giovedì 25 giugno 2015

"Immigrazione: non ripetiamo vecchi errori"

"È tragico l’aumento dei migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale, i quali non sono riconosciuti come rifugiati nelle convenzioni internazionali e portano il peso della propria vita abbandonata senza alcuna tutela normativa. Purtroppo c’è una generale indifferenza di fronte a queste tragedie, che accadono tuttora in diverse parti del mondo. La mancanza di reazioni di fronte a questi drammi dei nostri fratelli e sorelle è un segno della perdita di quel senso di responsabilità per i nostri simili su cui si fonda ogni società civile" (Laudato si', n.25)

dal pdf http://www.ism-regalita.it/Testi/articoli/PANIZZA-giugno.pdf

Trentino”, 9 giugno 2015

di Luigi Panizza

Purtroppo oggi di fronte al fenomeno immigratorio di chi abbandona la propria terra per fame o a causa della guerra o delle persecuzioni il comportamento verso gli immigrati presenta atteggiamenti e comportamenti diversi. Pur con le diverse sfumature e differenze da una parte si chiudono e si sbarrano le porte agli immigrati ritenendo la loro presenza un’autentica invasione alla quale opporsi e dalla quale difendersi. Si guarda all’immigrato come ad un intruso, un disturbatore della propria quiete e la conclusione è sbrigativa: “stia a casa sua”. Dall’altra ci sono invece coloro che, toccati da umana sensibilità, immediatamente guardano all’immigrato come un fratello bisognoso di aiuto e a lui aprono le braccia per offrire degna ospitalità. 
Sicuramente di fronte alla cruda realtà quasi quotidiana degli sbarchi non si può soffocare una latente umanità e far tacere la propria coscienza. Queste perseguitano e turbano l’indifferenza dell’egoista. L’egoismo può prevalere, ma l’umanità e la coscienza non si possono far tacere. Far finta di niente e girarsi dall’altra parte non porta pace. Invece di cercare le motivazioni per respingere chi chiede aiuto, perché non impegnarsi per rispondere ai bisogni immediati e urgenti? Poi si potranno adottare tutte le iniziative atte a rimuovere le cause di questa immigrazione di massa. 
Se non volevamo quanto sta accadendo perché non si è pensato prima ad aiutare questi popoli a camminare con le proprie gambe ed evitare così quanto sta accadendo? All’inerzia delle nazioni hanno cercato di supplire, per quanto possibile, missionari sacerdoti o laici, volontari di tante associazioni o singoli. Ma questo non è stato sufficiente. 
Ora si deve fare quanto non è stato fatto in passato. Con urgenza oggi tutti sono chiamati a fare la propria parte: Stati, Enti, associazioni, singoli. Quanto sta accadendo mette alla prova popoli e singoli. E’ questo il momento per dimostrare il grado di civiltà raggiunto. 
La sensibilità umana e la solidarietà fra i popoli sono i pilastri per costruire la pace, che non si può avere se non c’è la giustizia e non c’è giustizia se non c’è uguaglianza e non c’è uguaglianza senza solidarietà. Non è questione di sentimentalismi o di buonismi, come qualcuno vuol far credere, ma di affrontare una drammatica situazione che ci riguarda tutti. Di fatto siamo di fronte a una umanità che è stata sfruttata, privata di diritti fondamentali e abbandonata a sé stessa, che soffre, che aspetta il buon samaritano. 
Ognuno di noi può dare il proprio contributo di pensiero e anche di fatto. Le occasioni non mancano. La solidarietà trova sempre la buona strada per aiutare gli altri. Certo è triste pensare a quante persone abboccano a chi parla non all’intelletto e al cuore, ma solo alla pancia. E’ facile strappare il consenso quando si fa leva sull’egoismo umano. Questo però non porta in alto, non risolve i problemi ma prepara solo un conto da pagare prima o poi. Se fra tante norme e regole che si propongono per far fronte all’emergenza profughi (per la guerra o per la fame) si ponesse al primo posto il principio della solidarietà umana quanti spazi si aprirebbero, quante strutture vuote si riempirebbero. Forse che ogni comunità non potrebbe accollarsi qualche famiglia o singolo? Non mancherebbe la percentuale di buoni samaritani a dare una mano. Grazie a Dio la solidarietà c’è ancora nella nostra gente. 
Chiudo affermando che nessuno è nato col diritto di essere ricco o col dovere di essere povero. Fondamentalmente tutti nascono con gli stessi diritti e gli stessi doveri.

