mercoledì 21 ottobre 2020

"Non facciamo allarmismi, tanto di Covid muoiono solo i vecchi e gli ammalati"

dalla pagina https://www.pressenza.com/it/2020/10/non-facciamo-allarmismi-tanto-di-covid-muoiono-solo-i-vecchi-e-gli-ammalati/

Gerardo Femina


C’è una frase che ormai sentiamo ripetere da molti mesi: di Covid muoiono i vecchi e le persone già ammalate. Lo sentiamo in televisione, lo leggiamo in internet e sui giornali, lo ascoltiamo nelle chiacchiere tra amici. Sicuramente è una frase tranquillizzante che ci fa sentire meglio. E’ un pensiero che allontana il pericolo perché se muoiono solo i vecchi allora rientriamo nella normalità delle cose della vita e la situazione che stiamo vivendo non è più cosi grave. Ovviamente questa frase non tranquillizza una persona di 80 anni o un malato di cancro. Sono cose dette e pensate da chi è più o meno giovane e in salute. Ma proviamo a riflettere su questa frase.

Si pensa agli anziani come persone che non possono fare più tante cose nella vita e quindi la loro morte non è un fatto molto grave. In questa visione il fare è equivalente al produrre, come se avere relazione con i propri cari, leggere un libro, raccontare i propri ricordi ed esprimere la propria opinione, scherzare e ridere con i propri nipoti non fosse “fare”. Il “fare” è considerato veramente tale solo se produce, solo se è inserito nel circuito economico produttivo. Il valore e l’essere della persona sono pensati a partire dalla produzione economica e alla sua utilità e apporto all’economia globale. Non dovremmo meravigliarci se qualcuno si spingesse oltre e dicesse che gli anziani e anche i malati non solo non producono, ma che addirittura costano, che sono una spesa per l’economia nazionale!

Muoiono solo i vecchi e gli ammalati! Dietro questa frase apparentemente logica e dettata dal buon senso osserviamo anche una visione della società che ci fa ricordare ideologie tipiche dei totalitarismi: solo le persone sane, forti, “virili” sopravvivono, mentre i deboli e gli indifesi soccombono di fronte alle avversità. In altre parole si tratta della visione darwiniana della legge della sopravvivenza del più forte applicata alla società umana. In questa visione non c’è spazio per la solidarietà, l’empatia, l’amore… cose tipiche delle persone deboli. Il fatto che qualcuno abbia presentato questa emergenza sanitaria come una guerra, una guerra contro il Covid, nasconde l’intenzione non di salvare la gente, ma di salvaguardare lo status quo ed il potere del danaro a tutti i costi. “Preparatevi a morire”, tuonano i leader politici!

Muoiono solo i vecchi e gli ammalati! Un altro aspetto che si osserva è negare il divenire. Io, oggi giovane, non mi rendo conto che un domani sarò vecchio e forse malato ed allora questa affermazione sarà valida anche per me. Anch’io rientrerò nella categoria delle persone sacrificabili sull’altare del mercato e della produzione. Inoltre il futuro potrebbe essere anche peggiore. L’evoluzione di questo modo di pensare potrebbe portare a dire che i vecchi, superata l’età produttiva, dovrebbero essere “ritirati” perché un peso per la società.

Ma cerchiamo di indagare più in profondità nelle cose nascoste in questa frase. La vita umana viene vista come una cosa tra le cose, come una merce che quando si guasta perde il suo valore. L’essere umano viene visto “da fuori”, con uno sguardo oggettivizzante e statistico. Ma quella persona anziana che si è ammalata di Covid ha un’esperienza interiore che questo modo di pensare e sentire non può cogliere. Lui non dice a se stesso: “Tranquillo, sono solo quell’1% dei contagiati  che rischia di morire”! Probabilmente soffre per l’angoscia dettata dalla situazione, per il ricovero in ospedale senza il conforto dei suoi cari, per il dolore provocato dalla malattia. Morire non è mai facile e nessuno vorrebbe farlo in quella situazione. In quel momento di solitudine, di riflessione, di incertezza su ciò che verrà dopo, ognuno vorrebbe essere accompagnato da un’atmosfera amabile e serena.

A questa mentalità che si esprime nella frase “muoiono solo i vecchi e gli ammalati” sfugge la cosa più importante e essenziale, la vita umana stessa. Vita umana che non può essere colta da questo sguardo statistico e atemporale, dove le cose e le persone sono viste a partire dalla loro convenienza al mercato globale e i numeri sono sempre freddamente uguali a se stessi. La vita umana può essere solo colta “da dentro”, dall’esperienza reale che ognuno ha di sé, esperienza che coglie se stesso non come oggetto. Ogni essere umano è un miracolo irripetibile, un intero universo, ricco di ricordi, di emozioni e sensazioni, di aspirazioni e ricerca, di speranza e ribellione. E il valore di ogni essere umano non è dettato dal tempo che ha a disposizione, tempo pensato come una cosa, quasi come se si fosse in una fabbrica dove in ogni ora bisogna produrre un certo numero di oggetti. Per l’esperienza interna un minuto può essere lungo come un anno e si può sentire interi anni come se fossero trascorsi in un secondo. Per l’esperienza interna il futuro è un’aspettativa che non dipende dall’età biologica, ma dal modo in cui si immagina e rappresenta il tempo avvenire.

La frase “muoiono solo i vecchi e gli ammalati” esprime la profonda crisi che vive l’umanità, che vive ognuno di noi. Non la crisi dello spread o del prodotto interno lordo, ma la profonda crisi dettata dalla lontananza da se stessi e dalla vita stessa.

Una crisi che non si risolve con una legge in Parlamento o una riforma economica, ma solo con una profonda trasformazione del modo di essere, pensare e sentire la vita, se stessi e gli altri. Una crisi che si risolve solo con una rivoluzione globale che comincia ora in ognuno di noi e che non potrà che essere sia spirituale che materiale. Un Nuovo Umanesimo che ridarà all’essere umano la centralità e la dignità che gli spettano.

