mercoledì 8 aprile 2020

La CEI per il 1° maggio. “Il lavoro in un’economia sostenibile”

dalla pagina https://www.ceinews.it/2020/04/08/la-cei-per-il-1-maggio-il-lavoro-in-uneconomia-sostenibile/


Messaggio dei Vescovi per la 
Festa del 1° maggio 2020
“Il lavoro in un’economia sostenibile”

«Il Signore Dio pose l’uomo nel giardino di Eden,
perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gen 2,15)

L’emergenza seguita alla diffusione del Covid-19 ci sta insegnando che le vicende dell’esistenza rimescolano le carte a volte in maniera improvvisa, rivelando la nostra realtà più fragile. Ci ha fatto comprendere quanto è importante la solidarietà, l’interdipendenza e la capacità di fare squadra per essere più forti di fronte a rischi ed avversità.
L’emergenza sanitaria porta con sé una nuova emergenza economica.
Nulla sarà come prima per le famiglie che hanno subito perdite umane.
Nulla sarà come prima per chi è stremato dai sacrifici in quanto operatore sanitario.
Nulla sarà come prima anche per il mondo del lavoro, che ha prima rallentato e poi ha visto fermarsi la propria attività. Già si contano danni importanti, soprattutto per gli imprenditori che in questi anni hanno investito per creare lavoro e si trovano ora sulle spalle ingenti debiti e grandi punti interrogativi circa il futuro della loro azienda.
Nulla sarà come prima per i settori che sono andati in sofferenza e vivono l’incertezza del domani: si pensi al turismo, ai trasporti e alla ristorazione, al mondo della cooperazione e del Terzo settore, a tutta la filiera dell’agricoltura e del settore zootecnico, alle ditte che organizzano eventi, al comparto della cultura, alle piccole e medie imprese che devono competere a livello globale e si vedono costrette a chiusure forzate, senza poter rispondere alla domanda di beni e servizi. Giorno dopo giorno, ora dopo ora, comprendiamo il serio rischio che grava su molti lavoratori e molte lavoratrici.
Nulla sarà come prima per tutte le realtà del Terzo settore e particolarmente quelle afferenti al mondo ecclesiale. Già in queste settimane abbiamo registrato gravi difficoltà nel sostenere gli oneri economici di queste imprese (scuole paritarie, case di riposo, cooperative sociali …), soprattutto nei confronti di coloro che vi lavorano. Per altro, non avendo finalità di lucro, le loro attività si svolgono, in gran parte, con margini di sicurezza economica molto ridotti. Non solo i prossimi mesi, ma il loro stesso futuro, rischia di essere pregiudicato.
È con questa preoccupazione nel cuore che ci apprestiamo a celebrare la Festa del 1° maggio di quest’anno.

1.              Il lavoro «in crisi»

In un sistema che – quando mette al centro l’esclusivo benessere dei consumatori e la crescita dei profitti delle imprese – è già problematico per sua natura, la crisi sanitaria e quella economica gravano sensibilmente sulla qualità e sulla dignità del lavoro.
Si generano purtroppo una quantità rilevante di persone «scartate». Le dimensioni del problema non sono più percepibili correttamente con le tradizionali statistiche di occupazione e disoccupazione, perché il lavoro anche quando non manca, spesso è precario, povero, temporaneo, lontano da quei quattro attributi definiti da papa Francesco: libero, creativo, partecipativo, solidale (EG 192).
Il problema della qualità e della dignità del lavoro si intreccia con altre dimensioni di insostenibilità tipiche dei nostri giorni. Già prima dell’emergenza del CoVid-19, lo svolgersi degli eventi è stato un continuo susseguirsi di emergenze sul fronte del lavoro e dei cambiamenti climatici. Si tratta di emergenze correlate, al punto che in alcuni casi (come per l’ex Ilva di Taranto) prospettano l’ingiusto dilemma di dover sacrificare un problema per cercare di risolvere l’altro. In realtà, quello che l’attualità ci sta chiedendo di affrontare, senza ulteriori ritardi o esitazioni, è una transizione verso un modello capace di coniugare la creazione di valore economico con la dignità del lavoro e la soluzione dei problemi ambientali (riscaldamento globale, smaltimento dei rifiuti, inquinamento). L’epidemia del coronavirus ha rafforzato la consapevolezza della nostra debolezza con un drammatico shock che ci ha scoperti nuovamente vulnerabili e fortemente interdipendenti ciascuno dall’altro, in un pianeta che è sempre di più comunità globale. «Nessuno deve perdere lavoro per il coronavirus» è stato lo slogan ripetuto all’indomani della crisi: è fondamentale che questo appello abbia successo, evitando le conseguenze negative di breve e medio termine. Sono auspicabili misure di aiuto a famiglie ed imprese che sappiano fare attenzione a proteggere tutti, soprattutto le categorie solitamente più fragili e meno tutelate come i lavoratori autonomi, gli irregolari o quelli con contratti a tempo determinato.
Il problema per i lavoratori più esposti non è solo quello della perdita del salario o dell’occupazione, ma anche quello delle condizioni sul luogo di lavoro. Gli operatori nella manifattura, nel settore alimentare e della logistica hanno assicurato anche nei giorni della crisi beni e servizi necessari per il resto del paese, lavorando in condizioni difficili e non sempre di sicurezza. Per non parlare degli eroi di questa emergenza, il personale medico e sanitario, professionale e volontario, che, mettendo a rischio la propria vita, non manca di garantire le cure alle vittime dell’epidemia.
Le emergenze dei nostri giorni sono la spia di un problema più profondo che riguarda l’orientamento della persona. L’orizzonte è quello dell’ecologia integrale della Laudato si’, che riprende e attualizza il messaggio della Dottrina sociale della Chiesa per far fronte alle nuove sfide. Abbiamo bisogno di un’economia che metta al centro la persona, la dignità del lavoratore e sappia mettersi in sintonia con l’ambiente naturale senza violentarlo, nell’ottica di uno sviluppo sostenibile.