martedì 23 giugno 2015

In Italia scuola di Predatori

23 giu 2015 — di Manlio Dinucci

Una settimana fa, al Salone aerospaziale di Le Bourget a Parigi, la Direzione armamenti aeronautici del Ministero Difesa ha firmato un contratto con la canadese Cae per la realizzazione ad Amendola (Foggia) della prima scuola di volo europea di droni militari Predator (Predatori) della statunitense General Atomics. Un precedente contratto prevedeva la fornitura di un simulatore di volo solo per il modello MQ-1 Predator, mentre il nuovo permette di addestrare i telepiloti anche per il Predator B/MQ-9 Reaper, ambedue in dotazione all’aeronautica italiana.

Si avvera così il sogno di Roberta Pinotti che aveva annunciato il progetto al «Convegno sul futuro del dominio aerospaziale nazionale ed europeo» (Firenze, 24 ottobre 2014). Progetto sostenuto dal Pentagono, nelle cui scuole si sono addestrati finora i telepiloti europei dei Predatori: poiché deve oggi formare più telepiloti di droni che piloti di cacciabombardieri, il Pentagono ha bisogno di altri centri di addestramento in ambito Nato. L’aeronautica italiana e quelle di altri paesi Ue appartenenti alla Nato disporranno quindi, entro il 2016, della scuola di Amendola.

Qui i telepiloti europei saranno addestrati a missioni sia di ricognizione e individuazione obiettivi, tipo quelle effettuate finora dai Predatori usati dall’aeronautica italiana, sia di attacco con gli MQ-9 Reaper, tipo quelle effettuate dal Pentagono e dalla Cia in Afghanistan, Pakistan, Iraq, Yemen, Somalia e altri paesi. Il Reaper (Mietitore, ovviamente di vite umane), lungo oltre 10 m e con un’apertura alare di 20 m, può essere armato di 14 missili AGM-114 Hellfire (Fuoco dell’inferno), oltre che con due bombe a guida laser GBU-12 Paveway II o GBU-38 JDAM a guida satellitare. I telepiloti, seduti davanti agli schermi della consolle a migliaia di km di distanza, una volta individuato il «bersaglio» tramite i sensori elettro-ottici e altri del drone, comandano con il joystick il lancio dei missili e delle bombe.

È il nuovo modo di fare la guerra, presentato come «chirurgico». I «danni collaterali» sono però frequenti: per colpire un presunto terrorista, i droni killer distruggono spesso una intera casa uccidendo donne e bambini, oppure il telepilota scambia un gruppo di persone a un matrimonio per un pericoloso gruppo di armati e lancia il «Fuoco dell’inferno» a testata termobarica o a frammentazione, oppure lo lancia perché è sotto stress per i faticosi turni alla consolle.

A tutto questo contribuirà la scuola europea di droni militari, la cui collocazione in Italia non è casuale. L’Italia è stata la prima nella Ue ad acquistare i Predatori statunitensi e a usarli nelle «missioni» internazionali (Afghanistan, Iraq, Libia, Corno d’Africa), la prima che ha consentito ai droni militari di operare nello spazio aereo nazionale mettendo a rischio i voli civili. Da Sigonella operano da anni i droni Global Hawk (Falchi globali), e anche Predatori armati, della U.S. Navy. Nella stessa base entrerà in funzione dal 2016 il sistema Ags della Nato che, con Global Hawk, sorveglierà una vasta area, dall’Africa al Medioriente, a supporto delle operazioni Nato.

