venerdì 11 dicembre 2020

IEG non cancella la fiera delle armi HIT Show [a Vicenza] ma la rinvia ad aprile: decisione irresponsabile in tempi di pandemia

dalla pagina IEG non cancella la fiera delle armi HIT Show ma la rinvia ad aprile: decisione irresponsabile in tempi di pandemia (pressenza.com)

Rete Italiana Pace e Disarmo & OPAL 

(Foto di www.azionenonviolenta.it)

PDF COMUNICATO STAMPA 

Si confermano le gravi irresponsabilità e il carattere propagandistico del salone fieristico HIT Show: a differenza delle altre maggiori fiere mondiali del settore non solo gli organizzatori del salone non rinunciano all’evento per il 2021, ma continuano a permettere l’esposizione di armi e attività non conformi alle finalità dichiarate, la partecipazione di esponenti politici e l’ingresso ai minorenni. Ribadiamo la richiesta di definire un rigoroso regolamento per gli espositori e i visitatori.

Lo scorso 25 novembre, con un comunicato stampa dai toni trionfalistici, i promotori della fiera delle armi di Vicenza (Italian Exhibition Group – IEG e Associazione nazionale dei produttori di armi e munizioni – ANPAM), hanno annunciato che la manifestazione fieristica HIT Show si terrà dal 17 al 19 aprile del prossimo anno. Lo spostamento di data (fino al giorno prima era annunciata sul sito ufficiale dal 13 al 15 febbraio 2021) non sarebbe una conseguenza dell’emergenza Covid-19 che tuttora attanaglia l’Italia, ma – stando al comunicato ufficiale – sarebbe stato deciso per motivi aziendali allo scopo di puntare “ad un arco temporale più favorevole alla partecipazione delle aziende rispetto alle consuete date di febbraio”.

Nessun accenno alla pandemia Covid-19 (termine che, singolarmente, non compare nemmeno nel comunicato stampa), ma solo una breve nota finale per segnalare la “grande attenzione alla sicurezza di espositori e visitatori all’interno del quartiere fieristico” secondo un auto-proclamato “rigoroso protocollo Safebusiness” che assicurerebbe “un’esperienza in fiera piena, piacevole e funzionale nel rispetto delle disposizioni sanitarie”. Vien da chiedersi come gli organizzatori intendano distanziare i 30mila visitatori che, secondo i dati da loro stessi forniti, ogni anno parteciperebbero alla fiera: negli anni scorsi spiccavano gli assembramenti e i visitatori accalcati davanti a diversi stand espositivi per poter maneggiare, impugnare e imbracciare le armi esposte, attività che sarebbero permesse anche quest’anno visto che non viene espresso alcun divieto.

A fronte dell’emergenza Covid-19 che tuttora miete circa mille vittime al giorno nel nostro Paese e la cui vaccinazione totale della popolazione è prevista non prima di settembre, l’unica decisione responsabile da parte degli organizzatori di HIT Show sarebbe stata quella di rinunciare all’evento rimandandolo all’anno 2022.

Così hanno fatto la maggiore fiera mondiale di armi, Shot Show di Las Vegas (che avrebbe dovuto tenersi dal 19 al 22 gennaio) e soprattutto la principale fiera di armi in Europa, IWA di Norimberga in Germania, la cui edizione del 2021 si sarebbe dovuta svolgere dal 12 al 15 marzo (cioè dopo la data inizialmente prevista per HIT Show a Vicenza) sebbene fossero già registrati oltre mille espositori. Va ricordato che il salone fieristico “IWA Outdoor Classics” esclude da sempre e rigorosamente l’ingresso al pubblico ed anche agli appassionati e ai detentori di licenze per armi essendo una fiera riservata agli operatori accreditati del settore.

HIT Show di Vicenza, che ambisce a competere proprio con IWA di Norimberga, si è invece caratterizzata fin dalla sua prima edizione come un’operazione ideologica, propagandistica e politica volta ad incentivare la detenzione delle armi in Italia. A differenza di IWA, infatti, HIT Show di Vicenza non solo è una fiera aperta al pubblico in generale, minorenni compresi purché accompagnati, ma nel corso degli anni ha permesso al suo interno attività di spiccata rilevanza politica (raccolte di firme per modificare le norme sulla legittima difesa e per petizioni per contrastare le normative europee sul controllo della detenzione di armi, ecc.), ha promosso convegni con esponenti di una sola parte politica e senza alcun confronto pluralistico e, soprattutto, si è prestata ad essere la passerella per rappresentanti politici nazionali e locali in vista di appuntamenti elettorali.

Nonostante le ripetute richieste, fin dalla prima edizione, da parte delle nostre associazioni affinché venga implementato un codice di responsabilità sociale d’impresa e un rigoroso regolamento di HIT Show niente è stato fatto nel corso di questi sei anni ed, anzi, dall’anno scorso è stato facilitato l’ingresso ai minori di 13 anni, accompagnati da un adulto, rendendolo gratuito.

