lunedì 27 luglio 2020

Per costruire insieme la società civile


Identità e Missione dell'Associazione Laudato Si'

Vogliamo, nello spirito di Gesù, coniugare “esperienze e conoscenze” e perseguire l’Alta Formazione nei settori della cultura e della comunicazione, delle religioni e della letteratura, delle arti e dei servizi alla persona, della politica e del diritto, dell’antropologia e della filosofia, dell’economia e della tecnica.
Intendiamo promuovere la migliore offerta culturale e professionale mediante iniziative e corsi specifici, pubblicazioni, seminari, ricerche, sperimentazioni, dibattiti e convegni e di ogni iniziativa utile alla divulgazione della Dottrina Sociale della Chiesa, nella consapevolezza che la questione antropologica sia da declinarsi in termini spirituali, sociali e ambientali, per la formulazione efficace di un nuovo concetto di "leadership di servizio" volto al bene comune di tutti gli uomini.

Ci proponiamo la circolazione delle idee e degli ideali espressi nella Lettera Enciclica di Papa Francesco “Laudato Si’”, per favorire il sano “competere” nella logica del servizio e non del potere. E pertanto, di valorizzare l’educazione alla pace, all’incontro, al dialogo alla fraternità, alla giustizia sociale, alla gratuità e alla sussidiarietà orizzontale e comunitaria, al rispetto e alla valorizzazione dell'ambiente con particolare riguardo all'istituto della famiglia.
Desideriamo valorizzare i talenti, i carismi, le competenze di cui i nostri giovani dispongono, incoraggiandoli a essere protagonisti di un nuovo umanesimo cristiano anche in chiave ecumenica e interreligiosa.
Offriremo la testimonianza di eminenti personalità accomunate dalla medesima “visione” e dalla stessa tensione progettuale, provenienti da diverse realtà (Movimenti, Comunità, Università, Mondo del lavoro, della Scienza, dell’Economia, del Diritto, della Comunicazione), che metteranno a disposizione il loro patrimonio di idee, di ideali e buone prassi stando in mezzo ai giovani, nelle varie località regionali dove i LAB.ORA saranno realizzati.
Valorizzeremo i progetti collegati all’attività formativa svolta in attuazione del modello del "sapere e saper fare", in un contesto di stretto collegamento e interazione tra formazione e mondo del lavoro, anche attraverso l’eventuale sostegno al lavoro, alle imprese e all’auto-imprenditorialità.


"Vi ho dato un esempio, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi" (Gv 13, 15)

Dall'umanesimo cristiano una nuova laicità

Desideriamo favorire una nuova generazione di leaders «costruttori dell’Italia», preparati culturalmente e disposti interiormente ad «immergersi nell’ampio dialogo sociale e politico», capaci di «vivere i problemi come sfide e non come ostacoli» (papa Francesco); giovani gioiosamente incarnati, pronti ad assumersi nuove responsabilità sociali e a rendere ragione della speranza che è in loro nelle professioni nelle quali la vita li vedrà impegnati.
Vogliamo, così, aiutare “i nostri figli” a «edificare una città costruita su rapporti in cui l’amore di Dio è il fondamento. L’amore come vincolo tra gli esseri umani, sia esso di natura interpersonale, intima, sociale, politica o intellettuale», certi che «il Signore è attivo e all’opera nel mondo» (papa Francesco).



venerdì 24 luglio 2020

Coltivare e custodire, non depredare: una agricUltura sostenibile

dalla pagina https://ilmanifesto.it/dallindustria-alla-filiera-umana/

Dall'industria alla filiera umana

L’ambiente è la casa comune non solo da preservare ma da rigenerare: la sua vivibilità riguarda tutti, ed è per questo che anche l’agricoltura ne è parte


Agricoltore in Etiopia © LaPresse



Il rapido sviluppo da dopo la seconda guerra mondiale delle tecniche agricole e dell’impiego della chimica di sintesi, insieme alla intensivizzazione degli allevamenti animali hanno permesso una grande crescita della produttività ma al costo di un impatto ambientale non sostenibile e di un consumo, in certi casi irrimediabile, delle risorse limitate del nostro pianeta.
Il consumo smodato e sempre solo estrattivo di risorse, la deforestazione e l’inquinamento di terra, compresa la sua fertilità, acqua ed aria, insieme alla forzatura biologica degli allevamenti intensivi, hanno contribuito ad un oggettivo squilibrio del pianeta. In una parola l’industrializzazione spinta dell’agricoltura, ovvero dei suoi processi biologici ed ecosistemici, ne ha modificato la natura e gli scopi.
La caratteristiche nutrizionali di molti prodotti alimentari sono cambiate provocando spesso intolleranze quando non vere patologie, la destinazione di intere aree continentali alla produzione di soia e mais destinate all’alimentazione animale dei paesi più ricchi (60% della s.a.u. del pianeta), la marginalizzazione del ruolo dei contadini sempre più impoveriti quando non assistiti oltre alla più totale sconsiderazione del e il lavoro bracciantile ridotto ovunque a schiavitù sono parte del prezzo pagato da questo approccio. al pianeta ed alle sue risorse, comprese quelle umane ed animali, di puro inesauribile sfruttamento.
Con le conseguenze ambientali e sociali sotto gli occhi di tutti.
Ma l’agricoltura è il modo in cui degli esseri umani di relazionarsi si relazionano alla natura: non per prenderne non il sopravvento ma il necessario per vivere. e fare vivere. E L’ambiente è la casa comune non solo da preservare ma da rigenerare: la sua vivibilità riguarda tutti ed è per questo che anche l’agricoltura, che ne è parte, riguarda tutti.
1) Ricontadinizziamo l’agricoltura.
Partendo dalle aree marginali ed in via di abbandono la presenza di una agricoltura di piccole e medie dimensioni è l’unica che può, se a tale scopo indirizzata (come lo è nelle nuove generazioni) unire produzioni di qualità e presidio del territorio. Ovvero produrre una buona qualità nutrizionale delle derrate agricole ed animali operando in senso agroecologico, includendo in modo mirato ed evoluto la manutenzione e salvaguardia del territorio e la dimensione paesaggistica. Riportare lavoro pulito e sano in modo nuovo e sostenibile, in rete, connessi non solo digitalmente – condizione ineludibile – con le comunità e le amministrazioni locali, operando nell’ecoturismo e fruendo di tecniche di precisione applicate al territorio ed all’agricoltura più che alle economie di scala, diviene condizione fondamentale per ristabilire non solo la vita e vivibilità ma per costituire il motore di una nuova economia basata non sulla competizione con le grandi commodity.
2) Per un reddito di contadinanza.
I nuovi contadini, che operano in un indirizzo agro- ecologico e di rigenerazione ambientale divengono a tutti gli effetti i guardiani dell’ambiente e del paesaggio, riferimento delle città metropolitane inclusive di una nuova relazione città-campagna. Per loro, per questa funzione operativa programmata e monitorata dalle comunità locali è fondamentale prevedere un reddito svincolato dalla produzione e vincolato alla rigenerazione territoriale e paesaggistica fondata sulla biodiversità. Tale funzione si rivolge con priorità alle aree interne e in via di spopolamento, ma riguarda tutta l’agricoltura.
3) Per una trasformazione dei prodotti diffusa sui territori. Fuori dalla concentrazione alimentare del nostro tempo.
Le moderne tecnologie informatiche consentono il trasferimento di know how molto veloce e ad oggi è possibile la sperimentazione di fabbriche diffuse sul territorio di trasformazione di prodotti alimentari. Aprire piccoli medi centri di lavorazione delle principali produzioni agricole come i mulini e lavorazioni del grano, del latte, di macelli è oggi possibile con un alto livello tecnologico – distribuito digitalmente – in grado di preservare e valorizzare le biodiversità e tipicità locali, le scelte nutrizionali volute, le qualità specifiche e delle persone che li abitano. Consentendo ai territori di non essere più centri di estrazione di valore ma di implementazione dello stesso.
4) Per una riforma agroambientale in Europa e nel pianeta.
La nostra critica verso la PAC di questi ultimi lustri è molto forte, poiché ha aumentato in modo molto forte l’agroindustria concentrandola in sempre meno mani e contribuito a sviluppare una schiacciante economia di scala che ha ridotto gli agricoltori ed allevatori a meri esecutori di una politica economica mirata al massimo ribasso di costi e massima produttività dei campi. Con un impegno immutato di chimica di sintesi che ha avvelenato acqua ed aria, oltre che compromesso molti cibi. Tale politica deve cambiare radicalmente, non serve più finanziare la grande industria alimentare ipertrofica, né continuare ad estrarre valore da territori ormai esausti: si è consumato un pianeta in questo modo. Come è tempo di prendere in modo diretto le distanze da una agricoltura assistita, bancaria e speculativa, tutta solo meccanizzata e privata di qualunque elemento umano e solo strumentale alla politica delle grandi corporation che detengono i monopoli di semi, varietà manipolate geneticamente, prodotti chimici di sintesi, antibiotici animali.
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sugli stessi temi, leggi anche: 
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Aspetteremo un’altra pandemia?

