lunedì 22 agosto 2016

Il "Manifesto" di Ventotene per un'Europa libera e unita

dalla pagina http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Manifesto-Ventotene-Spinelli-Colorni-13d860f1-d739-40a6-a919-ff62de5097cf.html

21 agosto 2016

Abolizione degli Stati nazionali, nascita di una Federazione, con esercito e moneta unitari 

C'era innanzitutto l'idea di abbattere gli Stati nazionali, alla base del 'Manifesto per l'Europa' scritto a Ventotene da Altiero Spinelli, Eugenio Colorni e Ernesto Rossi tra il 1941 e il 1944. Culture diverse - un ex comunista, un socialista e un liberale - ma un destino comune da confinati, tutti e tre vittime del regime fascista e spettatori forzatamente passivi di una guerra mondiale. Durante gli anni di soggiorno forzato sull'isola pontina - dove lunedì il premier Matteo Renzi incontrerà Angela Merkel e François Hollande - cercarono di studiare le cause del conflitto in corso arrivando alla convinzione, come scrive Colorni nella prefazione, che "la contraddizione essenziale, responsabile delle crisi, delle guerre, delle miserie e degli sfruttamenti che travagliano la nostra società, è l'esistenza di Stati sovrani" che inevitabilmente considerano "gli altri Stati come concorrenti e potenziali nemici".

Questi i "princìpi fondamentali" attorno ai quali è costruito il Manifesto: "Esercito unico federale; unità monetaria; abolizione delle barriere doganali e delle limitazioni all'emigrazione tra gli Stati appartenenti alla federazione; rappresentanza diretta dei cittadini ai consessi federali; politica estera unica".

Ma, appunto, il passo fondamentale è il superamento degli Stati nazionali: "Il problema che in primo luogo va risolto e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in Stati nazionali sovrani".

Per gli estensori del manifesto occorre "costruire un saldo Stato federale, il quale disponga di
una forza armata europea al posto degli eserciti nazionali" e che "spezzi decisamente le autarchie economiche, spina dorsale dei regimi totalitari"; che "abbia gli organi e i mezzi sufficienti per fare eseguire nei singoli Stati federali le sue deliberazioni diretta a mantenere un ordine comune, pur lasciando gli Stati stessi l'autonomia che consenta una plastica articolazione e lo sviluppo di una vita politica secondo le peculiari caratteristiche dei vari popoli".

Al contrario, il risorgere degli Stati nazionali vorrebbe dire che "la reazione avrebbe vinto. Potrebbero pure questi Stati essere in apparenza largamente democratici e socialisti; il ritorno del potere nelle mani dei reazionari sarebbe solo questione di tempo. Risorgerebbero le gelosie nazionali".

In materia economica si prefigura un impianto socialista, ma ben diverso da quello sovietico. "La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l'emancipazione delle classi lavoratrici e la realizzazione per esse di condizioni più umane di vita". Questo non vuol dire abolizione della proprietà privata perché "la statizzazione generale dell'economiaà una volta realizzata in pieno non porta allo scopo sognato, bensì alla costituzione di un regime in cui tutta la popolazione è asservita alla ristretta classe dei burocrati gestori dell'economia".

E lo Stato europeo, ovviamente, dovrà garantire "una vita libera, in cui tutti i cittadini possano partecipare veramente alla vita dello Stato"

mercoledì 17 agosto 2016

La schiavitù oggi: i numeri

dalla pagina http://www.aljazeera.com/indepth/interactive/2016/08/modern-day-slavery-numbers-160816132255063.html

45,8 milioni di persone in 167 Paesi del mondo sono vittime di qualche forma di schiavitù


La maggior parte di queste persone sono donne e ragazze e 5,5 milioni sono bambini (secondo altri studi, 1 vittima della schiavitù su 3 è un bambino...)

Persone in schiavitù in diverse aree del mondo:
  • 30,4 milioni, pari al 66,4% del totale, nell'area Asia-Pacifico
  • 6,2, pari a 13,6% del totale, nell'Africa sub-sahariana
  • 2,9 milioni, pari a 6,4% del totale, nel Vicino Oriente e Nord Africa
  • 2,8 milioni, pari a 6,1% del totale, in Eurasia 
  • 2,2 milioni, pari a 4,7% del totale, nelle Americhe 
  • 1,2 milioni in Europa: di queste 84% sono vittime di sfruttamento sessuale 

150 miliardi di $ l'anno è la stima del giro di affari prodotto dal lavoro in schiavitù 

altri dati sulla schiavitù oggi:
https://www.walkfree.org/modern-slavery-facts/?gclid=CNf6vtv3yM4CFYEW0wodLK4EJw
http://www.mosaicodipace.it/mosaico/a/19344.html

giovedì 11 agosto 2016

Aleppo è come Stalingrado...