Sono pertanto gravi le responsabilità degli organizzatori di HIT Show ed in particolare di Italian Exhibition Group (IEG) e dell’Associazione nazionale dei produttori di armi e munizioni (ANPAM). Ma non solo: Italian Exhibition Group (IEG) è una società per azioni i cui principali azionisti sono alcuni Enti pubblici tra cui il Comune e la Provincia di Rimini, il Comune e la Provincia di Vicenza e la Regione Emilia Romagna: hanno, quindi, una precisa responsabilità sociale, culturale e politica riguardo agli eventi fieristici promossi da IEG, come HIT Show.

Chiediamo che l’edizione 2021 del salone fieristico HIT Show sia cancellata. E in vista della prossima edizione rinnoviamo la nostra richiesta alle Amministrazioni di Rimini e Vicenza e della Regione Emilia Romagna ad assumere tutte le iniziative necessarie nei confronti degli organizzatori di HIT Show, ed in particolare Italian Exhibition Group (IEG), affinché venga implementato un codice di responsabilità sociale d’impresa e un rigoroso regolamento in grado di garantire che il salone fieristico HIT Show sia conforme alle finalità dichiarate e cioè una manifestazione “dedicata alla caccia, al tiro sportivo e all’outdoor”, escludendo pertanto l’esposizione di armi e materiali non conformi a questi settori (come le armi per difesa personale, per corpi di polizia e di sicurezza pubblica e privata, armi da guerra ad uso collezionistico, ecc.), proibendo l’esposizione di materiali pubblicitari per formazioni di tipo paramilitare e mercenario, vietando ogni tipo di attività a iniziative di rilevanza politica (raccolta di firme, petizioni, ecc.), garantendo il confronto pluralistico degli eventi culturali e vietando l’accesso agli spazi espositivi di armi a persone che non abbiano compiuto la maggiore età anche se accompagnate.

Rete Italiana Pace e Disarmo e Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e le Politiche di Sicurezza e Difesa (OPAL)


L’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e le Politiche di Sicurezza e Difesa (OPAL) di Brescia è un’associazione di promozione sociale attiva dal 2004, fondata da diverse realtà dell’associazionismo bresciano e nazionale (Diocesi di Brescia, Collegio delle Missioni Africane dei Missionari Comboniani, Associazione per l’Ambasciata della Democrazia Locale a Zavidovici – Onlus, Camera del Lavoro Territoriale di Brescia “CDLT”, Pia Società di San Francesco Saverio per le Missioni Estere dei Missionari Saveriani, Servizio Volontario Internazionale – S.V.I.) e da singoli aderenti, per diffondere la cultura della pace ed offrire alla società civile informazioni di carattere scientifico circa la produzione e il commercio di armamenti e di “armi leggere” con approfondimenti sull’attività legislativa del settore. Membro della Rete Italiana Pace e Disarmo, l’Osservatorio ha promosso convegni, rassegne cinematografiche e spettacoli teatrali ed ha pubblicato numerosi studi e ricerche. Tutte le informazioni sono disponibili sul sito:: www.opalbrescia.org
La Rete Italiana Pace e Disarmo è nata il 21 settembre 2020 dall’unificazione di due organismi storici del movimento pacifista italiano: la Rete della Pace (fondata nel 2014) e la Rete Italiana Disarmo (fondata nel 2004). Entrambe le reti hanno potuto contare fin dalla loro fondazione sul sostegno di decine di associazioni, organizzazioni, sindacati, movimenti della società civile italiana. L’unificazione è stata uno sbocco naturale e un’ulteriore tappa di un lungo percorso che ha visto un lavoro comune su numerosi temi e Campagne anche a livello internazionale (Stop Bombe in Yemen, NO F-35, Difesa Civile non armata e nonviolenta, disarmo nucleare con ICAN per l’adesione al Trattato per la messa al bando della armi nucleari, Io Accolgo, Pace Diritto Giustizia in Israele/Palestina, per la riduzione delle spese militari, per il controllo dell’export di armamenti e la difesa della Legge 185/90, per gli interventi civili di pace nei conflitti in corso). La Rete è attiva in varie campagne internazionali, con la partecipazione anche ad eventi organizzati dalle Nazioni Unite, tra cui Control Arms, Stop Killer Robots e la campagna INEW contro le armi esplosive, e fa parte di reti europee tra cui la rete ENAAT (European Network Against Arms Trade). Tutte le informazioni sono disponibili sul sito: www.retepacedisarmo.org

mercoledì 9 dicembre 2020

Beppe Bernardini

Chi lo conosceva, non potrà mai dimenticarlo


A rivederci, caro Beppe e grazie


10 dicembre. Giornata internazionale dei diritti umani

dalla pagina https://unipd-centrodirittiumani.it/it/attivita/Presentazione-della-Rete-delle-Universita-per-la-Pace/1350

Presentazione della Rete

delle Università per la Pace


Le guerre nascono nelle menti degli esseri umani ed è nelle menti degli esseri umani che le difese della pace devono essere costruite (Costituzione dell'UNESCO)


RUniPace è la Rete delle Università italiane per la Pace promossa dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane.
Ad essa aderiscono 51 Atenei che ispirano la propria azione ai principi fondamentali della Costituzione, della Carta delle Nazioni Unite, dei Trattati istitutivi dell’Unione Europea, dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa e del Consiglio d’Europa.