L’uso dei droni militari si intensificherà con la missione Ue «contro i trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo», grimaldello di un’operazione sotto regia Nato per un intervento militare in Libia. E la ministra Pinotti, visitando Amendola, potrà congratularsi con i telepiloti dei Predatori, come fece nella stessa base il premier D’Alema quando, il 10 giugno 1999, si congratulò con i piloti italiani che avevano bombardato la Jugoslavia, sottolineando che la loro era stata «una grande esperienza umana e professionale».

mercoledì 17 giugno 2015

papa Francesco: «Chiediamo perdono per le persone e le istituzioni che chiudono la porta ai rifugiati»

La Nato lancia il Tridente

dalla pagina https://www.change.org/p/la-pace-ha-bisogno-di-te-sostieni-la-campagna-per-l-uscita-dell-italia-dalla-nato-per-un-italia-neutrale/u/11112947?tk=nl7iLQ5JaoefyRfnR5ZU1MC5CwN7iv4IYJYiHQrU9bE&utm_source=petition_update&utm_medium=email

Comitato promotore della campagna #NO GUERRA #NO NATO


16 giu 2015 — di Manlio Dinucci

Tutti i comandi e le basi Usa/Nato sono in piena attività per preparare la «Trident Juncture 2015» (TJ15), «la più grande esercitazione Nato dalla fine della guerra fredda».

Si svolgerà in Italia, Spagna e Portogallo dal 28 settembre al 6 novembre, con unità terrestri, aeree e navali e con forze speciali di 33 paesi (28 Nato più 5 alleati): oltre 35mila uomini, 200 aerei, 50 navi da guerra. Vi parteciperanno anche le industrie militari di 15 paesi per valutare di quali altre armi ha bisogno la Nato.

Scopo di questa esercitazione «ad alta visibilità e credibilità» è testare la «Forza di risposta» (30mila effettivi), soprattutto la sua «Forza di punta» ad altissima prontezza operativa (5mila effettivi).

Sul fianco meridionale, partendo soprattutto dall’Italia, la Nato prepara altre guerre in Nordafrica e Medioriente. Lo conferma l’attacco effettuato in Libia, domenica scorsa, da caccia Usa F-15E che, decollati probabilmente da Aviano, hanno sganciato numerose bombe ufficialmente per uccidere un presunto terrorista.

Ad azioni simili si prepara l’Aeronautica italiana che, per verificare «le capacità dei suoi assetti nell’ambito di una forza ad elevata prontezza d’impiego», userà nella TJ15 l’aeroporto di Trapani (non quello di Decimomannu dove manca la «serenità» per le proteste contro le servitù militari), «per motivi eminentemente logistici, operativi e di distanze percorribili e per la pregressa esperienza maturata nel corso di altre operazioni condotte dalla base», ossia il bombardamento della Libia nel 2011. A Trapani-Birgi opereranno circa 80 aerei e 5mila militari, che (nonostante le rassicurazioni dell’Aeronautica) metteranno a rischio l’agibilità e la sicurezza dei voli civili.

Svolgerà un ruolo centrale nell’esercitazione il Jfc Naples, comando Nato (con quartier generale a Lago Patria, Napoli) agli ordini dell’ammiraglio Usa Ferguson, che è anche comandante delle Forze navali Usa in Europa e delle Forze navali del Comando Africa: alternandosi annualmente con Brunssum (Olanda), il Jfc Naples svolge il ruolo di comando operativo della «Forza di risposta» Nato, il cui comando generale appartiene al Comandante supremo alleato in Europa (sempre un generale Usa nominato dal Presidente). La proiezione di forze a sud va ben oltre il Nordafrica: lo chiarisce lo stesso Comandante supremo, il gen. Breedlove, annunciando che «i membri della Nato svolgeranno un grande ruolo in Nordafrica, Sahel e Africa subsahariana».

