • 2 russe e rappresentano 4%
  • 2 francesi e rappresentano 4%
  • 1 al dodicesimo posto è l'italiana Leonardo al 3%.
  • 1 è l'europea Airbus
  • 1 appartiene agli Emirati Arabi Uniti.


ESPORTAZIONI DI ARMI

Dati SIPRI https://sipri.org/databases/armstransfers sui Paesi maggiormente coinvolti nell'esportazione di armi.

Nel 2020 in testa ai primi 50 Paesi maggiori esportatori di armi si trovano:

1. USA con il 41% delle esportazioni dei primi 50 Paesi
2. Russia 14%
3. Francia 9%
4. Germania 5%
5. Spagna 5%
6. Corea del Sud 4%
7. Italia 4%
8. Cina 3%.


Quindi, riassumendo: gli USA sono al primo posto per:
  • spese militari: 40% della spesa mondiale
  • vendita di armi: ca. 60% del totale mondiale
  • esportazioni di armi: ca. 40% delle esportazioni mondiali.
Se poi sommiamo i dati SIPRI relativi a tutti i Paesi che fanno parte della NATO, è innegabile il ruolo e le responsabilità dell'Occidente, dei nostri governi e quindi anche nostre come cittadini, nel NON promuovere il disarmo, se non a parole, né un approccio nonviolento alle relazioni fra Stati e popoli.


E L'ITALIA?

Anticipazione Mil€x: la spesa militare italiana sfiora i 25 miliardi nel 2021, +8,1% rispetto al 2020
oltre 68 milioni di euro al giorno ...



domenica 13 giugno 2021

Disarmo nucleare: un mese per ripensarci, e ricordare la nostra umanità

dalla pagina Disarmo nucleare: un mese per ripensarci, e ricordare la nostra umanità (pressenza.com)

Iniziative di mobilitazione in tutta Italia promosse da “Italia, ripensaci” per la richiesta di ratifica del Trattato di proibizione delle armi nucleari TPNW

9 giugno 2021 – 9 luglio 2021

Un mese per comprendere ancora meglio il devastante impatto umanitario delle armi nucleari. Un mese per attivarsi a favore del percorso di disarmo nucleare previsto dal Trattato TPNW (Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons) votato all’ONU nel luglio del 2017. Un mese per coinvolgere anche l’Italia nei passi necessari a mettere fuori dalla storia le armi più distruttive mai costruite, incompatibili con la stessa presenza sul pianeta dell’umanità.

Sono questi gli obiettivi di giorni di mobilitazione lanciati fino al 9 luglio dalla Rete Italiana Pace e Disarmo e dalla campagna Senzatomica, che insieme promuovono la mobilitazione “Italia ripensaci”. Un’iniziativa attiva dal 2016 che chiede al nostro Paese di non rimanere spettatore passivo rispetto al processo che negli ultimi anni ha portato all’approvazione e in seguito all’entrata in vigore, avvenuta il 22 gennaio del 2021, della prima norma internazionale che mette fuori legge armi di distruzione di massa come quelle nucleari. Il TPNW è un Trattato fortemente voluto dalla società civile internazionale: un risultato che ha consentito alla International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (ICAN) di cui facciamo parte di ricevere il Premio Nobel per la Pace 2017.

La mobilitazione culminerà con tre date conclusive altamente significative: il 7 luglio si celebra infatti l’approvazione del TPNW, l’8 luglio ricorre il 25º anniversario del pronunciamento della Corte Internazionale di Giustizia contro le armi nucleari mentre il 9 luglio viene ricordata la pubblicazione del Manifesto Russell-Einstein pietra miliare delle iniziative per un disarmo nucleare globale.

Forti del grande sostegno dell’opinione pubblica italiana, che per l’87% vuole l’adesione al Trattato TPNW e per il 74% l’eliminazione dal nostro territorio delle testate nucleari statunitensi attualmente presenti, la mobilitazione di queste settimane cercherà di rendere più facili e concreti alcuni importanti passi volti a favorire, come obiettivo ultimo, l’adesione dell’Italia al Trattato.

