lunedì 15 novembre 2021

Il rifiuto del lavoro, in piena crisi

dalla pagina https://comune-info.net/il-rifiuto-del-lavoro-in-piena-crisi/

Raúl Zibechi

In agosto il Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti ha pubblicato un dato statistico che attira l’attenzione: solo in quel mese, 4,3 milioni di lavoratori, che rappresentano quasi il 4% della forza lavoro statunitense, hanno lasciato il loro impiego. Non si tratta di lavoratori licenziati dai datori di lavoro, ma di lavoratori che hanno abbandonato volontariamente il lavoro.
Negli Stati Uniti, da aprile, circa 20 milioni di lavoratori hanno lasciato il lavoro, e si è registrato un numero record di pensionamenti, la cui cifra è raddoppiata rispetto al 2019. In 38 paesi OCSE ci sono 20 milioni di lavoratori attivi in meno rispetto a prima della pandemia; 14 milioni hanno abbandonato il mercato del lavoro, non lavorano e non cercano un impiego. Rispetto al 2019, ci sono 3 milioni di giovani in più tra coloro che non lavorano e non studiano.

Negli Stati Uniti la chiamano già “The great resignation”: tra luglio e agosto otto milioni di persone hanno abbandonato il posto di lavoro, almeno un quarto di loro non aveva alternative occupazionali. Anche in Germania e nel Regno Unito ci sono cifre da record.

La costruzione di alloggi è scesa al minimo non solo a causa dell’aumento dei prezzi dei materiali e dei ritardi nella consegna, ma anche per la mancanza di manodopera. Nel Regno Unito ci sono quasi un milione di posti di lavoro vacanti. Secondo il Financial Times, in Europa c’è bisogno di 400.000 camionisti per regolarizzare il trasporto merci.
Il premio Nobel per l’economia Paul Krugman pensa che durante la pandemia i lavoratori abbiano imparato molte cose. Lo scompiglio creato dalla pandemia è stato un’esperienza in cui molti si sono resi conto, durante i mesi di inattività forzata, di quanto odiassero il lavoro che svolgevano. 
È dai tempi delle grandi lotte del movimento operaio e sindacale degli anni Sessanta che non si assisteva più a un abbandono così massiccio dei posti di lavoro. Ora si tratta di un movimento di base, senza qualcuno che lo diriga, ma potente nel senso che molti lavoratori rifiutano la schiavitù salariata, come Lenin definiva l’occupazione.
È vero che, dopo quel momento luminoso per i lavoratori, il capitalismo è stato in grado di ricomporre il dominio su nuove basi, come il toyotismo e l’automazione del lavoro in fabbrica, ma anche espellendo intere nidiate di giovani dal mercato del lavoro. Le nuove tecnologie messe al servizio dell’accumulazione del capitale hanno reso precario il lavoro e causato un calo dei salari, condizioni contro le quali milioni di persone si stanno ora ribellando.

Foto Pixabay

Penso che ci siano alcune cose da imparare da questo movimento. Innanzitutto dobbiamo ricordare, in linea con Silvia Federici e altri, che il lavoro salariato non è la via dell’emancipazione, come erroneamente abbiamo ritenuto per molto tempo, in particolare quelli di noi che provengono dal campo marxista. Possiamo contare su un numero sempre maggiore di realtà imprenditoriali che sono in grado di creare posti di lavoro al di fuori del mercato capitalista, con piccole iniziative sia nel campo della produzione che in quello dei servizi.

Centinaia di migliaia di persone svolgono lavori creati da collettivi autogestiti, dove controllano i loro tempi e i loro modi di fare, senza capisquadra o padroni, sulla base dell’aiuto reciproco, della collaborazione e dello spirito di comunità. Si dirà che sono pochi e marginali, se si guarda alla grande produzione capitalista, ma si dimentica che i movimenti anti-sistemici nascono sempre ai margini, mai al centro.

foto tratta da https://www.fao.org

In secondo luogo dobbiamo cogliere l’importanza strategica di questa forma di lavoro, quando è collettiva. Gli indigeni, molti contadini e molti abitanti delle periferie urbane, ad esempio, svolgono lavori non salariati con i quali riescono a vivere dignitosamente. C’è una qualche relazione tra la notevole capacità di resistenza, di lotta e di trasformazione dei popoli indigeni e il fatto che lavorano comunitariamente?
In Brasile, ad esempio, questi popoli rappresentano l’1 per cento della popolazione totale, ma sono il principale attore collettivo contro il cambiamento climatico e per la conservazione della vita, nonché un soggetto collettivo in grado di sfidare il sistema con una tale forza che le classi dominanti lo considerano un nemico da sconfiggere.

Ventisette milioni di persone sono vittime di sfruttamento selvaggio nelle maquiladoras. Foto tratta da La Marea

Il terzo insegnamento, in questa lista, riguarda la scala, come ci insegna Fernand Braudel. Il capitalismo è figlio della grande scala; ha potuto spalancare le ali solo con la conquista dell’America che ha spalancato le porte del mercato globale. Il capitalismo può essere arginato e tenuto a freno soltanto su piccola scala, quella della comunità, del villaggio.
La fabbrica, con migliaia di lavoratori, e la campagna, con migliaia di ettari di monocolture, devono essere gestite da specialisti, poiché le comunità non possono controllare la massa. Questi personaggi, una volta arrivati al potere statale, saranno i nuovi borghesi. In ogni caso, sono un ostacolo ai cambiamenti, come dimostrano le lotte del ventesimo secolo.

Questa è una svolta della storia. Di fronte alle nebbie che ci circondano nella tempesta, solo l’etica e una lettura accurata della storia e del presente possono illuminare il cammino dei popoli.

Fonte: “El rechazo al empleo, en el centro de la crisis”, in La Jornada, 05/11/2021.
Traduzione a cura di Camminardomandando.