lunedì 16 marzo 2020

Yemen, Pax Christi chiede di estendere moratoria sulle armi

dalla pagina https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2020-03/yemen-armi-moratoria-arabia-saudita-pax-christi-don-sacco-papa.html

Uomini armati a Sanaa, in Yemen (Photo by Mohammed Huwais / AFP)
La richiesta, fatta insieme ad oltre trenta organizzazioni per la pace, lo sviluppo e i diritti umani, arriva a pochi giorni dal termine della moratoria che vieta all’Arabia Saudita di esportare armi usate nel conflitto in Yemen. L’intervista a don Renato Sacco

Isabella Piro e Andrea De Angelis – Città del Vaticano

Estendere la moratoria sull’esportazione di armi usate nel conflitto contro lo Yemen: lo chiede, in una nota, Pax Christi Germania, insieme ad oltre trenta organizzazioni tra cui Oxfam, Terres des Hommes e Save the Children. “La moratoria sulle esportazioni di armi contro l’Arabia Saudita termina il 31 marzo – si legge nella nota – e per questo, decine di organizzazioni internazionali chiedono il divieto totale di esportazione di armi per tutti i Paesi facenti parte della coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita nella guerra dello Yemen”. Rivolgendosi direttamente al Consiglio federale di sicurezza, i firmatari invocano “un divieto totale, vincolante e a tempo indeterminato” degli armamenti, fino a quando ci sarà “il pericolo che le attrezzature militari tedesche possano contribuire alla violazione dei diritti umani e del diritto internazionale nello Yemen”. Le organizzazioni chiedono anche “l’estensione del divieto alle licenze di esportazione già concesse”. Inoltre, si auspica che il governo federale si allinei al Parlamento europeo nel sostenere “un embargo sulle armi contro l’intera coalizione militare nello Yemen, guidata dall’Arabia Saudita”.

I numeri della più grande crisi umanitaria al mondo

Parlare di Yemen, non spegnere i riflettori sul Paese dove si vive la principale crisi umanitaria a livello mondiale, significa anche ricordare i numeri che raccontano il dramma di milioni di cittadini. “Parliamo con una voce sola – scrivono i firmatari della missiva – perché ogni giorno, nello Yemen, vengono calpestati i diritti umani e il diritto umanitario internazionale”. Sono “milioni i bambini, donne e uomini i cui mezzi di sussistenza sono stati distrutti: 24 milioni di persone dipendono dagli aiuti umanitari”. Senza dimenticare che gran parte della popolazione yemenita, tra cui due milioni di minori sotto i cinque anni ed un milione di donne incinte, soffre la fame e la malnutrizione.

“Il virus della cattiveria porta alle armi”

“In un tempo difficile come questo, noi cristiani siamo chiamati ad aprire mente e cuore verso chi diffonde il virus della cattiveria, quello che porta a vendere armi a Paesi martoriati dalla guerra”. Lo afferma nell’intervista a Vatican News don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi Italia. “La voce del Papa è l’unica - aggiunge - a rivelare la grande ipocrisia di quanti parlano sì di pace, ma poi vendono armi alle nazioni in guerra”. Secondo don Sacco è importante che davanti ad una pandemia ciascuno si interroghi sull’enorme contraddizione di un’umanità che "cerca disperatamente mascherine, posti in terapia intensiva, farmaci e vaccini, ma poi lucra su armi che portano solo alla morte".

domenica 15 marzo 2020

"La società signorile di massa", che siamo noi

da La società signorile di massa di Luca Ricolfi

Noi italiani:
  1. "siamo agli ultimi posti nella maggior parte degli indicatori del livello di istruzione"
  2. "il nostro uso della rete privilegia nettamente il telefonino sul computer, ed è essenzialmente orientato a svago e divertimento"
  3. "spendiamo una frazione spropositata del nostro reddito e del nostro tempo nel gioco d'azzardo, legale e illegale".
"E ancora più sconcertante, forse, è la crescente incapacità di occupare il tempo vuoto con l'arte dell'ozio, fatto semplicemente di solitudine, contemplazione, pensiero, amicizia. E perfino di noia".

riproponiamo questo "post"https://socialevicenza.blogspot.com/2020/01/luca-ricolfi-la-societa-signorile-di.html

Come può una società signorile essere anche di massa? Con questa paradossale definizione, Luca Ricolfi introduce una nuova, forse definitiva, categoria interpretativa, che scardina le idee correnti sulla società in cui viviamo. Oggi, per la prima volta nella storia d'Italia, ricorrono insieme tre condizioni: il numero di cittadini che non lavorano ha superato ampiamente il numero di cittadini che lavorano; l'accesso ai consumi opulenti ha raggiunto una larga parte della popolazione; l'economia è entrata in stagnazione e la produttività è ferma da vent'anni. Questi tre fatti, forse sorprendenti ma documentabili dati alla mano, hanno aperto la strada all'affermazione di un tipo nuovo di organizzazione sociale, che si regge su tre pilastri: la ricchezza accumulata dai padri, la distruzione di scuola e università, un'infrastruttura di stampo para-schiavistico. Luca Ricolfi compone un ritratto senza alcun giudizio morale, per nulla ideologico ma chiaro e spietato. Un libro che pone alcune domande essenziali: l'Italia è un caso unico o anticipa quanto accadrà su larga scala in Occidente? E, soprattutto, qual è il futuro di una società in cui molti consumano e pochi producono?

dall'Introduzione
"[...] Oggi, per la prima volta nella storia del nostro paese, ricorrono insieme tutte e tre le condizioni che permettono di parlare di una società signorile di massa: 
(1) il numero di cittadini che non lavorano ha superato il numero di cittadini che lavorano
(2) la condizione signorile, ovvero l’accesso a consumi opulenti da parte di cittadini che non lavorano, è diventata di massa
(3) il sovraprodotto ha cessato di crescere, ovvero l’economia è entrata in un regime di stagnazione o di decrescita.
[...]
La prima condizione (più inoccupati che occupati), piuttosto sorprendentemente, era già stata raggiunta a metà degli anni sessanta; allora i consumi non erano ancora opulenti, ma il numero di occupati era già sceso a livelli preoccupanti, senza paragoni in Occidente. 
La seconda condizione (consumi opulenti in assenza di lavoro) si perfeziona nel corso degli anni novanta, dopo quella che possiamo definire la “seconda transizione consumistica”, che estende e completa la grande trasformazione del miracolo economico. 
La terza condizione (ingresso in stagnazione) si instaura poco per volta fra la metà degli anni novanta, in cui l’Italia comincia a crescere meno degli altri paesi europei, e la lunga crisi iniziata nel 2008, al cui termine l’Italia risulta l’unico paese europeo a crescita zero".

L. Ricolfi, La società signorile di massa, La nave di Teseo.  

Come stanno le foreste italiane

dalla pagina https://www.corriereromagna.it/affronte-foreste-italiane/

4 Mar 2020


Premessa: è difficile parlare di altro, che non sia l’emergenza coronavirus, in questi giorni. Eppure, per me che scrivo di tematiche ambientali, agganci e risvolti da esplorare ce ne sarebbero tanti. A partire dal rallentamento dei consumi e alle conseguenze positive di questa epidemia – meno 25% di emissioni di anidride carbonica, in Cina, e nettissimo miglioramento della qualità dell’aria, a causa dello stop di molte fabbriche e impianti produttivi. In pratica stiamo facendo, nostro malgrado, delle prove generali di futuro; sì, perché non c’è dubbio che nel nostro futuro ci debba essere, giocoforza, una riduzione dei consumi, altrimenti non ci salverà nemmeno un totale, e ancora lontanissimo, passaggio al 100% di energia rinnovabile.