2.              Verso un’economia sostenibile

Costruire un’economia diversa non solo è possibile, ma è l’unica via che abbiamo per salvarci e per essere all’altezza del nostro compito nel mondo. E’ in gioco la fedeltà al progetto di Dio sull’umanità.
Per ridare forza e dignità al lavoro dobbiamo curare la ferita dei nostri profondi divari territoriali. Non esiste una sola Italia del lavoro, ma «diverse Italie», con regioni e zone vicine alla piena occupazione – dove il problema diventa spesso quello di umanizzare il lavoro, vivendo il riposo della festa – e regioni dove il lavoro manca e costringe molti a migrare.
Dobbiamo altresì avere il coraggio di guardare alla schizofrenia del nostro atteggiamento verso i nostri fratelli migranti: sono sfruttati come forma quasi unica di manovalanza, a condizioni di lavoro non dignitose in molte aree del Paese. Dobbiamo saper trasformare le reti di protezione contro la povertà – essenziali in un mondo dove creazione e distruzione di posti di lavoro sono sempre più rapidi e frequenti – in strumenti che non tolgano dignità e desiderio di contribuire con il proprio sforzo al benessere del Paese.
L’impegno sociale, politico ed economico per un lavoro degno non passa attraverso la demonizzazione del progresso tecnologico, che può essere invece preziosissimo alleato per sconfiggere più rapidamente un’epidemia o aiutarci a coltivare relazioni affettive e di lavoro a distanza, in un momento di necessaria limitazione delle nostre libertà di movimento. In ogni epoca della storia umana le rivoluzioni tecnologiche hanno sollevato i lavoratori dalla fatica e da mansioni ripetitive e poco generative, aumentando la creazione di ricchezza con la tendenza a concentrarla nelle mani dei pochi proprietari delle nuove tecnologie. Sono state le politiche fiscali progressive a redistribuire la maggiore ricchezza creata in occasione delle rivoluzioni tecnologiche nelle mani di molti, trasformandola in domanda diffusa e facendo nascere nuovi beni e servizi, attività, mestieri e professioni. Non è il progresso scientifico e tecnologico che «ruba» il lavoro, ma l’incapacità delle politiche sociali ed economiche di redistribuire la maggiore ricchezza creata.

3.              Il compito delle istituzioni e di ciascuno

In un mondo complesso come il nostro, il cambiamento non nasce con un atto d’imperio. Infatti, i rappresentanti delle istituzioni, anche quando sono animati dalle migliori intenzioni, si muovono in uno spazio pieno di limiti e vincoli e dipendono in modo cruciale da consenso e scelte dei cittadini e dai comportamenti delle imprese. Ciò vale per affrontare i problemi del tempo ordinario e quelli del tempo straordinario dove il successo del contenimento dell’epidemia passa attraverso la responsabilità sociale dei cittadini e i loro comportamenti.
La cittadinanza attiva e l’impegno di tutti noi in materia di stili di vita e di capacità di premiare con le nostre scelte prodotti e imprese che danno più dignità al lavoro sono oggi una leva di trasformazione che rende anche la politica consapevole di avere consenso alle spalle, quando si impegna con decisione a promuovere la stessa dignità del lavoro.
La sfida che abbiamo di fronte è formidabile e richiede l’impegno di tutti. C’è una missione comune da svolgere nelle diverse dimensioni del nostro vivere come cittadini che partecipano alla vita sociale e politica, come risparmiatori e consumatori consapevoli, come utilizzatori dei nuovi mezzi di comunicazione digitali. Questo chiede a tutti di dare un contributo alla costruzione di un modello sociale ed economico dove la persona sia al centro e il lavoro più degno. Così, senza rimuovere impegno e fatica, si può rendere la persona con-creatrice dell’opera del Signore e generativa.
Nel cammino che la Chiesa italiana sta facendo verso la 49ª Settimana Sociale di Taranto (4-7 febbraio 2021) siamo chiamati a coniugare lavoro e sostenibilità, economia ed emergenza sanitaria. L’opera umana sa cogliere la sfida di rendere il mondo una casa comune. I credenti possono diventare segno di speranza in questo tempo. Capaci di abitare e costruire il pianeta che speriamo.

La Commissione Episcopale
per i problemi sociali e il lavoro,
la giustizia e la pace

Roma, 5 aprile 2020

martedì 7 aprile 2020

Per ripartire dopo l'emergenza Covid-19

dalla pagina https://www.laciviltacattolica.it/articolo/per-ripartire-dopo-lemergenza-covid-19/

Gaël Giraud, "Per ripartire dopo l'emergenza Covid-19", La Civiltà Cattolica, Quaderno 4075, Volume II, 2020, pp.7-19

Ciò che stiamo sperimentando, al prezzo della sofferenza inaudita di una parte significativa della popolazione, è il fatto che l’Occidente, dal punto di vista sanitario, non ha strutture e risorse pubbliche adeguate a questa epoca e a questa situazione. Come fare per entrare nel XXI secolo anche dal punto di vista della salute pubblica? È questo che gli occidentali devono capire e mettere in atto, in poche settimane, di fronte a una pandemia che, nel momento in cui scriviamo, promette di imperversare per il Pianeta, a causa delle ricorrenti ondate di contaminazione e delle mutazioni del virus[1]. Vediamo come e perché.

Il sistema sanitario occidentale e la pandemia

Dobbiamo innanzitutto ribadire, a rischio di creare sconcerto, che la posizione di molti specialisti di salute pubblica è coerente su un punto[2]: la pandemia Covid-19 sarebbe dovuta rimanere una epidemia più virale e letale dell’influenza stagionale, con effetti lievi sulla grande maggioranza della popolazione, e molto seri solo su una piccola frazione di essa. Invece – se consideriamo in particolare alcuni Paesi europei e gli Stati Uniti – lo smantellamento del sistema sanitario pubblico ha trasformato questo virus in una catastrofe senza precedenti nella storia dell’umanità e in una minaccia per l’insieme dei nostri sistemi economici.

Ciò che affermano gli esperti è che sarebbe stato relativamente facile frenare la pandemia praticando lo screening sistematico delle persone infette sin dall’inizio dei primi casi; monitorando i loro movimenti; ponendo in quarantena mirata le persone coinvolte; distribuendo in modo massiccio mascherine all’intera popolazione a rischio di contaminazione, per rallentare ulteriormente la diffusione. Trasformare un sistema sanitario pubblico degno di questo nome in un’industria medica in fase di privatizzazione si rivela un problema grave. Ciò non impedisce a «eroi» e «santi» di continuare e lavorare nella sanità pubblica: ne abbiamo una vivida rappresentazione in questi giorni.

La diffusa privatizzazione dell’assistenza sanitaria ha portato le nostre autorità a ignorare gli avvertimenti fatti dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) in merito ai mercati della fauna selvatica a Wuhan. Non si tratta di dare lezioni ex post a nessuno, ma di comprendere i nostri errori per agire nel modo più intelligente possibile nel futuro.

Prevenire eventi come una pandemia non è redditizio a breve termine. Pertanto, non ci siamo premuniti né di mascherine né di test da eseguire massicciamente. E abbiamo ridotto la nostra capacità ospedaliera in nome dell’ideologia dello smantellamento del servizio pubblico, che ora si mostra per quella che è: un’ideologia che uccide. Non avendo mai aderito a tale ideologia, e forti dell’esperienza dell’epidemia di Sars del 2002, Paesi come la Corea del Sud e Taiwan hanno predisposto un sistema di prevenzione estremamente efficace: lo screening sistematico e il tracciamento, puntando alla quarantena e alla collaborazione della popolazione adeguatamente informata e istruita, facendole indossare le mascherine. Nessun confinamento. Il danno economico risulta trascurabile.

Invece dello screening sistematico, noi occidentali abbiamo adottato una strategia antica, quella del confinamento[3], a fronte di una frazione esigua di infetti, e di una parte ancora più piccola tra questi che potrebbe avere gravi complicazioni. Ma, per quanto piccola possa essere, quest’ultima frazione è ancora maggiore dell’attuale capacità di assistenza dei nostri ospedali.