Sul fianco orientale, la Nato continua ad accrescere la sua pressione militare sulla Russia. Secondo notizie fornite al New York Times (13 giugno) da funzionari statunitensi e alleati, il Pentagono intende «preposizionare» armamenti pesanti (carrarmati, cannoni, ecc.), sufficienti a 5mila soldati, in Lituania, Lettonia, Estonia, Polonia, Romania, Bulgaria e Ungheria.

E mentre Washington fa sapere che non esclude di installare in Europa missili nucleari con base a terra, Kiev annuncia che potrebbero essere installati in Ucraina missili intercettori Usa/Nato, analoghi a quelli in Polonia e Romania. Ignorando che Mosca, come ha già avvertito, prenderà contromisure poiché le loro rampe di lancio possono essere usate anche per lanciare missili a testata nucleare.

In tale scenario si inserisce la «Trident Juncture 2015», espressione di una strategia di guerra a tutto campo. Lo conferma la partecipazione del segretario generale della Nato Stoltenberg, la scorsa settimana in Austria, alla riunione segreta del gruppo Bilderberg: quello che il magistrato Ferdinando Imposimato denuncia come «uno dei responsabili della strategia della tensione».

Comitato promotore della campagna #NO GUERRA #NO NATO

lunedì 15 giugno 2015

Migranti, l'esodo peggiore dalla Seconda Guerra mondiale

dalla pagina http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-06-15/migranti-esodo-peggiore-seconda-guerra-mondiale-133228.shtml?uuid=ACkpNs&refresh_ce

La peggiore crisi migratoria dalla Seconda Guerra mondiale. Un esodo di milioni di profughi, condannati a una vita di miseria, in fuga dalle guerre che dilaniano Medio Oriente e Africa. Nell’indifferenza dei governanti. La denuncia è di Amnesty, che pubblica il report-denuncia «The global refugee crisis: a conspiracy of neglect», con cui accusa i leader mondiali di aver abbandonato migliaia di civili. [...]

Un crisi da 50 milioni di sfollati
Amnesty stima che il numero degli sfollati a livello mondiale supererà i 50 milioni: le dimensioni del fenomeno saranno quindi più gravi della crisi di sfollati causata dalla Seconda Guerra mondiale. Non si tratta quindi di un’emergenza. Ma di un fenomeno globale, che gli Stati non possono più permettersi di ignorare.

dalla pagina http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-06-15/migranti-esodo-peggiore-seconda-guerra-mondiale-133228.shtml?uuid=ACkpNs&refresh_ce

Le frontiere interne

da “la Repubblica” del 9 giugno 2015

di Chiara Saraceno

IL RIFIUTO dei governatori delle Regioni del Nord ad accogliere anche un solo immigrato in più, la minaccia di Maroni di punire i Comuni non possono essere accantonate come un atto del conflitto maggioranza-opposizione e di quello interno al centrodestra.
È UN vero e proprio atto di insurrezione, una secessione vissuta con tanto più gusto in quanto lascia il Sud, luogo di approdo dei migranti che vengono dal mare, a sbrogliarsela da solo. Non si tratta più di bruciare bandiere o di inveire contro Roma ladrona (anche perché si è scoperto che il ladrocinio non ha frontiere né geografiche né ideologico-partitiche). È l’annuncio di una disobbedienza sistematica, condita di minacce — illegali — a chi non si adegua. Qualsiasi privato cittadino chiamasse all’insurrezione verrebbe immediatamente denunciato.