Gerardo Femina
Campagna #SaluteDirittoUniversale

Informazioni sull'Autore


Già presidente della Comunità per lo sviluppo umano in Italia, è impegnato in attività sociali, politiche e culturali. Da 20 anni vive a Praga, dove è stato tra i promotori della campagna "Europe for Peace" e della protesta contro il cosiddetto Scudo stellare, che gli Stati Uniti volevano installare in Repubblica Ceca. Scrive su politica e società. Negli ultimi anni si è dedicato alla costruzione del Parco di studio e riflessione in Repubblica Ceca.

domenica 18 ottobre 2020

21 ottobre ore 20.45 - Apre a Vicenza la Settimana del Disarmo

dalla pagina https://www.cronacadelveneto.com/apre-a-vicenza-la-settimana-del-disarmo/

Dal 24 al 30 ottobre si celebra in tutto il mondo la Settimana internazionale per il Disarmo, indetta nel 1978 delle Nazioni Unite per promuovere la riduzione di eserciti ed armamenti nel mondo.

La Comunità Papa Giovanni XXIII propone a Vicenza, in viale Ferrarin (entrata base Del Din), un momento di riflessione e preghiera per la pace. L’appuntamento è fissato alle ore 20.45 del 21 ottobre.

In particolare gli interventi verteranno sui temi del rilancio del Servizio Civile Universale, della riconversione dell’industria bellica, dell’istituzione di un Ministero della la Pace.

Spiegano gli organizzatori: «In particolare per quanto riguarda il servizio civile, questo soffre di coperture economiche che sono appena sufficienti».

Porterà la propria testimonianza la giovane vicentina Silvia de Munari, volontaria del corpo di pace Operazione Colomba, che da 6 anni vive in Colombia. Dopo l’esperienza del servizio civile all’estero vissuta in Cile, Silvia è impegnata con azioni nonviolente nella protezione degli abitanti della Comunità di Pace di San José de Apartadó, spesso vittime delle incursioni di guerriglieri armati.

Sono invitate le realtà cittadine impegnate nella promozione della pace e dei diritti umani, i cittadini, le istituzioni.



sabato 17 ottobre 2020

Top 200. Le 200 regine del profitto

dalla pagina https://comune-info.net/multinazionali-della-disuguaglianza/

Francesco Gesualdi


Le multinazionali, chi sono e quante sono. Una lente di ingrandimento sulle duecento che guidano la classifica dell’avidità nel mondo. Tutto quel che c’è da sapere sui capitalisti del XXI secolo e le paghe dell’1 per cento dei principi dello stipendio negli Stati Uniti. E poi i profitti non tassati, le banche che odiano le foreste e i vincitori e i perdenti nel tempo del coronavirus. È finalmente pronta la decima edizione di Top 200, il prezioso dossier 2020 del Centro Nuovo Modello di sviluppo. La trovate cliccando qui e ovviamente nel sito del CNMS – ma attraverso le sezioni “I nostri dossier” e “Imprese e consumo critico” – si possono anche consultare i dossier precedenti per temi essenziali come: disuguaglianze, fondi sovrani, trattati sugli investimenti, gli investimenti fantasma nei paradisi fiscali, il supporto fornito dal sistema bancario alle imprese che continuano a remare contro il clima e che producono armi. Qui, intanto, la presentazione di Francesco Gesualdi che da oltre dieci anni dedica tutto il tempo, la fatica e la passione necessari alla raccolta di questa essenziale informazione indipendente

Photo by Joshua Ness on Unsplash

In un mondo dove c’è una vera e propria ossessione per la rilevazione dei dati, c’è invece un ambito dove i dati scarseggiano. E’ quello delle multinazionali che finisce per essere addirittura avvolto in un’aurea di mistero.

Perfino sulla loro definizione non c’è accordo preciso, il che spiega perché esistano stime le più varie perfino sul loro numero.

In questo contesto, assume particolare importanza  lo sforzo del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di monitorare le prime 200 multinazionali, corredandole di una serie di articoli di approfondimento che ogni anno  danno luogo a un dossier intitolato Top 200.

Ed essendo un’attività che si protrae ormai da una diecina di anni, sono possibili anche confronti che permettono di seguire l’evoluzione delle top 200.

Potete vedere l’immagine ingrandita qui

Tendenzialmente si nota una loro crescita su tutti i fronti, ma fatturati e profitti crescono più di quanto non crescano gli occupati.

Più precisamente, fra il 2005 e il 2019 il loro fatturato complessivo è aumentato del 69% e i profitti del 62%, mentre l’occupazione solo del 35%.

Un dato che conferma un assetto produttivo in rapida trasformazione. Infatti mentre un tempo le imprese tendevano ad integrarsi vertical­mente, in modo da controllare tutte le fasi della pro­duzione, oggi preferiscono appaltare il più possibile all’esterno, possibilmente in paesi a bassi salari, per ridurre i loro costi di produzione.

Un altro dato di rilievo è come stia  cambiando la nazionalità delle Top 200. La novità principale è rappresentata dall’avanzata della Cina che da  19 multinazionali nel 2009, è passata a 50 nel 2019, e non a detrimento degli Stati Uniti, che anzi avanzano anch’esse passando da 59 a 60, ma degli stati europei.


Di particolare interesse anche la composizione delle principali economie mondiali mettendo insieme multinazionali e stati, le prime per il loro fatturato e le seconde per il loro Pil.

Il risultato è che fra i primi cento posti siedono 42 multinazio­nali, precisando che la prima compare al 25° posto, prima del Venezuela. La situazione cambia radicalmente se anziché in base al Prodotto Interno Lordo, gli stati sono elencati in base agli introiti governativi.

Rappre­sentazione più reale perché basata su criteri più omogenei. Osservando questi dati, fra i primi cen­to posti siedono ben 69 multinazionali, con la pri­ma multinazionale che compare al 13° posto, prima dell’Australia.

Il dossier, che abitualmente esce ad ottobre, è formato da due parti. La prima dedicata a considerazioni e classifiche sulle Top 200, la seconda ad approfondimenti su temi connessi al mondo produttivo  ed altre tematiche di particolare importanza per il tempo che stiamo vivendo.

Il numero di quest’anno, consultabile al link, offre approfondimenti sugli assetti proprietari delle imprese quotate in borsa, sulle imprese della carne, sui profitti non tassati, sugli effetti del lockdown sul mondo del lavoro e i diversi settori produttivi, sul crescente divario fra gli stipendi degli alti dirigenti e gli altri lavoratori.

Dal 1978 al 2019, la paga dei di­rigenti delle grandi imprese americane è cresciuta del 1167%. Per contro nello stesso periodo la paga di un lavoratore medio è cresciuta solo del 13,7%. 