L’obiettivo principale dell’iniziative che verranno messe in campo è quello di un maggior coinvolgimento delle istituzioni nazionali in un percorso di disarmo nucleare globale concreto, che non si limiti a dichiarazioni di facciata. Da un lato coinvolgendo maggiormente il Parlamento sia con un rilancio del “Pledge” (Appello ai parlamentari) proposto da ICAN, nella scorsa legislatura sottoscritto da oltre 240 Deputati e Senatori, sia richiedendo un dibattito sul tema nelle Commissioni competenti. A questo scopo “Italia ripensaci” sta per inviare a tutti i parlamentari una lettera in cui si evidenziano i termini della questione chiedendo un riscontro positivo alle proposte della società civile. Al Governo verrà invece inviata la richiesta di partecipazione come “Paese osservatore” alla prima conferenza degli Stati, attualmente 54, che hanno già ratificato questa norma internazionale e che si terrà a Vienna nel gennaio del 2022. Riteniamo infatti importante che, pur non avendo ancora potuto aderire al TPNW anche per la già ricordata presenza di testate nucleari a Ghedi e ad Aviano, l’Italia possa positivamente condividere un momento di dibattito e di approfondimento sul tema del disarmo nucleare con  Paesi del mondo che invece hanno già dato la propria adesione formale al Trattato.

Incontri, eventi online, azioni informative e di comunicazione, campagne social, pubblicazione e rilancio di report e nuovi dati ed analisi. Sono queste le iniziative che caratterizzeranno l’attività di “Italia ripensaci” nelle prossime settimane e fino al 9 luglio 2021. Con un pieno coinvolgimento delle organizzazioni parte delle nostre reti e di associazioni ed Enti Locali, numerosi ed in prima fila nel percorso verso un disarmo nucleare grazie al loro compito di difesa e protezione dei propri cittadini. Che non possono più vivere in un mondo minacciato ogni giorno dalla distruzione nucleare e impoverito dalla sottrazione di risorse miliardarie impiegate per gli arsenali atomici invece che per usi sociali e di progresso.

_______________________________________

leggi anche:


venerdì 11 giugno 2021

Rispettare il referendum sull’acqua, non vendiamo la Madre

dalla pagina https://ilmanifesto.it/rispettare-il-referendum-sullacqua-non-vendiamo-la-madre/

Acqua pubblicaLa politica è rimasta sorda e non ha rispettato la decisione del popolo italiano. In questi 10 anni abbiamo avuto 8 governi, ma nessuno si è azzardato a ripubblicizzare l’acqua

Roma, luglio 2010. Un momento della manifestazione per la consegna delle firme
per il referendum dell’acqua pubblica 
© LaPresse

Ritengo importante celebrare il decimo anniversario del Referendum (11-12 giugno 2012) per sottolineare il grande coraggio che ha avuto il popolo italiano nel votare con due Sì e quasi all’unanimità (95,8%) a quelle due domande referendarie: l’acqua deve uscire dal mercato e non si può fare profitto sull’acqua. È stato l’unico popolo in Europa a tenere un referendum sull’acqua e a vincerlo. Il popolo italiano non si è lasciato ingannare, né dalla stampa, né dalle televisioni, né dai partiti (salvo poche eccezioni), schierati per la privatizzazione. La battaglia iniziò da un piccolo gruppo di attivisti che si oppose alla privatizzazione decretata dall’allora governo Berlusconi.

Quel gruppo capì subito che, se si voleva ottenere una vittoria, bisognava impegnarsi perché nascesse un vasto movimento popolare. Questo si è potuto realizzare attraverso il lavoro capillare dei comitati che, con uno sforzo straordinario, si impegnarono a informare i cittadini utilizzando mille stratagemmi e iniziative.

Quanta creatività! Una delle iniziative più indovinate fu la legge di iniziativa popolare, scritta dagli stessi comitati, che raccolse oltre 400.000 firme consegnate trionfalmente alla Corte Costituzionale a Roma. Questo ci aprì la porta alla vittoria referendaria, raggiunta grazie alla capacità del movimento di fare rete, partendo dai comitati cittadini, dai coordinamenti regionali, dal Forum con la sua preziosa segreteria. È stata questa capacità di lavorare insieme a determinare il buon esito della lotta fino al felice epilogo.