Non avendo altre strategie, è chiaro che il non fare nulla equivarrebbe a condannare a morte centinaia di migliaia di cittadini, come mostrano le proiezioni che circolano all’interno della comunità degli epidemiologi, comprese quelle dell’Imperial College di Londra[4]. Anche se alcuni aspetti di questo documento sono discutibili, esso ha il merito di chiarire che l’inazione è semplicemente criminale. È stata questa prospettiva a indurre Emmanuel Macron in Francia e Boris Johnson nel Regno Unito a rinunciare alla loro iniziale strategia di «immunizzazione di gregge»[5] e a «svegliare» l’amministrazione Trump. Ma troppo tardi: questi Paesi ora rischiano di pagare un prezzo pesantissimo in termini di vite umane per il loro ritardo nell’intervenire adeguatamente.

Il ritorno dello Stato sociale

Il parziale isolamento dell’Europa ha ravvivato l’idea che il capitalismo è sicuramente un sistema molto fragile, e così lo Stato sociale è tornato di moda. In realtà, il difetto nel nostro sistema economico ora rivelato dalla pandemia è purtroppo semplice: se una persona infetta è in grado di infettarne molte altre in pochi giorni e se la malattia ha una mortalità significativa, come nel caso di Covid-19, nessun sistema economico può sopravvivere senza una sanità pubblica forte e adeguata.

I lavoratori, anche quelli più in basso nella scala sociale, prima o poi infetteranno i loro vicini, i loro capi, e gli stessi ministri alla fine contrarranno il virus. Impossibile mantenere la finzione antropologica dell’individualismo implicita nell’economia neoliberista e nelle politiche di smantellamento del servizio pubblico che la accompagnano da quarant’anni: l’esternalità negativa indotta dal virus sfida radicalmente l’idea di un sistema complesso modellato sul volontarismo degli imprenditori «atomizzati».

La salute di tutti dipende dalla salute di ciascuno. Siamo tutti connessi in una relazione di interdipendenza. E questa pandemia non è affatto l’ultima, la «grande peste» che non tornerà per un altro secolo, al contrario: il riscaldamento globale promette la moltiplicazione delle pandemie tropicali, come affermano la Banca Mondiale e l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) da anni. E ci saranno altri coronavirus.

Senza un efficiente servizio sanitario pubblico, che consenta di selezionare e curare tutti, non esiste più alcun sistema produttivo praticabile durante un’epidemia da coronavirus. E questo per decenni. L’appello lanciato il 12 marzo dal Mouvement des entreprises de France (Medef) – il sindacato francese dei datori di lavoro – per «rendere il sistema produttivo più competitivo» tradisce un profondo malinteso sulla pandemia.

Come uscire dall’isolamento?

Se gli operatori sanitari si ammalano, c’è il rischio del collasso del sistema ospedaliero, come sembra stia accadendo in Italia a Bergamo, Brescia e, in misura minore, a Milano. È quindi necessario che lo Stato promuova la diffusione di farmaci anti o retrovirali, in modo da consentire molto rapidamente, ovunque, di alleviare il carico del sistema ospedaliero sull’orlo del tracollo. E che i cittadini di tutti i Paesi mostrino finalmente senso di responsabilità.

Perché il confinamento sia rigoroso, insieme ai noti comportamenti elementari di igiene personale, tutti devono comprenderne il significato e l’utilità. Il confinamento rallenta efficacemente la diffusione del virus e – ripetiamolo –, in assenza di un sistema di screening, rimane la strategia meno negativa a breve termine. Tuttavia, se ci fermiamo a esso, diventa inutile: se usciamo dal confinamento, diciamo, tra un mese, il virus sarà ancora in circolazione e causerà gli stessi decessi di quelli che avrebbe causato oggi in assenza di contenimento.

Attendere, attraverso l’isolamento, che la popolazione si immunizzi – più o meno, la stessa strategia inizialmente proposta da Johnson, ma «a casa» – richiederebbe mesi di confinamento. Per capirlo, è sufficiente tornare al parametro essenziale di una pandemia, R0, il «numero di riproduzione di base», ossia il numero medio di infezioni secondarie prodotte da ciascun individuo infetto. Finché R0 è maggiore di 1, vale a dire fino a quando un individuo infetto può contagiare più di una persona, il numero di persone infette aumenta in modo esponenziale. Se lasciamo il contenimento senza ulteriori indugi prima che R0 scenda al di sotto di 1, avremo quelle centinaia di migliaia di morti che la pandemia ha minacciato di causare sin dall’inizio.

Tuttavia, affinché l’immunizzazione collettiva porti R0 al di sotto di 1, è necessario immunizzare circa il 50% della popolazione, cosa che – dato il tempo medio di incubazione (5 giorni) – richiederebbe probabilmente più di 5 mesi di reclusione, se ipotizziamo che ci sia oggi un milione di infetti. Un’opzione insostenibile in termini economici, sociali e psicologici. È l’intero sistema di produzione dei nostri Paesi che collasserebbe, a partire dal nostro sistema bancario, che è estremamente fragile.

Per non parlare del fatto che, in questo momento, i più poveri tra noi – rifugiati, persone di strada ecc. – sono costretti a morire non a causa del virus, ma perché non possono sopravvivere senza una società attiva. Senza dimenticare inoltre che non abbiamo alcuna garanzia che i nostri circuiti di approvvigionamento alimentare possano resistere allo shock della quarantena per un tempo così lungo: vogliamo costringere i lavoratori a reddito medio/basso a mettere a rischio la propria vita per continuare, per esempio, a trasportare il cibo per i dirigenti che rimangono tranquillamente a casa o nella loro tenuta in campagna?

È quindi necessario organizzare una «prima» liberazione dal contenimento, al più tardi tra qualche settimana. Prendere questo rischio collettivamente ha senso però solo a una condizione: applicare, questa volta, la strategia adottata in Corea del Sud e a Taiwan con il massimo rigore. Il tempo che stiamo guadagnando chiudendoci in casa dovrebbe servire per:

  • riportare R0 (che probabilmente era circa 3 all’inizio del contagio) il più vicino possibile a 1;
  • incoraggiare la riconversione di alcuni settori economici, per produrre in serie i ventilatori polmonari di cui ora hanno bisogno le terapie intensive per salvare vite umane;
  • consentire ai laboratori occidentali di produrre subito apparecchiature e materiali di screening, mentre si organizzano per realizzare in poche settimane il sistema necessario. Al momento ci sono due enzimi, in particolare, le cui scorte sono molto insufficienti, e quindi limitano la nostra capacità di effettuare screening[6];
  • produrre le mascherine di protezione, essenziali per frenare la diffusione del virus quando lasciamo la nostra casa.
Se porremo fine al nostro confinamento collettivo quando i nostri mezzi di rilevazione non saranno pronti o mancheranno le mascherine, correremo nuovamente il rischio di una tragedia. Sfortunatamente, oggi è impossibile misurare R0. Pertanto, dobbiamo attendere fino a quando non saremo organizzati per lo screening e pianificare l’uscita ordinata dalla quarantena il più rapidamente possibile.

