mercoledì 27 agosto 2014

I poveri? S’arrangino...

"Nella guerra che imprese dell'agrobusiness, Stati e Wto [Organizzazione Mondiale per il Commercio] hanno dichiarato ai popoli, Usa e Ue impediscono all'India di produrre e stoccare cibo per i più poveri, quando scarseggia. Solo in questi casi l’India è nazionalista e antidemocratica", Alberto Zoratti [biologo e giornalista freelance, si occupa di cambiamento climatico e di economia solidale e internazionale per l'organizzazione equosolidale]

Un articolo di Monica Di Sisto
tratto da http://comune-info.net/2014/08/poveri-wto/

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Sovranità alimentare e commercio internazionale non parlano la stessa lingua, e quando tenti di difendere la prima, devi per forza rinunciare a sparare cassette e derrate a casaccio per il mondo e ricominciare a parlare di regole vincolanti per tutti. E’ questa la conclusione prevedibile – almeno per chi scrive – che si deve trarre dall’ennesimo collasso annunciato dell’Organizzazione mondiale del commercio. Il 31 luglio era la data fissata con gran frastuono nella Conferenza ministeriale di Bali del dicembre scorso, come momento in cui i 160 Paesi membri avrebbero dovuto fissare nuove regole per rendere il passaggio delle merci più fluido alle frontiere (chiudendo con un accordo finale il cosiddetto negoziato sulla Trade facilitation).
Se il commercio accelera per i grandi esportatori, però, è logico che si debbano prevedere misure più efficaci per salvaguardare i mercati interni, soprattutto quando è a rischio la sicurezza alimentare, nel caso qualcosa vada storto. Era per questo – oltre che per difendere i propri interessi di grande produttore ed esportatore agricolo, che l’India aveva puntato i piedi chiedendo di approvare in quella stessa data, e non il 31 dicembre come previsto a Bali, un pacchetto di misure che le permettessero in via permanente altrettanto facilmente di pagare sussidi per produrre e stoccare cibo per i più poveri, quando in patria cominciasse a scarseggiare.
Finita l’euforia della vacanza esotica, quando i negoziatori sono tornati al quartier generale della Wto, sulle ordinarie sponde del lago di Ginevra, gli Stati Uniti insieme ai grandi esportatori – Europa compresa – hanno fatto la voce grossa, cercando di chiudere le facilitazioni al commercio senza nulla concedere nel negoziato agricolo. L’India e i Paesi più poveri schierati insieme a lei sono stati minacciati di venire indicati come i responsabili unici del mancato rilancio della Wto sbandierato a Bali e dello sprofondare dell’organizzazione nella vecchia crisi di credibilità in cui versa dai tempi del fallimento della ministeriale di Seattle, cioè da ben quindici anni.
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Un esecutivo da poco del tutto rinnovato a furor di popolo non può presentarsi, però, a quella maggioranza di cittadini indigenti che l’ha appena votato ammettendo che la Wto potrebbe costringerlo a bloccare le misure che consentono loro, il più delle volte, di mettere insieme almeno un pasto al giorno. “Non siamo stati capaci di trovare una soluzione – ha ammesso sconsolato il direttore generale della Wto Roberto Azevedo, costatando l’impossibilità di piegare la resistenza indiana – abbiamo provato di tutto ma è risultato impossibile. La mia sensazione è che questo non sia l’ennesimo ritardo che possa essere ignorato o aggiustato in nuove scadenze – ha detto agli ambasciatori riuniti a Ginevra il 31 luglio – E mi sembra che le conseguenze potrebbero essere significative ”.
In effetti il ministro al commercio degli Stati Uniti Mike Froman, lo stesso portabandiera dell’Accordo di liberalizzazione transatlantico Usa-Ue (T-tip/Tafta), ha minacciato il “piccolo gruppo di Paesi” (cioè India, più Bolivia, Cuba, Zimbabwe , ma anche altri grandi esportatori come Sudafrica e Venezuela) promotore del blocco che non sarebbe sopravvissuto alla fine dell’accordo di Bali da esso provocato. Gli Stati Uniti infatti, ha continuato Froman, sarebbero andati avanti per la strada tracciata consultando bilateralmente i propri partners commerciali. Insomma: cari tutti, o accettate i nostri diktat, o ce la vedremo faccia a faccia, nella migliore tradizione negoziale degli Usa, con buona pace di quel sistema multilaterale amato a parole da tutti, ma che nei fatti bypassiamo da ogni dove.
Pieno sostegno a questa posizione è arrivato dal mondo del business: John Danilovich, segretario della Camera di commercio internazionale, ha spiegato che come imprese “non possiamo affrontare un periodo di riflessione esistenziale su quello che questo stallo comporta per il futuro della Wto”. Quindi bisogna che la politica si rimbocchi le maniche e superi la crisi. A sostegno della posizione indiana solo associazioni, sindacati e organizzazioni umanitarie. Ma è possibile? E’ pensabile che un’organizzazione che ha fallito ben 27 deadlines in più di dieci anni non tragga le conclusioni dovute da queste empasse? Possibile che gli Usa possano ancora minacciare apertamente di spostare le proprie decisioni su altri tavoli, forzando regole che essi stessi hanno contribuito a imporre, e non si prenda atto del fatto che per un Governo rispettare i diritti fondamentali dei propri cittadini non è compatibile con l’essere membro della Wto, e che è quindi la struttura stessa dello strumento “commercio internazionale” a dover essere piegata se vogliamo riuscire a garantire un futuro a tutti?
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Il neoeletto governo indiano lo aveva affermato a chiare lettere: finché il suo programma di sostegno e stoccaggio pubblico per la produzione e distribuzione di cibo ai più poveri non fosse stato messo stabilmente al riparo da possibili ritorsioni commerciali, non avrebbe fatto alcuna concessione al tavolo sulle facilitazioni al commercio. D’altronde le regole attuali della Wto prevedono un limite al valore dei sussidi agricoli consentiti agli Stati membri fissato al 10 per cento del valore totale della produzione alimentare. Ed è anche vero che quella percentuale è calcolata in base al valore rilevato vent’anni fa, alla fine dell’Uruguay Round, ed è quindi decisamente inferiore al valore dei sussidi che sarebbero ammissibili per l’India rifacendo i conti oggi, visto che la produzione indiana è esplosa negli ultimi dieci anni.
La base di trattativa dell’India era questa: aggiorniamo le cifre e possiamo discutere. Ma gli Stati Uniti e l’Europa, che in questi anni hanno pagato fior fiore di consulenze legali per lasciare i propri sussidi agricoli praticamente invariati riclassificandoli con nuove formulazioni come perfettamente legali agli occhi della Wto, non hanno alcuna intenzione di perdere il vantaggio commerciale che questo sottodimensionamento indiano gli ha attribuito. Gli altri Paesi emergenti, poi, non hanno alcuna intenzione di concedere terreno a un concorrente tanto agguerrito come l’India. A livello di procedure, per di più, per il principio della reciprocità assoluta che vige tra i membri della Wto, se si apre per l’India una finestra di autodeterminazione del mercato interno agricolo, questa potrebbe rimanere aperta per tutti i Paesi, in particolare quelli in crisi in cui l’agricoltura rappresenta il motore dell’economia e della sopravvivenza. In Asia, in Africa, come anche a casa nostra, con ulteriore smacco per gli esportatori che stanno lucrando da anni sulla fame dei Paesi dipendenti dalle importazioni e dagli aiuti alimentari.
Più facile e utile, in fin dei conti, accusare l’India nazionalista e antidemocratica di aver fatto collassare il sistema multilaterale. Un sistema di facciata e profondamente ingiusto, che o ripensa se stesso o morirà di morte naturale. Ucciso dal cinismo dei grandi esportatori, del loro cupio dissolvi rispetto ad un mostro da loro creato, e da loro stessi lasciato agonizzare proprio una delle poche volte in cui poteva servire a introdurre qualche elemento di equità in un mercato completamente piegato ai loro capricci e bisogni.

