martedì 9 marzo 2021

Tre economiste innovatrici

dalla pagina https://www.pressenza.com/it/2021/03/tre-economiste-innovatrici/

Fiorella Carollo

(Foto di Gerd Altmann from Pixabay)

Oggi nel mondo sono in atto degli esperimenti a livello politico ed economico che avrebbero bisogno della massima attenzione e considerazione. Da una parte la ragione per cui non hanno ricevuto la dovuta attenzione è da imputarsi all’interesse di mantenere lo status quo, dall’altra mi chiedo se la ragione non sia perché hanno come protagoniste delle donne, da una parte le economiste e dall’altra le politiche. 

Le tre economiste in oggetto sono Esther Duflo, Julia Steinberger e Kate Rawhorth i fatti in oggetto sono: il 20 aprile 2020 la sindaca di Amsterdam stringe un accordo con l’economista Kate Raworth per conformare le nuove politiche economiche a quelle dell’economista britannica. L’altro fatto è in corso da quattro anni in Nuova Zelanda da quando nel 2016 è stata eletta la prima ministra Jacinda Ardern, la più giovane prima ministra mai nominata nel mondo, la quale ha dichiarato che le politiche e i bilanci della Nuova Zelanda non si sarebbero più uniformate al principio della crescita economica ma bensì ad assicurarsi il benessere nella qualità della vita dei suoi cittadini. Se questi due esperimenti dovessero funzionare cioè se fra qualche anno i dati raccolti dimostreranno che effettivamente le emissioni di CO2 sono diminuite in Olanda e questo non ha comportato alcuna recessione economica e che in Nuova Zelanda l’economia sia riuscita a “prosperare senza crescita” beh a quel punto i sostenitori della crescita a oltranza avrebbero dei dati su cui riflettere.

Da quando ho pubblicato il mio libro “Extinction Rebellion e la rivoluzione ambientale”1 ne parlo con le persone e ho notato che quando affronto criticamente l’argomento “economia” le persone reagiscono come se toccassi una vacca sacra. Mi rendo conto che molti hanno paura di perdere i privilegi e il benessere economico che hanno grazie all’economia, a questa economia. Personalmente, sono d’accordo con quanti dicono che l’economia è troppo importante per lasciarla solo agli economisti. Non dobbiamo sentirci impotenti perché non siamo laureate in economia! Quello che è importante è usare il proprio buon senso e documentarsi costantemente, diventare cittadine partecipi del nostro sistema democratico.

Alla fin fine penso che molto si riduca alla necessità di educare le persone ad una nuova prospettiva sociale, di stimolare il dibattito su un’economia più giusta per tutti, sulla necessità di reclamare un sistema economico diverso che pone al centro non più gli interessi del 1% della popolazione mondiale ma bensì la salute, l’interesse di tutti. Alle persone che temono una economia diversa perché temono di perdere i loro privilegi, dico loro che un’economia che mette in primis il benessere di tutti i cittadini e la loro salute, che vuole tutelare i lavoratori nella transizione alle energie rinnovabili e che vuole rispettare l’ambiente, significherà vivere in una società dove le tensioni sociali, la violenza, la povertà, il crimine saranno alquanto ridimensionate se non scomparse e questo inevitabilmente porterà una qualità di vita migliore per tutti. Allora forse questo è uno scambio che può essere equo per quelle persone benestanti che hanno timore di guardare a un’economia diversa da quella neoliberista.

Le economiste

Esther Duflo, 37enne è in assoluto la più giovane persona ad aver ricevuto un Nobel, l’ha ricevuto per l’economia assieme al marito A. Banerjee, e a un collega del M.I.T. M. Kramer dove insegnano economia dello sviluppo. Esther Duflo assieme al marito ha scritto un libro di grande interesse “Una buona economia in tempi difficili”. Da anni portano avanti progetti nei paesi non industrializzati partendo, non da una ricetta economica che vogliono mettere in atto, come di solito ha fatto la Banca Mondiale in questi decenni per affrontare e sradicare la povertà, ma al contrario partono dal “metodo sperimentale” quello che si usa in medicina e in generale nelle scienze per testare la validità di un farmaco o di un metodo, di una nuova sperimentazione. Al M.I.T. hanno un laboratorio dove insegnano a 200 sperimentatori in tutto il mondo come testare i programmi per affrontare la povertà. A questo progetto si è affiliata anche la Bocconi. Il metodo schematicamente consiste nel a) andare sul luogo per verificare qual è la situazione, b) ascoltare le richieste di quella popolazione, dall’aprire una scuola, costruire un acquedotto, introdurre il vaccino anti-malaria, oppure mettere le zanzariere alle finestre, c) per implementare queste richieste adottano due progetti pilota in due villaggi diversi per poter comparare i risultati e vedere che cosa funziona e che cosa non funziona e poter poi adottare il progetto modificato e funzionante. Io credo non sia un caso se il comitato svedese abbia scelto questo trio di economisti; evidentemente vuole dare un segnale alle scelte economiche perché si indirizzino verso posizioni opposte rispetto a quelle che sono state adottate in questi ultimi 50 anni. E vuole anche dare un segnale perché i governi si muovano in modo efficace nell’affrontare il problema della povertà che oggi è anche delle economie più industrializzate come conseguenza delle politiche neoliberiste degli ultimi trent’anni.