Chiusa la premessa, e facendoci aiutare dal Report sullo Stato delle Foreste e del Settore Forestale pubblicato lo scorso anno, in cerca di buone notizie, oggi parliamo di foreste italiane. Che stanno, in effetti, seppur con molti distinguo, nel campo delle buone notizie. Intanto e innanzitutto perché le nostre foreste sono in continuo aumento. Attualmente coprono quasi 11 milioni di ettari di terreno, il che significa che il 36,4% della superficie nazionale è coperta di alberi. Ma, come detto, il dato ancora più positivo è che sono in aumento. Lo sviluppo enorme c’è stato dal 1936 al 2005, con un aumento del 72,6%, che poi ha rallentato, ma dal 2005 al 2015 abbiamo comunque guadagnato un ulteriore 4,9%. In definitiva, dal 1990 ad oggi abbiamo un milione di ettari di bosco in più, 800 metri quadrati al minuto. Questo ci consentirebbe anche, facendolo con giudizio e nel rispetto della sostenibilità, di aumentare il prelievo di legno per utilizzi umani. In Europa, dal 62-67 % della parte di bosco che ricresce, viene prelevato. In Italia molto meno: dal 18 al 37%. È comunque in crescita il settore produttivo dell’edilizia in legno, e crescono di conseguenza le coltivazioni di pioppi proprio per l’industria, con un aumento del 27% negli ultimi 5 anni. L’Italia resta però un paese grande importatore di legname, a causa principalmente dello scarso prelievo, come abbiamo visto. Fra legname grezzo e semilavorato ne importiamo oltre 18 milioni di metri cubi, ma ne esportiamo poco più di 2.
Sempre nel campo delle buone notizie c’è la crescente attenzione per i servizi ecosistemici che i boschi ci forniscono, sia culturali e ricreativi (sono oltre 620.000 gli iscritti ad associazioni escursionistiche italiane), sia per il prelievo di CO2 dall’atmosfera: gli alberi sono i nostri maggiori alleati nella lotta al cambiamento climatico. Ogni ettaro di foresta estrae 142 tonnellate di CO2 all’anno. Dove possiamo decisamente fare di più è nel verde urbano. Gli alberi cittadini non possono considerarsi veramente foreste o boschi, ma hanno un ruolo straordinario nel diminuire la temperatura delle città, nell’assorbire inquinanti come le polveri sottili e anidride carbonica, nel produrre ossigeno e ombra. Attualmente solo il 7,2% delle nostre città è coperto di alberi. Buono comunque il dato del verde urbano: ogni italiano ne ha a disposizione 27 metri quadri, mentre il limite minimo per una buona qualità della vita viene stabilito in circa 10.
Una parola anche sugli incendi, che ogni anno devastano boschi e foreste del pianeta. I numeri, anche in Italia, sono importanti, ma almeno il trend è negativo, seppur con annate particolarmente colpite. Dal 1980 al 2009 abbiamo perso 117000 ettari di bosco all’anno, in media, calati però a 72000 nel periodo 2010-2017, ma con un picco di 162000 ettari nel 2017.
Come non ricordare, per chiudere, che nel nostro paese abbiamo ben 10 faggete (foreste di faggi) vetuste, riconosciute come patrimonio dell’umanità dall’Unesco? Si tratta di foreste secolari molto importanti dal punto di vista naturalistico, grazie alla loro biodiversità. Alcune ospitano faggi che hanno quasi 600 anni, tra i più vecchi d’Europa. Fra queste, una è a pochi passi da casa nostra, la foresta di Sasso Fratino, nel casentino, al confine fra Emilia-Romagna e Toscana. Un luogo unico, un’oasi di pace e verde dove rifugiarsi e ricaricarsi. Ne abbiamo bisogno.


*Naturalista e Divulgatore scientifico – ex europarlamentare 

sabato 14 marzo 2020

Guerra in Siria. Tagliani (Avsi): “I siriani oggi hanno bisogno di speranza”

dalla pagina https://www.agensir.it/mondo/2020/03/13/guerra-in-siria-tagliani-avsi-i-siriani-oggi-hanno-bisogno-di-speranza/

Scoppiata il 15 marzo del 2011, la guerra in Siria entra nel suo decimo anno di vita, lasciandosi dietro più di mezzo milione di morti, circa 7 milioni di sfollati interni e quasi altrettanti nei Paesi limitrofi, soprattutto in Turchia, Libano, Giordania, Egitto e Iraq. Dopo tanti anni di guerra è possibile parlare di pace e di ricostruzione? Lo abbiamo  chiesto a Edoardo Tagliani, direttore dei programmi in Medio Oriente della Fondazione Avsi



Scoppiata il 15 marzo del 2011, la guerra in Siria entra nel suo decimo anno di vita, lasciandosi dietro più di mezzo milione di morti, circa 7 milioni di sfollati interni e quasi altrettanti nei Paesi limitrofi, soprattutto in Turchia, Libano, Giordania, Egitto e Iraq. E i movimenti di ritorno degli sfollati interni e esterni sono minimi, circa 100mila. I due terzi della popolazione vive in povertà, anche a causa delle sanzioni internazionali. Sul piano sanitario (stime Onu), oltre 11 milioni di siriani, 40% sono bambini, non hanno accesso a cure mediche ed ospedali. La Siria oggi è un Paese distrutto nelle sue infrastrutture (strade, scuole, ospedali, fabbriche…) – la disoccupazione ha superato il 50% – e devastato nel suo tessuto sociale, spaccato in mille pezzi. Segnato nel profondo anche dalla feroce violenza dello Stato Islamico.


“Il Paese non è più quel mosaico di fedi e di etnie che era prima della guerra”

Alla ricostruzione materiale del Paese, che pure vede qualche luce, dovrà necessariamente corrispondere quella sociale e spirituale della popolazione. Ma, come detto più volte al Sir, dal nunzio apostolico in Siria, card. Mario Zenari “le distruzioni che non si vedono sono più gravi di quelle che si hanno davanti agli occhi. La guerra ha intaccato e distrutto il tessuto sociale. Ricostruirlo non è la stessa cosa che riedificare un ponte o un palazzo. Ci vorranno anni e forse generazioni per guarire ciò che l’occhio umano ora non vede. Il mosaico siriano ha subito gravissimi danni. Ora bisogna ripararlo”. I continui appelli per “l’amata e martoriata Siria” di Papa Francesco sono un collante prezioso per tutti i siriani.
La guerra non è finita. “Purtroppo si combatte ancora” rimarca Edoardo Tagliani, direttore dei programmi in Medio Oriente della Fondazione Avsi, che invita a guardare a quanto sta avvenendo a Idlib, nel nord ovest della Siria, ultimo bastione in mano all’opposizione armata. Qui, infatti, si stanno fronteggiando l’esercito siriano e le milizie alleate paramilitari, supportate dall’aviazione russa, e le forze ribelli che fanno capo in particolare ai jihadisti di Tahrir al-Sham (ex Al Nusra) e all’Esercito Nazionale Siriano, sostenuto dalla Turchia e di orientamento islamista. Con quali conseguenze? “I combattimenti hanno provocato circa un milione di nuovi sfollati nella zona di Idlib che ora cercano di entrare in Turchia. Ma Erdogan ha chiuso le frontiere”. Avverte Tagliani: “c’è un equivoco di fondo: i siriani che in questi giorni stanno premendo ai confini greci non sono i nuovi sfollati di Idlib, ma è gente arrivata in Turchia da due o tre anni”.

“La presenza sul terreno di tante forze straniere (Russia, Turchia, Iran, su tutte, ndr.) – dice l’operatore di Avsi – ha trasformato questo conflitto, iniziato con proteste anti regime, in una vera e propria guerra per procura. Non è una guerra civile tra siriani. Si combatte e a pagare il tributo maggiore è la popolazione civile le cui condizioni peggiorano sempre di più anche per le sanzioni internazionali che impediscono di fatto l’ingresso e l’uscita di diversi beni, anche alcune medicine. Ci sono notevoli difficoltà di approvvigionamento e di strumentazioni per le cure mediche”.