venerdì 8 agosto 2014

Una settimana di preghiera per la pace

dalla pagina:
http://www.vicenza.chiesacattolica.it/pls/vicenza/V3_S2EW_CONSULTAZIONE.mostra_pagina?id_pagina=2026&rifi=guest&rifp=guest

Il Vescovo Beniamino invita tutti i cristiani della diocesi a non dimenticare le vittime delle guerre 

Una settimana di preghiera per la pace: è questa l’impegno della Diocesi di Vicenza per non dimenticare i troppi conflitti armati che coinvolgono tante parti del mondo, dalla Terra Santa alla Nigeria, dalla Siria all’Ucraina. Ad oggi sono oltre 60 i Paesi in cui si soffre e si muore a causa di guerre, discriminazioni e attentati terroristici.
“Come Vescovo – ha scritto mons. Pizziol in un messaggio che domenica prossima 10 agosto verrà letto in tutte le chiese della Diocesi – vi invito a condividere la mia angoscia per queste situazioni e a pregare con fiducia per la conversione dei cuori, perché solo Cristo può impedire all’umanità di sprofondare in questo abisso di violenza”.

Dal 10 al 15 di agosto i cristiani della diocesi di Vicenza sono dunque invitati a pregare intensamente per la pace, sia singolarmente che a livello comunitario, partecipando alla Messa e alla recita del Rosario o ad altri momenti che verranno proposti nelle parrocchie. Alla preghiera il Vescovo chiede di unire anche qualche piccolo gesto di rinuncia, offerto al Signore per la pace del mondo. E tali rinunce (come ad esempio un giorno di digiuno) risulteranno tanto più significative perché collocate nel tempo tradizionalmente dedicato alle vacanze estive.
“Non possiamo restare indifferenti davanti a tutta questa violenza – ha dichiarato mons. Pizziol – e anche se umanamente possiamo sentirci impotenti davanti a tali conflitti, cristianamente sappiamo di poter sempre pregare e adoperarci a porre gesti di bene, anche piccoli, ma ne siamo convinti, efficaci, perché il male arretri. Solo la pace è la strada che porta alla soluzione di ogni conflitto”.

