venerdì 5 aprile 2019

Biodiversità a rischio. La speranza sono i consum-ATTORI

Biodiversità a rischio - Legambiente: pdf 

***********************

dalla pagina https://www.greenstyle.it/biodiversita-a-rischio-umanita-potrebbe-rimanere-senza-cibo-290384.html

Biodiversità a rischio: umanità potrebbe rimanere senza cibo

di Ivan Manzo - 25 Febbraio 2019

Secondo la FAO molte specie associate alla produzione di cibo sono gravemente minacciate dalla gestione non sostenibile delle risorse.


La biodiversità sta scomparendo: a rischio la capacità degli ecosistemi di produrre cibo. L’allarme lanciato il 22 febbraio è a opera della FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, che attraverso il rapporto “The State of the World’s Biodiversity for Food and Agriculture” mette in guardia i decisori politici di tutto il mondo sulla condizione di stress in cui versa il capitale naturale.
Una volta perduta “la biodiversità alimentare e agricola non può essere recuperata”, sostiene lo studio. La biodiversità agricola è formata da piante e animali (sia selvatici che domestici) che cooperano insieme per fornire all’umanità tutti i mezzi di sussistenza necessari alla vita: “cibo, mangimi, carburante, fibre…”.
Una serie di processi che, in modo gratuito, donano “multipli benefici” alla collettività, identificati nel mondo accademico con la sigla “Servizi Ecosistemici“. Parliamo di microrganismi, insetti, pipistrelli, uccelli, mangrovie, coralli, piante marine, lombrichi, funghi, batteri, tanto per citare qualche specie, che con l’attività svolta “mantengono i terreni fertili, impollinano le piante, purificano l’acqua e l’aria, mantengono le risorse ittiche e forestali in buona salute, aiutano a combattere i parassiti e le malattie delle coltivazioni e del bestiame” e che adesso sono in pericolo.
Il documento diffuso dalla FAO è chiarissimo, non fa giri di parole: la riduzione della diversità delle coltivazioni imposta dall’attività umana sta mettendo a serio rischio la capacità di produzione di nuovi alimenti da parte del sistema agroalimentare globale.
In base a quanto osservato in 91 Paesi sparsi per il mondo, molte specie che contribuiscono in modo fondamentale alla creazione di cibo, come gli impollinatori e gli organismi del sottosuolo, stanno rapidamente scomparendo.
Sono “gravemente minacciate” anche specie che incidono, pur in modo indiretto, al corretto funzionamento dell’ecosistema. A rischio ad esempio pipistrelli, uccelli e insetti che, grazie al loro ruolo, tengono a bada parassiti e malattie, che rappresentano un problema per la sicurezza alimentare. Inoltre, nel rapporto si legge:
Foreste, pascoli, mangrovie, praterie di alghe, barriere coralline e zone umide in generale – gli ecosistemi chiave che forniscono numerosi servizi essenziali per l’alimentazione e l’agricoltura e ospitano innumerevoli specie – sono anch’essi in rapido declino.
Le principali cause della perdita di biodiversità sono la cattiva gestione dei terreni e dell’acqua, i cambiamenti climatici, l’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali, la deforestazione, l’inquinamento (per esempio l’uso sfrenato di pesticidi), la crescita della popolazione e il processo di urbanizzazione che non accenna a fermarsi. Di sicuro la standardizzazione delle colture sta privando la capacità dei nostri ecosistemi di offrire nuove risorse, come ha sottolineato il direttore generale della FAO Graziano da Silva:
Meno biodiversità significa che piante e animali sono più vulnerabili ai parassiti e alle malattie. Elemento, che insieme alla nostra dipendenza da un numero sempre minore di specie per nutrirci, sta mettendo la nostra già fragile sicurezza alimentare sull’orlo del collasso.
Giusto qualche esempio: delle circa 6 mila specie coltivate nel mondo, in meno di 200 contribuiscono in modo massiccio alla produzione di cibo e “solo nove rappresentano il 66% della produzione totale”.
Più della metà delle risorse ittiche a disposizione è vicina al punto di non ritorno, vivono già una condizione di non sostenibilità e hanno problemi a riprodursi, mentre un terzo sono sovrasfruttate. Su 7745 razze di bestiame conosciute, il 26% è a rischio estinzione.


***********************

dalla pagina https://ilmanifesto.it/la-biodiversita-verso-lestinzione/

La biodiversità verso l’estinzione

Ambiente. L’allarme lanciato dalla Fao: su 6 mila specie di piante censite, solo 9 rappresentano il 66% della produzione mondiale di cibo. Sotto accusa l’agro-business. Anche l’Italia a rischio. La speranza sono i consumatori
Giorgio Vincenzi - 04.04.2019


La Fao ha presentato a fine febbraio delle preoccupanti prove che la biodiversità nel mondo sta scomparendo, mettendo a rischio il futuro dei nostri alimenti, dei mezzi di sussistenza, della salute umana e dell’ambiente. Tutto è scritto, nero su bianco, nel rapporto sullo Stato della biodiversità mondiale per l’alimentazione e l’agricoltura, primo nel suo genere, che si basa sulle informazioni fornite da 91 paesi e sull’analisi degli ultimi dati globali.
Cosa denuncia in particolare la Fao? La riduzione della diversità delle coltivazioni, il crescente numero di razze di animali a rischio d’estinzione e l’aumento della percentuale di stock ittici sovra-sfruttati.
NEL MONDO. Delle circa 6 mila specie di piante coltivate sul pianeta per fornire cibo, meno di 200, evidenzia il rapporto, contribuiscono in modo sostanziale alla produzione alimentare globale e solo nove rappresentano il 66% della produzione totale. Per quanto riguarda invece il bestiame, la produzione mondiale si basa su circa 40 specie animali, con solo un piccolo gruppo che fornisce la stragrande maggioranza di carne, latte e uova. Mentre delle quasi ottomila razze di bestiame locali segnalate il 26% è a rischio d’estinzione. Anche altre specie che aiutano l’agricoltura a controllare i parassiti come uccelli, pipistrelli e insetti non se la passano bene; per non parlare poi degli impollinatori delle piante come le api che sono gravemente minacciate.
Secondo Graziano da Silva, Direttore generale della Fao, «meno biodiversità significa che piante e animali sono più vulnerabili ai parassiti e alle malattie. Elemento, che insieme alla nostra dipendenza da un numero sempre minore di specie per nutrirci, sta mettendo la nostra già fragile sicurezza alimentare sull’orlo del collasso». Il rapporto chiarisce anche che una volta perduta la biodiversità alimentare e agricola non è più possibile recuperarla ed è quindi tempo di mettere in atto tutti quei sistemi che ne favoriscano la tutela.
Una nota positiva nel rapporto c’è e riguarda l’aumentata consapevolezza che occorre fare qualcosa: l’80% degli stati interpellati per la realizzazione del rapporto dichiara di utilizzare una o più pratiche e approcci rispettosi della biodiversità come l’agricoltura biologica, la gestione integrata dei parassiti, l’agricoltura conservativa, una gestione sostenibile del suolo, l’agro-ecologia, una gestione forestale sostenibile, l’agro-forestazione, pratiche di diversificazione in acquacoltura, il ripristino dell’ecosistema. Secondo la Fao però questo non è sufficiente e invita i governi e la comunità internazionale a fare sempre di più per rafforzare la legislazione, creare incentivi e misure di condivisione dei benefici, promuovere iniziative a favore della biodiversità e affrontare le cause principali della sua perdita: i cambiamenti nell’uso e nella gestione della terra e dell’acqua, l’inquinamento, lo sovrasfruttamento, i cambiamenti climatici, la crescita della popolazione e dell’urbanizzazione.
ITALIA. Anche nel nostro Paese la situazione non è certo rosea. Nel secolo scorso – stando a quanto riportato dalla Coldiretti – si contavano 8.000 varietà di frutta mentre oggi si arriva a poco meno di 2.000 e di queste ben 1.500 si possono considerate a rischio di scomparsa, ma la perdita di biodiversità riguarda l’intero sistema agricolo: dagli ortaggi ai cereali, dagli ulivi ai vigneti e vale anche per moltissime razze di animali allevate. Il nostro Paese, sia a livello statale che regionale, si sta muovendo per tutelare il ricco patrimonio vegetale e animale presente nelle campagne. Va ricordato che a fine 2015 è stata promulgata la legge 194 che prevede «disposizioni per la tutela e la valorizzazione della biodiversità d’interesse agricolo e alimentare» con la conseguente nascita dell’anagrafe e di un piano nazionale sulla biodiversità di interesse agricolo e l’istituzione di un fondo di tutela per sostenere le azioni degli agricoltori e degli allevatori. La sua attuazione però non è ancora a pieno regime mancando alcuni decreti attuativi.
IL RAPPORTO DELLA FAO evidenzia anche il ruolo sempre più importante che devono svolgere i consumatori su questo delicato argomento scegliendo prodotti coltivati in modo sostenibile, acquistando dai mercati contadini o boicottando i cibi considerati insostenibili. Su questo punto c’è chi in Italia aiuta le aziende agricole a far conoscere ai cittadini l’impegno svolto nella tutela della biodiversità. La Wba (World Biodiversity Association), una onlus che ha sede a Verona costituita da naturalisti, forestali e zoologi che operano in tutto il mondo, ha messo a punto una certificazione, Biodiversity Friend, che si esplicita in un marchio di sostenibilità da apporre ai prodotti agricoli ottenuti da un’azienda agricola che ha a cuore la tutela della biodiversità, attraverso buone pratiche agronomiche. «Attualmente sono un centinaio le aziende agricole certificate», racconta Gianfranco Caoduro, presidente onorario, «distribuite principalmente nell’Italia centro-settentrionale e appartenenti a vari settori, soprattutto quello vitivinicolo, frutticolo e orticolo». La certificazione avviene sulla valutazione, a cui viene attribuito un punteggio, di dieci azioni (il «Decalogo della sostenibilità») che prevedono: un modello colturale sostenibile, la tutela della fertilità dei suoli, la razionale gestione dell’acqua, la tutela di siepi, boschi e prati, la presenza di biodiversità agraria (vecchie varietà e razze animali in pericolo di estinzione) e naturale, l’uso di fonti energetiche rinnovabili, la buona gestione del territorio e del paesaggio, la sostenibilità economica e sociale, la buona qualità di aria, acqua e suolo. «Per ottenere il marchio», precisa Caoduro, «l’azienda agricola deve raggiungere un punteggio minimo di ingresso pari a 60 punti su 100. Per mantenere la certificazione l’azienda è tenuta poi a incrementare la biodiversità attraverso idonee azioni che sono indicate dai certificatori e verificate nei controlli successivi». Per l’agricoltore la certificazione è un valore aggiunto dal punto di vista economico. «È stata richiesta», ci tiene a sottolineare, «anche da gruppi di aziende che riforniscono la grande distribuzione del nord Europa, mentre in Italia sono soprattutto le singole aziende ad avvicinarsi allo standard Biodiversity Friend». La prossima sfida per la Wba è di certificare un intero territorio, per attestarne il grado di sostenibilità ambientale, sociale ed economica.