Si può lasciar passare senza sanzioni che lo facciano dei governatori di Regione, incluso un ex ministro dell’Interno che chiede di disobbedire oggi a una norma che ha fatto ieri? In un’Italia sempre più frantumata nella difesa di diritti e interessi categoriali, sempre più impaurita da una crisi troppo lunga di cui, specie i ceti più modesti non vedono una via di uscita a tempi brevi, i flussi migratori incontrollati offrono il capro espiatorio perfetto. Lasciare che chi ha responsabilità di governo utilizzi questo capro espiatorio non solo per soffiare sulla xenofobia, ma anche per rompere il patto di solidarietà territoriale che costituisce l’Italia in una nazione, è doppiamente pericoloso.
Sia chiaro, i numeri di chi viene soccorso in mare e viene sbarcato sulle nostre coste — al di là delle importanti distinzioni tra profughi, richiedenti asilo e migranti economici — è davvero impressionante e pone problemi seri e per certi versi inediti. È una emergenza, non perché fosse del tutto imprevista, al contrario, stante il permanere e l’incancrenirsi delle cause che inducono migliaia di persone a lasciare il loro Paese. È una emergenza perché poco o nulla si è fatto sia per modificare le situazioni di partenza, sia per attrezzarsi a fronteggiare il flusso degli arrivi. La solidarietà dell’Europa è vergognosamente latitante e finora si manifesta nel paradosso delle navi inglesi che collaborano sì al salvataggio in mare, ma si lavano immediatamente le mani di chi raccolgono portando il loro carico nel più vicino porto greco o italiano. Anche lo striminzito accordo per redistribuire ventiquattromila dei potenziali rifugiati ora presenti in Italia tra i diversi Paesi è stato sconfessato dal rifiuto di molti Paesi di accoglierne qualcuno.
L’Europa così pronta ad imporre le proprie regole draconiane di austerity a Italia e Grecia, poco o nulla si interessa di come questi due Paesi possano fare fronte alla necessità di alloggiare, nutrire, offrire conforto alle migliaia che ogni giorno arrivano sulle loro coste. Certo non aiuta a chiedere maggiore solidarietà, in Europa e in Italia, scoprire che i finanziamenti — inclusi quelli europei — dati a questo scopo sono in larga misura finiti nelle tasche di faccendieri rapaci, che, come gli scafisti, hanno fatto della migrazione e del sostegno ai disperati un business che lascia ai destinatari solo briciole condite da inciviltà. Ma è paradossale che a pagare il prezzo di questa sfiducia siano proprio le vittime del malaffare. Ed è ancora più paradossale che i tre governatori motivino il proprio rifiuto di accoglienza anche con quello ricevuto dall’Europa. Dato che il governo non è riuscito ad ottenere solidarietà dall’Europa, le regioni del Nord destro-leghista la rifiutano a loro volta, confermando il cinico scarica barile dal Nord al Sud, da chi può permettersi di rifiutare (ma Germania, Inghilterra e Francia hanno molti più richiedenti asilo di quanti non ne abbiano in proporzione Lombardia e, soprattutto Veneto e Liguria) a chi non può farlo, salvo ributtare a mare chi arriva sulle sue coste.
La Sicilia, dove abita solo l’8,4% della popolazione residente, ospita nelle varie strutture di prima accoglienza il 22% dei migranti. La Lombardia, con il doppio dei residenti, ne ospita solo il 9%, poco più della Campania, che però ha solo il 9,7% dei residenti, e molto meno del Lazio, che con il suo 9,7% di residenti accoglie nei centri il 12% dei migranti. Il Veneto, con l’8,7% dei residenti, ospita nei suoi centri il 4% dei migranti, mentre la Liguria ha un rapporto quasi alla pari: 2,6% di residenti, 2% di immigrati nei centri di prima accoglienza. Saremmo un po’ più forti nelle nostre negoziazioni con l’Europa se il nostro record amministrativo nella gestione dei fondi per l’emergenza migranti fosse un po’ più specchiato, le condizioni dei centri di accoglienza più civili, la solidarietà territoriale interna più salda e visibile. Affrontare questa drammatica emergenza umana, prima che organizzativa, all’ombra di discorsi xenofobici e minacce secessioniste favorisce solo il malaffare, non certo la ricerca, difficile, di soluzioni praticabili nell’immediato e nel medio periodo.
da “la Repubblica” del 9 giugno 2015

domenica 14 giugno 2015

Una nuova generazione di armi nucleari...