Cosa succederà a quel punto? Coloro che vengono «liberati» devono essere sottoposti a screening sistematico e indossare le mascherine per diverse settimane. Altrimenti, l’uscita dal confinamento avrà un esito peggiore di quello dell’inizio della pandemia. Coloro che sono ancora positivi verranno quindi messi in quarantena, insieme al loro entourage. Altri possono andare a lavorare o riposare altrove. I test dovranno continuare per tutta l’estate per essere sicuri che il virus è stato sradicato all’arrivo dell’autunno.

La salute come bene comune globale

La pandemia ci sta costringendo a capire che non esiste un capitalismo davvero praticabile senza un forte sistema di servizi pubblici e a ripensare completamente il modo in cui produciamo e consumiamo, perché questa pandemia non sarà l’ultima. La deforestazione – così come i mercati della fauna selvatica di Wuhan – ci mette in contatto con animali i cui virus non ci sono noti. Lo scongelamento del permafrost minaccia di diffondere pericolose epidemie, come la «spagnola» del 1918, l’antrace, ecc. Lo stesso allevamento intensivo facilita la diffusione di epidemie.

A breve termine, dovremo nazionalizzare le imprese non sostenibili e, forse, alcune banche. Ma molto presto dovremo imparare la lezione di questa dolorosa primavera: riconvertire la produzione, regolare i mercati finanziari; ripensare gli standard contabili, al fine di migliorare la resilienza dei nostri sistemi di produzione; fissare una tassa sul carbonio e sulla salute; lanciare un grande piano di risanamento per la reindustrializzazione ecologica e la conversione massiccia alle energie rinnovabili.

La pandemia ci invita a trasformare radicalmente le nostre relazioni sociali. Oggi il capitalismo conosce «il prezzo di tutto e il valore di niente», per citare un’efficace formula di Oscar Wilde. Dobbiamo capire che la vera fonte di valore sono le nostre relazioni umane e quelle con l’ambiente. Per privatizzarle, le distruggiamo e roviniamo le nostre società, mentre mettiamo a rischio vite umane. Non siamo monadi isolate, collegate solo da un astratto sistema di prezzi, ma esseri di carne interdipendenti con gli altri e con il territorio. Questo è ciò che dobbiamo imparare nuovamente. La salute di ciascuno riguarda tutti gli altri. Anche per i più privilegiati, la privatizzazione dei sistemi sanitari è un’opzione irrazionale: essi non possono restare totalmente separati dagli altri; la malattia li raggiungerà sempre. La salute è un bene comune globale e deve essere gestita come tale.

I «beni comuni», come li ha definiti in particolare l’economista americana Elinor Ostrom, aprono un terzo spazio tra il mercato e lo Stato, tra il privato e il pubblico. Possono guidarci in un mondo più resiliente, in grado di resistere a shock come quello causato da questa pandemia.

La salute, ad esempio, deve essere trattata come una questione di interesse collettivo, con modalità di intervento articolate e stratificate. A livello locale, per esempio, le comunità possono organizzarsi per reagire rapidamente, circoscrivendo i cluster dei contagiati da Covid-19. A livello statale, è necessario un potente servizio ospedaliero pubblico. A livello internazionale, le raccomandazioni dell’Oms per contrastare una situazione di epidemia devono diventare vincolanti. Pochi Paesi hanno seguito le raccomandazioni dell’Oms prima e durante la crisi. Siamo più disposti ad ascoltare i «consigli» del Fondo monetario internazionale (Fmi) che quelli dell’Oms. Lo scenario attuale dimostra che abbiamo torto.

In questi giorni abbiamo assistito alla nascita di diversi «beni comuni»: come quegli scienziati che, al di fuori di qualsiasi piattaforma pubblica o privata, si sono coordinati spontaneamente attraverso l’iniziativa OpenCovid19[7], per mettere in comune le informazioni sulle buone pratiche di screening dei virus.

Ma la salute è solo un esempio: anche l’ambiente, l’istruzione, la cultura, la biodiversità sono beni comuni globali. Dobbiamo immaginare istituzioni che ci permettano di valorizzarli, di riconoscere le nostre interdipendenze e rendere resilienti le nostre società.

Alcune organizzazioni del genere esistono già. La Drugs for Neglected Disease Initiative (Dndi) è un eccellente esempio. Un organismo creato da alcuni medici francesi 15 anni fa per il reperimento dei farmaci per le malattie rare o dimenticate: una rete collaborativa di terze parti, in cui cooperano il settore privato, quello pubblico e le Ong, che riesce a fare ciò che né il settore farmaceutico privato, né gli Stati, né la società civile possono fare da soli.

A livello individuale, poi, scopriamo la paura della scarsità dei beni. Ciò può essere un aspetto positivo in questa crisi? Essa ci libera dal narcisismo consumistico, dal «voglio tutto e subito». Ci riporta all’essenziale, a ciò che conta davvero: la qualità delle relazioni umane, la solidarietà. Ci ricorda anche quanto sia importante la natura per la nostra salute mentale e fisica. Coloro che vivono rinchiusi in 15 metri quadrati a Parigi o a Milano lo sanno bene. Il razionamento imposto su alcuni prodotti ci ricorda la limitatezza delle risorse.

Benvenuti in un mondo limitato! Per anni, i miliardi spesi per il marketing ci hanno fatto pensare al nostro pianeta come a un gigantesco supermercato, in cui tutto è a nostra disposizione a tempo indeterminato. Ora proviamo brutalmente il senso della privazione. È molto difficile per alcuni, ma può essere un’occasione di risparmio.

D’altra parte, anche un certo romanticismo «collapsologico»[8] sarà rapidamente mitigato dalla percezione concreta di cosa implichi, nell’attuale situazione, la brutale difficoltà dell’economia: disoccupazione, bancarotta, esistenze spezzate, morte, sofferenza quotidiana di coloro in cui il virus lascerà tracce per tutta la vita.

Sulla scia dell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco, vogliamo sperare che questa pandemia sia un’opportunità per indirizzare le nostre vite e le nostre istituzioni verso una felice sobrietà e verso il rispetto per la finitudine del nostro mondo. Il momento è decisivo: si può temere quella che Naomi Klein ha definito la «strategia dello shock». Alcuni governi non devono, con il pretesto di sostenere le imprese, indebolire ulteriormente i diritti dei lavoratori; o, per rafforzare ulteriormente la sorveglianza della polizia sulle popolazioni, ridurre permanentemente le libertà personali.

Nel frattempo, come si salva l’economia?