domenica 31 marzo 2019

Per conoscere Elisa Salerno ...

... sito di Presenza Donnaassociazione di religiose, religiosi, laiche, laici e preti che opera per la promozione e la formazione delle donnepresdonna.it/

... Centro Documentazione e Studi Presenza Donna
libri, riviste, altri media e, in particolare, libri e tesi di laurea su Elisa Salerno, raccolti e custoditi nella Biblioteca del Centro Documentazione, ora ricercabili anche alle pagine:
  • binp.regione.veneto.it di BinP - BibliotecheinPolo 
  • iccu.sbn.it di ICCU - Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle Biblioteche Italiane e per le informazioni bibliografiche

... due libri in particolare: 


Elisa Salerno: eresia o nuova Pentecoste? 
Una vicenda di femminismo cattolico
di Michela Vaccari, Il Pozzo di Giacobbe ed.

Elisa Salerno, nata e vissuta a Vicenza negli anni 1873-1957, è una donna poliedrica: scrittrice, giornalista, romanziera, mistica cattolica e femminista. Sono alcune delle prerogative che la rendono una pagina inedita nel panorama della storia italiana, religiosa e laica. Tanto è sconosciuta quanto interessante quando ci si avvicina ai suoi scritti: dalle sue pagine emergono riflessioni sorprendenti se si considera che a scrivere è una donna, cattolica, vissuta in una provincia del Nord Italia, senza titoli di studio né opportunità di frequentare circoli culturali da cui attingere idee e prospettive di ricerca e studio. Elisa Salerno ardisce coniugare femminismo e cattolicesimo, binomio ritenuto antitetico, e non smette di ripetere la sua appartenenza ecclesiale anche quando le sarà chiesto di scegliere tra la fede e un femminismo sospettato di modernismo. Decide di non rinunciare alla sua battaglia né di estraniarsi dalla Chiesa, ma rafforza la comunione con essa attraverso la vita sacramentale e le relazioni schiette con gli uomini di Chiesa. In questo suo "rimanere dentro”, le vicende della Chiesa si intrecciano con quelle della "causa santa della donna”. 


Elisa Salerno
di Annalisa Lombardo, maria pacini fazzi editore, 2019

Elisa Salerno, (Vicenza, 1873-1957), fu pensatrice, studiosa, teologa, editrice e giornalista, scrittrice saggista e romanziera, imprenditrice, anticipatrice delle istanze del femminismo nella società e in particolare nel mondo del lavoro e nella chiesa. Comprese in anticipo il valore dei mezzi di comunicazione di massa e la rilevanza che essi avrebbero potuto avere per l'emancipazione femminile.


giovedì 28 marzo 2019

La natura è un campo di battaglia. Saggio di ecologia politica

dalla pagina https://ilmanifesto.it/unecologia-politica-che-mette-in-discussione-il-capitalismo/