Una ricostruzione da 600 miliardi di dollari. Davanti a un quadro simile si può parlare di ricostruzione? In ballo, secondo stime, almeno 600 miliardi di dollari. “Per farlo – spiega Tagliani – è necessario tenere in considerazione diversi ‘nodi politici’”. L’avvio di un processo democratico è uno di questi. “Ci sono nazioni – conferma l’operatore Avsi -poco propense a finanziarla finché Assad resta al potere”. Al di là delle mire dei Paesi coinvolti resta una priorità ricostruire scuole e ospedali, oltre il 50% di questi ultimi andati distrutti.
“Gli alleati di Damasco possono appoggiare il Governo in tanti modi ma non certo finanziando la ricostruzione poiché non hanno i fondi. Chi paga la guerra e i nodi politici che stritolano la possibile ricostruzione è, ancora una volta, la popolazione civile”..
All’alba del decimo anno di guerra è lecito chiedersi se la Siria abbia ancora delle prospettive di stabilizzazione e di pace davanti. Per Tagliani “rispondere a questa domanda non è possibile senza avere una visione ampia della situazione. Da Idlib il conflitto siriano è arrivato fino in Libia – spiega – il quadro si è allargato a tutto il Medio Oriente e non solo. La Siria, prima della guerra, pur con tutte le sue problematiche, era un mosaico bellissimo che adesso bisogna ricostruire. Il rischio, altrimenti, è di vedere il Paese diviso su basi etnico-religiose. La convivenza e la pace sociale della Siria, che prima della guerra tenevano insieme almeno dieci etnie differenti, maggioritarie e minoritarie, oggi sono state seriamente compromesse e vanno recuperate. Erano un ottimo esempio per tutto il Medio Oriente”.
Dare speranza. L’impegno di Avsi in Siria va in questa direzione. “Noi – afferma Tagliani – cerchiamo di fare la nostra parte lavorando su più fronti. Nel Ghouta, area rurale di Damasco, stiamo cercando di rivitalizzare l’economia di base, con progetti legati all’agricoltura e al piccolo allevamento”. Sono 600 le famiglie che vivono grazie a questi progetti. Abbiamo anche progetti per le vedove di guerra finanziato dall’Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. “Sempre a Ghouta stiamo cercando di intervenire sul piano dell’educazione, per noi settore fondamentale, con un progetto di riabilitazione leggera per le scuole e un piano di sostegno per i bambini traumatizzati dal conflitto.

Progetti che si affiancano a quello più ampio degli “Ospedali Aperti” voluto dal card. Mario Zenari, avviato nel luglio 2017 con la gestione di Avsi, e sostenuto da una rete di donatori internazionali. “Ospedali aperti” intende assicurare l’accesso gratuito alle cure mediche ai siriani poveri, attraverso il potenziamento di 3 ospedali non profit: l’Ospedale Italiano e l’Ospedale Francese a Damasco, e l’Ospedale St. Louis ad Aleppo.

“I siriani oggi hanno bisogno di pace, ma soprattutto di speranza”

ribadisce Tagliani. Questa si concretizza in tanti modi. “Può essere una finestra riparata in una scuola, cento polli dati ad una famiglia per avviare un allevamento, speranza è in ogni gesto che dica ai siriani ‘non siete soli’. Per uscire dalla guerra bisogna restare uniti. In questo senso ‘Ospedali Aperti’ è un esempio: il 90% delle 33 mila persone curate sino ad oggi, nei tre nosocomi cattolici, sono musulmani. Stiamo ampliando il progetto finalizzando un accordo con due dispensari che erogano sanità di base. Il messaggio è: curare i malati non solo nel corpo ma anche nelle ferite sociali. Ci sono stuoli di sciiti e sunniti che ringraziano le strutture cristiane e la nunziatura per le cure ricevute gratuitamente. Questo è un modo di infondere speranza e ricostruire il mosaico siriano”.

venerdì 13 marzo 2020

Fenomeni universali e malattia degli stati-nazione

dalla pagina https://ilmanifesto.it/fenomeni-universali-e-malattia-degli-stati-nazione/

Epidemia e non solo. Il sistema capitalistico organizzato con lo stato nazione, è fermo alla pace di Westfalia (1648) che sancì la loro forma assoluta. Contraddetto dal clima e dal virus



La rapida diffusione su scala globale del Covid 19 mostra, su un piano nuovo, la mondializzazione simultanea dei fenomeni che attraversano la nostra epoca. Ora non è solo il riscaldamento climatico a ricordare ai popoli della terra che la comune casa è in pericolo.
Anche gli invisibili vettori di patologie potenzialmente mortali, vengono a rammentarci la nostra comune, fragile condizione di esseri naturali. Una universalità di specie che non è messa al riparo da barriere nazionali, confini, frontiere. Il virus se ne infischia della diversità di lingue, culture, fedi religiose, potere politico e militare degli stati. La natura, sotto forma di malattia o di alterazione ambientale, anche per responsabilità umana, esercita la sua signorìa su una scala che cancella ogni diversità storica e identità nazionale.
Dovremmo oggi tenere nel debito conto, di fronte a questa elementare verità, il drammatico ritardo culturale e politico-istituzionale con cui l’umanità – a questa dimensione elementare ci riducono i fenomeni di cui parliamo – affronta le sfide che essi pongono.
Tutte le società sono organizzate in stati-nazione, delimitati da frontiere geografiche e dalle barriere invisibili delle leggi, che dividono e frammentano il mondo in entità separate e contrapposte.
Potremmo dire, senza forzare molto, che mentre il pianeta Terra ci appare a uno sguardo scientifico – quello dei satelliti – e ormai alla comune percezione, un unico ecosistema, noi ne affrontiamo i problemi organizzati secondo l’assetto di potere che risale al 1648: la pace di Westfalia.
Pur scontando tutte le trasformazioni intervenute in età contemporanea nel corpo della società e delle istituzioni, così come il protagonismo delle realtà orientali, noi siamo fermi agli stati-nazione che quel trattato sancì nella loro forma assoluta.
E questa forma vecchia di organizzazione della società, inadeguata, in ritardo gravissimo sulla storia del mondo, che impedisce oggi di affrontare su scala generale le sfide divenute globali. E non ci sfuggono certo le ragioni di questo ritardo.
Il potere capitalistico continua a reggersi su impalcature dotate di grandi forze inerziali, vecchissime, ma funzionali.
Paradossalmente, il sistema trova il suo punto di forza e di perpetuazione nella geografia degli stati nazionali in reciproca concorrenza. Una modalità di organizzazione del potere, ancorché globale, che consente alle rispettive classi dirigenti il dominio, nello spazio della nazione, sulle classi medie e subalterne, E questo grazie alla possibilità di imporre la crescita come l’unica strada percorribile per “vincere”, per creare occupazione e reddito.
E’ grazie a tale assetto che tutti gli stati vogliono “correre” e sono sempre più facilmente disposti a trasformare la competizione in guerra, a spendere somme ingenti in armamenti, vale a dire a far mancare risorse alla sanità, alla scuola, alla ricerca, per impiegarle nella costruzione di ordigni che distruggeranno vite umane, animali, edifici, habitat.
In questi giorni, ancora una volta, assistiamo al colpevole fallimento dell’Unione europea di fronte alla situazione drammatica dei profughi che premono alla frontiera greco-turca e in alcune isole greche.
Ne hanno scritto su questo giornale, con parole di lucido e accorato sdegno, Ginevra Bompiani, Guido Viale e Alex Zanotelli.
Ma quali sono le cause profonde di tanto cinismo, anzi della deliberata ferocia con cui le classi dirigenti europee respingono masse di disperati, vecchi e bambini, scacciati dalla loro case distrutte da bombe europee e americane?
Che cosa se non il fatto che in questo o in quel paese, che dovrebbe ospitare migliaia di migranti, occorrerebbe investire in strutture di accoglienza da sottrarre alla macchina dell’economia nazionale? Che cosa se non il fatto che il ceto politico, impegnato a difendere il proprio potere e consenso su un’opinione pubblica nazionale manipolata e impaurita, non intende recedere di un millimetro?
La logica degli stati-nazione – in questo caso anche miope e controproducente, come ricorda Zanotelli – prevale su una visione più ampia e potenzialmente più solidale, quale dovrebbe essere quella continentale dell’Europa.
Quanto suonano oggi lontane le parole del Manifesto di Ventotene di Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, che aspiravano a una Europa federata capace di abbracciare.
Era il 1941: quanto è regredita la civiltà politica dell’Europa e del mondo! Tanto da fare apparire mere ingenuità simili aspirazioni. In realtà, alle menti che sanno guardare lontano, esse dovrebbero apparire come un monito.
La ferocia dell’Europa di oggi ci mostra la futura malvagità con cui verranno respinti e alla fine massacrati, dai vari stati-nazione, i milioni di disperati cacciati dalle loro terre dal riscaldamento climatico. Allora la barbarie stabilirà la sua signoria nelle relazioni fra i popoli e sarà ormai troppo tardi per porre un argine.