La settimana di preghiera per la pace si concluderà venerdì 15 agosto con la celebrazione della Solennità dell’Assunta in cui, su indicazione della Conferenza Episcopale Italiana, si ricorderanno in tutte le Messe i cristiani che in tante parti del mondo sono perseguitati e dunque soffrono e muoiono a causa della loro fede.

continua alla pagina:
http://www.vicenza.chiesacattolica.it/pls/vicenza/V3_S2EW_CONSULTAZIONE.mostra_pagina?id_pagina=2026&rifi=guest&rifp=guest

sabato 2 agosto 2014

6 e 9 agosto 1945

riproponiamo un articolo di Heinz Loquai apparso su Missione Oggi, n.7, agosto-settembre 2006, pp. 5-9

LA LEZIONE DI HIROSHIMA E NAGASAKI
 
Heinz Loquai, generale di brigata ora in pensione, dal 1995 al 1999 ha lavorato nella rappresentanza tedesca presso l'Osce a Vienna. Lo scorso anno ha pubblicato il libro Il conflitto in Kosovo. Percorsi verso una guerra evitabile (Nomos, Baden Baden 2000), in cui denuncia i crimini di Milosevic, dell'Uck, della Nato. L'articolo è tratto da Horizons et débats , n. 33, 2005.

“Il 6 ed il 9 agosto 1945, due bombe atomiche venivano sganciate su Hiroshima e Nagasaki provocando centinaia di migliaia di morti. Le ragioni di questo attacco sollevano a tutt'oggi una serie di problemi ai quali è difficile dare una risposta univoca. L'ampiezza inimmaginabile di tale annientamento di massa, fatto inedito all'epoca e mai più ripetutosi, richiede una serie di spiegazioni. Nel corso di questi sei decenni che sono trascorsi dalla distruzione di Hiroshima e Nagasaki, i punti di vista non si sono per nulla riavvicinati; al contrario, si continua a raccontare tale evento in diversi modi”. È quanto ha affermato il direttore dell'Istituto tedesco di studi giapponesi di Tokyo e insegnante di giapponese a Duisburg. Egli ha considerato l'avvenimento sotto diverse angolazioni, studiando il problema e mettendo in particolare risalto l'aspetto umano di tale catastrofe.
Il programma atomico americano fu avviato nel 1939. Con l'intenzione di prevenire la presunta forza militare della Germania, Albert Einstein aveva messo in guardia il presidente Roosvelt contro il programma atomico di Berlino. Altri scienziati, fuggiti anch'essi dall'Europa, parteciparono alla messa a punto dell'arma atomica americana. Il primo esperimento riuscito fu quello del 16 luglio 1945 nel deserto del New Mexico, mentre la prima bomba fu lanciata il 6 agosto dello stesso anno sull'ospedale Shima, nel centro di Hiroshima. Si produsse una temperatura pari a 6000° Celsius. Circa 35% dell'energia liberata era formata da calore, il 50% di pressione e il 15% di raggi radioattivi. Il calore provocò le bruciature più gravi in un raggio di 3,5 chilometri a partire dall'epicentro dell'esplosione.
Un fuoco gigantesco incenerì tutto nel raggio di 2 chilometri : in tutto furono distrutte 70mila abitazioni e l'80% degli ospedali della città. Le radiazioni coinvolsero tutte le persone che si trovavano in un raggio di 900 metri , o carbonizzandole o facendole morire nel giro di qualche giorno. Tutte la gente che si trovava più lontano morì in seguito dopo atroci sofferenze. Il numero totale delle vittime raggiungerà le 250mila unità.
Queste cifre permettono forse di renderci conto dell'orrore, delle sofferenze, del terrore da loro provato? Il fatto è che il lavoro dei migliori fisici, tecnici e addetti alla logistica militare, così come un colossale investimento di due miliardi di dollari (valore anteguerra), avevano reso possibile la cosa.
Il “Progetto Manhattan” - questo è il nome che fu dato al progetto atomico statunitense - doveva mettere a punto una nuova arma. Ma non si sapeva esattamente se il suo uso fosse militarmente necessario. Basandosi su numerose ricerche, lo studioso Florian Coulmas (Hiroshima - Geschichte und Nachgeschichte , Munchen 2005) ha scritto che “la maggioranza degli scienziati impiegati nel progetto contestavano tale implicazione”. Nell'estate del 1945 il Giappone era militarmente all'estremo. Inoltre Stalin, durante la Conferenza di Yalta, aveva confermato a Roosvelt che sarebbe entrato in guerra contro il Giappone solo tre mesi dopo la sua vittoria sulla Germania. Truman, che era diventato presidente degli Stati Uniti dopo la morte di Roosvelt nell'aprile dello stesso anno, alla fine della guerra, si sarebbe giustificato affermando che le bombe atomiche avevano evitato un'invasione militare del Giappone salvando così la vita a centinaia di migliaia di soldati americani; si parlò addirittura di due milioni. Naturalmente, tale discorso ha costituito sino ad oggi la migliore giustificazione dell'uso della bomba, anche se sappiamo come alcuni ufficiali superiori non avevano valutato per nulla necessario l'uso di tale ordigno. Coulmas cita lo stesso Eisenhower, comandante supremo delle truppe alleate in Europa, divenuto più tardi presidente degli Stati Uniti. “Credo - ebbe a dire - che il nostro Paese doveva evitare di urtare l'opinione pubblica mondiale con l'uso dell'arma nucleare che, a mio parere, non era più necessaria per salvare vite americane”. Lo stesso ammiraglio William Leahy avrebbe più tardi espresso la sua opinione in merito: “Il Giappone era già sconfitto e si apprestava a capitolare. L'uso di queste armi barbare non servirono per niente ad aumentare la nostra forza militare contro il Giappone. E averle usate per la prima volta ha voluto dire che ci eravamo appropriati di modi barbari …”. A questo punto è evidente che c'erano delle alternative e che Truman ne era a conoscenza.
 
