lunedì 29 marzo 2021

Dal lavoro alla cura

dalla pagina https://comune-info.net/dal-lavoro-alla-cura/ 

Guido Viale


Il concetto di cura, riscoperto da alcuni in questo tempo di pandemia e cambiamenti climatici, viene spesso contrapposto, giustamente, a quello di profitto. In realtà andrebbe approfondito per riaprire una discussione intorno al concetto di lavoro. A chi serve il lavoro? Produrre che cosa? Chi tutelare, il lavoro o gli uomini e le donne che lavorano? E ancora: le attività di infermieri, contadini, insegnanti…, sono importanti come le produzioni manifatturiere, considerate strategiche per sostenere il Pil e mai bloccate negli ultimi mesi, comprese le fabbriche di armi? «La pretesa di attribuire comunque un valore e una “dignità” al lavoro, indipendentemente dalle condizioni nelle quali si svolge e dai risultati che produce – scrive Guido Viale in Dal lavoro alla cura – Risanare la Terra per guarire insieme (ed. Interno4) -, è proprio ciò che allontana da un’autentica pratica della cura…». Un estratto del nuovo libro di Viale

Le foto di questa pagina sono di Ferdinando Kaiser


Sulla cura della casa comune
 è il sottotitolo dell’enciclica Laudato si’ (2015) di papa Francesco, un documento straordinario di carattere politico, sociale, ambientale, culturale e, ovviamente, anche religioso, al quale, già pochi mesi dopo la sua pubblicazione, aveva fatto riferimento un folto gruppo di attivisti e attiviste, religiosi, intellettuali, operatori e operatrici sociali, laici e credenti, dando vita all’associazione Laudato si’: la prima, ma certo non l’unica, a qualificare i suoi intenti e la sua ispirazione con quel nome.

Dopo un inizio fertile, ma difficile, questa associazione si è data una struttura e nel corso di un processo di confronto e dialogo tra più di cento aderenti, collaboratori e simpatizzanti che ne condividevano le finalità, ha sintetizzato la prima tappa di una laboriosa riconsiderazione dei contenuti di base di quell’enciclica nel libro Niente di questo mondo ci risulta indifferente, a cura di Daniela Padoan, edizioni Interno4, 2020: un libro a cui questo pamphlet fa spesso riferimento, a volte anche testuale.

La contrapposizione tra cura e lavoro mi è stata sollecitata dalla crescente importanza che il concetto di cura sta assumendo nei tanti ambiti in cui si cerca di inquadrare, entro un orizzonte comune, ancorché ampiamente differenziato, la prospettiva di un rovesciamento radicale di quell’approccio al mondo e a gran parte delle sue manifestazioni che ci è stato imposto dalla globalizzazione e dalla cultura mainstream, cioè dal “pensiero unico” dominante. L’invito al cambiamento in un mondo che cambia continuamente e rapidamente rischia però di dissolversi nel nulla, se non riusciamo a riunire in un quadro coerente tutte o la maggior parte delle cose dalle quali vogliamo prendere le distanze, stabilendo tra loro anche una gerarchia e un ordine di priorità.

Il concetto di cura, intesa come finalità e senso dell’agire umano in campo economico, ma anche, e soprattutto, in quelli sociale, culturale e ambientale, è stato giustamente contrapposto a quello di profitto (“società della cura” contro “società del profitto”) e anche a diversi concetti a esso correlati come competizione, economia di mercato, crescita e sviluppo economici.


Quello che non si è avuto finora la volontà – o non si è sentita la necessità – di mettere in discussione, di disvelare nella sua sostanziale ambiguità, è il concetto che sta alla base e costituisce la giustificazione ultima di tutte le scelte, i comportamenti, gli atteggiamenti e le remore che si frappongono e si sono finora frapposte al pieno dispiegamento di un rapporto tra gli esseri umani e il loro mondo – sociale e ambientale – che sia effettivamente fondato sulla cura: cioè l’occupazione; l’occupazione fine a se stessa; a cui corrisponde quella realtà corposa e ambivalente che è il lavoro, e la sua sacralizzazione, e dietro cui si nasconde da tempo gran parte delle malefatte del dominio economico.