dalla pagina http://www.fulvioscaglione.com/2016/08/10/aleppo-e-come-stalingrado/

I quartieri di Aleppo distrutti negli scontri
di Fulvio Scaglione

C’è una cosa che non mi torna. Per almeno un decennio ho sentito i neocon nostrani, e anche esteri, paragonare l’islam e molte sue manifestazioni al nazismo. Gli ayatollah dell’Iran? Nazisti. I terroristi islamici? Nazisti. Pure l’islam in generale, con il Corano, il jihad, il velo delle donne e così via, veniva spesso paragonato al nazismo. La definizione “islamo-fascista” veniva distribuita con grande facilità. Ovviamente paragonare un “prodotto” così completamente, tipicamente e irrimediabilmente europeo come il nazismo a un fenomeno così estraneo all’Europa come l’islam era ed è una sciocchezza politica e culturale, ma non importa. Se il paragone con il nazismo avesse avuto un qualche senso, oggi dovremmo trovare tutti compattamente schierati a favore di Bashar al-Assad e del suo regime relativamente laico, e impegnati a fare il tifo affinché Aleppo venga al più presto liberata dagli islamisti. Se il paragone tra nazismo e islamismo avesse avuto un senso, oggi la battaglia di Aleppo sarebbe considerata coma una nuova battaglia di Stalingrado.

Le analogie, per quanto possa sembrare strano, sono molte. A Stalingrado le truppe russe si opposero, tra l’estate del 1942 e il febbraio del 1943, alle truppe tedesche, italiane, rumene e ungheresi. Fino ad allora i nazisti erano sempre stati all’attacco e solo poche settimane prima dell’inizio dell’assedio avevano subito una battuta d’arresto a Mosca, che non era stata conquistata e da dove le truppe russe erano partite per la controffensiva. Un po’ quanto sta succedendo nelle ultime settimane all’Isis, che prima è sempre stato all’attacco e da anni mette sotto assedio la grande città del Nord della Siria.
Stalingrado, inoltre, era una città decisiva per l’Urss: era il fulcro del suo sistema industriale sovietico e uno snodo decisivo per i collegamenti con i bacini petroliferi del Caucaso. Aleppo è la stessa cosa per la Siria.
Altre analogie. Bashar al-Assad è un dittatore, un autocrate, un tiranno, quel che volete. Stalin, qualunque sia la definizione che avete scelto per Assad, non era da meno. E alle nazioni democratiche di allora non spiaceva affatto che la non democratica Russia di Stalin fosse al loro fianco. Né erano in alcun modo turbate dai metodi usati dai generali dell’Armata Rossa, dalla qualità e precisione dei loro bombardamenti, dal fatto che a Stalingrado i commissari politici sparassero alla schiena ai soldati che scappavano o si ritiravano. In altre parole, Gran Bretagna, Francia, USA ecc. il ragionamento del “meno peggio” lo facevano eccome, in quei primi anni Quaranta: la Russia di Stalin che fermava i nazisti era assai meno peggio, per loro, di una vittoria di Hitler.
Infine: molti storici considerano Stalingrado la più importante battaglia della seconda guerra mondiale, il primo vero rovescio politico-militare imposto alla Germania e l’inizio della marcia delle truppe sovietiche verso Berlino, dove sarebbero arrivate due anni dopo. In un modo o nell’altro, dunque, Stalingrado fu un capitolo fondamentale della battaglia per sconfiggere il nazismo.
Aleppo è la stessa cosa. Se l’Isis conquistasse Aleppo diventerebbe uno Stato (nazista o islamo-fascista) abbastanza vero, perché avere la capitale a Raqqa non è come averla ad Aleppo. Stroncherebbe la sussistenza economica della Siria e la priverebbe dell’accesso ai campi petroliferi. Metterebbe un’ipoteca su tutta l’area che va dall’Iraq al Libano passando appunto per la Siria. Realizzerebbe uno dei sogni degli altri Stati islamo-fascisti, quelli del Golfo Persico in primo luogo. Offrirebbe a tutti gli islamisti radicali del mondo (nazisti, fascisti) un’ispirazione strategica e un modello cui guardare. Per non parlare di quello che potrebbe succedere ai cristiani e a molti altri abitanti di Aleppo, che farebbero la fine degli zingari o degli ebrei durante la Soluzione Finale.
E allora, cari neocon, perché siete così timidi? Perché, proprio ora che il nazismo islamista cerca di prendere la “sua” Stalingrado, non vi schierate come faceste ai tempi delle armi di distruzione di massa (inesistenti) di Saddam Hussein? Dove sono finite le certezze di allora? Aspettate indicazioni dagli USA? E che qualche stratega israeliano vi dica “contrordine compagni, l’Isis adesso è un nemico”? È certo chiaro anche a voi che non passò mai per la testa di Winston Churchill né di Delano Roosevelt di permettere a Hitler di conservare il controllo di una parte di Russia per indebolire Stalin. Non fecero, insomma, ciò che americani ed europei fanno da anni per contenere l’Isis lasciandogli nel frattempo modo di smembrare Siria e Iraq.
Ma è un imbarazzo che si può capire. Per almeno due ragioni. Le teorie neocon, costruite sull’assioma che nulla può e deve essere fatto senza l’Arabia Saudita, di fatto hanno sempre incentivato l’islamismo. Il decennio neocon e la presidenza Bush non hanno fatto altro che aumentare le distruzioni, gli attentati e le morti. La “guerra contro il terrore” è stata in realtà una “guerra per il terrore”: dal 2000 al 2015 i morti per atti di terrorismo sono aumentati di nove, volte, ci sarà pure una ragione. E la ragione sta in quelle teorie sballate, che hanno demonizzato l’Islam senza muovere un dito per bloccare i meccanismi del terrorismo, a partire da coloro che pagano perché altri sparino.
La seconda ragione è la probabile elezione di Hillary Clinton alla presidenza degli USA. Tutti sanno che la Clinton avrebbe voluto e tuttora vorrebbe imporre una no fly zone sulla Siria. Impedire ai caccia siriani e russi di volare vuol dire, in concreto, cercare di far vincere Al Nusra, Jaesh al-Fatah e anche l’Isis. In altre parole, far vincere quelli che un tempo i neocon avrebbero definito islamo-fascisti e/o nazisti. Quindi li capisco, i neocon: con le elezioni USA alle porte, e con l’ipotesi che diventi presidente la regina dei neocon democratici, meglio non scoprirsi.
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mercoledì 3 agosto 2016