Nel 2019 il rapporto fra la paga di un grande dirigente e quella di un lavoratore medio è stato 320 a 1. Nel 1965 il rapporto era 21 a 1. Poi ci si sorprende per la crescita delle disuguaglianze.


venerdì 16 ottobre 2020

«Proteggere la biosfera è la priorità»

dalla pagina https://ilmanifesto.it/proteggere-la-biosfera-e-la-priorita/

Intervista. Giacomo Grassi, vincitore del premio «Bologna Award 2020» per aver elaborato politiche per la mitigazione del clima: «Servono cambiamenti profondi anche nel sistema di produzione alimentare»

Proteggiamo il territorio se vogliamo salvarci dal caos climatico. Lo spiega il Rapporto speciale su cambiamenti climatici e territorio dell’Ipcc (Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici). Giacomo Grassi, senior scientist al Centro Comune di Ricerca della Commissione Europea a Ispra (Va) è fra gli autori di questo e altri approfondimenti e vincitore del «Bologna Award 2020», Premio per la sostenibilità agroalimentare.

Secondo l’Ipcc, il sistema alimentare globale, dalla produzione agrozootenica al consumo contribuisce per il 25-30% alle emissioni antropogeniche globali di gas serra. Ma grazie ai flussi di gas serra in entrata, gli ecosistemi terresti sono un fattore di protezione del sistema climatico.

La biosfera terrestre – particolarmente grazie alle foreste – assorbe ogni anno quasi il 30% delle emissioni antropogeniche di anidride carbonica attraverso la fotosintesi, per poi conservarla negli alberi e nel suolo. Proteggere queste «banche» di carbonio è una priorità. In particolare, alcuni suoli contengono enormi quantità di carbonio, come le torbiere sature d’acqua o il permafrost, cioè il suolo a elevate latitudini che resta permanentemente ghiacciato. Ma questi suoli sono vulnerabili, ed i rischi di rilascio di carbonio in atmosfera sono gravi, legati ad esempio all’uso delle torbiere a fini agricoli, oppure all’aumento delle temperature. In molte aree il permafrost si sta già sciogliendo. Se questo avvenisse su vaste superfici, sarebbe un disastro.

Il circolo vizioso fra cambiamenti climatici e degrado degli ecosistemi in effetti è potenzialmente esplosivo.

I cambiamenti climatici aumentano il tasso e l’entità del degrado ecosistemico attraverso due fattori principali: aumento della frequenza, intensità e/o quantità di forti precipitazioni e aumento dello stress da calore. A seconda del territorio, questi effetti saranno ulteriormente amplificati da inondazioni, fenomeni siccitosi più frequenti, aumento dell’intensità dei cicloni e innalzamento del livello dei mari. La distribuzione di parassiti e patologie cambierà, influenzando negativamente la produzione agricola in molte regioni. Quando si parla di mitigazione, è fondamentale cercare di migliorare la resilienza degli ecosistemi agricoli e forestali nei confronti degli effetti dei cambiamenti climatici, per garantire la permanenza del carbonio immagazzinato e preservarne la capacità di assorbimento di CO2 nel tempo.

Le foreste sono imprescindibili per sottrarre CO2 dall’atmosfera.

Si, le foreste sono necessarie, anche per raggiungere quella «neutralità climatica» che l’accordo di Parigi richiede nella seconda metà di questo secolo. L’Unione Europea ha anticipato questo obiettivo al 2050, e con il Green Deal intende porsi in prima fila nella battaglia ai cambiamenti climatici. Ma le foreste sono minacciate. La deforestazione rilascia rapidamente il carbonio che la foresta aveva pazientemente accumulato: a livello globale questo processo avviene soprattutto in aree tropicali, solitamente attraverso incendi appiccati dall’uomo, ed è responsabile di circa il 12% delle emissioni antropogeniche di CO2. Ma la deforestazione tropicale distrugge anche un patrimonio unico di biodiversità, causa la perdita della fertilità dei suoli e, modificando i bilanci di energia ed acqua, causa un aumento delle temperature locali. L’effetto combinato di deforestazione e cambiamenti climatici può innescare un spirale micidiale: meno foreste, meno acqua traspirata dalle piante, meno pioggia e più caldo. Questo facilita incendi più estesi, e ancora meno foreste. Molti studi sostengono che l’Amazzonia sia ormai vicina ad un punto di non ritorno. Non dimentichiamo che la causa principale della deforestazione tropicale è le crescente richiesta di spazi per allevamenti e per colture.

Accanto all’azione politica e culturale su questi fattori economici, ci sono altre strade per migliorare il ruolo climatico delle foreste?

Occorre proteggere le foreste esistenti e ripristinare quelle degradate, puntando sulla loro maggiore resilienza ai cambiamenti climatici, ad esempio con specie più adatte a sopportare forti venti o con tecniche di selvicoltura naturalistica. E poi, nuovi boschi. In Italia l’area boschiva è raddoppiata nell’ultimo secolo – grazie al naturale processo di espansione sugli ex terreni agricoli – e oggi copre oltre un terzo del territorio nazionale. A livello Ue, la proposta della Commissione europea è di ampliare la superficie forestale piantando tre miliardi di alberi. Nuovi alberi possono fornire benefici multipli: non solo assorbono CO2, ma aiutano a diminuire le temperature e gli inquinanti in zone urbane e periurbane. E poi, non dimentichiamoci del legno: utilizzarlo nelle costruzioni ha il duplice vantaggio di immagazzinare per decenni la CO2 assorbita e ridurre le emissioni associate alla produzione di cemento e acciaio.

Diamo un po’ di cifre sulle possibili riduzioni delle emissioni grazie a interventi in campo agroalimentare e forestale.

Le emissioni di gas serra si aggirano ormai intorno a 50 GtCO2-eq/ anno. Nel settore agricolo, una maggiore efficienza delle attività zootecniche e delle fertilizzazioni, e l’aumento della sostanza organica dei suoli, hanno un potenziale di mitigazione di circa 1-4 GtCO2 CO2-eq/anno. Azioni del settore alimentare possono arrivare a ridurre le emissioni di 1-8 GtCO2-eq/anno con cambiamenti verso diete a basso consumo di carne e di circa 1-4 GtCO2-eq/anno con la riduzione degli sprechi e delle perdite alimentari. In ambito forestale, l’espansione delle foreste ha un forte potenziale di mitigazione, fino a circa 10 GtCO2/anno. E la protezione delle foreste dalla deforestazione e la degradazione si combina a elevati benefici ambientali e sociali. Questi numeri esprimono un potenziale la cui realizzazione è spesso ostacolala da barriere politiche, sociali ed economiche.