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La pretesa di attribuire comunque un valore e una “dignità” al lavoro, indipendentemente dalle condizioni nelle quali si svolge e dai risultati che produce, è proprio ciò che allontana da un’autentica pratica della cura. Nella cura, come in molti dei cosiddetti “lavori di cura”, c’è quasi sempre, esplicita o latente, una componente affettiva verso l’”altro” – persona o mondo – che al lavoro in quanto tale per lo più manca; e che quando c’è, sotto forma di “orgoglio” del mestiere o della professione, è per lo più autoreferenziale; oppure promosso o imposto dall’esterno; ma, molto più spesso, nei confronti del lavoro troviamo piuttosto insofferenza, fastidio, rigetto.

Tutto ciò che caratterizza l’attuale sistema economico globalizzato – e che ha segnato nel corso del tempo gran parte dell’evoluzione del capitalismo e della società industriale – e ciò che fa da base alla legittimazione di tutte le sue pretese, di tutte le sue imposizioni e persino dei suoi crimini, ci riporta sempre, direttamente o in ultima analisi, all’occupazione; alla necessità di creare o di “salvare” dei posti di lavoro, e con essi non tanto il reddito (poco) al quale danno accesso, ma il lavoro come risorsa; il lavoro come realizzazione dell’uomo, il lavoro in quanto tale: concetto in cui si compendia ogni attività svolta per costrizione.

Le mie considerazioni su questo tema, forse banali, sicuramente discutibili, ma secondo me necessarie, sono un tentativo di portare un contributo alla promozione di quella svolta radicale in tutti i campi che le crisi sanitaria, climatica, ambientale, culturale e sociale, tutte in corsa verso il precipizio, ci impongono con la massima urgenza.

Lavoro, lavori, lavoratori

1.1 A chi serve il lavoro?

La pandemia di Covid-19, che ha investito tutto il pianeta e costretto metà dei suoi abitanti – quelli che una casa ce l’hanno – a rinchiudersi nelle proprie abitazioni, ha reso evidente la faglia che separa le attività nelle quali sono impegnati i lavoratori.


Da un lato ci sono attività al servizio del benessere o del miglioramento dell’umana convivenza: innanzitutto la filiera medico-sanitaria, dai medici agli infermieri ai produttori di presidi medici; quella del cibo, dall’agricoltore al cuoco, dal fornaio alla cassiera; la logistica, per portare a destinazione beni, semilavorati e persone; l’educazione a tutti i livelli e in tutte le forme; l’informazione; e poi tutte le attività di manutenzione, e tante altre.

Dall’altro ci sono i tanti lavori finalizzati esclusivamente o prevalentemente alla produzione di profitti in attesa di una sempre più improbabile riapertura dei precedenti “sbocchi” delle merci prodotte; e ai quali sono stati comandati, a rischio della loro vita e di quella delle loro famiglie, milioni di lavoratori che avrebbero fatto volentieri a meno di produrre, soprattutto in quelle condizioni, se solo fosse stato garantito loro di che vivere.

Le regole con le quali autorità di vario genere e livello hanno imposto la sospensione di tutte le attività culturali, relegato l’educazione nella didattica a distanza, mascherato con “l’emergenza” l’insufficienza cronica del sistema sanitario e del trasporto pubblico, decretando l’essenzialità di produzioni manifatturiere, considerate “strategiche” per sostenere il Pil – comprese le scandalose fabbriche di armi di ogni genere – non sono riuscite a nascondere quella differenza sostanziale, per quanto sfumata possa apparire in molti casi.

Ci sono attività utili e indispensabili, per quanto gravose e anche rischiose possano essere state rese per chi le svolge, e lavori giustificati solo dalla necessità di mandare avanti comunque la fabbrica dei consumi superflui, la devastazione del pianeta e la produzione di profitti.

Si è aperto, nel foro interiore di molti, anche se ben poco sugli organi di stampa e sui media che ne avrebbero dovuto promuovere e diffondere i risultati, un interrogativo sul senso del lavoro proprio e altrui. Un interrogativo che, se il contagio si fosse risolto in breve tempo, sarebbe stato forse lascito cadere; ma che, nella misura in cui la pandemia si prolunga nel tempo e si intreccia sempre più con la crisi climatica e ambientale che ne è sia causa principale che contesto dello sviluppo futuro, tornerà a riproporsi in forme sempre nuove e con sempre maggior forza: a chi serve il lavoro?

1.2 Una condanna biblica

Per millenni il lavoro, a partire dalla condanna biblica pronunciata da Yahweh (Dio) nei confronti di Adamo (“mangerai il frutto della terra con fatica tutti i giorni della tua vita”) è stato considerato una condanna, associata a una condizione servile, o comunque sotto costrizione, o di vera e propria schiavitù, solo metaforicamente sublimata in alcune sue versioni bucoliche o agresti come l’Arcadia.