Proviamo a ipotizzare in questa situazione alcune possibili scelte di politica economica:

1. Iniettare liquidità nell’economia reale. Alcuni economisti tedeschi prevedono un calo del Pil in Germania del 9% nel 2020. Il dato è ragionevole e ci sono pochi motivi per cui le cose possano andare diversamente in Francia e, anche peggio, in Italia, Inghilterra, Svizzera e Paesi Bassi. Ciò dovrebbe indurre Germania e Olanda – i fautori della convinzione secondo la quale una maggiore austerità di bilancio aggiusta l’economia, mentre la macroeconomia più elementare dimostra il contrario – a rivedere i loro dogmi, se ancora l’escalation di vittime nei rispettivi Paesi non bastasse a far loro aprire gli occhi.
Negli Stati Uniti, Donald Trump e il suo segretario al Tesoro Steven Mnuchin propongono al Congresso di distribuire un assegno di 1.200 dollari a ciascun cittadino statunitense. Sono un po’ «soldi dall’elicottero» o, supponendo che la Banca centrale si occupi di questo problema monetario, «un quantitative easing per le persone». Misure che, eventualmente, avrebbero dovuto già essere state prese nel 2009. Possiamo anche vedere nell’iniziativa dell’amministrazione Trump l’abbozzo di un reddito minimo universale per tutti. Una proposta che è stata avanzata da molti per lungo tempo.
In Europa, la sospensione delle regole del Patto di stabilità, l’emissione di «obbligazioni corona» o l’attivazione di prestiti del Meccanismo europeo di stabilità sono tutte misure essenziali.
2. Creare posti di lavoro. Tuttavia, le iniziative appena menzionate sono insufficienti. È necessario comprendere che il sistema di produzione occidentale è, o sarà, parzialmente bloccato. A differenza del crollo del mercato azionario del 1929 e della crisi dei mutui subprime del 2008, questa nuova crisi colpisce innanzitutto l’economia reale. Nella maggior parte delle aziende, al 30% dei dipendenti ai quali venisse impedito di lavorare non corrisponderebbe il 30% in meno di produzione, ma una produzione pari a zero. Se un’azienda inserita in una catena del valore smette di produrre, l’intera catena viene interrotta. Stiamo constatando che le catene di approvvigionamento just-in-time (ossia senza scorte) ci rendono estremamente fragili. Pensiamo alla filiera della produzione e della fornitura del cibo. Naturalmente, alcuni governi sono pronti a inviare la polizia o l’esercito per costringere i lavoratori a rischiare la propria vita per non interrompere le catene di approvvigionamento. Le lavoratrici e i lavoratori posti più in basso nella catena di produzione e approvvigionamento sono i primi esposti e i primi sacrificati. Un’enorme ammissione di impotenza!
Nella maggior parte dei Paesi costretti a praticare il contenimento, il sistema produttivo viene quindi parzialmente bloccato, o lo sarà presto. Le catene del valore globali stanno rallentando e alcune saranno tagliate. Il lavoro è involontariamente «in sciopero». Non siamo solo di fronte a una carenza keynesiana della domanda – perché chi ha i contanti non può spenderli, dal momento che deve rimanere a casa –, ma di fronte anche a una crisi dell’offerta. Questa pandemia ci introduce, dunque, in un tipo di crisi nuovo e senza precedenti, in cui si uniscono il calo della domanda e quello dell’offerta. In tale contesto, l’iniezione di liquidità è tanto necessaria quanto insufficiente. Essere appagati da questo equivarrebbe a dare le stampelle a qualcuno che ha appena perso le gambe…
Solo lo Stato, perciò, può creare nuovi posti di lavoro capaci di assorbire la massa di dipendenti che, quando usciranno finalmente di casa, scopriranno di aver perso il lavoro. L’idea dello Stato come datore di lavoro di ultima istanza non è neppure nuova: è stata studiata molto seriamente dall’economista britannico Tony Atkinson. Naturalmente, affinché ciò abbia un senso, dobbiamo seriamente pensare al tipo di settori industriali per i quali vogliamo favorire l’uscita dal tunnel. Questo discernimento dev’essere fatto in ciascun Paese, alla luce delle caratteristiche specifiche di ciascun tessuto economico.
È quindi legittimo e indispensabile che gli Stati occidentali, oggi come ieri, utilizzino una spesa in deficit per finanziare lo sforzo di ricostruzione del sistema produttivo che sarà necessario alla fine di questo lungo parto; e lo dovranno fare in modo acuto e selettivo, favorendo questo o quel settore. Ovviamente, il loro debito pubblico aumenterà. Ricordiamo che, durante la Seconda guerra mondiale, il deficit pubblico degli Stati Uniti raggiunse il 20% del Pil per diversi anni consecutivi. Ma il deficit sarebbe molto più grande in assenza di ingenti spese da parte dello Stato per salvare l’economia.
Possiamo anche notare che il piano di aggiustamento strutturale imposto alla Grecia alcuni anni orsono è stato assolutamente inutile: il rapporto debito pubblico/Pil di Atene ha raggiunto nel 2019 gli stessi livelli del 2010. In altre parole, l’austerità uccide – lo vediamo bene coi nostri occhi in questo momento, nei nostri reparti di rianimazione –, ma non risolve alcun problema macroeconomico.

Ricostruire e salvare la democrazia

A questo punto, un possibile errore sarebbe quello di apprezzare l’efficacia dell’autoritarismo come soluzione. «E se le nostre democrazie fossero scarsamente pronte? Troppo lente? Bloccate dalle libertà individuali?». Questo ritornello risuonava già prima della pandemia. Se consideriamo la Cina, la situazione sta sicuramente migliorando, ma l’epidemia non è stata ancora sconfitta, neppure a Wuhan. D’altra parte, è vero che a Pechino sono stati costruiti due ospedali in pochi giorni e che il governo cinese non è in mano alla lobby finanziaria, ma, per trarre i benefici di questi due punti a favore, dovremmo forse rinunciare alla democrazia?

Una volta abbandonato il contenimento in maniera controllata, un’altra pericolosa trappola sarebbe quella di limitarci a ripristinare semplicemente il modello economico di ieri, accontentandoci di migliorare in modo marginale il nostro sistema sanitario per far fronte alla prossima pandemia. È urgente capire che la pandemia Covid-19 non solo non è un cosiddetto «cigno nero» – era perfettamente prevedibile, sebbene non sia stata affatto prevista dai mercati finanziari onniscienti –, ma non è nemmeno uno «shock esogeno». Essa è una delle inevitabili conseguenze dell’Antropocene. La distruzione dell’ambiente che la nostra economia estrattiva ha esercitato per oltre un secolo ha una radice comune con questa pandemia: siamo diventati la specie dominante sulla Terra, e quindi siamo in grado di spezzare le catene alimentari di tutti gli altri animali, ma siamo anche il miglior veicolo per gli elementi patogeni.

[continua]

lunedì 6 aprile 2020

Donatella Mottin: "Donne della Passione"

dalla pagina http://www.presdonna.it/notizia.asp?id=1375

Un itinerario verso la Pasqua

Inizia una Settimana Santa diversa da tutte quelle che abbiamo vissuto finora e, come credenti, siamo chiamati a viverla in un modo ancora più intenso, visto il momento storico particolarmente difficile che stiamo affrontando.

La riflessione proposta è sulle donne che hanno accompagnato Gesù nei giorni finali della sua vita, che hanno avuto un ruolo significativo nella sua Passione e che possono aiutare anche noi a vivere il nostro quotidiano così pieno di ansie e paure. Alcune di loro sono nominate, con qualche differenza, da tutti gli evangelisti, altre solo da alcuni; le vediamo tutte, anche se un po’ velocemente, cercando – se ci è possibile – di andare a rileggere i testi o ascoltandoli, con particolare attenzione, nei prossimi giorni.