Si cercano escamotages nella cosiddetta geo-ingegneria, per esempio la cattura e stoccaggio del carbonio in depositi sotterranei. Sono davvero sostenibili?

Gran parte dei modelli prevedono che, per raggiungere la neutralità climatica, sarà necessario adottare tecniche di questo tipo. C’è molta attenzione alla potenziale combinazione (detta Beccs) di colture bioenergetiche e sistemi di cattura e stoccaggio di carbonio, per generare energia rimuovendo al tempo stesso CO2 dall’atmosfera. Tuttavia, l’attuazione di queste misure su larga scala è spesso criticata, sia per i dubbi sulla fattibilità tecnica dello stoccaggio di carbonio che per il rischio di competizione con colture a scopo alimentare.

Il 2020 è stato un anno particolare. Quali tracce lascerà nell’impegno climatico?

Finora il 2020 risulta il secondo anno più caldo mai registrato, dopo il 2016. Il calo delle emissioni – si stima di circa il 5% – ha un effetto davvero minimo sulla temperatura globale. Prima che sia troppo tardi occorre indirizzare le enormi risorse finanziare che si stanno rendendo disponibili – oltre un terzo del Recovery Fund dovrebbe essere speso per il Green Deal – verso cambiamenti profondi nell’attuale sistema di produzione e consumo di energia, nonché verso una migliore gestione del territorio.


Piantare alberi è un atto di speranza

dalla pagina https://ilmanifesto.it/piantare-alberi-e-un-atto-di-speranza/

Sulla necessità di piantare alberi non è neppure il caso di dilungarsi. La «muraglia verde», fascia boscata che sarebbe dovuta andare dal Senegal a Gibuti, attraversare tutto il Sahel tentando di arginare l’avanzata del Sahara, è stata messa a dimora solamente al 4% tra infinite minacce. Chi avesse un minimo di coscienza ecologista sa che bisogna guardare agli alberi con uno sguardo nuovo, come non è mai accaduto prima agli esseri umani. Per piantare un albero, stiamo parlando di privati ma le regole basilari valgono dappertutto, innanzitutto bisogna avere lo spazio, prima ancora di pensare alla specie. L’autunno, meglio ancora se a luna calante, è la stagione ideale per la messa a dimora. Un albero cresce, bisogna sapere quale forma assumeranno le radici, quale profondità e quale estensione. Bisogna conoscerne l’altezza e la vastità finale della chioma. Un albero dobbiamo immaginarlo al massimo del suo sviluppo, riflettere bene se il luogo è adeguato. Non solamente deve stare e rimanere alla giusta distanza dagli edifici ma anche le radici, dobbiamo ragionare se andranno a sovrapporsi o infiltrarsi tra impianti sotterranei come fognature, cavi, reti elettriche, condutture dell’acqua e del gas. Un altro elemento da valutare è l’ombra, un albero ombreggia, oscura la vista: un conto è una snella palma, un altro è un faggio o una quercia. Se deliberatamente vogliamo proteggerci dall’eccessiva insolazione, dal fracasso di un’autostrada e perché no, dagli sguardi altrui, alberi maestosi vanno benissimo; se abbiamo una sola facciata dalla quale guardare il mare, meglio prevedere alberi più bassi. Sono presupposti prescindendo dai quali, come fin troppo comunemente siamo costretti ad osservare, andiamo incontro a dolorose decisioni. Cedri del Libano piantati tra una strada ed una villa nobiliare, meno di dieci metri di distanza: l’esito è stato l’abbattimento e, trattandosi di operazioni che richiedono squadre specializzate, chiusura della strada e notevole esborso finanziario. Alberi abbattuti perché le radici, quelle delle conifere essendo superficiali, sollevavano l’asfalto, per non dire dell’idiozia e non è stata rara, purtroppo, di cittadini che hanno piantato gli «alberi di Natale» a tre metri dalla seconda casa. Con gli anni, pini o abeti che fossero, hanno inevitabilmente minacciato la muratura, tetti e grondaie. E’ doloroso dover prendere atto di un abbattimento, meglio essere previdenti. Teniamo conto anche del parere dei vicini, anche in questo caso ci risparmieremo controversie legali sulla vista che il nostro albero può oscurare, teniamo conto anche di dove cadranno le foglie, gli aghi delle conifere tendono ad intasare i tombini e le grondaie. Piantare un albero adesso, in quest’epoca che chiamiamo antropocene, è un atto di speranza. Se da sempre è stato un atto di cosciente lascito per chi ci seguirà – «investi nel millennio, pianta una quercia» – dobbiamo fare tutto il possibile affinché questa nostra pianta possa svettare nell’azzurro e ricordare di noi nella maniera appropriata. Nulla più di un albero, oggi, può farlo, facciamo in modo che ogni cosa sia stata ponderata, che questo albero possa crescere senza problemi anche nei pressi della nostra casa.


giovedì 15 ottobre 2020

L’Italia è il primo paese in Europa per numero di NEET

dalla pagina https://www.documentazione.info/litalia-e-il-primo-paese-in-europa-per-numero-di-neet

di Francesco D'Ugo, 14 ottobre 2020 

Il nostro Paese ha registrato nel 2019 un nuovo primato di cui non andare fieri: i giovani italiani tra i 15 e i 34 anni che non studiano e non lavorano sono circa 2 milioni ovvero il 23,8% del totale. Quanto a NEET (Neither in Employment nor in Education and Training), dunque, siamo i primi in Europa superando di molto la media UE che si attesta sul 14,1%. Il paese che ne ha di meno è la Svezia (6,4%) mentre subito prima di noi in classifica troviamo la Grecia in cui la percentuale è del 20,7%. 

Analizzando i dati per regione ci si rende conto che la distribuzione dei NEET è tutt’altro che omogenea: al Sud, infatti ci sono più del doppio dei NEET rispetto al Nord, 33% contro il 14,5%. Al Centro i giovani che non studiano e non lavorando sono invece il 18,1%. 