giovedì 12 marzo 2020

Capirlo da soli

dalla pagina https://www.wittgenstein.it/2020/03/11/capirlo-da-soli/

Un po’ di anni fa, durante una vacanza americana con la mia famiglia, mio figlio Ludovico rimase molto incuriosito dalla scoperta dello Honor system, che gli fu illustrato da un amico che vive a Seattle. Ci eravamo imbattuti in uno sconto in un museo per chi dimostrasse di essere venuto in bicicletta, mostrando il casco da ciclista. E Ludovico aveva accortamente domandato: “come fanno a sapere che uno non si è portato il casco solo per lo sconto, ed è venuto in macchina?”. Così il nostro amico Diego gli aveva spiegato lo Honor system.
An honor system or honesty system is a philosophical way of running a variety of endeavors based on trust, honor, and honesty. Something that operates under the rule of the “honor system” is usually something that does not have strictly enforced rules governing its principles.
The honor system is also a system granting freedom from customary surveillance (as to students or prisoners) with the understanding that those who are so freed will be bound by their honor to observe regulations (e.g. prison farms are operated under the honor system), and will therefore not abuse the trust placed in them.
A person engaged in an honor system has a strong negative concept of breaking or going against it. The negatives may include community shame, loss of status, loss of a personal sense of integrity and pride or in extreme situations, banishment from one’s community.
 
Purtroppo ne avremmo voluto fare a meno, ma i decreti del governo sul coronavirus e le loro formulazioni sulle limitazioni ai comportamenti e agli spostamenti sono un interessante laboratorio di riflessione sull’equilibrio tra educazione e repressione, ma anche più estesamente sull’ingerenza dello Stato nelle scelte autonome delle persone, sulla capacità dei cittadini di “badare a se stessi” e su molti altri concetti che vengono discussi da sempre con molte contraddizioni (pensate a quelle destre che vogliono contemporaneamente più libertà dallo stato e più controllo dello stato). E infine, generano riflessioni sull’educazione dei cittadini, sull’informazione, sul lavoro culturale da fare per migliorare il funzionamento di una comunità e di un paese.
Una lettura fiduciosa e costruttiva dei decreti di cui parliamo li può considerare infatti così: sono un misurato tentativo di suggerire alle persone una gravità della situazione e una necessità di sacrifici che finora erano state sottovalutate, senza ricorrere a espliciti divieti, limitazioni di libertà, approcci autoritari e repressivi. Malgrado l’uso del termine assai diffuso in questi giorni, quelle norme non sono “divieti” e lo stesso Conte in conferenza stampa è stato attento a non chiamarli così, con formulazioni equilibristiche ma rivelatrici di questo tentativo.
ci sarà il vincolo di evitare ogni spostamento
non abbiamo un divieto assoluto di trasferimento, però c’è la necessità di motivarlo, e quindi sicuramente c’è una ridotta mobilità
dovremo tutti essere più responsabili
Lo stesso decreto distingue tra le formule di “divieto assoluto di mobilità” destinate ai contagiati e quella “evitare ogni spostamento” per tutti gli altri.
Ed essendo escluso anche nella pratica che l’osservanza delle richieste del decreto possa essere gestita in modo poliziesco e sistematico, io penso che l’idea, sensata, sia stata: alziamo la voce e chiediamo aiuto allo stesso tempo, spaventiamo e responsabilizziamo allo stesso tempo. Affidiamoci – una volta che siano chiariti i pericoli – alla comprensione e alla coscienza delle persone, mettendo comunque in conto che questo non possa bastare senza il deterrente di sanzioni per chi non l’avesse capita neanche adesso. Un giusto equilibrio – secondo me – di educazione e repressione, in cui la prima prevalga sempre e permetta che non ci sia una prepotenza di uno Stato autoritario rispetto all’autonomia di giudizio e libertà delle persone.
Superata questa lettura incoraggiante, però, sono nati tre problemi. Io ne conto tre, almeno.
Il primo è una contraddizione formale e sostanziale: da una parte c’è il comunicare che non ci sono divieti assoluti, l’affidarsi a una parte di buon senso e interpretazione (“certo che si può andare a far la spesa”), il lasciar intendere che le varie casistiche di “necessità” – termine ovviamente molto ambiguo ed elastico – sono delegate al giudizio dei singoli; dall’altra c’è il richiamo esplicito a sanzioni e conseguenze penali definite. E capite che è difficile che le persone si sentano serene della loro autonomia di giudizio e di buon senso se contemporaneamente qualcosa dice loro “se sbagliate nel giudizio, vi mettiamo in galera”. È lo Honor system monco di una delle sue metà fondanti.
Allora, si dicono le persone, dimmi esattamente cosa posso fare e cosa no.
E qui c’è il secondo problema: ovvero che in una situazione così inaudita di intervento statale a ribaltare i comportamenti comuni e consueti, regolare esattamente cosa si può fare e cosa no è praticamente impossibile. Le eventualità più diverse si stanno manifestando da subito dopo l’annuncio delle regole, tantissime impreviste. Non sono un giurista, ma potrebbe essere il decreto con il più alto rapporto tra la sua brevità e il campo di occasioni a cui si applica: campo riassumibile in “le vite”. Di sessanta milioni di persone. In questi giorni persino il Post – e immagino ancora di più i giornali maggiori – riceve frequenti richieste di spiegazione su casi singolarissimi (e spesso struggenti) di persone con le esigenze e i problemi più diversi e delicati. “Posso fare questo?”, ci chiediamo tutti più volte ogni giorno. E tutti abbiamo già immaginato grandi e piccoli “vuoti normativi”, a volte insignificanti ma altre volte rilevantissimi e drammatici. Un esempio maggiore su tutti riguarda le famiglie che per una ragione o per l’altra (i separati, per esempio) non vivono continuativamente e stabilmente insieme: il volersi semplicemente vedere, è in quei casi una “necessità”? (certo che lo è, dico io: ma lo decido io, non sta scritto o detto da nessuna parte). Per non dire delle semplici relazioni sentimentali di non conviventi.
È vero, come lamentano alcuni, che le istruzioni sono vaghe e a volte spaesanti. È anche vero che sono istruzioni che stanno cercando di fare una cosa che non si è mai fatta, e forse non si può fare tanto meglio di così – aggiungendo via via maggiore chiarezza, e “per capirsi” – rimanendo un paese democratico, libertario e con una Costituzione.
Il terzo problema è legato a questo, ma ha tutta una sua storia, ed è il problema maggiore e più illuminante di funzionamento del paese, secondo me: che precede e seguirà questa emergenza. Lo Honor system, o qualunque investimento anche più moderato e controllato sulla responsabilità e sulla consapevolezza dei cittadini, ha bisogno appunto della consapevolezza dei cittadini. In molti, nei giorni scorsi, hanno chiesto piuttosto interventi severi, autoritari, repressivi, dopo aver osservato la leggerezza con cui una parte della popolazione stava reagendo alle richieste di prudenza. E la sensazione è che spesso noi stessi abbiamo bisogno di “ordini”, non di istruzioni: molti di noi faticano ad appropriarsi della responsabilità di decidere per il meglio, se ne sentono disorientati, temono di fare la cosa sbagliata. Vogliono “ordini” e qualcuno che glieli dia.
È una condizione in parte umana e comprensibile: ma è anche aumentata straordinariamente dal basso livello di informazione e cultura che riceviamo. Essere responsabili, consapevoli, autonomi nel giudizio ragionevole e coscienzioso è il risultato di conoscere le cose, capirle, esserne informati, come anche di essere stati educati al senso e al funzionamento di una comunità (e magari anche alla comprensione e ai metodi della scienza). “Capirlo da soli” è il risultato di un lavoro politico e culturale oggi più indebolito che mai. I rituali e secolari commenti sugli italiani che hanno bisogno di essere comandati sono ancora una volta il traboccare verso la repressione di una cosa che andrebbe demandata all’educazione: gli italiani – noi – hanno bisogno di essere educati, o di educare se stessi se preferite (sul significato di educare e sulle sensibilità che urta rimando qui); non a caso lo Honor system è diffuso nei paesi in cui l’investimento sull’educazione civica, sull’istruzione e sull’informazione corretta è sempre stato maggiore.
Magari ricordiamocelo, quando sarà finita. Magari sarà servito.

