mercoledì 6 settembre 2017

Una speranza c’è

dalla pagina http://www.azionenonviolenta.it/una-speranza-ce/

Difesa, Nonviolenza, Pace - 4 settembre 2017

In Italia vigili del fuoco incendiano e poi spengono. Fare cose apparentemente inconciliabili è prassi diffusa. In Libia fedelissimi del nostro “amico” presidente Serraj vendono immigranti ai contrabbandieri. 

I responsabili della sicurezza dei pozzi petroliferi danno il carburante agli scafisti, ai quali consegnano migranti dopo i lavori forzati nel pozzi. Almeno un comandante della Guardia costiera copre questi traffici, sparando, se occorre, alle navi delle Ong. I migranti, soccorsi e recuperati dalla guardia costiera, tornano in centri di detenzione per essere rivenduti ad altri scafisti. Così risulta da un primo dossier (299 pagine) dell’Onu, che rivela nomi e incarichi del business. Andrà meglio la collaborazione con il generale Haftar, che comanda Tobruk e dintorni, mentre Serraj governa da Tripoli? Pare che il nostro governo ci conti. Ha ripreso, forse principalmente per questo, le relazioni diplomatiche con l’Egitto, sostenitore di Haftar, dopo una sospensione per l’efferato assassinio del giovane Regeni.

Ci sono di quelli, invece, che fanno con coerenza e sacrificio le cose per le quali sono pubblicamente impegnati. Questa assenza di doppiezza e di duttilità li rende sospetti. È il caso delle Ong, che si sono adoperate, in collaborazione con la Guardia costiera italiana, nel salvare vite in mare. Li si spinge in ogni modo a desistere dalla loro azione e i risultati non mancano. Così il ministro dell’interno/esterno può dire che non siamo fuori dal tunnel, ma si comincia a vedere la luce. La responsabilità di politiche adeguate alla situazione, che più direttamente ci riguarda, è certo principalmente dell’Unione Europea. Si preoccupa della libertà di circolazione di merci e capitali, non del diritto delle persone a fare altrettanto. In assenza di interventi a livello almeno europeo gli Stati si rinchiudono nel loro “sacro egoismo”. L’Italia è, in fondo, l’ultima a farlo. Certo potrebbe richiedere alla Libia di sottoscrivere almeno, un primo passo per osservarla poi, la Convenzione di Ginevra sui diritti dei rifugiati del 1951. Potrebbe l’Italia dotarsi, in attesa di un risveglio europeo, di una legge migliore sull’immigrazione. Ma chi tocca il tema muore! Si è persino fermata una legge sacrosanta, che solo riconosce come cittadini italiani chi, nei fatti, lo è già. Non c’entra niente con il tema dei rifugiati, ma si tratta pur sempre di immigrati…

[...]



Posted by

Daniele Lugli (Suzzara, 1941), amico e collaboratore di Aldo Capitini, dal 1962 lo affianca nella costituzione del Movimento Nonviolento di cui sarà presidente nazionale dal 1996 al 2010, e con Pietro Pinna è nel Gruppo di Azione Nonviolenta per la prima legge sull’obiezione di coscienza. La passione per la politica lo ha guidato in molteplici esperienze: funzionario pubblico, Assessore alla Pubblica Istruzione a Codigoro e a Ferrara, docente di Sociologia dell’Educazione all’Università, sindacalista, insegnante e consulente su materie giuridiche, sociali, sanitarie, ambientali - argomenti sui quali è intervenuto in diverse pubblicazioni - e molto altro ancora fino all’incarico più recente, come Difensore civico della Regione Emilia-Romagna dal 2008 al 2013. È attivo da sempre nel Terzo settore per promuovere una società civile degna dell’aggettivo ed è e un riferimento per le persone e i gruppi che si occupano di pace e nonviolenza, diritti umani, integrazione sociale e culturale, difesa dell’ambiente. Nel 2017 pubblica con CSA Editore il suo studio su Silvano Balboni, giovane antifascista e nonviolento di Ferrara, collaboratore fidato di Aldo Capitini, scomparso prematuramente a 26 anni nel 1948.



dalla pagina http://www.democratica.com/interviste/ecco-cosa-succede-davvero-in-libia-parla-carlotta-sami/

Ecco cosa succede (davvero) in Libia. Parla Carlotta Sami


Intervista alla portavoce in Sud Europa dell’agenzia Onu per i rifugiati

Una storia dietro ogni numero. C’è questo poster all’ingresso della sede romana dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Palazzina anni cinquanta nel cuore dei Parioli, quattro piani e persone diversissime tra loro, per età e nazionalità, lavorano all’Unhcr. In effetti, un porto di mare. All’ultimo c’è l’ufficio di Carlotta Sami, 46 anni, milanese cresciuta tra Genova e Trieste, cittadina del mondo dopo averlo girato per vent’anni, prima con la Cooperazione Italiana e Save The Children, e poi con Amnesty International.
Era il 3 ottobre 2013 quando la Sami raccolse il testimone di Laura Boldrini, divenendo la portavoce dell’organismo dell’Onu. Non un giorno a caso: una di quelle date che cambiano il mondo e che cambiarono l’Italia. La più grande sciagura umana nel canale di Sicilia, si diceva, 368 morti accertati, di lì a poco sarebbe partita l’operazione Mare Nostrum, voluta dal premier Enrico Letta. Ma poi Mare Nostrum finì, nel novembre 2014 e arrivò la soluzione europea di Frontex. Il 18 aprile 2015 la tragedia di due anni prima venne doppiata: 700 persone persero la vita in un naufragio al largo della costa libica. L’Italia ancora una volta alzò la testa: Matteo Renzi andò a Bruxelles con in mano un piano che si chiamava Migration Compact. Per eterna testimonianza di ciò che solo tra decine di anni saremo in grado di capire, il presidente del Consiglio italiano volle far riemergere dal mare quel peschereccio. Seppellire i morti, l’atto di pietas più sensato che si potesse fare. In anni in cui l’imperativo è fare la differenza, segnare il nuovo passo, accompagnando il cammino dei popoli che coinvolge 65 milioni di persone al mondo, di cui l’86 per cento vive nei Paesi più poveri e che più stanno accogliendo: il Niger, il Ciad, i paesi del corno d’Africa.
“Quello che viviamo qui è solo un riflesso” dice Carlotta Sami nel suo ufficio semplice, di una viaggiatrice. Sua figlia Matilde, nove anni, l’aspetta seduta nella scrivania accanto, è buona, attenta, le scuole non sono ricominciate ancora, le mamme che lavorano hanno tutte le stesse dinamiche. Ascolta Matilde, quello che sua madre racconta dei rifugiati. Una storia dietro ogni numero, chissà quante ne sa.
“L’ultima è quella di Augusta, i trafficanti le hanno lanciato benzina addosso perché non aveva i soldi per pagarli, E’ stata visitata dopo cinque mesi”, racconta Sami che fa subito un Tweet. Il mondo deve sapere cosa succede in Libia, con i campi che sono prigioni dove le persone vengono obbligate ai lavori forzati per guadagnarsi un posto in paradiso, in un’imbarcazione di fortuna, con un delinquente senza scrupoli al timone, ma comunque: direzione Europa.
Con l’accordo di Parigi sarete più presenti in Libia?
Vorrei chiarire una cosa: noi in Libia ci siamo dal 1991. Nel 2014 abbiamo dovuto far evacuare il personale internazionale per ragioni di sicurezza ma abbiamo continuato a lavorare con il personale locale. Adesso abbiamo ripreso, e anzi, potenziato e rafforzato relazioni con i partners del luogo.
Che situazione avete trovato? Cosa non arriva qui?
Il 21 maggio scorso il nostro Alto Commissario è entrato nei campi e ha trovato una situazione scioccante: il fatto è che questo sistema non è nuovo, la Libia utilizza da sempre la detenzione di massa. Quello che manca, da noi, è la consapevolezza che i migranti siano tenuti in condizioni disumane in campi di detenzione: sono prigionieri che non hanno colpa se non quella di sfuggire da guerre o miseria. E questo vale solo per le prigioni di cui si ha conoscenza e dove possiamo entrare ma ce ne sono altre dove accade di tutto: stupri, ogni tipo di violenza, promiscuità. I racconti che ci arrivano da chi riesce ad approdare in Italia sono incredibili: alcune persone sono state rapite, derubate, costrette a lavorare come schiavi e poi sbattuti in una barca. Molti erano andati in Libia nella speranza di trovare un lavoro lì, di venire in Italia non ci pensavano proprio.
La priorità è la lotta ai trafficanti.
Senza dubbio. Ma poi bisogna fare in modo che chi ha diritto a rifugiarsi abbia la possibilità di farlo, quindi occorre rafforzare le vie legali, i cosiddetti corridoi umanitari, e poi sostenere praticamente le economie dei paesi africani, che si sobbarcano la stragrande maggioranza dell’accoglienza. Si figuri che l’Uganda ha accolto da sola un milione di persone, quando in Europa hanno trovato asilo un milione e mezzo di profughi.
Insomma, aiutiamoli a casa loro è giusto.
Certo, il problema è che su questi delicatissimi temi, su cui giocano demagoghi e aizzatori di paure, gli slogan non vanno bene. E’ un attimo scivolare nel razzismo. Però il concetto è giusto, i bisogni locali sono importantissimi. Valutiamo che in Libia ci siano 226 mila sfollati, oltre a 42 mila rifugiati registrati con noi, di cui la metà sono siriani. Ma sono moltissimi quelli che non sono registrati e decine di migliaia i migranti e i rifugiati nei centri di detenzione oppure sequestrati da milizie e trafficanti.
Noi siamo presenti nei centri di detenzione ufficiali, cercando di portare assistenza: il nostro obiettivo di medio periodo è aprire queste prigioni. Negli ultimi diciotto mesi abbiamo liberato più di mille persone.
La soddisfa l’accordo siglato a Parigi?
Il nostro commento è stato immediato e positivo, per varie ragioni. Prima di tutto non si tratta di una bilaterale ma di un intervento su più livelli che coinvolge vari Paesi, europei ed africani. Poi è molto importante il principio che è alla base di questo accordo: l’intenzione non è solo quella di fermare i flussi ma di gestirli, di governare il fenomeno. Finalmente dopo anni di approssimazione ci sembra che ci sia una volontà univoca di farsi carico della questione Mediterraneo con un impegno importante sul piano dei diritti umani. L’Europa ha capito che deve darsi una strategia e che per fermare il traffico di esseri umani deve contribuire a creare anzitutto condizioni di sviluppo per i paesi africani. Ci sono realtà chiave come il Ciad i il Niger che vanno supportate: da soli accolgono centinaia di migliaia di rifugiati e migranti. E’ molto importante nell’accordo di Parigi il riferimento ai canali legali alternativi: riteniamo che l’ Europa debba accogliere come minimo 40 mila persone in più , provenienti dal Corno d’Africa , dalla west Africa, dalla Libia e dall’Egitto. Si tratta delle persone più fragili, che vanno messe in sicurezza subito, donne e bambini, anziani, disabili e malati.
La risposta alla relocation però sono stati i muri.
Occorre una capacità di visione politica dei singoli stati, infatti: non c’è nessun Paese al mondo che possa pensarsi estraneo al cammino dei popoli. E’ la storia, quando non il buon senso, che dovrebbe insegnarci quanto sia necessario dotarsi di una strategia di lungo periodo per affrontare le migrazioni.