Un’ecologia politica che mette in discussione il capitalismo
Scaffale. «La natura è un campo di battaglia» di Razmig Keucheyan per Ombre corte. L'analisi del sociologo francese si snoda lungo tre grandi direttive: il razzismo ambientale, la finaziarizzazione della natura e la militarizzazione dell’ecologia
Ormai è impossibile negarlo: siamo immersi in una crisi ecologica di proporzioni inaudite. Ciò che invece è ancora poco compreso – anche dalla stragrande maggioranza, più bianca che verde, dei movimenti ambientalisti – è che sull’orlo del baratro non ci ha portato quell’universale astratto che risponde al nome di «umanità», ma quell’universale concreto che si chiama capitalismo.
QUESTA È LA TESI che innerva La natura è un campo di battaglia di Razmig Keucheyan appena tradotto per i tipi di Ombre corte (pp. 168, euro 15). La natura, infatti, «non sfugge ai rapporti di forza sociali», anzi «è la più politica tra le entità» non fosse altro perché il capitalismo non potrebbe pensarsi senza l’appropriazione del lavoro della natura e di chi naturalizza (schiavi, donne e animali). A partire da questa prospettiva, l’ecologia politica del sociologo francese si snoda lungo tre grandi direttive: il razzismo ambientale, la finaziarizzazione della natura e la militarizzazione dell’ecologia.
Razzismo ambientale è un modo per esprimere con chiarezza che le conseguenze della crisi ecologica non colpiscono – e, almeno per un bel po’, non colpiranno – uniformemente tutti gli appartenenti alla specie Homo sapiens – per non parlare degli altri viventi animali -, ma certe classi più di altre, come testimoniano, ad esempio, la localizzazione delle discariche di rifiuti tossici nei pressi della aree urbane più povere e marginalizzate o la prevalenza dei neri tra le vittime dell’uragano Katrina. Preso atto che la natura costituisce un ulteriore asse di distribuzione dei rapporti di forza e che le disuguaglianze ambientali non potranno che aumentare nel prossimo futuro, Keucheyan, invece di unirsi agli appelli fuorvianti secondo cui potremmo gestire il cambiamento climatico superando le divisioni di classe, genere e razza, passa ad analizzare i meccanismi che il capitalismo mette in atto per governare la crisi ecologica a proprio vantaggio.
Il primo di questi meccanismi è la finanziarizzazione della natura che è cresciuta esponenzialmente con l’aumentare del degrado ambientale. Come può l’impresa capitalista assicurare i propri beni e le proprie merci nel momento in cui il cambiamento climatico può causare danni enormi, correlati e difficilmente prevedibili nel tempo e nello spazio? Semplice: realizzando un sistema globalizzato di distribuzione dei rischi – con l’invenzione, tra gli altri, dei «derivati climatici» e delle «obbligazioni catastrofe» -, sistema che coinvolge anche gli Stati con la consueta funzione di collettivizzare i costi e di sorvegliare che la privatizzazione dei profitti prosegua indisturbata. La finanziarizzazione della natura è il più fulgido esempio contemporaneo della plasticità auto-rigenerativa del capitalismo di fronte alle sue stesse contraddizioni, in quanto «protegge l’investimento dalle conseguenze del cambiamento climatico e consente nel contempo di trarne profitto».
IL SECONDO MECCANISMO analizzato da Keucheyan è quello della militarizzazione dell’ecologia. «Nei ragionamenti dei militari» il cambiamento climatico non può che essere interpretato come «moltiplicatore di minacce» che, pertanto, necessita dell’intervento sempre più massiccio di «specialisti del caos». Al pari del precedente, anche questo meccanismo opera a livello transnazionale mobilitando, esattamente come nel caso del terrorismo, la retorica della sicurezza collettiva e la violenza materiale dell’apparato militar-industriale dell’Occidente. Con il crescere del disastro ambientale, la cornice capitalista non può che prevedere una sorta di guerra verde permanente per poter difendere i privilegi delle élite di fronte a moltitudini sterminate a cui manca o mancherà, letteralmente, la terra sotto ai piedi.
Ecco spiegato perché, per parafrasare Mark Fisher, ci è più facile immaginare la fine del mondo che quella del capitalismo: «il capitalismo non morirà di morte naturale» in quanto «non solo è capace di adattarsi alla crisi ambientale, ma anche di trarne vantaggio». Certo, forse non per sempre. Ma, piuttosto che affidare le sorti nostre e del mondo a una qualche forma di destinalità religiosa, non sarebbe ora di «politicizzare la crisi», di sottrarre il nostro destino alle mani del capitale?

giovedì 21 marzo 2019

Siccità e inondazioni in Kenya. La furia del ciclone in Mozambico, Malawi e Zimbabwe

dalla pagina https://ilmanifesto.it/siccita-e-inondazioni-il-ciclo-letale-in-kenya-un-milione-di-vite-a-rischio/

Siccità e inondazioni, il ciclo letale. In Kenya un milione di vite a rischio

Allarmi inascoltati. L'emergenza si ripropone al nord, dove l'80% dei residenti vive sotto la soglia di povertà

di 

Correva l’anno 2017 quando una grande siccità metteva a rischio la vita di oltre tre milioni di keniani, poi arrivò maggio 2018 e la vita degli abitanti della Rift Valley fu sconvolta da inondazioni che causarono almeno 100 morti e 242 mila sfollati.
SIAMO A MARZO 2019 e il tandem sembra ripetersi: la siccità sta mettendo a rischio la vita di più di un milione di persone in 12 delle 47 contee del Kenya.
Siccità e inondazioni determinano l’erosione dei suoli, ne impoveriscono la fertilità e di conseguenza la produttività (un recente studio indica la tendenza al ribasso di tutti i principali parametri di fertilità: il 45% dei terreni risulta acido, con carenze di azoto, fosforo e zinco). Non c’è humus, i terreni non trattengono l’umidità: la conseguenza è l’arrivo della siccità subito dopo le piogge: di conseguenza la produzione sia alimentare che vegetale è del 30% al di sotto della media. L’altro effetto è la perdita di impieghi nel settore agricolo che da solo garantisce il 42% dei posti di lavoro in buona parte piccoli agricoltori che da soli contribuiscono al 75% della produzione agricola totale. Questo alternarsi di siccità interrotte da inondazioni si è verificato nel 2004, 2006, 2009, 2011, 2014, 2016, 2017, 2018.
L’EPICENTRO DEL PROBLEMA è sempre il nord del Paese (Turkana, Isiolo, Garissa, Wajir, Kilifi, Baringo, Marsabit, fiume Tana, Samburu, Mandera, Kitui e Makueni), ma tra le 12 contee c’è anche Kajado che coincide con la vasta periferia della capitale. Tutte zone dove abitualmente l’80% dei residenti vive sotto la soglia di povertà, persone che non hanno scorte alimentari o di acqua, che vivono solo di pastorizia e quando la pioggia non arriva si muovono, seguono le stagioni, vanno alla ricerca di pozzi, si scontrano con altri gruppi per difendere pascoli e sorgenti, ma a un certo punto, dopo aver seguito ogni possibile itinerario si fermano e aspettano, perché l’unica cosa da fare e sperare nella pioggia. L’unica cosa che come l’amore non sceglie l’erba su cui cadere.
La National Drought Management Authority, autorità per la gestione della siccità, ha lanciato un appello dopo che oltre agli animali sono morte anche le persone. Il governo ha stanziato 1,35 miliardi di scellini (13,4 milioni di euro) per fornire aiuti alle popolazioni. Il vicepresidente del Kenya, William Ruto, ha dichiarato da Nairobi che «si tratta di una situazione ricorrente, ma non grave come l’anno scorso».
I TURKANA tramite uno dei loro leader, Francis Loropiyae, sostengono che avevano lanciato l’allarme nelle scorse settimane, ma nessuno li aveva presi sul serio: «Ci dicevano che stavamo mentendo». I primi anziani hanno iniziato a morire secondo quanto riferito dal chief di Kositei Jack Ronei «almeno 4 persone sono morte in conseguenza della fame e insieme a loro anche centinaia di animali». Ma questo è solo la parte più estrema del problema perché «quelli che sono vivi sopravvivono mangiano frutti selvatici come il sorich, che deve essere bollito per molte ore prima di eliminare il veleno e renderlo commestibile, anche se soprattutto, i bambini e gli anziani, dopo averlo mangiato soffrono di diarrea e vomito, ma non hanno scelta perché non c’è altro». A peggiorare la situazione sono arrivate le cavallette.
Il governo ha fatto arrivare i primi sacchi di mais e fagioli. Per Noellah Musundi della Croce rossa internazionale «non dovremmo mai permetterci di arrivare a questo punto».
-------------
La furia del ciclone Idai colpisce duro il Mozambico

Si temono oltre mille morti. La città di Beira distrutta al 90%. È emergenza anche in Malawi e Zimbabwe. E le prossime ore saranno critiche perché il livello delle acque è destinato a salire


