martedì 22 agosto 2017

La fine del lavoro?

Un articolo del 2015 di Jean Pisani Ferry + Un libro del 1995 di Jeremy Rifkin...


La fine del lavoro come l'abbiamo sempre conosciuto

Nel 1983, l'economista americano premio Nobel Wassily Leontief fece quello che allora sembrò un pronostico sorprendente. Le macchine, disse, probabilmente sostituiranno la manodopera umana in modo alquanto simile a come il trattore ha sostituito il cavallo. Con circa 200 milioni di disoccupati nel mondo – 30 milioni in più rispetto al 2008 – le parole di Leontief oggi non sembrano più stravaganti come allora.
In verità, ci sono pochi dubbi sul fatto che la tecnologia sta trasformando radicalmente il mercato globale del lavoro. Certo, le previsioni come quelle di Leontief suscitano molto scetticismo negli economisti, e a buon motivo. Dal punto di vista storico, di rado gli aumenti della produttività hanno fatto sparire posti di lavoro. Ogni volta che le macchine hanno migliorato l'efficienza produttiva (compresi i trattori, quando ebbero la meglio sui cavalli), i vecchi posti di lavoro sono scomparsi, ma ne sono stati creati di nuovi. Inoltre, gli economisti masticano numeri, e i dati recenti mostrano un rallentamento – piuttosto che un'accelerazione – negli aumenti della produttività. Quando si parla del numero reale dei posti di lavoro disponibili, ci sono buoni motivi per mettere in discussione le terribili previsioni dei catastrofisti. Ma ci sono anche buone ragioni per riflettere sul fatto che è la natura stessa del lavoro che sta cambiando davanti i nostri occhi.
Tanto per cominciare, come ha osservato David Autor, economista all'Mit, gli sviluppi nell'automazione del lavoro trasformano alcuni mestieri più di altri. I lavoratori che svolgono compiti di routine, come l'analisi dei dati, sempre più spesso e quasi certamente saranno sostituiti dalle macchine. Invece coloro che svolgono professioni più creative verosimilmente andranno incontro a un aumento della produttività. Nel frattempo, i lavoratori che forniscono servizi alla persona potrebbero non veder cambiare per niente il loro lavoro. In altre parole, i robot potrebbero togliere il posto a un commercialista, aumentare la produttività di un chirurgo, lasciare inalterata l'attività di una parrucchiera.
Lo scompiglio che si ripercuoterà nella struttura della forza lavoro potrà assumere importanza in rapporto al numero reale dei posti di lavoro che ne saranno colpiti. Gli economisti chiamano il risultato più plausibile di questo fenomeno “polarizzazione dell'occupazione”. L'automazione crea posti di lavoro nel settore dei servizi alla base della scala salariale, mentre aumenta la quantità e la redditività dei posti di lavoro al vertice. Ma la parte intermedia del mercato del lavoro ne risulterà svuotata. Questo tipo di polarizzazione sta andando avanti da decenni negli Stati Uniti, ed è ora in corso anche in Europa, con importanti ripercussioni sulla società. Dalla fine della Seconda guerra mondiale, la classe media ha costituito l'ossatura della democrazia, dell'impegno civile, della stabilità. Coloro che non appartenevano alla classe media potevano concretamente aspirare a entrare a farne parte, o addirittura credere di poterne fare parte quando così non accadeva.
A mano a mano che i cambiamenti nel mercato del lavoro disgregano la classe media, potrebbe scatenarsi una nuova rivalità di classe (se così già non è). Oltre ai cambiamenti determinati dall'automazione, il mercato del lavoro sta subendo notevoli trasformazioni anche da piattaforme digitali come Uber che facilitano gli scambi tra i clienti e i fornitori individuali di servizi. Un cliente che telefona a un conducente Uber non acquista un servizio solo, ma due: uno dall'azienda (la connessione a un conducente la cui qualità di guida è garantita dai voti assegnati dai clienti precedenti), e l'altro dal conducente (il trasporto da un posto a un altro). Uber e le altre piattaforme digitali stanno ridefinendo l'interazione tra consumatori, lavoratori e datori di lavoro. Stanno anche rendendo non più necessaria la rinomata azienda di epoca industriale, un'istituzione fondamentale che è riuscita a specializzarsi e a risparmiare sulle spese di transazione. A differenza di quanto accade in un'azienda, il rapporto di Uber con i conducenti non fa affidamento su un tradizionale contratto di lavoro. In verità, il software aziendale funge da mediatore tra il conducente e il cliente, in cambio di un compenso. Questo cambiamento apparentemente minimo potrebbe di fatto avere conseguenze di vasta portata. Invece di essere regolato da un contratto, il valore del lavoro è soggetto alle medesime forze di mercato che affliggono qualsiasi altro bene economico, dato che i servizi variano di prezzo in rapporto all'offerta e alla domanda. Il lavoro si ancora al mercato. Si potrebbero citare anche altri cambiamenti meno perturbatori, come l'ascesa del capitale umano. Un numero in costante aumento di giovani laureati snobba posti di lavoro apparentemente interessanti in grosse compagnie, preferendo guadagnare molto meno e lavorare in una start-up o in settori creativi. Se il fascino del corrispondente stile di vita può spiegare almeno in parte questo fenomeno, in verità tale scelta potrebbe anche essere un modo per aumentare il reddito complessivo da lavoro nel ciclo vitale. Invece di mettere a disposizione le proprie capacità e competenze a un prezzo predeterminato, questi giovani laureati preferiscono sfruttare al massimo il flusso di reddito da lavoro nel ciclo vitale che potrebbero derivare dal proprio capitale umano.

La fine del lavoro, il declino della forza lavoro globale e l'avvento dell'era post-mercato

Un noto saggio di economia scritto da Jeremy Rifkin e pubblicato in Italia da Baldini&Castoldi nel 1995 e successivamente da Oscar Mondadori nel 2002. 