C’è voluto un virus che attraversa il pianeta come una tormenta, contagia milioni di persone, portandosene via centinaia di migliaia, per ricordarci l’enormità delle nostre debolezze e l’insignificanza delle nostre pretese di specie superpotente. Abbiamo la pretesa criminale di pensare che possiamo vivere contro la natura, la quale dovrebbe sottomettersi alla nostra “intelligenza” e alle nostre illimitate fantasie di dominio. Ci comportiamo come se fossimo invulnerabili e dotati di forze soprannaturali. Sfruttiamo, insaziabili, le risorse naturali, distruggiamo la biodiversità e l’ambiente, causiamo il riscaldamento globale, consumiamo fino all’obesità fisica e mentale, accumuliamo fortune inimmaginabili e disprezziamo i più deboli e i più fragili tra noi, senza pensare che un semplice terremoto può distruggere un intero paese in meno di un secondo. Il nostro egoismo individuale e collettivo dà più diritti all’accumulazione di denaro che alle generazioni future. Scegliamo di alimentare il capitalismo piuttosto che le centinaia di milioni di persone che soffrono di povertà, marginalità, denutrizione, malattie e stigmatizzazione. La pandemia ha mostrato chiaramente i rapporti stretti tra i modelli agricoli intensivi, la deforestazione, la distruzione dell’ambiente e della biodiversità, i cambiamenti climatici e la comparsa dei virus. C’è una concatenazione di cause ed effetti che si riprodurrà automaticamente finché l’agricoltura resterà produttivista e capitalista. La strada per l’apparizione di virus nuovi finora sconosciuti, perché naturalmente confinati in foreste inaccessibili, ma oggi liberati a causa della deforestazione, è aperta. Vogliamo aspettare nuove pandemie per deciderci a un cambiamento radicale di rotta e di sistema, della mentalità dei produttori, di chi decide e dei consumatori? Se lo domanda, in questa lunga intervista di grande interesse, Habib Ayeb, geografo tunisino che insegna all’Università di Parigi, tra i fondatori dell’Osservatorio sulla Sovranità Alimentare e l’Ambiente