Purtroppo, la politica è rimasta sorda e non ha rispettato la decisione del popolo italiano. In questi dieci anni ben otto governi si sono susseguiti alla guida del paese, ma nessuno si è azzardato a ripubblicizzare l’acqua. Sono rimasto soprattutto sconcertato dall’inerzia dei Cinque Stelle e anche il presidente della Camera Roberto Fico ha disatteso le promesse fatte al Forum quando si insediò, cioè quella di legare la sua presidenza alla ripubblicizzazione dell’acqua. La portavoce alla Camera dei 5S ha scritto su questo giornale (8/06/21), sottolineando le azioni portate avanti dal suo Movimento. Ma quello che si chiedeva ai 5Stelle era l’obbedienza al Referendum: una legge per la gestione pubblica dell’acqua che non è stata fatta. Trovo altrettanto strano che si vanti di aver trovato cinque miliardi (in verità sono 4,38) destinati ai lavori per migliorare le condizioni delle reti idriche.

Ma la portavoce del M5S ha letto il Pnrr del governo Draghi? Così è scritto nel testo: “Il quadro nazionale è ancora caratterizzato da una gestione frammentata e inefficiente delle risorse idriche, e da scarsa efficacia e capacità industriale dei soggetti attuativi nel settore idrico, soprattutto nel Mezzogiorno.” Quei 4,38 miliardi andranno alle multiutility del centro-nord (Acea, A2A, Iren e Hera) per gestire industrialmente le acque del Meridione, in barba al Referendum! E questo di fronte a un pauroso surriscaldamento del Pianeta che avrà come prima vittima il bene più prezioso che abbiamo: “sorella acqua.”

E non è solo un problema per il sud del mondo ma coinvolge anche il Nord. L’Italia rischia di perdere il 50% dell’acqua potabile entro il 2040. I ricchi troveranno qualche soluzione, ma gli impoveriti del Sud del mondo sono destinati a morire? Se l’acqua venisse privatizzata, saranno i poveri a pagarne le conseguenze. Se oggi abbiamo 20-30 milioni di persone all’anno che muoiono di fame, domani, con queste politiche di privatizzazione, potremo avere cento milioni di morti di sete. Le prime avvisaglie di questo processo le abbiamo avute lo scorso dicembre quando l’acqua è stata quotata in borsa in California e poi a Wall Street. Questo è un peccato di onnipotenza: la follia dell’uomo.

Per questo i comitati dell’acqua di tutta Italia, domani 12 giugno, celebreranno a Roma con una manifestazione nazionale alle 15,30 in piazza Esquilino, per ricordare a tutti la disattesa applicazione del referendum da parte del governo italiano. A Napoli, unica grande città ad obbedire al referendum, con una azienda speciale pubblica (Abc), l’appuntamento è per oggi alle ore 18 davanti al Municipio.

Mi appello alla coscienza di Draghi perché utilizzi quei 4,38 miliardi di euro per ripubblicizzare la nostra “sorella acqua” (i nostri esperti hanno calcolato che si può fare con molto di meno). Papa Francesco scrive nella sua enciclica Laudato Si’: “Questo mondo ha un debito sociale verso i poveri che non hanno accesso all’acqua potabile, perché ciò significa negare ad essi il diritto alla vita radicato nella loro inalienabile dignità”. È la prima volta che un Papa parla dell’acqua come “diritto alla vita” (un termine usato in campo cattolico per l’aborto e l’eutanasia). Privatizzarla equivale a vendere la propria madre. Difendiamo tutti la nostra comune Madre.

________________________________________

leggi anche:




giovedì 10 giugno 2021

Rifugiati: riscopriamo il volto dell’ospitalità

A Vicenza due eventi per la Giornata mondiale del rifugiato

In occasione della Giornata mondiale del rifugiato 2021, grazie alla collaborazione di numerose associazioni vicentine si terranno a Vicenza due eventi accomunati dal titolo/tema: “Rifugiati: riscopriamo il volto dell’ospitalità”. Un incontro di testimonianza il 17 giugno e una veglia ecumenica di preghiera il 23 giugno: in entrambi gli appuntamenti si cercherà di dare voce, visibilità e consapevolezza rispetto ai movimenti migratori che attraversano la cosiddetta “rotta balcanica”, e alle storie di quanti si spostano alla ricerca di un luogo da ri-chiamare casa.