La tesi dell'autore

Nella parte iniziale del libro l'autore espone la sua tesi: prima delle rivoluzioni industriali, più del 90% della popolazione americana si occupava di agricoltura.
Nella prima rivoluzione industriale grandi masse di lavoratori lasciano l'agricoltura per andare ad operare nelle fabbriche. Attualmente solo il 3% della popolazione si occupa di agricoltura, ma grazie alle macchine agricole, la domanda è ampiamente soddisfatta dalla copiosa produzione.
Nella seconda rivoluzione industriale, le macchine e l'automazione prendono il posto dell'uomo nell'industria manufatturiera, e le masse di lavoratori lasciano le fabbriche per spostarsi nel terziario ed adottare il computer come strumento di lavoro.
Ora siamo nel corso di una terza rivoluzione industriale, nella quale l'incredibile progressione della potenza di calcolo dei moderni elaboratori, pone in esubero un crescente numero di lavoratori.
A seguito di questo, la realtà che l'autore vuole evidenziare è che le masse di lavoratori che escono dal terziario, entrano a far parte del mondo della disoccupazione.
[continua]



dalla pagina https://www.theguardian.com/technology/2017/may/08/virtual-reality-religion-robots-sapiens-book
Yuval Noah Harari, "Disoccupati e felici" in Internazionale, n. 1218, 18/24 agosto 2017, pp. 56-57

The meaning of life in a world without work

As technology renders jobs obsolete, what will keep us busy?

Il senso della vita in un mondo senza lavoro
Mentre la tecnologia rende i lavori obsoleti, che cosa ci terrà occupati?

sabato 19 agosto 2017

La nuova religione tecno-capitalista: tutti connessi in Rete, ovunque e sempre

dalla pagina https://www.informatica-libera.net/content/la-nuova-religione-tecno-capitalista-tutti-connessi-rete-ovunque-e-sempre


Ultimo aggiornamento: 24 Maggio 2016
Nonostante l'euforia diffusa sulle potenzialità della Rete – che è sempre più mezzo di connessione e sempre meno mezzo di comunicazione e di conoscenza; che è sempre più capitalista e sempre meno libera e anarchica come alle origini, cautela e scetticismo sul valore emancipativo delle tecnologie digitali sembrano più che sensate. "Essere in Rete" non è forse un processo di cattura che impedisce la partecipazione reale alla vita democratica? L'articolo che segue è un'intervista di Paolo Bartolini al Prof. Lelio Demichelis, docente di Sociologia, che analizza il mondo attuale con uno sguardo critico, profondo e multidisplinare, coinvolgendo settori come la sociologia, l'economia, la psicologia, le politiche internazionali, ma anche l'antropologia e altri ancora. La prospettiva offerta concorda con vari scritti presenti in questo blog, tra cui "L'era della persuasione tecnologica" e "L'era della simulazione ovvero l'oscuro desiderio di essere sempre connessi".
Francesco Galgani, 23 maggio 2016