domenica 3 settembre 2017

Primo settembre 2017: Flash Mob a Vicenza per la cura del creato

Venerdì Primo settembre 2017 in piazza dei Signori a Vicenza, dalle 19.30 alle 20.30, si è svolto un flash mob, proposto da Adriano Sella della Rete nuovi stili di vita, per celebrare la Giornata mondiale per la cura del creato.
 

E' stato realizzato un mosaico con i brani dell’enciclica Laudato si’, attorno allo striscione dei nuovi stili di vita e il globo. Sono stati letti diversi brani della Laudato si’; l'evento si è concluso con la preghiera proposta dall’enciclica.


--- Messaggio di Adriano Sella ---

Cari amici e care amiche, 

é stato un bel momento il flash mob. Ci siamo trovati un gruppetto di persone che hanno affrontato le intemperie del temporale e che provenivano da varie parti della provincia, città di Vicenza e anche una coppia di Padova. Inizialmente abbiamo coinvolto la gente che passava consegnando l ottalogo della laudato si e poi abbiamo fatto ala preghiera con la dinamica del mosaico. Sono stati piccoli semi sparsi in quella piazza terra di missione. Infatti la gente che abbiamo incontrato erano a digiuno di questi impegni. Bisogna seminare nelle piazze: Luogo dell'incontro del popolo. 
Vi mando alcune foto, la prima di coinvolgimento della gente e le altre sulla dinamica. 

Buona fine settimana.
Adriano




sabato 2 settembre 2017

Il vangelo della pace e l'inganno delle armi

dalla pagina https://www.saveriani.it/giornale/giornale/item/agosto-settembre-2022


di Filippo Rota Martir
APRI / SCARICA PDF
Dedichiamo questo paginone al tema delle armi, che minacciano la pace e la convivenza tra i popoli. Le riviste missionarie (anche Missione Oggi e Missionari Saveriani) ne parlano da anni. Nello scenario mondiale, le armi generano conflitti, tragedie umanitarie (pensiamo all’immigrazione), esclusione. Ci sta a cuore il futuro della famiglia umana e del creato, casa di tutti. Per questo motivo, sentiamo il dovere di contrastare, con coraggio, ciò che minaccia la pace. Per papa Francesco “è un'assurda contraddizione negoziare la pace e, allo stesso tempo, consentire il commercio di armi”.


Nonostante i divieti di legge, come spiega Giorgio Beretta, esperto del settore e nostro stimato collaboratore, armi prodotte anche in Italia seminano morte e arrivano dove non devono. E quando cadono in cattive mani, si ritorcono anche contro di noi, come il terrorismo evidenzia. Pesanti sono le nostre responsabilità, dell’Europa e dell’Italia.
“È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a stati che incrementano guerre sempre più feroci, da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle proprie terre, rischiando la propria vita per arrivare da noi” (A. Zanotelli).
Alcuni mass media denunciano con coraggio ciò che avviene. In ogni caso, questo silenzio abbastanza diffuso non contribuisce a creare un clima di ostilità verso i poveri? Invece di colpire chi, per puro interesse, provoca e sostiene le guerre, rischiamo di prendercela con le vittime da esse prodotte. Nutriamo le persone, non le guerre. Non è questo l’unico cammino, pur lento, difficile e faticoso, per arrivare alla vera pace?

Record poco invidiabile

di Giorgio Beretta

È la miglior performance dell’Italia dal dopoguerra. Un record storico, di cui però, stranamente, non sentiamo parlare nei talk show. Al massimo si trova un trafiletto su qualche quotidiano. E silenzio assoluto anche da parte dei politici più ciarlieri. 

Peggio di vent’anni fa

Di cosa stiamo parlando? Delle autorizzazioni all’esportazione di armi e sistemi militari rilasciate dall’Italia nel 2016. Ammontano a 14,6 miliardi di euro: anzi per la precisione. Dal dopoguerra l’Italia non ha mai esportato tanti armamenti nel mondo, nemmeno durante gli anni in cui a Castenedolo (BS) si producevano le micidiali mine anti persona, messe al bando nel 1997 prima in Italia e poi dall’Onu nel 1999, con l’entrata in vigore del trattato di Ottawa.
In quegli anni l’Italia riusciva a piazzare mine Valmara della Valsella Meccanotecnica a mezzo mondo, anche a paesi in guerra tra loro come Iran e Iraq. Il tutto era coperto dal “segreto di Stato” dai tempi del Regio Decreto n. 1161 dell’11 luglio 1941, firmato da Mussolini, Ciano, Teruzzi e Grandi, che è rimasto in vigore fino al 1990.

Legge storica, ma osteggiata
È stato, infatti, solo grazie all’ampia mobilitazione della società civile e dell’associazionismo laico e cattolico, e in particolare alla campagna “Contro i mercanti di morte” (promossa tra gli altri anche dalla rivista “Missione Oggi” dei saveriani), che il nostro paese è arrivato a dotarsi di una legge per regolamentare questa materia. È la legge n. 185 che il 9 luglio 1990 ha stabilito “Nuove norme sul controllo dell'esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento”.
Vengono introdotti una serie di divieti molto precisi tra cui, soprattutto, quello di esportare armamenti a nazioni in conflitto, a Stati che fomentano il terrorismo, a governi responsabili di gravi violazioni dei diritti umani e a nazioni che, ricevendo aiuti dall’Italia, spendono ampie risorse nel settore militare.
La nostra legge è diventata presto un modello per diverse cancellerie europee e anche per comporre il Codice di Condotta sul commercio di armi dell’Unione europea. Ma è sempre risultata molto indigesta - e osteggiata - da vari settori dell’industria e degli apparati militari che non hanno mai visto di buon’occhio i controlli introdotti.
Costoro, soprattutto, non hanno mai sopportato che ogni anno il Presidente del Consiglio debba, per legge, predisporre una dettagliata relazione al Parlamento per rendere conto dell’attività svolta dal governo riguardo alle autorizzazioni rilasciate e alle consegne di armamenti effettuate. Mantenere un basso profilo e non sollevare troppa attenzione pubblica è, infatti, un requisito fondamentale per chi vorrebbe continuare a fare affari indisturbato. 

Sempre più armi ai regimi autoritari
Anche un altro e ancor più preoccupante primato è passato inosservato. Riguarda le esportazioni di sistemi militari autorizzate ai paesi con cui l’Italia non ha alleanze politiche o militari. Nel 2016 hanno, infatti, superato i 9,2 miliardi di euro le autorizzazioni a nazioni non appartenenti all’Unione europea o alla Nato: rappresentano il 63,1% del totale.
La relazione inviata alle Camere lo scorso 18 aprile lo giustifica adducendo una mera “ripresa del settore”. È invece una vera anomalia, a cui se ne aggiunge un’altra più inquietante: la maggior parte degli armamenti non è stata destinata a governi democratici, bensì ai paesi nelle aree di maggior tensione del mondo, Nord Africa e Medio Oriente. È in questa zona - che pullula di dittatori, regimi autoritari, monarchie assolute islamiche e sostenitori diretti o indiretti dello jihadismo - che nel 2016 il governo italiano ha autorizzato forniture militari per oltre 8,6 miliardi di euro, pari al 58,8% del totale (grafico 2). 