foto tratta da Tunisia in Red
A margine di una conferenza on-line organizzata dall’Osservatorio Tunisino per l’Acqua (OTE) sul tema: “Quali strategie e approcci per promuovere un’agricoltura resiliente e sostenibile e una sovranità alimentare nel contesto post Covid-19?”, La Presse ha contattato  il professor Habib Ayeb, geografo, professore emerito all’Università di Parigi VIII a Saint Denis. I suoi lavori, le sue ricerche e pubblicazioni si basano essenzialmente sulle questioni rurali, agrarie, contadine, alimentari ed ecologiche, con la dimensione sociale come filo conduttore di riflessione e analisi che permette di comparare situazioni diverse e variegate.
Ayeb è membro fondatore dell’Osservatorio sulla Sovranità Alimentare e l’Ambiente (OSAE). OSAE è un’organizzazione associativa senza scopo di lucro che rivendica un’indipendenza totale da tutti i movimenti politici. La sua missione è produrre conoscenze attraverso progetti di ricerca accademici sulle questioni relative alla sovranità alimentare, l’ambiente, il clima, la giustizia sociale ed ecologica. In tal modo essa contribuisce a sviluppare delle solide istanze in favore delle realtà contadine, del diritto d’accesso alle risorse, della sovranità alimentare, delle sementi e delle varietà locali che si declinano a tutte le scale, dall’individuale al collettivo, dal locale al globale, senza dimenticare la grande tematica del cambiamento climatico e delle sue conseguenze.
Professor Ayeb, esiste una relazione tra i cambiamenti climatici e la pandemia di Covid-19?
Il cambiamento climatico non cade dal cielo. È un prodotto diretto delle nostre politiche economiche neo liberiste in generale, e in gran parte delle politiche agricole basate su un modello capitalista, intensivo, produttivista, orientato all’esportazione e che consuma grandi quantità di energia, di fertilizzanti chimici, di pesticidi, di antibiotici, di risorse naturali, dall’acqua alla terra. Noi sappiamo che il settore agricolo contribuisce a oltre il 22% dell’emissione globale di CO2, responsabile del riscaldamento climatico. Certo, il contributo della Tunisia al cambiamento climatico resta incomparabile con quello dei paesi industrializzati, ma la deregolamentazione climatica si produce a una scala globale e non prende in considerazione la parte di responsabilità di questo o quel paese. E lo stesso vale per altri fenomeni di distruzione della natura e della vita che colpiscono indistintamente tutte le regioni del mondo.
Alla stessa maniera, il Covid – 19, che è stato individuato per la prima volta in Cina nel dicembre 2019, ha coinvolto tutte le regioni del mondo in tempo record, giusto qualche settimana, con più di 8 milioni di contagi e oltre 300.000 morti (oltre 11 milioni e più di 500 mila morti al 5 luglio 20202, ndr). Mai, nella storia conosciuta, una pandemia ha colpito tanto rapidamente la totalità del pianeta. Molti biologi, tra cui Rob Wallace e altri, dimostrano che la deforestazione intensiva, di cui necessita l’allevamento intensivo, l’estensione delle monocolture industriali (ad esempio il mais che serve a produrre l’etanolo, il “petrolio verde”, o l’olio di palma ecc…) e lo sviluppo dell’industria del legno, hanno raggiunto zone quasi totalmente inaccessibili nel cuore delle grandi foreste. Queste pratiche produttiviste hanno così liberato molti germi sconosciuti, tra cui virus, e facilitato il loro spostamento attraverso il globo approfittando della mobilità umana e animale permessa dai vari mezzi di trasporto, sempre più rapidi e frequenti.
Per riassumere, è un processo complesso, indotto dal sistema economico capitalista e in particolare dall’agricoltura capitalista, che si traduce particolarmente nel riscaldamento accelerato del clima, nella distruzione massiva della biodiversità animale e vegetale, e nella comparsa di nuovi virus, per nascita, per mutazione e per sconfinamento forzato dalle proprie zone naturali originarie.
Quindi, la pandemia del Covid-19 lascia vedere chiaramente i rapporti stretti tra i modelli agricoli intensivi, la deforestazione, la distruzione dell’ambiente e della biodiversità, i cambiamenti climatici e la comparsa dei virus. C’è una concatenazione di cause ed effetti che si riprodurrà automaticamente finché l’agricoltura resterà produttivista e capitalista. La scomparsa massiva delle api, essenzialmente causata dall’uso di pesticidi, apre la strada all’apparizione di virus nuovi fino ad ora sconosciuti, perché naturalmente confinati dentro foreste isolate ed inaccessibili, ma oggi liberati a causa della deforestazione. La scelta è dunque tra due sole alternative possibili: la prima è di continuare a intraprendere e rinforzare le politiche agricole intensive e dunque a esporre l’intera umanità, a cominciare dai più fragili, vulnerabili e indigenti, a rischi estremamente gravi, per la sanità individuale e collettiva e allo stesso tempo per le libertà individuali e collettive. La seconda è cambiare radicalmente le politiche agricole e alimentari nel ri-orientamento verso un equilibrio indispensabile tra il nutrire gli umani, proteggere la biodiversità e il clima e rispettare i diritti delle generazioni future a un ambiente sano e vivibile. Un’agricoltura che esce dalla logica del profitto e dell’insicurezza alimentare per una alimentazione rispettosa della salute, della vita e della giustizia. Un’agricoltura contadina e frugale al cuore delle politiche e delle strategie, purificata e liberata dagli investimenti speculativi e da tutte le attività estrattive.
Quali sono i problemi riscontrati dai contadini e dalle contadine a reddito limitato?
I contadini e le contadine senza terra hanno particolarmente sofferto degli effetti della pandemia e del lock-down. Prima di tutto, bisogna ricordare che la maggior parte (circa il 70%) dei redditi dei contadini deriva dall’esterno delle loro aziende, a causa del loro accesso limitato alle risorse naturali, come l’acqua e la terra, ma anche alle risorse materiali, come il credito e le assicurazioni, che non permettono di garantire un reddito in grado di coprire l’insieme dei bisogno di base delle famiglie. La femminizzazione massiva del lavoro agricolo dentro e fuori dalle aziende è una conseguenza della competizione per le risorse tra l’agricoltura contadina e l’agro-business. Questa è soprattutto la prova dell’impoverimento generalizzato dei contadini. In situazione di pandemia e lockdown, molte centinaia di famiglie si sono trovate senza reddito e senza risorse, e fortemente esposte a rischi di sotto-nutrizione e/o di malnutrizione. Le loro sole alternative sono state: o trasgredire gli ordini di confinamento e rischiare di esporsi a sanzioni più o meno salate; oppure, rispettare gli ordini di confinamento ed esporsi all’insicurezza alimentare. Altre frange indigenti della società si sono trovate in situazioni analoghe. Le semi-rivolte per la farina o la semola in pieno lockdown non sono state altro che l’emblema dell’impossibilità di scegliere tra il rischio di prendere il virus e quello di soffrire la fame. Una situazione drammatica che molti abitanti delle città, più o meno ricchi, non riuscivano a cogliere. Inoltre, durante il lockdown molti contadini non hanno potuto fare i loro raccolti e soprattutto molti altri non hanno potuto acquistare le sementi o le piante che avevano l’abitudine di seminare o piantare tra marzo, aprile e maggio. In particolare è il caso di pomodori, cocomeri e altre cucurbitacee. Questo vuol dire che gli effetti economici indiretti della pandemia si prolungheranno fino alla fine dell’estate e certamente oltre. Quindi, se per qualcuno la riapertura significa semplicemente la fine del confinamento “fisico”, per altri la riapertura non è che una tappa della crisi che sono e saranno obbligati ad affrontare a tasche e mani vuote. E non voglio nemmeno parlare della situazione di disuguaglianza nella quale i contadini si trovano di fronte alla malattia, dal momento che la campagna tunisina corrisponde a un vero e proprio “deserto sanitario”, dove è estremamente difficile trovare una struttura medica a distanza accettabile e in misura da prendere in carico rapidamente malati in situazione d’urgenza.
Quali sono i rapporti tra i modelli agricoli intensivi e i regimi alimentari dominanti?
Le politiche agricole attuali sono, a parte qualche dettaglio, identiche a quelle introdotte dal potere coloniale sin dall’inizio dell’occupazione. Basate sul principio dei “vantaggi comparativi”, che si sviluppa al principio del XIX secolo, queste politiche agricole integrano due assi fondamentali: A) l’esportazione di prodotti che le condizioni climatiche e geografiche (come l’abbondanza di sole, le scarse risorse idriche, ecc) ma anche salariali (bassi salari, diritti del lavoro, sicurezza sociale ecc…) consentono di ottenere in quantità sufficienti e a basso costo; B) l’importazione di prodotti, come i cereali, che altri paesi producono in quantità più importanti.
In sostanza, noi esportiamo i dessert e gli antipasti, con l’olio d’oliva, e importiamo i piatti principali. Nonostante noi siamo in grado facilmente produrre abbastanza grano per coprire tutte le nostre esigenze se adottiamo politiche agricole orientate al mercato nazionale e locale, di fatto importiamo metà delle nostre esigenze di grano.
Non c’è alcun dubbio sul fatto che la Tunisia non conosce problemi di sicurezza alimentare nel senso di penuria prolungata di prodotti alimentari. Questo grazie alla sua posizione strategica sulla sponda Sud del Mediterraneo, che le permette di essere costantemente sotto la “sorveglianza” ravvicinata di molti altri paesi come la Francia e gli altri paesi europei, che sanno che eventuali problemi politici provocati da una situazione di insicurezza alimentare grave in Tunisia si potrebbero ripercuotere sui paesi del Nord sotto forma di ondate migratorie e violenze politiche che non mancherebbero di verificarsi in un modo o nell’altro. Ma si tratta di una questione di sicurezza alimentare a breve termine che non ci protegge in alcun modo dagli sconvolgimenti del mercato alimentare mondiale né dalle conseguenze di una possibile crisi geopolitica, sanitaria o militare, regionale o globale. D’altra parte, ricordiamo anche che gli embarghi decisi dalle potenze mondiali contro i loro alleati Saddam Houssein in Iraq e Gheddafi nella vicina Libia, mostrano chiaramente che i nostri amici “protettori” di oggi potrebbero trasformarsi in nemici feroci capaci di imporci sanzioni inumane se, per una ragione o per un’altra, lo stato tunisino operasse nuove scelte politiche che non convenissero più a loro. Infine, non soltanto le politiche agricole intensive, dette “di sicurezza alimentare” e orientate verso l’export, non sono in grado di garantire una sicurezza alimentare duratura e indipendente dai movimenti del mercato alimentare mondiale e dalle crisi geopolitiche regionali o globali. Esse partecipano anche fortemente al degrado dell’ambiente, delle risorse naturali e della biodiversità, e al processo di impoverimento generalizzato della società contadina. A livello politico, un paese agricolo che importa l’essenziale per la sua alimentazione è un paese politicamente dipendente e totalmente privato di una qualsivoglia sovranità politica o economica. È un paese che non può scegliere né i propri partner, né i propri modelli di alimentazione, e ancora meno può decidere la propria politica agricola e, più in generale, la propria economia. È un paese privato della dignità. La Tunisia è in questa situazione ed è più che urgente cambiare radicalmente le politiche agricole per avere più libertà, sicurezza, indipendenza, sovranità e dignità. Il covid-19 ci dovrà indurre a prendere questa direzione.