Il dio che non voleva morire. Tecnica, Capitalismo e limiti del vivente

Un'intervista a Lelio Demichelis a cura di Paolo Bartolini, fonte: megachip.globalist.it, 13 maggio 2016
Prof. Demichelis, in un suo recente lavoro ha parlato espressamente di religione per definire l'impianto tecno-capitalista che governa le nostre società. Quale valenza strategica e politica riconosce a un'analisi del dominio contemporaneo centrata sulla categoria del "religioso"?
In tempi di Isis e di integralismo politico-religioso potrebbe sembrare fuori luogo parlare e scrivere di capitalismo, di tecnica e di rete come di fenomeni religiosi. Io sostengo invece che proprio il capitalismo e la tecnica intesa come apparato hanno assunto ormai forme tipicamente religiose. Utilizzando le categorie e le modalità del religioso per evangelizzare il mondo, ma nella forma tecnica e capitalista.
Se andiamo alle analisi di Michel Foucault sulla nascita del potere moderno come evoluzione del potere pastorale delle prime comunità cristiane; se (ancora Foucault) analizziamo i meccanismi psicologici e pedagogici insiti nelle discipline e poi nelle forme biopolitiche di potere e di governo (la governamentalità) degli uomini; se, ancora, guardiamo alle società di massa del '900, alle forme totalitarie di potere, al concetto di ideologia - ebbene, abbiamo la conferma di quanto le forme religiose siano ben presenti anche oggi, in tempi di apparente secolarizzazione ma soprattutto di mercato globale e di rete.
La religione classica era un sistema di rappresentazioni collettive e di pratiche ripetute che uniscono e connettono e integrano ciascuno in una comunità/gregge, legandolo al pastore che guida il gregge e sciogliendolo all'interno del gruppo; è poi un insieme di riti, miti, cerimonie, simboli che rimandano e rinviano a Dio ma soprattutto alla chiesa che lo incarna e lo interpreta. Quindi, religione che lega, connette, struttura ogni fedele in un sistema integrato, coerente e incessantemente replicato, fatto di discorsi, di narrazioni e di simboli, di riti e di miti che agiscono per produrre e ri-produrre nel tempo comportamenti, atteggiamenti, motivazioni, senso della vita. Dando un ordine generale e un senso unitario e omologante, quindi rassicurante, davanti all'incertezza della vita, facendo apparire come vera (e come il solo vero possibile) quella dottrina che deve essere praticata e che diventa verità normale, normata e indiscutibile.
Da qui, quella che lei definisce appunto come religione tecno-capitalista.
Esattamente. Un religione con il proprio culto e i propri riti (il mercato, lo scambio, la competizione economica, il consumo e poi il consumismo), i propri templi (le borse, le fabbriche, i supermercati/outlet, gli Apple Store, la Rete stessa scritta con la maiuscola), le proprie rappresentazioni (la pubblicità, il modello Uber, la condivisione), i propri simboli e i propri feticci (la rete, l'iPhone), la propria grande narrazione e le proprie favole (la mano invisibile, la rete come libera condivisione, l'intelligenza collettiva) e il proprio catechismo per far apprendere fin da piccoli, la dottrina (il dover essere connessi, il dover condividere, il tecno-entusiasmo, i videogiochi, YouTube, la vetrinizzazione di sé - come la definisce Vanni Codelupp -, la perdita della privacy), i propri pastori che guidano il gregge e che poi diventano santi (Steve Jobs, ma anche Mario Draghi), i propri teologi/guru (la Silicon Valley) - il tutto per riprodurre e replicare all'infinito comportamenti e motivazioni congrue al più efficiente funzionamento della chiesa-apparato, dando un ordine generale e un senso omologante, quindi rassicurante e integrante e comunitario alla vita di ciascuno. E ciascuno acquisisce così un proprio ruolo come fedele (produttore, consumatore, spettatore, nodo della rete), all'interno di un mondo in sé incessantemente mutevole e de-strutturante e de-socializzante (il mercato, la competizione, la rete). Diventando un uomo nuovo diverso dal passato - obiettivo e pratica di ogni religione (come di ogni totalitarismo) - e anche il capitalismo vuole un uomo nuovo, lo vogliono i neoliberisti, lo volevano e lo vogliono gli ordoliberali: un uomo di mercato, confuso con un mercato e una rete che sono disciplina e biopolitica/bioeconomia/biotecnica insieme (andando appunto a governare la vita intera dell'uomo, spogliandolo della sua individualità vera e della sua possibile autonomia).
Religione dunque - e potremmo tornare a Feuerbach, a Durkheim, a Weber e alla sua relazione tra religione calvinista e capitalismo o a Freud, per citare solo alcuni. Potremmo, meglio, tornare a Benjamin, che già nel 1921 definiva il capitalismo come una religione (forse la più estrema che si sia mai data, il capitalismo essendo la celebrazione di un culto sans treve e sans mercì; un culto capace anch'esso di generare colpa). Ma se Benjamin pensava al capitalismo come a una religione senza teologia, questa teologia invece esiste, eccome. Se Carl Schmitt sosteneva che tutti i concetti decisivi della moderna dottrina dello stato sono concetti teologici secolarizzati; se oggi si scrive giustamente (Roberto Esposito, ad esempio) che anche l'economia vive di concetti teologici, ebbene è tempo di estendere questa chiave di lettura anche alla rete e alla tecnica come apparato, parlando di una teologia tecnica. E una teologia è il sistema dottrinale che impone il rispetto della verità che deve essere accettata, ma è anche l'espressione dell'esigenza di un sistema religioso di riportare le molteplicità esistenti all'Unità, i molti che pure incessantemente crea all'Uno del sistema-religione. Per cui, il capitalismo offre una quantità infinita di beni e di consumi personalizzati e individualizzati - cioè moltiplica apparentemente le diversità offerte e la libertà di scelta dell'individuo - ma questo può avvenire solo e sempre dentro al sistema capitalista (che è la verità) e similmente dentro alla rete che si moltiplica sì all'infinito e apparentemente senza un centro (senza una Chiesa), purché tutti siano però connessi a questa rete, dentro a questo Uno che è la rete come mezzo di connessione (la rete, potremmo dire, come la più grande società di massa della storia, come il più grande gregge religioso mai prodottosi). Rete che - come il capitalismo - prima suddivide e separa (il lavoro, i lavoratori, crea i personal computer, gli apparati mobili individuali) ma poi integra le parti suddivise in qualcosa (l'Uno del mercato & della rete, appunto) maggiore della semplice somma delle parti. Pensiamo a come il mondo si divida oggi - in modo manicheo, ideologico, integralisticamente religioso - tra tecno-ottimisti (gli eletti) e tecno-critici (i dannati); a come l'essere connessi sia una sorta di dovere (una disciplina, una pedagogia, un catechismo) non tanto e non solo economico quanto esistenziale.