L'ASPETTO POLITICO
“Gli storici sono inclini a pensare, oggi, che le ragioni politiche siano state prevalenti nel fare quella scelta”. Una serie di episodi ricordati da Coulmas viene a confermare tale tesi.
Roosvelt diede l'ordine di costruire una bomba atomica il 6 dicembre del 1941, il giorno prima dell'attacco giapponese contro Pearl Harbor. Il presidente Truman apprese del “Progetto Manhattan” il 25 aprile del 1945, quindi poco prima della capitolazione della Germania. In quel periodo, la politica americana dominava di già il nuovo ordine europeo e l'Unione Sovietica era ancora un suo alleato. La Conferenza di Potsdam (17 luglio-2 agosto 1945), durante la quale le potenze vincitrici dovevano discutere sul futuro ordine europeo, era stata prevista per giugno. Su iniziativa di Truman essa fu rinviata a fine luglio. Un tempo utile per portare a termine la costruzione della bomba.
Tale arma aveva un chiaro significato per la politica statunitense: prioritariamente, essa prometteva una vittoria degli Stati Uniti sul Giappone senza il concorso dell'Unione Sovietica, e ciò avrebbe rafforzato la posizione dell'America in Europa nei confronti di Mosca. Le manovre politiche americane lasciano supporre che Washington differì volutamente l'armistizio col Giappone al fine di poter usare la bomba. All'epoca, i rapporti con l'Unione Sovietica, che successivamente sarebbe stata identificata come il suo maggiore avversario, rivestivano una grande importanza. “In quanto unica potenza atomica, gli Usa potevano opporsi a ogni velleità espansionistica dell'Unione Sovietica. Ma bisognava mostrare che la bomba funzionasse e che Washington era pronta ad utilizzarla . Questa è la principale ragione per la quale Truman abbandonò l'idea di parlare di pace con Tokio. Alla Conferenza di Potsdam, Stalin aveva dichiarato che l'Urss sarebbe entrata in guerra contro il Giappone l'8 di agosto; ma gli Usa non volevano ciò. Dopo che i governanti giapponesi, che non potevano sapere cosa significasse realmente l'uso della forza nucleare, ebbero ignorato l' ultimatum americano (26 luglio), Hiroshima fu bombardata il 6 di agosto, immediatamente dopo la scadenza del termine fissato da Washington. L'8 agosto l'Urss dichiarava guerra al Giappone. L'indomani una seconda bomba atomica distruggeva Nagasaki. Questo atto doveva dimostrare a Stalin e al mondo che la prima bomba non era l'unica in possesso degli Usa”.
 
L'ASPETTO UMANO
Non si saprà mai esattamente il numero delle vittime dei due ordigni. Sono state pubblicate molte cifre. Secondo un rapporto destinato alle Nazioni unite, la città di Hiroshima, a tutto dicembre del 1945, ebbe 140mila morti. Quelli di Nagasaki pare siano stati tra i 70 e 80mila. Il numero delle vittime decedute successivamente raggiunse le 350mila unità per Hiroshima e 270mila per Nagasaki.
Come ricorda ancora Coulmas: “le sofferenze umane inflitte furono intenzionali. L'idea di sganciare la bomba su delle istallazioni militari o su una regione inabitata per mostrare i suoi effetti, fu rigettata. Dopo la guerra, le forze d'occupazione impedirono ogni notizia sui sopravissuti delle città bombardate, soprattutto per quanto riguarda lo scambio di informazioni su ciò che si faceva nei rari ospedali scampati alla distruzione atomica. I dossier stesi dai medici, i campioni di sangue e di tessuti da loro prelevati dalle vittime, furono confiscati e l'amministrazione giapponese fu costretta a rinunciare all'aiuto medico offerto dalla Croce Rossa internazionale …Truman riconobbe pubblicamente che detestava i “japs” (termine dispregiativo con cui si indicava i giapponesi) mentre uno stimato storico americano, John Dower, li aveva presentati come dei sotto uomini. Questo serviva a preparare il terreno a un atteggiamento favorevole al bombardamento condiviso dalla totalità dei media , quale che fosse la loro tendenza politica”. La sofferenza delle vittime del bombardamento fu ulteriormente aggravata a causa delle discriminazioni che dovettero subire in Giappone. “Furono stigmatizzate ed emarginate. La paura e l'ignoranza ne furono la causa. Le conoscenze degli effetti delle bombe si fondavano essenzialmente sulle voci che giravano. Dopo l'occupazione, i governanti giapponesi fecero ben poco per informare. Le malattie contratte vennero per lungo tempo considerate contagiose. I sopravvissuti vennero chiamati hibakusha e il loro aspetto fisico divenne uno stigma sociale”. Per dare il senso della sofferenza umana bisogna anche ricordare ciò che generalmente non è associato a Hiroshima: le vittime coreane . A causa dei due bombardamenti, si stimano dai 20 ai 30mila morti. Si trattava di lavoratori spostati a forza dai giapponesi dopo l'annessione del loro Paese . Per lungo tempo tali vittime non sono state menzionate in occasione della commemorazione annuale del bombardamento, a dimostrazione della persistente discriminazione che avevano dovuto subire già dai tempi della colonizzazione.
 