mercoledì 11 marzo 2020

Il Papa: ogni persona è chiamata a riscoprire cosa conta veramente

dalla pagina https://www.avvenire.it/papa/pagine/papa-udienza-11-03-2020

L'udienza generale del Papa dalla biblioteca del Palazzo apostolico non è stata trasmessa nemmeno sui maxischermi in piazza San Pietro per evitare assembramenti e rischi di diffusione del Covid-19


Ogni persona è chiamata a riscoprire cosa conta veramente, di cosa ha veramente bisogno, cosa fa vivere bene e, nello stesso tempo, cosa sia secondario, e di cosa si possa tranquillamente fare a meno” è l’appello di Papa Francesco, nella prima udienza generale nella storia senza la presenza di fedeli a causa dell'emergenza coronavirus. Con il Papa ci sono soltanto i sacerdoti che leggono la lettura e le catechesi nelle diverse lingue.

“Gesù annuncia questa beatitudine – fame e sete di giustizia – è una sete che non sarà delusa; una sete che, se assecondata, sarà saziata e andrà sempre a buon fine, perché corrisponde al cuore stesso di Dio, al suo Santo Spirito che è amore”. “E anche al seme che lo Spirito Santo ha seminato nei nostri cuori”, ha riflettuto ancora il Papa a braccio nella biblioteca del Palazzo Apostolico l'udienza generale: “Il Signore ci dia questa grazia, questa sete di giustizia, che è la voglia di vedere Dio e di fare del bene agli altri”.

“Il Vangelo di Gesù Cristo è la più grande giustizia che si possa offrire al cuore dell’umanità, che ne ha un bisogno vitale, anche se non se ne rende conto”. A garantirlo è stato il Papa, che nella catechesi dell’udienza di oggi, trasmessa in diretta streaming dalla biblioteca apostolica vaticana, ha scelto esempi tratti dalla vita quotidiana, per spiegare la quarta Beatitudine contenuta nel Vangelo di Matteo. “Quando un uomo e una donna si sposano hanno l’intenzione di fare qualcosa di grande e bello, e se conservano viva questa sete troveranno sempre la strada per andare avanti, in mezzo ai problemi, con l’aiuto della Grazia”, ha spiegato: “Anche i giovani hanno questa fame, e non la devono perdere! Bisogna proteggere e alimentare nel cuore dei bambini quel desiderio di amore, di tenerezza, di accoglienza che esprimono nei loro slanci sinceri e luminosi”.
“Fame e sete sono bisogni primari, riguardano la sopravvivenza” ha riflettuto il Papa. “Non si tratta di un desiderio generico, ma di un’esigenza vitale e quotidiana, come il nutrimento”, ha proseguito Francesco incentrando la catechesi dell’udienza di oggi sulla quarta Beatitudine contenuta nel Vangelo di Matteo: “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia perché saranno saziati”. “Ma cosa significa avere fame e sete di giustizia?”, si è chiesto il Papa: “Non stiamo certo parlando di coloro che vogliono vendetta, anzi, nella beatitudine precedente abbiamo parlato di mitezza. Certamente le ingiustizie feriscono l’umanità; la società umana ha urgenza di equità, di verità e di giustizia sociale; ricordiamo che il male subito dalle donne e dagli uomini del mondo giunge fino al cuore di Dio Padre. Quale padre non soffrirebbe per il dolore dei suoi figli?”.
“La fame e la sete della giustizia di cui ci parla il Signore è ancora più profonda del legittimo bisogno di giustizia umana che ogni uomo porta nel suo cuore”, ha aggiunto il Papa, nella catechesi dedicata alla quarta Beatitudine contenuta nel Vangelo di Matteo e trasmessa in diretta streaming dalla biblioteca apostolica vaticana. “Nelle Scritture troviamo espressa una sete più profonda di quella fisica, che è un desiderio posto alla radice del nostro essere”, ha proseguito Francesco citando il “discorso della montagna”, il Salmo 63 e Sant’Agostino, che dice: “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore non trova pace finché non riposa in te”. “C’è una sete interiore, una fame interiore, una inquietudine”, ha aggiunto a braccio. “In ogni cuore, perfino nella persona più corrotta e lontana dal bene, è nascosto un anelito verso la luce, anche se si trova sotto macerie di inganni e di errori, ma c’è sempre la sete della verità e del bene, che è la sete di Dio”, ha assicurato il Papa: “È lo Spirito Santo che suscita questa sete: è Lui l’acqua viva che ha plasmato la nostra polvere, è Lui il soffio creatore che le ha dato vita. Per questo la Chiesa è mandata ad annunciare a tutti la Parola di Dio, impregnata di Spirito Santo”.

Al termine della prima udienza generale del pontificato svoltasi nella biblioteca del Palazzo apostolico vaticano – e non in piazza San Pietro o in Aula Paolo VI, per evitare assembramenti e scongiurare i rischi di diffusione del Coronavirus – il Papa si è rivolto a tutti coloro che soffrono a causa dell’attuale emergenza sanitaria.

“Vorrei rivolgermi a tutti gli ammalati col virus, che soffrono la malattia e a tanti che soffrono incertezze sulle proprie malattie”, ha esordito Francesco a braccio salutando i fedeli di lingua italiana: “Ringrazio di cuore il personale ausiliare, i medici, gli infermieri, i volontari che in questo momento difficile sono accanto alle persone che soffrono. Ringrazio tutti cristiani, tutti gli uomini e le donne di buona volontà che pregano per questo momento. Tutti uniti, qualsiasi sia la tradizione religiosa a cui appartengono. Grazie di cuore per questo sforzo”.

Poi un ennesimo appello, sempre a braccio, per la Siria: “Non Vorrei che questo dolore, questa epidemia tanto forte ci faccia dimenticare i poveri siriani, che stanno soffrendo al limite della Grecia e della Turchia. Un popolo sofferente da anni, devono fuggire dalla guerra, dalla fame e dalle malattie. Non dimentichiamo i nostri fratelli e le nostre sorelle, i tanti bambini che stanno soffrendo lì”. “Vi incoraggio ad affrontare ogni situazione, anche la più difficile, con fortezza, responsabilità e speranza”, l’augurio collettivo ai fedeli italiani.