Comunicazioni interrotte, ponti sbriciolati, intere città investite prima da raffiche di vento a 170 km orari, poi sommerse dall’acqua e dal fango per effetto delle piogge torrenziali che hanno fatto impazzire i fiumi; centinaia di migliaia di persone prive di rifornimenti, assistenza medica ed energia elettrica da giovedì scorso.
DA QUANDO CIOÈ IL CICLONE «Idai» si è abbattuto sulla costa centrale del Mozambico e ha proseguito la sua corsa verso l’interno, flagellando per giorni tutta la regione e causando inondazioni, distruzione, morte anche in Malawi e in Zimbabwe. Con un bilancio di vittime drammatico, che al momento è possibile solo ipotizzare. E localizzare come sempre nelle periferie urbane più degradate, nelle bidonville di lamiera o nei villaggi rurali più remoti, tra le fasce particolarmente fragili della popolazione civile.
IERI LE CIFRE UFFICIALI parlavano di circa 100 morti e 200 dispersi in Zimbabwe, quasi tutti nel distretto di Chimanimani, dove i soccorsi sono complicati dal crollo di ben 8 ponti; il bilancio in Malawi è invece di 56 vittime, centinaia di feriti e circa 90 mila sfollati.
Per il Mozambico ieri il conto era fermo a 84, ma già lunedì il presidente Filipe Nyusi rilevava come tutto facesse pensare a un numero di vittime superiore a mille. Le foto aeree e satellitari della regione colpita, per ora unici occhi aperti sulla tragedia, restituiscono in effetti un quadro agghiacciante: infrastrutture, aziende agricoli, villaggi e interi quartieri spazzati via.
PARTICOLARMENTE GRAVE appare la situazione nella città costiera di Beira, il quarto centro urbano del paese con quasi 500 mila abitanti, che risulta distrutto al 90% e con l’Ospedale centrale in buona parte fuori uso. In queste ore sono attese tre navi con cibo e medicine inviate dal governo indiano. Anche la Cina, che proprio a Beira stava per investire 120 milioni di dollari nel nuovo porto e sulle potenzialità del Mozambico con i suoi 3 mila km affacciati sull’Oceano Indiano crede molto, ha subito predisposto degli aiuti per i tre paesi sconvolti dal ciclone. Un aereo italiano è partito base Onu di Brindisi con un carico di attrezzatura di primo soccorso e assistenza.Da ieri sono a Beira anche delle squadre di soccorritori inviate dal vicino Sudafrica.
E Il governo mozambicano ha spostato qui la riunione d’emergenza che era prevista ieri nella capitale Maputo e si è poi protratta fino a tarda sera. Notizie frammentarie arrivano dal resto della provincia di Sofala, la più duramente colpita.
IN TOTALE SONO QUASI 2 MILIONI le persone coinvolte nell’emergenza e le prossime 48 ore saranno ancora critiche per il livello delle acque che in molte zone è destinato a salire ulteriormente, come fa sapere l’Ufficio di coordinamento degli affari umanitari dell’Onu (Ocha). Ad alto rischio sono i bacini dei fiumi Buzi e Pongoe e ancora i quartieri periferici della stessa Beira e di Dondo, importante centro dell’interno.

giovedì 14 marzo 2019

Giovani in piazza per salvare il pianeta

dalla pagina https://www.avvenire.it/attualita/pagine/giovani-in-piazza-per-salvare-il-pianeta

Daniela Fassini mercoledì 13 marzo 2019

Arriva anche in Italia il Global strike, lo sciopero dei giovanissimi per la difesa dell'ambiente. Attesi domani cortei in 140 città. E per una volta, i politici non avranno la parola

Riccardo, 13 anni, frequenta la scuola media. Francesca, 18 anni il liceo classico. Martina, 18 anni, il linguistico. Luca, 20 anni va all’università, come Federica, 24 anni. Sono solo alcuni dei giovani studenti che da qualche settimana, ogni venerdì, hanno aderito ai Fridays for future (i venerdì per il futuro, ndr) il movimento verde della giovane e ormai icona mondiale Greta Thunberg. Anche domani scenderanno in piazza per il primo Global strike, lo sciopero mondiale per chiedere ai politici un cambio di marcia. Provvedimenti per fermare il surriscaldamento del pianeta e contrastare i cambiamenti climatici. Rispetto all’onda verde che ha invaso l’Europa e il mondo intero, il movimento dei Fridays in Italia è arrivato più tardi (i primi presìdi del venerdì risalgono a fine dicembre). Ma in un paio di mesi ha già raccolto centinaia di attivisti. Tutti giovani, molti adolescenti (ma anche più piccoli) sostenuti dai genitori e dagli insegnanti. Tanto che in molte scuole, sono stati gli stessi dirigenti scolastici a diramare la circolare per informare e sostenere lo sciopero globale per il clima di domani.
«L’invito è di scendere in piazza» si legge ad esempio sulla circolare del Liceo scientifico Morgagni di Roma. Ma non ci si limita ad annunciare la protesta. La dirigente scolastica, infatti, invita i docenti a far vedere agli studenti due documentari, "Sei gradi possono cambiare il mondo" e "Before the flood - punto di non ritorno".
Intanto c’è fermento sul web. Da dove tutto è partito. Appuntamenti, presidi, incontri e dibattiti si rincorrono sui social e su WhatsApp. A Roma sono 50 gli utenti "attivisti" che animano 20 gruppi di messaggistica. «Si tratta di giovani che si sono mossi autonomamente – spiega Gianfranco – e che da giorni si stanno organizzando per la manifestazione di domani». In piazza non ci saranno sigle, l’unica ammessa è quella del Global strike.

continua...
---------------------------

dalla pagina https://ilmanifesto.it/sul-clima-il-movimento-del-futuro/

Il fatto della settimana. Parlano i giovani promotori delle manifestazioni in tutta Italia: «Difendiamo la Terra dai Grandi che la distruggono» In piazza anche prof e genitori

di Linda Maggiori

Anche nelle città italiane si espande la protesta studentesca contro il riscaldamento globale, sull’esempio di Greta Thunberg, sedicenne svedese, che a fine agosto 2018 aveva iniziato lo «sciopero scolastico per il clima». Greta continuò lo sciopero per tre settimane, poi ogni venerdì mattina. «Dite di amare i vostri figli sopra ogni cosa, invece gli state rubando il futuro», disse ai governanti di tutto il mondo, riuniti a Katowice, in Polonia, nel dicembre 2018. Poi, rivolta ai suoi coetanei, chiese loro di unirsi alla protesta con l’hashtag #Fridaysforfuture, #Climatestrike. Dalla Svezia, al Belgio alla Germania, dalla Francia all’Italia, ma anche oltreoceano, in tutto il mondo, milioni di ragazzi scendono in piazza ogni venerdì.

«Ero dormiente, finché ho sentito Greta parlare», racconta la ventenne Silvia Rigo del gruppo Fridays for future di Trento. «Greta è stata il primo lume, la prima fiammella, che ha incendiato la nostra generazione e non solo, non stavamo aspettando altro».
Universitari e liceali, ragazzini delle medie, ma anche i piccoli delle elementari, genitori, insegnanti, giovani e meno giovani, con cartelli e striscioni, protestano contro l’inerzia della politica. L’appuntamento che si danno è ogni venerdì, per poi confluire nel grande sciopero globale del 15 marzo. C’è chi è alla prima militanza ambientalista, e chi, come Aran Cosentino, nonostante i suoi 16 anni, ha già lottato per l’ambiente: «Sono cresciuto nella Valle del Natisone, in mezzo al bosco. Lo scorso anno mi sono battuto per salvare il torrente vicino casa,l’Alberone, uno degli ultimi torrenti alpini incontaminati in Italia, dal progetto di una centralina idroelettrica». Ci spiega: «Io non sono contro l’energia idroelettrica, ma in questo caso il progetto era inutile e dannoso, mi sono documentato, ho raccolto firme, e così è stato bloccato». Da gennaio Aran è entrato nel coordinamento nazionale del Fridays for Future e ogni venerdì si unisce ai giovani in piazza a Udine.

Anche Mia, 10 anni, domani andrà a manifestare in piazza a Vercelli. Seria e concentrata, spiega che «i grandi hanno fatto molti errori e stanno distruggendo la Terra, che è la nostra casa, l’unica che abbiamo. Questo rovinerà il mio futuro».

I dati sono incontrovertibili, i ragazzi chiedono solo di ascoltare gli scienziati: la concentrazione di anidride carbonica ha superato la media di 410 parti per milione (ppm) il livello più alto in almeno 800.000 anni. Gli scienziati ritengono che il mondo non abbia mai vissuto un aumento dei livelli di CO2 così veloce e intenso come questo, e che restano 12 anni prima di superare 1,5 gradi, con cambiamenti in tutto l’ecosistema totalmente irreversibili.