Lavoro e fatica sono da sempre equivalenti e persino sinonimi, mentre il dolore del parto, detto anche travaglio, assegnato come condanna, sempre da Yahweh, a Eva, lo accosta al lavoro: travaglio è anch’esso un termine con cui viene nominato il lavoro. Entrambi, poi, Adamo ed Eva, sono stati puniti – bisogna ricordarlo – per aver voluto “conoscere”: se stessi e il mondo.

La vita “vera” è stata comunque da sempre quella che dal lavoro era esentata: o perché dedicata al culto (dai sacerdoti) o alle armi (dai guerrieri), o perché incentrata sul proprio perfezionamento attraverso studio e cultura: una condizione che la lingua greca designava con il termine scholé (da cui il nostro scuola) e il latino con il termine otium, il cui opposto – negotium – non conteneva alcun riferimento alla fatica o alla sofferenza di ciò che noi chiamiamo lavoro, ma solo a traffici e affari di ordine sia politico che commerciale. Oppure, in epoca moderna, la vita vera è stata relegata nel cosiddetto “tempo libero” come un tempo lo era nelle giornate di festa.

D’altronde, in molti dialetti italiani lavorare si dice faticare perché questa è comunque la connotazione principale che da sempre accompagna questa attività. Fatica e faticare vengono dal verbo latino fatisci, rompersi, e dal sostantivo fatis, crepa, frattura. E nella radice del termine francese travail, presente in varie versioni in molti idiomi neolatini e in alcuni dialetti italiani, c’è un riferimento a uno strumento di tortura caro all’Inquisizione (tri-palium: tre pali), cioè a una grave sofferenza; siamo sempre lì.

Il cristianesimo dei primi secoli aveva rivalutato la persona di molti degli addetti al lavoro – gli strati più umili della società, oggetto di un tradizionale disprezzo da parte delle classi colte – ma non la loro attività; ma con la conquista del potere temporale da parte della chiesa e, poi, con l’affermazione del feudalesimo, il contadino era stato definitivamente incatenato, anche dal cristianesimo, alla terra e alle sue corvée come “servo della gleba”. E San Benedetto aveva inserito il labor (la fatica) nella sua regola – ora et labora: prega e lavora – come servizio per la gloria di Dio. Ma vi aveva aggiunto anche: et lege, leggi: l’ingiunzione di acculturarsi, rivolta però solo ai monaci.

1.3 Mestiere e professionalità

L’orgoglio per le proprie abilità che si riflettono nel prodotto del proprio lavoro ha probabilmente accompagnato fin dai primordi l’attività degli artigiani impegnati nella produzione di manufatti, anche nelle società nelle quali quel lavoro li relegava al fondo della piramide sociale della vita urbana, soprattutto se lavoravano a contatto con il fuoco. D’altronde anche Vulcano, il dio-fabbro della mitologia greco-romana, era brutto, storpio e sporco; e tradito in continuazione dalla sua sposa.


Nel medioevo “l’aria della città” che “rende liberi” dai vincoli dei poteri feudali aveva permesso di associare le abilità connesse al proprio mestiere a questa nuova condizione, attribuendo loro valore e dignità; prerogative che investivano però solo chi stava al vertice delle botteghe e dei laboratori dove si svolgeva l’attività degli artigiani – i “maestri” – e, tra loro, soprattutto quelli impegnati nelle produzioni di maggior prestigio; mentre alla base operava una manodopera con ben poche prospettive di poter risalire la piramide della considerazione sociale.

Con la transizione dalla produzione artigianale a quella industriale quell’orgoglio per le proprie competenze si è riversato su una parte della manodopera impegnata nel sistema di fabbrica, fino a quando, in un settore dopo l’altro, la riorganizzazione seriale del lavoro ha permesso di sostituire gran parte degli operai di mestiere con una manodopera dequalificata, per lo più importata dalle campagne o da altre regioni e Paesi.

Una sempre più complessa divisione del lavoro aveva d’altronde accompagnato questo passaggio, allontanando la mansione specifica di ogni singolo lavoratore dalla visione, o anche solo dalla comprensione, del prodotto finale della sua attività.