La percentuale di NEET è scesa leggermente rispetto al picco raggiunto nel 2014 (27,4%), ma il calo del numero di giovani che non studiano e non lavorano è servito solo a riportarci ai numeri di 10 anni fa: nel 2010 infatti i NEET italiani erano il 23,4% del totale. Tutto ciò nonostante l’avvio del programma europeo “Garanzia Giovani” iniziato nel 2013. Questo doveva occuparsi di aiutare l’inserimento dei NEET nel mondo del lavoro, ma tra il 2017 e il 2019 è riuscita ad ottenere l’assunzione di appena 10mila giovani su 1,5 milioni che si erano iscritti. Inoltre, come fa notare il portale Will Media, il sito del programma è inattivo da oltre un anno. 

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"Signorili si nasce". Luca Ricolfi racconta l’Italia


mercoledì 14 ottobre 2020

Gas serra, l’Italia taglia meno del resto d’Europa. Una road map verde per il Recovery Fund

dalla pagina https://ilmanifesto.it/gas-serra-litalia-taglia-meno-del-resto-deuropa-una-road-map-verde-per-il-recovery-fund/

Dalla conferenza nazionale sul clima le richieste al governo. Dal 2014 al 2018 le rinnovabili in Italia sono cresciute meno del 7%, contro il 14% della media europea e il 16-18% di Francia, Germania e Spagna.


Se fosse una corsa, dovremmo correre dieci volte più velocemente. Negli ultimi 5 anni l’Italia ha tagliato le sue emissioni di gas serra di soli 1,4 MtCO2-eq all’anno, mentre per allinearci agli obiettivi dell’Ue sul clima, dovremo cambiare passo e tagliare 17MtC02-eq all’anno da qui al 2030. Il trend degli ultimi anni, del resto, è allarmante: dal 2014 al 2018 le rinnovabili in Italia sono cresciute meno del 7%, contro il 14% della media europea e il 16-18% di Francia, Germania e Spagna.

Sono i numeri presentati ieri alla Conferenza nazionale sul clima organizzata da Italy for Climate (IfC) l’iniziativa promossa da Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e un gruppo di imprese (Chiesi, Conou, Davines, e2i, Illy, ING) in preparazione della COP26, con il patrocinio di Ministero dell’Ambiente, Enea e Ispra. Oltre agli obiettivi, IfC indica come raggiungerli nei vari settori economici, con una road map climatica che vuole essere soprattutto un’indicazione su come spendere i finanziamenti del Recovery Fund, visto che dovranno essere dedicati per il 37% al clima.

Industria. Da sola genera un terzo delle emissioni di CO2 dell’Italia, ma è anche il settore che le ha ridotte di più dal 1990, migliorando i processi produttivi ma anche a causa della crisi del 2008. La strada è ancora in salita: la Strategia climatica prevede per l’industria un taglio del 46% delle emissioni, che dovranno essere svincolate dai trend crescita della produzione industriale, facendo piuttosto ricorso al riciclo dei materiali, a un mix energetico più pulito, più elettrificato e più innovativo (es, idrogeno verde).

Trasporti. In 30 anni il settore non ha ridotto le sue emissioni, pari a un quarto del totale. Il 90% sono riconducibili al trasporto stradale, il 69% delle quali imputabili alle automobili, ancora troppo diffuse, troppo vecchie e inquinanti. Secondo IfC, i trasporti dovranno tagliare le emissioni del 30%. Come? Riducendo il numero di auto in circolazione tramite i sistemi di mobilità condivisa (car sharing) e lo smart working, spingendo sulla mobilità elettrica (con l’obiettivo di 5 milioni di auto elettriche immatricolate nel 2030) e sul ricorso al biometano per il trasporto pesante.

Residenziale. Malgrado il contenuto aumento della popolazione italiana negli ultimi 30 anni, i consumi di energia delle abitazioni sono aumentati del 23%, mentre le emissioni hanno subito una pari riduzione grazie ad un uso energetico più pulito per il riscaldamento (da gasolio a gas) e al miglioramento del mix elettrico nazionale. Per invertire la rotta, la Strategia climatica del residenziale dovrà avere come perno la riqualificazione energetica degli edifici arrivando al 2030 al 2% di edifici riqualificati ogni anno. La metà degli interventi dovranno essere radicali, anche con demolizione e ricostruzione, estendendo e rafforzando il superbonus al 110%. Inoltre, serviranno nuovi incentivi e semplificazione burocratica per aumentare le coperture dei pannelli solari, anche in vista della costituzione delle comunità energetiche.

Terziario. Uffici, servizi, esercizi commerciali hanno aumentato le loro emissioni del 58% dal 1990, ma dovranno tagliarle altrettanto entro il 2030 puntando sull’integrazione delle fonti rinnovabili elettriche negli edifici e sulla riqualificazione energetica, con un tasso di ristrutturazione degli edifici pubblici del 3% l’anno, e la riqualificazione dell’1% annuo del patrimonio edilizio commerciale esistente, a zero consumo di suolo.

Agricoltura. La produzione agricola genera il 10% dei gas serra ed è il primo settore per emissioni di metano che derivano per la maggior parte dagli allevamenti (deiezioni e digestione enterica degli animali). Per allinearsi agli obiettivi climatici (taglio del 30%) sarà necessario sia diminuire il consumo di carne da allevamenti intensivi, sia introdurre pratiche agricole a minore impatto ambientale (filiera corta, biologica, etc.) che vadano ad incidere anche sulle emissioni di protossido di azoto (un quarto delle emissioni in agricoltura) derivanti dall’utilizzo dei fertilizzanti di sintesi.