«È arrivato il momento di affrontare la crisi climatica come una crisi», scrivono i ragazzi del gruppo internazionale di coordinamento dello sciopero giovanile sul clima in una lettera aperta: «Non ci piegheremo a una vita di paura e devastazione. Abbiamo il diritto di poter vivere i nostri sogni e le nostre speranze».

Gli studenti mettono in discussione la stessa scuola. Secondo Silvia Rigo, «di riscaldamento globale e di ambiente a scuola se ne parla poco e male, si approfondisce solo se si ha la fortuna di incontrare qualche professore particolarmente virtuoso.

Ma non si può certo affidare il futuro alla fortuna ed è anche per questo che scioperiamo». Una posizione condivisa anche da Kladi Karaj, diciottenne da pochi giorni, che sta organizzando lo sciopero a Faenza: «Purtroppo nella mia scuola non si affronta minimamente il problema ambientale, non se ne parla. La mia scuola non appoggia né ostacola il nostro sciopero, resta indifferente. Ma non importa, noi andiamo avanti. Dopo il 15 marzo vorrei chiamare a parlare all’assemblea di istituto un esperto sui cambiamenti climatici». Nel quotidiano questi ragazzi spesso agiscono con più coerenza degli adulti: «Giro sempre in bici o coi mezzi pubblici, non mi interessa comprare un’auto né prendere la patente».

Giovanni Mattioli, studente di Medicina, tra gli organizzatori dei Fridays for future di Perugia, ci spiega: «Nel nostro gruppo siamo universitari, liceali e ragazzini delle medie, ma anche prof, genitori e pensionati. Vogliamo che siano rispettati gli accordi di Parigi sul clima ma abbiamo anche rivendicazioni più locali: vogliamo un sistema di trasporti pubblici efficiente e ben connesso, consumo di suolo zero, energia rinnovabile, rivogliamo il vuoto a rendere. Vogliamo soprattutto che nelle scuole si facciano corsi sul tema dell’ambiente».
In Italia un ampio gruppo di associazioni, giornalisti, attivisti, sostengono la protesta. «Prendiamoci in mano i destini della Terra e obblighiamo i governi a seguirci», recita l’appello comparso su Change.org.

«Sono cresciuto nella Terra dei Fuochi, in un ambiente violentato dall’uomo», racconta Vincenzo Mautone, 19 anni, studente universitario di Napoli, originario di Caivano. Con alcuni suoi amici e docenti ha creato il gruppo Friday for future di Napoli. A tutti quelli che dicono che scendere in piazza è inutile, Vincenzo lancia un messaggio: «Manifestare non è ridicolo, genera cambiamento. Mentre volantiniamo entriamo nei negozi e parliamo con i negozianti, spieghiamo i problemi che causa la plastica usa e getta, invitiamo a cambiare». La mappa dei Fridays for future si aggiorna, la protesta dilaga in quasi tutte le città, con più di 150 gruppi attivi, dal Nord al Sud Italia, dalle grandi città ai paesi.
Isabella Mannini, 25 anni, una delle organizzatrici della manifestazione di Firenze, pensa al dopo: «Continueremo ad organizzare altri presidi. Speriamo di poterci mettere a un tavolo di discussione con le istituzioni». Alcuni ragazzi inoltre sottolineano la necessità di strutturarsi in un movimento democratico, indipendente, apartitico, che si occupa di ambientalismo in maniera diretta.

Ma tanti giovani restano ancora indifferenti: «Trovo incredibile che tanti miei coetanei pensino solo a fare l’aperitivo con il bicchiere e la cannuccia di plastica, a buttare la sigaretta per terra, ad usare la macchina per 100 metri e a fregarsene delle conseguenze», sottolinea con amarezza Caterina Noto, 25 anni, gelataia e studentessa, che per prima ha iniziato la protesta a Bologna.

Tra le ragazzine più attive nel maceratese c’è Aurora, 16 anni, come alcuni la definiscono, la «Greta di Tolentino»: «Ero già impegnata in progetti sui cambiamenti climatici come Plan for the Planet, poi quando ho sentito il messaggio di Greta, ho deciso di scendere in piazza. A Macerata stiamo organizzando una grande manifestazione, spero saremo in tanti».

I ragazzi e le ragazze chiedono ai governanti di rispettare gli accordi di Parigi, ma anche «di cambiare un sistema produttivo e di consumo malato», afferma Silvia Rigo: «Vogliamo far comprendere anche ai più cocciuti che è stata l’indifferenza delle passate generazioni a costringere la nostra a scendere per strada, che tutti i conti oggi devono essere pagati, che cambiare strada non è più un’opzione ma un’irrimediabile necessità».

sabato 9 marzo 2019

Oikos: Altri sguardi sui migranti...

OIKOS ASSOCIAZIONE DI PSICOLOGIA
contrà Santa Barbara 33, Vicenza

SEMINARIO

ALTRI SGUARDI SUI MIGRANTI: VISIONI
PSICOLOGICHE, SOCIALI, ANTROPOLOGICHE 
E ARTISTICHE A CONFRONTO


Sabato 16 e 23 marzo ore 15.30

Presso il Palazzo del Monte di Pietà, contrà del Monte 13, Vicenza

Coordina Patrizia Garbin, psicoterapeuta

INGRESSO LIBERO

mercoledì 6 marzo 2019

Vicenza: 8 marzo con Presenza Donna

Due appuntamenti, in ascolto delle voci di speranza delle donne africane

In occasione della Festa della donna, l’associazione Presenza Donna propone quest’anno due appuntamenti di riflessione, testimonianza e confronto, connotati dall'attenzione alle voci delle donne africane.

*** venerdì 8 marzo, ore 20.30, Chiesa di S. Carlo al Villaggio del sole (Via Colombo 45, Vicenza)
PREGHIERA AL FEMMINILE: “Donna, sei liberata” - Voci di speranza dall’Africa

L’ormai tradizionale momento di preghiera e di meditazione al femminile che da diciannove anni accompagna la Giornata della donna in città. Una serata di ascolto, testimonianze, canti e gesti condivisi. Al centro della proposta, la storia di liberazione della “donna curva” riportata nel Vangelo di Luca (13,10-17). Accanto al commento biblico di don Dario Vivian, la significativa testimonianza di Anna Pozzi, giornalista e scrittrice esperta della situazione africana, che racconterà le storie di tante “donne curve” che oggi continuano a cercare liberazione.

*** sabato 9 marzo, ore 16.00, CDS Presenza Donna (C.trà S. Francesco Vecchio 20, Vicenza)
CONFERENZA: Sguardi di donne dall’Africa. Nuove leadership femminili - con la giornalista Anna Pozzi, modera Lauro Paoletto (La Voce dei Berici)

Un’occasione di confronto e approfondimento, per guardare a una realtà diversa dalla nostra ma anche farsi guardare e provocare da essa. Donne che hanno saputo rialzarsi e riscattarsi; donne che hanno contribuito a guarire alcune ferite di cui l’Africa soffre a causa delle tante guerre, della violenza e della povertà. Donne, spesso anonime, che diventano occasione di speranza, poiché sono “artigiane di pace, portatrici di valori e di sapienza, grandi lavoratrici e silenziose lottatrici, alla ricerca faticosa di libertà e dignità, per sé e per i propri figli” (A. Pozzi).
Anna Pozzi, giornalista di “Mondo e Missione” e scrittrice, dal 2007 segue un progetto dedicato alla tratta di donne nigeriane per lo sfruttamento sessuale denominato “Mai più schiave”, e ha pubblicato numerosi libri su questi temi ed esperienze.


Gli eventi sono proposti in collaborazione con l’Ufficio pellegrinaggi diocesano e con la parrocchia di San Carlo.

domenica 3 marzo 2019

Se la terra si beve il latte

dalla pagina http://www.vocedeiberici.it/la-terra-si-beve-latte/

di Matteo Pasinato

Davanti ai nostri occhi, in questi tempi, sta una scena che fa impressione: allevatori che versano il latte per terra, piuttosto che nella tazza delle nostre tavole. E la prima cosa che viene alla mente è il saggio proverbio: non serve a nulla piangere sul latte versato.