Alle abilità proprie dei mestieri tradizionali si è così andata a sostituire – limitatamente a una fascia specifica e ridotta di addetti – una concezione premiale, e spesso una esaltazione acritica, della “professionalità”: un concetto che riguarda esclusivamente il modo in cui ciascuno adempie alla propria funzione, all’incarico specifico che ha ricevuto, senza alcun riferimento misurabile al risultato finale di un ciclo produttivo sempre più complesso ed evanescente; cioè, ai suoi effetti sul mondo.

1.4 Lavoro salariato e capitale

Quello che noi oggi chiamiamo lavoro è nato in gran parte con il capitalismo industriale e non è che l’oggetto di una compravendita tra imprenditori capitalisti e prestatori d’opera proletari, formalmente liberi di vendere le proprie capacità (la “forza-lavoro” della quale parla Marx), non avendo nient’altro con cui procacciarsi da vivere.

Lavoro è così diventata una “risorsa produttiva”, una categoria generale, come capitale e terra, tutte e tre volte a individuare e definire le classi fondamentali in cui si articolava il nuovo assetto sociale – lavoratori, imprenditori e proprietari terrieri – e i relativi redditi – salario, profitto e rendita – tra i quali si ripartiva il valore monetario del prodotto nazionale: il futuro Pil.

Mentre però il carattere astratto e macchinico del capitale nascondeva il volto reale dei capitalisti, la presenza personale del lavoro operaio non poteva prescindere dalla figura e dalla vicenda umana di ogni lavoratore e di ogni lavoratrice in carne e ossa. Inoltre, la progressiva finanziarizzazione dell’economia avrebbe finito per dissolvere la proprietà terriera storica nell’amalgama del capitale. Su quelle categorie, comunque, ma soprattutto su capitale e lavoro, si è andata poi concentrando la contrapposizione tra le polarità che hanno dominato buona parte della conflittualità sociale nel diciannovesimo e nel ventesimo secolo.

Inoltre, con l’avvento del capitalismo e l’eradicazione degli addetti al lavoro dal loro contesto di vita, per trasferirli nell’ambiente artificiale della fabbrica (ciò che ha comportato, non solo nelle campagne, ma anche nelle città, la separazione della dimora dalle sedi della produzione), il lavoro è stato progressivamente associato all’aumento della produttività generato da questo nuovo ambiente dominato dalle macchine: in una parola, allo “sviluppo delle forze produttive”.

IL SENSO DEL LAVORO

1.5 Lo sviluppo delle forze produttive

È in questo quadro, sia Marx e le diverse versioni politiche e culturali che da lui hanno preso le mosse, sia – in un secondo tempo – la tradizione del cattolicesimo sociale a partire dall’enciclica Rerum Novarum, e persino la cultura liberal-liberista, hanno sostanzialmente, seppure in forme diverse, affidato al lavoro l’emancipazione dallo sfruttamento, o la conquista della propria dignità, o la realizzazione di una piena cittadinanza.

Anche l’articolo 1 della Costituzione italiana è il risultato dell’incontro di quelle culture, di quelle tradizioni e delle relative strutture organizzative, cattolica, socialista e liberale: non con un termine escludente – Repubblica “dei lavoratori”, cioè, solo “loro” – come negli Stati dell’”area socialista”, e come avrebbe voluto una parte della sinistra costituente; ma “fondata sul lavoro”, termine assai più indeterminato, ma comunque radice del valore di tutto l’edificio statuale.

D’altronde, con lo sviluppo delle lotte e delle forme di resistenza con cui le organizzazioni del movimento operaio si impegnavano a strappare al padronato potere contrattuale e rispetto per i lavoratori e le lavoratrici, si è prodotto uno slittamento semantico che ha finito per trasferire la dignità rivendicata dai loro protagonisti dalle persone all’attività che li vedeva coinvolti, cioè dai lavoratori al lavoro in quanto tale.

Si era con ciò volutamente equiparato, o volutamente confuso, il lavoro con le lotte per i diritti e il miglioramento delle condizioni lavorative e delle retribuzioni dei lavoratori, ma anche con le tante iniziative per il loro riscatto sviluppate anche al di fuori dell’ambiente di fabbrica, come l’auto-istruzione, le scuole popolari e il mutuo soccorso che hanno accompagnato gli inizi del movimento operaio; attribuendo tout-court al primo il senso e la “dignità” che spettano alle seconde. Ma non per caso, né per sbaglio: la potenza del lavoro industrializzato, cioè lo sviluppo delle forze produttive, è stato a lungo, ed è tuttora considerato da molti, condizione ineludibile non solo della emancipazione dei lavoratori, ma anche del miglioramento della società tutta.