HIROSHIMA, I MEDIA E L'IMMAGINARIO
“La censura americana fu sistematica. Nessuno doveva scrivere di Hiroshima e Nagasaki”. Fino al termine dell'occupazione, nel 1952, fu proibito mostrare le foto delle due città distrutte. Una stringente censura americana sui media locali, si esercitò per ben sette anni ma ha avuto un peso anche nel periodo successivo alla fine dell'occupazione. I giornali statunitensi, dal canto loro, furono tutti disposti a legittimare l'uso della bombardamenti. Essi propagandavano la leggenda secondo la quale le due bombe avevano posto fine alla guerra salvando milioni di soldati americani . Non erano interessati invece a raccontare le sofferenze inflitte alla popolazione locale. Per la stampa, Hiroshima era una ”base militare” e le bombe avevano distrutto fabbriche d'armamenti e installazioni portuali militari. “La rivendicazione degli americani di aver condotto una guerra morale combattuta contro il Male, contrariamente ai suoi nemici”, è passata come una ricostruzione obiettiva dei fatti. I media si sono mostrati docili strumenti nelle mani della propaganda governativa.
Coulmas ha analizzato i libri scolastici americani e giapponesi . Dopo sessant'anni gli avvenimenti di Hiroshima e Nagasaki sono presentati in modo molto differente soprattutto per quanto concerne gli insegnamenti che invitano a tirare. I testi giapponesi, esclusa qualche eccezione, insistono sulle conseguenze catastrofiche del militarismo imperiale e di una politica che considerava la guerra come un'azione legittima. L'insegnamento di Hiroshima è per loro il rifiuto della guerra in quanto tale. Invece la lezione che traggono i manuali di storia americani è che l'uso del mezzo militare non è solo legittimo ma sovente necessario. Le bombe lanciate sulle due città giapponesi non sono considerate come un'eccezione: fanno parte di una guerra giusta e necessaria per conseguire un successo. Lo Stato americano ha attivamente dissimulato le informazioni sulle vittime del bombardamento atomico, mentre quello giapponese ha sino a oggi assunto un atteggiamento opportunistico, non volendo arrivare a una contrapposizione con Washington sulla questione di Hiroshima.
Dopo Hiroshima, gli Stati Uniti sono stati il Paese più coinvolto nei vari conflitti che hanno interessato il mondo. L'ideologia della guerra giusta fa parte dell'identità collettiva americana. Essa è servita a giustificare i bombardamenti su Hiroshima e Nagasaki. Ieri come oggi la comunità americana si regge sulla rivendicazione di una propria superiorità morale. Per lei una guerra non è un conflitto tra due avversari a cui si riconoscono gli stessi diritti, ma tra il Bene e il Male, come in una crociata. Il Bene si deve allora esportare se no l'ordine mondiale ne soffrirà. E il Bene è incarnato proprio negli Stati Uniti. La giustificazione - ad esempio l'attacco giapponese di Pearl Harbor - può allora dissimulare nella memoria collettiva i crimini commessi come è il caso del bombardamento atomico sulle due città giapponesi. Così, a differenza della guerra materiale, quella spirituale non è ancora terminata. Hiroshima resta, a sei decenni di distanza, una vicenda controversa.
HEINZ LOQUAI 
 