Da Hiroshima e Nagasaki all'Italia e al mondo: basta armi nucleari

dalla pagina http://www.beati.eu/index.php?option=com_content&view=article&id=295:comunicato-rid-da-hiroshima-e-nagasaki-all-italia-e-al-mondo-basta-armi-nucleari&catid=43&Itemid=224

Comunicato Rete italiana per il Disarmo
 

Le date del 6 e 9 agosto, in ricordo dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, possono essere considerate l'inizio dell'anno di attività per la richiesta di messa al bando delle armi nucleari. Anche in Italia con “Pace in Bici” (l'annuale biciclettata organizzata dai “Beati i Costruttori di Pace”) ricorderemo i 71 anni dell'uso delle atomiche in Giappone.

Fai click qui per leggere l'intero comunicato

“Pace in Bici” Percorso 2016

Ritrovo a Longare, sera del 5 agosto 

6 agosto: Memoria di Hiroshima, ore 8.15, davanti al Site Pluto di Longare – Montecchio M. – Trissino – Priabona – Malo – Isola V. – Oasi naturalistica di Villaverla – Novoledo. Temi della giornata: inquinamento dell’acqua, devastazione del territorio con la Pedemontana, responsabilità e cura dell’acqua bene comune 
7 agosto: Novoledo – Cittadella – Morgano (TV). Temi della giornata: accoglienza e rifiuto dei più poveri, testimonianze 
8 agosto: Morgano – Vallenoncello (PN). Temi della giornata: atomiche, territorio, rifugiati 
9 agosto: Vallenoncello – Aviano. Ore 11, Memoria di Nagasaki, davanti alla Base USAF di Aviano.

Leggi anche l'approfondimento Per un mondo libero da armi nucleari di Lisa Clark



lunedì 1 agosto 2016

6,7,9 agosto 2016 a Site Pluto per far memoria di Hiroshima e Nagasaki ...

dalla pagina http://presenzalongare.blogspot.it/2016/07/679-agosto-2016-site-pluto-per-far.html
presenza a Longare 

davanti alla base USA Site Pluto
Longàre, Vicenza, Italia, Europa, Terra

per un mondo libero da armi nucleari
e dalla minaccia di auto-distruzione


Il 6 Agosto 1945 fu sganciata la prima bomba atomica della storia, che rase al suolo la città giapponese di Hiroshima. Tre giorni dopo, il 9 agosto 1945, la stessa sorte toccò a Nagasaki. Un orrore che ha causato subito circa 200mila morti, più decine di migliaia di morti e malformazioni nei mesi e anni successivi alla deflagrazione nucleare. Ad oggi le vittime, secondo alcune stime, sono oltre 350 mila e oltre 150 mila fra i sopravvissuti conducono ancora una esistenza dolorosa a causa delle conseguenze delle radiazioni... 
 
