Attenzione a sottovalutare la portata politica e le conseguenze dell’approvazione del trattato commerciale tra Canada e Unione Europea, il cosiddetto Ceta, in votazione nei prossimi giorni al Senato
Edoardo Zanchini, vicepresidente Legambiente
23/7/2017
Attenzione a sottovalutare la portata politica e le conseguenze
dell’approvazione del trattato commerciale tra Canada e Unione Europea,
il cosiddetto Ceta, in votazione nei prossimi giorni al Senato.
Lo dimostra, ad esempio, il modo in cui il Pd sta organizzando il
voto dei suoi parlamentari, per evitare sorprese, dopo che diversi
presidenti regionali, a partire da Zingaretti, Emiliano e Zaia hanno
scelto di esprimere pubblicamente il loro dissenso.
Ma lo si può leggere anche dal modo con cui il Ministro dello
Sviluppo Economico, Carlo Calenda, sta rispondendo alle critiche e
provando a rilanciare un dibattito sul tema della globalizzazione e
contro l’isolamento e il protezionismo. Secondo il Ministro quanto
raggiunto rappresenterebbe un enorme passo avanti in termini di
riduzione dei dazi sulle merci scambiate e, in ogni caso, l’essenza di
un negoziato sta nel raggiungimento di un compromesso.
Il non detto è però che il compromesso è stato trovato sacrificando sul tavolo negoziale l’agricoltura italiana.
Come per il Ttip – il trattato commerciale «gemello» con gli Stati
Uniti, che aveva avuto prima uno stop da parte di Francia e Germania e
poi uno definitivo con l’elezione di Trump – per i negoziatori nord
americani due condizioni erano pregiudiziali: l’apertura dei mercati
europei ai prodotti agricoli nordamericani e la garanzia sugli
investimenti delle imprese attraverso arbitrati extragiudiziali. Ha un
bel dire Calenda che bisogna fidarsi della controparte, in particolare
quando ha il viso rassicurante di Justin Trudeau, e di chi fa la
trattativa. Perché è proprio qui l’errore, nell’idea che si possa
scambiare l’azzeramento dei dazi di cui beneficeranno le Pmi italiane,
di per se positivo, con l’invasione di grano che ha avuto trattamenti
intensivi con glifosate, vietato in Italia, di formaggi e salumi dai
nomi fintamente italiani, di carni sottoposte a trattamenti con ormoni
per l’accrescimento vietati da noi.
Proprio per queste ragioni si può essere contro questo accordo. I
prodotti italiani sono infatti apprezzati dal Canada alla Cina per una
qualità che ha dietro la forza di un modello economico e di
biodiversità, fatto da migliaia di piccole imprese dell’agroalimentare
che tutelano le proprie produzioni tipiche e si stanno sempre più
riconvertendo al biologico. Non capire questo e rivendicare che 41 Dop
italiane (su 289) saranno garantite, è davvero miope.
Anche perché questo trattato crea un precedente in termini di dumping
ambientale e indirettamente sociale, oltre che di giurisdizioni
speciali per le imprese che potrà essere copiato in tutti i futuri
accordi con altri Paesi.
Invece di militarizzare i propri parlamentari, per evitare sorprese
nel voto, il Pd dovrebbe riconoscere il grave errore politico che ha
commesso nel lasciare la trattativa in mano a Calenda. Il quale, va
riconosciuto, ha svolto anche in questo caso benissimo il ruolo di
avvocato di Confindustria.
Ma per dirla con le parole di Michael J. Sandel, non tutto è in
vendita, ha un prezzo o può essere oggetto di trattativa. Se i nostri
amici Canadesi non sono disponibili a rivedere i trattati commerciali
per aumentare gli scambi con l’Europa, se non a fronte di concessioni
inderogabili, chi fa politica deve saper dire dei no. Ed è anche dallo
stop a trattati di questo tipo che può nascere un confronto che guardi
al mondo di domani, alle regole per il movimento delle merci ma anche ai
diritti delle persone, evitando di dare spago a chi soffia su venti
razzisti e isolazionisti.