Un altro strano record
C’è tutto l’arsenale bellico: dai caccia intercettori ai sistemi elettronici di sorveglianza, dal munizionamento pesante alle armi leggere, dalle apparecchiature per la direzione del tiro ai blindati alle navi da guerra. Anche questo è un altro record, ma pochi si sono chiesti se esportare armi e sistemi militari a certi regimi serva davvero a promuovere la pace e la nostra sicurezza.
Come queste esportazioni rispettino le norme della nostra legge è tutto da capire. Per questo, la Rete italiana per il disarmo, di cui fanno parte una trentina di associazioni nazionali tra cui la Conferenza degli istituti missionari in Italia (CIMI), ha chiesto al Parlamento di dedicare un attento esame alla Relazione ricevuta dal governo e di predisporre audizioni per ascoltare le osservazioni delle nostre associazioni.


giovedì 31 agosto 2017

1° settembre 2017, Giornata mondiale per la cura del creato

dalla pagina http://www.asianews.it/notizie-it/Papa-Francesco-e-Bartolomeo:-Messaggio-congiunto-per-la-cura-del-creato-41650.html

Papa Francesco e Bartolomeo: Messaggio congiunto per la cura del creato

Il pontefice e il patriarca di Costantinopoli firmano insieme, per la prima volta, il Messaggio per la Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato, fissata per il 1° settembre. La natura è vista non come un dono, ma come un possesso privato su cui spadroneggiare. “L’ambiente umano e quello naturale si stanno deteriorando insieme”. Il cambiamento climatico colpisce anzitutto i poveri. Occorre una responsabilità “condivisa”, “affidabile”, nella “solidarietà”.

Città del Vaticano (AsiaNews) - Per la prima volta, papa Francesco e il patriarca ecumenico Bartolomeo I hanno diffuso un Messaggio comune in occasione della Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato, stabilita dal pontefice nel 2015. Il papa ne aveva accennato all’Angelus del 27 agosto. Nel Messaggio, che riportiamo qui sotto in traduzione integrale a cura di AsiaNews, i due leader sottolineano che l’ambiente degradato è frutto di una degradazione dell’ecologia umana, in cui l’uomo non si vede più come custode del creato e “collaboratore di Dio”, ma come “padrone”. La preghiera per un cambiamento di mentalità è anche una richiesta pressante a tutti coloro che hanno responsabilità economiche, sociali, politiche, culturali, di lavorare in concordia “per la guarigione della nostra creazione ferita”, che fa vittime soprattutto fra i “coloro che vivono in povertà in ogni angolo del globo”. Molto sottolineata è la necessità che la responsabilità sia “concertata e collettiva”, “condivisa e affidabile” e dia “priorità alla solidarietà e al servizio”.
[continua]

dalla pagina https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/viaggiatori-sulla-terra-di-dio

Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo
(Gen. 28,16) 

... viaggiatori sulla terra di Dio


Un’esclamazione, espressiva dello stupore di Giacobbe, che nel corso di un lungo viaggio scopre la terra di Carran come luogo di presenza del Signore: “Quanto è terribile questo luogo! Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo” (Gen. 28, 17). Se il Signore è il Santo, impossibile a confinarsi in ambiti specifici, tuttavia la concretezza della sapienza biblica narra di luoghi in cui Dio sceglie di manifestarsi, di lasciarsi scorgere da occhi aperti alla meraviglia e alla lode. …

Sussidio della XII giornata nazionale per la custodia del creato

mercoledì 30 agosto 2017

1° settembre 2016, Giornata mondiale per la cura del creato

dalla pagina http://w2.vatican.va/content/francesco/it/messages/pont-messages/2016/documents/papa-francesco_20160901_messaggio-giornata-cura-creato.html

MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ
PAPA FRANCESCO
PER LA CELEBRAZIONE DELLA
GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA PER LA CURA DEL CREATO
1 SETTEMBRE 2016