martedì 10 marzo 2020

Riflessione

dalla pagina https://www.facebook.com/IlBlogDellaPsicologa/

Francesca Morelli Psicologa - Psicoterapeuta - Terapeuta EMDR
“Credo che il cosmo abbia il suo modo di riequilibrare le cose e le sue leggi, quando queste vengono stravolte.
Il momento che stiamo vivendo, pieno di anomalie e paradossi, fa pensare...
In una fase in cui il cambiamento climatico causato dai disastri ambientali è arrivato a livelli preoccupanti, la Cina in primis e tanti paesi a seguire, sono costretti al blocco; l'economia collassa, ma l'inquinamento scende in maniera considerevole. L'aria migliora; si usa la mascherina, ma si respira...
In un momento storico in cui certe ideologie e politiche discriminatorie, con forti richiami ad un passato meschino, si stanno riattivando in tutto il mondo, arriva un virus che ci fa sperimentare che, in un attimo, possiamo diventare i discriminati, i segregati, quelli bloccati alla frontiera, quelli che portano le malattie. Anche se non ne abbiamo colpa. Anche se siamo bianchi, occidentali e viaggiamo in business class.
In una società fondata sulla produttività e sul consumo, in cui tutti corriamo 14 ore al giorno dietro a non si sa bene cosa, senza sabati né domeniche, senza più rossi del calendario, da un momento all'altro, arriva lo stop.
Fermi, a casa, giorni e giorni. A fare i conti con un tempo di cui abbiamo perso il valore, se non è misurabile in compenso, in denaro.
Sappiamo ancora cosa farcene?
In una fase in cui la crescita dei propri figli è, per forza di cose, delegata spesso a figure ed istituzioni altre, il virus chiude le scuole e costringe a trovare soluzioni alternative, a rimettere insieme mamme e papà con i propri bimbi. Ci costringe a rifare famiglia.
In una dimensione in cui le relazioni, la comunicazione, la socialità sono giocate prevalentemente nel "non-spazio" del virtuale, del social network, dandoci l'illusione della vicinanza, il virus ci toglie quella vera di vicinanza, quella reale: che nessuno si tocchi, niente baci, niente abbracci, a distanza, nel freddo del non-contatto.
Quanto abbiamo dato per scontato questi gesti ed il loro significato?
In una fase sociale in cui pensare al proprio orto è diventata la regola, il virus ci manda un messaggio chiaro: l'unico modo per uscirne è la reciprocità, il senso di appartenenza, la comunità, il sentire di essere parte di qualcosa di più grande di cui prendersi cura e che si può prendere cura di noi. La responsabilità condivisa, il sentire che dalle tue azioni dipendono le sorti non solo tue, ma di tutti quelli che ti circondano. E che tu dipendi da loro.
Allora, se smettiamo di fare la caccia alle streghe, di domandarci di chi è la colpa o perché è accaduto tutto questo, ma ci domandiamo cosa possiamo imparare da questo, credo che abbiamo tutti molto su cui riflettere ed impegnarci.
Perché col cosmo e le sue leggi, evidentemente, siamo in debito spinto.
Ce lo sta spiegando il virus, a caro prezzo".

giovedì 5 marzo 2020

La crisi ecologica nella trappola della democrazia

dalla pagina https://ilmanifesto.it/la-crisi-ecologica-nella-trappola-della-democrazia/

Scenari. La fiducia dei cittadini nella prassi democratica è bassa, forse per favorire la politica ecologica bisogna sperimentare nuove forme di rappresentanza

Andrea Degl'Innocenti

Come mai non riusciamo a risolvere la crisi ecologica? E dire che avremmo tutti gli strumenti necessari per farlo. In nessun’altra epoca storica l’essere umano ha sviluppato una conoscenza tanto approfondita del mondo: sappiamo come funziona il clima, conosciamo i meccanismi che regolano gli ecosistemi, le dinamiche della società umana e possediamo molte delle tecnologie necessarie per compiere una transizione energetica. Eppure siamo praticamente sull’orlo dell’estinzione.
E SE FOSSE PROPRIO IL SISTEMA della democrazia rappresentativa elettorale ad essere inadatto a salvare il genere umano?
Un recente studio del Centre for the Future of Democracy dell’Università di Cambridge mostra che nel mondo la fiducia nella democrazia non è mai stata così bassa. Eppure che ci fossero dei problemi in questo modello lo si sapeva fin dal principio: come spiega David van Reybrouck in Contro le elezioni la democrazia rappresentativa elettorale è nata sotto la spinta della classe dirigente borghese ottocentesca per creare sì un sistema più stabile e pacifico rispetto alle bellicose monarchie, ma con l’obiettivo di mantenere il potere decisionale all’interno di una élite ristretta.
PUR CON I SUOI LIMITI, PER UN PO’ il sistema ha funzionato, poi qualcosa si è inceppato. Nelle moderne democrazie liberali dall’economia di stampo capitalista, il meccanismo democratico dovrebbe imporre vincoli al mercato che vietino, ad esempio, alle aziende di inquinare, o di consumare troppe risorse. Ma nella realtà avviene tutt’altro. I partiti si trovano a rincorrere, a fasi alterne, il consenso della popolazione o la legittimazione dei mercati: in tempi di crescita tendono a delegare ai mercati l’azione politica con l’assunto che questi ultimi, lasciati liberi, faranno crescere l’economia e quindi rafforzando il consenso dei partiti stessi.
Il meccanismo s’inceppa quando si instaurano cicli di recessione: qui le esigenze del «popolo e quelle dei mercati divergono e nascono i partiti populisti, che attaccano (demagogicamente) i mercati rivendicando la «volontà del popolo». Nasce così la distinzione fra partiti populisti e partiti di sistema, che più di ogni altra caratterizza il panorama politico contemporaneo. In nessuno dei due casi, tuttavia, l’obiettivo è quello di risolvere davvero i problemi. E la rincorsa del consenso, da mezzo, diventa il fine stesso della politica.
PER MOLTI PROBLEMI PERÒ, la soluzione non coincide con gli interessi dei mercati o con il consenso di un particolare bacino elettorale. È il caso della crisi ecologica. Succede quindi che chi propone soluzioni sensate non viene eletto, o che – ancora più spesso ormai – i partiti smettano di farle, sapendo che comporterebbero un calo dei consensi. Come si esce da questa impasse? All’inizio degli anni Novanta una cittadina del sud della Svezia, Växjö, fece un esperimento interessante. Per dare continuità alle politiche ambientali i principali partiti cittadini decisero di tirare fuori la questione ecologica dalla competizione elettorale e prendere su di essa decisioni condivise. Questa semplice mossa ha prodotto risultati stupefacenti e oggi Vaxjo è considerata una delle città più sostenibili d’Europa.
L’ESPERIMENTO DI VÄXJÖ SI BASA su un’ottima intuizione e tanto buon senso da parte di amministratori e cittadini. Oggi possiamo andare oltre. Cinquant’anni di ricerca accademica e sperimentazione empirica hanno portato all’elaborazione di modelli di governance in grado di affiancare, o persino sostituire in certi contesti, la democrazia rappresentativa elettorale. Vediamone due: la Democrazia deliberativa e la Sociocrazia 3.0.
La Democrazia deliberativa è un sistema che veniva già utilizzato nella Grecia antica ma che negli ultimi anni è stato molto perfezionato in ambito accademico. L’idea è di affidare le decisioni (o alcune decisioni) a gruppi di cittadini estratti a sorte o che partecipino su base volontaria, ma che siano rappresentativi dei vari punti di vista coinvolti nella decisione. Mettiamo che si vogliano decidere le sorti di un giardino pubblico: l’assemblea dovrà includere al suo interno elementi rappresentativi di tutti i punti di vista e i bisogni di coloro che hanno a che fare con il parco, l’amministrazione locale, gli anziani che ci vanno a passeggiare, le famiglie che portano i figli a giocare, i figli stessi, chi ci lavora, i ragazzi che ci escono la sera e i vicini che si lamentano per il troppo rumore. Non è importante che vengano rispettate le proporzioni quantitative ma che siano espresse tutte le istanze. Quindi si passa a fornire al gruppo l’accesso alle migliori informazioni disponibili. Infine si stimola la collaborazione interna – e non la competizione! – fra i vari punti di vista per giungere ad una decisione che sia buona per la comunità nel suo contesto e non per una parte di essa (logica tipica dei partiti).
LE ASSEMBLEE DELIBERATIVE POSSONO essere affiancate al sistema rappresentativo attuale, con funzione consultiva o decisionale. Esistono diversi esperimenti in tal senso. Nel Belgio germanofono, da settembre il parlamento regionale ha ceduto alcuni poteri a un’assemblea permanente composta da 24 cittadini estratti a sorte.
L’IRLANDA HA DA POCO ORGANIZZATO assemblee di cittadini per discutere dei matrimoni gay e dell’aborto; in entrambi i casi le proposte avanzate dai cittadini sono state ratificate in un referendum nazionale e hanno portato a un cambiamento costituzionale. In Australia Meridionale un’assemblea deliberativa ha aiutato a risolvere il problema dello stoccaggio di scorie nucleari, mentre a Madrid è stato recentemente istituito un osservatorio permanente di cittadini estratti a sorte.
SE LA DEMOCRAZIA DELIBERATIVA è sufficientemente simile a quella rappresentativa da potervi essere affiancata, lo stesso discorso non vale quando passiamo a parlare della Sociocrazia 3.0 (S3). La S3 è l’evoluzione della Sociocrazia, detta anche governance dinamica: un modello nato per creare organizzazioni più agili e resilienti, capaci di prendere decisioni condivise e orizzontali senza rimanere bloccate in stati di impasse. È usata spesso, non è un caso, all’interno degli ecovillaggi, quelle comunità di persone che scelgono di vivere fuori dai centri urbani adottando stili di vita ecologici, laddove il problema di convivere pacificamente restando in grado di darsi delle regole diventa essenziale.
IN SOCIOCRAZIA NON ESISTE IL CONCETTO di maggioranza e minoranza, le idee e le proposte appartengono a tutti e l’intero gruppo lavora per migliorarle. Chiunque venga toccato dalle decisioni da prendere ha il diritto di partecipare al miglioramento di ogni decisione fino ad avere la facoltà di bloccarla se si presentano le ragioni per farlo. L’obiettivo è quello di prendere decisioni sufficientemente buone e abbastanza sicure da essere messa in pratica, con opportuni cicli di controllo successivi. Dato che nei gruppi gli aspetti emotivi e relazionali svolgono un ruolo chiave, in Sociocrazia si fa spesso uso della Comunicazione non violenta, una tecnica comunicativa che aiuta a stabilire relazioni empatiche. L’ultima evoluzione della Sociocrazia, la S3, ha sviluppato i concetti della Sociocrazia in una serie di pattern decisionali diversi, per coprire un’ampia gamma di situazioni differenti ed è in costante aggiornamento.
Più di recente, la S3 sta iniziando a diffondersi all’interno di aziende e amministrazioni. Il comune di Valsamoggia (BO) ha istituito un tavolo permanente in S3 sull’emergenza climatica, di cui fanno parte diversi consiglieri comunali (vedere intervista a fianco). Ad oggi l’unico vero limite di questo modello è rappresentato dalla scala di applicazione: si riescono a gestire processi di buona qualità fino a 500-1000 persone ma oltre inizia a perdere di efficacia. Per cui l’ipotesi di organizzare una metropoli o un intero Stato in S3 non ha molto senso. Al contrario potrebbe averne l’immaginare dei sistemi ibridi fra quest’ultima e la Democrazia deliberativa.

