lunedì 15 novembre 2021

Il rifiuto del lavoro, in piena crisi

dalla pagina https://comune-info.net/il-rifiuto-del-lavoro-in-piena-crisi/

Raúl Zibechi

In agosto il Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti ha pubblicato un dato statistico che attira l’attenzione: solo in quel mese, 4,3 milioni di lavoratori, che rappresentano quasi il 4% della forza lavoro statunitense, hanno lasciato il loro impiego. Non si tratta di lavoratori licenziati dai datori di lavoro, ma di lavoratori che hanno abbandonato volontariamente il lavoro.
Negli Stati Uniti, da aprile, circa 20 milioni di lavoratori hanno lasciato il lavoro, e si è registrato un numero record di pensionamenti, la cui cifra è raddoppiata rispetto al 2019. In 38 paesi OCSE ci sono 20 milioni di lavoratori attivi in meno rispetto a prima della pandemia; 14 milioni hanno abbandonato il mercato del lavoro, non lavorano e non cercano un impiego. Rispetto al 2019, ci sono 3 milioni di giovani in più tra coloro che non lavorano e non studiano.

Negli Stati Uniti la chiamano già “The great resignation”: tra luglio e agosto otto milioni di persone hanno abbandonato il posto di lavoro, almeno un quarto di loro non aveva alternative occupazionali. Anche in Germania e nel Regno Unito ci sono cifre da record.

La costruzione di alloggi è scesa al minimo non solo a causa dell’aumento dei prezzi dei materiali e dei ritardi nella consegna, ma anche per la mancanza di manodopera. Nel Regno Unito ci sono quasi un milione di posti di lavoro vacanti. Secondo il Financial Times, in Europa c’è bisogno di 400.000 camionisti per regolarizzare il trasporto merci.
Il premio Nobel per l’economia Paul Krugman pensa che durante la pandemia i lavoratori abbiano imparato molte cose. Lo scompiglio creato dalla pandemia è stato un’esperienza in cui molti si sono resi conto, durante i mesi di inattività forzata, di quanto odiassero il lavoro che svolgevano. 
È dai tempi delle grandi lotte del movimento operaio e sindacale degli anni Sessanta che non si assisteva più a un abbandono così massiccio dei posti di lavoro. Ora si tratta di un movimento di base, senza qualcuno che lo diriga, ma potente nel senso che molti lavoratori rifiutano la schiavitù salariata, come Lenin definiva l’occupazione.
È vero che, dopo quel momento luminoso per i lavoratori, il capitalismo è stato in grado di ricomporre il dominio su nuove basi, come il toyotismo e l’automazione del lavoro in fabbrica, ma anche espellendo intere nidiate di giovani dal mercato del lavoro. Le nuove tecnologie messe al servizio dell’accumulazione del capitale hanno reso precario il lavoro e causato un calo dei salari, condizioni contro le quali milioni di persone si stanno ora ribellando.

Foto Pixabay

Penso che ci siano alcune cose da imparare da questo movimento. Innanzitutto dobbiamo ricordare, in linea con Silvia Federici e altri, che il lavoro salariato non è la via dell’emancipazione, come erroneamente abbiamo ritenuto per molto tempo, in particolare quelli di noi che provengono dal campo marxista. Possiamo contare su un numero sempre maggiore di realtà imprenditoriali che sono in grado di creare posti di lavoro al di fuori del mercato capitalista, con piccole iniziative sia nel campo della produzione che in quello dei servizi.

Centinaia di migliaia di persone svolgono lavori creati da collettivi autogestiti, dove controllano i loro tempi e i loro modi di fare, senza capisquadra o padroni, sulla base dell’aiuto reciproco, della collaborazione e dello spirito di comunità. Si dirà che sono pochi e marginali, se si guarda alla grande produzione capitalista, ma si dimentica che i movimenti anti-sistemici nascono sempre ai margini, mai al centro.

foto tratta da https://www.fao.org

In secondo luogo dobbiamo cogliere l’importanza strategica di questa forma di lavoro, quando è collettiva. Gli indigeni, molti contadini e molti abitanti delle periferie urbane, ad esempio, svolgono lavori non salariati con i quali riescono a vivere dignitosamente. C’è una qualche relazione tra la notevole capacità di resistenza, di lotta e di trasformazione dei popoli indigeni e il fatto che lavorano comunitariamente?
In Brasile, ad esempio, questi popoli rappresentano l’1 per cento della popolazione totale, ma sono il principale attore collettivo contro il cambiamento climatico e per la conservazione della vita, nonché un soggetto collettivo in grado di sfidare il sistema con una tale forza che le classi dominanti lo considerano un nemico da sconfiggere.

Ventisette milioni di persone sono vittime di sfruttamento selvaggio nelle maquiladoras. Foto tratta da La Marea

Il terzo insegnamento, in questa lista, riguarda la scala, come ci insegna Fernand Braudel. Il capitalismo è figlio della grande scala; ha potuto spalancare le ali solo con la conquista dell’America che ha spalancato le porte del mercato globale. Il capitalismo può essere arginato e tenuto a freno soltanto su piccola scala, quella della comunità, del villaggio.
La fabbrica, con migliaia di lavoratori, e la campagna, con migliaia di ettari di monocolture, devono essere gestite da specialisti, poiché le comunità non possono controllare la massa. Questi personaggi, una volta arrivati al potere statale, saranno i nuovi borghesi. In ogni caso, sono un ostacolo ai cambiamenti, come dimostrano le lotte del ventesimo secolo.