La prima ad essere citata è una serva/portinaia che si rivolge a Pietro mentre è nel cortile antistante il tempio, dopo l’arresto di Gesù. Tutti e quattro i Vangeli la descrivono come colei che "guarda attentamente Pietro e gli dice: "Anche tu eri con Gesù”. A queste parole, segue il rinnegamento ripetuto più volte da Pietro, le sue lacrime, il perdono dato da Gesù con un semplice sguardo, ma colpisce che questa donna, che è un’estranea, ponga il discepolo di fronte a una scelta di fede: ci dice che spesso sono proprio quelli che consideriamo altri, estranei, che attraverso parole e guardando con attenzione il nostro modo di comportarci, ci provocano a prendere posizione, ci rivelano delle verità, anche interiori, su noi stessi. Dovremmo metterci in ascolto delle domande che altri ci pongono sulla nostra fede, soprattutto nella situazione terribile che stiamo vivendo, cercando insieme, con umiltà e sincerità, possibili risposte o nuove domande.

Solo il Vangelo di Matteo, invece, nomina la moglie di Pilato. Questa donna, mentre il marito sta interrogando Gesù, gli manda a dire: "Non avere a che fare con quel giusto”. Lei, donna straniera e pagana, non solo sa riconoscere in Gesù un uomo giusto ma dice di aver avuto questa rivelazione in sogno, che già altre volte, nelle Scritture, abbiamo visto essere il modo in cui Dio stesso entra in relazione con un essere umano. A tutte e a tutti, senza differenza alcuna, Dio si manifesta, non è un’esclusiva dei credenti ed è fedeltà allo Spirito esserne consapevoli e accoglierne i segni dovunque essi siano.

Luca, nel suo racconto, aggiunge un particolare – che non è presente negli altri Vangeli – riferito alla strada verso il Calvario che Gesù è costretto a fare, con la croce, dopo la condanna a morte: nomina un gruppo di donne che cerca di esprimere con pianti e lamenti il dolore e la vicinanza alla sofferenza di Gesù. Gesù si rivolge a queste donne, riconosce il loro pianto, ma ribalta la situazione: "Figlie di Gerusalemme non piangete su di me, ma su di voi e sui vostri figli”. Non rifiuta il loro pianto, anzi lo ritiene così importante da andare ancor più in profondità, perché l’interrogativo di fondo è proprio su chi piangere: su chi ama fino alla fine, come Gesù, o piuttosto su chi rifiuta quell’amore? Su chi muore amando, o su chi provoca la morte?

Le donne sono presenti anche al momento fondamentale della croce, non abbandonano Gesù: secondo Matteo, Luca e Marco stanno lì ed osservano da lontano, mentre nel Vangelo di Giovanni sono, in piedi, proprio sotto la croce. Stanno lì, sanno rimanere senza fuggire, senza abbassare gli occhi di fronte a quell’orrore, senza poter cambiare nulla, ma lasciando entrare in sé quel dolore per provare la vera compassione, quella stessa che Gesù aveva manifestato, durante la sua vita, verso donne e uomini feriti nel corpo e nello spirito, quella in cui senti l’altro/l’altra come parte di te.

Secondo Giovanni, presso la croce ci sono anche la madre, nel suo strazio di vedere il figlio crocifisso, di assistere impotente alla sua morte, e il discepolo amato. Maria – che in occasione delle nozze di Cana aveva offerto Gesù al mondo spingendolo a fare il suo primo segno quando, durante un matrimonio, aveva trasformato l’acqua in vino – viene ora affidata da Gesù al discepolo amato e lo stesso discepolo, nuovo figlio, viene affidato alla madre, in una circolarità d’amore che crea legami eterni e non lascia mai da soli.

Le donne osservano ogni cosa anche dopo la morte e dopo che Giuseppe d'Arimatèa ha chiesto ed ottenuto da Pilato il corpo di Gesù e l’ha deposto nel sepolcro, per custodire con fedeltà quanto sta accadendo, per vedere se quel corpo è trattato con amore.

Secondo Matteo, quando tutti sono andati via, Maria di Magdala e l’altra Maria rimangono sedute di fronte alla tomba, ed è straziante e nello stesso tempo fortissima, questa immagine di due donne testimoni della morte ma, nello stesso tempo, quasi incapaci di staccarsi da quel corpo chiuso dalla pietra, come se l’andare via fosse un abbandonare. Chi l’ha provato sa, che non si vorrebbe mai lasciare andare un corpo amato, anche se si ha la consapevolezza della morte…

Luca ci dice che poi tornano a casa, a preparare aromi, olii e profumi. Sembrano gesti inutili perché Gesù è già nel sepolcro, eppure loro preparano profumi: è la logica dell’amore in un tempo di morte, perché è credere che Dio abita anche questi tempi difficili e a noi è forse chiesto di preparare profumi, inventando gesti, con quel poco di energia di vita che sta nel presente.

Poi le donne, come tutti gli ebrei, rispettano il silenzio del sabato, il riposo previsto dalla legge ebraica. È un tempo che si dilata, che troppo spesso noi quasi saltiamo nei preparativi della Pasqua, ma che forse quest’anno possiamo provare a vivere in modo diverso. È un tempo in cui far riaffiorare i ricordi, rivivere i sentimenti, cercare nella storia di ognuna ed ognuno la presenza di Dio. Vivere intensamente il silenzio, anche se può fare paura, cercando di coltivare la speranza e di far crescere, nonostante tutto, la vita. Noi lo sappiamo che la morte non è l’ultima parola.

Dopo la festività del sabato, alle prime luci dell’alba, le donne che non hanno mai abbandonato Gesù nemmeno nei momenti più bui, si alzano: sono pronte a riprendere la loro quotidianità, a riprendere il cammino e ad andare incontro all’Amato.

Donatella Mottin

sabato 4 aprile 2020

Ecco perché la profezia sul lavoro di Marco Biagi è così attuale

"Sono anche convinto che dobbiamo ridefinire cosa è oggi il lavoro andando oltre i paradigmi che sono sedimentati dentro di noi". 

dalla pagina https://www.famigliacristiana.it/articolo/ecco-perche-la-profezia-sul-lavoro-di-marco-biagi-e-cosi-attuale.aspx

02/04/2020  A 18 anni dalla scomparsa del giuslavorista vittima dai terroristi delle Nuove Brigate Rosse, l'ex segretario della Cisl Savino Pezzotta (unico sindacalista presente ai suoi funerali) ne ripercorre il pensiero e l'azione e ci spiega perché anticipò tutti i problemi legati alle nuove occupazioni tecnologiche

Per gentile concessione della rivista digitale Lavoro, Diritti Europa, diretta dal presidente del Tribunale del Lavoro di Milano Piero Martello, pubblichiamo un articolo dell'ex segretario della Cisl Savino Pezzotta dedicato al giuslavorista ucciso 18 anni fa per mano delle nuove Brigate Rosse.

di Savino Pezzotta

Invitato, il 4 novembre 1945 a Tubinga, a commemorare il sacrificio della vita dei ragazzi del gruppo di resistenza al nazismo “la rosa bianca”, Romano Guardini – uno dei maggiori intellettuali cattolici del Novecento – ebbe a dire: “Si può ricordare un uomo soltanto dicendo come in verità egli è stato; ma ci sono strade diverse per giungere alla verità della sua vita. La prima via è quella di tentare di comprendere , sotto la guida dell’amore e la vigilanza della riflessione, la sua personalità e il percorso della sua vita, spingendosi sempre più a fondo in ciò che gli è proprio, fino a quando il suo essere ne risulta alla fine chiaramente illuminata.(…) C’è però un’altra via , ed è quella di domandarsi quali idee essi hanno servito e da quali valori si sono sentiti obbligati ad agire; anche questa via conduce alla verità della loro vita”.