- sabato 6 agosto dalle 7.30 alle 11
ore 8.15 la prima bomba atomica colpisce Hiroshima 
don Albino e i ciclisti di Pace in Bici, iniziativa di Beati i costruttori di Pace, faranno Presenza a Longare 

- Domenica 7 agosto dalle 10 alle 11

- martedì 9 agosto dalle 7.30 alle 11
ore 11.02 la bomba colpisce Nagasaki

... per fare memoria e dire: 

NO alle bombe nucleari in Italia

domenica 31 luglio 2016

"Tutte le religioni, vogliamo la pace. La guerra, la vogliono gli altri. Capito?"

dalle pagine
http://www.azionenonviolenta.it/ecco-a-voi-la-strategia-della-paura/
http://www.presstv.ir/Detail/2016/07/30/477592/France-Normandy-Jacques-Hamel
http://www.unita.tv/focus/ecco-il-vero-islam-musulmani-e-cristiani-insieme-contro-il-terrore/
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-07-31/mattarella-e-guerra-ma-non-religione-081149.shtml?uuid=ADuqSJ0&refresh_ce=1 

3 luglio, durante la festa di fine Ramadan, tre esplosioni hanno fatto 250 morti a Baghdad (l’attacco più sanguinoso dalla guerra del 2003)
22 luglio un attentato kamikaze durante una manifestazione ha fatto 80 morti e 200 feriti a Kabul 
27 luglio un kamizaze si è fatto esplodere a Quamshli, in Siria, provocando 50 morti e 170 feriti

La stragrande maggioranza dei morti sono musulmani uccisi per mano terrorista e per mano della guerra. Che è l’altra faccia del terrorismo.

Venerdì 29 luglio - musulmani e cristiani insieme hanno preso parte alle preghiere del Venerdì nella moschea della città di Saint-Etienne-du Rouvray per rendere omaggio all'anziano prete, Jacques Hamel, ucciso da terroristi il 26 luglio.
Per testimoniare che NON c'è guerra di religione e che le religioni sono per la Pace.

Domenica 31 luglio - Ecco il vero Islam: musulmani e cristiani insieme contro il terrore.
In 15mila, soltanto in Italia, raccolgono l’invito ad andare a messa per superare i pregiudizi e la paura.
Da Roma a Milano, da Napoli a Palermo, da Torino a Bari, oggi cristiani e musulmani hanno pregato insieme contro un nemico comune: il terrorismo internazionale. Anche in Italia, come in Francia, in tante chiese si tocca con mano la volontà della comunità cristiana e di quella islamica di fare argine contro il terrorismo...

«Le paure dei cittadini vanno rispettate, nascono dal vedere la violenza del terrorismo di matrice islamista e all’interno delle nostre società: ora serve una risposta seria da parte dello Stato per garantire sicurezza».
[...] Ma non si tratta di una guerra di religione, su questo tema Mattarella ha idee molto nette che somigliano a quelle di Papa Francesco. «Si tratta di una guerra in un formato diverso, senza frontiere. Il fatto che la grande maggioranza delle vittime sia di religione islamica fa comprendere che non si tratti di una guerra di religione. Questo terrorismo, cinicamente, cerca di usare la religione nella speranza impossibile di provocare un conflitto tra musulmani e cattolici, ma questo non avverrà». 

sabato 30 luglio 2016

Passi avanti verso l’arresto del consumo di suolo: lenti ma inesorabili…


di Alessandro Mortarino


Ogni mattina “noi ambientalisti”, leggendo le cronache quotidiane locali o nazionali, veniamo presi dallo sconforto scoprendo che una nuova devastazione si è affacciata notte tempo. Una piccola o grande speculazione edilizia, una norma poco efficace o addirittura contraria al bene comune, un’autorizzazione concessa con leggerezza, un “buco” legislativo. Sempre, immancabilmente, ispirato dal dio denaro.

Commentando tra noi, lo sconforto è sempre pari alla rabbia di dover constatare che «è tutto sbagliato, tutto da rifare», mantra di Bartaliana memoria. Ma dobbiamo essere realisti: il cambiamento ha bisogno (purtroppo) di tempo. E qualche segnale deve insegnarci a non cedere alla voglia di abbandonare la battaglia, perché qualcosa (di buono) sta accadendo …

Non voglio certamente lanciare un editto positivista “malgrado tutto” né invitarvi a vedere solo il bicchiere mezzo pieno. Ma credo che occorra avere i piedi ben saldi sulla terra, quella terra che abbiamo scelto di voler difendere, tutelare, salvaguardare, custodire, proteggere.

Per molti lustri la “perdita di paesaggio” e l’inarrestabile consumo di suolo sono stati un tema appassionante di pertinenza di pochi, sempre gli stessi, una élite colta e autorevole ma poco seguita e ancor meno ascoltata.

