giovedì 26 marzo 2020

Coronavirus: una cura anche per il commercio globale

dalla pagina sbilanciamoci.info/coronavirus-serve-una-cura-anche-per-il-commercio-globale/


“Coronavirus shock: storia di un’altra crisi globale annunciata”[1]. Così l’Unctad, agenzia delle Nazioni Unite che monitora commercio e sviluppo, bolla la spirale in cui sta scivolando l’economia globale dopo la diffusione della pandemia Covid-19. E il commercio internazionale ne è un potente acceleratore.
È dal 2018 che Unctad avverte che più di qualcosa, nel modello di “iperglobalizzazione” improntato alla deregulation commerciale e finanziaria, non va. Nel rapporto annuale 2018 intitolato “The free trade delusion”[2], la disillusione del libero commercio, l’agenzia avvertiva – con le parole del direttore generale Mukhisa Kituyi – che l’economia mondiale era di nuovo sotto stress, anzi non si era mai ripresa, e che le recenti guerre commerciali a colpi di dazi non erano la causa, ma solo un sintomo della crisi: “dietro queste minacce alla stabilità globale c’è un fallimento più ampio: l’incapacità di far fronte sin dal 2008 alle disuguaglianze e agli squilibri del nostro mondo iperglobalizzato”, spiegava Kituyi.
Rispetto al commercio, il direttore generale avvertiva ancora: “lo scenario globale continua a essere dominato dalle grandi multinazionali grazie al controllo delle catene globali di valore tanto che, in media, l’1% delle maggiori imprese esportatrici di un Paese realizza oltre la metà delle sue esportazioni complessive (56%)”[3].
Il rapporto mostrava come la relazione fra crescita degli scambi e crescita economica fosse divenuta più flebile che in passato e come l’aumento nei volumi di scambi internazionali avesse generato disuguaglianze, visti i benefici di cui hanno goduto le principali imprese derivanti da una maggiore concentrazione di mercato e dal controllo di beni immateriali.
Ultimo punto, rilevante per la crisi odierna: il rapporto documentava un declino generale – con la Cina come unica eccezione – nella quota di valore aggiunto derivante da attività manifatturiere, e un progressivo incremento del valore aggiunto attribuibile ad attività di pre- e post-produzione che avevano avuto un effetto marcato sulla distribuzione del reddito in molti paesi. “Le aziende superstar sono un fenomeno globale, e le loro strategie di rendita vanno ben oltre i confini nazionali”, spiegava Richard Kozul-Wright.
Con una chiarezza abbastanza allarmante, il rapporto concludeva che l’iperglobalizzazione non aveva portato agli sperati benefici diffusi e che “il dogma del libero scambio era stato a lungo la scusa per ridurre lo spazio di manovra per i paesi in via di sviluppo e diminuire le protezioni per i lavoratori e le piccole imprese, a tutto vantaggio delle rendite delle grandi imprese multinazionali”.
In più, le guerre commerciali incombenti erano “solo il sintomo di un sistema economico (e di una architettura multilaterale) in degrado”, mentre il male di fondo andava ricercato “nel circolo vizioso esistente fra politiche aziendali volte alla cattura delle autorità regolamentatrici e una crescente disuguaglianza, una spirale nella quale gli utili sono utilizzati per ottenere potere politico e il potere politico è utilizzato a sua volta per moltiplicare gli utili”.
L’Unctad sollecitava i decisori politici a intervenire urgentemente per costruire un nuovo modello di cooperazione internazionale imperniato su tre cardini: vincolare le negoziazioni commerciali a un impegno per la piena occupazione e l’aumento salariale; regolare i comportamenti aziendali predatori; mantenere uno spazio di manovra sufficiente a garantire che i Paesi potessero gestire la loro integrazione in linea con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, auspicando la condivisione di un Green new deal che rispondesse con maggiore efficacia ed equità alla sfida posta dai cambiamenti climatici: un fattore di grave instabilità per la produzione, la logistica, le risorse, i redditi, i consumi, per tacere della geopolitica.
Queste indicazioni sono rimaste largamente inascoltate e, per di più, lo shock pandemico è andato a colpire la “fabbrica globale” cinese, esponendo la fragilità di sistema del “Made in the world” [4]. Negli ultimi vent’anni la Cina ha conquistato il primo posto tra gli esportatori cui si riconduce il 16% del Pil globale, il 13% dell’export globale e il 20% del commercio di beni intermedi, gli anelli delle catene lunghe del valore. Ma il valore aggiunto industriale cinese si era già ridotto del 13,5% nei primi due mesi del 2020[5].
Il Covid-19, con la chiusura delle fabbriche cinesi, causerà solo alle catene globali 50 miliardi di dollari di danni[6], in un effetto domino anch’esso ampiamente prevedibile quanto incontrollabile: con una riduzione dell’export di input cinesi del 2% nelle catene globali[7], Unctad calcola che l’Unione europea sarà la più colpita, con un danno all’industria di 15.597 milioni di dollari, per oltre 4.001 milioni ai macchinari industriali, 2.543 milioni all’automotive, 2.653 sulla chimica, 1.427 agli strumenti di precisione, 538 al tessile.