Questa è una svolta della storia. Di fronte alle nebbie che ci circondano nella tempesta, solo l’etica e una lettura accurata della storia e del presente possono illuminare il cammino dei popoli.

Fonte: “El rechazo al empleo, en el centro de la crisis”, in La Jornada, 05/11/2021.
Traduzione a cura di Camminardomandando.

 

domenica 14 novembre 2021

25 novembre. Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne

Associazione Presenza Donna
Centro Documentazione e Studi


25 novembre: una mostra e un momento di preghiera

 

In occasione della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne del 25 novembre 2021, l'associazione Presenza Donna propone un doppio appuntamento - nel segno dell'arte e della preghiera - per dare voce alla consapevolezza di questa piaga che tocca le vite di tante donne maltrattate e tanti uomini maltrattanti.


Giovedì 25 novembre, dalle 19.00 alle 19.30 presso la Chiesa di San Lorenzo a Vicenza, vivremo insieme un breve, intenso momento di preghiera per l'eliminazione della violenza contro le donne. Parola di Dio e parola di uomini e donne, canti e gesti per dire insieme "Mai più".


Domenica 21 novembre, invece, alle 17.00 presso la sede di Presenza Donna in contrà S. Francesco Vecchio 20 a Vicenza, sarà inaugurata "Un gioco che non sono io", mostra dell'illustratrice vicentina Alice Walczer Baldinazzo.
"Un gioco che non sono io" è il titolo di una silloge poetica contro la violenza di genere, scritta da Elisa Cordovani con le illustrazioni di Alice Walczer Baldinazzo. Una presa di posizione per ricordarci quanto siamo fragili, vittime o carnefici dei nostri chiaroscuri e di quelli degli altri. Un invito a comprendere di quale "gioco", psicologico e fisico, siamo succubi, e a tirarcene fuori. A dire no, scegliendo l'amore per se stessi e per gli altri.

All'inaugurazione della mostra interverranno le due autrici in un dialogo condotto da Carlo Trentin, e con l'accompagnamento musicale di Thomas Sturaro.

La mostra sarà visitabile dal 21 al 28 novembre, con i seguenti orari: tutti i giorni 10-12; il 23, 24 e 27 novembre: 10-12 e 17-19; il 28 novembre: 10-12 e 15-18.


Gli eventi sono ad ingresso libero ed è richiesto il Green pass. Per l'inaugurazione della mostra è obbligatoria la prenotazione scrivendo una mail a info@presdonna.it o un messaggio Whatsapp al 371 49993198.
L'iniziativa è realizzata da Presenza donna in collaborazione con Centro Culturale San Paolo, Voce dei Berici, Servizio diocesano di pastorale giovanile, e con il sostegno del progetto 8xMille della chiesa cattolica.



venerdì 12 novembre 2021

«I politici devono decidere, altrimenti clima fuori controllo»

dalla pagina https://ilmanifesto.it/i-politici-devono-decidere-altrimenti-clima-fuori-controllo/ 

Intervista a Ed Hawkins. Lo scienziato dell’Ipcc e autore delle «warming stripes», spiega perché il bivio a cui si trova oggi il pianeta è inaggirabile: «La scienza ormai è chiara. Finora la Terra si è scaldata di 1,1 gradi. Per provare a stare sotto l’1,5 bisogna dimezzare entro il 2030 le emissioni di CO2 e arrivare allo "zero netto" nel 2050. Troppe promesse alla Cop26 - avverte - Servono impegni concreti e puntuali in ogni paese, altrimenti supereremo la soglia di intervento»

La celebre visualizzazione in «warming stripes» del riscaldamento del pianeta 

C’è un grafico che mostra l’aumento della temperatura con i colori. Sono le «warming stripes», strisce verticali colorate e ordinate cronologicamente, che dal blu per la temperatura più fredda al rosso per quella più calda, rappresentano l’aumento della temperatura media globale dal 1850 a oggi. È forse il modo più immediato di comprendere il riscaldamento globale dell’ultimo secolo, ed è un’idea del climatologo inglese Ed Hawkins, autore dell’ultimo rapporto Ipcc. In questa intervista ci spiega lo stato del clima e gli ostacoli maggiori all’azione politica necessaria per evitare le conseguenze più devastanti della crisi climatica.

Professor Hawkins, può spiegare il legame tra gli eventi meteorologici estremi e il cambiamento climatico?

Dall’ultimo rapporto Ippc è chiaro che le attività umane – principalmente la combustione di combustibili fossili – finora hanno riscaldato il pianeta di circa 1,1 gradi. Una delle conseguenze di questo riscaldamento è che ha reso gli eventi estremi, come le ondate di calore e le forti piogge, più intensi e più frequenti. Quindi stiamo già sentendo gli effetti del riscaldamento del mondo sugli eventi meteorologici estremi.

Avrà sentito del medicane che ha colpito l’Italia meridionale. Considera i medicane e altri eventi meteo estremi una manifestazione fisica del cambiamento climatico?