Nel 2009 la nascita del Movimento nazionale Stop al Consumo di Territorio aveva determinato un primo cambio di paradigma avviando un percorso di “massa” tendente a un obiettivo chiaro e netto, che vedeva finalmente una Rete ampia, unita e diffusa sollecitare il passaggio all’azione per debellare un grave male della nostra società, poco compreso da cittadini e da amministratori: il consumo di suolo.

Nel 2011, poi, la costituzione del Forum nazionale Salviamo il Paesaggio, con le sue oltre 1.000 organizzazioni (nazionali e locali) aderenti, aveva ulteriormente amplificato il grido di dolore e di allarme: c’era (e c’è tuttora) un’emergenza e una risposta urgente da esprimere per correre ai ripari.

La richiesta era una sola, semplice e diretta: dotare il nostro Paese di una norma nazionale in grado di arrestare il consumo di suolo. Per aiutare i decisori a darne attuazione rapida, proponemmo lo strumento del “censimento del cemento” per far sì che in ogni Comune fosse palese e trasparente il dato sull’ammontare di abitazioni e capannoni esistenti ma vuoti, sfitti, non utilizzati.

Oggi sappiamo che finalmente (anche se con riluttanza evidente) nell’agenda delle priorità dichiarate dalla politica nazionale il tema del consumo di suolo è non soltanto entrato ma si è posizionato tra i gradini più alti.

E una recente sentenza del Consiglio di Stato, a proposito del Piano di Gestione del Territorio di Segrate (Milano), ci conferma quali sono le attività che comportano consumo di suolo, includendo nel concetto di superficie urbanizzata anche le aree non edificate presenti negli ambiti da trasformare ed eventualmente utilizzate per attrezzature di uso pubblico o a verde privato.

La Camera ha già approvato un testo, che ha vissuto un iter travagliato e lungo e, nell’arco di 4 anni, si è sbiadito progressivamente tanto da non trovarci favorevoli: non sarà una norma utile. Ma nel frattempo sarà (se il Senato la approverà, e su questo abbiamo le nostre perplessità …) una legge dello Stato, che si apre sancendo una verità apparentemente scontata (ma che scontata non è per la nostra legislazione): «contenere il consumo di suolo quale bene comune e risorsa non rinnovabile» e «il riuso e la rigenerazione urbana, oltre alla limitazione del consumo di suolo, costituiscono principi fondamentali della materia del governo del territorio».

Difficile – per noi – accontentarci. Ma la Storia è fatta di pietre miliari: spesso piccoli sassi capaci però di delimitare e indicare una strada.

E, oggi, anziché farci vincere dallo sconforto sempre in agguato e dal desiderio di auto confino tra le schiere delle élite, è bene osservare con il giusto distacco la situazione, spingere la leva dell’analisi corretta e passare all’azione successiva.

Due i passi, lenti ma inesorabili, che ora dobbiamo saper muovere.

Il primo è il passaggio dalla denuncia alla costruzione di un’ “altra urbanistica”, una disciplina che negli ultimi anni ci ha visto conquistare vittorie importanti in molte piccole/medie realtà comunali, con l’approvazione di Piani di Gestione del Territorio (o Piani Regolatori) a “crescita zero” o con varianti drastiche che hanno ridimensionato le possibilità edificatorie espansive.

La sfida entra ora nella sua fase più importante: le grandi metropoli.

Non sarà sfuggito a nessuno che i nuovi Assessori all’Urbanistica di Roma e di Torino si chiamano Paolo Berdini e Guido Montanari, entrambi tra i primi firmatari del manifesto fondativo del Movimento Stop al Consumo di Territorio e tra i principali ispiratori delle attività del Forum Salviamo il Paesaggio.

Poco deve importarci del “colore” delle due nuove Giunte, perché la nostra Rete era e resta estranea alle forze politiche e certamente ci avrebbe fatto piacere trovare Berdini e Montanari in due schieramenti non eguali. Ma, evidentemente, il sistema dei Partiti non ha ancora trovato il coraggio necessario per arrischiarsi a sposare il cambiamento e solo il Movimento 5 Stelle ha scelto le competenze necessarie per questo non semplice passaggio epocale. Non avranno vita facile, ma sappiamo che entrambi lavoreranno per il bene di Roma e di Torino e le loro azioni saranno la traccia operativa per una dilatazione accelerata del nostro mantra “arrestare il consumo di suolo”. Non semplicemente “contenere il consumo di suolo”.