Live su Teams: https://bit.ly/3eqi7Lw - Ore 10.00

Programma

Apertura lavori

Ferruccio RESTA, Presidente CRUI

I Promotori

Come nasce la Rete
Paolo MANCARELLA, Rettore Università di Pisa
Maurizio TIRA, Rettore Università di Brescia

Presente e futuro della Rete
Enza PELLECCHIA

Modera
Enza PELLECCHIA

Interventi programmati

Il sito web e le prospettive relative alla creazione della “community”
Massimiliano TABUSI, RUniPace

Il progetto “Costruire città pacifiche”
Giovanna MARCONI, RUniPace

La collaborazione con la Rete RUS

L'impegno della RUS per i SDGs
Patrizia LOMBARDI, RUS

Oltre l'obiettivo 16 - Lo sviluppo sostenibile come condizione
necessaria per la pace
Giovanni MARIN, RUniPace

La collaborazione con la Rete SAR

L'impegno di SAR Italia a difesa della libertà accademica come diritto di tutti
Ester GALLO, SAR Italia

Le possibili convergenze fra le azioni di Runipace e SAR
Alberto TONINI, RUniPace

Le università e i rifugiati, il Manifesto per l'Università Inclusiva e il progetto UNICORE
Chiara CARDOLETTI, Rappresentante UNHCR per l'Italia, la Santa Sede e San Marino

I musei della pace, tra storia, memoria e futuro
Massimo DE GIUSEPPE, RUniPace

RUniPace in dialogo con la società civile e la scuola
Marco MASCIA, RUniPace

Intervento
della senatrice Paola BINETTI
Vicepresidente della Commissione Straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, Senato della Repubblica

Conclusioni
Gaetano MANFREDI, Ministro dell’Università e della Ricerca

"Diritti Umani, un futuro per tutti"

9 dicembre, ore 18.30 - 20.00 

streaming sul canale YouTube della Diocesi

https://www.youtube.com/watch?v=SvvsHa_nRKI

Alla vigilia del 72esimo anniversario della dichiarazione dei diritti umani (Assemblea ONU, 1948) l'ufficio Migrantes della diocesi di Vicenza in collaborazione con altre realtà del settore propone un incontro a distanza tra un padre gesuita, una dottoressa, un avvocato, una giovane rappresentante della Nuove Generazioni Italiane, un amministratore locale per riflettere e stimolare la discussione sul tema "Diritti umani, un futuro per tutti"

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domenica 6 dicembre 2020

II Domenica di Avvento


Disarmo nucleare

Alcuni degli articoli pubblicati negli ultimi anni, in questo blog, sul tema del "Disarmo nucleare"

2020

2019

2018

2017

2016


Testate nucleari in Italia: ecco quanto costa mantenerle

dalla pagina https://valori.it/testate-nucleari-in-italia-ecco-quanto-ci-costa-mantenerle/

Testate nucleari di missili balistici puntati verso l'alto per un attacco.
Armamenti militari. Minaccia nucleare
Autore: Gerasimov174 - iStock-1146907091

Un rapporto di Greenpeace Italia denuncia la spesa mondiale e nazionale per la conservazione e la manutenzione testate nucleari pronte all'uso

«Un attentato contro le basi militari di Aviano o Ghedi potrebbe provocare dieci milioni di vittime». Perché è lì, in Italia, che si trovano ancora decine di testate nucleari. Comincia con queste parole “Il prezzo dell’atomica sotto casa”, rapporto pubblicato il 1 dicembre e firmato da Sofia Basso, membro dell’unità investigativa di Greenpeace Italia. Nel quale si fa riferimento ad uno studio citato da un funzionario in un colloquio riservato.

Il documento della ong accende i riflettori su un tema fin troppo trascurato negli ultimi anni, quasi dimenticato. Se non fosse per il lavoro di organizzazioni della società civile o per la Campagna internazionale per l’abolizione delle testate nucleari (ICAN). Il cui impegno non è bastato a far scomparire questi ordigni. Così, lo spettro di conflitti con l’impiego di bombe atomiche non può considerarsi ancora archiviato.

40 di queste testate – versioni aggiornate rispetto alle bombe sganciate su Nagasaki e Hiroshima (pronte all’uso) – sono stoccate in Italia per conto degli Stati Uniti. Ciò nell’ambito di accordi bilaterali permessi dalla NATO. Ma quanto pesa sulle casse pubbliche dei Paesi coinvolti la gestione di questa enorme minaccia nucleare condivisa (il cosiddetto nuclear sharing)? Nessuno dei “proprietari” e dei “tenutari” delle bombe ci tiene troppo a rendere note le cifre in gioco. E nemmeno ad affrontare il tema della permanenza di questi arsenali.