dalla pagina http://www.nogeoingegneria.com/uncategorized/il-tabu-dellimpiego-di-armi-nucleari-e-svanito-senza-che-ce-ne-accorgessimo/

dalla pagina http://www.enzopennetta.it/2015/06/la-terza-bomba/

La “terza bomba”
di ENZO PENNETTA

Il tabù dell’impiego di armi nucleari è svanito senza che ce ne accorgessimo. La tecnologia ha permesso di miniaturizzare le potenze e l’esplosione di una terza bomba, dopo quella di Hiroshima e Nagasaki, sarebbe molto diversa.

 Quando tra il 1944 e il 1945 nei laboratori di Los Alamos si lavorava alla prima bomba atomica il progetto Manhattan era coperto da un eccezionale livello di segretezza, la stessa ubicazione dei laboratori nel Nuovo Messico era stata studiata per permettere di sfuggire il più possibile ad occhi indiscreti. Al contrario l’impiego effettivo in Guerra con la scelta di obiettivi come Hiroshima e Nagasaki ebbe tragicamente la massima visibilità, il Giappone doveva sapere della nuova arma e delle sue reali potenzialità, ma certamente era importante che lo sapesse anche L’Unione Sovietica. Oggi dal punto di vista della ricerca le cose non sono cambiate molto, non è facile sapere quali siano gli attuali sviluppi delle tecnologie nucleari in campo bellico, un cambiamento drastico sembra esserci invece sulla pubblicizzazione degli impieghi di armi all’uranio sui campi di battaglia.
Oltre alla fabbricazione delle bombe all’epoca del progetto Manhattan si iniziarono da subito a studiare altri modi per impiegare le nuove tecnologie, ad esempio l’utilizzo di uranio come mezzo per “avvelenare” una parte di territorio era stato già ipotizzato in un memorandum del 30 ottobre 1943 di Conant, Compton, e Urey al Generale L. R. Groves, responsabile de programma nucleare USA, e declassificato nel giugno 1974:
Una disseminazione del territorio nemico con polvere di uranio è stata poi di fatto realizzata nel 1991 quando nel corso della prima guerra del golfo furono impiegati per la prima volta i proiettili all’uranio impoverito (U238) che per via delle sue caratteristiche possiede un’elevata capacità di perforare i mezzi corazzati. Un proiettile all’uranio impoverito da 30 mm ne contiene circa 300 grammi e poiché un aereo come l’A10 può esplodere raffiche di 50 colpi in mezzo secondo, può disseminare ad ogni raffica 15 Kg di uranio sul terreno. Per via delle pressioni elevatissime a cui i proiettili di uranio vengono sottoposti durante l’impatto, questo viene però liberato in un’esplosione della materia compressa che si vaporizza in una nube di particelle microscopiche che vanno a contaminare in modo diffuso e pervasivo l’ambiente in accordo a quanto descritto negli studi sugli effetti delle altissime pressioni dal Nobel per la fisica del 1946 Percy W. Bridgman. Un impiego massiccio di questo tipo di munizionamento si è avuto anche davanti alle coste italiane nel corso delle azioni sulla Libia dove nel 2011 tonnellate di polvere di uranio, potenzialmente trasportabile dal vento i luoghi molto lontani, sono state prodotte.