Usiamo misericordia verso la nostra casa comune

In unione con i fratelli e le sorelle ortodossi, e con l’adesione di altre Chiese e Comunità cristiane, la Chiesa Cattolica celebra oggi l’annuale “Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato”. La ricorrenza intende offrire «ai singoli credenti ed alle comunità la preziosa opportunità di rinnovare la personale adesione alla propria vocazione di custodi del creato, elevando a Dio il ringraziamento per l’opera meravigliosa che Egli ha affidato alla nostra cura, invocando il suo aiuto per la protezione del creato e la sua misericordia per i peccati commessi contro il mondo in cui viviamo».[1]
È molto incoraggiante che la preoccupazione per il futuro del nostro pianeta sia condivisa dalle Chiese e dalle Comunità cristiane insieme ad altre religioni. Infatti, negli ultimi anni, molte iniziative sono state intraprese da autorità religiose e organizzazioni per sensibilizzare maggiormente l’opinione pubblica circa i pericoli dello sfruttamento irresponsabile del pianeta. Vorrei qui menzionare il Patriarca Bartolomeo e il suo predecessore Dimitrios, che per molti anni si sono pronunciati costantemente contro il peccato di procurare danni al creato, attirando l’attenzione sulla crisi morale e spirituale che sta alla base dei problemi ambientali e del degrado. Rispondendo alla crescente attenzione per l’integrità del creato, la Terza Assemblea Ecumenica Europea (Sibiu, 2007) proponeva di celebrare un “Tempo per il Creato” della durata di cinque settimane tra il 1° settembre (memoria ortodossa della divina creazione) e il 4 ottobre (memoria di Francesco di Assisi nella Chiesa Cattolica e in alcune altre tradizioni occidentali). Da quel momento tale iniziativa, con l’appoggio del Consiglio Mondiale delle Chiese, ha ispirato molte attività ecumeniche in diverse parti del mondo. Dev’essere pure motivo di gioia il fatto che in tutto il mondo iniziative simili, che promuovono la giustizia ambientale, la sollecitudine verso i poveri e l’impegno responsabile nei confronti della società, stanno facendo incontrare persone, soprattutto giovani, di diversi contesti religiosi. Cristiani e non, persone di fede e di buona volontà, dobbiamo essere uniti nel dimostrare misericordia verso la nostra casa comune – la terra – e valorizzare pienamente il mondo in cui viviamo come luogo di condivisione e di comunione.
1. La terra grida...
Con questo Messaggio, rinnovo il dialogo con ogni persona che abita questo pianeta riguardo alle sofferenze che affliggono i poveri e la devastazione dell’ambiente. Dio ci ha fatto dono di un giardino rigoglioso, ma lo stiamo trasformando in una distesa inquinata di «macerie, deserti e sporcizia» (Enc. Laudato si’, 161). Non possiamo arrenderci o essere indifferenti alla perdita della biodiversità e alla distruzione degli ecosistemi, spesso provocate dai nostri comportamenti irresponsabili ed egoistici. «Per causa nostra, migliaia di specie non daranno gloria a Dio con la loro esistenza né potranno comunicarci il proprio messaggio. Non ne abbiamo il diritto» (ibid., 33).
Il pianeta continua a riscaldarsi, in parte a causa dell’attività umana: il 2015 è stato l’anno più caldo mai registrato e probabilmente il 2016 lo sarà ancora di più. Questo provoca siccità, inondazioni, incendi ed eventi meteorologici estremi sempre più gravi. I cambiamenti climatici contribuiscono anche alla straziante crisi dei migranti forzati. I poveri del mondo, che pure sono i meno responsabili dei cambiamenti climatici, sono i più vulnerabili e già ne subiscono gli effetti.
Come l’ecologia integrale mette in evidenza, gli esseri umani sono profondamente legati gli uni agli altri e al creato nella sua interezza. Quando maltrattiamo la natura, maltrattiamo anche gli esseri umani. Allo stesso tempo, ogni creatura ha il proprio valore intrinseco che deve essere rispettato. Ascoltiamo «tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri» (ibid., 49), e cerchiamo di comprendere attentamente come poter assicurare una risposta adeguata e tempestiva.
2. …perché abbiamo peccato
Dio ci ha donato la terra per coltivarla e custodirla (cfr Gen 2,15) con rispetto ed equilibrio. Coltivarla “troppo” – cioè sfruttandola in maniera miope ed egoistica –, e  custodirla poco è peccato.
Con coraggio il caro Patriarca Ecumenico Bartolomeo ha ripetutamente e profeticamente messo in luce i nostri peccati contro il creato: «Che gli esseri umani distruggano la diversità biologica nella creazione di Dio; che gli esseri umani compromettano l’integrità della terra e contribuiscano al cambiamento climatico, spogliando la terra delle sue foreste naturali o distruggendo le sue zone umide; che gli esseri umani inquinino le acque, il suolo, l’aria: tutti questi sono peccati». Infatti, «un crimine contro la natura è un crimine contro noi stessi e un peccato contro Dio».[2]
Di fronte a quello che sta accadendo alla nostra casa, possa il Giubileo della Misericordia richiamare i fedeli cristiani «a una profonda conversione interiore» (Enc. Laudato si’, 217), sostenuta in modo particolare dal sacramento della Penitenza. In questo Anno Giubilare, impariamo a cercare la misericordia di Dio per i peccati contro il creato che finora non abbiamo saputo riconoscere e confessare; e impegniamoci a compiere passi concreti sulla strada della conversione ecologica, che richiede una chiara presa di coscienza della nostra responsabilità nei confronti di noi stessi, del prossimo, del creato e del Creatore (cfr ibid., 10; 229).
3. Esame di coscienza e pentimento
Il primo passo in tale cammino è sempre un esame di coscienza, che «implica gratitudine e gratuità, vale a dire un riconoscimento del mondo come dono ricevuto dall’amore del Padre, che provoca come conseguenza disposizioni gratuite di rinuncia e gesti generosi […]. Implica pure l’amorevole consapevolezza di non essere separati dalle altre creature, ma di formare con gli altri esseri dell’universo una stupenda comunione universale. Per il credente, il mondo non si contempla dal di fuori ma dal di dentro, riconoscendo i legami con i quali il Padre ci ha unito a tutti gli esseri» (ibid., 220).
A questo Padre pieno di misericordia e di bontà, che attende il ritorno di ognuno dei suoi figli, possiamo rivolgerci riconoscendo i nostri peccati verso il creato, i poveri e le future generazioni. «Nella misura in cui tutti noi causiamo piccoli danni ecologici», siamo chiamati a riconoscere «il nostro apporto, piccolo o grande, allo stravolgimento e alla distruzione dell’ambiente».[3] Questo è il primo passo sulla via della conversione.
Nel 2000, anch’esso un Anno Giubilare, il mio predecessore san Giovanni Paolo II ha invitato i cattolici a fare ammenda per l’intolleranza religiosa passata e presente, così come per le ingiustizie commesse verso gli ebrei, le donne, i popoli indigeni, gli immigrati, i poveri e i nascituri. In questo Giubileo Straordinario della Misericordia invito ciascuno a fare altrettanto. Come singoli, ormai assuefatti a stili di vita indotti sia da una malintesa cultura del benessere sia da un «desiderio disordinato di consumare più di quello di cui realmente si ha bisogno» (ibid., 123), e come partecipi di un sistema «che ha imposto la logica del profitto ad ogni costo, senza pensare all’esclusione sociale o alla distruzione della natura»,[4] pentiamoci del male che stiamo facendo alla nostra casa comune.
Dopo un serio esame di coscienza e abitati da tale pentimento, possiamo confessare i nostri peccati contro il Creatore, contro il creato, contro i nostri fratelli e le nostre sorelle. «Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci fa vedere il confessionale come un luogo in cui la verità ci rende liberi per un incontro».[5] Sappiamo che «Dio è più grande del nostro peccato»,[6] di tutti i peccati, compresi quelli contro la creazione. Li confessiamo perché siamo pentiti e vogliamo cambiare. E la grazia misericordiosa di Dio che riceviamo nel Sacramento ci aiuterà a farlo.
4. Cambiare rotta
L’esame di coscienza, il pentimento e la confessione al Padre ricco di misericordia conducono a un fermo proposito di cambiare vita. E questo deve tradursi in atteggiamenti e comportamenti concreti più rispettosi del creato, come ad esempio fare un uso oculato della plastica e della carta, non sprecare acqua, cibo ed energia elettrica, differenziare i rifiuti, trattare con cura gli altri esseri viventi, utilizzare il trasporto pubblico e condividere un medesimo veicolo tra più persone, e così via (cfr Enc. Laudato si’, 211). Non dobbiamo credere che questi sforzi siano troppo piccoli per migliorare il mondo. Tali azioni «provocano in seno a questa terra un bene che tende sempre a diffondersi, a volte invisibilmente» (ibid., 212) e incoraggiano «uno stile di vita profetico e contemplativo, capace di gioire profondamente senza essere ossessionati dal consumo» (ibid., 222).
Ugualmente il proposito di cambiare vita deve attraversare il modo in cui contribuiamo a costruire la cultura e la società di cui siamo parte: infatti «la cura per la natura è parte di uno stile di vita che implica capacità di vivere insieme e di comunione» (ibid., 228). L’economia e la politica, la società e la cultura non possono essere dominate da una mentalità del breve termine e dalla ricerca di un immediato ritorno finanziario o elettorale. Esse devono invece essere urgentemente riorientate verso il bene comune, che comprende la sostenibilità e la cura del creato.
Un caso concreto è quello del “debito ecologico” tra il Nord e il Sud del mondo (cfr ibid., 51-52). La sua restituzione richiederebbe di prendersi cura dell’ambiente dei Paesi più poveri, fornendo loro risorse finanziarie e assistenza tecnica che li aiutino a gestire le conseguenze dei cambiamenti climatici e a promuovere lo sviluppo sostenibile.
La protezione della casa comune richiede un crescente consenso politico. In tal senso, è motivo di soddisfazione che a settembre 2015 i Paesi del mondo abbiano adottato gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, e che, a dicembre 2015, abbiano approvato l’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, che si pone l’impegnativo ma fondamentale obiettivo di contenere l’aumento della temperatura globale. Ora i Governi hanno il dovere di rispettare gli impegni che si sono assunti, mentre le imprese devono fare responsabilmente la loro parte, e tocca ai cittadini esigere che questo avvenga, anzi che si miri a obiettivi sempre più ambiziosi.
Cambiare rotta quindi consiste nel «rispettare scrupolosamente il comandamento originario di preservare il creato da ogni male, sia per il nostro bene sia per il bene degli altri esseri umani».[7] Una domanda può aiutarci a non perdere di vista l’obiettivo: «Che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo?» (Enc. Laudato si’, 160).
5. Una nuova opera di misericordia
«Niente unisce maggiormente con Dio che un atto di misericordia – sia che si tratti della misericordia con la quale il Signore ci perdona i nostri peccati, sia che si tratti della grazia che ci dà per praticare le opere di misericordia in suo nome».[8]
Parafrasando san Giacomo, «la misericordia senza le opere è morta in sé stessa. […] A causa dei mutamenti del nostro mondo globalizzato, alcune povertà materiali e spirituali si sono moltiplicate: diamo quindi spazio alla fantasia della carità per individuare nuove modalità operative. In questo modo la via della misericordia diventerà sempre più concreta».[9]
La vita cristiana include la pratica delle tradizionali opere di misericordia corporali e spirituali.[10] «Di solito pensiamo alle opere di misericordia ad una ad una, e in quanto legate ad un’opera: ospedali per i malati, mense per quelli che hanno fame, ostelli per quelli che sono per la strada, scuole per quelli che hanno bisogno di istruzione, il confessionale e la direzione spirituale per chi necessita di consiglio e di perdono… Ma se le guardiamo insieme, il messaggio è che l’oggetto della misericordia è la vita umana stessa nella sua totalità».[11]
Ovviamente la vita umana stessa nella sua totalità comprende la cura della casa comune. Quindi, mi permetto di proporre un complemento ai due tradizionali elenchi di sette opere di misericordia, aggiungendo a ciascuno la cura della casa comune.
Come opera di misericordia spirituale, la cura della casa comune richiede «la contemplazione riconoscente del mondo» (Enc. Laudato si’, 214) che «ci permette di scoprire attraverso ogni cosa qualche insegnamento che Dio ci vuole comunicare» (ibid., 85). Come opera di misericordia corporale, la cura della casa comune richiede i «semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo […] e si manifesta in tutte le azioni che cercano di costruire un mondo migliore» (ibid., 230-231).
6. In conclusione, preghiamo
Nonostante i nostri peccati e le spaventose sfide che abbiamo di fronte, non smarriamo mai la speranza: «Il Creatore non ci abbandona, non fa mai marcia indietro nel suo progetto di amore, non si pente di averci creato [...] perché si è unito definitivamente con la nostra terra, e il suo amore ci conduce sempre a trovare nuove strade» (ibid., 13; 245). In particolare il 1° settembre, e poi per tutto il resto dell’anno, preghiamo:
«O Dio dei poveri,
aiutaci a riscattare gli abbandonati
e i dimenticati di questa terra
che tanto valgono ai tuoi occhi. […]
O Dio d’amore, mostraci il nostro posto in questo mondo
come strumenti del tuo affetto per tutti gli esseri di questa terra» (ibid., 246).
O Dio di misericordia, concedici di ricevere il tuo perdono
e di trasmettere la tua misericordia in tutta la nostra casa comune.
Laudato si’.
Amen.
Dal Vaticano, 1 settembre 2016
 
 

[1] Lettera per l'istituzione della “Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato”, 6 agosto 2015. [2] Discorso a Santa Barbara, California (8 novembre 1997).
[3] Bartolomeo I, Messaggio per la Giornata di preghiera per la salvaguardia del creato (1 settembre 2012).
[4] Discorso, II Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari, Santa Cruz de la Sierra (Bolivia), 9 luglio 2015.
[5] Terza meditazione, Ritiro Spirituale in occasione del Giubileo dei Sacerdoti, Basilica di San Paolo fuori le Mura, 2 giugno 2016.
[6] Udienza, 30 marzo 2016.
[7] Bartolomeo I, Messaggio per la Giornata di preghiera per la salvaguardia del creato (1° settembre 1997).
[8] Prima Meditazione, Ritiro Spirituale in occasione del Giubileo dei Sacerdoti, Basilica di San Giovanni in Laterano, 2 giugno 2016.
[9] Udienza, 30 giugno 2016.
[10] Quelle corporali sono: dar da mangiare agli affamati; dar da bere agli assetati; vestire gli ignudi; alloggiare i pellegrini; visitare gli infermi; visitare i carcerati; seppellire i morti. Quelle spirituali sono: consigliare i dubbiosi; insegnare agli ignoranti; ammonire i peccatori; consolare gli afflitti; perdonare le offese; sopportare pazientemente le persone moleste; pregare Dio per i vivi e per i morti.
[11] Terza meditazione, Ritiro Spirituale in occasione del Giubileo dei Sacerdoti, Basilica di San Paolo fuori le Mura, 2 giugno 2016.