Sono ancora ben 13.400 le testate atomiche sparse su un Pianeta abitato da quasi 8 miliardi di persone.

Giuseppe Onufrio: «Sul trattato di messa al bando l’Italia cosa decide?»

A farlo ci prova, appunto, il report di Greenpeace Italia. Ponendo importanti interrogativi alla politica. A partire dalla riflessione del suo direttore, Giuseppe Onufrio: «Un Pianeta sempre più instabile è più sicuro senza armi nucleari. È tempo che l’Italia prenda una posizione chiara e definitiva sulle armi atomiche, chiedendo il completo ritiro delle bombe americane dal proprio territorio e ratificando il TPNW (Trattato per la proibizione delle armi nuclearindr). Un accordo storico che ci lascia sperare in un futuro di pace, finalmente libero dall’incubo dell’olocausto nucleare».

Le Nazioni Unite, infatti, nel luglio 2017 hanno adottato il TPNW. L’accordo riconosce che la “completa eliminazione” delle armi nucleari rimane il solo modo di garantire che non siano mai usate. In nessuna circostanza. Non vieta solo l’impiego di questi armamenti, ma anche la loro produzione, i test, l’acquisizione, il trasferimento e lo schieramento (quindi anche il nuclear sharing). Sarà proibito persino minacciare di usarli.




Il TPNW entrerà in vigore il 22 gennaio 2021, avendo ottenuto la ratifica di oltre 80 nazioni. Ma in quell’elenco non ci sono né l’Italia né alcuna delle superpotenze nucleari (USA, Russia, Cina, India, Pakistan, Francia e Regno Unito). Addirittura, secondo Greenpeace, «l’amministrazione Trump avrebbe scritto a diversi Paesi che avevano già ratificato il Trattato per spingerli a ritirarsi». Cosa farà ora Joe Biden? E l’Italia? L’associazione ricorda amaramente che «il ministero degli Esteri rimane scettico sul TPNW», anche se 240 tra deputati e senatori – essenzialmente di Pd, M5S e LeU – abbiano sostenuto la campagna ICAN e oggi siano al governo. Mentre un sondaggio diffuso dalla stessa ong dice che l’80% degli italiani vorrebbe ritirate le bombe USA dal nostro territorio.


70 miliardi di dollari per mantenere le testate nucleari

Al di là dei temi di sicurezza cui fa riferimento l’incipit de “Il prezzo dell’atomica sotto casa”, il documento fa luce sulle spese globali e nazionali che comportano questi arsenali. Il mantenimento delle testate atomiche esistenti nel mondo ha infatti costi da capogiro. Perlopiù a carico dei proprietari, ma non solo. In particolare, Sofia Basso parla di « (…) circa 140mila dollari al minuto, per un totale di oltre 70 miliardi di dollari nel 2019, pari a 24 volte il budget annuale delle Nazioni Unite. Se si calcolano anche i costi indiretti, come i danni ad ambiente e salute o la difesa missilistica per proteggere le testate nucleari, il costo supera i cento miliardi l’anno».


Cifre enormi, già in aumento (+10% tra 2018 e 2019), e che potrebbero persino crescere in futuro. Il ritiro degli USA dal Trattato sulle Forze nucleari intermedie (Inf) e il rinnovo non scontato del New Strategic Arms Reduction Treaty (New START) tra Stati Uniti e Russia (in scadenza a febbraio 2021) spingono in tale direzione.

Il conto per le testate atomiche in casa nostra

Ma non è tutto. L’Osservatorio sulle spese militari italiane Milex ha stimato l’ammontare della spese direttamente riconducibili alla presenza di testate nucleari su suolo italiano. Tra gestione delle strutture, sistemi di protezione e stoccaggio degli ordigni e manutenzione degli aerei adibiti al loro utilizzo, si avrebbero almeno 20 milioni di euro l’anno. Anche se il costo effettivo, al netto delle opacità che impediscono un calcolo ufficiale, arriverebbe fino a 100 milioni di euro, cioè quattro volte quanto il nostro Paese versa all’Organizzazione Mondiale della Sanità. Una somma a cui Milex aggiunge altri 2,3 miliardi di euro circa per sostituire i vecchi aerei Tornado del 6° Stormo dell’Aeronautica militare ormai in dismissione.

Al loro posto dovrebbero entrare in servizio venti cacciabombardieri F-35A predisposti per il “ruolo nucleare” E perciò preferiti ai più economici Eurofighter, che andrebbero adattati. Venti aerei destinati a Ghedi il cui mantenimento Milex prevede possa costare 7,7 miliardi di euro in 30 anni. Il totale? 333 milioni di euro all’anno, cioè quattro volte il contributo italiano alle Nazioni Unite (78 milioni di euro nel 2019). E senza contare gli oltre 90 milioni di euro a carico del ministero della Difesa per realizzare la base operativa apposita per questi velivoli, iniziata a novembre 2020 per essere terminata nel luglio 2022.