LE ATOMICHE DEGLI ALTRI
L'Urss ha sperimentato la sua prima bomba A nel 1949 e la prima bomba H nel 1953; la Gran Bretagna ha fatto esplodere il suo primo ordigno a fissione nel 1952 e la prima bomba a fusione nel 1957; per la Francia , le date sono 1960 e 1968; per la Cina , 1964 e 1967: Inoltre, la Francia ha fornito a Israele, nel 1956, il reattore e l'impianto di ritrattamento di Dimona, da dove è uscito il plutonio delle sue prime armi, e il Canada ha consegnato all'India, nel 1955, il reattore ad acqua pesante che ha prodotto il plutonio delle prime bombe indiane.
Il Pentagono e la forza nucleare preventiva
Il Ministero della difesa americano sta esaminando un progetto di una nuova dottrina militare che raccomanda gli attacchi nucleari preventivi. Come ha dichiarato un alto funzionario del Pentagono, il documento, reso pubblico nel marzo dello scorso anno, è stato elaborato in relazioni ai cambiamenti intervenuti nel mondo dopo l'11 settembre del 2001. Il progetto prevede una forza nucleare preventiva contro quegli Stati o quei gruppi estremisti che preparano un attacco contro gli Stati Uniti o i suoi alleati per mezzo di armi di distruzioni di massa. Tali “armi nucleari preventive” potranno inoltre essere usate per mettere fine anche alle guerre tradizionali per garantire così il successo delle operazioni militari delle truppe americane o internazionali. Infine, gli Usa potranno eventualmente farne ricorso contro quegli Stati che forniranno armi nucleari, biologiche o chimiche a gruppi estremisti. In questo modo la nuova dottrina permetterà al Pentagono di usare le sue armi nucleari in tutte quelle regioni del mondo che egli valuterà essere in pericolo.

© MISSIONE OGGI

mercoledì 23 luglio 2014

Serata culturale con la presenza di p. Adriano Sella

Serata culturale con il laboratorio Gratta e VIVI. Per non giocarti la vita e per una vita libera dal gioco d'azzardo”
con la presenza di p. Adriano Sella

Giovedì 24 luglio 2014 ore 20.30
presso l'Equobar a Vicenza

via G. Medici 91 - Vicenza (zona S. Bortolo)

tematiche:
  • Presentazione del laboratorio “Gratta e VIVI. Per non giocarti la vita” sul problema del gioco d'azzardo, promosso dalla Commissione diocesana Nuovi Stili di Vita di Padova
  • Realizzazione del laboratorio: ricevendo un "Gratta e VIVI" per scoprire quello che davvero aiuta a vivere meglio, in modo da liberarci dalla piaga del gioco d'azzardo.
  • vi aspettiamo alle ore 20.30 per poter vivere anche un momento conviviale, assaporando il menù dell'equobar (bruschette, panini e panieri...)
  • alle 21.00 inizierà il momento culturale.


promotori: amici dell'Equobar

e-mail: adrianosella80@gmail.com 
cell. 346 2198404 (Adriano)
sito: www.goccedigiustizia.it

giovedì 10 luglio 2014

Serata culturale con la presenza di p. Adriano Sella


Giovedì 10 luglio
ore 20.30
presso l'Equobar a Vicenza
Via G. Medici 91 - Vicenza (zona S. Bortolo)

tematiche: 

Presentazione e confronto su un'indagine mondiale appena pubblicata Nielsen 2014 Global Survey on Corporate Social Responsibility: facendo emergere che i consumatori responsabili sono in aumento e stanno generando l'economia di giustizia.

Presentazione e confronto sul laboratorio “Gratta e VIVI. Per non giocarti la vita” sul problema del gioco d'azzardo, promosso dalla Commissione diocesana Nuovi Stili di Vita di Padova.

  • ore 20.30: momento conviviale assaporando il menù dell'equobar: bruschette, panini e panieri...
  • ore 21.15: momento culturale

promotori: gli amici dell'Equobar

e-mail: adrianosella80@gmail.com
cell. 346 2198404 (Adriano)

domenica 6 luglio 2014

"Giace immobile": un documentario di inchiesta giornalistica sul mercato immobiliare italiano


Metà della ricchezza privata degli italiani è costituita da beni immobiliari. A seguito di una crescita esponenziale durata quarant'anni, oggi l’edilizia è il più grande settore economico in Italia.
Negli ultimi cinque anni il numero di compravendite immobiliari è crollato. Nonostante ciò, i prezzi hanno subito solo una lieve flessione. Il mercato è in forte disequilibrio, oltre ad essere gravato da un'enorme mole di invenduto e di edifici abbandonati, incompleti, decadenti. Un'implosione del settore oggi è un'ipotesi tutt'altro che remota. Le aziende lasciano a casa decine di migliai di lavoratori. Eppure si continuano a costruire progetti sempre più grandi. Perché?
Un'analisi lucida e impietosa sul crollo del mito italiano del mattone. Un viaggio oscuro tra speculazione edilizia, usura bancaria, miopia politica, fallimenti aziendali, devastanti alluvioni e un enorme, irreversibile consumo di suolo. 
Tutto questo per rispondere a una domanda: la nostra casa vale davvero quanto pensiamo?

"Giace immobile" è scritto e diretto da  Riccardo Maggiolo, giornalista professionista iscritto all'Ordine dei giornalisti.

