dalla pagina https://comune-info.net/i-dati-sul-clima-non-tornano/
Alberto Castagnola
C’è un problema importante che emerge dagli ultimi testi degli
scienziati che sono al lavoro per l’Ipcc. Leggendo questi testi risulta
che i dati utilizzati si fermano al gennaio di quest’anno, mentre
durante gli ultimi mesi, e in particolare nel periodo estivo
dell’emisfero settentrionale, sono esplosi fenomeni da tempo previsti e
ora verificatisi in tutta la loro drammaticità. In primo luogo, lo
scioglimento dei ghiacciai sta procedendo rapidamente e gli ultimi dati
complessivi, relativi a 220 mila ghiacciai, indicano una perdita globale
di 267 miliardi di tonnellate; sono però esclusi da queste rilevazioni
la calotta antartica e la Groenlandia, dalle quali provengono invece
segnali molto preoccupanti, come il distacco di grandi iceberg che
navigano negli oceani negli ultimi due anni. Solo nell’anno in corso saranno più di trenta milioni, secondo l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni, gli sfollati interni e i migranti per cause climatiche  |
| Foto Unspash |
La lettura dei primi documenti di lavoro della
Conferenza delle Parti numero 26 dell’IPCC evidenzia la massima
concentrazione degli scienziati sulla difesa del limite massimo
della temperatura media del Pianeta da non superare, 1,5 gradi C, mentre
l’ultimo limite finora preso in considerazione, quello dei 2,0 gradi,
viene descritto come causa di molti disastri ambientali.
E qui si pongono subito due questioni molto importanti. La prima
riguarda il fatto che in realtà stiamo già oggi raggiungendo gli 1,2 °C
e non è in vista ancora nessuna misura di riduzione delle emissioni di
gas a effetto serra e quindi la diffusione di documenti e studi assume i
caratteri di un astratto confronto di posizioni molto lontano dalla
realtà effettiva.
Il secondo aspetto è contenuto in un recente articolo di “Domani” (24
ottobre, pag.9) nel quale è ampiamente citato un documento ufficiale
pervenuto a Greenpeace Inghilterra che contiene i 32.000 commenti o
richieste di Stati membri dell’Accordo di Parigi inviate all’IPCC con
la richiesta di modifiche o attenuazioni su temi di loro specifico
interesse, facenti parte dei documenti ufficiali finora approvati o
dostribuiti.
Ad esempio, un consigliere dell’Arabia Saudita chede che venga
eliminata una frase sull’urgenza di una mitigazione delle emissioni a
ogni livello, oppure c’è l’intervento di un funzionario del governo
australiano per cancellare il collegamento tra chiusura di centrali a
carbone e obiettivi dell’Accordo di Parigi.
Il numero e il carattere di queste richieste è ben lontano da
un qualunque tipo di intervento realistico che i paesi dell’IPCC
possano in modo unitario realizzare in tempi brevi, mentre il
documento meriterebbe effettivamente uno studio approfondito come prova
delle difficoltà che incontrano ancora oggi tutti i governi.
Ma c’è un problema più importante, che emerge dagli ultimi testi degli scienziati che vogliamo approfondire.
Infatti leggendo questi testi risulta che i dati utilizzati si fermano
al gennaio di quest’anno, mentre durante gli ultimi mesi e in
particolare nel periodo estivo dell’emisfero settentrionale sono esplosi
fenomeni da tempo previsti e ora verificatisi in tutta la loro
drammaticità.
Ovviamente, è da sperare che gli scienziati abbiano in primo luogo
fatto pervenire qualche aggiornamento alle delegazioni governative
prima che partissero per Glasgow, altrimenti il dibattito di questi
giorni non si svolgerà con il dovuto senso di urgenza e i risultati
positivi – seppur ci saranno – rischiano di essere svuotati in partenza.
Cosa è successo al clima negli ultimi mesi, per citare almeno i meccanismi dannosi principali? In primo luogo, lo scioglimento dei ghiacciai sta procedendo rapidamente
e gli ultimi dati complessivi, relativi a 220 mila ghiacciai e al
periodo 2000-2020, indicano una perdita globale di 267 miliardi di
tonnellate; sono però esclusi da queste rilevazioni la calotta antartica
e la Groenlandia, dalle quali provengono invece segnali molto
preoccupanti, come il distacco di grandi iceberg che navigano negli
oceani negli ultimi due anni.
In un recente studio, pubblicato sulla rivista “The Cryosphere”, i
ricercatori dello University College di Londra affermano inoltre che la banchisa costiera artica si sta sciogliendo ad un ritmo dal 70 al 100% più rapido rispetto alle stime attuali. Se
ciò fosse confermato, molte delle previsioni finora formulate
andrebbero riviste. Il riscaldamento globale continua ad aumentare anno
dopo anno.