Ecco, questa è la forma del potere religioso odierno, non solo del capitalismo (Benjamin), ma soprattutto della tecnica. O altrimenti: così come nel '900 Raymond Aron parlava di religioni secolari per definire le ideologie totalitarie del secolo, altrettanto lo sono capitalismo e tecnica. Anzi, più che secolari.
In che senso lei parla di rete come di un mezzo di connessione?
Religione, come detto, significa anche (è una delle sue etimologie) legare insieme.
E connettere e far connettere in rete è una forma di legare insieme, strutturare, integrare.  Mi rifaccio ad Aya Norenzayan, che nel suo libro Grandi Dei ha definito gli otto principi che fanno nascere le grandi religioni capaci di tenere insieme i grandi gruppi umani, ovvero: chi è integrato/legato e sorvegliato e controllato si comporta bene; la religione è più nel contesto e nell'ambiente sociale che nelle singole persone; l'inferno è più potente del paradiso; fidati di coloro che si fidano di Dio; nelle religioni le azioni contano più delle parole; gli Dei devono essere oggetto di adorazione; e infine:
i Grandi Gruppi religiosi cooperano per competere. Otto principi che possiamo applicare perfettamente al tecno-capitalismo (e tecnica e capitalismo sono oggi una cosa sola), perché il Grande Dio è oggi il tecno-capitalismo che integra e controlla e crea incessanti meccanismi di cooperazione/connessione/rete-gregge affinché ciascuno si comporti bene (sia docile e utile, direbbe Foucault, ovvero a produttività crescente) e sia integrato e controllato nella sua produttività/utilità per il sistema-religione; una religione che è nel contesto più che nelle persone (è la globalizzazione e la rete, è nel dover essere connessi, è nel tecno-ottimismo sempre e comunque); dove l'inferno (la disoccupazione, la precarizzazione, l'esclusione, l'austerità merkeliana) è ovviamente peggio del paradiso ma è meglio per educare, addestrare, disciplinare a diventare tutti capitalisti; dove si deve imparare a fidarsi di coloro che si fidano di Dio, quindi del denaro e dei mercati, della mano invisibile, della rete e della (falsa) idea di condivisione; dove il fare conta più delle parole (cioè della riflessione e del ragionamento critico, dell'essere se stessi, della responsabilità, dell'auto-nomia); dove Dio deve essere oggetto di adorazione (i mercati, le borse come luoghi sacri non profanabili dal popolo, ma anche la Rete e la Silicon Valley, mondi separati e sacri) e tutti devono cooperare/connettersi per competere.
Nonostante l'euforia diffusa sulle potenzialità della rete, lei ha più volte mostrato cautela e scetticismo sul valore emancipativo delle tecnologie digitali. "Essere in rete" denoterebbe piuttosto un processo di cattura che impedisce la partecipazione reale alla vita democratica. Siamo dinnanzi a uno strumento che può essere usato meglio o dobbiamo accettare questa ambivalenza come insormontabile?
Se ha ragione Günther Anders, la tecnica non è neutra, non è più un semplice mezzo a disposizione dell'uomo, ma è diventata il fine della vita degli uomini. E' una sorta di sistema autopoietico, quindi difficilissimo da governare. Di più: Anders sosteneva che le forme tecniche - i modi in cui gli apparati funzionano - tendono a diventare forme sociali, a imporre agli uomini certi comportamenti, certi modi di fare e quindi anche di essere. Quello che sembrava un mezzo di comunicazione e di conoscenza - la rete, appunto - sembra essere diventato il fine. Analogamente l'economia (di mercato): doveva essere un mezzo al servizio della società, è diventata il fine della vita di ciascuno e dell'intera società, vita messa in mobilitazione economica permanente.
Il cittadino dell'illuminismo è diventato un semplice homo oeconomicus (un cliente, un utente, un prosumer, un profilo) e oggi un homo technicus. Nuovamente unidimensionale, anche se cresce l'offerta di divertimento, godimento, distrazione di massa per compensare flessibilità e precarietà e nichilismo. Era un uomo che ieri sognava di cambiare il mondo, oggi l'unica innovazione di cui parla e a cui s'interessa è quella tecnologica: non vuole più cambiare il mondo ma essere un maker, creare start-up, essere non se stesso ma imprenditore di se stesso. Ha perso ogni capacità di fare discorsi sui fini (come dice Gustavo Zagrebelsky) ed è diventato ancora di più parte del sistema. Come uscire da questa gabbia d'acciaio in versione virtuale? Difficile. Ma il mio La religione tecno-capitalista si chiude comunque in senso ottimista, invocando un principio di laicità da esercitare anche (soprattutto) nei confronti di questa religione. Laicità anch'essa non facile, certo, perché il tecno-capitalismo non sembra una religione, perché non sembra esserci un potere teologico, perché è una religione liquida (parafrasando Bauman). Questa sua particolarissima forma religiosa pone però un grande problema di libertà e di democrazia: come controllare un potere che non sembra un potere, che non si riesce a collocare fisicamente da qualche parte essendo ovunque e in ogni luogo, che ha in sé e per sé una sorta di microfisica (religiosa) del sapere e del potere? E soprattutto, come riconoscerlo? La grande sfida che ci attende è proprio quella di riconoscere e poi di controllare democraticamente un potere/sapere (ancora Foucault) che non ammette controlli e limiti perché capitalismo e tecnica hanno l'accrescimento infinito di sé come propria essenza e come propria escatologia. Il tutto dentro alla macro-tendenza di questi anni e che accompagna l'egemonia tecno-capitalista, che cerca (penso anche alle riforme costituzionali ed elettorali di Renzi) la semplificazione e l'accentramento del potere (politico, economico, tecnico), la estromissione del demos dalla sovranità e la cancellazione del bilanciamento dei poteri. Ormai siamo in quella che chiamo una democrazia-non-più-democrazia. E invece, proprio come mezzo secolo fa si cercava di portare la democrazia anche oltre i cancelli delle fabbriche (altrimenti non si era in una democrazia), lo stesso dovremmo fare oggi, portandola oltre i cancelli virtuali della rete, dei social network, dei motori di ricerca, del Big Data, del capitalismo delle piattaforme. Perché non basta dire social, smart e condivisione per avere democrazia.
Sulla scia della precedente domanda, qual è la sua opinione sulla cosiddetta "share economy"?