Queste politiche sono state avviate nella seconda metà degli anni ‘80 quando le grandi compagnie, le multinazionali sono riuscite a convincere i governi a adottare delle politiche liberiste che comportano da una parte pochissime tasse e dall’altra la circolazione delle merci in tutto il globo e la loro produzione dislocata, con la promessa che questo avrebbe portato dei benefici a tutti. Questa vera e propria rivoluzione ha preso piede grazie alla Thatcher in Inghilterra e Reagan negli Stati Uniti. È vero che questa liberalizzazione delle merci ha portato benefici per tutti? Le tre economiste di cui vi voglio parlare lo confutano con dati alla mano.

Julia Steinberger2, 47enne, economista ecologica, professoressa all’università di Losanna, studia per trovare vie d’accordo tra le esigenze dei mercati e quelli dell’ecologia. E’ figlia di un premio Nobel per la fisica.

L’attuale sistema economico produce ricchezza a spese del pianeta senza riguardo per i rifiuti tossici che produce, senza riguardo per lo sfruttamento delle risorse naturali, e senza riguardo per gli effetti che hanno le attività estrattive. Il nostro sistema economico produce ricchezza a spese delle lavoratrici e dei lavoratori gli stipendi sono bloccati da più di vent’anni mentre il costo della vita non è certo rimasto quello di vent’anni fa. Questo sistema economico produce ricchezza a spese della salute dei cittadini, la pandemia ha reso evidente a tutti noi, anche a quelli che non volevano crederci, quanto questo sia vero.

Critica alla crescita

Le critiche alla crescita ad ogni costo non sono nuove anzi hanno iniziato qualche decennio fa e sono diventate progressivamente sempre più numerose da isolate che erano però non hanno mai fatto parte della “conversazione” ora invece che la pandemia ha fatto saltare delle certezze e si rende necessario un nuovo assetto economico queste proposte incominciano diventare parte della conversazione mainstream.

Julia Steinberger afferma che la prima ragione per cui le nostre economie sono ossessionate con la crescita è perché i politici non avranno mai il coraggio di adottare politiche che non si uniformino a bilanci che devono crescere di anno in anno nessuno di loro vuole chiamarsi fuori dalla competizione.

Per dirla in parole semplici i governi vedono la loro reputazione legata alla reputazione della loro economia: se abbandoni la crescita economica come obiettivo politico ti stai letteralmente togliendo dal club delle paesi che contano.
I governi focalizzati alla crescita non sono necessariamente malintenzionati suppongono che la crescita economica permetta a loro  di avere i soldi per portar avanti obiettivi come il benessere sociale, attuare delle riforme per affrontare la crisi climatica eccetera.  Infatti, anche Duflo e Banerjee in un recente saggio per il Ministero degli Esteri, notavano che dal 1990 il numero delle persone che vivono con meno di un dollaro e 90 al giorno, la definizione di povertà estrema secondo la banca mondiale, è sceso da 2 miliardi a circa 700 milioni. “Oltre ad aumentare il reddito delle persone l’espansione regolare del PIL ha permesso ai governi di spendere di più per le scuole, gli ospedali, le medicine e trasferire reddito ai poveri”. Tuttavia, quando i benefici della crescita sono principalmente acquisiti da una elite, avvertono, il disastro sociale può esserne la conseguenza.

La politica della crescita ad ogni costo, ha portato a risultati malsani.  Un esempio lo abbiamo proprio in questi tempi di pandemia: i governi all’inizio della pandemia si sono rifiutati di attuare delle veloci misure per contenere la diffusione, come vietare gli spostamenti aerei, vietare grandi eventi, chiudere scuole e i posti di ritrovo. I governi hanno dichiarato che non potevano attuare queste misure preventive perché sarebbe andato a scapito della economia dicendo questo hanno apertamente affermato che il primato non è la salute dei cittadini.