Cercherò in questo breve appunto di descrivere quale , dal mio punto di vista e dalla frequentazione con lui, quella che ho intuito essere la verità della sua vita e quali valori e idee ha servito.
Sono trascorsi 18 anni dalla morte del giuslavorista Marco Biagi, docente presso l’Università di Modena, ucciso dalle Nuove Brigate Rosse la sera del 19 marzo 2002. Stava rincasando con la sua bicicletta montata alla stazione ferroviaria di Bologna, dopo un viaggio di lavoro in treno per tornare a casa.

Quella sera partecipavo alla trasmissione di Bruno Vespa “Porta a Porta” con il ministro dell’economia Giulio Tremonti e quello del lavoro Roberto Maroni , stavamo discutendo dei provvedimenti sul mercato del lavoro , quando irruppe la notizia dell’assassinio di Marco Biagi: Lo sconcerto fu grande , ma si decise di continuare la trasmissione come forma di resistenza al terrorismo. La commozione e il dolore fu in tutti noi molto grande.
Conoscevo bene Marco Biagi sia perché era consulente del ministero del lavoro che in quel periodo frequentavamo molto, sia perché Marco era un amico della Cisl. Non era un consulente ma un amico dell’organizzazione di cui condivideva i valori e le metodologie di azione e di confronto. Biagi era come tanti di noi un laburista cristiano. Con questa definizione si vuole indicare una modalità di pensiero e di azione, più che una appartenenza politica o partitica, che fa perno sul valore umano del lavoro come mezzo di emancipazione e liberazione delle persone .

Il “laburismo cristiano” è un modello – se così si può definire- di pensiero sociale e politico che valorizzava il ruolo e la funzione dei corpi intermedi e del sindacato e che punta sulla soggettività partecipativa dei lavoratori, cercando di fare in modo che l’economia non si appiattisca su schemi troppo liberisti a cui si vorrebbe piegare l’economia italiana e europea. Rifarsi a questa modalità di pensiero significa uscire dagli schemi ideologici e mantenere costantemente un’attenzione sistematica all’evoluzione dei modelli organizzativo delle realtà produttive e alle ricadute che quest’evoluzione genera sull’organizzazione del lavoro e sulle condizioni di vita dei lavoratori e della società.
L’amicizia di Biagi verso la Cisl nasceva dalle frequentazioni , ma soprattutto dal riconoscere che questa organizzazione era una novità autentica nel panorama del movimento sindacale italiana e che rappresentava il tratto e l’incarnazione più evidente del riformismo sociale; un riformismo impaziente che non ha bisogno di un partito per affermare le sue idee e proposte ma della partecipazione dei lavoratori. Questa è la novità del sindacato di Giulio Pastore, di Mario Romani, di Pierre Carniti. Grazie al contrattualismo la Cisl , in modo indiretto e tramite l’azione e la mobilitazione dei lavoratori e delle lavoratrici, incise sulla cultura politica italiana e produsse una revisione sia dell’ottimismo industrialista di stampo liberale , che della teleologia del lavoro marxiana, e questo senza rifiutarsi di confrontarsi l’insieme dei pensieri e delle proposte che germinavano e agivano dentro il mondo del lavoro. Nella convinzione che solo un’idea evoluzionistica dell’organizzazione del lavoro e la consapevolezza anti-luddista del ruolo che possono giocare sull’organizzazione del lavoro, sulle attività produttive , sul mercato del lavoro e sulle condizioni vita e di lavoro le applicazioni dei ritrovati scientifici nelle nuove tecnologie.
Tocca alla negoziazione orientare l’uso. Marco Biagi da buon intellettuale e da giuslavorista non poteva sottrarsi al cogliere quello che in quegli anni stava mutando nel lavoro e nelle sue modalità organizzative e nelle forme della produzione. Un tema che si pone anche oggi di fronte alle trasformazioni che la digitalizzazione del lavoro e dell’organizzazione produttiva e che dimostra che la difesa e la stabilizzazione dei diritti, delle tutele e la valorizzazione delle persone al lavoro non può assumere una dimensione statica . Ho l’impressione che oggi lo stesso attore pubblico, cui Biagi assegnava una dimensione dinamica come si evince dal suo “Libro Bianco” - che non era un libro limaccioso ma di forte proposizione come la storia di questi anni ha dimostrato- abbia assunto un ruolo alquanto subalterno rispetto al mercato, alla finanziarizzazione dell’economia e, in particolare, alle trasformazioni che la digitalizzazione sta producendo .
Ritengo che le idee di Marco Biagi , la sua capacità di individuare quando emergeva , con una visione del mondo del lavoro realista e aideologica e con il suo metodo d’analisi comparato possano ancora orientare l’azione di tutela e di garanzie dei lavoratori. Attraverso il diritto comparativo del lavoro secondo Biagi si poteva superare il provincialismo italiano e fare del proprio sistema nazionale uno dei vari ordinamenti da porre a confronto con altri in modo da poter prevedere in anticipo avvenimenti e scenari futuri. Una modalità aperta che rompeva molti schemi e che gli attirò incomprensioni e ostilità da parte di chi faticava ad uscire dagli schematismi ideologici e di partito. Era convinto che bisognava sempre di più avere uno sguardo europeo e globale dell’evoluzione del diritto del lavoro e dei diritti individuali del lavoratore. Non tutto il mondo Sindacale aveva compreso la sua lezione , anzi fu oggetto di critiche feroci e ingiuste . Lo si accusò di esseri allineato a schemi liberisti e di favorire le politiche del Governo di Berlusconi, accuse che nascevano da posizioni meramente ideologiche e da scelte politiche e non da una analisi di merito. Poi nel corso di questi anni le sue idee sono risorte e utilizzate, non sempre in modo corretto, nelle varie riforme del mercato del lavoro.
Un tema che si pone oggi con urgenza innanzi alla grande trasformazione che sta avvenendo. L’innovazione tecnologica è una incursione che sta modificando il mondo degli affari, degli scambi, che incide sulle scelte e le strategie delle aziende, sulle competenze e le professionalità e l’occupazione dei lavoratori che molte volte avviene senza far caso a quanto si incontra nel cammino.
Sono convinto , facendo tesoro da quanto ho imparato nella frequentazione con Marco Biagi , sia venuto il tempo, se non siamo già in ritardo, di fermarsi a riflettere su cosa permane, cosa è stato distrutto, cosa è stato originato dalla trasformazione. C’è, a mio parere, l’urgenza di una riflessione collettiva - anche per vincere le fobie verso la tecnologia- sulle conseguenze che la digital transformation sta producendo e che avrà sulla vita e le relazioni delle persone, oltre che sulla organizzazione della produzione, del lavoro e di quali competenze e professionalità richiede e richiederà.
Oggi il lavoro richiede la declinazione di un nuovo diritto del lavoro. Il metodo comparativo utilizzato da Marco Biagi diventa un modello da praticare con molta attenzione. Sono anche convinto che dobbiamo ridefinire cosa è oggi il lavoro andando oltre i paradigmi che sono sedimentati dentro di noi. Dobbiamo tenere presente che l’innovazione è oggi determinata dalle grandi invenzioni , da nuove scoperte e dalla applicazione delle scoperte scientifiche alle tecnologie, ma anche dalla grande mobilità delle persone , delle imprese e il formarsi di varie e nuove interdipendenze. Come la recente aggressione virale ha evidenziato. Oggi il “prima noi”, il First Trumpiano sta perdendo di senso. Prende corpo una interdipendenza globale cui dobbiamo imparare a gestire. Esiste uno scollamento delle localizzazioni, delle territorialità , della proprietà e del lavoro che richiede una ridefinizione della partecipazione e della democrazia economica e politica.
Difendere, tutelare il lavoro significa anche definire cosa significa essere lavoratore dipendente, autonomo e libero. Vediamo come molti lavori dipendenti stiano scomponendosi e come stiano modificandosi i processi operativi dell’operatore . Da qui la necessità di un vedere dove il digitale permette uno scollamento utile e intelligente in grado di creare utilità e risorse per il benessere per le persone e per la società .
Se siamo innanzi, come afferma il filosofo Luciano Lucidi, al formarsi di un’infosfera in cui i confini tra online e offline sono scomparsi, ci si deve attrezzare per vivere e lavorare in questo nuovo ambiente. In Italia c’è ancora un certo ritardo su questo fronte, forse perché è un Paese frammentato e con realtà diverse tra loro, però ci stiamo arrivando.
L’industria 4.0 prevede luoghi produttivi e servizi totalmente interconnessi e automatizzati che pongono l’esigenza di ridefinire un nuovo diritto del lavoro a modalità contrattuali adeguate alla situazione, ma anche alla distruzione di posti di lavoro che richiederanno nuovi ammortizzatori . sociali e nuove forme di assunzione . Non tutto il lavoro verrà assorbito e si manterranno tutte quelle occupazioni che fanno parte dell’utilità umana, dalla formazione al comparto sanitario fino al turismo
Fare tesoro della lezione di Marco Biagi significa cogliere realmente la verità della sua vita e adempiere alla richiesta che mi fece suo padre al funerale cui ero l’unico sindacalista presente di non dimenticarlo.
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leggi anche