Nonostante le rassicurazioni che si tratti di uranio non radioattivo i rilevamenti sul campo e soprattutto gli effetti tra i reduci e tra la popolazione hanno dimostrato il contrario e le patologie di tipo canceroso sono aumentate in modo rilevante nelle zone interessate. Ma questo tipo di contaminazione potrebbe servire anche a nascondere la radioattività prodotta dall’impiego di altre armi come ad esempio piccole bombe “tattiche” della potenza di pochi kiloton.
La terza bomba” era il titolo di un servizio giornalistico di Rainews24 dell’ottobre 2008 nel quale i giornalista Maurizio Torrealta ha raccolto una serie di informazioni sia riguardo gli effetti della radioattività in zone di guerra dove è stato impiegato l’uranio impoverito, ma anche riguardo un presunto impiego di una testata di 5 kiloton nel corso proprio della prima guerra del golfo. Un servizio che vale la pena guardare per intero e che mostra, raro caso di giornalismo, anche immagini davvero crude riguardo gli effetti dell’uranio impoverito sulle popolazioni civili dell’Irak: 
L’informazione su questa presunta esplosione è giunta a Rainews24 da un veterano, Jim Brown, il quale ha denunciato che l’impiego di tale arma  sarebbe avvenuto il giorno 27 febbraio 1991 a Bassora, appena prima della resa dell’Irak, vicino al confine con l’Iran. Non avendo altre possibilità per verificare l’informazione Torrealta effettuò un’indagine sulla inevitabile onda sismica che un evento di questo tipo avrebbe dovuto lasciare nelle stazioni di rilevamento di vari paesi. La ricerca portò all’individuazione di un evento sismico del grado 4.2 della scala Richter nel giorno indicato, il 27 febbraio 1991 nella zona di Bassora. Se l’esplosione fosse stata quella di una delle più grandi bombe a disposizione dell’esercito USA si sarebbe registrato un grado 3.0, molto inferiore al 4.2 se si tiene conto del fatto che la scala Richter è logaritmica. Dal servizio di Rainews24:
Abbiamo trovato che l’unico evento sismico avvenuto durante i 43 giorni di Desert Storm è stato un evento di magnitudo : 4.2 scala Richther ed è stato registrato proprio nella zona descritta da Jim Brown tra la città di Basra e il confine con l’Iran . E’ catalogato con il numero 342793 è avvenuto il 27 di Febbraio del 1991 , proprio l’ultimo giorno del conflitto, alle ore 13:39. Il fenomeno è stato registrato da 9 centri sismici, 2 in Iran, 4 in Nepal , uno in Canada ,uno in Svezia ed uno in Norvegia , questi due ultimi hanno anche misurato l’intensità dell esplosione di circa Magnitudo 4,2. La sua profondità viene collocata nel primo livello superficiale che fa da 0 a 33 km,
Ulteriori informazioni possono essere fornite dall’analisi delle onde sismiche registrate dalle stazioni nei diversi Paesi ma data la vastità del lavoro chiediamo agli organismi internazionali che svolgono il monitoraggio antinucleare ed ai centri sismici nazionali coinvolti , di aiutarci nella raccolta di elementi certi e dirimenti per capire se sia trattato di una esplosione o di un terremoto.
Nonostante l’invito rivolto da Rainews24, a chiunque ne fosse in grado, di fornire ulteriori elementi di verifica su tale possibilità, e la segnalazione di una richiesta da parte del governo iraniano di chiarimenti, sembra che nessuno abbia più indagato su quella denuncia.
Adesso sembrerebbe che la storia si ripeta ...