Abbiamo sempre avuto fenomeni estremi. Ora però quando abbiamo un’ondata di calore è più calda di quanto sarebbe stata senza il cambiamento climatico, quando abbiamo forti precipitazioni, cade più pioggia. E così l’impatto e il rischio di inondazioni è maggiore quando un ciclone tropicale o un medicane colpisce la terraferma, perché il livello del mare è più alto. Quindi il cambiamento climatico sta aumentando gli impatti e gli effetti degli eventi meteorologici.

Può parlare del progetto «warming stripes» e del relativo hashtag #ShowYourStripes? Come è nato, cos’è e come ha cambiato la visualizzazione dei dati per il pubblico?

È iniziato circa tre anni fa, per un festival di letteratura a Hay, nel Regno Unito. Stavo cercando un modo per dimostrare gli effetti del mondo che si sta scaldando a un pubblico non abituato a vedere grafici scientifici. Così ho usato una serie di strisce colorate per rappresentare i cambiamenti di temperatura nella stessa città di Hay, usando una striscia all’anno e i colori che rappresentano la temperatura in quel particolare anno. Si possono vedere i colori cambiare da blu a rosso negli ultimi 130 anni circa.

Ho visto le persone capire immediatamente ciò che stavo condividendo e ho pensato che le strisce possono comunicare il riscaldamento nel modo più semplice e chiaro possibile anche a un pubblico ampio. Il progetto ShowYourStripes mostra le variazioni di temperatura per ogni stato e anche per le città. È importante capire che il riscaldamento globale non è un concetto astratto, ma ci sta influenzando tutti, qui e ora. 

LE «WARMING STRIPES» DELL’ITALIA


Si può notare facilmente il riscaldamento del nostro paese iniziato dagli anni’80 ed esploso in modo crescente dal 2000 a oggi (sulla destra delle immagini)

È d’accordo con chi dice che gli ostacoli alle soluzioni della crisi climatica non riguardano la scienza? Da decenni ormai ci sono certezze sulle cause e su alcuni effetti di questo fenomeno, e le proiezioni degli scienziati sono sempre più accurate.

Sì, lo sappiamo da molto tempo. Abbiamo osservato per la prima volta che il mondo si stava riscaldando e che questo era legato all’aumento osservato dell’anidride carbonica fin dal 1938.

L’Ipcc ha concluso nel 1995 che c’era un effetto percepibile dell’attività umana sulle temperature. E abbiamo capito che i gas serra riscaldavano il pianeta già negli anni 1850, 1860. Quindi non è una novità.

Come scienziati del clima non sappiamo tutto sul clima, ma ne sappiamo abbastanza per informare la politica delle conseguenze molto gravi se le temperature continuano a salire. I politici hanno tutte le informazioni necessarie per prendere decisioni.

Quindi quali pensa che siano i principali ostacoli all’azione climatica oggi?

Ci sono molti fattori. Non possiamo spegnere ogni centrale a carbone o a gas da un giorno all’altro. Ci vuole tempo. Ma ovviamente più velocemente lo facciamo, meno gravi saranno le conseguenze.

Non è semplice trovare un punto d’incontro, ogni nazione ha economie e priorità diverse. Poi ci sono interessi da parte di alcuni paesi e compagnie che sono molto dipendenti dai combustibili fossili e che non vogliono fare questa transizione. E hanno negato e prodotto disinformazione per decenni, rallentando ogni azione.

C’è un processo dall’alto da parte dei governi ma abbiamo anche bisogno di un processo dal basso per motivare i politici e i governi, e prendere le decisioni più velocemente.

Qui ShowYourStripes può entrare in gioco, può iniziare queste conversazioni a livello locale raggiungendo diversi tipi di pubblico e permettendo un modo molto semplice di comunicare.

Inondazioni a Sydney, in Australia, nel marzo 2021 – foto Ap

Recentemente lei ha scritto: «Siamo a un bivio». E lo ha dimostrato anche attraverso la visualizzazione dei dati con le strisce. Che cosa intende?

Dobbiamo fare delle scelte. Siccome siamo noi a causare i cambiamenti climatici, le nostre azioni possono fare la differenza in ciò che accadrà dopo. Quindi sì, siamo a un bivio. Possiamo scegliere di percorrere la strada della riduzione immediata e su larga scala delle nostre emissioni, arrivare più rapidamente allo «zero netto» e finire in un mondo in cui le conseguenze sono minori.

Oppure possiamo scegliere di fare alcuni piccoli cambiamenti che richiedono più tempo e finire in un mondo più caldo. Oppure possiamo girarci dall’altra parte e continuare a bruciare combustibili fossili.

Gli scienziati hanno fornito informazioni sulle conseguenze di tutte queste diverse scelte e le hanno presentate al pubblico e ai politici. Ora decidere quale strada prendere è una scelta collettiva.

Come sta andando la Cop? Cosa pensa dei risultati finora?

Penso che si stiano dando molte informazioni su promesse e impegni. Ma ciò di cui abbiamo bisogno sono politiche concrete e piani attuati in ogni paese per ridurre le emissioni. Le promesse sono già state fatte e non mantenute. Per esempio quelle sulla deforestazione. Poi le nazioni ricche hanno promesso di stanziare 100 miliardi di dollari in finanziamenti per il clima, e abbiamo tradito anche quella promessa.