Bisogna piangere o no, sul latte versato?

Il vecchio proverbio invita a non pensare troppo tardi. Non insegna che è inutile pensare, o che bisogna lasciar perdere quello che succede e andare avanti come se niente fosse. Piangere sul latte che va fuori dal recipiente, è inutile se non pensi al prossimo latte, e al prossimo recipiente. Il latte che trabocca mi avverte: ne hai versato troppo. Oppure: hai preso un recipiente troppo piccolo. Non serve piangere sul latte … ma pensare meglio a te, quando riempi la tazza.

E allora?

Siamo spettatori di lavoratori che versano il latte non perché sono stufi di lavorare, o perché sono sbadati e ne producono troppo. Versano il latte perché il loro lavoro non conta niente. Versano il latte perché le grandi imprese decidono “da sole” il prezzo. «Ma il prezzo è ingiusto» dicono gli allevatori. «È il mercato che decide il prezzo dei prodotti», dicono le imprese. Sta di fatto che il latte viene buttato via. Qualcosa non funziona. Se la terra è costretta a bere il latte c’è qualcosa che non funziona. Come quando il mare è costretto a “bere” uomini e donne: c’è qualcosa che non funziona. Come quando le banche “bevono” i risparmi onesti della gente: c’è qualcosa che non funziona.

Posso domandarmi: e cosa non funziona?

Il discorso non è così semplice. E chi lo rende semplice, forse ci vuole prendere in giro. Però la scena del “versare il latte per terra” fa impressione. Ci offre un piccolo segnale e un invito all'attenzione.

Attenzione a cosa?

Facciamo attenzione a cosa si sta versando dentro le nostre teste, per non piangere inutilmente dopo che le reazioni diventano eccessive, e dopo che la famosa goccia fa traboccare il vaso.
Nella nostra testa stiamo versando a dosi massicce – un piccolo messaggio: «prima noi», «prima me», «prima il mio interesse» …

Che sia questo che non funziona?

Perché questa è l’idea che in molti mettiamo in pratica: io penso a me stesso … e gli altri si arrangino. Ma questa non può essere la regola per coltivare e custodire la terra. La regola dovrebbe essere un’altra: la giustizia. E siccome non è giusto che gli allevatori siano costretti a buttare il latte del loro lavoro, allora non è giusto che il prezzo sia deciso solo dall'industria che fa il proprio interesse. Se non è giusto che persone siano “bevute” dal mare, allora non è giusto che l’unica soluzione sia “chiudere i porti”. Se non è giusto che le banche “si mangino” gli onesti risparmi, allora non è giusto che vogliamo “fare soldi a tutti i costi”.

La giustizia è mettere insieme il mio lavoro e quello degli altri, la mia sicurezza e quella degli altri, i miei beni e quelli degli altri …

Versare nella propria testa qualcos'altro, che non sia questa alluvione pericolosa del «prima noi!». Perché, con questa regola, tutti butteranno via qualcosa. Gli allevatori butteranno il latte, e le imprese butteranno via gli allevatori. E ciascuno sarà soddisfatto che la regola del «prima noi» è salva.

Mentre la terra si beve il latte, e gli uomini sono ormai a secco di giustizia.

giovedì 28 febbraio 2019

primolunedìdelmese, "Questione migranti": la nuova normativa, la situazione nel vicentino


primolunedìdelmese

Anno XXI - Incontro n. 165

4 Marzo 2019 - ore 20:30

presso Cooperativa Insieme, via Dalla Scola 253, Vicenza

"Questione migranti":

la nuova normativa,

la situazione nel vicentino

Ne parliamo con

Igor Brunello

avvocato Associazione per gli Studi Giuridici sull'Immigrazione (ASGI)

e

Chiara Tagliaro

Progetto Accoglienza Richiedenti Asilo, Cosmo SCS, Vicenza

sabato 23 febbraio 2019

La “differenza cristiana”

dalla pagina https://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/12848-la-differenza-cristiana

24 febbraio 2019

VII domenica del tempo Ordinario
Lc 6,27-38
di ENZO BIANCHI 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli 27 :« A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, 28benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. 29A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l'altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. 30Da' a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro. 31E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. 32Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. 33E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. 34E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. 35Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell'Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. 36Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. 37Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. 38Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».