Il 2020 è stato l’anno più caldo per l’Europa, con temperature
autunnali e invernali da record. A livello globale è stato uno dei tre
anni più caldi mentre anche gli ultimi sei anni sono stati i più caldi
mai registrati. Nell’insieme, il riscaldamento totale medio è stato di
1,20 gradi centigradi più elevato rispetto agli anni 1850-1900. Quindi
ci avviciniamo rapidamente a quel mitico livello massimo che si ritiene
ormai il pianeta possa sopportare senza che si scatenino fenomeni
incontrollabili.

Tra le cause, la concentrazione dei principali gas serra, anidride
carbonica e metano, stanno toccando i livelli più alti registrati dal
2003, anno in cui sono iniziate le rilevazioni dei satelliti. In base ai
dati dell’ultimo Rapporto 2020 sullo stato del clima in Europa, l’anno
scorso il’inverno ha fatto registrare temperature di 3,4 gradi sopra la
media stagionale. A marzo un vortice polare artico particolarmente forte
aveva determinato una riduzione da record dell’ozono nell’emisfero
settentrionale.
Ma i cambiamenti più rilevanti si sono verificati nel 2021,
poichè una ondata precoce di calore, con temperature di undici gradi
superiori alla media del periodo che si sono registrate nell’ovest degli
Stati Uniti.
In Arizona e in Nevada le temperature hanno superato i 50 gradi. Le
autorità della California hanno dichiarato lo stato di emergenza in 41
contee su 50 a causa della siccità per il secondo anno consecutivo. A metà giugno il caldo record ha colpito 50 milioni di persone, a Phoenix la temperatura ha superato i 47 gradi, mentre nella Valle della Morte ha superato i 53 gradi.
In Canada, nel mese di giugno, l’ondata di caldo ha
colpito in particolare le città di Seattle, Vancouver e Portland, che
insieme contano nove milioni di abitanti, le temperature hanno raggiunto i 49,5 gradi, il livello più alto da quando sono iniziate le rilevazioni.
La temperatura record di 49,6 gradi è stata raggiunta, sempre in
Canada, nella cittadina di Lytton, che subito dopo è stata praticamente
distrutta da un incendio.
Anche in Siberia, il paese del freddo nella nostra
immaginazione, a Verchojanks, sono state registrate temperature
superiori ai 47 gradi. In India, l’ondata di caldo ha
interessato decine di milioni di persone, superando i 40 gradi, mentre a
New Delhi, con 43,1 gradi si sono registrate le temperature più alte
dal 2012. Fenomeni analoghi, con un mese di giugno più caldo di sempre,
sono stati segnalati nel Nord America, in Finlandia e in alcune zone
della Svezia.
All’inizio del mese di luglio, la “cupola di calore” che ha investito
in Canada un territorio che in genere era caratterizzato da un clima
moderato e piovoso, ha registrato temperature record, incendi, fulmini e
centinaia di vittime.
Nella Columbia Britannica in una settimana si sono registrate 719
vittime, cioè il triplo del normale, e 710mila fulmini, oltre a 136
incendi. La temperatura, che di solito si aggirava intorno ai 30 gradi,
ha raggiunto il livello record di 49,6 gradi centigradi.
Ci si deve chiedere cosa stia succedendo, se un meteorologo
si dichiara “interdetto” davanti ad un aumento di dieci gradi rispetto
ai valori massimi raggiunti negli ultimi cento anni e di almeno venti
gradi rispetto alle medie e alle rilevazioni meteorologiche.
Una fonte di stampa azzarda una descrizione pura e sempice, senza osare
indicare cause probabili o meccanismi complessi. Si parla quindi di un
fronte d’aria calda, proveniente dal Pacifico, che ha viaggiato verso
l’est e poi verso nord, è rimasta bloccata e la “cupola bollente” è
stata anche alimentata dal calore proveniente dalle superfici.
Ma con ogni probabilità le dimensioni assolutamente inusuali e
finora imprevedibili dipendono dal riscaldamento complessivo delle
terre e dei mari, ancora non abbastanza studiati.
Fonti scientifiche, qualche mese prima di questa estate rovente,
hanno delineato un indebolimento della Corrente del Golfo, che avrebbe
influito sul livello dei mari sulla costa est degli Stati Uniti, ma che
sarebbe anche stata all’origine di uragani e piogge di portata finora
sconosciuta nei paesi europei. Proprio ciò che è accaduto in Germania a
metà luglio 2021, quando un uragano imprevisto e improvviso ha colpito
la Renania-Palatinato e il Nord Reno-Westfalia, e ha causato oltre 160
morti e mille dispersi, e con le piogge pesanti che hanno devastato la
Sicilia.