mercoledì 10 giugno 2015

Ritornano i missili a Comiso?


Il presidente Obama e la cancelliera Merkel, incontrandosi a quattrocchi prima del G7, hanno ribadito che manterranno le sanzioni contro la Russia. Obama però, appena arrivato in Baviera, aveva dichiarato che «bisogna contrastare con fermezza l'aggressione all'Ucraina», lasciando intendere che contro la Russia si devono prendere misure non solo economiche. Esiste quindi una agenda segreta che Obama ha portato al G7, in particolare ai maggiori alleati Nato (Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia) che ne fanno parte? Quale potrebbe essere si deduce dalle dichiarazioni rilasciate a Washington il 5 giugno, due giorni prima del G7, da funzionari del Pentagono, riportate dall’Agence France-Presse.
Essi hanno dichiarato che «gli Stati uniti stanno considerando una serie di mosse per contrastare la violazione del Trattato sulle armi nucleari da parte della Russia, tra cui il potenziamento delle difese missilistiche o anche lo spiegamento in Europa di missili con base a terra». Ossia di missili nucleari come quelli schierati dagli Usa in Europa durante la guerra fredda: i Pershing 2 balistici, in Germania, e i Tomahawk (missili da crociera) lanciati da terra, in Italia a Comiso. Missili che sono stati eliminati, insieme agli SS-20 balistici schierati in Urss, dal Trattato sulle forze nucleari intermedie firmato da Usa e Urss nel 1987. Esso proibisce lo schieramento di missili con gittata compresa tra 500 e 5500 km.
Washington accusa Mosca di aver sperimentato un missile da crociera di questa categoria. Mosca, a sua volta, accusa Washington di installare in Polonia e Romania rampe di lancio di missili intercettori (quelli dello «scudo»), che possono essere usate per lanciare missili Tomahawk a testata nucleare. Va inoltre considerato che gli Stati uniti mantengono in Germania, Italia, Belgio, Olanda e Turchia circa 200 bombe nucleari B-61, che si aggiungono alle oltre 500 testate francesi e britanniche pronte al lancio.
In Italia, violando il Trattato di non-proliferazione, ve ne sono 70-90 ad Aviano e Ghedi-Torre. Ma ce ne potrebbero essere di più, anche in altri siti e a bordo delle navi Usa. Le B-61 saranno trasformate, tra non molto, da bombe a caduta libera in bombe «intelligenti» B61-12 che potranno essere sganciate a grande distanza dall’obiettivo. In Italia, nel 2013 e 2014, si è svolta la Steadfast Noon (Mezzogiorno risoluto), l’esercitazione Nato di guerra nucleare, a cui l’anno scorso hanno partecipato anche F-16 polacchi.
Washington ribadisce che «la Nato resterà una alleanza nucleare» e che, «anche se la Nato si accordasse con la Russia per una riduzione delle armi nucleari in Europa, avremmo sempre l’esigenza di completare il programma della B61-12».
La possibilità che ora vengano di nuovo schierati in Italia missili nucleari Usa con base a terra, non è così remota. Il colonnello Sowers, portavoce del Pentagono, ha dichiarato che «l’Amministrazione Obama sta considerando una gamma di potenziali risposte militari alla Russia, tutte dirette ad assicurare che essa non acquisti alcun significativo vantaggio militare». Tali «opzioni», compresa quella dell’«installazione di missili con base a terra in Europa», sono state «discusse a una riunione di alti ufficiali e diplomatici convocata il 5 giugno a Stoccarda, in Germania, dal segretario Usa alla difesa Ashton Carter».
Vorremmo sapere dal premier Renzi, appena rientrato dalla Germania, se sa qualcosa sulla riunione convocata a Stoccarda dal capo del Pentagono, a cui hanno partecipato probabilmente anche alti ufficiali e diplomatici italiani. O se dobbiamo attendere il comunicato con cui il Pentagono annuncia l’installazione di missili nucleari in Italia.

sabato 6 giugno 2015

Papa Francesco A Sarajevo

C'è chi crea e fomenta un clima di guerra deliberatamente...
In particolare coloro che cercano lo scontro fra diverse culture e civiltà
e coloro che speculano sulle guerre per vendere armi.

Mai più guerra!

venerdì 5 giugno 2015

Primolunedìdelmese

primolunedìdelmese
Anno XVIII - incontro n. 135
8 Giugno 2015 - ore 20:30

presso Cooperativa Insieme, via Dalla Scola 253, Vicenza
- Parcheggio adiacente. Si raccomanda puntualità ! -

Migranti
Profughi
Rifugiati

ne parliamo con
Chiara Favilli
Docente di Diritto dell’Unione Europea all'Università di Firenze.
Collabora con l'Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI).
Autrice di varie pubblicazioni sulle politiche dell'Unione Europea
in materia di immigrazione e asilo: qui un suo recente articolo.

- Finestra sul cortile di casa -

La situazione nel Vicentino

A cura del Centro Astalli Vicenza