Come possiamo cambiare radicalmente la politica agricola e alimentare per proteggere la biodiversità e il clima?
La funzione e il posto dell’agricoltura nella società e nell’economia devono essere completamente ridefiniti. Per questo, non possiamo evitare un ampio dibattito attorno a questa domanda centrale: “A cosa deve servire l’agricoltura?”. Oggi l’agricoltura tunisina viene utilizzata sempre meno per nutrire la popolazione e sempre di più per accumulare i profitti di una piccola minoranza di investitori e soprattutto per soddisfare le esigenze essenziali o “esotiche” dei consumatori ricchi dei paesi del Nord. Io ricordo sempre lo scandalo assoluto rappresentato dal fatto che la Tunisia è allo stesso tempo uno dei più grandi produttori ed esportatori di olio d’oliva e uno dei primissimi importatori di oli vegetali. Uno scandalo che si eleva all’altezza di un crimine sanitario, ecologico e sociale. Questo non può durare a lungo perché i costi sociali, ecologici ed economici di questa agricoltura “per gli altri” sono sempre più elevati. Noi dobbiamo radicalmente cambiare il paradigma e passare a una politica agricola, sociale, ecologica equa e sostenibile, con la società agricola al cuore del sistema e la sovranità alimentare come esigenza immediata, con obiettivo a breve e medio termine. Dobbiamo categoricamente passare dai vantaggi comparativi ai bisogni imperativi, dalla sicurezza alla sovranità alimentare, dall’importazione alla produzione locale. Per questo, io propongo 5 riforme urgenti da adottare, come prima tappa di un progetto politico globale di sovranità alimentare con le sue dimensioni agricole, sociali, ambientali e climatiche:
1. Una riforma agraria radicale che fissi la dimensione minima a 5 ettari indivisibili (tranne all’interno delle vecchie oasi) e la dimensione massima a 100 ettari, con “stadi” intermedi inversamente proporzionali alla piovosità media: maggiore è la piovosità, minore è la superficie massima.
2. Una ridistribuzione dei terreni di proprietà statale in piccole aree comprese tra cinque e dieci ettari indivisibili (e non “rivendibili” per un periodo di 30 anni o più ai possibili eredi degli ex proprietari) in favore dei contadini senza terra o di quelli con meno di cinque ettari e dei giovani senza lavoro stabile a partire dai figli dei contadini.
3. L’istituzione di un sistema Bonus / Malus ecologico per l’assegnazione di sussidi, crediti e altri aiuti finanziari da parte dello Stato (ad esempio, meno pesticidi e antibiotici e più semi e varietà locali).
4. La sovrattassa o il divieto di esportazione di prodotti agricoli ottenuti attraverso l’irrigazione e sussidi di riserva e aiuti pubblici per la produzione di alimenti agricoli destinati al mercato locale.
5. L’uscita del settore agricolo da tutte le convenzioni internazionali, tra cui ALECA, gli accordi bilaterali e quelli del WTO, in un approccio proattivo alla rottura con il sistema alimentare mondiale e il mercato alimentare globale.
Al netto della (non) volontà politica, il Paese ha tutto ciò di cui abbiamo bisogno per attuare questa riforma vitale nelle migliori condizioni possibili. Allora perché aspettare che una nuova pandemia di grandezza maggiore di quella covid-19 o una grande crisi economica globale per muoverci?
Come rispettare i diritti delle generazioni future a un ambiente sano e vivibile?
È un cambiamento radicale della mentalità dei produttori, dei decisori e dei consumatori che si dovrà affermare per tentare di proteggere i diritti delle generazioni future. Abbiamo questa pretesa criminale di pensare che possiamo vivere contro la natura che avrebbe vocazione a sottomettersi alla nostra “intelligenza” e alle nostre illimitate fantasie di dominio. Ci comportiamo come se fossimo totalmente invulnerabili e dotati di forza soprannaturale. Sfruttiamo eccessivamente le risorse naturali, distruggiamo la biodiversità e l’ambiente, causiamo il riscaldamento globale, consumiamo fino all’obesità fisica e mentale, accumuliamo fortune inimmaginabili e disprezziamo i più deboli e i più fragili tra noi, senza pensare che un semplice terremoto può distruggere un intero paese in meno di una frazione di secondo … Il nostro egoismo individuale e collettivo dà più diritti al capitale che alle generazioni future. Alimentiamo volontariamente il capitalismo piuttosto che le centinaia di milioni di persone che soffrono di povertà, marginalità, denutrizione, malattie e stigmatizzazione… Ci è voluto un virus che ha attraversato il pianeta come una tempesta di pandemia, toccato milioni di soggetti e portato via alcune centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo per ricordarci dell’enormità delle nostre debolezze e dell’insignificanza delle nostre pretese e fantasie di superpotenza. Questa drammatica pandemia risveglierà abbastanza consapevolezza da far emergere una nuova, più modesta e realistica percezione e soprattutto più consapevole delle nostre debolezze collettive e della nostra “piccolezza” di fronte alla grandezza della natura? Lo spero con l’ottimismo della passione e dell’impegno e il pessimismo della ragione. In ogni caso, mi sembra che l’unico modo per proteggere i diritti essenziali delle generazioni future sia quello di porre fine al sistema capitalista che si nutre della miseria di uomini e donne e della distruzione di esseri viventi e natura. L’intangibilità dell’agricoltura e del cibo contro ogni forma di monopolizzazione, accumulazione, dominazione e distruzione massiccia della biodiversità e della vita è un primo passo essenziale e vitale per costruire un nuovo mondo più rispettoso dei diritti delle generazioni presenti e future. Alla scala del nostro paese, le alternative disponibili oggi per proteggere le generazioni future sono molto limitate. Abbiamo la scelta tra: continuare le attuali politiche che rafforzano la nostra dipendenza dall’esterno, impoverire i nostri contadini, distruggere le nostre risorse naturali e il nostro ambiente, partecipare al riscaldamento globale e ignorare i diritti dei nostri figli e nipoti; o adottarne una nuova più equa, più ecologica, più rispettosa della vita e più sovrana, quindi più libera. Questo è l’unico modo per proteggere il paese e il mondo dalla dipendenza, dalle pandemie e dalla distruzione dell’ambiente e della biodiversità.
L’agricoltura contadina e di sussistenza è in grado di nutrire la totalità del pianeta?
Quasi tutte le principali istituzioni internazionali, compresa la FAO, sostengono che l’agricoltura contadina alimenta già l’80% della popolazione, mentre le grandi aziende agroalimentari contribuiscono solo per il 20% all’approvvigionamento alimentare del mondo. Tuttavia, sappiamo che oltre la metà dei terreni agricoli è in mano a meno del 10% di tutti i produttori agricoli, mentre i produttori con meno di 10 ettari utilizzano solo circa un terzo dei terreni agricoli disponibili. È l’espressione più eloquente dell’ingiustizia fondiaria e alimentare. Dovremmo aspettare una crisi alimentare ancora più dura di quella del 2007-2008 o di una carestia, prima di degnarci di pensare a un cambiamento di paradigmi? Dovremmo vivere l’esperienza di un embargo ermetico e totale, come nel caso dell’Iraq di Saddam, per decidere finalmente di produrre tutti i nostri bisogni alimentari a livello locale? La Tunisia ha circa mezzo milione di famiglie contadine, che hanno un know-how straordinario e un livello ineguagliato di conoscenze accumulate di generazione in generazione, di cui non esiste un equivalente nelle scuole più prestigiose. Eppure le sue famiglie sono sempre più escluse e private delle loro risorse naturali e delle loro prime fonti di reddito dall’agroindustria che oppone loro una concorrenza ineguale rispetto alle risorse naturali e ai vari aiuti di stato diretti e indiretti. Se li reinstallassimo nel cuore della politica agricola con un accesso sufficiente e sicuro alle risorse naturali e materiali necessarie, sarebbero in grado di nutrire l’intera popolazione tunisina in condizioni eccellenti e per molti anni a venire. Per fare questo, dobbiamo iniziare ammettendo una cosa semplice: contrariamente a quanto affermano molti esperti e decisori, i contadini non sono vincoli e ostacoli allo sviluppo, ma un’opportunità straordinaria e un favoloso “potenziale” per, allo stesso tempo, costruire una vera politica di sovranità alimentare, sviluppare un’agricoltura destinata a nutrire gli esseri umani, proteggere la biodiversità e le risorse naturali e garantire l’accesso al cibo per tutti, oggi e domani. Non c’è e non può esserci sovranità alimentare e protezione della vita senza i contadini. Prendiamo l’esempio delle sementi locali che stanno scomparendo sempre più rapidamente a favore della nuova industria delle sementi che si suppone essere più redditizia e più in grado di garantire la sicurezza alimentare per la popolazione. In Tunisia c’erano oltre cinquanta diverse varietà di grano che tracciavano una mappa ecologica dei cereali … Oggi nel paese vengono coltivate meno di una dozzina di varietà diverse, principalmente varietà industriali, dette “migliorate”. Che cosa è successo negli ultimi sei o sette decenni? Una vera espropriazione dei contadini, che producevano i propri semi dalle loro colture, e che si sono trovati dipendenti dai mercati delle sementi industriali che richiedono un rinnovamento molto frequente e l’uso di grandi dosi di fertilizzanti e pesticidi … Nel fare questo, i contadini sono passati da uno stato di indipendenza cerealicola alla dipendenza quasi totale. Dunque, i contadini tunisini sono in grado di garantire la sovranità alimentare da soli, a condizione che si trovi una sorta di contratto politico che li riconosca come garanti della sovranità alimentare, della protezione delle risorse naturali, della biodiversità e delle piante e degli animali e contro i cambiamenti climatici, in cambio di uno status sociale ed economico che li protegga da catastrofi naturali e crisi economiche.
Habib Ayeb è stato intervistato da una giornalista del quotidiano tunisino francofono ”La Presse” con la promessa che l’intervista sarebbe stata pubblicata senza alcun taglio. La promessa non è stata mantenuta, il testo è stato tagliato circa del 35% e pubblicato sul quotidiano La Presse . Habib Ayeb ha spiegato anche che è stata amputata della parte più importante, quella che riguarda le riforme che aveva propostoCosì la versione integrale, quella che avete letto qui, è stata ripresa in francese dai nostri amici di Tunisia in Red, che ci hanno cortesemente proposto di pubblicarla anche su Comune con la traduzione e l’adattamento dal francese curato da Bernardo Severgnini.