Alla proclamazione delle beatitudini, nel vangelo secondo Luca come in quello secondo Matteo, segue da parte di Gesù un discorso indirizzato a quella folla che era venuta ad ascoltarlo quando era disceso con i Dodici dalla montagna (cf. Lc 6,17). In Luca questo insegnamento è più breve e ha una tonalità diversa. In esso non è più registrato il confronto, anche polemico, con la tradizione degli scribi di Israele, ma emerge piuttosto la “differenza cristiana”che i discepoli di Gesù devono saper vivere e mostrare rispetto alle genti, ai pagani in mezzo ai quali si collocano le comunità alle quali è rivolto il vangelo.
“A voi che ascoltate, io dico…”. Sono le prime parole di Gesù, che introducono una domanda, un comando, un’esigenza fondamentale: “Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano”. Certo, queste parole sono collegate alla quarta beatitudine indirizzata ai discepoli perseguitati (cf. Lc 6,22-23), ma appaiono rivolte a ogni ascoltatore che vuole diventare discepolo di Gesù. L’amore dei nemici non è dunque soltanto un invito a un’estrema estensione del comandamento dell’amore del prossimo (cf. Lv 19,18; Lc 10,27), ma è un’esigenza prima, fondamentale, che appare paradossale e scandalosa. I primi commentatori del vangelo con ragione hanno giudicato questo comando di Gesù una novità rispetto a ogni etica e sapienza umana, e gli stessi figli di Israele hanno sempre testimoniato che con tale esigenza Gesù andava oltre la Torah.
Per questo dobbiamo chiederci: è possibile per noi umani amare il nemico, chi ci fa del male, chi ci odia e vuole ucciderci? Se anche Dio, secondo la testimonianza delle Scritture dell’antica alleanza, odia i suoi nemici, i malvagi, si vendica contro di loro (cf. Dt 7,1-6; 25,19; Sal 5,5-6; 139,19-22; ecc.) e chiede ai credenti in lui di odiare i peccatori e di pregare contro di loro, potrà forse un discepolo di Gesù vivere un amore verso chi gli fa del male? Diamo troppo per scontato che questo sia possibile, mentre dovremmo interrogarci seriamente e discernere che un amore simile può solo essere “grazia”, dono del Signore Gesù Cristo a chi lo segue. Anche nel nostro vivere quotidiano non è facile relazionarci con chi ci critica e ci calunnia, con chi ci fa soffrire pur senza perseguitarci a causa di Gesù, con chi ci aggredisce e rende la nostra vita difficile, faticosa e triste. Ognuno di noi sa quale lotta deve condurre per non ripagare il male ricevuto e sa come sia quasi impossibile nutrire nel cuore sentimenti di amore per chi si mostra nemico, anche se non ci si vendica nei suoi confronti.
Con questo comando, che lui stesso ha vissuto fino alla fine sulla croce chiedendo a Dio di perdonare i suoi assassini (cf. Lc 23,34), Gesù chiede ciò che solo per grazia è possibile e, significativamente, è sempre Luca a testimoniare che con questo sentimento dell’amore verso i nemici è morto il primo testimone di Gesù, Stefano, il quale ha chiesto a Gesù suo Signore di non imputare ai suoi persecutori la morte violenta che riceveva da loro (cf. Lc 7,60). Gesù dunque qui rompe con la tradizione e innova nell’indicare il comportamento del discepolo, della discepola: ecco la giustizia che va oltre quella di scribi e farisei (cf. Mt 5,20), ecco la fatica del Vangelo, ecco – direbbe Paolo – “la parola della croce” (1Cor 1,18). Amare (verbo agapáo) il nemico significa andare verso l’altro con gratuità anche se ci osteggia, significa volere il bene dell’altro anche se è colui che ci fa del male, significa fare il bene, avere cura dell’altro amandolo come se stessi. E Gesù fornisce degli esempi, indica anche dei comportamenti esteriori da assumere, espressi alla seconda persona singolare: non fare resistenza a chi ti colpisce e neppure a chi ti ruba il mantello; dona a chi tende la mano, chiunque sia, conosciuto o sconosciuto, buono o cattivo, e non sentirti mai creditore di ciò che ti è stato sottratto. Ciò non significa però assumere una passività, una resa di fronte a chi ci fa il male, e Gesù stesso ce ne ha dato l’esempio quando, percosso sulla guancia dalla guardia del sommo sacerdote, ha obiettato: “Se ho parlato bene, perché mi percuoti?” (Gv 18,23).
A questo punto Gesù formula la “regola d’oro”, che riporta il discorso alla seconda persona plurale: “Come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro”. Regola formalizzata in positivo, nella quale la reciprocità non è invocata come diritto e tanto meno come pretesa, ma come dovere verso l’altro misurato sul proprio desiderio: “fare agli altri ciò che desidero sia fatto a me”. Pochi anni prima del ministero di Gesù rabbi Hillel affermava: “Ciò che non vuoi sia fatto a te, non farlo al tuo prossimo”. Ma Gesù conferisce a tale istanza una forma positiva, chiedendo di fare tutto il bene possibile al prossimo, fino al nemico.
Solo così, amando gli altri senza reciprocità, facendo del bene senza calcolare un vantaggio e donando con disinteresse senza aspettare la restituzione, si vive la “differenza cristiana”. In questo comportamento c’è il conformarsi del discepolo al Dio di Gesù Cristo, quel Dio che Gesù ha narrato come amoroso, capace di prendersi cura dei giusti e dei peccatori, dei credenti e degli ingrati. Se Dio non condiziona il suo amore alla reciprocità, al ricevere una risposta, ma dona, ama, ha cura di ogni creatura, anche il cristiano dovrebbe comportarsi in questo modo nel suo cammino verso il Regno, in mezzo all’umanità di cui fa parte.
Dopo aver ribadito il comandamento dell’amore dei nemici, Gesù fa una promessa: ci sarà “una ricompensa (misthós) grande” nei cieli ma già ora in terra, qui, i discepoli diventano figli di Dio perché si adempie in loro il principio “tale Padre, tale figlio”. Imitare Dio, fino a essere suoi figli e figlie: sembra una follia, una possibilità incredibile, eppure questa è la promessa di Gesù, il Figlio di Dio che ci chiama a diventare figli di Dio. Se nella Torah il Signore chiedeva ai figli di Israele in alleanza con lui: “Siate santi, perché io sono Santo” (Lv 19,2), e questo significava essere distinti, differenti rispetto alla mondanità, in Gesù questo monito diventa: “Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso”. Nella tradizione delle parole di Gesù secondo Matteo il comando risuona: “Siate perfetti (téleioi) come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,48). Qui invece ciò che viene messo in evidenza è la misericordia di Dio; d’altronde, già secondo i profeti, la santità di Dio era misericordia, si mostrava nella misericordia (cf. Os 6,6; 11,8-9). La misericordia, l’amore viscerale e gratuito del Signore che è “compassionevole e misericordioso” (Es 34,6), deve diventare anche l’amore concreto e quotidiano del discepolo di Gesù verso gli altri, amore illustrato da due sentenze negative e due positive.
Innanzitutto: “Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati”, perché nessuno può prendere il posto di Dio quale giudice delle azioni umane e di quanti ne sono responsabili. Si faccia attenzione e si comprenda: Gesù non ci chiede di non discernere le azioni, i fatti e i comportamenti, perché senza questo giudizio (verbo kríno) non si potrebbe distinguere il bene dal male, ma ci chiede di non giudicare le persone. Una persona, infatti, è più grande delle azioni malvagie che compie, perché non possiamo mai conoscere l’altro pienamente, non possiamo misurare fino in fondo la sua responsabilità. Il cristiano esamina e giudica tutto con le sue facoltà umane illuminate dalla luce dello Spirito santo, ma si arresta di fronte al mistero dell’altro e non pretende di poterlo giudicare: a Dio solo spetta il giudizio, che va rimesso a lui con timore e tremore, riconoscendo sempre che ciascuno di noi è peccatore, è debitore verso gli altri, solidale con i peccatori, bisognoso come tutti della misericordia di Dio.
Al discepolo spetta dunque – ecco le affermazioni in positivo – di perdonare e donare: per-donare è fare il dono per eccellenza, essendo il perdono il dono dei doni. Ancora una volta le parole di Gesù negano ogni possibile reciprocità tra noi umani: solo da Dio possiamo aspettarci la reciprocità! Il dono è l’azione di Dio e deve essere l’azione dei cristiani verso gli altri uomini e donne. Allora, nel giorno del giudizio, quel giudizio che compete solo a Dio, chi ha donato con abbondanza riceverà dal Signore un dono abbondante, come una misura di grano che è pigiata, colma e traboccante. L’abbondanza del donare oggi misura l’abbondanza del dono di Dio domani. La “differenza cristiana” è a caro prezzo ma, per grazia del Signore, è possibile.

mercoledì 20 febbraio 2019

Da Hiroshima a oggi, la corsa agli armamenti

riproponiamo un articolo di un anno fa... 

da il manifesto del 20 febbraio 2018
dalla pagina https://ilmanifesto.it/da-hiroshima-a-oggi-la-corsa-agli-armamenti/

Scaffale«Guerra Nucleare. Il giorno prima» di Manlio Dinucci, edito da Zambon. È la storia di una potenza distruttiva tale da cancellare la specie umana e quasi ogni altra forma di vita dalla faccia della Terra, sconvolgendone l’intero ecosistema