Ecco nel dettaglio il programma e gli ospiti dei due appuntamenti:

 

giovedì 17 giugno - 17.30

Chiostro del Tempio di San Lorenzo


VOCI DAI BALCANI. TESTIMONIANZE DI IERI E DI OGGI


Intervengono

Giulio Saturni (Associazione One Bridge to Idomeni)

Marco Carmignan, Davor Marinkovic e Lorenzo Scalchi (realizzatori Progetto Reznica)

Modera Fabio Valerio (Associazione Centro Astalli Vicenza)



mercoledì 23 giugno - 20.30

Chiesa di Santa Bertilla (via Ozanam, 1)


rifùgiati in casa, rifugiàti in fuga senza casa

Veglia ecumenica di preghiera “Morire di speranza”

con la testimonianza del fotoreporter Alessandro Dalla Pozza

 

Gli appuntamenti, a ingresso libero fino ad esaurimento posti, nascono dalla collaborazione di Associazione Centro Astalli Vicenza, Associazione Presenza Donna, Caritas diocesana vicentina, Chiesa evangelica metodista di Vicenza, ACLI Vicenza, Non Dalla Guerra, Unità Pastorale Porta Ovest in Vicenza, Cooperativa Pari Passo, Comunità di Sant'Egidio, La Voce dei Berici, Centro Culturale San Paolo.


PDF depliant dell’iniziativa

 


Approfondimento tematico

Con la pandemia ci siamo trovati ad affrontare una serie di crisi socio-economiche, ecologiche e politiche gravi e interrelate. Oggi è urgente generare soluzioni nuove, più inclusive e sostenibili per costruire un futuro un cui al centro ci sia il bene comune, sorretto dal rispetto dei diritti umani e dal principio di uguaglianza.

Se vogliamo uscire da questa situazione migliori è urgente ideare forme nuove e creative di partecipazione sociale, politica ed economica, che siano sensibili alla voce dei migranti e impegnate a includerli nella costruzione del nostro futuro comune.

Per trasformare l’emergenza in cambiamento la cura non può limitarsi all’isolamento delle comunità, ma deve essere un processo di trasformazione politica che passa per la partecipazione collettiva e la fiducia reciproca. Ce lo ricorda papa Francesco quando ci dice “perché alla nostra Casa comune sia assicurata la giusta cura, dobbiamo costituirci in un noi sempre più grande, sempre più corresponsabile, nella forte convinzione che ogni bene fatto al mondo è fatto alle generazioni presenti e a quelle future. Si tratta di un impegno personale e collettivo (…) che non fa distinzione tra autoctoni e stranieri, tra residenti e ospiti, perché si tratta di un tesoro comune, dalla cui cura come pure dai cui benefici nessuno dev’essere escluso”. (Messaggio per la 107° Giornata del Migrante e del Rifugiato 2021)

Celebrare la Giornata del Rifugiato 2021, a 70 anni dalla nascita della Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato del 1951, è l’occasione per ripensare la nostra visione del mondo, per mettere finalmente in atto processi generativi di una nuova definizione di protezione internazionale che si basi su un rinnovato desiderio di pace tra i popoli e pervada il nostro agire e le nostre relazioni con i migranti.

Chi fugge da guerre, persecuzioni, gravi ingiustizie sociali e calamità naturali, ogni giorno compie passi verso un futuro diverso. Quel futuro che oggi siamo chiamati a costruire partendo da una nuova definizione di “noi”. I rifugiati lo sognano ogni giorno, da quando hanno lasciato la loro terra in cerca di un luogo in cui non sentirsi pietre di scarto ma protagonisti di un nuovo umanesimo e abitanti a pieno titolo di un’unica casa comune.