C’è una mancanza di fiducia, credo, e abbiamo bisogno di ristabilire quella fiducia dimostrando che faremo ciò che diciamo. Più velocemente vedremo queste azioni implementate, più crescerà la fiducia e più diminuiranno le conseguenze climatiche negative.

Quali sarebbero, dal punto di vista scientifico, le cose principali su cui i governi devono accordarsi e agire il prima possibile?

La scienza è molto chiara. Se i politici vogliono limitare l’aumento della temperatura globale a meno di due gradi, o 1,5 gradi, allora dobbiamo più o meno dimezzare le emissioni entro il 2030 e raggiungere lo «zero netto» intorno al 2050.

Serve un’azione molto rapida nel prossimo decennio per iniziare a diminuire le emissioni, perché se continuiamo a emettere avremo superato i limiti del budget di carbonio. E andremmo oltre quelle soglie. Quindi dobbiamo iniziare subito e poi continuare in maniera costante.

Questo perché le emissioni sono cumulative. Può spiegare cosa significa?

Sì, le emissioni di anidride carbonica sono cumulative. Quello che pompiamo nell’atmosfera rimarrà lì per secoli. Altri gas serra sono un po’ diversi. Il metano, per esempio, ha una vita molto più breve. E così, riducendo le emissioni di metano, ne ridurremmo effettivamente la concentrazione nell’atmosfera.

Ma per l’anidride carbonica ogni quantità che aggiungiamo rimarrà «lassù». E così la concentrazione continuerà a salire fino al punto in cui non ne emetteremo più. Quindi, il riscaldamento dovuto alle nostre emissioni di anidride carbonica è permanente, a meno che non possiamo estrarla di nuovo dall’atmosfera.

Quindi il tempo è davvero molto importante.

Moltissimo. Ridurre le emissioni rapidamente chiude o rallenta «il rubinetto» dell’anidride carbonica nell’atmosfera.

Come si possono superare i problemi di comunicazione scientifica al pubblico?

Penso che sia utile il processo dell’Ipcc perché riunisce autori da tutto il mondo. Passiamo anni a setacciare le prove e a riunirci per scrivere conclusioni di consenso che vengono riviste da migliaia di altri scienziati in modo aperto. Lo ritengo un processo molto utile per costruire la fiducia.

Poi penso che parlare della storia della scienza aiuti. Ci sono famosi scienziati del passato, come Fourier, Foote, Tyndall, Arrhenius, Callendar e tanti altri che hanno lavorato su questi problemi ben prima di qualsiasi grande movimento ambientalista.

E infine c’è una scienza fondamentale di base, penso che siano tutti aspetti molto utili da sottolineare quando parliamo al pubblico.


martedì 9 novembre 2021

I dati sul clima non tornano

dalla pagina https://comune-info.net/i-dati-sul-clima-non-tornano/

Alberto Castagnola

C’è un problema importante che emerge dagli ultimi testi degli scienziati che sono al lavoro per l’Ipcc. Leggendo questi testi risulta che i dati utilizzati si fermano al gennaio di quest’anno, mentre durante gli ultimi mesi, e in particolare nel periodo estivo dell’emisfero settentrionale, sono esplosi fenomeni da tempo previsti e ora verificatisi in tutta la loro drammaticità. In primo luogo, lo scioglimento dei ghiacciai sta procedendo rapidamente e gli ultimi dati complessivi, relativi a 220 mila ghiacciai, indicano una perdita globale di 267 miliardi di tonnellate; sono però esclusi da queste rilevazioni la calotta antartica e la Groenlandia, dalle quali provengono invece segnali molto preoccupanti, come il distacco di grandi iceberg che navigano negli oceani negli ultimi due anni. Solo nell’anno in corso saranno più di trenta milioni, secondo l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni, gli sfollati interni e i migranti per cause climatiche
Foto Unspash

La lettura dei primi documenti di lavoro della Conferenza delle Parti numero 26 dell’IPCC evidenzia la massima concentrazione degli scienziati sulla difesa del limite massimo della temperatura media del Pianeta da non superare, 1,5 gradi C, mentre l’ultimo limite finora preso in considerazione, quello dei 2,0 gradi, viene descritto come causa di molti disastri ambientali.

E qui si pongono subito due questioni molto importanti. La prima riguarda il fatto che in realtà  stiamo già oggi raggiungendo gli 1,2 °C e non è in vista ancora nessuna misura di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra  e quindi la diffusione di documenti e studi assume i caratteri di un astratto confronto di posizioni molto lontano dalla realtà effettiva.

Il secondo aspetto è contenuto in un recente articolo di “Domani” (24 ottobre, pag.9) nel quale è ampiamente citato un documento ufficiale pervenuto a Greenpeace Inghilterra che contiene i 32.000 commenti o richieste  di Stati membri dell’Accordo di Parigi inviate all’IPCC con la richiesta di modifiche o attenuazioni su temi di loro specifico interesse, facenti parte dei documenti ufficiali finora approvati o dostribuiti.

Ad esempio, un consigliere dell’Arabia Saudita chede che venga eliminata una frase sull’urgenza di una mitigazione delle emissioni a ogni livello, oppure c’è l’intervento di un funzionario del governo australiano per cancellare il collegamento tra chiusura di  centrali a carbone e obiettivi dell’Accordo di Parigi.