La stessa isola è stata colpita colpita successivamente dalla
perturbazione Apollo e poi da un ciclone che si è abbattuto a più di 100
chilometri all’ora su Catania e Siracusa il 28 agosto, potrebbero
essere la conseguenza di questi fenomeni di portata globale.
Non casualmente, quest’ultimo evento è stato classificato come
“Medicane”, un ciclone con caratteristiche di uragano tropicale ma con
estensione ed energia minore, e una struttura interna in parte diversa.
È stato sottolineato che finora eventi di questa natura
avevano colpito l’Italia solo molto raramente, ma poichè la temperatura
del mare è aumentata nelle zone di sviluppo iniziale degli uragani ,
saranno più probabili i contrasti con masse di aria fredda e con
conseguente formazione di medicane (il nome deriva da una combinazione
tra Mediterraneo e hurricane), cioè tra il nostro bacino marino e gli
uragani dei tropici.
Questi elementi sono tratti da una intervista a Massimiliano Fazzini,
esperto della Società italiana di geologia ambientale, apparsa sul Corriere della Sera del 30 ottobre 2021, a pag. 27. Evidentemente l’immagine di una Sicilia a clima ormai africano è molto più complessa di quanto potessimo immaginare.
Negli stessi giorni, l’uragano Ida con venti a 240 chilometri orari,
ha colpito le coste della Louisiana, causando pesanti danni a New
Orleans e vittime fino a NewYork.
E’ forse troppo presto per trarre delle indicazioni complessive sul
significato a medio termine di questi fenomeni, così nuovi e dalle cause
non ancora ben precisate. Tuttavia in sede COP 26 non si dovrebbe
trascurare il fatto che i giorni in cui le temperature superano i 50
gradi nel corso di un anno sono raddoppiati dagli anni ’80 e soprattutto
che le emissioni dannose per l’ambiente aumenteranno come minimo del
16% e che ciò comporterebbe un aumento minimo della temperatura globale
del pianeta fino a 2,7 gradi centigradi entro la fine del secolo,
almeno in base alle politiche finora seguite dai paese maggiori
inquinatori.
Infine, non possiamo trascurare i fenomeni di freddo estremo
che si stanno verificando nel periodo più recente. Nella fase attuale,
la crisi climatica potrebbe portare ad ondate di freddo estremo in
alcune aree dell’emisfero settentrionale. Dei ricercatori hanno
analizzato il vortice di correnti che circola sopra il Polo Nord,
isolando e intrappolando al suo interno l’aria più fredda. Oggi però, a
causa del progredire della crisi climatica, il vortice polare si sta
indebolendo e contribuiscono a questo fenomeno la perdita di ghiaccio
marino e l’aumento delle nevicate nelle parti meridionali del circolo
polare artico. Di conseguenza l’aria gelida dell’Artico a intervalli è
libera di spostarsi verso latitudini inferiori.
Episodi di freddo estremo sono stati registrati tra gennaio e
febbraio scorsi in Asia, Europa e in Nordamerica. In particolare, il
Texas è sta investito da una ondata di freddo eccezionale, che è durata a
lungo ed è stata accompagnata da abbondanti nevicate. Gli oleodotti si
sono ghiacciati, la rete elettrica è andata in panne, con danni che
hanno sfiorato i 200 miliardi di dollari.
Il presente articolo aveva solo lo scopo di mettere in
evidenza fenomeni meteorologici e climatici che sembrano a un occho
profano essere peggiorati o aver addirittura cambiato modello di
comportamento, durata e intensità.
Dalle reazioni degli scienziati non sembra che si possa trattare di
eventi eccezionali, destinati a non ripetersi nel tempo; anzi molte sono
le sottolineature in direzione di una serie di fenomeni destinati a
peggiorare ulteriormente e a moltiplicarsi in tempi ravvicinati.
Sarà quindi opportuno, mentre si stanno svolgendo i lavori
della COP 26, verificare che questi eventi più recenti non vengano
trascurati o dimenticati, mentre invece dovrebbero indurre gli Stati ad
assumere responsabilità precise da attuare in tempi molto stretti.
Anche i movimenti ambientalisti, sempre più motivati e
incisivi, dovranno esigere scelte e comportamenti governativi coerenti
con i tempi sempre più ristretti della crisi climatica, da sorvegliare
senza sosta dopo la chiusura dei lavori dell’Assemblea.
Inoltre non possiamo dimenticare che solo nell’anno in corso saranno più di trenta milioni, secondo l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni, gli sfollati interni e i migranti per cause climatiche.