martedì 21 luglio 2020

Economia NON osservata nei conti nazionali

dalla pagina https://www.istat.it/it/archivio/234323

Nel 2017 il valore aggiunto generato dall’economia non osservata, ovvero dalla somma di economia sommersa e attività illegali, si è attestato a poco meno di 211 miliardi di euro (erano 207,7 nel 2016), con un aumento dell’1,5% rispetto all’anno precedente, segnando una dinamica più lenta rispetto al complesso del valore aggiunto, cresciuto del 2,3%.
L’incidenza dell’economia non osservata sul Pil si è perciò lievemente ridotta portandosi al 12,1% dal 12,2% nel 2016, e confermando la tendenza in atto dal 2014, anno in cui si era raggiunto un picco del 13%. La diminuzione rispetto al 2016 è interamente dovuta alla riduzione del peso della componente riferibile al sommerso economico (dal 11,2% al 11,1%), mentre l’incidenza dell’economia illegale resta stabile (1,1%).
La composizione dell’economia non osservata, ovvero il peso percentuale che ciascuna componente ha sul totale dell’economia non osservata, registra modeste variazioni nell’arco dei quattro anni analizzati. La correzione della sotto-dichiarazione del valore aggiunto risulta essere la componente più rilevante in termini percentuali: nel 2017 pesa il 46,1% (+0,3 punti percentuali rispetto all’anno precedente).
L’insieme delle componenti dell’economia sommersa vale nel 2017 circa 192 miliardi di euro, il 12,3% del valore aggiunto prodotto dal sistema economico: la sotto-dichiarazione vale 97 miliardi, l’impiego di lavoro irregolare 79 miliardi e le componenti residuali 16 miliardi.
Il 41,7% del sommerso economico si concentra nel settore del Commercio all’ingrosso e al dettaglio, trasporti e magazzinaggio, attività di alloggio e ristorazione, dove si genera il 21,4% del valore aggiunto totale.
Nel 2017 sono 3 milioni e 700 mila le unità di lavoro a tempo pieno (ULA) in condizione di non regolarità, occupate in prevalenza come dipendenti (2 milioni e 696 mila unità). L’aumento della componente non regolare (+0,7% rispetto al 2016) segna la ripresa di un fenomeno che nel 2016 si era invece attenuato (-0,7% rispetto al 2015).