Gestione dei rifiuti. Contribuiscono per il 4% alle emissioni nazionali, tre quarti delle quali si originano nelle discariche. Oltre a ridurre la quantità di rifiuti smaltiti in discarica al di sotto del 10% entro il 2035, sarà necessario intervenire per migliorare la gestione delle discariche e captare quel 60% di emissioni di metano che ancora si diffondono in atmosfera.


lunedì 12 ottobre 2020

Il Papa sulla crisi climatica: dobbiamo scegliere prima che sia tardi

dalla pagina https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2020-10/papa-ted-crisi-climatica-scegliere-prima-che-sia-tardi.html

Videomessaggio di Francesco ai partecipanti al “Countdown”, evento digitale di TED organizzato a livello globale per trovare soluzioni immediate: “Ciascuno di noi può offrire un contributo”


L’attuale sistema economico è insostenibile. Siamo di fronte all’imperativo morale, e all’urgenza pratica, di ripensare molte cose: come produciamo, come consumiamo, pensare alla nostra cultura dello spreco, la visione a breve termine, lo sfruttamento dei poveri, l’indifferenza verso di loro, l’aumento delle disuguaglianze e la dipendenza da fonti energetiche dannose”. Lo afferma Papa Francesco nel videomessaggio inviato ai partecipanti al “Countdown”, evento digitale di TED [Technology Entertainment Design - Tecnologia Intrattenimento Progettazione] organizzato a livello globale per trovare soluzioni immediate in risposta alla crisi climatica.

Il Pontefice cita l’attuale momento di difficoltà, la crisi della pandemia e la crisi socioambientale. “Questo ci pone, tutti, di fronte alla necessità di una scelta. La scelta fra che cosa conta e che cosa non conta. La scelta fra il continuare a ignorare le sofferenze dei più poveri e a maltrattare la nostra casa comune, la Terra, o impegnarci ad ogni livello per trasformare il nostro modo di agire”.

Dopo aver richiamato l’urgenza di un’azione comune per evitare le catastrofi in arrivo così come detto dagli scienziati, Francesco parla dell’economia, che “non può limitarsi alla produzione e alla distribuzione. Deve considerare necessariamente il suo impatto sull’ambiente e la dignità della persona”. Il Papa chiede un’economia “creativa in sé stessa, nei suoi metodi, nel modo di agire” e propone a chi lo ascolta un viaggio “di trasformazione e di azione”, con l’obiettivo di “costruire, nel prossimo decennio, un mondo dove si possa rispondere alle necessità delle generazioni presenti, includendo tutti, senza compromettere le possibilità delle generazioni future”.

Vorrei invitare tutte le persone di fede, cristiane o non, e tutte le persone di buona volontà - afferma Francesco - a intraprendere questo viaggio, a partire dalla sua fede o, se non ha fede, dalla sua volontà, dalla propria buona volontà. Ciascuna e ciascuno di noi, in quanto individui e membri di gruppi – famiglie, comunità di fede, imprese, associazioni, istituzioni – può offrire un contributo significativo”.

Il Papa ricorda l’enciclica Laudato si’ e offre delle proposte concrete. La prima è “di promuovere, ad ogni livello, un’educazione alla cura della casa comune, sviluppando la comprensione che i problemi ambientali sono legati ai bisogni umani; un’educazione basata sui dati scientifici e su un approccio etico”. Nella seconda proposta, si parla dell’acqua e dell’alimentazione: “L’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale e universale. È imprescindibile, perché determina la sopravvivenza delle persone e per questo è condizione per l’esercizio di ogni altro diritto e responsabilità”, E “assicurare un’alimentazione adeguata per tutti attraverso metodi di agricoltura non distruttiva dovrebbe diventare lo scopo fondamentale dell’intero ciclo di produzione e distribuzione del cibo”.

La terza proposta è quella della transizione energetica: “Una sostituzione progressiva, ma senza indugio, dei combustibili fossili con fonti energetiche pulite. Abbiamo pochi anni, gli scienziati calcolano approssimativamente meno di trenta, per ridurre drasticamente le emissioni di gas a effetto serra nell’atmosfera. Questa transizione deve essere non solo rapida e capace di soddisfare i bisogni di energia presenti e futuri, ma deve anche essere attenta agli impatti sui poveri, sulle popolazioni locali e su chi lavora nei settori della produzione d’energia”.

Il Papa sottolinea che “un modo per favorire questo cambiamento è di condurre le imprese verso l’esigenza improcrastinabile di impegnarsi per la cura integrale della casa comune, escludendo dagli investimenti le compagnie che non soddisfano i parametri dell’ecologia integrale e premiando quelle che si adoperano concretamente in questa fase di transizione per porre al centro della loro attività parametri quali la sostenibilità, la giustizia sociale e la promozione del bene comune”.

La terra, conclude Francesco, “va lavorata e curata, coltivata e protetta; non possiamo continuare a spremerla come un’arancia. E possiamo dire che questo, il curare la terra, è un diritto umano”. E “ciascuno di noi può svolgere un ruolo prezioso, se ci mettiamo tutti in cammino, oggi. Non domani, oggi. Perché il futuro si costruisce oggi, e si costruisce non da soli, ma in comunità e in armonia”.


Con la buona scusa del Covid

dalla pagina https://comune-info.net/con-la-buona-scusa-del-covid/

Re:Common



Re:Common, insieme alle oltre 200 organizzazioni della rete internazionale Fossil Free Politics, ha lanciato il rapporto “Trasformare la crisi in opportunità: lobby e grandi manovre dell’industria fossile durante la pandemia”.

Lo studio rivela come, con il pretesto della pandemia di Covid-19, l’industria dei combustibili fossili abbia intrapreso un enorme sforzo di lobbying per accaparrarsi decine di miliardi di euro di sussidi pubblici e come stia cercando di ottenere concessioni per programmi energetici dannosi per il clima in tutta Europa.

Facendo leva sui rapporti privilegiati con gli organi decisionali di alto livello sia nazionale che comunitario, la lobby fossile ha inoltre usato la pandemia per ostacolare le politiche climatiche e spingere verso una deregulation ambientale.

Mentre i legislatori europei votano questa settimana una nuova legge europea sul clima, gli attivisti avvertono che gli interessi del settore dei combustibili fossili stanno inquinando fortemente il Green Deal dell’UE.

Nonostante le promesse della Commissione Europea e del governo italiano su una “svolta verde”, nei piani di ripresa nazionali e dell’UE sono infatti fin troppo evidenti le impronte della lobby dei combustibili fossili.

Molti dei cosiddetti piani di rilancio prevedono di versare denaro pubblico nelle false soluzioni preferite dal comparto fossile, come il gas fossile, la cattura e lo stoccaggio del carbonio (CCS), la compensazione del carbonio e l’idrogeno fossile, che peggioreranno l’emergenza climatica.