martedì 29 agosto 2017

Lavoro, reddito: dignità della persona

  • "Il lavoro dà dignità alla persona"
  • "Il reddito garantito [o reddito di base] dà dignità alla persona".
Due affermazioni, punti di vista, visioni non necessariamente in contrapposizione...  

dalla pagina http://www.famigliacristiana.it/blogpost/udienza_59991.aspx

Il lavoro dà dignità

Misericordia e Armenia i due temi toccati dal Papa nel corso dell'udienza giubilare. Nonostante il caldo e l'estate in tanti sono venuti in piazza per ascoltare le parole di Francesco. Che, all'indomani del suo ritorno dal primo Paese ad aver abbracciato il cristianesimo ricorda che quello armeno è «un popolo che, nel corso della sua lunga storia, ha testimoniato la fede cristiana col martirio. Rendo grazie a Dio per questo viaggio, e sono vivamente grato al Presidente della Repubblica Armena, al Catholicos Karekin II, al Patriarca e ai Vescovi cattolici, e all’intero popolo armeno per avermi accolto come pellegrino di fraternità e di pace». Poi ricorda la seconda tappa del suo viaggio in Caucaso, quello che fra tre mesi compirà in Georgia e Azerbaigian. «Ho accolto l’invito a visitare questi Paesi per un duplice motivo», spiega Francesco, «da una parte valorizzare le antiche radici cristiane presenti in quelle terre – sempre in spirito di dialogo e con le altre religioni e culture – e dall’altra incoraggiare speranze e sentieri di pace. La storia ci insegna che il cammino della pace richiede una grande tenacia e dei continui passi, cominciando da quelli piccoli e man mano facendoli crescere, andando l’uno incontro all’altro. Proprio per questo il mio auspicio è che tutti e ciascuno diano il proprio contributo per la riconciliazione. Come cristiani siamo chiamati a rafforzare tra noi la comunione fraterna, per rendere testimonianza al Vangelo di Cristo e per essere lievito di una società più giusta e solidale. Per questo tutta la visita è stata condivisa con il Supremo Patriarca della Chiesa Apostolica Armena, il quale mi ha fraternamente ospitato per tre giorni nella sua casa».
Prima aveva ricordato che le opere di misericordia, ripetutamente citate in questi primi mesi del Giubileo. «oggi il Signore ci invita a fare un serio esame di coscienza. E’ bene, infatti, non dimenticare mai che la misericordia non è una parola astratta, ma è uno stile di vita. Una cosa è parlare di misericordia, un’altra è vivere la misericordia».
Ciò che rende viva la misericordia ricorda ancora il Papa «è il suo costante dinamismo per andare incontro ai bisogni e alle necessità di quanti sono nel disagio spirituale e materiale. La misericordia ha occhi per vedere, orecchi per ascoltare, mani per risollevare …La vita quotidiana ci permette di toccare con mano tante esigenze che riguardano le persone più povere e più provate. A noi viene richiesta quell’attenzione particolare che ci porta ad accorgerci dello stato di sofferenza e bisogno in cui versano tanti fratelli e sorelle. A volte passiamo davanti a situazioni di drammatica povertà e sembra che non ci tocchino; tutto continua come se nulla fosse, in una indifferenza che alla fine rende ipocriti e, senza che ce ne rendiamo conto, sfocia in una forma di letargo spirituale che rende insensibile l’animo e sterile la vita».
«L’insegnamento di Gesù», conclude», «non consente vie di fuga: Avevo fame e mi avete dato da mangiare; avevo sete e mi avete dato da bere; ero nudo, profugo, malato, in carcere e mi avete assistito (cfr Mt 25,35-36). Non si può tergiversare davanti a una persona che ha fame: occorre darle da mangiare. Gesù ci dice questo! Le opere di misericordia non sono temi teorici, ma testimonianze concrete. Obbligano a rimboccarsi le maniche per alleviare la sofferenza. A causa dei mutamenti del nostro mondo globalizzato, alcune povertà materiali e spirituali si sono moltiplicate: diamo quindi spazio alla fantasia della carità per individuare nuove modalità operative. In questo modo la via della misericordia diventerà sempre più concreta».
Su questa scia, a conclusione dell'udienza papa Francesco saluta l'Associazione dei consulenti del lavoro che proprio oggi comincia il suo settimo "Festival del lavoro". Ancora una volta il Papa insiste sulla necessità di «promuovere la cultura del lavoro che assicura la dignità della persona e il bene comune della società, a partire dalla sua cellula, la famiglia. E' proprio la famiglia, infatti, a soffrire di più per le conseguenze di un cattivo lavoro: cattivo per la sua scarsità e per la sua precarietà. Il lavoro dà dignità».


dalla pagina http://www.bin-italia.org/papa-francesco-si-interessa-al-reddito-tutti/

Papa Francesco si interessa al reddito per tutti

di Sandro Gobetti 

Papa Francesco il 27 maggio 2017 ha voluto incontrare i lavoratori dell’Ilva di Genova. Un incontro importante per un settore che continua a mietere vittime, ristrutturazioni e licenziamenti. Però il Papa ha voluto portare in quell’assise piena di lavoratori col caschetto giallo o blu, un tema caldo del nostro tempo, quello del reddito garantito. “La soluzione non è un reddito per tutti, ma un lavoro per tutti, perché è il lavoro che dà dignità”. Ed ecco che la notizia non diventa più il Papa accanto alle ragioni dei lavoratori, ma il Papa contro il reddito per tutti. 
[...] tra un lavoro che le persone sono “obbligate a fare per sopravvivere” ed un lavoro liberamente scelto, Papa Francesco quale dei due sosterrebbe? E se fosse proprio il reddito garantito a permettere la “non ricattabilità della sopravvivenza” e dunque la “libera scelta” del lavoro da svolgere, sarebbe ancora così deciso nel contrapporre reddito a lavoro, reddito a dignità? Ed ancora, sicuramente Papa Francesco conosce perfettamente la nuova rivoluzione tecnologica di questa epoca, che produrrà evidentemente grandi trasformazioni e cambiamenti proprio nel mondo del lavoro lasciando indietro molti ma allo stesso tempo aprendo a nuovi scenari di opportunità. Non sarà forse proprio il reddito garantito ad essere la prima e più importante misura affinchè non vi siano milioni di nuovi poveri nei prossimi decenni?
[...] quello che si va predisponendo, dal punto di vista politico nel nostro paese (e non solo), è proprio una “nuova” politica delle povertà. Dal decreto Minniti al reddito di inclusione, ci sembra che questo paese abbia rinnovato le politiche Vittoriane delle Poor Laws. Vagabondi in galera, poveri in mano alla Chiesa e alle organizzazioni di charity, da destinare in sostanza a lavori umili ed obbligatori. Non è forse questo il disegno che si va compiendo in questo paese? Non è forse questo il “core business” del reddito di inclusione che prevede appunto che siano organizzazioni come il Terzo Settore (anche dopo la firma del protocollo con l’Alleanza contro la povertà in cui una parte le fanno organizzazioni cattoliche) a “gestire” i beneficiari di questo sostegno al reddito? D’altronde parte del protocollo sottoscritto indica proprio una percentuale del fondo contro la povertà “da destinare a chi promuove progetti di inclusione”. Ma possibile che Papa Francesco, che ha a cuore il destino dei poveri, sostenga un disegno di tale portata? Quello che indica in sostanza nei poveri un’emergenza su cui fare profitto, mascherandola da carità ed “inclusione”? Di certo non un modello che garantisce dignità.  
[...] Forse la questione potrebbe essere ridotta, concedendo a Francesco la “buona fede”, nel semplice ripetersi di un luogo comune. Qualcosa di meno teologico, di meno filosofico, di meno politico e cioè qualcosa di molto più terreno. Un po’ come quelli che dicono “se gli dai i soldi ai disoccupati non vanno più a lavorare”. Un luogo comune tipico di chi si confronta con il tema del reddito garantito per la prima volta.
[...] Una dichiarazione da “inesperto” del tema dunque, cercando la frase ad effetto che le contrapposizioni spesso creano, un tema che sembra in verità non aver mai approcciato in maniera approfondita (se possiamo gli consigliamo un confronto con il BIN Italia la rete italiana per il reddito sicuramente disponibile ad informarlo al meglio), che non conosce la proposta del reddito garantito e non conoscendola non trova l’immediata connessione al concetto di dignità umana. Che diciamolo, va ben oltre la sola condizione del lavorare! E di certo Papa Francesco questo lo sa …

martedì 22 agosto 2017

La fine del lavoro?

Un articolo del 2015 di Jean Pisani Ferry + Un libro del 1995 di Jeremy Rifkin...