lunedì 20 luglio 2020

I dati ufficiali sul gioco d'azzardo in Italia

in attesa dei dati ufficiali completi relativi al 2019 ...

dalla pagina https://www.avvisopubblico.it/home/home/cosa-facciamo/informare/documenti-tematici/gioco-dazzardo/i-primi-dati-sul-gioco-dazzardo-in-italia-nel-2019/

"Il volume di denaro giocato in Italia nel 2019 è aumentato del 3,5%, attestandosi sul valore di 110,5 miliardi di euro. La Raccolta pro-capite (calcolata sulla popolazione maggiorenne residente in Italia) è pari a 2.180 euro"

dalla pagina https://www.avvisopubblico.it/home/home/cosa-facciamo/informare/documenti-tematici/gioco-dazzardo/i-dati-ufficiali-sul-gioco-dazzardo-in-italia-nel-2018/

L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ha reso disponibile nel mese di agosto 2019 il Libro Blu per il 2018 (clicca qui per il documento completo), pubblicazione annuale che riporta i dati principali – Raccolta, Spesa, vincite, incassi erariali – sul mercato del gioco d’azzardo legale in Italia (clicca qui per i dati del 2017).
Glossario
Per “Raccolta” si intende l’ammontare complessivo delle puntate effettuate dalla collettività dei giocatori.  La “Spesa” corrisponde alle perdite dei giocatori ed è data dalla differenza tra “Raccolta” e “Vincite”. Corrisponde inoltre al “Ricavo” della filiera (al lordo delle somme destinate all’Erario). L’“Erario” costituisce l’ammontare totale dell’imposizione fiscale e del differenziale residuale tra Raccolta, Aggi e Vincite dei giochi che entra nelle casse pubbliche.
RACCOLTA, SPESA ED ERARIO – DATI NAZIONALI
Il volume di denaro giocato dagli italiani nel 2018 è aumentato del 5%, attestandosi sul valore di 106,8 miliardi di euro. Stabile la Spesa e in leggera crescita gli incassi erariali. Di seguito la tabella con il confronto degli anni tra il 2015 e il 2018:

RACCOLTA E SPESA SUDDIVISE PER REGIONE
Di seguito la tabella dei volumi di Raccolta e Spesa suddivise per regione. Va sottolineato che il dato si riferisce alla sola rete fisica, escludendo il comparto del gioco online. Come si evince dalla tabella la Raccolta su rete fisica è cresciuta nel 2018 dello 0,8%, mentre la Spesa fa registrare un calo del 1,4%.

GIOCO ONLINE: IL 29.4% DELLA RACCOLTA TOTALE
Prosegue la crescita della Raccolta online (gioco a distanza), aumentata del 47% in appena due anni. La Raccolta online nel 2018 è stata pari a 31,4 miliardi di euro, il 29,4% del giocato complessivo in Italia.

LA RACCOLTA SUDDIVISA PER TIPOLOGIA DI GIOCO
Il 45.5% del giocato si divide fra slot machine o AWP (nella tabella indicate come “Apparecchi”) e VLT (VideoLottery).  Il trend delle due tipologie di gioco è opposto: continua a calare la Raccolta delle slot – anche per effetto della riduzione del numero di apparecchi sul territorio nazionale – mentre cresce il giocato delle VLT, che per la prima volta supera quello delle AWP. Torna a crescere il Lotto, pressoché stabili le Lotterie  – che comprende la tipologia dei cd. “Gratta e Vinci”- . Continua ad aumentare la Raccolta per i giochi a base sportiva.

DISTRIBUZIONE TERRITORIALE DI SLOT MACHINE E VIDEOLOTTERY
(al 31 dicembre 2018)
263.322 le slot machine presenti sul territorio nazionale alla fine dello scorso anno. Nel giugno 2018 l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli aveva annunciato in una nota di aver completato la prevista riduzione del 35%, per un totale di 259.130 slot presenti sul territorio nazionale. Pertanto in sei mesi il numero di slot è aumentato dell’1,5%.
56.967 le VLT presenti in Italia al 31 dicembre 2018, in aumento del 2% rispetto all’anno precedente.

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leggi anche:

sabato 18 luglio 2020

La politica necrofila di Bolsonaro sta compiendo un genocidio

dalla pagina https://ilmanifesto.it/brasile-la-politica-necrofila-di-bolsonaro-sta-compiendo-un-genocidio/

La lettera. Il teologo, scrittore e politico Frei Betto lancia un grido d'allarme. Bolsonaro sta intenzionalmente lasciando diffondere l'epidemia per sbarazzarsi di anziani e poveri. È in corso un disastro umanitario