La grande industria italiana, e in particolare quella fossile, ha inoltre lanciato un attacco contro le normative ambientali culminato nell’approvazione del Decreto Semplificazioni.

Foto di jwvein da Pixabay

L’Italia ha già concesso alla società petrolchimica Maire Tecnimont un prestito agevolatodi 365 milioni di euro, mentre fin dall’inizio della pandemia Snam e Confindustria Energia si sono attivate affinché il gas fossile diventi parte integrante dei piani per la ripresa del nostro Paese.

Val la pena ricordare poi che a gestire gli ingenti fondi previsti per il post-covid sarà la SACE, l’agenzia di credito all’export controllata dal ministero dell’Economia e vera e propria “cassaforte” per società come Eni o Saipem, che sono tra i suoi maggiori beneficiari.

È altresì degno di nota come il consorzio TAP abbia ottenuto una nuova proroga per portare a termine il progetto da parte delle autorità italiane.

TAP ha giustificato la richiesta con la scusa della pandemia, ma ha poi di fatto ammesso che i ritardi sui lavori sono imputabili  alla forte resistenza della comunità locale e all’azione della magistratura.

A livello continentale, nel rapporto si evidenzia che la Banca Centrale Europea ha utilizzato il programma di acquisto di bond lanciato durante l’apice della crisi da coronavirus  per fornire liquidità, a compagnie petrolifere come Eni, Repsol, Shell, OMV e Total, senza imporre condizioni ambientali.

Mentre milioni di famiglie erano costrette a casa, i massimi livelli della Commissione europea hanno avuto tre incontri a settimana con i lobbisti dei combustibili fossili, un’interazione considerata inaccettabile e nociva dalla rete Fossil Free Politics. 


“La pandemia non ha rallentato l’avanzare della crisi climatica, i cui impatti si stanno manifestando con sempre più forza in ogni angolo del Pianeta” ha dichiarato Alessandro Runci di Re:Common, uno degli autori del rapporto.

“Persino durante una crisi sanitaria globale come quella in corso, l’industria fossile si è attivata per sfruttare la situazione a proprio vantaggio, accaparrandosi aiuti pubblici e interferendo con i piani per la ripresa economica, insinuando la propria agenda al loro interno. Un rilancio che metta al centro la salute delle persone e del Pianeta non può essere dettato dagli interessi delle big del fossile” ha concluso Runci.

Qui puoi scaricare il Report “Fossil Free Politics”

Articolo pubblicato grazie alla collaborazione con Re:Common


sabato 10 ottobre 2020

Catena umana. Da Perugia ad Assisi

dalla pagina https://ilmanifesto.it/catena-umana-da-perugia-ad-assisi/

Edizione diversa dalle altre: non si marcerà, ma si costruirà un "filo" umano. E il Covid 19 aggiunge obiettivi alla manifestazione


Si avvicina l’edizione 2020 della marcia della pace Perugia-Assisi, che quest’anno si svolgerà domenica 11 ottobre e sarà diversa da quella delle altre edizioni: quest’anno infatti non si camminerà, ma si “costruirà” una lunga catena di persone lungo il tradizionale percorso da Perugia alla cittadella della Pace. In questo modo si potranno rispettare le regole di prevenzione per il Covid 19, senza perdere il significato della manifestazione, che tra l’altro quest’anno si svolge a pochi giorni dalla visita di papa Francesca ad Assisi, per presentare la nuova enciclica “Fratelli Tutti”. Il “filo” vuole simboleggiare l’impegno «a tessere nuovi rapporti umani basati sulla cura reciproca e dell’ambiente».

Come scrivono gli organizzatori della marcia Perugia-Assisi, questo è il momento di«riannodare i fili dell’impegno sociale e civile, della solidarietà e della giustizia, per i diritti umani e la pace. Contro tutti i virus che ci stanno devastando l’esistenza: competizione, indifferenza, egoismo, speculazione, mafie». Il virus aggiunge nuovi obiettivi alla causa della pace: «Dobbiamo impedire che a pagare il conto di questa nuova emergenza siano sempre i soliti. Dobbiamo esigere che le cure e il vaccino siano garantiti a tutti e tutte». Per questo è necessario dare voce «a chi non ha né mascherine, né disinfettanti, né cure. Ai bambini e alle bambine, alle donne, agli uomini, agli anziani, alle persone con disabilità torturate dal morso della fame e dalle malattie, abbandonati sotto le bombe e l’occupazione, nelle mani di dittatori, sfruttatori, carnefici senza coscienza e senza pietà. A tutte le persone che sono in fuga dalle guerre, dall’oppressione, dalla fame e dai cambiamenti climatici»

La marcia, o meglio la Catena Umana, sarà preceduta dal Meeting nazionale “Time for Peace – Time to care” che si svolgerà a Perugia e in tante altre città italiane il 9 e 10 ottobre 2020.

Per partecipare, è necessario iscriversi. Questo è il sito.


mercoledì 7 ottobre 2020

Fratelli tutti. L’11 ottobre con Papa Francesco per la pace e la fraternità

dalla pagina https://www.pressenza.com/it/2020/10/fratelli-tutti-l11-ottobre-con-papa-francesco-per-la-pace-e-la-fraternita/

[...] Papa Francesco ha firmato ad Assisi la nuova Enciclica Fratelli tuttiDomenica prossima11 ottobre, raccoglieremo e diffonderemo il suo messaggio formando la Catena Umana della pace e della fraternità.

“La fraternità è il miglior vaccino del mondo. Il solo in grado di aiutarci a vincere tutti i virus che ci stanno rendendo la vita impossibile” ha detto Flavio Lotti, coordinatore del comitato promotore della Catena Umana, all'indomani del gesto di Papa Francesco.

“In un tempo sempre più segnato da profondi divisioni a tutti i livelli, dopo tanti anni di individualismo, egoismo, egocentrismo, consumismo, competizione e globalizzazione dell’indifferenza, è necessario e urgente cambiare strada e cambiare passo. Questo ci dice Papa Francesco.

Il coronavirus, come tutte le altre piaghe del nostro tempo, ci dice che non ci si salva da soli, che abbiamo bisogno dell’aiuto e della solidarietà degli altri, che non siamo solo interconnessi ma anche interdipendenti.

La fraternità non è solo un prezioso principio ideale, morale, privato o religioso. E’ il principio umano e politico che può aiutarci ad affrontare le sfide che ci stanno davanti.