Il numero e il carattere di queste richieste è ben lontano da un qualunque tipo di intervento realistico che i paesi dell’IPCC possano in modo unitario realizzare in tempi brevi, mentre il documento meriterebbe effettivamente uno studio approfondito come prova delle difficoltà che incontrano ancora oggi tutti i governi.

Ma c’è un  problema più importante,  che emerge dagli ultimi testi degli scienziati che vogliamo approfondire. Infatti leggendo questi testi risulta che i dati utilizzati si fermano al gennaio di quest’anno, mentre durante gli ultimi mesi e in particolare nel periodo estivo dell’emisfero settentrionale sono esplosi fenomeni da tempo previsti e ora verificatisi in tutta la loro drammaticità.

Ovviamente, è da sperare che gli scienziati abbiano in primo luogo fatto  pervenire  qualche aggiornamento alle delegazioni governative prima che partissero per Glasgow, altrimenti il dibattito di questi giorni non si svolgerà con il dovuto senso di urgenza e i risultati positivi – seppur ci saranno – rischiano di essere svuotati in partenza.

Cosa è successo al clima negli ultimi mesi, per citare almeno i meccanismi dannosi principali? In primo luogo, lo scioglimento dei ghiacciai sta procedendo rapidamente e gli ultimi dati complessivi, relativi a 220 mila ghiacciai e al periodo 2000-2020, indicano una perdita globale di 267 miliardi di tonnellate; sono però esclusi da queste rilevazioni la calotta antartica e la Groenlandia, dalle quali provengono invece segnali molto preoccupanti, come il distacco di grandi iceberg che navigano negli oceani negli ultimi due anni.

In un recente studio, pubblicato sulla rivista “The Cryosphere”, i ricercatori dello University College di Londra affermano inoltre che la banchisa costiera artica si sta sciogliendo ad un ritmo dal 70 al 100% più rapido rispetto alle stime attuali. Se ciò fosse confermato, molte delle previsioni finora formulate andrebbero riviste. Il riscaldamento globale continua ad aumentare anno dopo anno.

Il 2020 è stato l’anno più caldo per l’Europa, con temperature autunnali e invernali da record. A livello globale è stato uno dei tre anni più caldi mentre anche gli ultimi sei anni sono stati i più caldi mai registrati. Nell’insieme, il riscaldamento totale medio è stato di 1,20 gradi centigradi più elevato rispetto  agli anni 1850-1900. Quindi ci avviciniamo rapidamente a quel mitico livello massimo che si ritiene ormai il pianeta possa sopportare senza che si scatenino fenomeni incontrollabili.

Tra le cause, la concentrazione dei principali gas serra, anidride carbonica e metano, stanno toccando i livelli più alti registrati dal 2003, anno in cui sono iniziate le rilevazioni dei satelliti. In base ai dati dell’ultimo Rapporto 2020 sullo stato del clima in Europa, l’anno scorso il’inverno ha fatto registrare temperature di 3,4 gradi sopra la media stagionale. A marzo un vortice polare artico particolarmente forte aveva determinato una riduzione da record dell’ozono nell’emisfero settentrionale.

Ma i cambiamenti più rilevanti si sono verificati nel 2021, poichè una ondata precoce di calore, con temperature di undici gradi superiori alla media del periodo che si sono registrate nell’ovest degli Stati Uniti.

In Arizona e in Nevada le temperature hanno superato i 50 gradi. Le autorità della California hanno dichiarato lo stato di emergenza in 41 contee su 50 a causa della siccità per il secondo anno consecutivo. A metà giugno il caldo record ha colpito 50 milioni di persone, a Phoenix la temperatura ha superato i 47 gradi, mentre nella Valle della Morte ha superato i 53 gradi.

In Canada, nel mese di giugno, l’ondata di caldo ha colpito in particolare   le città di Seattle, Vancouver e Portland, che insieme contano nove milioni di abitanti, le temperature hanno raggiunto i 49,5 gradi, il livello più alto da quando sono iniziate le rilevazioni. La temperatura record di 49,6 gradi è stata raggiunta, sempre in Canada, nella cittadina di Lytton, che subito dopo è stata praticamente distrutta da un incendio.

Anche in Siberia, il paese del freddo nella nostra immaginazione, a Verchojanks, sono state registrate temperature superiori ai 47 gradi.  In India, l’ondata di caldo ha interessato decine di milioni di persone, superando i 40 gradi, mentre a New Delhi, con 43,1 gradi si sono registrate le temperature più alte dal 2012. Fenomeni analoghi, con un mese di giugno più caldo di sempre, sono stati segnalati nel Nord America, in Finlandia e in alcune zone della Svezia.

All’inizio del mese di luglio, la “cupola di calore” che ha investito in Canada un territorio che in genere era caratterizzato da un clima moderato e piovoso, ha registrato temperature record, incendi, fulmini e centinaia di vittime.

Nella Columbia Britannica in una settimana si sono registrate 719 vittime, cioè il triplo del normale, e 710mila fulmini, oltre a 136 incendi. La temperatura, che di solito si aggirava intorno ai 30 gradi, ha raggiunto il livello record di 49,6 gradi centigradi.