1.6 Produrre che cosa?

Che cosa il lavoro produca o contribuisca a produrre passa così in secondo piano rispetto al suo vero o presunto potenziale emancipatorio. Ma oggi, non solo alla luce della pandemia di Covid-19, ma soprattutto di fronte alla crisi ambientale che la precede, che in gran parte l’ha provocata – e che è destinata a protrarsi ben al di là della sua auspicabile eradicazione – un atteggiamento “agnostico” nei confronti dei prodotti lavoro non è più accettabile. Il “ritorno al lavoro” per coloro – e, certo, non tutti – che l’hanno dovuto interrompere, alla sua “normalità”, è il ritorno a un assetto dei processi produttivi che porta l’umanità, e non solo essa, all’estinzione.

La “dignità” dell’homo faber (l’uomo che fabbrica) non può più essere riconosciuta alla mera capacità della specie umana di trasformare il mondo con il lavoro, e alla potenza con cui, grazie alla scienza e alle macchine, lo può fare; diventa indispensabile collegarla alle conseguenze di quello che fabbrica, alla misura in cui quello che fabbrica contribuisce alla cura della Terra e dei suoi abitanti piuttosto che alla loro rovina. D’altronde c’è persino chi cerca di far passare la prostituzione – stupro a pagamento e quintessenza della negazione della dignità umana, sia per chi ne usufruisce che per chi lo subisce – per “lavoro sessuale”.

Non si può più attribuire una “dignità del lavoro” – spesso invocata, peraltro, da chi ne è a vario titolo esentato, o spaccia per lavoro i suoi traffici – se non a quelle attività che contribuiscono alla tutela della persona o alla rigenerazione dell’ambiente e della salute, o alla lotta per la conversione ecologica delle produzioni nocive. Il lavoro ha una sua dignità solo quando concorre alla cura della casa comune.

1.7 Avere un lavoro

Certamente “avere un lavoro” è stato ed è per molti lavoratori, e soprattutto per molte lavoratrici e tanti giovani, un fattore di emancipazione e di liberazione. Significa, anche nella peggiore delle condizioni, reddito, indipendenza economica, riconsiderazione del proprio ruolo in famiglia; e poi, nuove relazioni al di fuori di essa, con i compagni e le compagne di lavoro ed eventualmente di lotta, e costruzione di una comunità che una famiglia non più allargata non è in grado di fornire.

Ma i lavoratori e le lavoratrici quel lavoro in realtà non lo “hanno” e non lo hanno mai avuto; non è “loro”; è sempre stato del “datore” di lavoro: che lo “dà” perché è lui a detenerlo; è “roba sua”, del padrone, del capitalista, del capitale. Che se lo può riprendere, cioè ritirare, quando vuole; e che può usare quel potere per ricattare sia i lavoratori che i governi, per costringerli a fare quello che vuole lui e per farsi assegnare sussidi o altre condizioni di vantaggio.

Ciò vale anche per tanti lavoratori “indipendenti”, non legati a un singolo padrone, ma in contatto diretto con “il mercato”: altro volto anonimo del capitale in un territorio dove la comunità, anche quando c’è, ha ben poca voce in capitolo sul destino dei suoi membri.

La possibilità e la paura di perdere il lavoro, e con esso la posizione e il ruolo a cui dà accesso – compresa la propria sussistenza e quella della propria famiglia – contraddistingue da sempre la condizione del proletariato in regime capitalistico, così come in altre epoche quella stessa precarietà poteva dipendere dai capricci del tempo, dal passaggio di un’armata, dall’arrivo di una pestilenza, dalla prepotenza di un “signore”.

Ma negli ultimi tempi, con il progressivo affermarsi del cosiddetto neoliberismo, la paura connessa alla precarietà del lavoro – e di tutto ciò che a esso è connesso -– è diventata un dato costitutivo della vita quotidiana e della stessa condizione umana per tutti coloro che non sono collocati nelle alte sfere della gerarchia capitalistica. Anche per questo si moltiplicano le misure che pretendono di garantire ai cittadini “sicurezza” nei confronti di ladri, criminali, migranti, clochard, pedofili, droga; perché quello che in realtà si vuole coprire è il crescente venir meno della sicurezza di poter conservare il proprio lavoro.