venerdì 3 aprile 2020

I vescovi del Piemonte: “Finisca il coronavirus, ma anche la produzione di armi”

dalla pagina https://www.lastampa.it/novara/2020/04/02/news/i-vescovi-del-piemonte-finisca-il-coronavirus-ma-anche-la-produzione-di-armi-1.38670545

La lettera della commissione Giustizia e pace della Conferenza episcopale piemontese: “Quanti posti letto si possono fare con la produzione di un F35?”

[...] «Diciamo no a lavori per la guerra, no alla produzione e allestimento degli F35, costosissimo progetto di aerei che possono trasportare bombe nucleari – scrive la commissione -. Quanti posti letto si potrebbero ottenere con il costo anche di un solo aereo? Di ben altro lavoro hanno bisogno le nostre famiglie, il nostro territorio e il mondo intero. Un lavoro che produca vita buona e non morte! Quanto lavoro nell’agricoltura sostenibile, quante piccole imprese importanti per il nostro territorio si potrebbero sostenere con il costo di un solo aereo?». [...]

[continua]

Leggi anche: 

“Produrre gli F35 è essenziale”: si torna a lavorare alla Leonardo di Cameri ma tra le proteste

Don Renato Sacco contro la produzione degli F35 a Cameri: “Perché anche durante l’emergenza le fabbriche di armi continuano a lavorare senza sosta?”

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dalla pagina https://ilmanifesto.it/i-vescovi-di-piemonte-e-val-daosta-contro-le-fabbriche-di-armi/

I vescovi di Piemonte e Val d'Aosta contro le fabbriche di armi

Al lavoro per le guerre. L'appello arriva dai territori del principale stabilimento italiano per l'assemblaggio dei cacciabombardieri F35



«Ci fa specie che in questo tempo di giuste limitazioni per contrastare la diffusione dell’epidemia, tra le poche attività lavorative ritenute necessarie ci sia anche quella della fabbricazione e commercializzazione delle armi».
La presa di posizione arriva dai vescovi di Piemonte e Valle d’Aosta, attraverso una nota della Commissione pastorale sociale e lavoro della Conferenza episcopale delle due regioni del nord-ovest, nel cui territorio, a Cameri (No), si trova il principale stabilimento italiano per l’assemblaggio dei cacciabombardieri F35 (ne ha scritto Giulio Marcon sul manifesto di ieri).
Diciamo no «alla produzione delle armi, soprattutto in questo tempo in cui servono strumenti e attrezzature per la vita e non per la morte», scrivono i vescovi. «Diciamo no a lavori per la guerra, no alla produzione e allestimento degli F35, costosissimo progetto di aerei che possono trasportare bombe nucleari. Quanti posti letto si potrebbero ottenere con il costo anche di un solo aereo? Di ben altro lavoro abbiamo bisogno. Un lavoro che produca vita buona e non morte! Quanto lavoro nell’agricoltura sostenibile, quante piccole imprese importanti per il nostro territorio si potrebbero sostenere con il costo di un solo aereo?».
Pochi giorni fa, un analogo appello era stato lanciato da Pax Christi. «Mentre lodiamo e sosteniamo il lavoro di medici e infermieri, mentre chiediamo soccorso ad altri Paesi che ci stanno sostenendo con l’invio di medici, prodotti di protezione medica, specialisti, mentre chiediamo ai cittadini di vivere nell’incertezza e nell’apprensione per il proprio lavoro, consentiamo alle fabbriche di armi di continuare a lavorare senza sosta».
Ma la Presidenza del Consiglio non sembra ascoltare. Evidentemente le armi sono «essenziali».

giovedì 2 aprile 2020

Papa Francesco: Pensavamo di rimanere sempre sani in un mondo malato…

dalla pagina http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2020/03/papa-francesco-pensavamo-di-rimanere-sempre-sani-in-un-mondo-malato/

La preghiera speciale per l’emergenza sanitaria.

"In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato".

Lo ha detto Papa Francesco nella preghiera speciale per l’emergenza sanitaria. Nella preghiera speciale a San Pietro il Papa “implora” Dio. “Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: ‘Svegliati Signore!'”, “non lasciarci in balia della tempesta“.
“Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta“.

Le parole del Papa in video