Ci si deve chiedere cosa stia succedendo, se un meteorologo si dichiara “interdetto” davanti ad un aumento di dieci gradi rispetto ai valori massimi raggiunti negli ultimi cento anni e di almeno venti gradi rispetto alle medie e alle rilevazioni meteorologiche. Una fonte di stampa azzarda una descrizione pura e sempice, senza osare indicare cause probabili o meccanismi complessi. Si parla quindi di un fronte d’aria calda, proveniente dal Pacifico, che ha viaggiato verso l’est e poi verso nord, è rimasta bloccata e la “cupola bollente” è stata anche alimentata dal calore proveniente dalle superfici.

Ma con ogni probabilità le dimensioni assolutamente inusuali e finora imprevedibili dipendono dal riscaldamento complessivo delle terre e dei mari, ancora non abbastanza studiati.

Fonti scientifiche,  qualche mese prima di questa estate rovente, hanno delineato un indebolimento della Corrente del Golfo, che avrebbe influito sul livello dei mari sulla costa est degli Stati Uniti, ma che sarebbe anche stata all’origine di uragani e piogge di portata finora sconosciuta nei paesi europei. Proprio ciò che è accaduto in Germania a metà luglio 2021, quando un uragano imprevisto e improvviso ha colpito la Renania-Palatinato e il Nord Reno-Westfalia, e ha causato oltre 160 morti e mille dispersi,  e con  le piogge pesanti che hanno devastato la Sicilia.

La stessa isola è stata colpita colpita successivamente dalla perturbazione Apollo e poi da un ciclone che si è abbattuto a più di 100 chilometri all’ora su Catania e Siracusa il 28 agosto, potrebbero essere la conseguenza di questi fenomeni di portata globale.

Non casualmente, quest’ultimo evento è stato classificato come “Medicane”, un ciclone con caratteristiche di uragano tropicale ma con estensione ed energia minore, e una struttura interna in parte diversa.

È stato sottolineato che finora eventi di questa natura avevano colpito l’Italia solo molto raramente, ma poichè la temperatura del mare è aumentata nelle zone di sviluppo iniziale degli uragani , saranno più probabili i contrasti con masse di aria fredda e con conseguente formazione di medicane (il nome deriva da una combinazione tra Mediterraneo e hurricane), cioè tra il nostro bacino marino e gli uragani dei tropici.

Questi elementi sono tratti da una intervista a Massimiliano Fazzini, esperto della Società italiana di geologia ambientale, apparsa sul Corriere della Sera del 30 ottobre 2021, a pag. 27. Evidentemente l’immagine di una Sicilia a clima ormai africano è molto più complessa di quanto potessimo immaginare.

Negli stessi giorni, l’uragano Ida con venti a 240 chilometri orari, ha colpito le coste della Louisiana, causando pesanti danni a New Orleans e vittime fino a NewYork.

E’ forse troppo presto per trarre delle indicazioni complessive sul significato a medio termine di questi fenomeni, così nuovi e dalle cause non ancora ben precisate. Tuttavia in sede COP 26 non si dovrebbe trascurare il fatto che i giorni in cui le temperature superano i 50 gradi nel corso di un anno sono raddoppiati dagli anni ’80 e soprattutto che le emissioni dannose per l’ambiente aumenteranno come minimo del 16% e  che ciò comporterebbe un aumento minimo della temperatura globale del pianeta fino a 2,7 gradi centigradi entro la fine del secolo, almeno in base alle politiche finora seguite dai paese maggiori inquinatori.

Infine, non possiamo trascurare i fenomeni di freddo estremo che si stanno verificando nel periodo più recente. Nella fase attuale, la crisi climatica potrebbe portare ad ondate di freddo estremo in alcune aree dell’emisfero settentrionale. Dei ricercatori hanno analizzato il vortice di correnti che circola sopra il Polo Nord, isolando e intrappolando al suo interno l’aria più fredda. Oggi però, a causa del progredire della crisi climatica, il vortice polare si sta indebolendo e contribuiscono a questo fenomeno la perdita di ghiaccio marino e l’aumento delle nevicate nelle parti meridionali del circolo polare artico. Di conseguenza l’aria gelida dell’Artico a intervalli è libera di spostarsi verso latitudini inferiori.

Episodi di freddo estremo sono stati registrati tra gennaio e febbraio scorsi in Asia, Europa e in Nordamerica. In particolare, il Texas è sta investito da una ondata di freddo eccezionale, che è durata a lungo ed è stata accompagnata da abbondanti nevicate. Gli oleodotti si sono ghiacciati, la rete elettrica è andata in panne, con danni che hanno sfiorato i 200 miliardi di dollari.

Il presente articolo aveva solo lo scopo di mettere in evidenza fenomeni meteorologici e climatici che sembrano a un occho profano essere peggiorati o aver addirittura cambiato modello di comportamento, durata e intensità.

Dalle reazioni degli scienziati non sembra che si possa trattare di eventi eccezionali, destinati a non ripetersi nel tempo; anzi molte sono le sottolineature in direzione di una serie di fenomeni destinati a peggiorare ulteriormente e a moltiplicarsi in tempi ravvicinati.