martedì 3 marzo 2020

Morti di lavoro. La strage invisibile

dalla pagina https://comune-info.net/morti-di-lavoro-la-strage-invisibile/

Roberto Ciccarelli
01 Marzo 2020

Non se ne parla nei periodi di calma apparente, figuriamoci ora che tutta l’informazione in Italia è assorbita da un’emergenza mai vista prima, almeno sul piano mediatico. Eppure, al di là delle statistiche in sensibile crescita rispetto allo scorso anno, complessivamente il peggiore degli ultimi dieci, 52 persone che hanno perso la vita per “incidenti con esito mortale” nel solo mese di gennaio sono un fatto. Un fatto tremendo e intollerabile ma, oggi più che mai, sostanzialmente invisibile agli occhi dell’informazione che conta (solo i morti che fanno notizia) e, soprattutto, di chi potrebbe fermare una strage a cui non possiamo abituarci e non lo fa

Il primo bollettino Inail del 2020 sugli infortuni e i decessi sul lavoro è inquietante: 52 persone hanno perso la vita in incidenti con esito mortale solo a gennaio, otto in più rispetto alle 44 registrate nel primo mese del 2019 (+18,2%). Sono aumentate soprattutto le denunce di incidenti mortali avvenuti in itinere (da 13 a 19) mentre quelle per infortuni in occasione di lavoro sono passati da 31 a 33. Si muore più nel Nord Est (da 9 a 14 casi mortali), tre al Centro (da 9 a 12) , uno al Sud (da 8 a 9) e Isole (da 4 a 5). Calano gli infortuni sul lavoro: 46.483, meno 1.400 casi. Ma è solo gennaio. Se il 2019 è stato l’anno più traumatico da dieci con 1089 morti, il 2020 sarà peggiore?
Al tempo dell’«infodemia», epidemia mediatica, da Coronavirus c’è un’emergenza lampante ma invisibile: i morti e gli infortuni sul lavoro e per raggiungere i posti di lavoro. È un’emergenza tragicamente e orrendamente concreta, che miete vittime tra chi esce di casa e non torna più per sempre. Con la metà dell’energia che ha schizofrenizzato i media per il virus si potrebbe almeno dimezzare la velocità di questa strage, veicolare fondi e facilitare politiche strutturali, creare una protezione contro la violenza del lavoro precario che porta a morire a 75 anni mentre cerchi di sopravvivere perché la tua vita, e quella dei tuoi cari, agonizza. Solo l’intelligenza collettiva e la sanzione sociale contro l’organizzazione del capitale possono fermare questa corsa verso l’annientamento della forza lavoro per di più sfruttata.
E invece non accade niente. La mancanza di verifiche tecniche nella costruzione e manutenzione delle infrastrutture, la scarsa adozione di misure collettive ed individuali di protezione, la carenza di ispezioni e controlli nei luoghi di lavoro non scuote l’economia dell’attenzione. Ed è alienante constatare lo strabismo che porta l’economia dell’attenzione a visualizzare più la possibilità percentuale di una morte da virus e non la realtà delle morti causate dal lavoro. Ed è umiliante soppesare la diversa visibilità attribuita dal capitalismo informazionale alla contabilità degli scomparsi per l’una o per l’altra tragedia. Non ci sono morti più importanti degli altri.
È lo stesso strabismo che non vede le conseguenze del riscaldamento globale. Gli effetti mortali del capitalismo sulle vite che lavorano, o sulla natura che distrugge, restano invisibili rispetto alla sovraesposizione dell’emergenza indeterminata di un virus e le sue conseguenze sui mercati finanziari. L’impotenza raddoppia. È il prodotto di un unico sistema.


lunedì 2 marzo 2020

Donatella Mottin ci accompagna nelle domeniche di Quaresima

Parole da gustare nel cammino

Le domeniche di Quaresima sono dense di Parola, ma anche di… parole. Sarebbe bastato solo uno dei lunghi Vangeli, per coprire di riflessioni tutto il periodo che ci accompagna verso la Pasqua e c’è il rischio di lasciare tutta questa grande ricchezza al solo momento dell’ascolto domenicale. La proposta è di fermarsi su poche parole, quelle che ci hanno parlato quando le abbiamo ascoltate e di portarle con noi durante la settimana, ripensarle, ripeterle, per "stare” con Gesù in questo tempo con semplicità, ma forse più in profondità. Io, per me, ho scelto queste:

PRIMA DOMENICA: LE TENTAZIONI - Matteo 4,1-11
Gesù venne condotto nel deserto… Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame.
Nel deserto per quaranta giorni e quaranta notti… Mi interrogano sempre più questi tempi, a volte lunghissimi, altre relativamente più brevi, di cui le Scritture non ci dicono nulla. Chissà cosa avrà pensato Gesù in quelle giornate da solo. Il deserto è il luogo dell’Esodo, una fase di passaggio in funzione di qualcosa che si deve compiere. Certo il racconto delle tre tentazioni, che Matteo inserisce in questo capitolo e che diventano di un grande valore simbolico, ci dice che Gesù ha dovuto operare delle scelte rispetto a quella che sarebbe stata, in parole e opere, la sua vita pubblica che comincia subito dopo, ma quei quaranta giorni aprono delle domande, ci parlano di quei periodi in cui anche noi ci arrovelliamo per scelte da fare, giorni e notti di pensieri, di dubbi, di preghiere, di profondo desiderio che qualcuno ci illumini, ci aiuti a decifrare e a comprendere cosa fare, come andare avanti. E poi "alla fine” ecco che Gesù "ebbe fame”. Non è logicamente una fame fisica, ma la fame che interrompe quell’isolamento. È come la nostra ‘fame’ di qualcosa che ci chiama a passare attraverso alcune esperienze e ad andare oltre. Nel vangelo di Giovanni, Gesù dirà "mio cibo è fare la volontà di Dio” (Gv 4, 31-34). Gesù non è chiamato a vivere nel deserto come Giovanni il Battista, cibandosi di locuste e miele selvatico come Matteo racconta nel brano precedente (3,4). Gesù ha scelto di andare per le strade, di incontrare donne e uomini; è questa la fame di Gesù: fame di relazioni, desiderio di vivere concretamente con le persone che incontrerà, giorno dopo giorno, quel traboccante amore che lo porterà davvero ad amare "fino alla fine”.