Cari amici e amiche
In Brasile sta avvenendo un genocidio!
In questo momento che sto scrivendo, 16 luglio, il Covid, presente da febbraio, ha già ucciso 76 mila persone. Vi sono quasi 2 milioni di contagiati. Questa domenica 19/07 arriveremo a 80.0000 vittime. Ed è possibile che quando leggerai questo appello si sia arrivati a 100.000 mila vittime.
Quando ricordo che nella guerra del Vietnam, nel corso di 20 anni di storia, 58.000 militari americani furono scarificati, ho la consapevolezza della gravità della situazione nel mio Paese. E questo orrore causa indignazione e rivolta. E noi sappiamo che le misure di precauzione e restrizione, adottate in tanti altri Paesi, avrebbe potuto evitare un numero così alto di morti.
Questo genocidio è figlio dell’indifferenza del governo Bolsonaro. Si tratta di un genocidio intenzionale. Bolsonaro si compiace dell’altrui morte. Quando era un deputato federale in un’intervista del 1999 aveva dichiarato: “Tramite il voto non vai cambiare questo Paese, assolutamente in niente! Cambierà il Paese se ci sarà una guerra civile e se faremo ciò che la dittatura militare non ha fatto: uccidere 30 milioni di persone!”.  Votando per l’impeachment della Presidente Dilma, Bolsonaro offrì il suo voto in memoria del più noto torturatore dell’Esercito, il Colonnello Brilhante Ustra.
Ed è talmente ossessionato dalla morte, che una delle principali politiche del governo è la liberazione del commercio delle armi. Intervistato all’ingresso del Palazzo presidenziale, se non gli importava di tutte le vittime della pandemia, Bolsonaro ha risposto: “Non credo a questi numeri “(7 marzo, 92 morti); “Tutti moriremo un giorno” (29 marzo, 136 morti); “E cosa posso farci?” (28 aprile, 5071 morti).
Perché questa politica “necrofila”? Sin dall’inizio Bolsonaro ha affermato che l’importante era salvare l’economia, non le vite umane. E così ha rifiutato di dichiarare il lockdown, di far proprie le linee guida dell’OMS e non ha importato respiratori e tute di protezione individuale. È stato necessario un pronunciamento del Supremo Tribunale che ha delegato questa responsabilità in materia di sanità ai governatori e ai sindaci. Bolsonaro non ha neppure rispettato l’autorità dei suoi ministri della Salute.
Da febbraio due ministri della Salute sono stati licenziati perché discordavano dalla linea del Presidente. Adesso vi è come ministro della Salute il generale Pazuello che non capisce nulla di sanità. Bolsonaro, inoltre, ha cercato di nascondere il dato delle morti; ha impiegato 38 militari in funzioni importanti ministeriali, senza la necessaria qualifica e ha cancellato tutte le interviste diarie attraverso le quali la popolazione riceveva orientamento.
Sarebbe esaustivo dire che tutte le misure per l’aiuto alle famiglie di reddito basso (cioè più di 100 milioni di brasiliani) non sono mai state eseguite.
Le intenzioni criminose del governo sono chiare. Lasciare morire gli anziani per risparmiare sulla Previdenza. Lasciare morire i portatori di malattie croniche per economizzare sulla spesa mutualistica. Lasciare morire i poveri per risparmiare i soldi del programma di assistenza “Bolsa Familia” e di altri programmi sociali destinati ai 52, 5 milioni di poveri che vivono in povertà e ai 13, 5 milioni che si trovano nella povertà assoluta (secondo i dati dello stesso governo federale).
Non soddisfatto con queste misure, il Presidente ha abrogato con il progetto di legge deliberato il 3 luglio scorso la norma di legge che obbligava all’uso di mascherine nei negozi aperti al pubblico, nelle scuole e nei templi di culto.. Ha vietato le multe previste per chi non ottempera a queste indicazioni e ha liberato il governo dall’obbligo di distribuire mascherine ai più poveri, che sono le principali vittime del Covid e alla popolazione carceraria. In ogni caso questi veti non annullano altre disposizioni di legislazioni locali che impongono l’uso delle mascherine.
L’8 luglio Bolsonaro ha eliminato le norme di legge, approvate dal Senato, che obbligavano il governo a fornire acqua potabile e materiale di igiene e pulizia, istallazione Internet, ceste alimentari, sementi e ferramenta agricole ai villaggi indigeni e ai quilombos (comunità nere, di discendenti africani).
Ha anche “bloccato” i fondi di emergenza destinati alla salute indigena, così pure le facilitazioni previste per gli abitanti dei villaggi indigeni e quilombos per incassare un assegno di 600 reais (100, 120 dollari) per tre mesi. Così pure ha eliminato l’obbligo del governo di fornire più letti ospedalieri e equipaggiamenti sanitari (maschere di ossigeno, ecc) a indios e abitanti dei quilombos.
Indios e quilombos sono stati decimati per la crescente devastazione socio ambientale, specialmente in Amazzonia.
Per favore divulgate questi crimini contro l’umanità! È assolutamente necessario che le denunce di ciò che sta avvenendo in Brasile arrivino ai Vostri governi, alle reti digitali, al Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU e al Tribunale dell’Aia, così come a Banche e imprese che fanno affari con il Brasile.
Ancor prima del giornale “The Economist”, nelle reti digitali parlo di Bolsonaro come un nuovo “Nerone”. In quanto Roma brucia, egli suona la lira e fa propaganda per la clorochina, che non ha nessuna efficacia scientifica contro il coronavirus… I suoi produttori sono però alleati del Presidente Bolsonaro!
Ringrazio per la divulgazione di questa lettera. Solo la pressione internazionale potrà fermare il genocidio che devasta il nostro caro e meraviglioso Paese.
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Frei Betto è frate domenicano e scrittore, consulente della FAO e di movimenti sociali.

mercoledì 15 luglio 2020

Fao: a rischio fame 130 milioni di persone in più. La Santa Sede chiede solidarietà

dalla pagina https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2020-07/fame-malnutrizione-fao-asia-africa.html

Bimbo malnutrito in Yemen  (AFP or licensors)
Fame cronica e malnutrizione non solo non spariscono ma aumentano, rendendo sempre più difficile il raggiungimento degli Obiettivi di assistenza alimentare per tutti entro il 2030. E il 2020 potrebbe segnare il drammatico record di 130 milioni di nuove vittime di carenze alimentari per le ripercussioni economiche del Covid-19. La Santa Sede chiede solidarietà, maggiore cooperazione internazionale, strategie a favore dei piccoli produttori e politiche di riduzione dei prezzi degli alimenti nutrienti. Con noi l'Osservatore Permanente presso la Fao, monsignor Fernando Chica Arellano

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Quasi 690 milioni di persone hanno sofferto la fame nel 2019, con un aumento di 10 milioni rispetto al 2018 e di 60 milioni negli ultimi cinque anni. E’  quanto denuncia l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), nel documento intitolato "State of Food Security and Nutrition in the World", pubblicato oggi. Il rapporto sullo Stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo è il più autorevole monitoraggio globale degli studi sui progressi verso l’obiettivo indicato della fine della fame e della malnutrizione nel mondo. È elaborato grazie al lavoro congiunto della Fao, del Fondo internazionale per l’agricoltura (Ifad), del Fondo per l’infanzia (Unicef), del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (Pam) e dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms). Nella prefazione, i capi delle cinque agenzie avvertono che “cinque anni dopo che i leader mondiali si sono impegnati a porre fine alla fame, all’insicurezza alimentare e a tutte le forme di malnutrizione, siamo ancora fuori strada rispetto all’obiettivo fissato entro il 2030". Dei dati emersi e della necessità di rafforzare la cooperazione internazionale abbiamo parlato con l'Osservatore Permanente della Santa Sede, monsignor Fernando Chica Arellano: audio

Monsignor Arellano sottolinea che il rapporto mette in evidenza quanto siamo lontani dallo sconfiggere la fame nel mondo, mostra che "non siamo sulla buona strada". Dalla valutazione dei dati emerge che l'impegno assunto nel 2015 con l'obiettivo di risultati concreti entro il 2030 non è riuscito a portare reali progressi. E l'Osservatore Permanente della Santa Sede sottolinea che l'emergenza è su due fronti: per chi soffre di denutrizione e per quanti soffrono di malattie provocate dalla malnutrizione, quindi ad esempio il consumo eccessivo di sostanze grasse non salutari, cibi insalubri. A questo proposito, monsignor Chica Arellano parla soprattutto di bambini e sottoline al'importanza di una corretta educazione alimentare, ricordando che anche Papa Francesco ha parlato di questo nella Laudato sì, affrontando diverse questioni legate all'ambiente.  Poi l'Osservatore Permanente presso la Fao spiega quale potrebbe essere la via da percorrere. Innanzitutto, bisogna rafforzare la cooperazione internazionale - spiega - per assicurare solidarietà nel mondo, lavorando per sconfiggere povertà, disuguaglianze, ingiustizie. "Ci vogliono politiche giuste". E indica poi delle possibili strategie concrete: sostenere i piccoli produttori, ridurre il costo di alimenti di base ricchi di nutrienti. E' chiaro - ricorda - che il problema della malnutrizione è strettamente collegato a quello della povertà. 