Francesco Vignarca: «Una strategia basata sul genocidio»

Esaminati i rischi e i numeri, rimane la sostanza della condivisione nucleare, su cui Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne di Rete italiana pace e disarmo, esprime una valutazione etica e complessiva. «Non sono le spese militari a difenderci dalle reali minacce, come dimostrano il 2020 e il climate change. Tanto più che le spese per il nuclear sharing ci portano a partecipare a un concetto strategico che si basa sulla capacità di realizzare genocidi.

Crediamo perciò che la stessa idea di fondare la propria sicurezza sul potere di cancellare milioni di vite in pochi secondi sia immorale e disumano. Mentre il TPNW è frutto di un processo che mette al centro le persone».

Da qui l’impegno a premere sulla politica per una adesione italiana al trattato. In un orizzonte che, con la presidenza USA affidata a Joe Biden, potrebbe migliorare lievemente. «Da Biden – conclude Vignarca – non ci aspettiamo molto di nuovo sul trattato TPNW e sulle testate B61-12 dispiegate in Europa, il cui ammodernamento fu avviato da Obama con lui vicepresidente. Ci aspettiamo però un approccio più multilaterale. Trump è uscito da alcuni accordi importanti (sulla produzione iraniana e l’INF, ndr) e non ha fatto i passi necessari per rinnovare il New START, stipulato tra Gorbaciov e Reagan, che permise la prima vera riduzione delle testate nucleari nel mondo, passando da 70mila alle attuali 14.300. Auspichiamo che Biden recuperi questi accordi e adotti una considerazione maggiore dei rapporti multilaterali, che sarebbe un aspetto fondamentale».



“Italiani e il nucleare”: sondaggio Ipsos-Greenpeace

dalle pagine 

Ritirare le bombe atomiche americane dal territorio italiano e impiegare i soldi degli F-35 a capacità nucleare per sanità, lavoro e scuola. Il verdetto degli italiani sulle armi atomiche è inequivocabile.

Un sondaggio di Greenpeace Italia realizzato da Ipsos e pubblicato oggi [27 ottobre], rivela che circa l’80 per cento degli intervistati chiede che gli arsenali nucleari mondiali siano “smantellati”, che le testate statunitensi siano “completamente ritirate dall’Italia”, che i cacciabombardieri tricolore non siano impiegati per sganciare bombe nucleari e che il nostro Paese aderisca al Trattato per la proibizione delle armi nucleari (TPNW).

Non solo: di fronte alla scelta su come impiegare i circa 10 miliardi che servirebbero per acquistare e utilizzare per i prossimi 30 anni venti F-35, solamente il 5 per cento del campione ha indicato la necessità di “avere dei cacciabombardieri di ultima generazione da destinare ad eventuali missioni nucleari”. Il 95 per cento degli intervistati ha invece optato per altri impieghi: il 35 per cento destinerebbe quei soldi al sistema sanitario, il 34 per cento al sistema economico e del lavoro, il 16 per cento  al sistema scolastico, il 10 per cento  a settori diversi da quelli citati. Una maggioranza schiacciante.

Anche se l’Italia non lo ha mai ammesso pubblicamente, il nostro Paese ospita circa 40 bombe nucleari americane nelle basi militari di Ghedi (Brescia) e Aviano (Pordenone), e i militari italiani si addestrano regolarmente al loro impiego.

Secondo uno studio riservato del ministero della Difesa, illustrato a Greenpeace da una fonte confidenziale, un attacco terroristico contro i bunker nucleari di Ghedi e Aviano provocherebbe tra i due e i dieci milioni di vittime, a seconda della propagazione del vento e dei tempi di intervento. Una vera strage. Lo si legge nel rapporto “Il prezzo dell’atomica sotto casa” dell’Unità investigativa di Greenpeace che riprende le stime dell’Osservatorio Milex sulle spese direttamente riconducibili alla presenza di testate nucleari sul suolo nazionale: tra i 20 e i 100 milioni di euro l’anno. A questa cifra vanno aggiunti i 10 miliardi in 30 anni per rimpiazzare i Tornado di stanza a Ghedi con venti F-35.

Per evitare le catastrofiche conseguenze dell’uso di queste armi, l’ONU nel luglio 2017 ha adottato il TPNW, che il 24 ottobre scorso ha raggiunto il traguardo delle 50 ratifiche necessarie per entrare in vigore il 22 di gennaio 2021. In linea con gli Stati nucleari e gli altri Paesi NATO, l’Italia ha boicottato il Trattato sin dai lavori preparatori e continua ancora oggi a criticarlo, malgrado centinaia di parlamentari oggi in maggioranza – compresi gli attuali ministro degli Esteri e Presidente della Camera – si siano impegnati per l’adesione del nostro Paese.

Ogni tanto qualche parlamentare tenta un cambio di marcia, ma le mozioni contro le atomiche sono implacabilmente respinte, spesso dalle stesse forze politiche che, quando sedevano all’opposizione, si erano battute per il disarmo nucleare.

“Un pianeta sempre più instabile è più sicuro senza armi nucleari”, dice Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia. “È tempo che l’Italia prenda una posizione chiara e definitiva sulle armi atomiche, chiedendo il completo ritiro delle bombe americane dal proprio territorio e ratificando il TPNW, un accordo storico che ci lascia sperare in un futuro di pace, finalmente libero dall’incubo dell’olocausto nucleare”.

sondaggio-ipsos_greenpeace.pdf


venerdì 4 dicembre 2020

La tassazione degli ultraricchi

dalla pagina La tassazione degli ultraricchi (pressenza.com)


(Foto di Wall Street Italia)

Dagli esperti sono definiti HWI, High Wealth Individuals, ma più popolarmente possiamo chiamarli milionari. Sono tutti quelli con un patrimonio superiore a un milione di dollari: all’incirca 52 milioni di individui a livello mondiale. Almeno così dice il Credit Suisse. Ma 513mila fra essi hanno una ricchezza addirittura superiore ai 30 milioni di dollari e sono definiti ultramilionari, in sigla UHWI. In Italia i milionari superano il milione e mezzo mentre gli ultramilionari sono quasi undicimila. Ventuno di essi compaiono addirittura nella lista dei miliardari stilata da Forbes e posseggono, cumulativamente, lo stesso patrimonio posseduto dal 20,3% della popolazione italiana. Quella più povera composta da oltre 12 milioni di individui.

Le differenze fra ricchi e poveri sono diventate così scandalose in ogni parte del mondo, da indurre perfino un’istituzione come il Fondo Monetario Internazionale ad annoverare l’iniqua distribuzione della ricchezza fra le massime priorità da risolvere. E non tanto per senso morale, quanto per la stabilità del sistema. Una ricchezza mal distribuita oltre a provocare tensione sociale che si ripercuote negativamente sulle relazioni industriali, rallenta i consumi e di conseguenza l’intero sistema produttivo.

Per ammissione generale uno degli ambiti che negli ultimi decenni ha contribuito in maniera determinante ad aggravare le disuguaglianze è il sistema fiscale. Per dirne una, nei paesi OCSE l’aliquota sui redditi d’impresa è scesa da una media del 32,5% nel 2000 al 23,9% nel 2018. Così pure si è assistito ovunque a una riduzione delle aliquote sui redditi più alti delle persone fisiche. In Italia ad esempio gli scaglioni sono passati da trentadue, nel 1974, ai cinque odierni, con l’ultima aliquota al 43% oltre i 75.000 euro, mentre nel 1974 arrivava al 72% oltre i 258.000 euro. Allo stesso modo si è assistito ovunque ad un alleggerimento sulle tasse di successione, nonostante Picketty ritenga che la trasmissione della ricchezza per via ereditaria sia uno dei meccanismi portanti dell’allargarsi delle disuguaglianze. E per finire la demolizione della patrimoniale. Negli anni novanta del secolo scorso una dozzina di paesi europei disponeva di un sistema di tassazione complessiva della ricchezza delle famiglie. Oggi ce l’hanno solo in tre: Spagna, Norvegia, Svizzera.

L’Italia non compare fra i paesi dotati di una patrimoniale complessiva, eppure la CGIA di Mestre sostiene che le imposte sul patrimonio procurano allo stato un gettito di circa 45 miliardi di euro, pari al 5% del suo gettito tributario. In effetti in Italia esistono varie imposte, quali Imu, Tasi, bollo auto, imposta di bollo, che colpiscono la ricchezza delle famiglie detenuta sotto forma di case, autoveicoli, depositi bancari, pacchetti azionari. Ma si tratta di imposte spezzettate, spesso ad aliquota fissa, su voci trattate singolarmente. Ciò che manca è l’obbligo di dichiarazione cumulativa dei patrimoni con una tassazione sull’insieme della ricchezza netta posseduta, ossia depurata dai debiti. Unica via che consente di avere un panorama completo dello status economico di ogni individuo o famiglia e quindi di applicare una contribuzione progressiva come prevede la nostra Costituzione. Accortezza che invece hanno Norvegia, Svizzera e Spagna, benché adottino ciascuno metodi di tassazione diversificati. La Norvegia ad esempio applica un’aliquota fissa dello 0,85% sul patrimonio complessivo che oltrepassa i 150.000 euro, con lo 0,7% che va agli enti locali e lo 0,15 allo stato centrale. In Svizzera, invece, l’imposta patrimoniale è cantonale, con forme e aliquote differenziate da cantone a cantone. In Spagna l’imposta sul patrimonio è progressiva e va dallo 0,2% a partire da 167.000 euro fino al 2,5% oltre 10 milioni e mezzo di euro, con possibilità di modifiche da parte delle Autonomie regionali.

Ed è stata proprio una recente iniziativa del governo spagnolo a riaccendere il dibattito sulla patrimoniale in Italia. Prendendo spunto dalla decisione del governo Sanchez di innalzare di un punto percentuale l’aliquota oltre i 10 milioni di euro, alcuni parlamentari di Leu e del PD hanno deciso di forzare la mano per introdurre anche in Italia un’imposta complessiva sul patrimonio che assorba tutte le altre frammentate per singole voci. La via utilizzata è stata la presentazione di un emendamento alla prossima manovra finanziaria, tramite il quale si propone l’introduzione di quattro scaglioni d’imposta. Partendo da un’aliquota dello 0,2% su un patrimonio complessivo di 500mila euro, si sale allo 0,5% quando si raggiunge il milione di euro, per andare all’1% sopra i 5 milioni e finire al 2% oltre i 50 milioni. Una proposta piuttosto modesta rispetto a quella spagnola, ma sufficiente per gettare nel panico gran parte dello schieramento politico e del mondo economico. Ma ormai perfino la Banca Mondiale sostiene la necessità della patrimoniale, mentre i ricchi stessi chiedono di essere tassati. Il 13 luglio scorso 83 milionari di varie parti del mondo hanno scritto una lettera a Forbes in cui implorano i governi di tassarli. “L’impatto della pandemia durerà per decenni – essi scrivono. Potrebbe spingere mezzo miliardo di persone in povertà. Centinaia di milioni di persone perderanno il loro lavoro. Ormai c’è già un miliardo di bambini fuori dalla scuola, molti di loro senza possibilità di ripresa. (…) I problemi provocati dalla pandemia non possono essere risolti con la carità, non importa quanto generosa. I capi di governo devono assumersi la responsabilità di trovare i fondi che servono e usarli bene. (…) A differenza degli altri, noi non dobbiamo preoccuparci del nostro lavoro, delle nostre case, del sostentamento delle nostre famiglie. (…) Perciò per favore tassateci, tassateci, tassateci. E’ la scelta giusta. E’ la sola scelta possibile. L’umanità conta più del nostro denaro”.

Non ci resta che ascoltarli e attuare le loro suppliche.


giovedì 3 dicembre 2020

I frutti della Laudato si’: dalla Living Chapel, nuovi alberi per il mondo

dalla pagina https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2020-12/laudato-si-storia-living-chapel-roma-orto-botanico.html


Una installazione architettonica fatta di piante, materiali riciclati e armonie musicali punta, dal cuore di Roma, a riforestare il pianeta, sostenendo la One Trillion Tree Campaign dell’Onu. È la Living Chapel dell’Orto Botanico, frutto concreto dell’impegno per il creato sollecitato dalla Laudato si’ di Papa Francesco. Con noi, Consuelo Fabriani e don Joshtrom Isaac Kureethadam

Giada Aquilino - Città del Vaticano

Il compositore australiano-canadese Julian Darius Revie legge l’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco e ne rimane colpito: già nel 2015 sente forte l’esortazione a ritrovare “un’armonia tra uomo e natura” e riflette su come l’“armonia sia una parola della musica”: “quindi si sente come chiamato in causa in prima persona, cercando di trovare una sintesi per poter rappresentare” concretamente i principi messi in luce dal Pontefice. Nasce così l’idea di realizzare una “Cappella Vivente”, la Living Chapel, inaugurata nel giugno scorso all’Orto Botanico di Roma. Si tratta di una installazione architettonica ispirata alla Porziuncola di Assisi e alla Luadato si’ che unisce natura, arte e religione, fatta di piante, materiali riciclati e, appunto, armonie musicali. A parlarne a Vatican News e a raccontarne la genesi è l’architetto paesaggista Consuelo Fabriani, direttrice del Programma Living Chapel, che ha seguito e curato l’intera realizzazione.

È il frutto, spiega, di un lavoro corale promosso dal Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, che vede coinvolti inoltre l’architetto canadese Gillean Denny, un centinaio di allievi della Pennsylvania State University, l’Università La Sapienza di Roma, l’Onu, il Movimento Cattolico Mondiale per il Clima.

L’installazione

Composta da decine di steel drums, strumenti a percussione ottenuti in questa occasione dal riuso di barili di petrolio e altri materiali, le cui armonie sono “mosse” dall’acqua che le cattura tra i rami di piante ed arbusti, la struttura è stata realizzata negli Usa, da dove “è partita a fine gennaio 2020 in due grandi container”, racconta l’architetto Fabriani: “è arrivata a Roma a metà marzo, quando la città era completamente in lockdown, e abbiamo iniziato a costruirla”.


È il primo esemplare di Living Chapel realizzato al mondo e nei prossimi mesi - monitorando l'evoluzione della pandemia da coronavirus - è previsto un pellegrinaggio anche in altre zone d’Italia, dove ne stanno sorgendo già altri. Questa installazione “è diventata un simbolo particolare, proprio perché è stata assemblata in un momento molto difficile, quello dell’emergenza Covid”.


 “Stiamo ora lavorando - aggiunge la responsabile del progetto - per realizzarne una in Sahel e una nell’Amazzonia ecuadoriana, quindi in punti del pianeta particolarmente vulnerabili, con l'obiettivo di accendere un faro e un’attenzione su queste zone e per portare avanti anche il progetto di azione che porta con sé la Living Chapel, quello della riforestazione”.

Tutta la terra è casa di Dio

“Il suo progetto concreto - prosegue Consuelo Fabriani - è quello di andare a piantare alberi, sostenendo la One Trillion Tree Campaign delle Nazioni Unite”. Il contesto rimane quello di ristabilire un’armonia tra il Creatore, l’umanità e tutto il creato, per dirla con le parole di Papa Francesco, riproposte a Vatican News da don Joshtrom Isaac Kureethadam, coordinatore del settore Ecologia e Creato del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale. “La Living Chapel, come ogni cappella, ci fa ricordare - evidenzia il salesiano - che tutta la terra è la casa di Dio, come il Pontefice ha detto anche nel Messaggio per la giornata mondiale di preghiera per la cura del creato del primo settembre: questa terra è la casa di Dio perché Dio stesso, nell'incarnazione, si è fatto carne su questa terra. La Living Chapel - sottolinea ancora - ci fa ricordare che questa terra è sacra, che dobbiamo rispettarla, dobbiamo prenderci cura di questa casa. Come ogni cappella, è un luogo prezioso, importante che ci mette in contatto con Dio stesso”.

La prima Cappella Vivente

L'idea di un polmone verde sorto tra l’edilizia metropolitana di Roma, sia storica sia più recente, risponde a quella crisi ambientale e sociale messa in risalto da Papa Francesco, in cui - gli fa eco don Kureethadam - rimbomba il “il grido della terra e dei poveri”. Di fronte all’emergenza climatica in atto, ricorda, “gli scienziati ci dicono che, piantando almeno un trilione di alberi, riusciremo a rispondere quasi a un terzo del problema: allora questa cappella diventa il luogo da cui parte la missione di distribuire piante e semi che a loro volta creeranno migliaia di alberi qui a Roma e in tutto il mondo: questa è la cappella ‘madre’, la prima ‘Cappella Vivente’, ma sogniamo di avere migliaia di queste cappelle in tutto il mondo, che poi a loro volta porteranno alla creazione di Giardini Laudato si’, Parchi Laudato si’, a tantissimi nuovi alberi, come già sta succedendo, in modo da ricoprire di nuovo questo pianeta di verde”.

Un atto di generosità

Nell'Anno dell'anniversario speciale per la Laudato si', alla Living Chapel è infatti cominciato il programma di distribuzione delle piante destinate ad associazioni, scuole, parrocchie, persone di buona volontà. “Stiamo creando degli eventi all'Orto Botanico, per distribuire - a chi ne ha fatto richiesta precedentemente - dei piccoli alberi che abbiamo messo a dimora a partire dallo scorso autunno e che stanno crescendo in prossimità della Living Chapel”, annuncia l’architetto Fabriani. “Sono perlopiù alberi forestali tipici dell'area del centro-sud Europa, principalmente piccoli frassini, querce, aceri, cipressi e alberi da frutto, anche di frutti antichi donati al progetto dalla Fondazione di Archeologia Arborea, che fa un lavoro molto importante di recupero di antiche varietà da frutto”.


“Piantare un albero - ci tiene a mettere in luce la direttrice del Programma Living Chapel - è un atto di generosità nei confronti della vita ed è per questo che è importante passare all’azione anche attraverso i giovani, perché i ragazzi di oggi sono quelli che pianteranno gli alberi per i ragazzi di domani. C’è una catena che si sta mettendo in atto: noi adulti oggi possiamo trasmettere ai giovani una conoscenza e un’attitudine nei confronti dell’ambiente affinché siano proprio questi ragazzi a costruire qualcosa di migliore per le generazioni future”. D’altra parte, aggiunge don Kureethadam, “la cura del creato è un tema universale e il sottotitolo della Laudato si’ può aiutarci: ‘sulla cura della casa comune’. Tutti noi abitiamo in questa unica casa, possiamo essere cristiani, musulmani, buddisti. La ‘Cappella Vivente’ ispirata alla Laudato si’ potrebbe allora davvero essere un simbolo di questa fraternità, di cui adesso abbiamo anche la nuova enciclica di Papa Francesco, Fratelli tutti”: per dire che, come in una famiglia, siamo chiamati a prenderci cura “gli uni degli altri”.