La fine del lavoro come l'abbiamo sempre conosciuto

Nel 1983, l'economista americano premio Nobel Wassily Leontief fece quello che allora sembrò un pronostico sorprendente. Le macchine, disse, probabilmente sostituiranno la manodopera umana in modo alquanto simile a come il trattore ha sostituito il cavallo. Con circa 200 milioni di disoccupati nel mondo – 30 milioni in più rispetto al 2008 – le parole di Leontief oggi non sembrano più stravaganti come allora.
In verità, ci sono pochi dubbi sul fatto che la tecnologia sta trasformando radicalmente il mercato globale del lavoro. Certo, le previsioni come quelle di Leontief suscitano molto scetticismo negli economisti, e a buon motivo. Dal punto di vista storico, di rado gli aumenti della produttività hanno fatto sparire posti di lavoro. Ogni volta che le macchine hanno migliorato l'efficienza produttiva (compresi i trattori, quando ebbero la meglio sui cavalli), i vecchi posti di lavoro sono scomparsi, ma ne sono stati creati di nuovi. Inoltre, gli economisti masticano numeri, e i dati recenti mostrano un rallentamento – piuttosto che un'accelerazione – negli aumenti della produttività. Quando si parla del numero reale dei posti di lavoro disponibili, ci sono buoni motivi per mettere in discussione le terribili previsioni dei catastrofisti. Ma ci sono anche buone ragioni per riflettere sul fatto che è la natura stessa del lavoro che sta cambiando davanti i nostri occhi.
Tanto per cominciare, come ha osservato David Autor, economista all'Mit, gli sviluppi nell'automazione del lavoro trasformano alcuni mestieri più di altri. I lavoratori che svolgono compiti di routine, come l'analisi dei dati, sempre più spesso e quasi certamente saranno sostituiti dalle macchine. Invece coloro che svolgono professioni più creative verosimilmente andranno incontro a un aumento della produttività. Nel frattempo, i lavoratori che forniscono servizi alla persona potrebbero non veder cambiare per niente il loro lavoro. In altre parole, i robot potrebbero togliere il posto a un commercialista, aumentare la produttività di un chirurgo, lasciare inalterata l'attività di una parrucchiera.
Lo scompiglio che si ripercuoterà nella struttura della forza lavoro potrà assumere importanza in rapporto al numero reale dei posti di lavoro che ne saranno colpiti. Gli economisti chiamano il risultato più plausibile di questo fenomeno “polarizzazione dell'occupazione”. L'automazione crea posti di lavoro nel settore dei servizi alla base della scala salariale, mentre aumenta la quantità e la redditività dei posti di lavoro al vertice. Ma la parte intermedia del mercato del lavoro ne risulterà svuotata. Questo tipo di polarizzazione sta andando avanti da decenni negli Stati Uniti, ed è ora in corso anche in Europa, con importanti ripercussioni sulla società. Dalla fine della Seconda guerra mondiale, la classe media ha costituito l'ossatura della democrazia, dell'impegno civile, della stabilità. Coloro che non appartenevano alla classe media potevano concretamente aspirare a entrare a farne parte, o addirittura credere di poterne fare parte quando così non accadeva.
A mano a mano che i cambiamenti nel mercato del lavoro disgregano la classe media, potrebbe scatenarsi una nuova rivalità di classe (se così già non è). Oltre ai cambiamenti determinati dall'automazione, il mercato del lavoro sta subendo notevoli trasformazioni anche da piattaforme digitali come Uber che facilitano gli scambi tra i clienti e i fornitori individuali di servizi. Un cliente che telefona a un conducente Uber non acquista un servizio solo, ma due: uno dall'azienda (la connessione a un conducente la cui qualità di guida è garantita dai voti assegnati dai clienti precedenti), e l'altro dal conducente (il trasporto da un posto a un altro). Uber e le altre piattaforme digitali stanno ridefinendo l'interazione tra consumatori, lavoratori e datori di lavoro. Stanno anche rendendo non più necessaria la rinomata azienda di epoca industriale, un'istituzione fondamentale che è riuscita a specializzarsi e a risparmiare sulle spese di transazione. A differenza di quanto accade in un'azienda, il rapporto di Uber con i conducenti non fa affidamento su un tradizionale contratto di lavoro. In verità, il software aziendale funge da mediatore tra il conducente e il cliente, in cambio di un compenso. Questo cambiamento apparentemente minimo potrebbe di fatto avere conseguenze di vasta portata. Invece di essere regolato da un contratto, il valore del lavoro è soggetto alle medesime forze di mercato che affliggono qualsiasi altro bene economico, dato che i servizi variano di prezzo in rapporto all'offerta e alla domanda. Il lavoro si ancora al mercato. Si potrebbero citare anche altri cambiamenti meno perturbatori, come l'ascesa del capitale umano. Un numero in costante aumento di giovani laureati snobba posti di lavoro apparentemente interessanti in grosse compagnie, preferendo guadagnare molto meno e lavorare in una start-up o in settori creativi. Se il fascino del corrispondente stile di vita può spiegare almeno in parte questo fenomeno, in verità tale scelta potrebbe anche essere un modo per aumentare il reddito complessivo da lavoro nel ciclo vitale. Invece di mettere a disposizione le proprie capacità e competenze a un prezzo predeterminato, questi giovani laureati preferiscono sfruttare al massimo il flusso di reddito da lavoro nel ciclo vitale che potrebbero derivare dal proprio capitale umano.

La fine del lavoro, il declino della forza lavoro globale e l'avvento dell'era post-mercato

Un noto saggio di economia scritto da Jeremy Rifkin e pubblicato in Italia da Baldini&Castoldi nel 1995 e successivamente da Oscar Mondadori nel 2002. 

La tesi dell'autore

Nella parte iniziale del libro l'autore espone la sua tesi: prima delle rivoluzioni industriali, più del 90% della popolazione americana si occupava di agricoltura.
Nella prima rivoluzione industriale grandi masse di lavoratori lasciano l'agricoltura per andare ad operare nelle fabbriche. Attualmente solo il 3% della popolazione si occupa di agricoltura, ma grazie alle macchine agricole, la domanda è ampiamente soddisfatta dalla copiosa produzione.
Nella seconda rivoluzione industriale, le macchine e l'automazione prendono il posto dell'uomo nell'industria manufatturiera, e le masse di lavoratori lasciano le fabbriche per spostarsi nel terziario ed adottare il computer come strumento di lavoro.
Ora siamo nel corso di una terza rivoluzione industriale, nella quale l'incredibile progressione della potenza di calcolo dei moderni elaboratori, pone in esubero un crescente numero di lavoratori.
A seguito di questo, la realtà che l'autore vuole evidenziare è che le masse di lavoratori che escono dal terziario, entrano a far parte del mondo della disoccupazione.
[continua]



dalla pagina https://www.theguardian.com/technology/2017/may/08/virtual-reality-religion-robots-sapiens-book
Yuval Noah Harari, "Disoccupati e felici" in Internazionale, n. 1218, 18/24 agosto 2017, pp. 56-57

The meaning of life in a world without work

As technology renders jobs obsolete, what will keep us busy?

Il senso della vita in un mondo senza lavoro
Mentre la tecnologia rende i lavori obsoleti, che cosa ci terrà occupati?

sabato 19 agosto 2017

La nuova religione tecno-capitalista: tutti connessi in Rete, ovunque e sempre

dalla pagina https://www.informatica-libera.net/content/la-nuova-religione-tecno-capitalista-tutti-connessi-rete-ovunque-e-sempre


Ultimo aggiornamento: 24 Maggio 2016
Nonostante l'euforia diffusa sulle potenzialità della Rete – che è sempre più mezzo di connessione e sempre meno mezzo di comunicazione e di conoscenza; che è sempre più capitalista e sempre meno libera e anarchica come alle origini, cautela e scetticismo sul valore emancipativo delle tecnologie digitali sembrano più che sensate. "Essere in Rete" non è forse un processo di cattura che impedisce la partecipazione reale alla vita democratica? L'articolo che segue è un'intervista di Paolo Bartolini al Prof. Lelio Demichelis, docente di Sociologia, che analizza il mondo attuale con uno sguardo critico, profondo e multidisplinare, coinvolgendo settori come la sociologia, l'economia, la psicologia, le politiche internazionali, ma anche l'antropologia e altri ancora. La prospettiva offerta concorda con vari scritti presenti in questo blog, tra cui "L'era della persuasione tecnologica" e "L'era della simulazione ovvero l'oscuro desiderio di essere sempre connessi".
Francesco Galgani, 23 maggio 2016