Sarà quindi opportuno, mentre si stanno svolgendo i lavori della COP 26, verificare che questi eventi più recenti non vengano trascurati o dimenticati, mentre invece dovrebbero indurre gli Stati ad assumere responsabilità precise da attuare in tempi molto stretti.

Anche i movimenti ambientalisti, sempre più motivati e incisivi, dovranno esigere scelte e comportamenti governativi coerenti con i tempi sempre più ristretti della crisi climatica, da sorvegliare senza sosta dopo la chiusura dei lavori dell’Assemblea. 

Inoltre non possiamo dimenticare che solo nell’anno in corso saranno più di trenta milioni, secondo l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni, gli sfollati interni e i migranti per cause climatiche.


venerdì 5 novembre 2021

primolunedìdelmese: Tendenze e mutamenti nella società italiana alle prese con la pandemia

dalla pagina https://ans21.org/semina-e-raccolto/primolunedidelmese

 
lunedì 8 novembre 2021, ore 20:30

diretta > Facebook  e > YouTube  

Tendenze e mutamenti nella società italiana alle prese con la pandemia
 
Ne parliamo con

Ilvo Diamanti
sociologo, politologo e saggista

In studio:
Paola Baglioni, operatrice sociale; Giovanna Coin, volontaria; Aldo Garzia, giornalista; Raffaele Consiglio, CISL; Milena Nebbia, insegnante; Giampaolo Zanni, CGIL; Marco Cantarelli, moderatore

Il pldm è promosso, a Vicenza, anche da:
ANPI, CGIL, CISL, GIT Banca Etica; Progetto Sulla Soglia (Rete Famiglie Aperte, Cooperativa Sociale Tangram, Cooperativa Sociale Insieme)

info: primolunedidelmese@ans21.org

Per scaricare (e diffondere) la locandina dell'incontro, clicca qui


giovedì 4 novembre 2021

Basta strumentalizzare il «milite ignoto»

dalla pagina https://ilmanifesto.it/basta-strumentalizzare-il-milite-ignoto/

Sergio Mattarella e altre autorità sulla Tomba del Milite Ignoto il 4 novembre 2020 


, consigliere nazionale di Pax Christi e redattore di «Mosaico di pace»

Non strumentalizziamo il «milite ignoto» in questo 4 novembre per giustificare la guerra, ripudiata dalla Costituzione. Le «celebrazioni» piene di retorica di questi giorni purtroppo ne sono la conferma. E coinvolgeranno anche le scuole.

«L’Italia aggredì l’Austria con cui questa volta era alleata. (…) Avete detto ai vostri ragazzi che quella guerra si poteva evitare? Che Giolitti aveva la certezza di poter ottenere gratis quello che poi fu ottenuto con 600.000 morti ? Che la stragrande maggioranza della Camera era con lui (450 su 508)? Era dunque la Patria che chiamava alle armi? E se anche chiamava, non chiamava forse a una “inutile strage”? (l’espressione non è d’un vile obiettore di coscienza ma d’un papa)». Sono parole di un mio confratello, don Lorenzo Milani, priore di Barbiana: L’obbedienza non è più una virtù, 1965.

Il 4 novembre ricordiamo invece che l’opposizione popolare alla guerra fu molto ampia, anche nell’esercito. Su 5 milioni e 500 mila mobilitati per la prima Guerra Mondiale, 870.000 furono denunciati per insubordinazione. Oltre il 15%. Cadorna aveva ordinato rappresaglie e fucilazioni immediate. Ma in Italia quante via o piazze ancora oggi sono dedicate proprio a Luigi Cadorna! A quando la cancellazione di queste vergognose intitolazioni?

Il 4 novembre non si «celebra» una vittoria ma la fine di una carneficina.
Non si può far retorica usando chi è stato mandato in trincea come carne da macello.

Nelle trincee non c’erano eroi, ma uomini terrorizzati: chi non balzava fuori dalla trincea al grido di «Avanti Savoia», veniva fucilato anche sul posto. E non erano «ignoti» ognuno aveva un nome, una casa, affetti, progetti…

Il 4 novembre: chiamiamo le guerre con il loro nome: crimine, strage. E chiamiamo con il nome giusto i responsabili: criminali e stragisti. Non si può cambiare le carte in tavola parlando di missioni di pace, di guerre umanitarie, di bombe intelligenti… Non si può studiare nuove armi «autonome» o Killer robot. Non si può unire la parola intelligenza con la parola bomba. Sono incompatibili. Sarebbe come dire uno «stupro bello».

Il 4 novembre dovrebbe essere l’occasione per il Ministro della Difesa per interrogarsi sulla violazione dell’art. 11 della Costituzione con i grandi progetti folli e costosi come quello degli F- 35, che di Difesa non hanno nulla. O la scelta di investire milioni di euro per armare i droni e renderli adatti a uccidere a migliaia di chilometri di distanza. E poi arriveranno anche i Cruise.

È cinico e immorale ricordare i 650.000 morti della prima guerra mondiale, investendo miliardi per fare la guerra oggi. Ursula Von del Leyen, ha addirittura parlato di un azzeramento dell’Iva sulle armi. Un grande favore alla potente lobby delle armi. E Draghi a fine settembre ha detto «bisognerà spendere molto di più nella difesa di quanto fatto finora…».
Un insulto a tutte le vittime di tutte le guerre.