Critica. Come deve essere sempre davanti a processi nuovi - o che sembrano nuovi. Per non cadere nuovamente nelle retoriche (e in un tecno-entusiasmo molto infantile ma a riproducibilità infinita) di una condivisione che nasconde sempre più forme assolutamente capitalistiche di economia, di lavoro, di prestazione individuale. Perché io posso certo condividere il mio appartamento, ma i profitti sono soprattutto della piattaforma che permette la condivisione. Perché il falso tassista di Uber non è un imprenditore di se stesso (come sarebbe secondo le retoriche dominanti), ma è un lavoratore alienato dove i veri mezzi di produzione non sono il suo smartphone e la sua auto, ma la piattaforma Uber. Grazie alla rete - appunto: sempre più mezzo di connessione - ogni lavoratore prima fisicamente e contrattualmente subordinato può (deve) diventare un lavoratore autonomo, un imprenditore di se stesso, un lavoratore individualizzato, ma con il suo posto di lavoro e i suoi tempi di esecuzione. Concretamente è un falso imprenditore di se stesso perché sub-ordinato a un nuovo padrone. È sì esterno alla struttura dell'impresa, ma è ancora più integrato-connesso-legato al mercato-religione. In realtà la condivisione e l'aiuto sono pratiche antiche e non il prodotto virtuoso della rete. La rivoluzione francese era nata per realizzare un principio di fraternità, di solidarietà, cioè di condivisione. Il welfare pubblico post-1945 era basato sulla condivisione (la redistribuzione della ricchezza dall'alto verso il basso della società, la creazione di uguali punti di partenza per tutti, le assicurazioni sociali come forma di condivisione sociale dei rischi). Ma tutto questo è stato progressivamente rimosso e anche in rete i ricchi sono sempre più ricchi e le disuguaglianze si accrescono. Di fatto è il ritorno a un capitalismo 0.0 ma la chiamiamo modernità e innovazione. Attenzione: questa critica non mi impedisce certo di vedere - anche grazie alla rete - forme autentiche di condivisione, di pratiche del dono, di finanza etica, di aiuto e di solidarietà, di volontariato. Sono la speranza che non vuole morire, la solidarietà vera e una sorta di fuga dal mercato verso la libertà. Ma appunto, non sono ciò che comunemente si definisce come sharing economy.
La dimensione del conflitto, in questi anni di egemonia neoliberista, sembra schiacciata tra i poli della violenza esplicita (pensiamo alle molteplici guerre a bassa intensità che infiammano il pianeta) e dei generici auspici di pace. Quale spazio intravede, in Europa, per una conflittualità non distruttiva capace di mettere in discussione l'assetto oligarchico dell'Unione?
Viviamo in un paradosso. Da una parte, in rete, dominano le retoriche del dover condividere (tra di noi, per permettere profitti crescenti alle piattaforme, all'oligopolio tecno-capitalista, al Big Data); dall'altra, nella realtà trionfano egoismo, esclusione, chiusura, conflitti fatti di violenza esplicita, ma anche di competizione economica di tutti contro tutti - che è un'altra forma di violenza. Cosa contrapporre? Un nuovo conflitto - di idee, progetti, speranze, indignazioni; un conflitto costruttivo. Il problema è come contrastare un potere tecnico ed economico (religioso) che ha ormai conquistato l'egemonia. Perché se il tecno-capitalismo è una religione, allora è un processo culturale prima che economico (o meglio: il capitalismo e la tecnica hanno costruito la propria egemonia come cultura, divenendo religione). Contro questa egemonia potrebbe servire tornare a Gramsci, alla sua idea di una guerra di posizione, di conquista delle casematte dell'avversario. Costruendo però - e diversamente da Gramsci - non una contro-egemonia o una diversa egemonia (come illuminista nel senso di Kant e come laico e libertario impenitente sono contrario ad ogni forma di egemonia), ma una società finalmente aperta, non conformista, non etero-normata e non etero-diretta. Questa costruzione la si può fare solo smontando i meccanismi di potere/sapere della religione tecno-capitalista, facendoci eretici rispetto alla sua teologia/escatologia. Cosa difficilissima anche perché non esiste più una sinistra capace di proporre soluzioni diverse da quelle neoliberiste e ordoliberali, perché abbiamo appunto perduto la capacità di fare discorsi sui fini. Perché il tecno-capitalismo ha sciolto ogni opposizione/contestazione, incorporandole e mettendole a profitto per sé, trasformando ciascuno in mero (s)oggetto economico e tecnico (tutti capitalisti e tutti in rete). Perché, grazie alla rete come mezzo di connessione ha potuto passare dal fordismo concentrato delle grandi fabbriche del passato (dove era relativamente facile organizzare un sindacato e fare discorsi sui fini), al fordismo individualizzato di oggi.
In ultimo le domando la sua opinione sulla crescente ibridazione tra organismi viventi e macchine. La bio-tecnica, di cui ha parlato in un suo libro, coltiva il sogno/incubo di una vita aumentata, sempre meno ancorata ai limiti bio-fisici della realtà. In che modo questo desiderio si capovolge nel suo contrario, dunque nella tanato-tecnica e nella tanato-politica?
Di ibridazione uomo-macchina e di biotecnica parlo soprattutto nel senso indicato prima, quello di Anders, cioè della tendenza delle forme tecniche a sostituirsi alle forme sociali, ma anche delle forme economiche (capitaliste) a sostituirsi alle forme sociali, nella convinzione, tutta neoliberista-ordoliberale che il mercato (ma oggi anche la rete) sia la forma perfetta di società e di democrazia. Ma il capitalismo e gli apparati tecnici rifuggono dalla democrazia (ne sono la negazione, ancor più perché religiosi, oggi teocratici più che tecnocratici) - e i tentativi del passato di democratizzare il capitalismo si sono infranti contro la sua crescente egemonia, soprattutto contro la sua teologia e la sua escatologia. Quindi, se il capitalismo e la tecnica sono due forme (in realtà, una forma unica) di biopolitica, di governo delle vite intere singole e collettive per la creazione di un uomo nuovo, questo loro essere biopolitiche (religiose) si traduce nel loro contrario, proprio com'è accaduto per tutte le biopolitiche totalitarie del '900 - e com'è accaduto nella storia anche per le religioni monoteiste - cioè in tanato-politiche, oggi con la nascita di nuove oligarchie, con infinite illusioni di libertà che alludono a una libertà che non esiste quasi più (e bisognerebbe dire: o la libertà, o il Big Data), con un nichilismo esistenziale e de-socializzante diffuso, con la sostituzione della sovranità del mercato e della tecnica a quella del demos. La differenza, rispetto al passato è che il tecno-capitalismo sopravvive a tutte le sue contraddizioni e può trasformarsi in tanato-politica (come l'Europa verso la Grecia) senza perire sotto le sue rovine, né provare sensi di colpa (la colpa è sempre di coloro che non si adattano e non si piegano ai dogmi della religione e della troika - che è una forma di Inquisizione). Non serve allora una contro-biopolitica, come non serve una contro-egemonia. Serve un ritorno alla politica. Pensando a un nuovo principio di laicità.