Il secondo passo è il livello europeo. In Italia la nostra “spallata” è servita (sì, lo so: qui il bicchiere lo offro davvero mezzo pieno …) e ora “ci tocca” riprovarci su un territorio molto più ampio e con difficoltà ancora maggiori.

gente per il suolo
A settembre si avvierà una proposta d’iniziativa europea sul suolo, lanciata dalle organizzazioni italiane: People4Soil, una grande campagna, promossa da oltre 200 associazioni in tutta Europa, che ha l’obiettivo di affermare il ruolo determinante dei suoli nel creare le condizioni sociali, ambientali, sanitarie ed economiche in grado di risolvere realmente le enormi problematiche relative alla sicurezza alimentare, all’eliminazione della fame, al cambiamento climatico, alla riduzione della povertà e delineare i contorni di un equilibrato modello sostenibile, che al contempo salvaguardi il paesaggio e difenda i territori.

Il Forum Salviamo il Paesaggio è tra i principali promotori di questa ICE (iniziativa dei cittadini, cioè “dal basso”) ma la posta in gioco è altissima: occorre raccogliere le firme (sotto forma cartacea o elettronica) di almeno un milione di sostenitori in rappresentanza di almeno un quarto del numero degli Stati Membri (attualmente minimo sette). E l’Italia ha il compito di trainare tutti gli altri Stati con l’obiettivo di raggiungere almeno 55 mila sottoscrizioni, in poco meno di 12 mesi.

Un compito molto arduo, ma alla nostra portata.

Che possiamo raggiungere solo a una condizione: “dandoci dentro”, con tutta la nostra forza, con la certezza che le grandi conquiste costano sudore e richiedono tempi lunghi – lunghissimi – per manifestarsi.

Quindi niente sconforto: è il momento di “pestare” sui pedali con tutte le nostre energie perché il traguardo è sempre dinanzi a noi. Sembra irraggiungibile, eppure è davanti a noi.

Eduardo Galeano direbbe: «mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare» …




leggi anche:

Italia come l’Olanda: 1500 km di piste ciclabili, arrivano le ciclovie turistiche

venerdì 29 luglio 2016

Spesa militare italiana: oltre 2,5 milioni di euro all'ora...

dalla pagina http://milex.org/

Oltre 2,5 milioni di euro ogni ora. E' l'incredibile dimensione della spesa militare italiana. Mezzo milione l'ora solo per l'acquisto di nuovi armamenti. Un investimento che sottrae preziose risorse ad altre voci di spesa pubblica (sanità, istruzione, pensioni, ambiente) e che oggi non è possibile controllare in maniera democratica proprio per mancanza di dati ed analisi certe.

Per questo Francesco Vignarca (Rete Italiana Disamo) ed Enrico Piovesana (Fatto Quotidiano) insime al Movimento Nonviolento hanno deciso di lanciare un percorso verso un Osservatorio sulle spese militari italiane (MIL€X) il cui primo passo sarà la realizzazione del primo Rapporto annuale sulle spese militari italiane. Per realizzarlo è stato lanciato un progetto di crowdfunding attivo in questi giorni che potete trovare su Eppela all'indirizzo https://www.eppela.com/it/projects/9285-mil-x-2016

E’ importante che si riesca a concretizzare questo prezioso strumento civico di monitoraggio su una tematica di cui le organizzazioni e campagne pacifiste e disarmiste si sono sempre occupate e che impatta fortemente sulle dinamiche economiche negative che la finanza etica ha invece sempre combattuto. L’invito dunque è quello di sostenere il progetto MIL€X partecipando al cro! wdfunding entro il 5 di agosto e costruendo così un nuovo strumento di contrasto alle politiche di militarizzazione e diffusione della guerra nel mondo.

Per maggiori informazioni > milex.org

Presentazione video del progetto > https://www.youtube.com/watch?v=I8A1BBKGR_A


«Dobbiamo vigilare contro l'acquisizione di un'ingiustificata influenza da parte del complesso militare-industriale, sia palese che occulta. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione di poteri metta in pericolo le nostre libertà e processi democratici. Soltanto un popolo di cittadini allerta e consapevole può trovare un adeguato compromesso tra l'enorme macchina industriale e militare di difesa e i nostri metodi e fini pacifici, in modo che sicurezza e la libertà possano prosperare assieme».
Presidente degli Stati Uniti d’America Dwight D. Eisenhower,
Discorso di addio alla nazione del presidente, 17 gennaio 1961

«Il denaro che oggi si sperpera a costruire ordigni di morte che recano in essi la fine dell’umanità, serva, invece, a combattere la fame nel mondo. Mentre io parlo migliaia di creature umane lottano contro la fame e di fame muoiono. Si svuotino gli arsenali e si colmino i granai».
Presidente della Repubblica Italiana Sandro Pertini,
Discorso di Città del Messico, 27 marzo 1981

giovedì 28 luglio 2016

Il Papa: il mondo è in guerra, non di religione ma per il potere

dalla pagina http://www.news.va/it/news/il-papa-il-mondo-e-in-guerra-non-di-religione-ma-p

“Quando io parlo di ‘guerra’, parlo di guerra sul serio, non di ‘guerra di religione’, no!”