Il 4 novembre dovrebbe essere l’occasione per tutti i preti, chiamati a guidare preghiere, commemorazioni e benedizioni, per non assecondare e benedire la guerra, rendendola giusta e a volte anche santa. Un’occasione per dare voce non solo al Vangelo ma anche a tutto il magistero della chiesa che ha sempre condannato la guerra da Benedetto XV, 1 agosto 1917 «inutile strage», a Paolo VI all’Onu, 4 ottobre 1965 «Mai più la guerra», a Giovanni Paolo II «la guerra è avventura senza ritorno», fino agli innumerevoli interventi di papa Francesco, che ha ripetuto ancora lo scorso 2 novembre: «Fermatevi, fabbricatori di armi, fermatevi!». E invece assistiamo ancora, non solo da parte dei Cappellani militari, presenza imbarazzante e discutibile all’interno del sistema militare, ma anche in tante situazioni «normali», preghiere e benedizioni che avallano una cultura militare e di guerra, magari pregando perché Dio «renda forti le nostre armi…».

Il 4 novembre: ma perché suonare o cantare «La leggenda del Piave», composta nel 1918 per ridare morale alle truppe e incitare alla battaglia, per far dimenticare le atrocità e i tanti morti della guerra.

Il 4 novembre dovrebbe essere l’occasione per ricordare che il nome del «milite ignoto» è …ignoto. Ma i nomi dei responsabili della strage sono noti. I nomi di ieri e i nomi di oggi.


martedì 2 novembre 2021

4 Novembre 2021: non festa ma lutto. Ogni vittima ha il volto di Abele

dalla pagina https://www.azionenonviolenta.it/4-novembre-2021-non-festa-ma-lutto-ogni-vittima-ha-il-volto-di-abele/

La data del 4 novembre viene celebrata con continuità dal fascismo fino ad oggi, per richiamare l’unità dell’Italia sotto il segno della guerra e dell’esercito.

“Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate” nell’anniversario della fine di un tragico conflitto che costò al nostro paese un milione e duecentomila morti (600.000 civili e 600.000 militari): per la prima volta nella storia a morire a causa della guerra non furono solo i militari al fronte, ma in pari numero i civili vittime di bombardamenti o di stenti, malattie, epidemie causate dalla guerra stessa.
Vogliamo ricordare e onorare quei morti rinnovando l’impegno contro ogni guerra e la sua preparazione, dunque contro le guerre di oggi, contro le armi costruite per le guerre di domani. Solo opponendosi a tutte le guerre si onora la memoria delle persone che dalle guerre sono state uccise.
Meno armi più salute, ridurre drasticamente le spese militari e devolvere i fondi a sanità, assistenza, ricerca e servizi pubblici.
Per questo chiediamo una drastica riduzione delle spese militari che gravano sul bilancio dello stato italiano.
Per questo sosteniamo la richiesta che l’Italia sottoscriva e ratifichi il Trattato Onu per la messa al bando delle armi nucleari.
Per questo sosteniamo la Campagna “Un’altra difesa è possibile“, che prevede l’istituzione di un Dipartimento per la difesa civile, non armata e nonviolenta.
Pace, disarmo, smilitarizzazione. Tutela della salute di tutte e tutti.
Proponiamo che il 4 novembre (nel rispetto delle norme per il contenimento della pandemia) si svolgano commemorazioni nonviolente delle vittime di tutte le guerre,  commemorazioni che siano anche solenne impegno contro tutte le guerre e le violenze.
Queste iniziative di commemorazione e di impegno morale e civile devono essere rigorosamente nonviolente.
Occorre quindi che si svolgano in orari distanti e assolutamente distinti dalle ipocrite celebrazioni dei poteri armati, quei poteri che quelle vittime fecero morire.
Ed occorre che si svolgano nel modo più austero, severo, solenne: depositando omaggi floreali dinanzi alle lapidi ed ai sacelli delle vittime delle guerre, ed osservando in quel frangente un rigoroso silenzio.
Ovviamente prima e dopo è possibile ed opportuno effettuare letture e proporre meditazioni adeguate, argomentando ampiamente e rigorosamente perché le persone amiche della nonviolenza rendono omaggio alle vittime della guerra e perché convocano ogni persona di retto sentire e di volontà buona all’impegno contro tutte le guerre, e come questo impegno morale e civile possa concretamente limpidamente darsi.
A tutte le persone amiche della nonviolenza chiediamo di diffondere questa proposta e contribuire a questa iniziativa.
Contro tutte le guerre, contro tutte le uccisioni, contro tutte le persecuzioni.
Per la vita, la dignità e i diritti di tutti gli esseri umani.
Ogni vittima ha il volto di Abele.
Solo la nonviolenza può salvare l’umanità.
Solo la pace salva le vite. Salvare le vite è il primo dovere.
 

Movimento Nonviolento
per contatti: via Spagna 8, 37123 Verona, tel. e fax: 0458009803, e-mail: an@nonviolenti.org, siti: www.nonviolenti.org e www.azionenonviolenta.it
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Centro di ricerca per la pace e i diritti umani di Viterbo
per contatti: e-mail: centropacevt@gmail.com, web: mailing list nonviolenza@peacelink.it