Associazione Presenza Donna

Centro Documentazione e Studi

sabato 5 giugno 2021

primolunedìdelmese: "L'era digitale"

dalla pagina Primolunedidelmese | Facebook

diretta del primolunedìdelmese 

su Facebook  e YouTube



Move Up 2021

dalla pagina https://comune-info.net/move-up-2021/

Paolo Cacciari


Per il Memorandum No Profit on People and Planet la pandemia non è una calamità naturale e la geoingegneria non è la soluzione per il ripristino del buon funzionamento dei sistemi naturali. Inutile attendere soluzioni dal G20. Sta ai movimenti, alle associazioni e alle persone comuni prendersi cura insieme, ovunque e in tanti modi diversi, di ogni forma di vita, a cominciare dalla rigenerazione dei suoli degradati e dall’agroecologia. Ha scritto Vandana Shiva: “La pandemia è conseguenza della guerra che abbiamo ingaggiato contro la vita”

tratta da unsplah.com

Bene fa il Memorandum* No Profit on People and Planet – G20-Memorandum_IT-3 – a non considerare la pandemia da Sars-CoV-2 un incidente di percorso e nemmeno una calamità naturale piovuta dal cielo. Ha scritto Vandana Shiva: “La pandemia è conseguenza della guerra che abbiamo ingaggiato contro la vita”. La pandemia è il boomerang che torna indietro. É una delle tante prevedibili reazioni della natura agli sconvolgimenti arrecati dalle attività umane sconsiderate. Esattamente come lo è – con ricadute su altre matrici ambientali – il riscaldamento globale causato dalla emissione di gas climalteranti. Quando si distruggono sistematicamente gli habitat naturali ancora incontaminati (come le foreste primarie, le zone artiche, le lagune, le savane, i boschi e le praterie) non si crea “solo” l’estinzione di massa delle specie viventi (biocidio), ma si creano anche le condizioni affinché virus animali potenzialmente patogeni compiano vari “salti di specie” (spillover) fino a giungere a noi, passando per gli allevamenti intensivi, per i mattatoi e per i mercati di animali selvatici. Una eventualità, questa, ampiamente prevista e inutilmente segnalata dagli scienziati. Ha scritto un virologo: “Perturbare gli ecosistemi è come aprire autostrade ai virus verso il salto di specie”.

Secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente il 75 per cento dell’ambiente terrestre e il 65 per cento di quello marino sono stati gravemente alterati da attività antropiche. Per rimanere a casa nostra, pensiamo solo al “consumo di suolo”: quattordici ettari al giorni vengono asfaltati, cementificati, inertizzati.

La correlazione tra distruzione della biodiversità e malattie di origine zoonotica è conosciuta. Ha scritto in modo esemplare il Giuseppe Ippolito, Direttore scientifico dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive dell’Ospedale Spallanzani di Roma:

“Non è possibile separare la salute degli uomini da quella degli animali e dall’ambiente. L’esperienza di questi anni, con l’emergere di continue zoonosi, ci ricorda che siamo ospiti e non padroni di questo pianeta che ci impone di creare il giusto equilibrio tra le esigenze delle specie umana e della altre specie animali e vegetali che viaggiano insieme a noi in questa arca di Noè chiamata Terra”.

Ben vengano quindi i vaccini, le terapie geniche, le più raffinate cure farmacologiche, i presidi medici. Ma non rimuoviamo dalla nostra mente né le cause primarie di gran parte delle malattie virali, né le interrelazioni biologiche con le condizioni sociali e ambientali che aggravano la vulnerabilità delle persone. Pensiamo all’inquinamento dell’aria e dell’acqua, alla cattiva alimentazione, alle stressanti condizioni di vita e di lavoro che provocano disturbi cardiovascolari, malattie respiratorie croniche, diabete, obesità e altre alterazioni psicofisiche.