Le aree del mondo più colpite

L’Asia è tristemente la patria del maggior numero di denutriti (381 milioni). L’Africa è seconda (250 milioni), seguita da America Latina e Caraibi (48 milioni). La percentuale complessiva di persone affamate è cambiata poco, ma i numeri assoluti sono in deciso aumento e questo si spiega perchè negli ultimi cinque anni la fame è cresciuta al passo con la popolazione globale. Questo, dunque, significa che si rilevano grandi disparità regionali: in termini percentuali, l‘Africa è la regione più colpita: arriva al 19,1 per cento della sua gente denutrita. Si tratta di un tasso più che doppio rispetto a quello registrato in Asia (8,3 per cento) e a quello rilevato in America Latina e Caraibi (7,4 per cento). Considerando, però, i trend riscontrati in ogni continente, gli studiosi che hanno redatto il rapporto affermano che nel 2030 sarà l’Africa ad ospitare più della metà della fame cronica del mondo.

Il prezzo della pandemia

Secondo le previsioni del rapporto, la pandemia di Covid-19 potrebbe spingere oltre 130 milioni di persone ad aggiungersi ai casi di fame cronica entro la fine dell’anno. Il maggior numero di persone alle prese con drammatiche carenze nell’alimentazione si riscontrano in Asia, ma il fenomeno si sta espandendo rapidamente in Africa. Man mano che i progressi nella lotta contro la fame dopo aver rallentato si stanno arrestando, la pandemia da Covid-19 sta moltiplicando le vulnerabilità e favorendo le inadeguatezze dei sistemi alimentari globali, intendendo le attività e i processi che incidono sulla produzione, sulla distribuzione e sul consumo di alimenti. Certamente è troppo presto per valutare il pieno impatto delle varie misure di blocco delle attività, del cosiddetto lockdown in atto con modalità diverse ma analoghe in vari contesti, il rapporto al momento fotografa 83 milioni di persone destinate a finire in condizioni di fame, ai quali potrebbero aggiungersi altri fino ad arrivare a 132 milioni di persone che potrebbero finire nel computo di quanti soffrono la fame nel 2020 a causa della recessione economica innescata dalle conseguenze dell’infezione da coronavirus.

Non è solo una questione umanitaria

Il rapporto delle Nazioni Unite avverte: garantire una dieta sana a quanti non possono permettersela non sarebbe solo un dovere della comunità internazionale nei confronti di altri esseri umani ma anche un provvedimento “utile” a risparmiare miliardi di costi per le conseguenze in termini sociali. Si stima che il contenimento della fame nel mondo potrebbe assicurare ogni anno un risparmio di 1,3 miliardi di dollari. E si legge anche che una diversa gestione delle risorse e dei meccanismi della catena alimentare potrebbe contribuire a ridurre del 75 per cento le emissioni di gas a effetto serra, che si stima abbiano un costo di 1,7 miliardi di dollari ogni anno. Prezzi elevati per l’approvvigionamento di cibi sani significa anche che miliardi di persone non possono permettersi di mangiare in modo equilibrato e nutriente. E questo provoca negli anni ricadute pesanti in termini di costi sociali. Bisogna superare la malnutrizione in tutte le sue forme: dalla denutrizione con carenze di sostanze nutrienti – come quelle contenute ad esempio nei latticini, nella frutta, verdura e cibi ricchi di proteine che sono i gruppi alimentari più costosi a livello globale – ma si parla di disfunzioni nutrizionali e danni gravi per la salute anche nel casi di un’alimentazione scorretta o povera che porta sovrappeso e obesità, a volte per eccesso di aminoacidi a basso costo o per eccesso di zuccheri, bibite adulcorate o cibi grassi nelle fasce sociali più basse di Paesi ricchi come gli Stati Uniti e l’ Europa. Non si tratta solo di assicurare cibo sufficiente per sopravvivere: è fondamentale affrontare la questione di cosa le persone mangino e, soprattutto, valutare ciò che mangiano i bambini. Il rapporto evidenzia che una dieta sana costa molto di più di 1,90 dollari al giorno, cifra stabilità a livello internazionale quale soglia di povertà. E le ultime stime indicano che l’incredibile cifra di 3 miliardi di persone o più non può permettersi una dieta sana. Nell’Africa sub-sahariana e in Asia meridionale, questo è il caso del 57 percento della popolazione, ma il fenomeno non risparmia, anche se non in queste percentuali, il Nord America e il vecchio continente.

L'obesità altra faccia della fame

Secondo il rapporto, nel 2019, tra un quarto e un terzo dei bambini sotto i cinque anni nel mondo - 191 milioni – denunciavano carenze della crescita. Altri 38 milioni di minori sempre sotto i cinque anni di vita, erano in sovrappeso. Nel rapporto si legge anche che “tra gli adulti, nel frattempo, l'obesità è diventata globale pandemia a sé stante”.

La parabola degli ultimi anni 

Gli esperti scrivono che gli aggiornamenti dei dati critici relativi alla Cina – che ha un quinto della popolazione mondiale - e altri Paesi densamente popolati hanno portato a un taglio del numero globale di persone affamate agli attuali 690 milioni rispetto agli 822 milioni del 2019. Tuttavia – spiegano - non c’è stato alcun cambiamento nella tendenza di crescita che si è ripresentata a partire dal 2014 dopo che dal 2000 si era registrata invece una diminuzione. Le edizioni 2017 e 2018 di questo rapporto hanno mostrato che i conflitti e la variabilità climatica minano gli sforzi per porre fine alla fame, all’insicurezza alimentare e alla malnutrizione. Nel 2019, il rapporto ha mostrato che sono sopraggiunte anche le fasi di rallentamento dell’economia a frenare ulteriormente. Nel 2020, la pandemia da Covid-19, nonché alcuni casi di invasione di locuste senza precedenti nell’Africa orientale, stanno gettando un’ombra sulle prospettive economiche in termini che nessuno avrebbe potuto prevedere e la situazione potrebbe solo peggiorare se non si agisce con urgenza e non si intraprendono azioni senza precedenti.

Un invito all’azione


Il rapporto sollecita una trasformazione dei sistemi alimentari per ridurre i costi degli alimenti nutrienti e aumentare l’accessibilità economica di diete sane. Mentre le soluzioni specifiche differiranno da Paese a paese, e anche al loro interno, le risposte generali si trovano con interventi lungo l’intera catena di approvvigionamento alimentare, nell’ambiente e nelle politiche economiche che modellano il commercio, la spesa pubblica e gli investimenti a livello sociale. Lo studio invita i governi a rivedere le strategie in tema di alimentazione e agricoltura; a lavorare per ridurre i fattori di aumento dei costi nella produzione, stoccaggio, trasporto, distribuzione e commercializzazione di prodotti alimentari, anche riducendo le inefficienze e gli sprechi di cibo e la gestione dei rifiuti; a sostenere i produttori locali di piccole dimensioni che vogliono coltivare e vendere alimenti più nutrienti e garantire loro accesso ai mercati; a dare la priorità all’alimentazione dei bambini in quanto categoria più bisognosa; a promuovere nuovi comportamenti attraverso le agenzie educative e i media; a far rientrare la nutrizione nei sistemi di protezione sociale nazionali e nelle strategie di investimento. I capi delle cinque agenzie delle Nazioni Unite assicurano il loro impegno a sostenere i governi per uno sviluppo sostenibile per le persone e per il pianeta.