Il dio che non voleva morire. Tecnica, Capitalismo e limiti del vivente

Un'intervista a Lelio Demichelis a cura di Paolo Bartolini, fonte: megachip.globalist.it, 13 maggio 2016
Prof. Demichelis, in un suo recente lavoro ha parlato espressamente di religione per definire l'impianto tecno-capitalista che governa le nostre società. Quale valenza strategica e politica riconosce a un'analisi del dominio contemporaneo centrata sulla categoria del "religioso"?
In tempi di Isis e di integralismo politico-religioso potrebbe sembrare fuori luogo parlare e scrivere di capitalismo, di tecnica e di rete come di fenomeni religiosi. Io sostengo invece che proprio il capitalismo e la tecnica intesa come apparato hanno assunto ormai forme tipicamente religiose. Utilizzando le categorie e le modalità del religioso per evangelizzare il mondo, ma nella forma tecnica e capitalista.
Se andiamo alle analisi di Michel Foucault sulla nascita del potere moderno come evoluzione del potere pastorale delle prime comunità cristiane; se (ancora Foucault) analizziamo i meccanismi psicologici e pedagogici insiti nelle discipline e poi nelle forme biopolitiche di potere e di governo (la governamentalità) degli uomini; se, ancora, guardiamo alle società di massa del '900, alle forme totalitarie di potere, al concetto di ideologia - ebbene, abbiamo la conferma di quanto le forme religiose siano ben presenti anche oggi, in tempi di apparente secolarizzazione ma soprattutto di mercato globale e di rete.
La religione classica era un sistema di rappresentazioni collettive e di pratiche ripetute che uniscono e connettono e integrano ciascuno in una comunità/gregge, legandolo al pastore che guida il gregge e sciogliendolo all'interno del gruppo; è poi un insieme di riti, miti, cerimonie, simboli che rimandano e rinviano a Dio ma soprattutto alla chiesa che lo incarna e lo interpreta. Quindi, religione che lega, connette, struttura ogni fedele in un sistema integrato, coerente e incessantemente replicato, fatto di discorsi, di narrazioni e di simboli, di riti e di miti che agiscono per produrre e ri-produrre nel tempo comportamenti, atteggiamenti, motivazioni, senso della vita. Dando un ordine generale e un senso unitario e omologante, quindi rassicurante, davanti all'incertezza della vita, facendo apparire come vera (e come il solo vero possibile) quella dottrina che deve essere praticata e che diventa verità normale, normata e indiscutibile.
Da qui, quella che lei definisce appunto come religione tecno-capitalista.
Esattamente. Un religione con il proprio culto e i propri riti (il mercato, lo scambio, la competizione economica, il consumo e poi il consumismo), i propri templi (le borse, le fabbriche, i supermercati/outlet, gli Apple Store, la Rete stessa scritta con la maiuscola), le proprie rappresentazioni (la pubblicità, il modello Uber, la condivisione), i propri simboli e i propri feticci (la rete, l'iPhone), la propria grande narrazione e le proprie favole (la mano invisibile, la rete come libera condivisione, l'intelligenza collettiva) e il proprio catechismo per far apprendere fin da piccoli, la dottrina (il dover essere connessi, il dover condividere, il tecno-entusiasmo, i videogiochi, YouTube, la vetrinizzazione di sé - come la definisce Vanni Codelupp -, la perdita della privacy), i propri pastori che guidano il gregge e che poi diventano santi (Steve Jobs, ma anche Mario Draghi), i propri teologi/guru (la Silicon Valley) - il tutto per riprodurre e replicare all'infinito comportamenti e motivazioni congrue al più efficiente funzionamento della chiesa-apparato, dando un ordine generale e un senso omologante, quindi rassicurante e integrante e comunitario alla vita di ciascuno. E ciascuno acquisisce così un proprio ruolo come fedele (produttore, consumatore, spettatore, nodo della rete), all'interno di un mondo in sé incessantemente mutevole e de-strutturante e de-socializzante (il mercato, la competizione, la rete). Diventando un uomo nuovo diverso dal passato - obiettivo e pratica di ogni religione (come di ogni totalitarismo) - e anche il capitalismo vuole un uomo nuovo, lo vogliono i neoliberisti, lo volevano e lo vogliono gli ordoliberali: un uomo di mercato, confuso con un mercato e una rete che sono disciplina e biopolitica/bioeconomia/biotecnica insieme (andando appunto a governare la vita intera dell'uomo, spogliandolo della sua individualità vera e della sua possibile autonomia).
Religione dunque - e potremmo tornare a Feuerbach, a Durkheim, a Weber e alla sua relazione tra religione calvinista e capitalismo o a Freud, per citare solo alcuni. Potremmo, meglio, tornare a Benjamin, che già nel 1921 definiva il capitalismo come una religione (forse la più estrema che si sia mai data, il capitalismo essendo la celebrazione di un culto sans treve e sans mercì; un culto capace anch'esso di generare colpa). Ma se Benjamin pensava al capitalismo come a una religione senza teologia, questa teologia invece esiste, eccome. Se Carl Schmitt sosteneva che tutti i concetti decisivi della moderna dottrina dello stato sono concetti teologici secolarizzati; se oggi si scrive giustamente (Roberto Esposito, ad esempio) che anche l'economia vive di concetti teologici, ebbene è tempo di estendere questa chiave di lettura anche alla rete e alla tecnica come apparato, parlando di una teologia tecnica. E una teologia è il sistema dottrinale che impone il rispetto della verità che deve essere accettata, ma è anche l'espressione dell'esigenza di un sistema religioso di riportare le molteplicità esistenti all'Unità, i molti che pure incessantemente crea all'Uno del sistema-religione. Per cui, il capitalismo offre una quantità infinita di beni e di consumi personalizzati e individualizzati - cioè moltiplica apparentemente le diversità offerte e la libertà di scelta dell'individuo - ma questo può avvenire solo e sempre dentro al sistema capitalista (che è la verità) e similmente dentro alla rete che si moltiplica sì all'infinito e apparentemente senza un centro (senza una Chiesa), purché tutti siano però connessi a questa rete, dentro a questo Uno che è la rete come mezzo di connessione (la rete, potremmo dire, come la più grande società di massa della storia, come il più grande gregge religioso mai prodottosi). Rete che - come il capitalismo - prima suddivide e separa (il lavoro, i lavoratori, crea i personal computer, gli apparati mobili individuali) ma poi integra le parti suddivise in qualcosa (l'Uno del mercato & della rete, appunto) maggiore della semplice somma delle parti. Pensiamo a come il mondo si divida oggi - in modo manicheo, ideologico, integralisticamente religioso - tra tecno-ottimisti (gli eletti) e tecno-critici (i dannati); a come l'essere connessi sia una sorta di dovere (una disciplina, una pedagogia, un catechismo) non tanto e non solo economico quanto esistenziale.
Ecco, questa è la forma del potere religioso odierno, non solo del capitalismo (Benjamin), ma soprattutto della tecnica. O altrimenti: così come nel '900 Raymond Aron parlava di religioni secolari per definire le ideologie totalitarie del secolo, altrettanto lo sono capitalismo e tecnica. Anzi, più che secolari.
In che senso lei parla di rete come di un mezzo di connessione?
Religione, come detto, significa anche (è una delle sue etimologie) legare insieme.
E connettere e far connettere in rete è una forma di legare insieme, strutturare, integrare.  Mi rifaccio ad Aya Norenzayan, che nel suo libro Grandi Dei ha definito gli otto principi che fanno nascere le grandi religioni capaci di tenere insieme i grandi gruppi umani, ovvero: chi è integrato/legato e sorvegliato e controllato si comporta bene; la religione è più nel contesto e nell'ambiente sociale che nelle singole persone; l'inferno è più potente del paradiso; fidati di coloro che si fidano di Dio; nelle religioni le azioni contano più delle parole; gli Dei devono essere oggetto di adorazione; e infine:
i Grandi Gruppi religiosi cooperano per competere. Otto principi che possiamo applicare perfettamente al tecno-capitalismo (e tecnica e capitalismo sono oggi una cosa sola), perché il Grande Dio è oggi il tecno-capitalismo che integra e controlla e crea incessanti meccanismi di cooperazione/connessione/rete-gregge affinché ciascuno si comporti bene (sia docile e utile, direbbe Foucault, ovvero a produttività crescente) e sia integrato e controllato nella sua produttività/utilità per il sistema-religione; una religione che è nel contesto più che nelle persone (è la globalizzazione e la rete, è nel dover essere connessi, è nel tecno-ottimismo sempre e comunque); dove l'inferno (la disoccupazione, la precarizzazione, l'esclusione, l'austerità merkeliana) è ovviamente peggio del paradiso ma è meglio per educare, addestrare, disciplinare a diventare tutti capitalisti; dove si deve imparare a fidarsi di coloro che si fidano di Dio, quindi del denaro e dei mercati, della mano invisibile, della rete e della (falsa) idea di condivisione; dove il fare conta più delle parole (cioè della riflessione e del ragionamento critico, dell'essere se stessi, della responsabilità, dell'auto-nomia); dove Dio deve essere oggetto di adorazione (i mercati, le borse come luoghi sacri non profanabili dal popolo, ma anche la Rete e la Silicon Valley, mondi separati e sacri) e tutti devono cooperare/connettersi per competere.
Nonostante l'euforia diffusa sulle potenzialità della rete, lei ha più volte mostrato cautela e scetticismo sul valore emancipativo delle tecnologie digitali. "Essere in rete" denoterebbe piuttosto un processo di cattura che impedisce la partecipazione reale alla vita democratica. Siamo dinnanzi a uno strumento che può essere usato meglio o dobbiamo accettare questa ambivalenza come insormontabile?
Se ha ragione Günther Anders, la tecnica non è neutra, non è più un semplice mezzo a disposizione dell'uomo, ma è diventata il fine della vita degli uomini. E' una sorta di sistema autopoietico, quindi difficilissimo da governare. Di più: Anders sosteneva che le forme tecniche - i modi in cui gli apparati funzionano - tendono a diventare forme sociali, a imporre agli uomini certi comportamenti, certi modi di fare e quindi anche di essere. Quello che sembrava un mezzo di comunicazione e di conoscenza - la rete, appunto - sembra essere diventato il fine. Analogamente l'economia (di mercato): doveva essere un mezzo al servizio della società, è diventata il fine della vita di ciascuno e dell'intera società, vita messa in mobilitazione economica permanente.