Il film è un'opera completamente indipendente e realizzata senza fondi o finanziamenti.
La produzione del documentario ha visto il coinvolgimento di diversi professionisti su base volontaria: Chiara Domeneghetti, Corrado Ceron e Lorenzo Pezzano alle riprese; Riccardo Maggiolo e Corrado Ceron al montaggio; Francesco Marotta alla color correction; Dario Maggiolo per la colonna sonora; Marco Zorzanello per i contributi video dell'alluvione del 2010 a Vicenza e Caldogno; Alberto di Carlo per le registrazioni audio e Stefano Perissinotto per il mixing audio. La voce narrante è di Aristide Genovese.
Il progetto è stato particolarmente supportato dalle produzioni Tuna Studio e Milagro Film

venerdì 13 giugno 2014

Serata sul Benin

Venerdì 20 giugno ore 20,30 
presso la sala della comunità del Cuore Immacolato di Maria
in via Medici 91, Vicenza

Testimonianza di Marco che ha lavorato presso un ospedale del Fatebenefratelli nel Benin come volontario ostetrico

La serata continuerà all'EQUOBAR
 

sabato 7 giugno 2014

primolunedìdelmese: Il Vicino Oriente dopo la visita di papa Francesco

primolunedìdelmese
9 Giugno 2014 - ore 20:30


presso Cooperativa Insieme, via Dalla Scola 253, Vicenza
- Parcheggio adiacente. Si raccomanda puntualità ! -

Il Medio Oriente dopo 
la visita di papa Francesco

I significati e la portata dei gesti compiuti dal pontefice in Terra Santa.
Il dialogo tra cristiani, musulmani ed ebrei. Lo status di Gerusalemme.
Due Stati per due popoli: a quali condizioni?
L
e non facili, ma rinnovate speranze di pace nell'area.


Ne parliamo con

 Luigi Sandri

Giornalista vaticanista, esperto di Medioriente e religioni orientali, già corrispondente dell’ANSA da Mosca e Tel Aviv; collabora, tra gli altri, con la rivista Confronti; autore di vari libri, tra cui Città santa e lacerata: Gerusalemme per ebrei, cristiani e musulmani  (Monti 2001) e, il più recente, Dal Gerusalemme I al Vaticano III. I Concili nella storia tra Vangelo e potere (Il Margine, 2013)

venerdì 6 giugno 2014

Come si costruisce la pace? Come si affrontano i conflitti? Spese militari, armamenti...

2014, Presidente degli Stati Uniti d'America, Obama:
  • [da La Stampa] Gli alleati europei degli Stati Uniti hanno la responsabilità di aumentare la spesa nel settore della difesa, in cambio della protezione di Washington richiesta dalla nuova instabilità in Europa. "Abbiamo visto un costante declino, che deve cambiare", ha sottolineato Obama, lamentando i tagli alla spesa militare in tutta Europa in un periodo di austerità economica. 
  • [da L'Avvenire] Obama ha aggiunto che gli alleati europei devono però fare la loro parte aumentando le spese militari, senza fare affidamento solo sulla protezione Usa: «Abbiamo visto un declino costante delle risorse per la difesa e questo deve cambiare», ha detto.
Tre dati relativi alle spese militari di alcuni Paesi nel 2009, espresse in US$ [i dati sono pubblicati da SIPRI]:
  • USA 663.255.000.000 (oltre 663 miliardi)
  • Paesi dell'Unione Europea 321.031.600.000 (oltre 321 miliardi) 
  • Russia 61.000.000.000 (61 miliardi) 
Nella lista del SIPRI, gli USA sono al primo posto, da anni; al secondo c'è la Cina con meno di 99 miliardi di US$; la Russia è al quinto posto... 

Ma al di là delle cifre (che fanno sorgere qualche dubbio), i conflitti come vanno affrontati? Quale ruolo (non) ha la nostra Europa? Chi ha interessi nella corsa agli armamenti? Ora la parola ad alcuni autorevoli documenti della chiesa.

2013, Francesco, esortazione apostolica Evangelii gaudium, n.60:  
I meccanismi dell’economia attuale promuovono un’esasperazione del consumo, ma risulta che il consumismo sfrenato, unito all’inequità, danneggia doppiamente il tessuto sociale. In tal modo la disparità sociale genera prima o poi una violenza che la corsa agli armamenti non risolve né risolverà mai. Essa serve solo a cercare di ingannare coloro che reclamano maggiore sicurezza, come se oggi non sapessimo che le armi e la repressione violenta, invece di apportare soluzioni, creano nuovi e peggiori conflitti. Alcuni semplicemente si compiacciono incolpando i poveri e i paesi poveri dei propri mali, con indebite generalizzazioni, e pretendono di trovare la soluzione in una “educazione” che li tranquillizzi e li trasformi in esseri addomesticati e inoffensivi. Questo diventa ancora più irritante se gli esclusi vedono crescere questo cancro sociale che è la corruzione profondamente radicata in molti Paesi – nei governi, nell’imprenditoria e nelle istituzioni – qualunque sia l’ideologia politica dei governanti.