Lo aveva già detto e ora Francesco lo ripete, questa volta a bordo del volo da Roma a Cracovia: quella che è in atto non è una guerra di religione:

Allen Ginsberg, poeta*
C’è guerra di interessi, c’è guerra per i soldi, c’è guerra per le risorse della natura, c’è guerra per il dominio dei popoli: questa è la guerra. Qualcuno può pensare: 'Sta parlando di guerra di religione': no. Tutte le religioni, vogliamo la pace. La guerra, la vogliono gli altri. Capito?”.

Il Papa riferendosi al barbaro omicidio di padre Hamel, ieri a Rouen, è quindi ritornato con la sua drammatica semplicità al concetto di “terza guerra mondiale a pezzi”:
Una parola che si ripete tanto è ‘insicurezza’. Ma la vera parola è ‘guerra’. Da tempo diciamo: 'Il mondo è in guerra a pezzi'. Questa è guerra. C’era quella del  ’14, con i suoi metodi, poi quella del ’39 – ’45, un’altra grande guerra nel mondo, e adesso c’è questa. Non è tanto organica, forse, organizzata, sì, non organica, dico, ma è guerra. Questo santo sacerdote che è morto proprio nel momento in cui offriva le preghiera per tutta al Chiesa, è ‘uno’, ma quanti cristiani, quanti innocenti, quanti bambini … Pensiamo alla Nigeria, per esempio: 'Ma, quella è l’Africa!'. Quella è guerra! Non abbiamo paura di dire questa verità: il mondo è in guerra, perché ha perso la pace”.
In conclusione Francesco, nell’auspicare che i giovani della Gmg “dicano qualcosa che ci dia un po’ più di speranza”, ha ringraziato coloro che hanno espresso le condoglianze per l’uccisione di padre Hamel, a cominciare dal presidente Hollande:
“In modo speciale il presidente della Francia che ha voluto collegarsi con me telefonicamente, come un fratello: lo ringrazio”.
Da Radio Vaticana



dalla pagina http://www.guerrenelmondo.it/

Conflitti nel mondo
Totale degli Stati coinvolti nelle guerre:
67
Totale milizie e gruppi terroristi-guerriglieri-separatisti-etc. coinvolti:
718



dalla pagina http://presenzalongare.blogspot.it/2016/05/lodiosa-propaganda-anti-russa-di-obama.html

dati dalla pagina http://www.sipri.org/research/armaments/milex/milex_database

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Presenza militare USA nel mondo 
Gli USA operano o controllano fra 700 e 800 basi militari nel mondo; le basi militari USA sono in 63 paesi stranieri
Militari USA sono presenti in 156 paesi stranieri (nel mondo si contano 190 stati la cui sovranità è indiscussa e 16 la cui sovranità è discussa): circa 160mila soldati USA in servizio al di fuori dei propri territori, più altri circa 90mila distribuiti in varie operazioni.


* La frase: "War is good business Invest your son", "La guerra è un buon affare Investi tuo figlio" fu pronunciata dal poeta e scrittore statunitense Irwin Allen Ginsberg. Fra le sue varie opere, Plutonian Ode, poemi scritti nel periodo 1977-1980 contro gli armamenti nucleari.

mercoledì 27 luglio 2016

Referendum costituzionale

1) La Costituzione della Repubblica italiana in formato PDF
http://www.quirinale.it/qrnw/costituzione/pdf/costituzione.pdf

2) Il testo di legge costituzionale pubblicato in Gazzetta Ufficiale - Disegno di legge, 12/04/2016, G.U. 15/04/2016
http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2016/04/15/16A03075/sg 

3) Testi a confronto: il  testo  vigente  della  Costituzione  e a fronte  quello  modificato dal testo di legge costituzionale, come risultante dall’esame parlamentare 
http://documenti.camera.it/Leg17/Dossier/Pdf/AC0500N.Pdf 

4) "Posizioni a confronto sulla riforma costituzionale", Aggiornamenti Sociali 
http://www.aggiornamentisociali.it/easyne2/LYT.aspx?Code=agso&IDLYT=769&ST=SQL&SQL=ID_Documento=14696 

Il prossimo ottobre gli italiani saranno chiamati a votare il referendum costituzionale per l’approvazione della riforma della Carta fondamentale della Repubblica. Diamo voce alle ragioni del “sì” e del “no” per comprendere come orientarci in questa scelta importante. 