Il primato della precauzione sul commercio

Fin dai primi giorni dell’espansione della pandemia, il ministro italiano per la Salute Roberto Speranza ha rivendicato che anche se l’Oms non aveva proclamato il 23 gennaio lo stato di emergenza, l’Italia aveva applicato il Principio di precauzione “con scrupolo e tempestività” per la tutela della salute pubblica[8].
Un Principio contenuto nell’articolo 191 del Trattato sul Funzionamento dell’Europa (TFEU) che, a fronte di un potenziale ragionevole danno per la salute pubblica e l’ambiente, permette alle autorità pubbliche Ue di fermare, tra l’altro, commercio, spostamenti, produzione, import e export del prodotto o servizio potenzialmente responsabile, anche se la scienza non ha definitivamente individuato il nesso causa-effetto tra esso e il problema.
Gli articoli XX(b) and XX(g) dell’Accordo generale su Commercio e Tariffe (Gatt) su cui si fonda il commercio mondiale regolato in sede Wto, consentono ai Paesi membri dell’Organizzazione mondiale del commercio di bloccare gli scambi, ma pongono condizioni talmente restrittive, e al contempo vaghe per questa opzione, da essere praticamente inapplicabili.[9]
Radicandosi su questa debolezza, il diritto commerciale di origine anglosassone – Stati Uniti e Canada in testa – considera il Principio di precauzione solo uno strumento protezionistico agitato dalla Ue per proteggere il proprio mercato interno, come riaffermato di recente anche dal ministro americano dell’Agricoltura Sonny Perdue. Il quale ha accusato le Ong europee di diffondere paure immotivate rispetto all’approccio basato sulla gestione del danno, all’americana, anziché del rischio e della precauzione, come possibile in Europa[10], spingendo per l’approvazione di un mini-trattato di liberalizzazione Usa-Ue che andrebbe a ridurre proprio la portata del Principio di precauzione rispetto ad alcuni importanti standard di qualità e sicurezza del cibo e nel biotech[11].
Gli Stati Uniti, coerentemente, anche nell’ultimo rapporto sulle barriere commerciali che danneggiano il loro export[12], bollano in dettaglio come protezionistiche la gran parte delle misure a tutela della salute pubblica e dell’ambiente previste dalla normativa europea: dalle procedure di autorizzazione dei farmaci al filtro posto sulle biotecnologie, dall’etichettatura di origine del cibo, ai limiti posti ai residui di pesticidi negli alimenti umani.
Gli Stati Uniti, rispetto all’Italia, nel report citato indicano tra le misure protezionistiche il meccanismo di “payback”, secondo cui le imprese farmaceutiche debbono restituite allo Stato di tasca propria il 50% della spesa farmaceutica che abbia superato i limiti di una spesa ragionevole, fissata ogni anno dall’Agenzia italiana del Farmaco (Aifa) per rispettare i limiti di spesa pubblica posti dai vincoli europei. Un meccanismo, lamentano gli Usa, che ha riportato nelle casse dello stato italiano 1,48 miliardi di dollari, di cui però in questi giorni di crisi delle strutture sanitarie nazionali possiamo apprezzare l’utilità in un contesto di austerity.
La debolezza del Principio di precauzione dalle normative commerciali globali crea serie difficoltà alla protezione della salute pubblica e dell’ambiente[13]. Stati Uniti, Canada e Australia ricorrono costantemente contro le regole europee[14] al Tribunale delle dispute dell’organizzazione Mondiale del Commercio[15], e le loro corporation regolarmente si appellano alle clausole arbitrali contenute nei trattati bilateriali e sugli investimenti (Isds). Nella maggior parte del caso vincono[16], ottenendo risarcimenti milionari.
L’Unione europea, dal canto suo, sta contribuendo all’indebolimento del principio di precauzione non inserendolo nei trattati bilaterali di liberalizzazione commerciale che negozia con i suoi partner, oppure, dopo la pressione delle campagne europee della società civile sollevatesi contro i contenuti dei negoziati con Canada e Stati Uniti, inserendolo ma con formulazioni vaghe e poco stringenti. Formulazioni sempre accompagnate da locuzioni in cui si precisa che ogni iniziativa di legge o regolatoria non dovrà costituire un “eccessivo” o “immotivato” ostacolo al commercio.
L’incertezza, la diversità e la velocità di risposta strategica al Covid-19 riscontrata presso i diversi livelli istituzionali nazionali, europei, globali, dovrebbe sollecitare una riflessione più approfondita. Soprattutto considerando che l’Italia non svolge alcuna valutazione d’impatto nemmeno economica, sociale e/o ambientale dei trattati commerciali che l’Europa conduce su suo mandato, e che anche le analisi commissionate dalla Commissione europea sono carenti – spesso nemmeno ultimate al momento della firma dei trattati da parte della Commissione stessa – e, per i modelli di calcolo previsionale scelti, spesso sottostimano le ripercussioni sociali e ambientali delle operazioni valutate[17].