Le alternative positive non vengono prese in considerazione perché la crescita viene propagandata come il mito fondante necessario e benefico per tutti. Nella realtà sta diventando sempre più evidente negli ultimi 20 anni come i benefici non sono assolutamente per tutti, si stanno assottigliando sempre più le schiere dei beneficiari, con la perdita della classe media e il suo impoverimento generale.  La crescita non è una panacea contro la povertà al contrario ci distrae dal prendere misure e che sarebbero veramente efficaci per eliminare la povertà, come ad esempio, il reddito di base universale che farebbero da cuscinetto alle crisi economiche e alla transizione ecologica.  L’imperativo della crescita ha reso il mercato potente tale da sostituire le azioni del governo mentre invece abbiamo bisogno di uno stato, e la pandemia l’ha dimostrato, che sia sempre più presente per attutire gli effetti della crisi.

Kate Raworth britannica, 51enne, come vedete sono tutte donne giovani, si è formata ad Oxford dove ancora insegna, oltre a Cambridge, il suo libro del 2017 dal titolo provocatorio “L’economia della ciambella. Sette mosse per pensare come un economista del ventunesimo secolo” ha avuto molta attenzione.

Già da tempo il modello di crescita è messo sotto accusa da due economisti premi Nobel, Joseph Stiglitz e Amartya Sen, ma Kate Raworth fa un passo in avanti e propone un modello alternativo di economia che prende in considerazione l’emergenza climatica. Le politiche economiche che noi abbiamo correntemente vedono i governi dare sussidi alle energie del fossile alle loro industrie, in realtà quello che sarebbe giusto accadesse è che prima di varare una legge un bilancio si dovrebbe prendere in considerazione gli effetti che quella operazione/sovvenzione ha sull’ambiente; perché l’acidificazione degli oceani deve essere tenuta in considerazione quando immetto più floro, più fosforo nelle acque degli oceani o dei fiumi. Se devo sovvenzionare un progetto per un’industria estrattiva devo tenere in considerazione quanto CO2 in più sto immettendo nell’atmosfera. Con il trattato di Parigi del 2015 i governi di 190 nazioni del mondo industrializzato si sono impegnate a mantenere il tasso di inquinamento atmosferico dell’anidride carbonica [in modo da limitare l'aumento della temperatura media globale] sotto i 2°, se vogliamo che questo si traduca in realtà, ogni azione deve essere monitorata, tenendo presente questi limiti.

Chi ha deciso di dare ascolto a Kate Raworth è la sindaca di Amsterdam la quale il 20 aprile dell’anno scorso, quindi non solo in piena pandemia ma anche in pieno lockdown, ha stretto un accordo per cui da quel momento la città di Amsterdam avrebbe uniformato le sue politiche al progetto economico di Kate che chiede da una parte, di tenere in considerazione i limiti ambientali nelle scelte economiche, e dall’altra di tenere in considerazione i diritti dei cittadini di avere una casa, un reddito, accesso alle cure sanitarie, all’educazione, al tempo libero, al benessere fisico e psicologico.

Non è un caso, a mio avviso, che proprio la città di Amsterdam abbia fatto questo cambio di rotta significativo perché c’è un precedente. Cinque anni prima un’associazione ambientalista olandese Urgenda- anche questa ha per presidente una donna- ha intentato una causa allo stato sulla base che il governo deve prendersi cura dei suoi cittadini ma continuando a sovvenzionare le industrie estrattive e quindi continuando ad aumentare la percentuale di anidride carbonica nell’atmosfera non lo stava facendo. Dopo tre udienze in appello, l’ultima e definitiva nel dicembre del 2019, il giudice dava ragione all’associazione Urgenda a cui nel frattempo si erano unite anche altre associazioni. Ma il giudice ha fatto una cosa ancora più grande cioè ha obbligato il governo a porre rimedio entro il dicembre 2020. I politici si sono ritrovati con appena un anno di tempo per ridurre l’emissione di CO2. A questo punto cosa hanno fatto? Si sono rivolti al loro nemico, l’associazione Urgenda, che ha contattato 800 associazioni del territorio chiedendo di approntare un piano. Cioè i politici si sono rivolti alla società civile e si sono rivolti a quelle associazioni che lavorano sul territorio perché sono quelle che hanno la mano in pasta con i problemi e le realtà oggettive. A mio avviso questo è l’antefatto che spiega perché la città di Amsterdam abbia adottato un cambiamento di rotta nella direzione della giustizia e dell’ambiente.

Ho voluto scrivere di queste tre economiste per farvi sapere che anche se non appaiono nei nostri talk show, non le trovate citate negli articoli dei nostri quotidiani, sono comunque di tutto rispetto. Seguiamole, leggiamo i loro libri, monitoriamo i loro sviluppi, partecipiamo al cambiamento necessario del nostro sistema economico studiando le economiste che lo meritano.

1# Fiorella Carollo, Extinction Rebellion e la rivoluzione ambientale 2019, Multimage

2# Fonti https://www.opendemocracy.net/en/oureconomy/pandenomics-story-life-versus-growth/