1. "Le ragioni del “sì” alla riforma costituzionale", di Carlo Fusaro, pp. 454-460
2. "I “no” alla riforma costituzionale: retorica, metodo e contenuti", di Filippo Pizzolato, pp. 461-466
Scarica il pdf (a pagamento) 

5) "Tra riforma costituzionale e referendum. Appunti per il discernimento", Città dell'Uomo
http://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2016/06/Documento-riforma-referendum-2016.pdf


martedì 26 luglio 2016

USA: VIOLENZA IN CASA, VIOLENZA FUORI


di Fulvio Scaglione 
Uomini armati appostati tra le auto e agli angoli delle case. Spari, sirene, le grida stupite e disperate dei passanti. Le immagini arrivavano da Dallas, terza città del Texas, nona degli Stati Uniti, il maggior centro economico della fascia meridionale degli Usa, ma avrebbero potuto arrivare da qualche periferia dell’America latina, se non dal Medio Oriente. Immagini di una guerriglia urbana vera, quella che ha lasciato sul campo i cadaveri di cinque poliziotti e di un attentatore. E anche in questo caso, si badi bene: l’uomo che ha colpito gli agenti aveva una preparazione militare ed era disposto a tutto. Altro particolare che ci porta lontano dall’Occidente, nella dimensione di scontri etnici e settari che da noi sembravano dimenticati.
E forse lo sbaglio è questo. Non tutto è stato dimenticato. Nei giorni prima di Dallas altri due neri americani erano stati uccisi da poliziotti bianchi. Uno in Louisiana, l’altro nel Minnesota. Quest’ultimo era incensurato e lavorava presso una scuola Montessori. Era seduto in macchina con la moglie e il figlio, con la cintura allacciata. Il poliziotto, che l’aveva fermato per un fanalino rotto, gli ha sparato quattro colpi al petto da distanza ravvicinata. Nel solo 2015 negli Usa quasi 600 persone sono state uccise mentre venivano controllate o arrestate. Di queste, più di due terzi erano neri. Nel 97% dei casi, gli episodi non hanno portato ad alcuna sanzione per i poliziotti.
Questo spinge quasi tutti gli osservatori a concludere che i neri americani soffrono di una pesante discriminazione, almeno da parte delle forze dell’ordine. E che tale discriminazione è accettata dal sistema, che la legalizza di fatto rifiutando di punire gli agenti. Tale era di certo il pensiero dello sparatore di Dallas, che ha inteso così vendicare i torti subiti dai neri.

USA, dieci anni di stragi

Dovremmo però chiederci se la questione non sia un po’ più complessa e forse anche più drammatica. È normale che una società democratica, sviluppata e in ripresa rispetto alle recenti crisi (nel solo mese di giugno sono stati creati quasi 300 mila nuovi posti di lavoro), culturalmente e tecnologicamente all’avanguardia come quella Usa, esprima una tale carica di violenza? I dati ci dicono che il 70% dei neri e l’81% dei bianchi uccisi l’anno scorso dai poliziotti era armato. Anche Philando Castile, l’uomo di 32 anni ammazzato in Minnesota nella sua auto, era in possesso di una pistola, regolarmente denunciata. Ma che ci fa, in giro per le strade, così tanta gente armata?
È la stessa domanda che ci si pone di fronte alle stragi senza spiegazione che punteggiano la storia recente degli Usa e che hanno falciato molti più americani del terrorismo, islamico e non. Secondo i dati del Center for Disease Control and Prevention, tra il 2004 e il 2013 negli Usa sono morte per colpi di arma da fuoco quasi 320 mila persone. Anni in cui è diventato sempre più facile comprare armi da guerra: con qualche tiepido controllo presso gli armaioli, in libertà nelle fiere e su internet. Omar Mateen, l’uomo che tre settimane fa ha ucciso 50 persone in un locale di Orlando (Florida), era sospettato di attività terroristiche ma era riuscito a procurarsi un fucile semi-automatico. Lasciamo perdere le fandonie sulla “frontiera” e sullo spirito di avventura e chiediamoci: è normale?
E che cosa si deve pensare della volontà politica e dei poteri reali di un presidente come Barack Obama, che in otto anni non è riuscito a mettere un freno né alla violenza diretta dei poliziotti né a quella indiretta dei venditori di armi. È la Casa Bianca che comanda negli Usa oppure no?
Viene da chiedersi se questa attitudine degli americani tra loro non influenzi anche il loro rapporto con gli altri. E cioè se tutta quella violenza non detti poi scelte come la guerra in Iraq nel 2003 o quella in Libia nel 2011. Disastri dove la smania di menare le mani è stata di gran lunga superiore alle capacità di previsione e programmazione politica. Se, in altre parole, forza e grinta non siano strumenti sopravvalutati quando si tratti di gestire una società complessa come quella americana, e un mondo ancor più complesso come quello in cui tutti quanti ci troviamo a vivere.
Pubblicato sull’Eco di Bergamo del 9 luglio 2016

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