Quest’anno è l’anno della COP 26, che si tiene con un anno di ritardo a Glasgow e a Milano. Una conferenza decisiva se si vogliono raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi (2015) di contenimento dell’aumento della temperatura di 1,5 gradi. Quest’anno si svolgerà in Cina anche la 15° Conferenza sulla salvaguardia della diversità biologica. Il ripristino del buon funzionamento dei sistemi naturali, la rigenerazione dei suoli degradati, l’agroecologia sarebbero la soluzione ideale, perché basata sulla natura, anche per riassorbire al suolo l’anidride carbonica. É stato calcolato che risanare il 30 per cento di praterie, zone umide e savane, lasciando che la natura si riprenda i propri spazi, salverebbe il 70 per cento degli animali a rischio di estinzioni e consentirebbe di assorbire la metà delle emissioni la metà delle emissioni di CO2 accumulate nell’atmosfera dall’inizio della rivoluzione industriale. Ma le soluzioni più semplici ed economiche non sono gradite dalle oligarchie mondiali che dominano l’economia che preferiscono giocare al dottor Frankenstein avanzando prepotentemente soluzioni azzardate di geoingegneria come lo sono le tecniche di cattura, confinamento, stoccaggio nel sottosuolo dell’anidride carbonica emessa dalle centrali termoelettriche e dai grandi impianti industriali. Un trucco e un diversivo per non cambiare nulla e per guadagnarci pure.

Attenzione dunque alle furbizie semantiche che si nascondono dietro un mare di retorica “green”. Dire “emissioni zero” (entro, se non prima del 2050) è diverso da “neutralità climatica” o da “emissioni nette negative”. Un conto è smettere di bruciare combustibili fossili, un altro paio di maniche è nascondere sotto terra un gas tossico e corrosivo come la CO2. L’Eni (industria di stato) vuole creare sotto l’Adriatico un gigantesco stoccaggio di anidride carbonica liquefatta. Un pericolo enorme, una bomba ecologica ad orologeria che, per di più, pregiudica le strategie di una vera decarbonizzazione.

Confesso che spesso colgo anche nelle persone più coscienti e impegnate un senso di sconforto e di impotenza. Quali altri disastri devono ancora accadere perché possano saltare quei “lucchetti” (indicati dal Memorandum) che impediscono il cambiamento? Cosa possiamo fare noi, se non sono bastati gli scienziati del clima, i medici, i biologi? Se non è bastata un’enciclica rivoluzionaria come la Ludato si’? Se non sono bastate le parole puree e indignate di una ragazzina che si chiama Greta?

Forse, quel che manca ancora, siamo proprio noi. É la capacità dei movimenti, delle associazioni, dei gruppi della cittadinanza attiva di mettersi assieme e diventare popolo della Terra. Cittadine e cittadini planetari, ma con i piedi ben radicati per terra. Capaci di prendersi cura dei nostri simili e di ogni forma di vita di questo meraviglioso mondo.


*La proposta del “Memorandum dei cittadini” è stata fatta inizialmente dall’Agorà degli Abitanti della Terra (AAT, rete internazionale promossa tra gli altri da Riccardo Petrella) in vista del Vertice Mondiale della Salute del G20 in Italia, e sostenuta da transform.it e transform.eu. Grazie al loro sostegno è stata costituita una piattaforma collaborativa, l’Iniziativa Move UP 2021, cui hanno aderito altre associazioni quali Medicina democratica, la Società della cura, Laboratorio Sud, The Last 20… Il “Memorandum” è stato sottoscritto da circa quaranta persone e associazioni. La redazione finale del documento ha beneficiato di vari contributi individuali e di gruppo in Italia (tra cui quelli di Paolo Cacciari e del Monastero del Bene Comune) e in altre regioni del mondo.


giovedì 3 giugno 2021

#OneStateSolution. La soluzione un-unico-Stato

dalla pagina https://ilmanifesto.it/perche-uno-stato-per-due-popoli/

Perché uno Stato per due popoli

Israele/Palestina. Ai palestinesi è sempre più chiaro che è preferibile battersi per i propri diritti all’interno di un unico Stato invece che accettare la resa incondizionata a Israele insita nella soluzione due popoli due stati. Fra gli israeliani la situazione è più complessa

Parkour in Palestina © Reuters

Attualmente circolano due proposte di soluzione alla cosiddetta questione israelo-palestinese. La prima, quella dei due popoli due Stati sostenuta dall’intera diplomazia internazionale, attribuisce ai palestinesi non uno Stato sovrano bensì un territorio di circa il 20% della Palestina, collegato a Gaza con un tunnel e inframmezzato dagli insediamenti di 700.000 coloni israeliani comunicanti tra loro con dei cavalcavia di proprietà israeliana; per giunta, questo non-Stato sarebbe totalmente dipendente da Israele per la fornitura di energia elettrica, telefonia mobile, aeroporto e altri servizi essenziali; né avrebbe come capitale Gerusalemme est, bensì un sobborgo di questa chiamato Abu Dis. Avete capito, palestinesi? È prendere o lasciare.