giovedì 17 agosto 2017

Afghanistan: la guerra è ottima per gli affari

dalla pagina http://www.globalresearch.ca/the-spoils-of-war-afghanistan-s-multibillion-dollar-heroin-trade/91


Relazione del prof. Michel Chossudovsky per Global Research, centro per la ricerca sulla globalizzazione, pubblicata la prima volta nel giugno 2005, aggiornata nel 2015 e nell'aprile 2017


Nel 2001 la coltivazione di papaveri da oppio e la produzione di eroina in Afghanistan erano state quasi distrutte dai Talebani.
Il Los Angeles Times del 22 maggio 2001 scrive che Colin Powell, segretario di Stato, stanzia 43 milioni di dollari per i Talebani che avevano sradicato le piantagioni di oppio in Afghanistan...
Poi arriva l'operazione 11 settembre...
2001: viene subito promulgato il Patriot Act e parte l'Invasione dell'Afghanistan per "cercare" Osama Bin Laden, additato come la mente dietro l'11 settembre e probabilmente già morto verso la fine del 2001 secondo alcune fonti ... 

Inizia la "guerra al Terrorismo", guerra infinita contro un nemico "liquido": Talebani (prima alleati di USA e NATO contro i russi...), al-Qaeda poi al-Nusra, ISIL-ISIS-IS Stato Islamico o Daesh...

Nel periodo ottobre 2001 – aprile 2014 il totale dei morti a causa della guerra in Afghanistan: è compreso fra 56mila e 68mila, di cui fra 21mila e 23mila civili.

Dopo l’intervento USA–NATO la produzione di oppio ed eroina sono tornate immediatamente a livelli record e in crescita... L'Afghanistan oggi produce, nonostante un calo nel 2015-2016, circa 85% di oppio ed eroina a livello mondiale (dati ONU).


La guerra è ottima per gli affari: traffico di armi, traffico di droga, riciclaggio di denaro sporco...
 

martedì 15 agosto 2017

Antigone: LE NOSTRE PROPOSTE PER LA RIFORMA DELL'ORDINAMENTO PENITENZIARIO

dalla pagina https://antigone.voxmail.it/user/q4hpuc/show/xnz3xk?_t=7a8e78d8


Nei prossimi mesi il Governo sarà impegnato a scrivere i decreti legislativi per le modifiche all'ordinamento penitenziario. A tal proposito, dopo aver ricevuto la delega dal Parlamento, lo scorso 19 luglio, il Ministero della Giustizia ha costituito presso l’Ufficio Legislativo di tre Commissioni per la loro elaborazione. Le tre Commissioni, che lavoreranno fino al 31 dicembre 2017, si occuperanno delle modifiche alla disciplina delle misure di sicurezza e di assistenza sanitaria, della riforma dell’ordinamento penitenziario minorile e della riforma dell’ordinamento penitenziario nel suo complesso. Queste Commissioni dovranno avvalersi di quanto elaborato dagli Stati Generali dell’Esecuzione Penale.
Proprio in vista di questa riforma abbiamo avanzato delle nostre proposte attraverso cui intendiamo dialogare con il lavoro di scrittura dei decreti legislativi, che auspichiamo possa dare vita a un nuovo ordinamento penitenziario, a oltre quarant’anni dall’entrata in vigore di quello oggi vigente.
 
LEGGI LE NOSTRE PROPOSTE




ECCO COSA ABBIAMO VISTO NELLE CARCERI
IN QUESTI PRIMI MESI DEL 2017
Continua la crescita dei detenuti (il tasso di affollamento è al 113,2%) e in alcune carceri si torna a scendere sotto lo spazio minimo previsto di 3 mq per detenuto. E’ quanto emerge dal pre-rapporto 2017 che abbiamo presentato alcuni giorni fa a Roma, frutto dei primi sei mesi di visite del nostro Osservatorio.
Tassi di crescita che, se continuassero all’attuale ritmo, porterebbero in pochi anni l’Italia ai livelli che costarono la condanna da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.  
Ma quali sono le ragioni della crescita del numero dei detenuti? Di questo abbiamo parlato nel nostro pre-rapporto, nel quale illustriamo i dati emersi nelle nostre visite del 2017.

lunedì 14 agosto 2017

Salva il mare dalla plastica!

dalla pagina http://www.greenpeace.org/italy/it/Cosa-puoi-fare-tu/partecipa/no-plastica/

Il mare sta soffocando: in media 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono ogni anno nei mari di tutto il mondo.

greenpeace.org
Questo disastro può essere fermato. L'UE sta rivedendo le Direttive sui rifiuti: è una occasione da non perdere! Chiedi al Ministro di difendere il mare! Le tartarughe, le balene, i pesci, gli uccelli marini... ti ringrazieranno! 

Produciamo sempre più plastica usa e getta, molta più del necessario e riciclarla non basta. L'80% dell'inquinamento marino è fatto di plastica. Quest'invasione sta rapidamente trasformando i nostri mari nella più grande discarica del mondo.

Non lasciare che tutta questa plastica soffochi i nostri mari: uccide la fauna marina, contamina la catena alimentare e persiste nell'ambiente per centinaia di anni.

Nel Mediterraneo, residui di plastica sono stati trovati nello stomaco di pesci, uccelli marini, tartarughe e cetacei. Bisogna cambiare rotta e il momento per farlo è adesso.


L'UE sta rivedendo le Direttive sui rifiuti: è una occasione da non perdere. Chiediamo al Ministro Galletti di schierarsi contro l'invasione della plastica, eliminando gli imballaggi usa-e-getta e adottando misure che risolvano il problema della plastica alla fonte! Non abbiamo molto tempo: il momento di cambiare è ora!




Cosa chiediamo?