La fraternità si costruisce sviluppando la nostra capacità di cura reciproca, dei più piccoli e fragili, della vita quotidiana e del futuro, della comunità e del pianeta di cui siamo parte, contro la cultura dell’indifferenza e dello scarto.

A questo servirà la Catena Umana della pace e della fraternità dell’11 ottobre.

Quel giorno riprenderemo e diffonderemo inoltre l’invito di Papa Francesco a investire sull'educazione, a ricostruire il patto educativo globale e a mobilitare i giovani per costruire una nuova economia di pace e fraternità “che fa vivere e non uccide, include e non esclude, umanizza e non disumanizza, si prende cura del creato e non lo depreda”.

Flavio Lotti, 
Coordinatore del Comitato Perugi-Assisi

Per partecipare alla Catena Umana è necessario iscriversi sul sito www.perugiassisi.org

Vedi come sarà su Youtube: https://youtu.be/u0O8IOqoh2Y

Perugia, 4 ottobre 2020 – Giornata Nazionale della pace, della fraternità e del dialogo

Per informazioni rivolgiti al Comitato PerugiAssisi, via della viola 1 (06122) Perugia – Tel. 075/5737266 – 335.6590356 – fax 075/5721234 – email adesioni@perlapace.it – www.perlapace.it –www.perugiassisi.org 

Fioriscono convergenze

dalla pagina https://comune-info.net/fioriscono-convergenze/ 

Paolo Cacciari 

Mentre Friday for Future ed Extintion Rebellion preparano lo sciopero del 9 ottobre denunciando l’interdipendenza del sistema economico e i danni che arreca sull’ambiente e sulla salute, anche in Italia spuntano un po’ da ogni parte azioni e processi di convergenza tra gruppi e movimenti in vario modo associati che avviano dialoghi e processi e programmano azioni e iniziative insieme. Spesso chiamano queste forme di condivisione – in alcuni casi parziale e a breve termine, in altri di più lungo periodo – convergenze. Un concetto aperto e interessante perché evita le pastoie di confluenze, accentramenti, cartelli elettorali per mostrare invece, come insegnano i movimenti femministi, intersezionalità, condivisione, contaminazioni e tanta empatia da sperimentare nelle pratiche comuni di resistenza e di costruzione di nuove forme di relazioni sociali

Foto Tratta dal Flicker di Christian Willner

Sotto la cappa dell’orrido «distanziamento sociale» – nel mondo si chiama più propriamente confinamento fisico – qualcosa di promettente fiorisce. Fryday for Future sta preparando il Climate Strike per il 9 ottobre per denunciare «l’interdipendenza del sistema economico» e i danni che arreca sull’ambiente e sulla salute.

Nel secondo Climate Meeting di Venezia è stato varato un Manifesto di intenti su dieci punti per creare uno «spazio politico comune» di elaborazione e di azione sulla giustizia climatica, l’uscita dal fossile, l’equa redistribuzione della ricchezza sociale, il riconoscimento dei diritti fondamentali.

Il Forum sociale mondiale delle economie trasformative sta organizzando un mese di iniziative per avviare un processo di confluenza di esperienze e movimenti che praticano forme di economie alternative, locali, fuori dalla logica del profitto e del mercato e capaci di rispondere alla crisi economica seguita alla pandemia.

Da qualche tempo le associazioni e i gruppi impegnati sulla decrescita del sistema economico hanno elaborato un documento e proposto un «forum delle convergenze comunitarie».

La Rete dei beni comuni emergenti e degli usi civici si è riunita nei giorni scorsi a Mondeggi, «fattoria senza padroni», stringendo un rapporto tra decine di realtà che stanno concretamente restituendo alla funzione sociale immobili e proprietà in disuso. Da ultimo un gruppo numerosissimo di associazioni ha proposto un manifesto: «Uscire dall’economia del profitto, costruire la società della cura».

Dall’Arci ad Attac, dalla Casa delle donne di Milano al Controsservatorio Val di Susa, da Navdanya International alle Botteghe del mondo. Propongono una conversione ecologica, il diritto al reddito, la riforma del credito, una democrazia di prossimità, l’accoglienza e la solidarietà.

Chiedono la condivisione delle vertenze e una mobilitazione comune. L’auspicio che accomuna tanti sforzi è la convergenza dei movimenti che operano in settori diversi. Un bisogno profondo, non tattico, che emerge dalle riflessioni maturate in questi anni sulle connessioni tra i sistemi socioeconomici e la loro dipendenza dalla biosfera.

L’insegnamento che viene dal surriscaldamento globale e dalla pandemia è evidente. Vi è la convinzione che la convergenza tra tante diverse esperienze nei più svariati campi della vita può riuscire solo se emergerà un’idea forte di nuove relazioni sociali agibili e desiderabili.

Un sistema economico semplice, elementare, in cui tutte e tutti abbiano abbastanza per poter vivere bene, in pace con gli/le altri/e, in equilibrio con la natura. É davvero questa un’idea così romantica e utopica?

O, all’opposto, troppo rivoluzionaria? La sfida al decrepito sistema economico che sta acuendo le sofferenze umane e portando alla catastrofe planetaria potrebbe partire dal chiedere conto ai governi del mondo il rispetto di due semplici criteri.

Primo, il rispetto della precondizione della preservazione della vita sul pianeta. Secondo, la condivisione solidale, equa e premurosa delle ricchezze che si possono produrre tramite una cooperazione sociale responsabile.

In altre parole, bisognerebbe costringere i governi a prendere sul serio il paradigma della sostenibilità (intesa come rispetto invalicabile dei limiti naturali delle condizioni di rigenerazione dei cicli vitali) e a non impedire l’accesso ai beni fondamentali della vita (beni comuni) a nessun abitante della terra.

Che i movimenti chiamano «giustizia climatica e sociale». Un percorso non facile: entra in conflitto con le forme esistenti di relazioni di potere asimmetriche, oppressive e discriminatorie sul piano politico, sessista, classista, razzista, specista.

La convergenza – è bene ricordarlo – non contempla confluenze, accentramenti, cartelli elettorali. Ma, come insegnano i movimenti femministi, intersezionalità, condivisione, contaminazioni e tanta empatia da sperimentare nelle pratiche comuni di resistenza e di costruzione di nuove forme di relazioni sociali.