Della seconda proposta, quella di un unico Stato per i due popoli, la diplomazia internazionale non parla, né tantomeno ne parlano i media. È radicalmente diversa dalla prima, in quanto parte dalla constatazione della realtà sul terreno, ovvero dal fatto che nel territorio della Palestina storica esiste un solo Stato, Israele – senza confini stabiliti – con a fianco e senza soluzione di continuità la Cisgiordania, cui si aggiunge Gaza; l’intero territorio è governato da un’unica autorità, il governo israeliano che, a suo piacimento, ne annette pezzi, erge muri e impone regimi politici diversi alle popolazioni ivi residenti: pieni diritti di cittadinanza agli ebrei, diritti minori ai palestinesi d’Israele (chiamati arabi d’Israele, cristiani, drusi, beduini sì da confondere la loro comune identità nazionale), apartheid per i palestinesi della Cisgiordania e ghettizzazione di Gaza.

La differenza fra le due proposte salta agli occhi: quella dei due popoli due Stati garantisce a Israele, in cambio della sua funzione di difesa degli interessi occidentali nel Medio Oriente, il compimento del progetto sionista di uno stato ebraico in Palestina, con il minore numero possibile di palestinesi (si fa di tutto per farli uscire di scena ma loro non mollano); con ogni evidenza è una proposta che parte, non dall’intento di trovare una soluzione duratura di convivenza pacifica fra i due popoli, bensì da una visione verticistica e eurocentrica della difesa degli equilibri geopolitici della regione.

La seconda proposta, quella di uno Stato due popoli, è tabù in quanto volta unicamente a una prospettiva pacificatrice; ma anche in quanto si pone in controtendenza rispetto alla visione geostrategica delle grandi potenze e dei loro alleati: quella di un’Israele forte ed egemone in un Medio oriente di ex stati sovrani, anomici e in disgregazione (Afghanistan, Irak, Siria, Yemen, Libia).

Non sopravaluto il crescente, anche se ancora limitato, gradimento che tale proposta suscita nei popoli interessati. Ai palestinesi è sempre più chiaro che è preferibile battersi per i propri diritti all’interno di un unico Stato invece che accettare la resa incondizionata a Israele insita nella soluzione due popoli due stati. Fra gli israeliani la situazione è più complessa. Oltre il venti percento della popolazione è composta da palestinesi, oltre il cinquanta percento è di provenienza araba e sefardita (fra cui i miei avi) e solo il venti percento è di origine europea; però è quest’ultimo gruppo che costituisce l’establishment e, con l’arroganza tipica dei colonialisti europei verso i popoli oppressi, ha sempre disprezzato tutto ciò che è arabo e sostenuto l’equazione fra palestinese e terrorista; come pure i media israeliani, la cui libertà è valutata all’ottantaseiesimo posto dal World Press Freedom Index. Tuttavia, se è vero che l’idea di convivere con i palestinesi non è gradita alla grande maggioranza della popolazione, è anche vero che si moltiplicano le imprese comuni e i matrimoni misti e che nascono gruppi di cittadini che militano a favore dello stato comune ai due popoli.

Non sottovaluto le obiezioni, gli ostacoli, i ricatti e magari anche il peggio di cui sono capaci i potenti alla sola idea di perdere le loro posizioni di forza, ma nulla inficia la possibilità di prendere atto della realtà e dichiarare l’esistenza di uno Stato comune a entrambi i popoli; non domani, s’intende, ma in prospettiva, perché appunto di prospettiva si tratta, cioè di un processo politico lento, volto a svelenire il clima di odio diffuso e porre le basi di una convivenza pacifica. Non un sogno, ma un futuro possibile: a patto che lo si voglia.

______________________________

leggi anche: