martedì 14 luglio 2020

Oxfam: «Migranti, in Libia l’Italia mostri un sussulto di umanità»

dalla pagina http://www.vita.it/it/article/2020/07/14/oxfam-migranti-in-libia-litalia-mostri-un-sussulto-di-umanita/156201/

Foto di ©Pablo Tosco/Oxfam - Due giovani migranti ritratti nel ghetto di Agadez

Alla vigilia del voto in Parlamento sulle operazioni militari all’estero, che aumenterebbe gli stanziamenti alle autorità libiche, dall’ong la richiesta di cancellare gli stanziamenti per il 2020 e l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta. Oltre 1.500 i migranti intercettati dalla Guardia costiera libica a giugno e riportati in un Paese in cui oltre 620mila persone sono in buona parte vittime di detenzioni arbitrarie, rapimenti, stupri e lavori forzati

“L’Italia dimostri umanità e una visione lungimirante nella gestione del fenomeno migratorio, non autorizzando le missioni internazionali a sostegno delle autorità libiche e della Guardia costiera, che solo a giugno ha intercettato 1.500 disperati, riportandoli in un Paese dove uomini, donne e bambini sono detenuti in condizioni disumane ed esposti alla pandemia da Covid19” È questo l’appello lanciato oggi da Oxfam, alla vigilia del dibattito e del voto parlamentare sul finanziamento delle missioni militari all’estero per il 2020, che dovrebbero non solo confermare, ma anche aumentare gli stanziamenti italiani per oltre 58 milioni di euro.

In una nota l’organizzazione ricorda come in Libia al momento si trovino oltre 620mila migranti e rifugiati, in buona parte vittime di rapimenti, detenzioni arbitrarie, stupri e lavori forzati ad opera di bande armate e fazioni in lotta. Inoltre, si registrano già oltre 1.500 contagi da Coronavirus, ma potrebbero essere molti di più.

«Da tre anni denunciamo, insieme ad altre organizzazioni umanitarie, gli orrori dei lager libici che avvengono con la connivenza e il finanziamento italiano» ha detto Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia. «Eppure il Governo aumenta le risorse (47,2 mln di euro nel 2017, 51,3 nel 2018, 56,3 nel 2019 e 58,3 del 2020) a favore delle autorità libiche e della Guardia costiera che da molte inchieste risulta direttamente collegata al traffico di esseri umani. Una vergogna che si ripete, dato che il testo proposto al voto della Camera è una sorta di copia-incolla rispetto a quello degli ultimi anni, nella totale assenza di notizie sui reali contenuti delle modifiche all’accordo richieste dal nostro Governo lo scorso novembre e dopo la recente visita del ministro degli Esteri Luigi Di Maio a Tripoli».
Pezzati continua: «Facciamo appello alle forze di maggioranza e in particolare al Partito Democratico – che lo scorso anno ha disertato Montecitorio al momento della votazione sulle missioni in Libia e che nella sua Assemblea di febbraio ha espresso all’unanimità la necessità di una radicale revisione dell'accordo - a mostrare un sussulto di umanità, non autorizzando gli stanziamenti previsti per quest'anno e votando una delle risoluzioni che saranno presentate da parlamentari che hanno a cuore i diritti umani».

Oxfam chiede inoltre l'immediata istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta che faccia luce sui naufragi avvenuti nel Mediterraneo centrale, sulle palesi violazioni dei diritti umani compiute in Libia e sulle responsabilità politiche italiane a queste collegate. Chiede infine che ogni forma di futura collaborazione sia subordinata a un più ampio negoziato internazionale, in grado affrontare la questione della detenzione arbitraria e di tutelare i diritti fondamentali di migranti e rifugiati.

L’ong ricorda inoltre che l’Italia si appresta a stanziare oltre 118 milioni di euro per il finanziamento di 4 missioni europee (Sophia, già conclusa) nel Mediterraneo, che non prevedono nessuna attività di ricerca e soccorso in mare, mentre nel solo mese di giugno sono morte 98 persone.
«Si continua a dibattere sull'opportunità di aprire o chiudere i porti, se accogliere o meno qualche decina di migranti, per il timore che possano essere portatori di nuovi focolai di Covid. Non si tiene invece conto che ufficialmente dall'inizio dell'anno sono già morti lungo la rotta del Mediterraneo centrale 262 innocenti (ma le vittime sono con tutta probabilità molte di più), nel silenzio dell'opinione pubblica», conclude Pezzati. «Non possiamo tacere che migliaia di disperati sono sottoposti a condizioni igieniche disumane nei centri di detenzione, ammassati uno sull'altro e dunque esposti al contagio. L'Italia dovrebbe lavorare a livello europeo per ripristinare le operazioni di salvataggio nel Mediterraneo, non lasciandole alla sola gestione delle organizzazioni umanitarie che si battono ogni giorno per salvare vite in mare. Allo stesso tempo serve un immediato Piano di evacuazione dai centri di detenzione, come lo stesso ex ministro dell’interno Marco Minniti, tra gli ideatori dello sciagurato accordo Italia-Libia, ha tra l'altro più volte proposto».

domenica 12 luglio 2020

Un caldo "da paura": rischio surriscaldamento globale, se le temperature saliranno di 1,5°

dalla pagina https://it.euronews.com/2020/07/10/un-caldo-da-paura-rischio-surriscaldamento-globale-se-le-temperatura-saliranno-di-1-5

Di Cristiano Tassinari


Allarme dell'Organizzazione Meteorologica Mondiale: crescono le possibilità entro i prossimi cinque anni che le temperature globali superino di 1,5°C le medie stagionali, rispetto ai livelli preindustriali.
Secondo l'analisi scientifica, c'è addirittura una probabilità del 70% che questa soglia venga già superata in uno o più mesi prima dei prossimi cinque anni.
Provocando ulteriori cambiamenti climatici.
Passando dal riscaldamento al "surriscaldamento" globale.
Questa nuova valutazione, effettuata dal Met Office for the World Meteorological Organization (WMO) del Regno Unito, afferma che c'è una crescente possibilità che questo livello venga superato.
Uno degli obiettivi concordati dai leader mondiali nell'Accordo sul clima di Parigi del 2015 è proprio quello di evitare che le temperature arrivino a +1,5°C.
Maxx Dilley, Direttore dei servizi climatici dell'Organizzazione Meteorologica Mondiale spiega:
"Il nostro report prevede almeno il 70% delle probabilità che almeno un mese nei prossimi cinque anni superi il limite di 1,5 gradi, e che ci sia un 20% di probabilità che un anno intero possa superare tale limite. Questo dimostra quanto ci stiamo avvicinando a ciò che l'accordo di Parigi sta cercando di evitare.
"Non è impossibile fermare questo surriscaldamento. Ma ogni ritardo non fa che diminuire la finestra entro la quale ci sarà ancora tempo per invertire queste tendenza e riportare la temperatura entro i giusti limiti"
Maxx Dilley 
Organizzazione Metereologica Mondiale

Un caldo "da paura"

I ricercatori affermano che la temperatura media annuale della Terra è già più alta di oltre 1°C rispetto al 1850, epoca di inizio delle rilevazioni meteorologiche.
Tra gli effetti dell'ulteriore riscaldamento potrebbe esserci 10 gradi in più in giugno nell'Artico siberiano. E Il Regno Unito potrebbe raggiungere i 40°C "regolarmente" entro la fine del secolo.

venerdì 10 luglio 2020

Il colonialismo che non si vede

dalla pagina https://comune-info.net/il-colonialismo-che-non-si-vede/

Lea Melandri  10 Luglio 2020

Le diverse forme che ha preso il dominio patriarcale nella storia – razzismo, sessismo, colonialismo, capitalismo, specismo – non godono di buona salute. Tuttavia, per agire un cambiamento in profondità, spiega Lea Melandri, occorre muoversi su molti fronti, a cominciare da quelli del linguaggio e della memoria, con la consapevolezza che le logiche del dominio sono inscritte nelle istituzioni, così come nella oscurità dei corpi e nelle relazioni più intime: «I privilegi di cui godiamo, le violenze che esercitiamo sugli altri, possono restare invisibili dietro il paravento della “normalità”…»

Foto di Giovanni Izzo (che ringraziamo)
Razzismo, sessismo, colonialismo, capitalismo, specismo, le diverse forme che ha preso il dominio patriarcale nel corso della storia, arrivano oggi alla coscienza, insieme ai legami che vi sono sottesi. Si possono analizzare criticamente, riconoscere nei monumenti con cui ogni epoca ha inteso celebrarle, e persino additarle con gesti iconoclasti al pubblico disprezzo. Ma per una pratica politica che voglia produrre un cambiamento, il “partire da sé”, dalla interiorizzazione di quegli stessi sistemi di potere, è imprescindibile. Del colonialismo, tornato recentemente al centro del discorso politico a seguito delle grandi manifestazioni antirazziste dopo l’uccisione di George Floyd negli Stati Uniti, molto è stato scritto, anche se ignorato dai programmi scolastici. Poco o quasi nulla invece si sa di quello che potremmo chiamare il suo risvolto invisibile, il suo radicamento nei pensieri e negli affetti.
Rachele Borghi, insegnante di Geografia all’Università Sorbona di Parigi in un libro coraggioso e originale appena uscito da Meltemi – Decolonialità e privilegio. Pratiche femministe e critica al sistema-mondo -, scrive:
“Il problema oggi è la colonialità, non solo il colonialismo. I territori, quelli della mente, quelli dell’essere, quelli del potere, vanno decolonizzati, liberati cioè dalla colonialità”.
Le logiche del dominio sono inscritte nelle istituzioni, così come nella oscurità dei corpi e nelle relazioni più intime. I privilegi di cui godiamo, le violenze che esercitiamo sugli altri, possono restare invisibili dietro il paravento della “normalità” e di comportamenti dati come “naturali”. Ma, una volta che li riconosciamo come tali – dice Rachele -, possiamo “trasformarli in strumenti di lotta”.
Quale luogo si può considerare allora più essenziale dell’Università per favorire lo sviluppo di un sapere critico e di una azione diretta a sovvertire i paradigmi di una “scientificità” costruita sulla separazione tra pensiero e corpo, ragione e sentimenti?
Bell Hooks, più volte citata nel libro, indica con chiarezza che cosa significhi partire da un “sé” che riguardi non solo la collocazione geografica, l’appartenenza a un sesso, a una razza, a una classe, ma anche la contaminazione, più o meno consapevole, con le molteplici voci presenti in noi.
“Spesso, parlando con radicalità del dominio, parliamo proprio a chi domina. La loro presenza cambia la natura e la direzione delle nostre parole. Questa lingua che mi ha consentito di frequentare l’Università, di scrivere una tesi di laurea, di sostenere colloqui di lavoro, ha l’odore dell’oppressore. La lingua è anche un luogo di lotta. È un bisogno di resistere che ci rende liberi, che decolonizza le nostre menti e tutto il nostro essere”.
Nei luoghi del sapere la colonialità passa innanzi tutto attraverso l’idea di “rigore”, di “veridicità” di un testo inversamente proporzionale, dice Rachele, alla capacità di “non far trapelare la propria presenza dietro le parole”. Esplicitare le proprie emozioni e suscitarle in chi legge, “non è solo un modo alternativo di scrivere il sapere scientifico: è un atto di resistenza al regime cartesiano, alla ingiunzione alla razionalità e alla distanza, che il sapere occidentale, eurocentrico, fa passare come unico modo possibile per scrivere la conoscenza”. Diventare “disertori” rispetto all’accademia non vuol dire abbandonarla, ma scegliere di dismettere i panni di divulgatori di una violenza sistemica, creare alleanze, trovare modi di agire per trasformare il mondo, sovvertire le frontiere che hanno diviso saperi legittimi della cultura europea e saperi subalterni.
Mi chiedo se un ragionamento analogo si può fare per il sesso femminile, considerato “vita inferiore”, materia, natura senza un Io intellegibile, più vicina agli animali e alle piante, e quindi messo fin dall’origine nella impossibilità di avere un sapere e una lingua propria. Non dovrebbe meravigliare che tra tanti passaggi della storia che hanno visto le donne schierarsi a fianco degli oppressori, ci sia stata anche l’impresa coloniale italiana in Libia, quella che la stessa Aleramo chiamò “l’ora virile”. Nel suo interessante studio sul rapporto tra il movimento femminile italiano e la cultura coloniale dell’Italia postunitaria – Sotto altri cieli (Viella 2009) – Katia Papa scrive:
“La retorica del consenso, del risveglio della coscienza nazionale generato dalla prova bellica, imbrigliò il movimento emancipazionista. Il cedimento sul terreno dei diritti rese la simbologia del materno definitivamente subalterna all’ordine della nazione in guerra. Il valore nazionale della maternità risucchiò ogni altro motivo della riflessione femminile, a cominciare dal principio della autodeterminazione delle donne quale fondamento della appartenenza alla comunità nazionale”.
Mettere le “competenze” materne o le “virtù del cuore” al servizio della “nazione stirpe”, sostenere gli “splendidi frutti della magnifica razza italiana” (Matilde Serao), educare le donne mussulmane “bestiole mansuete, abituate a obbedire ciecamente” (Maddalena Cisotti Ferrara), è stato per alcune femministe del primo Novecento il tentativo di uscire dalla lunga estraneità alla sfera pubblica, raggiungere una cittadinanza piena.
Risalire secoli di colonialità o incorporazione forzata dell’unica visione del mondo, patriarcale prima ancora che eurocentrica, bianca, capitalista, ha significato e significa tuttora per le donne un doppio scarto, per quanto riguarda la presa di coscienza: uscire dalla identificazione col corpo, la sessualità, la maternità, e interrogare il sapere che ha dato loro una collocazione, un ruolo, un destino.
Razzializzazione e naturalizzazione hanno riguardato fin dagli inizi della storia umana quel primo “diverso” che l’uomo ha conosciuto nascendo, in condizioni di estrema dipendenza e inermità, e successivamente in posizione di dominatore, e cioè il corpo femminile che l’ha generato.
Questo spiega anche perché la “violenza invisibile”, lo sguardo maschile su di sé e sul mondo, sia stata al centro delle pratiche del primo femminismo, perché siano stati i cento ordini del discorso, forzatamente fatti propri, a essere interrogati affinché la parola, parlata e scritta, potesse aprire la strada a una autenticità e autonomia sconosciute.
Nel libro di Rachele Borghi ho trovato sorprendenti analogie con l’esperienza del gruppo “sessualità e simbolico” creato a Milano nel 1977, il cui proposito ambizioso era di “sconvolgere nella scrittura delle donne i modi di pensare e di esprimersi acquisiti senza che si avesse la libertà di scegliere, rintracciare l’origine e il farsi della parola scritta dentro la storia del corpo”.
A dare forma alla lenta modificazione di sé si pensava già allora che dovesse essere una “nuova lingua”, capace di ragionare con la memoria di sé e insieme con il linguaggi di fuori, i linguaggi sociali.




Pubblicato su Il Riformista del 10 luglio e qui con l’autorizzazione dell’autrice. Altri articoli di Lea Melandri sono leggibili qua.


mercoledì 8 luglio 2020

Rilanciamo la Campagna di pressione alle “banche armate”

dalla pagina https://ilmanifesto.it/rilanciamo-la-campagna-di-pressione-alle-banche-armate/

Comunicato stampa. In occasione dei trent’anni dalla promulgazione della Legge n. 185 del 9 luglio 1990 sulle esportazioni di armamenti e a vent’anni dal lancio della Campagna, le riviste Missione Oggi, Mosaico di Pace e Nigrizia insieme con Pax Christi terranno giovedì 9 luglio una conferenza stampa


In occasione dei trent’anni dalla promulgazione della Legge n. 185 del 9 luglio 1990 che ha introdotto in Italia “Nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento” e a vent’anni dal lancio della Campagna, le riviste Missione Oggi, Mosaico di Pace e Nigrizia insieme con il movimento Pax Christi terranno giovedì 9 luglio (ore 14.00) a Brescia (presso i Missionari Saveriani, via Piamarta 9) una conferenza stampa e videoconferenza di rilancio della Campagna di pressione alle “banche armate”.
La conferenza stampa sarà introdotta e coordinata da p. Mario Menin (direttore di Missione Oggi) e vi saranno i saluti in videoconferenza di mons. Giovanni Ricchiuti (arcivescovo di Altamura-
Gravina-Acquaviva delle Fonti e presidente di Pax Christi) e di p. Alex Zanotelli (missionario comboniano, già direttore di Nigrizia), di Rosa Siciliano (direttrice di Mosaico di Pace) e la testimonianza di John Mpaliza (attivista per i diritti umani).
Seguiranno gli interventi di p. Filippo Ivardi Ganapini (direttore di Nigrizia), don Renato Sacco (coordinatore nazionale di Pax Christi), fratel Antonio Soffientini (coordinatore Commissione Giustizia, pace e integrità del creato della Conferenza Istituti Missionari in Italia – CIMI) e don Fabio Corazzina (parroco di Fiumicello-Brescia).
A trent’anni dall’entrata in vigore della Legge 185/1990 e a vent’anni dal lancio della Campagna di pressione alle “banche armate” stanno emergendo alcuni fenomeni quanto mai preoccupanti: la tendenza da parte degli ultimi governi a incentivare le esportazioni di sistemi militari anche a Paesi verso cui sarebbero vietate (Paesi in stato di conflitto armato, i cui governi sono responsabili di gravi violazioni di diritti umani e la cui politica contrasta con i principi dell’articolo 11 della Costituzione, ecc.) e, contemporaneamente, il graduale allentamento da parte di diversi istituti di credito delle rigorose direttive che avevano emesso alcuni anni fa allo scopo di poter finanziarie e offrire servizi bancari anche a aziende che producono ed esportano armamenti a Paesi ricchi di risorse energetiche, ma pesantemente coinvolti in conflitti e violazioni. Tutto questo è stato favorito dal progressivo indebolimento della trasparenza della Relazione governativa e dalla costante mancanza di controlli da parte del Parlamento.
Negli ultimi quattro anni i principali acquirenti di sistemi militari italiani sono stati, infatti, i Paesi dell’Africa settentrionale e Medio Oriente a cui i governi Renzi, Gentiloni e Conte hanno autorizzato l’esportazione di materiali militari per quasi 17 miliardi di euro, pari al 51,2% del totale delle licenze rilasciate (33 miliardi di euro). Tra questi Paesi spiccano le monarchie assolute islamiche della penisola araba (Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman) e diversi Paesi del bacino sud del Mediterraneo (Egitto, Algeria, Israele, Marocco). Si tratta di esportazioni finanziate e favorite da diversi gruppi bancari italiani ed esteri le cui specifiche operazioni è oggi, a differenza di alcuni anni fa, impossibile rintracciare nella Relazione governativa.
Per questo, è venuto il momento sia di un’azione politica nei confronti del Governo e del Parlamento – che la Campagna “banche armate” promuove in sinergia con la Rete italiana per il disarmo che giovedì 9 luglio alle ore 10.30 terrà a Roma una conferenza stampa e un dibattito con rappresenti del Parlamento – sia di una specifica azione di pressione verso gli istituti di credito.
Durante la conferenza stampa di giovedì a Brescia, oltre ai dati e alle analisi delle attività bancarie nel settore degli armamenti, verranno perciò presentate una serie di specifiche proposte
dirette alle diocesi e alle parrocchie, alle associazioni religiose e laiche, agli Enti Locali (Regioni, Province e Comuni) e a tutti i cittadini per richiedere agli istituti di credito di non finanziare la
produzione e la commercializzazione di armamenti o, per lo meno, di definire delle direttive rigorose e trasparenti volte ad autoregolamentare l’attività in questo settore nell’ambito delle
politiche di responsabilità sociale d’impresa.
La promozione della pace è un “bene comune” che non può essere delegato ai governi o alle rappresentanze politiche, ma richiede l’attiva partecipazione di tutti. Non possiamo accettare che la ripartenza dell’Italia a seguito dell’epidemia da Covid-19 sia segnata da un’economia di guerra che favorisce le esportazioni di sistemi militari a scapito degli investimenti per la pace, la sostenibilità ambientale, la cooperazione tra i popoli e di diritti delle popolazioni più bisognose.
È possibile a tutti partecipare alla video-conferenza collegandosi giovedì 9 luglio alle 14.00 a questo link di YouTube: https://youtu.be/dHdXgMEbPyg

La nuova Strategia Forestale Nazionale, l’ennesima occasione persa per rivedere un sistema allo sbando

dalla pagina http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2020/07/la-nuova-strategia-forestale-nazionale-lennesima-occasione-persa-per-rivedere-un-sistema-allo-sbando/
È stata presentata la bozza di nuova Strategia Forestale Nazionale (SFN) per i prossimi 20 anni, su cui si è appena conclusa la consultazione pubblica.
Il GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane, insieme a USB – Unione Sindacati di Base e alle associazioni Grig – Gruppo Intervento Giuridico, ISDE Italia – Medici per l’ambiente, Italia Nostra Toscana, Italia Nostra Abruzzo, Italia Nostra Friuli Venezia Giulia, Italia Nostra Marche, Italia Nostra ABC Alleanza Bene Comune – La Rete, ALTURA – Associazione per La Tutela degli Uccelli Rapaci e dei loro habitat, CODACONS, Atto Primo: salute, ambiente e cultura, Comitato Tutela Alberi Bologna e Provincia, European Consumers, Forum Ambiente e Salute Lecce, Lipu Grosseto, Lupus in Fabula, Liberi Pensatori a Difesa della Natura, STAI-Stop Taglio Alberi Italia – Comitato Coordinamento Nazionale, CISDAM (Centro Italiano Studi e Documentazione per gli Abeti Mediterranei), Ecoistituto Abruzzo, Mila Donnambiente, Le Majellane e Centro Parchi Internazionale, esprimono una forte delusione per i contenuti e gli obiettivi del documento. Le associazioni firmatarie, bocciando l’impianto della Strategia nel suo complesso, hanno trasmesso al Ministero le seguenti osservazioni.
Nella Strategia prevale un indirizzo economico di sfruttamento estrattivo delle risorse (in particolare per la fornitura di biomassa per il settore energetico), trattando le foreste come infrastrutture produttive. La SFN, al di là di qualche frase fatta sulla protezione dell’ambiente, fa propri gli assunti del TUFF – Testo Unico Forestale: vede nell’espandersi della superficie dei boschi italiani un problema e spinge per una maggiore “manutenzione” degli stessi in un’ottica di gestione attiva. Una gestione ad alto impatto ambientale già ora ampiamente praticata, le cui conseguenze sono la riduzione della biodiversità e un maggiore rischio idrogeologico. L’assimilazione della Gestione Forestale Sostenibile con la Gestione Attiva nella Strategia è impropria e viola la normativa internazionale, e non viene bilanciata da norme a salvaguardia dell’ambiente.
L’approccio ecologico dichiarato è solo di facciata, non c’è la ricerca di un equilibrio fra produzione e tutela delle foreste. L’effettiva partecipazione è impedita in quanto la proposta di SFN non indica in modo chiaro e trasparente i propri presupposti e le sue reali priorità. In particolare mancano dati certi sulla reale consistenza del patrimonio forestale nazionale, sull’entità delle utilizzazioni e sul loro andamento nell’ultimo decennio, senza i quali una programmazione forestale perde di senso. Il Green Deal Europeo viene ignorato, in quanto la SFN è stata proposta senza attendere le nuove strategie europee, quella sulla Biodiversità, nonché la nuova strategia forestale europea prevista per il 2020. Il quadro normativo di riferimento ignora la Legge sulle Norme in materia di domini collettivi e non è stata considerata nelle valutazioni di coerenza e coordinamento la strategia nazionale per le aree interne (SNAI).
La Strategia non tiene in conto del ruolo fondamentale (nel contesto della crisi climatica): della silvicoltura intesa come ecologia applicata di ispirazione naturalistica e sistemica; del restauro forestale; di aree di monitoraggio permanenti; delle aree ad accrescimento naturale e indefinito; del ruolo delle comunità locali e della necessità di distinguere tra aree produttive ed aree conservative, tra ecoservizi ed ecobenefici. Gli ecobenefici dovrebbero essere tutelati slegandoli da questioni economiche. Appaiono travisate le competenze in materia di AIB (Anti Incendio Boschivo) ed il ruolo della Legge quadro in materia di incendi boschivi e non risulta al riguardo alcun coordinamento con i ministeri competenti e la Protezione Civile. Manca una reale analisi di copertura finanziaria.
Il documento appare quindi prematuro e la consultazione pubblica dovrà essere riproposta. I problemi del settore forestale sono conseguenza di anni di politiche sbagliate che hanno delegato alle Regioni la gestione del patrimonio boschivo: le leggi variano grandemente da Regione a Regione, con un caos normativo che si traduce in una mancanza di visione a lungo termine. È necessario armonizzare le normative e le strutture regionali fra loro secondo una logica unitaria, per uscire dall’anarchia nella quale versa il settore forestale e si devono riorganizzare i servizi e gli uffici regionali sul territorio secondo livelli standard omogenei.
La gestione del patrimonio forestale pubblico e dei boschi privati “abbandonati”, degli alvei dei fiumi, delle aree in dissesto idrogeologico e dell’antincendio boschivo deve essere affidata ad agenzie multiservizi regionali pubbliche, dotate di strutture tecniche adeguate, che devono operare attraverso una programmazione annuale. Alle stesse si potrebbe anche affidare il servizio di irrigazione agricola svolto attualmente dai consorzi regionali, con un contratto di servizio unitario a livello regionale attraverso la cessione dell’acqua agli agricoltori a un prezzo politico, differenziato sulla base degli effettivi consumi e della redditività delle colture. Solo queste entità pubbliche fornirebbero le necessarie garanzie sul corretto impiego delle risorse e beni pubblici e sulla gestione di boschi e terreni abbandonati nell’interesse esclusivo della collettività, al pari dell’acqua e degli altri beni comuni, nelle quali ricollocare e riorganizzare il personale delle soppresse comunità montane, dei consorzi di bonifica, e di quello impiegato per questi servizi presso le strutture regionali e provinciali, nelle quali assumere e far lavorare stabilmente centinaia di persone in ogni regione, soprattutto delle aree interne, dove maggiore è l’abbandono del territorio e la disoccupazione.
L’Italia non si può permettere di perdere altri 20 anni per porre rimedio ad una situazione che continua a peggiorare sempre di più: l’incremento continuo di incendi, frane e alluvioni che interessano il territorio sono una prova evidente dei cambiamenti climatici in atto e richiedono l’adozione di scelte coraggiose e non più procrastinabili. Scelte che considerino i benefici ecosistemici e mirino alla conservazione del patrimonio boschivo e non a incentivarne lo sfruttamento. La pubblica amministrazione deve ritornare alla sua funzione istituzionale originaria, che non è certo quella produttiva finalizzata a massimizzare i ricavi immediati, svendendo il valore del patrimonio forestale pubblico fin qui accumulato.
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Le foreste europee al collasso tra l'eccessiva richiesta di legname e la perdita di biomassa

Negli ultimi anni l’Europa ha perso una grande area forestale a causa della raccolta di legname, riducendo la capacità di assorbimento di carbonio del continente e forse indicando problemi più ampi. Molte foreste dell’UE, che rappresentano circa il 38% della superficie terrestre, sono gestite per la produzione di legname, ma la perdita di biomassa è aumentata del 69% nel periodo che va dal 2016 al 2018.
Si prevede che l’area raccolta arriverà ad essere meno del 10% a causa dei cicli di coltivazione e semina. Secondo Guido Ceccherini del Centro comune di ricerca dell’UE, autore principale dello studio, risulta probabile che altri fattori siano in gioco e potrebbero includere un aumento della domanda di legno come combustibile e mercati più grandi per legname e altri prodotti.
I dati satellitari potrebbero quindi essere un indicatore precoce di richieste insostenibili poste nelle foreste dell’UE. La perdita di biomassa forestale è più pronunciata in Svezia, con una percentuale del 29%, mentre in Finlandia si registra il 22%. Molto meno colpiti sono stati Polonia, Spagna, Lettonia, Portogallo ed Estonia, che hanno rappresentato congiuntamente circa il 30% dell’aumento nei 26 paesi studiati.
L’aumento della domanda di legname e prodotti in legno, come la carta, e una maggiore combustione di biomassa possono essere alla base del rapido aumento della raccolta osservato nei paesi nordici. In tal caso, secondo i ricercatori, è importante sapere i possibili impatti negativi. Il prof. Thomas Crowther, fondatore di Crowther Lab, che non era coinvolto nella ricerca, ha dichiarato: "È preoccupante vedere che la crescente domanda di prodotti forestali potrebbe ridurre il carbonio immagazzinato all’interno della biomassa vivente nelle foreste europee. Probabilmente è più preoccupante che la rimozione delle foreste possa anche minacciare lo stoccaggio di carbonio sottoterra. Queste foreste ad alta latitudine supportano alcune delle più grandi riserve di carbonio del suolo sulla terra. Se il disboscamento delle foreste minaccia l’integrità degli stoccaggi di carbonio nel suolo ad alta latitudine, gli impatti climatici potrebbero essere più forti del previsto".

sabato 4 luglio 2020

Noam Chomsky: “Supereremo il coronavirus. Ma ci attendono due minacce molto peggiori per l’umanità”

dalla pagina https://www.greenme.it/vivere/costume-e-societa/chomsky-coronavirus/

DOMINELLA TRUNFIO

“L’emergenza coronavirus è grave ma la supereremo, ciò che mi preoccupa sono altre crisi dell’umanità: la guerra nucleare e il riscaldamento globale”. 


Noam Chomsky, linguista, filosofo, scienziato cognitivista, teorico della comunicazione, accademico e attivista politico, interviene su DiEM25 TV intervistato da Srecko Horvat fa una lunga riflessione sulla situazione attuale che sta vivendo il mondo e sull’assalto neoliberista ‘che ha lasciato gli ospedali impreparati’.

“Il coronavirus è grave e non va sottovalutato - spiega Chomsky - ma bisogna ricordare che ci sono due minacce molto più grandi, peggiori di qualsiasi altro orrore della storia dell’umanità. La prima è la minaccia di una guerra nucleare e l’altra del riscaldamento globale”, spiega.

Novantuno anni, analista politico americano, prima dell’intervista viene presentato come una guest star, un uomo che ha influenzato il pensiero di tante generazioni.

“Il coronavirus è orribile può avere conseguenze terrificanti, ma ci sarà una ripresa. Mentre se le altre due minacce non saranno fermate, è finita”, spiega ancora. Il suo pensiero ruota attorno a un dato: “L’assalto neoliberista ha lasciato gli ospedali impreparati. Un esempio per tutti: sono stati tagliati i posti letto in nome dell’efficienza”.

Secondo Chomsky, le minacce globali sono state intensificate proprio dall’approccio alle politiche neoliberali. Cosa succederà alla fine di questa crisi? “O ci saranno stati più autoritari oppure sarà necessaria una ricostruzione della società”.

Da analista politico, poi si sofferma sugli Stati Uniti, paese che impone sanzioni e obbliga altri stati a seguire l’esempio.

“Anche l’Europa segue il maestro. Ma la cosa ironica in questo momento è che Cuba sta aiutando l’Europa, mentre la Germania non può aiutare la Grecia”, spiega Chomsky ricordando anche migliaia di immigrati e rifugiati morti nel Mediterraneo.

“In un mondo civilizzato, i paesi ricchi darebbero assistenza a chi ne ha bisogno, invece di strangolarlo. Adesso forse, con l’emergenza, è il momento di capire che tipo di mondo vogliamo”. E condanna il fatto che non siano state prese ancora misure di una mobilitazione simile a quella bellica. “Abbiamo bisogno di questa mentalità per superare questa crisi a breve termine, che può essere affrontata dai paesi ricchi”.

Incalzato sulla questione neoliberale, il filosofo torna sul tema, spiegando che la crisi è proprio dovuta al fallimento del mercato. “Da tempo si poteva immaginare che si verificassero delle pandemie. Avrebbero potuto lavorare sui vaccini, sullo sviluppo di una protezione per potenziali pandemie da coronavirus, e con lievi modifiche avremmo potuto avere i vaccini disponibili oggi Questa volta, rispetto al passato, si sarebbe potuto fare, ma la peste neoliberale ha bloccato tutto”.

Un’altra certezza di Chomsky è quella che “Non c’è nessuna credibilità nell’affermazione che il virus sia stato diffuso deliberatamente”.

“I Paesi come Cina, Corea del Sud, Taiwan, hanno cominciato a fare qualcosa e sembra siano riusciti a contenere almeno la prima ondata di crisi. Anche in Europa, in una certa misura, è successo questo. La Germania, che si era mossa appena in tempo, ha un buon sistema ospedaliero e ha agito in modo altamente egoistico, senza aiutare gli altri, ma almeno ha attuato per se stessa un ragionevole contenimento. Altri Paesi l’hanno semplicemente ignorato, come il peggiore di loro, il Regno Unito. Ma i peggiori di tutti sono gli Stati Uniti”.

Cosa rimarrà di tutta questa situazione, una volta che l’emergenza sarà finita?

“C’è la possibilità che la gente si organizzi, si impegni e si arrivi a un mondo diverso, migliore, che riesca ad affrontare i problemi come la guerra nucleare e la catastrofe ambientale, prima che sia troppo tardi”. Ma se siamo arrivati a un momento critico dell’esistenza, non è solo per colpa del coronavirus. “Ci troviamo in una situazione di isolamento sociale che può essere superato aiutando chi è in difficoltà, facendo progetti per il futuro, trovando risposte ai problemi globali”, chiosa Chomsky lanciando un ultimo messaggio: “Si può fare. Non sarà facile, ma gli esseri umani hanno affrontato tanti problemi in passato”.

Fonte: DiEM25 TV

giovedì 2 luglio 2020

Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della nostra salvezza (2Cor 6,2)

Nella Bibbia troviamo spesso il richiamo a prepararsi per tempi difficili, (Ez 34,12 Gl 2,2) giorni di nebbia e di caligine… calamità naturali e situazioni devastanti… Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine” (cfr. Lc 21)

Il veloce passaggio dei giorni sembra relegare l’esperienza del coronavirus in un passato remoto, quasi con un velato desiderio di dimenticare velocemente tutto quello che è successo. Magari con l’illusione di cancellare l’esperienza con le sue cause ed effetti semplicemente smettendo di pensarci. Invece non è così.

Il “lockdown” che siamo stati obbligati a vivere per salvaguardare la nostra salute e la vita delle comunità, ha provocato allo stesso tempo anche la chiusura delle attività produttive e commerciali. I numeri legati alle attività costrette alla chiusura, alla cassa integrazione e alle maggiori spese che comporterà il mettere in atto tutti i protocolli previsti per la prevenzione del contagio sta provocando conseguenze peggiori rispetto alla stessa crisi del 2008. Una crisi impressionante, da qualsiasi lato la si guardi, di quasi 34.000 morti solo in Italia. Le scuole sono state le prime a chiudere e saranno le ultime a riaprire. Il 40% delle famiglie farà fatica a pagare l’affitto. I negozi dichiarano il 50% in meno di fatturato. Un milione di posti di lavoro in meno è la previsione per il prossimo periodo e sicuramente i giovani risentiranno in modo particolare di questa situazione. 

Da questo punto di vista possiamo ben dire che “il bello deve ancora venire”. È stato un periodo in cui tutti abbiamo sofferto e faticato, anche se in maniera molto diversa: gli addetti alla sanità in primis, ma anche quelli del settore dei trasporti, delle consegne a domicilio, dei supermercati, dei prodotti legati alle pulizie, alla sanificazione degli ambienti hanno fatto un servizio essenziale, spesso in situazioni difficili, frustranti, per rispettare le norme, per rispondere ad esigenze più o meno necessarie. Le famiglie hanno dovuto affrontare problemi legati alla mancanza della salute, alla presenza di persone con handicap, con bambini che hanno sentito forte la mancanza di giocare all'aria aperta e della relazione con i coetanei: tutte situazioni che hanno trovato poco spazio nei nostri mezzi di comunicazione. Una catena di produzione che sicuramente non ha conosciuto soste e crisi in questo periodo è quella della produzione e commercializzazione delle armi, settore che vede l’Italia in un posto certamente non di secondo piano a livello internazionale. Adesso si assiste alla divisione tra coloro che chiedono di recuperare la precedente “normalità” e coloro che sperano in un grande cambiamento, temendo la persistenza degli errori del passato.

La necessità di fermarsi ha liberato improvvisamente molto tempo per la propria casa e famiglia, a patto di averne una, e ha consentito di rivedere tante modalità di relazione al suo interno: nella coppia, con i figli; ci ha fatto capire ciò che è realmente indispensabile e cosa invece è secondario e l'importanza di dare il giusto valore alle cose e ai rapporti umani.
Sono emersi esempi di grande altruismo e generosità, di buon vicinato e di sostegno reciproco; tante persone si sono messe al servizio dei più bisognosi attraverso il volontariato civile o legato alla Caritas e questo ha consentito di sostenere le molte situazioni di emergenza: consegne di cibo e farmaci a domicilio, vicinanza psicologica, aiuto concreto nelle situazioni di disabilità.

Allo stesso tempo non sono mancati episodi preoccupanti di insofferenza per le difficoltà, insulti verbali sui social, violenza fisica nelle case, intolleranza e quasi una “guerra tra poveri”.  La “patologica” ricerca del colpevole a cui addossare le responsabilità legate a questa situazione, oltre che le proprie frustrazioni e la propria rabbia: a turno prima la Cina, poi il Governo, i “poteri forti” e c’era anche, ma forse c’è ancora, chi lavora “dietro le quinte” per remare contro le inadempienze invece di collaborare per individuare possibili strade di superamento.

È reale il pericolo che dalla rabbia si passi allo scoraggiamento e così il futuro cambia segno: da promessa diventa una minaccia.

L’esperienza del Covid comporterà necessariamente un cambiamento, “niente sarà più come prima” e sarà duro aprire cammini positivi data la debolezza, se non l’assenza, di una vera politica.
Manca, nella gestione dell’insieme, la riflessione su tutto: dobbiamo ammettere che siamo arrivati a questo per una serie di logiche, di scelte politiche, economiche e industriali, per arrivare al nostro stile di vita; concretamente consideriamo la natura non la “madre” a cui tutto è collegato, ma opportunità da sfruttare senza rispetto e senza regole.

A questo punto però non possiamo tornare come prima, ma dobbiamo provare ad imparare la lezione.

Abbiamo visto che mentre noi rimanevamo chiusi nelle nostre case la Natura finalmente si riprendeva spazi da dove prima sembrava espulsa. Inoltre ci siamo resi conto che molto dipende dal sistema capitalistico in cui viviamo, ma anche da quanto diamo spazio al “capitalismo in noi”.
Quali scelte personali posso mettere in atto per vivere un rapporto diverso con la natura e con le cose, con il lavoro e la gestione del tempo e degli affetti?
Quali le priorità necessarie per la vita: siamo rimasti senza tante cose, chiusi in casa, ma forse abbiamo capito che un po' di sobrietà fa tanto bene.

Siamo consapevoli che occorre una nuova organizzazione del lavoro, una gestione intelligente dei rifiuti e dei combustibili, una posizione precisa a riguardo della produzione e il commercio delle armi per dare spazio a una economia più umana, sostenibile e rispettosa dell’ambiente. Molto dipende anche da noi: è tempo di diventare cittadini attivi e consapevoli, attenti alle scelte di chi ha responsabilità di governo e dell'amministrazione locale ma è fondamentale una assunzione di responsabilità concreta e coerente nel nostro quotidiano.

Serve una riflessione che aiuti a riscrivere un’etica del lavoro da parte di chi lo crea e di chi lo vive in quanto operaio e collaboratore. Un’etica che impedisca di “approfittare” della situazione di emergenza per fare “i propri interessi” ma diventi una prospettiva che aiuti a capire che solo un mondo dove tutti stanno bene, dove anche gli operai ricevono il giusto stipendio allora anche l’economia funzionerà meglio, per tutti. Occorre avere il coraggio di discutere di una “retribuzione di base” per tutti (come ci ricorda anche Papa Francesco) per garantire a tutti la possibilità di vivere e di agire in libertà. Così come è necessario che ciascuno dia il meglio di sé nel proprio lavoro, scoprendo la bellezza di una vocazione al lavoro, dove la vita stessa di ogni uomo assume senso e valore.

In questo il cristiano, dal Vangelo, ha indicazioni chiare per realizzare "il bene comune".
“L’avete fatto a me…” così ci dice Gesù in Matteo 25: ogni volta che noi agiamo, scegliamo, lavoriamo, produciamo, compriamo e vendiamo l’abbiamo fatto a lui. C’è un mondo intero da servire, un mondo nuovo da costruire. La pandemia che stiamo ancora vivendo può essere la buona occasione per ricominciare in modo nuovo, “da cristiani”.

“Peggio della pandemia ci può essere solamente il rischio di sprecarla”
(Papa Francesco, 31 maggio 2020)


Commissione di Pastorale Sociale: Lavoro, Giustizia e Pace, Cura del Creato, della Diocesi di Vicenza


mercoledì 1 luglio 2020

Brasile. Insieme per l'Amazzonia: nasce la Conferenza ecclesiale

dalla pagina https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/brasile-nasce-la-conferenza-ecclesiale-amazzonia

 mercoledì 1 luglio 2020

Il nuovo organismo, espressione della sinodalità fra le Chiese della regione, è uno dei frutti dell’assise di ottobre. A presiederlo il cardinale Hummes: vicini alla gente per costruire nuovi cammini

Il Sinodo dell'Amazzonia dell'ottobre 2019 - Ansa
«Dio voglia che tutta la Chiesa si lasci arricchire e interpellare da questo lavoro, che i pastori, i consacrati, le consacrate e i fedeli laici dell’Amazzonia si impegnino nella sua applicazione e che possa ispirare in qualche modo tutte le persone di buona volontà», scrive papa Francesco all’inizio di Querida Amazonia, prima di illustrare i suoi sogni per la regione. A meno di cinque mesi dalla pubblicazione dell’Esortazione, la Chiesa d’Amazzonia s’è messa in cammino per dare compimento alle suggestioni del Pontefice e al lungo processo sinodale, cominciato già a Puerto Maldonado il 19 gennaio 2018, con un anno e nove mesi prima dell’apertura dei lavori a Roma. La data scelta per uno dei passi cruciali non è casuale: la solennità dei Santi Pietro e Paolo, giornata in cui la Chiesa universale fa memoria delle proprie radici e si stringe intorno al successore di Cefa perché con la sua testimonianza l’aiuti a scoprire la rotta nelle pieghe del presente e del futuro.

Il 29 giugno è nata così ufficialmente la Conferenza ecclesiale dell’Amazzonia. Una “buona notizia” in questi tempi bui per il pianeta e per la regione, tanto ferita dal Covid: i contagi sfiorano il mezzo milione e le vittime sono oltre tredicimila. «La Conferenza fa parte dei nuovi cammini aperti dal Sinodo amazzonico. Nel processo di costruzione siamo stati animati dal nostro caro papa Francesco: lui stesso ha suggerito il nome», racconta il cardinale Claudio Hummes, presidente della Rete ecclesiale panamazzonica (Repam), eletto alla guida del nuovo organismo al termine di tre giorni di assemblea celebrata via Web a causa della pandemia.

All’incontro hanno partecipato rappresentanti della Santa Sede - i cardinali Lorenzo Baldisseri, Marc Ouellet, Luis Tagle e Micheal Czerny -, e della Chiesa del Continente - a partire dal presidente del Consiglio episcopale latinoamericano, Miguel Cabrejos -, nonché altre realtà ecclesiali e tre rappresentanti dei popoli indigeni. Una pluralità armonica che si riflette nella configurazione - approvata all’unanimità - del nuovo organismo. Affiancherà il cardinale Hummes come vicepresidente David Martínez de Aguirre, vicario episcopale di Puerto Maldonado e segretario al Sinodo. Eugenio Coter, vescovo di Pando, in Bolivia, rappresenterà al suo interno, nel Comitato esecutivo, le Conferenze episcopali della regione insieme alle presidenze del Celam, della Rete ecclesiale pan amazzonica (Repam) della Conferenza latinoamericana dei religiosi (Clar) e della Caritas latinoamericana.

Rilevante la scelta di inserire nella Conferenza ecclesiale dell’Amazzonia tre rappresentanti indigeni: due laici - Patricia Gualinga e Dario Siticonatzi, rispettivamente dei popoli Sarayaku e Ashaninka - e suor Laura Vicuña, del popolo Kariri. L’istanza per la sua creazione emersa con forza durante i lavori dell’Assemblea sinodale. Ed era stata espressa nel Documento finale per promuovere «la sinodalità fra le Chiese della regione», aiutare «a delineare il volto amazzonico di questa Chiesa» e continuare «a trovare nuovi cammini per la missione evangelizzatrice», si legge al punto 115. Affermazioni accolte dal nuovo organismo che nasce nel seno Celam, ascritto alla sua presidenza, ma autonomo. E si propone - nel solco di quanto indicato da papa Francesco in Querida Amazonia - di contribuire all’incarnazione del Vangelo nella regione per «aprire strade all’audacia dello Spirito», avendo fiducia e permettendo concretamente «lo sviluppo di una cultura ecclesiale propria, marcatamente laicale», come si legge nell’Esortazione.

[continua]