1986, Giovanni Paolo II, Dominum et vivficantem, n.57:
Bisogna aggiungere che sull'orizzonte della civiltà contemporanea - specialmente di quella più sviluppata in senso tecnico-scientifico - i segni e i segnali di morte sono diventati particolarmente presenti e frequenti. Basti pensare alla corsa agli armamenti e al pericolo, in essa insito, di un'autodistruzione nucleare. D'altra parte, si è rivelata sempre più a tutti la grave situazione di vaste regioni del nostro pianeta, segnate dall'indigenza e dalla fame apportatrici di morte. Si tratta di problemi che non sono solo economici, ma anche e prima di tutto etici.
1967, Paolo VI, lettera enciclica Populorum progressio, n.53:
Quando tanti popoli hanno fame, quando tante famiglie soffrono la miseria, quando tanti uomini vivono immersi nell'ignoranza, quando restano da costruire tante scuole, tanti ospedali, tante abitazioni degne di questo nome, ogni sperpero pubblico o privato, ogni spesa fatta per ostentazione nazionale o personale, ogni estenuante corsa agli armamenti diviene uno scandalo intollerabile. Noi abbiamo il dovere di denunciarlo. Vogliano i responsabili ascoltarci prima che sia troppo tardi.

1963, Giovanni XXIII, lettera enciclica Pacem in terris, n.59:
Ci è pure doloroso costatare come nelle comunità politiche economicamente più sviluppate si siano creati e si continuano a creare armamenti giganteschi; come a tale scopo venga assorbita una percentuale altissima di energie spirituali e di risorse economiche; gli stessi cittadini di quelle comunità politiche siano sottoposti a sacrifici non lievi; mentre altre comunità politiche vengono, di conseguenza, private di collaborazioni indispensabili al loro sviluppo economico e al loro progresso sociale.

1920, Benedetto XV, lettera enciclica Pacem, Dei munus:
[...] sarebbe veramente desiderabile che tutti gli Stati, rimossi i vicendevoli sospetti, si riunissero in una sola società o, meglio, quasi in una famiglia di popoli, sia per assicurare a ciascuno la propria indipendenza, sia per tutelare l’ordine del civile consorzio. E a formare questa società fra le genti è di stimolo, oltre a molte altre considerazioni, il bisogno stesso generalmente riconosciuto di ridurre, se non addirittura di abolire, le enormi spese militari che non possono più oltre essere sostenute dagli Stati, affinché in tal modo si impediscano per l’avvenire guerre così micidiali e tremende, e si assicuri a ciascun popolo, nei suoi giusti limiti, l’indipendenza e l’integrità del proprio territorio.


lunedì 2 giugno 2014

Pizziol, una grande gioia la liberazione dei nostri sacerdoti

dalla pagina http://www.festivalbiblico.it/notizia.asp?gruppo=22&id=1456


Un pomeriggio di intensa gioia – ha affermato il vescovo di Vicenza Beniamino Pizziol durante la conferenza stampa convocata d’urgenza oggi allo spazio Incontri del Festival Biblico dopo la notizia arrivata questa mattina alle dieci della liberazione dei due sacerdoti vicentini e della suora canadese rapiti in Camerun – ieri sera abbiamo fatto la seconda veglia di preghiera a Monte Berico per i nostri fratelli e abbiamo finito con queste parole: "siamo convinti che si tramuterà in gioia la tristezza e l’afflizione che ci colpisce” e oggi è accaduto. Ogni giorno arrivavano notizie contrastanti e la situazione sembrava peggiorata nell’ultimo mese. Adesso che siamo nella gioia dobbiamo continuare a pensare a tutte quelle persone che sono ancora in pericolo come le ragazze nigeriane, preghiamo per tutti. Don Giampaolo Marta e don Gianantonio Allegri, secondo i sacerdoti in missione con loro che li hanno potuti riabbracciare a Yaoundè stamattina, sono molto dimagriti e provati ma in un relativo buono stato di salute. Sappiamo solo che domani arriveranno a Roma e poi, appena possibile, torneranno a Vicenza. Siamo grati a tutte le autorità che si sono impegnate affinché questo avvenisse e alle preghiere arrivate veramente da tutto il mondo”. Rispondendo ai giornalisti, Pizziol ha poi specificato che il ritorno o meno di sacerdoti vicentini in Camerun è una cosa che verrà decisa a tempo debito e in condivisione. "Come vescovo di Vicenza ho la volontà di essere presente, come missioni, nei tre continenti ma dobbiamo fare i conti con gli eventi”. "La telefonata ci è giunta questa mattina tra le 6.30 e le 7.00, ma le autorità del Camerun ci hanno autorizzato a divulgare la notizia solo alle 10.00 – ha raccontato poi Don Arrigo Grendele, direttore ufficio missionario di Vicenza - non sappiamo niente dei dettagli della liberazione. Come diceva anche il nostro vescovo, sappiamo che sono provati ma felici. Ringraziamo di cuore anche le suore della Divina Volontà che, presenti in Camerun, ci tenevano sempre informati. Dobbiamo continuare a pregare per tutte le persone , vittime di queste escalation di violenza, per le ragazze rapite, per Padre Dall’Oglio. "E’ un momento di grande felicità – ha detto Don Alessio Graziani, responsabile delle comunicazioni sociali della Diocesi di Vicenza – che non ci aspettavamo e che ci ha sorpreso, nonostante non avessimo mai perso la speranza e confidato nelle preghiere provenienti da tutto il mondo. Ringrazio tutti voi della stampa, accorsi così velocemente e voi del Festival Biblico”. Questa sera, alle 19.30 suoneranno tutte le campane delle chiese per festeggiare la liberazione”.