‘Business as usual’ non è più accettabile

Nonostante molti studiosi fin dall’emergenza Sars del 2003[18] avessero richiamato le istituzioni economiche globali a tener conto degli impatti delle pandemie sui sistemi economici e commerciali, alla luce della sempre più stretta integrazione globale, questa variabile è rimasta, come quella climatica, inesplorata da parte dei decisori e degli attori delle politiche commerciali.
Lo shock determinato dal Covid-19 non è e non rimarrà un caso isolato: “non illudiamoci” è il richiamo della vice-segretaria generale dell’Unctad Isabelle Durant. Elencando “l’effetto domino” della crisi finanziaria del 2008-2009, le conseguenze dei cambiamenti climatici sul commercio internazionale e della rivoluzione digitale “dobbiamo riconoscere che dobbiamo mettere in discussione l’attuale modello di business. ‘Business ad usual’ non è più un’opzione praticabile”.
Le priorità che pone Durant comprendono “un modello di business aperto più diversificato in termini di produzione e con catene del valore più corte”, che devono consentire “un migliore monitoraggio del rispetto degli standard sociali, sanitari e ambientali, che sono sempre più apprezzati dai consumatori”.
È fondamentale, secondo l’esperta, “che le imprese multinazionali adottino modelli di business più equi, dato che dominano e danno la linea alle catene del valore”. Che si esca dalla ennesima crisi con una decisa svolta in direzione della sostenibilità, però, è una partita che si gioca fin dalle prime risposte alla pandemia che impegneranno risorse ingenti in programmi di investimenti che condizioneranno la performance degli scambi commerciali e degli investimenti nei prossimi decenni.
L’agenda commerciale con cui l’Unione europea ha risposto alla crisi del 2009 è stata improntata alla deregulation normativa e degli scambi. Un fallimento, secondo quanto hanno sostenuto l’ex ministro delle Finanze brasiliano Nelson Barbosa e Rochard Kozul-Wright,[19] che dirige sempre in Unctad la divisione Globalizzazione e sviluppo.
Ad avviso di chi scrive è il momento di fermarsi, soprattutto in considerazione del fatto che il commissario al Commercio Phil Hogan ha di recente assicurato al Parlamento Ue[20] che sarebbe quasi pronto il rapporto sull’impatto combinato di tutti i trattati commerciali che l’Europa conta di approvare nei prossimi anni, l’ultimo dei quali risale al 2016[21], e che già quello probabilmente sarà da rivedere ulteriormente alla luce del Covid-19.
Mai come in questi giorni sembra urgente ricondurre anche il commercio a una strategia più ampia che veda la giustizia sociale, la possibilità delle persone di lavorare e sostenersi dignitosamente, e la giustizia ambientale, la possibilità di avere un futuro come umanità sul pianeta, al primo posto dell’agenda politica a livello nazionale e europeo.
La scelta dell’Italia di introdurre misure più stringenti a difesa della salute pubblica rispetto a quanto fosse giudicato appropriato anche dalle istituzioni e i partner europei, si è rivelata vincente anche per la protezione della loro salute. Perché la richiesta di una simile attenzione e prontezza in ambito commerciale, come fatto da almeno vent’anni dalle nostre organizzazioni e campagne che si battono per un commercio più giusto, deve essere stigmatizzata come protezionismo o sovranismo?
Dobbiamo traslare con urgenza la stessa pratica nelle politiche commerciali: chiedendo una moratoria di tutti i trattati oggi in negoziato e spingendo la Commissione Ue ad avviare una revisione di tutti i trattati in essere in un’ottica di sostenibilità sociale e ambientale vincolanti. Possiamo usare la bocciatura della ratifica del trattato commerciale tra Europa e Canada, che attende nei cassetti del Parlamento italiano nonostante la chiedano diverse mozioni di parlamentari di forze di maggioranza[22], come leva per ottenerle.
Lavoriamo insieme perché questo doloroso bagno di realtà serva a rimettere il commercio nella cassetta degli attrezzi in mano alla politica, nostrana e oltreconfine, tirandolo giù dall’altare degli idoli incontestabili e ingovernabili del capitalismo interiorizzato che la affligge.
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Note
*Monica Di Sisto – giornalista, esperta di commercio internazionale, vicepresidente dell’associazione Fairwatch