Il cittadino dell'illuminismo è diventato un semplice homo oeconomicus (un cliente, un utente, un prosumer, un profilo) e oggi un homo technicus. Nuovamente unidimensionale, anche se cresce l'offerta di divertimento, godimento, distrazione di massa per compensare flessibilità e precarietà e nichilismo. Era un uomo che ieri sognava di cambiare il mondo, oggi l'unica innovazione di cui parla e a cui s'interessa è quella tecnologica: non vuole più cambiare il mondo ma essere un maker, creare start-up, essere non se stesso ma imprenditore di se stesso. Ha perso ogni capacità di fare discorsi sui fini (come dice Gustavo Zagrebelsky) ed è diventato ancora di più parte del sistema. Come uscire da questa gabbia d'acciaio in versione virtuale? Difficile. Ma il mio La religione tecno-capitalista si chiude comunque in senso ottimista, invocando un principio di laicità da esercitare anche (soprattutto) nei confronti di questa religione. Laicità anch'essa non facile, certo, perché il tecno-capitalismo non sembra una religione, perché non sembra esserci un potere teologico, perché è una religione liquida (parafrasando Bauman). Questa sua particolarissima forma religiosa pone però un grande problema di libertà e di democrazia: come controllare un potere che non sembra un potere, che non si riesce a collocare fisicamente da qualche parte essendo ovunque e in ogni luogo, che ha in sé e per sé una sorta di microfisica (religiosa) del sapere e del potere? E soprattutto, come riconoscerlo? La grande sfida che ci attende è proprio quella di riconoscere e poi di controllare democraticamente un potere/sapere (ancora Foucault) che non ammette controlli e limiti perché capitalismo e tecnica hanno l'accrescimento infinito di sé come propria essenza e come propria escatologia. Il tutto dentro alla macro-tendenza di questi anni e che accompagna l'egemonia tecno-capitalista, che cerca (penso anche alle riforme costituzionali ed elettorali di Renzi) la semplificazione e l'accentramento del potere (politico, economico, tecnico), la estromissione del demos dalla sovranità e la cancellazione del bilanciamento dei poteri. Ormai siamo in quella che chiamo una democrazia-non-più-democrazia. E invece, proprio come mezzo secolo fa si cercava di portare la democrazia anche oltre i cancelli delle fabbriche (altrimenti non si era in una democrazia), lo stesso dovremmo fare oggi, portandola oltre i cancelli virtuali della rete, dei social network, dei motori di ricerca, del Big Data, del capitalismo delle piattaforme. Perché non basta dire social, smart e condivisione per avere democrazia.
Sulla scia della precedente domanda, qual è la sua opinione sulla cosiddetta "share economy"?
Critica. Come deve essere sempre davanti a processi nuovi - o che sembrano nuovi. Per non cadere nuovamente nelle retoriche (e in un tecno-entusiasmo molto infantile ma a riproducibilità infinita) di una condivisione che nasconde sempre più forme assolutamente capitalistiche di economia, di lavoro, di prestazione individuale. Perché io posso certo condividere il mio appartamento, ma i profitti sono soprattutto della piattaforma che permette la condivisione. Perché il falso tassista di Uber non è un imprenditore di se stesso (come sarebbe secondo le retoriche dominanti), ma è un lavoratore alienato dove i veri mezzi di produzione non sono il suo smartphone e la sua auto, ma la piattaforma Uber. Grazie alla rete - appunto: sempre più mezzo di connessione - ogni lavoratore prima fisicamente e contrattualmente subordinato può (deve) diventare un lavoratore autonomo, un imprenditore di se stesso, un lavoratore individualizzato, ma con il suo posto di lavoro e i suoi tempi di esecuzione. Concretamente è un falso imprenditore di se stesso perché sub-ordinato a un nuovo padrone. È sì esterno alla struttura dell'impresa, ma è ancora più integrato-connesso-legato al mercato-religione. In realtà la condivisione e l'aiuto sono pratiche antiche e non il prodotto virtuoso della rete. La rivoluzione francese era nata per realizzare un principio di fraternità, di solidarietà, cioè di condivisione. Il welfare pubblico post-1945 era basato sulla condivisione (la redistribuzione della ricchezza dall'alto verso il basso della società, la creazione di uguali punti di partenza per tutti, le assicurazioni sociali come forma di condivisione sociale dei rischi). Ma tutto questo è stato progressivamente rimosso e anche in rete i ricchi sono sempre più ricchi e le disuguaglianze si accrescono. Di fatto è il ritorno a un capitalismo 0.0 ma la chiamiamo modernità e innovazione. Attenzione: questa critica non mi impedisce certo di vedere - anche grazie alla rete - forme autentiche di condivisione, di pratiche del dono, di finanza etica, di aiuto e di solidarietà, di volontariato. Sono la speranza che non vuole morire, la solidarietà vera e una sorta di fuga dal mercato verso la libertà. Ma appunto, non sono ciò che comunemente si definisce come sharing economy.
La dimensione del conflitto, in questi anni di egemonia neoliberista, sembra schiacciata tra i poli della violenza esplicita (pensiamo alle molteplici guerre a bassa intensità che infiammano il pianeta) e dei generici auspici di pace. Quale spazio intravede, in Europa, per una conflittualità non distruttiva capace di mettere in discussione l'assetto oligarchico dell'Unione?
Viviamo in un paradosso. Da una parte, in rete, dominano le retoriche del dover condividere (tra di noi, per permettere profitti crescenti alle piattaforme, all'oligopolio tecno-capitalista, al Big Data); dall'altra, nella realtà trionfano egoismo, esclusione, chiusura, conflitti fatti di violenza esplicita, ma anche di competizione economica di tutti contro tutti - che è un'altra forma di violenza. Cosa contrapporre? Un nuovo conflitto - di idee, progetti, speranze, indignazioni; un conflitto costruttivo. Il problema è come contrastare un potere tecnico ed economico (religioso) che ha ormai conquistato l'egemonia. Perché se il tecno-capitalismo è una religione, allora è un processo culturale prima che economico (o meglio: il capitalismo e la tecnica hanno costruito la propria egemonia come cultura, divenendo religione). Contro questa egemonia potrebbe servire tornare a Gramsci, alla sua idea di una guerra di posizione, di conquista delle casematte dell'avversario. Costruendo però - e diversamente da Gramsci - non una contro-egemonia o una diversa egemonia (come illuminista nel senso di Kant e come laico e libertario impenitente sono contrario ad ogni forma di egemonia), ma una società finalmente aperta, non conformista, non etero-normata e non etero-diretta. Questa costruzione la si può fare solo smontando i meccanismi di potere/sapere della religione tecno-capitalista, facendoci eretici rispetto alla sua teologia/escatologia. Cosa difficilissima anche perché non esiste più una sinistra capace di proporre soluzioni diverse da quelle neoliberiste e ordoliberali, perché abbiamo appunto perduto la capacità di fare discorsi sui fini. Perché il tecno-capitalismo ha sciolto ogni opposizione/contestazione, incorporandole e mettendole a profitto per sé, trasformando ciascuno in mero (s)oggetto economico e tecnico (tutti capitalisti e tutti in rete). Perché, grazie alla rete come mezzo di connessione ha potuto passare dal fordismo concentrato delle grandi fabbriche del passato (dove era relativamente facile organizzare un sindacato e fare discorsi sui fini), al fordismo individualizzato di oggi.
In ultimo le domando la sua opinione sulla crescente ibridazione tra organismi viventi e macchine. La bio-tecnica, di cui ha parlato in un suo libro, coltiva il sogno/incubo di una vita aumentata, sempre meno ancorata ai limiti bio-fisici della realtà. In che modo questo desiderio si capovolge nel suo contrario, dunque nella tanato-tecnica e nella tanato-politica?
Di ibridazione uomo-macchina e di biotecnica parlo soprattutto nel senso indicato prima, quello di Anders, cioè della tendenza delle forme tecniche a sostituirsi alle forme sociali, ma anche delle forme economiche (capitaliste) a sostituirsi alle forme sociali, nella convinzione, tutta neoliberista-ordoliberale che il mercato (ma oggi anche la rete) sia la forma perfetta di società e di democrazia. Ma il capitalismo e gli apparati tecnici rifuggono dalla democrazia (ne sono la negazione, ancor più perché religiosi, oggi teocratici più che tecnocratici) - e i tentativi del passato di democratizzare il capitalismo si sono infranti contro la sua crescente egemonia, soprattutto contro la sua teologia e la sua escatologia. Quindi, se il capitalismo e la tecnica sono due forme (in realtà, una forma unica) di biopolitica, di governo delle vite intere singole e collettive per la creazione di un uomo nuovo, questo loro essere biopolitiche (religiose) si traduce nel loro contrario, proprio com'è accaduto per tutte le biopolitiche totalitarie del '900 - e com'è accaduto nella storia anche per le religioni monoteiste - cioè in tanato-politiche, oggi con la nascita di nuove oligarchie, con infinite illusioni di libertà che alludono a una libertà che non esiste quasi più (e bisognerebbe dire: o la libertà, o il Big Data), con un nichilismo esistenziale e de-socializzante diffuso, con la sostituzione della sovranità del mercato e della tecnica a quella del demos. La differenza, rispetto al passato è che il tecno-capitalismo sopravvive a tutte le sue contraddizioni e può trasformarsi in tanato-politica (come l'Europa verso la Grecia) senza perire sotto le sue rovine, né provare sensi di colpa (la colpa è sempre di coloro che non si adattano e non si piegano ai dogmi della religione e della troika - che è una forma di Inquisizione). Non serve allora una contro-biopolitica, come non serve una contro-egemonia. Serve un ritorno alla politica. Pensando a un nuovo principio di laicità.