Chiediamo al Ministro dell'Ambiente Galletti:

  • di garantire che la revisione delle norme UE consenta agli Stati Membri di ridurre al minimo la produzione di plastica
  • di adottare tutte le misure utili a ridurre la produzione di plastica e imballaggi usa-e-getta e di incoraggiare le buone pratiche e l'innovazione! Le 3 parole d'ordine sono: Riduci, Riusa... E poi Ricicla!


giovedì 10 agosto 2017

Fermiamo l'avventura degli F35

Dalla pagina http://www.huffingtonpost.it/giulio-marcon/fermiamo-lavventura-degli-f35_a_23069062/

07/08/2017
Giulio Marcon

Nel suo ultimo rapporto, la Corte dei Conti ci dice che il costo degli F35 è raddoppiato in pochi anni. Siamo arrivati a 130 milioni l'esemplare, un costo spropositato, come da mesi denunciano le campagne pacifiste, tra tutte Sbilanciamoci e la Rete Disarmo.
Un costo enorme. Con gli stessi soldi di un F35 si potrebbero comprare 7 Canadair, molto più utili in questo periodo. Ma la lievitazione del costo fino a 130 milioni ci dice che dietro al business di questi aerei c'è una enorme opacità, che ha fatto felice i produttori e gli appaltatori. I lavoratori molto meno: fino ad oggi i posti di lavoro sono poche centinaia. Un'inezia di fronte ai miliardi di euro sin qui spesi.
A settembre il gruppo alla Camera di Sinistra Italiana e Possibile chiederà al governo di riferire urgentemente sul rapporto della Corte dei Conti. Non ci aspettiamo granché, viste tutte le chiacchiere che i membri del governo ci hanno raccontato in questi anni. Da tre anni il governo deve dar seguito ad una mozione parlamentare che impone il dimezzamento della spesa degli F35. Niente è successo, anzi la spesa aumenta.
Gli F35 sono un concentrato di sprechi e inefficienza: non funzionano, la produzione è in ritardo di cinque anni (meno male) e il ritorno economico dell'investimento è assai inferiore alle attese. Si tratta di un aereo per fare la guerra e che può trasportare armi nucleari: che c'entra tutto ciò con l'art. 11 della nostra Costituzione?
Non è vero però come dice la Corte dei Conti che non possiamo più fermarci e che abbiamo investito troppi soldi per poter tornare indietro.
Non c'è alcuna penale da pagare. Possiamo dire ancora no agli F35. Certo, fermandoci ora, avremmo buttato i 3 miliardi fino ad ora spesi, ma risparmieremmo 14 miliardi di euro ancora da spendere e potremmo destinarli al lavoro e al welfare. E forse ne vale proprio la pena.

Sullo stesso argomento leggi anche questo articolo del gennaio 2012...

La servitù del silenzio per le armi nucleari

dalla pagina https://ilmanifesto.it/la-servitu-del-silenzio-per-le-armi-nucleari/



 

La notizia precipita, come una bomba è il caso di dire, dentro l’estate afosa, sopra la stanca politica del ritorno di Berlusconi, del libro di Renzi, della stagionata flemma di Gentiloni. Il Pentagono, il ministero della Difesa Usa, ha deciso di segretare la sicurezza e le ispezioni relative alle decine di atomiche dislocate in Italia. Qui già si avverte un fastidio: quello di chi, nella diffusa omertà dei media e del potere, è costretto o scoprire o ad ammettere la pesante realtà che in Italia, a Ghedi e ad Aviano, siano dislocate tante ogive nucleari. Più che in ogni altro Paese d’Europa, che complessivamente ne ha, diffuse, circa 200.

Accade singolarmente proprio nel momento in cui in Parlamento si sta discutendo di come armare gli F35.

B61-12
Che al tranquillo costo di 15miliardi di euro, stiamo copiosamente acquistando e assemblando nella misura di almeno 90 cacciabombardieri. E che potrebbero portare un carico atomico – del resto come gli F16 e i Tornado. Ma soprattuto proprio nel momento in cui – e potrebbe essere una «spiegazione» della vergognosa segretazione – gli Stati uniti stanno avviando la modernizzazione delle vecchie ogive stanziate a Ghedi e Aviano, e tante altre in Europa, vale a dire sostituendole con l’innesto delle nuove ogive B61-12. Per le quali, prima Barack Obama ha speso miliardi di dollari, e ora Donald Trump procede all’attuazione dell’aggiornamento micidiale. Senza escludere il timore di fughe di notizie vere, sul pericolo dei tanti «errori» accaduti che evocano lo scenario del Dottor Stranamore, e quindi la necessità di «coprire» le forze armate americane e non solo quelle.

Abbiamo la convinzione che la notizia rappresenti una vera e propria una «bomba». Perché il compromesso che ha fin qui garantito, sia per i governi nazionali e regionali, sia per le popolazioni locali – il silenzio assenso in Italia e in Europa (ma l’Europarlamento da dieci anni ha chiesto, inascoltato, lo smantellamento) è stata fin qui proprio la sicurezza. Vale a dire che fosse sufficiente l’informazione attraverso le ispezioni periodiche di scienziati, tecnici e anche politici sulle condizioni delle installazioni nucleari. Per gestire almeno il peso di una servitù militare pericolosissima. Da oggi in poi il compromesso salta: niente più informazioni sulla sicurezza degli impianti militari-nucleari. E non sapere nulla sulle ispezioni vuol dire anche non sapere dove stanno e come stanno le atomiche. Ci sarebbe di che protestare, perché se è giusta la cessione di sovranità per un organismo condiviso come l’Unione europea, cancellare il controllo sulle atomiche vuol dire cancellare per l’Italia la sovranità più decisiva, quella del controllo di sicurezza sul proprio territorio. Ma il silenzio resta la migliore forma di governo. Così continueremo nella cronaca del Belpaese che malsopporta poche migliaia di migranti, in fuga dalle nostre guerre e dalla miseria prodotta dal nostro meccanismo di sfruttamento delle risorse, e che invece al contrario, dietro elargizione di alte contropartite monetarie, ben sopporta e tace sulla presenza accanto alle proprie case, agli asili nido, alle discoteche, alle sacrestie, di decine di «insicure» e micidiali bombe atomiche.

Temiamo ora il governo italiano non dica altro che il ponziopilatesco «non è di nostra competenza», perché è il Pentagono che fa il bello e il cattivo tempo. E non quel che servirebbe. Cioè che non vogliamo le armi nucleari, c’è un trattato Onu che le vieta e un altro che le bandisce.

Sullo stesso argomento: 

mercoledì 9 agosto 2017

Rompiamo il silenzio sull'Africa

dalla pagina http://www.mosaicodipace.it/mosaico/a/44590.html


21 luglio 2017 - Alex Zanotelli


Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo come missionario uso la penna (anch’io appartengo alla vostra categoria) per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani. Trovo, infatti, la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale. So che i mass-media, purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che vorrebbe. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo.

Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa (sono poche purtroppo le eccezioni in questo campo!).

È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa) ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.

È inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba ,il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.

È inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.

È inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.

È inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.

È inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.

È inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.

È inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa, soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi.

È inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia, Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi cinquant’anni secondo l’ONU.

È inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.

È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi Paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi (lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!).

Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi. Questo crea la paranoia dell’invasione, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi. Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’Africa Compact, contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti Ma i disperati della storia nessuno li fermerà. Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al Sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. E ora i nostri politici gridano: “Aiutamoli a casa loro”, dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.

E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa  come patria dei diritti.

Davanti a tutto questo non possiamo rimane in silenzio (i nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?). Per questo vi prego di rompere questo silenzio-stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alla grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti? Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un’altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi.

Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa.

venerdì 4 agosto 2017

6, 7, 8, 9 agosto 2017

Per fare memoria dei bombardamenti di
Hiroshima, 6 agosto 1945 ore 8.15
Nagasaki, 9 agosto 1945 ore 11.02 
e delle vittime di tutte le guerre, dei vari "terrorismi"...

da Domenica 6 a mercoledì 9 agosto
Presenza a Longare
dalle 7 alle 11.30
davanti alla caserma Pluto a Longare, VI

martedì 1 agosto 2017

100 anni dalla “inutile strage”

dalla pagina https://agensir.it/quotidiano/2017/8/1/100-anni-dalla-inutile-strage-mons-ricchiuti-pax-christi-scrivere-finalmente-una-teologia-della-pace/

Mons. Ricchiuti (Pax Christi), “scrivere finalmente una teologia della pace”

1 agosto 2017

“Dovremmo imparare, dalla ‘inutile strage’, a considerare stupidità e follia la guerra, ogni guerra. A scrivere, finalmente, nella Chiesa una teologia della pace, a partire dal Vangelo, dalle fonti magisteriali, dal cammino silenzioso e imponente del popolo della pace, da progetti educativi alla pace e dalla denuncia coraggiosa del commercio delle armi”. Lo scrive mons. Giovanni Ricchiuti, arcivescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti e presidente di Pax Christi, in una nota per il Sir nel centesimo anniversario della lettera inviata ai “capi dei popoli belligeranti” da Benedetto XV nel pieno della Prima Guerra Mondiale. “Non esiste una ‘grande’ o ‘piccola’ guerra, ogni guerra è ‘inutile strage’, inutile, cioè dannosa per tutti. Perché quando parli di guerra, grande o piccola che sia stata o lo sia tutt’ora – spiega mons. Ricchiuti -, ne parli sempre per piangere i giovani soldati che sono morti e pensare ai feriti e ai mutilati, ai genitori rimasti senza figli, alle vedove e agli orfani. Ai cumuli spaventosi di macerie materiali e morali”. 

Benedetto XV, 100 anni fa la lettera contro “l’inutile strage”. Parole ancora attuali

inutilestrage.it
 

Da Bloomberg. "Ribelli" di giorno, feste di lusso la sera: ecco chi assedia la pace in Venezuela

dalle pagine 

di Danilo Della Valle

In questi giorni i media italiani si stanno prodigando per la "causa delle opposizioni venezuelana", senza avere ovviamente alcun inviato sul posto.

Ci raccontano di una realtà, quella venezuelana, dove i poveri sarebbero oppressi dal governo in carica, regolarmente eletto, che senza alcuna remora starebbe massacrando la popolazione.
Tanti "giornalisti" si sono affannati a scrivere e alimentare uno storytelling che vede in belle giovani "idealiste" barricadere e sognatori senza futuro i protagonisti da edulcorare.
Bene, mentre da Roma scrivono questo, un articolo molto interessante di Andrew Rosati di Bloomberg, non certo un socialista, sta facendo il giro del mondo, e ci racconta una storia ben diversa sui "democratici oppositori" Venezuelani.
L'articolo in questione, che allegheremo di seguito in lingua originale, ci racconta di una composizione sociale ben definita alla testa delle proteste, quella dei giovani ricchi che di giorno sono barricaderi violenti e di notte festeggiano nei locali di lusso sulla collina di Chacao, quartiere bene di Caracas ed avamposto delle opposizioni venezuelane.
E così la storia della 24enne Lovrena che dopo una giornata di protesta torna nella Manhattan di Caracas e festeggia in un night di lusso con vari imprenditori locali il suo compleanno, la testimonianza di un proprietario di un ristorante nella zona bene di Caracas e tante altre riprese dall'articolo, si intrecciano mostrandoci un quadro ben diverso da quello dipinto dai nostri media.Ed é proprio questa narrazione propagandistica di quelli che dovrebbero garantire un punto di vista quantomeno obiettivo, oltre che plurale (cosa ormai impossibile da trovare), che fa passare in secondo piano la grande mobilitazione popolare che ha visto gli afrodiscendenti, i campesinos, gli operai ed i  settori imprenditoriali produttivi formare code fin dal mattino per esprimere il proprio voto con gioia ed allegria, nonostante il boicottaggio, molto spesso violento, delle opposizioni. Come mai coloro che dovrebbero disinteressatamente raccontarci ciò che accade nel mondo evitano di dire tutto?
Come mai omettono che due candidati "chavisti" sono stati assassinati poco prima delle consultazioni? Eppure, nell'era di internet si trovano migliaia di video che sbugiardano questa narrazione. Ed inoltre, i nostri politici che si accalcano a condannare un governo regolarmente eletto, dimenticando quanto sopra e soprattutto dimenticando di condannare il golpe brasiliano, ad esempio, o i bombardamenti nello Yemen o la repressione violenta che invade le strade chilene e messicane, perché lo fanno? Forse la campagna elettorale e già cominciata e servono i voti della comunità italovenezuelana che in gran parte ha degli interessi che cozzano con quelli della maggioranza del popolo?