di 

La lancetta dell’«Orologio dell’Apocalisse» – il segnatempo che sul Bollettino degli Scienziati Atomici statunitensi indica a quanti minuti siamo dalla mezzanotte della guerra nucleare – è stata spostata da 3 a mezzanotte nel 2015 a 2 minuti nel 2018. Tale fatto passa però inosservato o, comunque, non suscita particolari allarmi.
Sembra di vivere in un film, in particolare in The Day After (1983), in quella cittadina del Kansas dove la vita scorre tranquilla accanto ai silos dei missili nucleari, con la gente che il giorno prima ascolta distrattamente le notizie sul precipitare della situazione internazionale, finché vede i missili lanciati contro l’Urss e poco dopo spuntare i funghi atomici delle testate nucleari sovietiche.
Questa la presentazione (e motivazione) del libro di Manlio Dinucci Guerra Nucleare. Il giorno prima (Zambon Editore, pp.304, euro 15). Il testo, molto documentato e allo stesso tempo di agevole lettura, ricostruisce la storia della corsa agli armamenti nucleari dal 1945 ad oggi, sullo sfondo dello scenario geopolitico mondiale, contribuendo a colmare il vuoto di informazione su questo tema di vitale importanza.
UNA STORIA, quella della Bomba, che potrebbe mettere fine alla Storia: per la prima volta è stata creata nel mondo una potenza distruttiva tale da cancellare la specie umana e quasi ogni altra forma di vita dalla faccia della Terra, sconvolgendone l’intero ecosistema. Dal 1945, l’anno in cui con il bombardamento atomico Usa di Hiroshima e Nagasaki inizia la corsa agli armamenti nucleari, al 1991, l’anno in cui la disgregazione dell’Unione Sovietica segna la fine della guerra fredda, vengono fabbricate circa 125mila testate nucleari con una potenza complessiva equivalente a quella di oltre un milione di bombe di Hiroshima. In stragrande parte dagli Stati uniti e dall’Unione sovietica, il resto da Francia, Gran Bretagna, Cina, Pakistan, India, Israele e Sudafrica (l’unico paese che rinuncerà in seguito a tali armi). Più volte si corre il rischio di una guerra nucleare per errore, mentre i test nell’atmosfera e le fuoriuscite di radioattività provocano enormi danni ambientali e sanitari.
Con la fine della guerra fredda, i trattati vengono sempre più svuotati di reale contenuto fondamentalmente a causa del tentativo degli Stati uniti di accrescere il loro vantaggio strategico sulla Russia. E mentre la Nato si espande fin dentro il territorio dell’ex Urss, e le forze statunitensi e alleate passano di guerra in guerra presentata ai subalterni governati e teleguidati spesso come «umanitaria» (Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Libia e altre), la corsa agli armamenti nucleari, trainata dagli Stati uniti, si sposta sempre più dal piano quantitativo a quello qualitativo, ossia sul tipo di piattaforme di lancio (da terra, dal mare, dall’aria e probabilmente anche dallo spazio esterno) e sulle capacità offensive delle testate nucleari. Nel frattempo si aggiunge alle potenze nucleari la Corea del Nord.
SI ARRIVA COSÌ alla fase odierna, resa ulteriormente pericolosa dalla nuova dottrina nucleare degli Stati uniti. Dalla strategia della «mutua distruzione assicurata» (il cui acronimo Mad equivale alla parola inglese «pazzo») – adottata durante la guerra fredda quando ciascuna delle due superpotenze sapeva che, se avesse attaccato l’altra con armi nucleari, sarebbe stata a sua volta distrutta – il Pentagono passa alla strategia del first strike (primo colpo), cercando di acquisire la capacità di disarmare la Russia con un attacco di sorpresa. Grazie alle nuove tecnologie – scrive Hans Kristensen della Federazione degli scienziati americani – la capacità distruttiva dei missili balistici Usa si è triplicata.
ARMI NUCLEARI, sistemi spaziali, aerei robotici e cyber-armi vengono sempre più integrati, insieme ai mezzi di guerra elettronica e allo «scudo anti-missili», installato ormai in Polonia e con riarmo atlantico di tutti i Paesi dell’est, vale a dire dell’ex Patto di Varsavia che si è da tempo sciolto, nel 1995, mentre la Nato non solo non si estingue ma diventa sempre più l’unica sede della politica estera dell’inesistente Unione europea. Come contromisura la Russia sta rimuovendo sempre più i missili balistici intercontinentali dai silos, vulnerabili da un first strike, installandoli su lanciatori mobili tenuti costantemente in movimento per sfuggire ai satelliti militari e a un eventuale attacco missilistico di sorpresa.
Nel crescente confronto nucleare l’Italia – che sembra vivere nella «tranquilla» cittadina del Kansas del film Day after – è in prima fila, avendo sul proprio territorio bombe statunitensi B-61 che, dal 2020. saranno rimpiazzate dalle ancora più pericolose B61-12.
OCCORRE BATTERSI in campo aperto perché l’Italia cessi di violare il Trattato di non-proliferazione, imponendo agli Stati uniti di rimuovere immediatamente le loro armi nucleari dal nostro territorio nazionale, e contemporaneamente perché l’Italia, liberandosene, aderisca al Trattato delle Nazioni Unite sulla proibizione delle armi nucleari. Questo è l’unico modo concreto che abbiamo in Italia per contribuire alla eliminazione delle armi nucleari dalla faccia della Terra. A proposito: c’è qualcuno che nei programmi elettorali ha questo all’ordine del giorno? Sarebbe, tra le poche l’unica promessa accettabile. Finché siamo in tempo, il giorno prima.

domenica 17 febbraio 2019

I nuovi schiavi condannati all'invisibilità

da il manifesto del 17 febbraio 2019
dalla pagina https://ilmanifesto.it/i-nuovi-schiavi-condannati-allinvisibilita/

di 


I fatti sono più che noti, anche se affondano nella melma dell’indifferenza, della noia e del pregiudizio che sommerge buona parte della nostra società: nelle campagne si muore di freddo, di canicola e di esaurimento nei campi, oltre che di fuoco negli incendi dei ripari di fortuna. E si muore di sparizione violenta, come i braccianti polacchi di cui anni fa si sono perse le tracce (se n’era occupato ampiamente il compianto Alessandro Leogrande).
Millecinquecento sarebbero i decessi sul lavoro nelle campagne, in sei anni. Braccianti italiani e migranti si schiantano dieci ore al giorno per pochi euro nella raccolta di pomodori e agrumi, vittime del caporalato e di mafie locali e industriali: il settore agricolo, al nord e al sud, campa su un trattamento che secoli fa era riservato solo agli schiavi. In più, gli stranieri si trovano, grazie al decreto sicurezza voluto da Salvini e Di Maio, in una condizione di precarietà che li espone a condizioni di vita sempre peggiori e al ricatto di padroncini e profittatori.
Questa è semplicemente la realtà che fa da sfondo all’ennesima morte nell’incendio della baraccopoli di san Ferdinando.
La logica dello sfruttamento, che nessuna legge sul caporalato è stata in grado di limitare – anche per l’opposizione della Lega alla sua applicazione – è ovviamente la prima responsabile di queste tragedie.
I profitti del settore agroalimentare si basano sulla compressione spasmodica dei salari e sulla durata abnorme della giornata di lavoro. L’illegalità estrema delle condizioni di lavoro è alla base di quello che si può definire come un vero e proprio modo di produzione schiavistico. Ma a questo appartengono anche la gestione dei trasporti dei lavoratori (tra il 4 e il 6 agosto 2018 morirono 16 migranti in due incidenti stradali nel foggiano) e le condizioni di vita nelle baraccopoli. Si muore sul lavoro e si rischia la morte per lavorare.
La cultura – chiamiamola così – del governo in carica è del tutto coerente con un sistema di sfruttamento del lavoro che un certo illuminismo riteneva superato da secoli. Da una parte c’è l’elargizione grillina di un «reddito di indigenza», subordinato a sistemi disciplinari e di controllo degni dell’Inghilterra settecentesca. Dall’altra, la cultura politica leghista, incarnata nel corporativismo della piccola azienda, della famiglia in cui lavoratori e padroni sono sulla stessa barca, è profondamente ostile allo sviluppo di logiche sindacali e rivendicative sanamente conflittuali. Il conflitto materiale sul luogo di lavoro è stato sostituito, nel corso degli ultimi decenni, e con il contributo decisivo del riformismo, da conflitti emotivi, basati sull’esistenza di un nemico simbolico: lo straniero, il migrante, il profugo, il «negro» che preme alle porte.
E qui veniamo al luogo in cui tutti questi cambiamenti precipitano: l’umanità marginale, superflua, eccedente, costretta a vivere nelle discariche per sopravvivere con 25 euro al giorno.
L’obiettivo politico di Salvini non è, né mai potrà essere, eliminare le basi dello sfruttamento e le condizioni disumane di vita dei migranti impiegati in agricoltura. È eliminare la visibilità loro e dei loro insediamenti, con un duplice profitto: confermarsi come il politico dell’ordine a tutti i costi e rendere ancora più ricattabile l’umanità alla deriva nelle nostre campagne.
La chiusura degli Sprar, l’abolizione della protezione umanitaria e la stretta contro gli stranieri devianti hanno come effetto principale la riduzione dei migranti a schiavi potenziali. E qui, si scopre facilmente, tutto si tiene: se l’eliminazione delle Ong dal Mediterraneo, a partire dalla campagna contro i «taxi del mare», rende invisibili, e quindi accettabili, i naufragi, la ruspa promessa da Salvini contro le baraccopoli rende invisibile l’esistenza dei nuovi schiavi.
Tutto si tiene: il nazionalismo esasperato, la xenofobia diffusa alimentata dal discorso politico, l’offa gettata ai poveri in cambio di un po’ di consenso elettorale, la marginalizzazione dei marginali. Finché, si spera, i sostenitori di questo governo cominceranno ad accorgersi del tranello in cui sono caduti.