SECONDA DOMENICA: LA TRASFIGURAZIONE - Matteo 17,1-9
Ma Gesù si avvicinò, ti toccò e disse: "Alzatevi e non temete”.
È importante che il racconto della Trasfigurazione di Gesù sia inserito subito dopo il suo primo annuncio della Passione e delle condizioni per seguirlo, cioè l’offerta d’amore della propria vita accettando le diverse croci che questo comporta.
Pietro, Giacomo e Giovanni vivono un’esperienza straordinaria, di quelle che cambiano la vita: la visione di Mosè, Elia e il volto "altro” di Gesù. Umanamente comprensibile che Pietro desideri rimanere così, tutti insieme, con Mosè che rappresenta la Legge del popolo, Elia il grande profeta e Gesù il maestro.
Ma la voce e l’indicazione di Dio è molto diversa: Gesù è l’amato. Lui è colui che deve essere ascoltato. C’è sì da cadere con la faccia a terra ed essere presi da grande timore come accade ai discepoli. Non è possibile tenere tutto, bisogna scegliere. Non la legge, se viene assolutizzata e si dimentica dei volti, dei corpi e delle difficoltà delle persone; non quella profezia che, come anche per Elia, spesso diventa potere forte e addirittura violenza, ma l’annuncio di Gesù, un annuncio di amore che mette in gioco la vita. C’è timore nell’alzare lo sguardo, nel vedere che è rimasto lui solo, nell’operare quella scelta, nel lasciare la vecchia strada e agire una conversione, un cambiamento. Ma Gesù tocca i nostri corpi, ci aiuta a rialzarci, a risorgere; tocca la nostra paura e ci ripete ogni giorno: "Non temere!”.

TERZA DOMENICA: LA SAMARITANA - Giovanni 4,5-42
Gesù dunque affaticato per il viaggio... le dice: "Dammi da bere”.
Gesù avrebbe potuto fare un’altra strada per salire a Gerusalemme, evitando di attraversare la Samaria come normalmente facevano i giudei per evitare i contatti con i samaritani considerati impuri e da cui erano divisi da convinzioni sociali e di culto.
Ma Gesù è venuto per raggiungere anche i lontani, le periferie, le terre e soprattutto le persone che sono oltre i confini fissati dalla legge. Forse è il compito da svolgere a causargli quella grande stanchezza, come è per noi nelle fatiche di affrontare le giornate, la stanchezza non solo di quello che si è fatto, ma soprattutto di quanto si deve ancora fare. Gesù ha conosciuto questa fatica, nel corpo e nello spirito, e forse proprio per questo le sue prime parole alla Samaritana che arriva al pozzo, sono espressione di un bisogno, di un desiderio. "Dammi da bere”.
Quella donna, con la sua vita irregolare, mentre sta compiendo il suo quotidiano, viene colta dalla sorpresa di quell’incontro; accetta di intrecciare la sua sete, i suoi sogni e desideri, con quel giudeo che in teoria non dovrebbe nemmeno rivolgersi a lei e che invece le narra la verità della sua vita, senza giudizi e con amore.
Era mezzogiorno ci dice il testo, come quando Pilato presentò Gesù al popolo: "Era la Parasceve della Pasqua, verso mezzogiorno Pilato disse agli ebrei: ecco il vostro re!”.
"È l’ora centrale del giorno, il punto che determina il passaggio da una parte all’altra della giornata… Ogni volta che accogliamo l’invito a un viaggio interiore, è mezzogiorno… Ogni volta che ci mettiamo all’ascolto profondo della nostra sete, è mezzogiorno” (J. Tolentino Mendonca).
Ogni volta che passiamo da una parte a un’altra della nostra vita.

QUARTA DOMENICA: IL CIECO NATO - Giovanni 9,1-41
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò gli disse...
Testo strano quello del cieco nato. Si apre con una affermazione potente: quello che ci accade come malattia, disabilità, sofferenza o difficoltà, non sono castighi per peccati commessi. E per dimostrare che il Dio manifestato da Gesù non è un Dio che castiga, Gesù apre, di sabato, gli occhi di quell’uomo e gli rende possibile vedere.
Da questo momento Gesù non c’è più nel testo, ci sono quelli che conoscevano l’uomo, i suoi familiari, soprattutto i farisei. Nessuno è felice per lui, per la cosa straordinaria che gli è capitata. Sembra che Gesù gli abbia complicato la vita: i conoscenti lo portano dai farisei perché è stato guarito in giorno di sabato; i suoi genitori, che ci vedono, lo riconoscono come il proprio figlio nato cieco, ma non aggiungono altro per paura di essere espulsi dalla sinagoga; i farisei non vogliono accettare che l’azione di Gesù venga da Dio perché Gesù non rispetta la Legge di Mosè e continuano a interrogarlo con insistenza e violenza.
E finalmente quell’uomo ha "l’illuminazione”: ora vede la realtà com’è, quell’impasto di terra e l’invito ad andare lo hanno reso pienamente umano, non vuole più chiudere gli occhi. Sono i farisei e chi detiene il potere che sta sbagliando e trova il coraggio di dirlo: "Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla” (9,33).
Anche per noi, oggi, è possibile cominciare a vedere la realtà, trovare il coraggio di prendere la parola, anche se può voler dire essere cacciati fuori, messi da parte, perché è proprio quando l’uomo viene cacciato che Gesù lo trova e gli parla.
A volte bisogna trovare il coraggio di "uscire”, come ogni creatura che deve venire espulsa dal grembo della madre, per vedere la luce e iniziare a vivere.

QUINTA DOMENICA: LAZZARO RIPORTATO IN VITA - Giovanni 11,1-45
Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto.
"Se tu fossi stato qui...”. La frase di Marta e Maria a Gesù rappresenta la domanda che spesso ci abita, quando abbiamo modo di vivere o di considerare certe situazioni; quando la vita ci sorprende con sofferenze vissute o ascoltate; quando ci sentiamo del tutto impotenti; quando ci assale la sensazione che il Signore sia assente. Se lì il Signore ci fosse, le cose non sarebbero diverse?
Marta, nel brano del vangelo, sta vivendo questa situazione. È amica di Gesù, spesse volte egli si era fermato nella loro casa dove aveva trovato accoglienza, ristoro, amicizia; aveva pregato che Gesù arrivasse negli ultimi giorni di malattia del fratello, ma Gesù non era arrivato in tempo eppure anche adesso, che è finalmente presente, Marta si aspetta un gesto miracoloso, chiede conto a Gesù e dialoga con Gesù cercando di capire.
"Credi tu che io sia la vita?”. Prima ancora della risurrezione di Lazzaro, che viene solo "slegato” dal suo sonno, questo testo ci presenta la risurrezione di Marta. Nelle avversità, nelle sofferenze, nelle malattie e anche nella morte, il Signore è presente non a cancellare, ma a condividere ogni cosa con noi.
"Sì, Signore, io lo credo”. Ed è già ora vita eterna.

Donatella Mottin

Associazione Presenza Donna
Centro Documentazione e Studi