lunedì 6 settembre 2021

Può un predatore della natura diventare un buon giardiniere?

dalla pagina Può un predatore della natura diventare un buon giardiniere? - Terra Nuova

In una situazione socio-politico-economica come quella attuale, in cui si moltiplicano le analisi critiche sul sistema capitalistico e neoliberista, che ormai mostra vistosamente le proprie falle, e in cui si fronteggia un’emergenza ecologica planetaria, ospitiamo con grande piacere l’intervento di Serge Latouche, acuto ed efficace intellettuale e pensatore, che qui offre spunti di riflessione preziosi.

La questione se l’economia capitalista sia compatibile con la conservazione della natura (in altre parole, se il culto della crescita sia compatibile con l’ecologia) dovrebbe avere una risposta ovvia per qualsiasi persona sana di mente: la crescita infinita è incompatibile con un pianeta finito. Tuttavia, questa evidenza, che un bambino di cinque anni capirebbe e che i quattordicenni oggi saggiamente ci ricordano con Greta Thunberg, sembra che non sia capita dai politici e dagli economisti. Anzi, viene da loro smentita in ogni occasione, con la notevole eccezione, recente e limitata, di Papa Francesco.

La maggior parte di essi, compresi soprattutto i ministri dell’ambiente, fanno i gargarismi affermando la compatibilità tra economia ed ecologia, a volte anche enfatizzando la comune radice greca dei due termini. Viene ammessa, ma in modo puramente retorico, una «scomoda verità», per dirla come l’ex vicepresidente Al Gore, solo sul cambiamento climatico. L’uomo può sopravvivere solo in simbiosi con l’ecosistema terrestre che è la sua matrice. Per questo deve necessariamente «metabolizzarsi» con il suo ambiente. Le sostanze di cui si nutre, che usa e che scarta, sono i materiali con cui costruisce la sua vita. Tutte le società, tutte le culture, tranne la nostra, hanno riconosciuto questa interdipendenza con la Madre Terra e celebrato il ciclo della vita. Solamente la modernità ha realizzato un progetto prometeico di ricostruzione artificiale del mondo. L’arroganza dell’uomo contemporaneo arriva fino all’ambizione di reinventarsi come nuova specie superiore secondo il progetto del transumanesimo.

Tutto nell’universo diventa quindi strumento di questa costruzione in quanto materia prima, strumento, prodotto e infine spazzatura. La matrice cosmo, la Madre Terra, Madre Natura, la Gaia dei Greci, la Pachamama degli indiani delle Ande, viene disprezzata, tradita, saccheggiata, violentata, negata e infine trasformata in una cloaca al termine di questo progetto demiurgico. Queso fantasma di poter ricreare il mondo – specifico della modernità occidentale – è il risultato di una duplice rottura, sia pratica che concettuale: da un lato il mondo è reso artificiale per via dell’emergere dell’immaginario tecno-scientifico, dall’altro lato la mercificazione del mondo è possibile per via dell’emergere dell’immaginario economico. Queste due rotture sono evidentemente connesse. La ricostruzione del cosmo come una megamacchina tecnica non sarebbe possibile senza la mercificazione totale del mondo e viceversa. La minaccia, ogni giorno più pregnante, di un collasso della civiltà, perfino della scomparsa della nostra specie, sarà sufficiente a farci fare una giravolta, per convertirci da predatori a giardinieri?

Origine e contenuto del fantasma di onnipotenza

Nonostante molte battute d’arresto, fallimenti, disillusioni e catastrofi, i nostri modi di vedere e pensare sono ancora «formattati» dal paradigma della modernità occidentale, così come è emerso nel XVIII secolo. Per ottimi motivi, i filosofi dell’Illuminismo volevano liberare l’umanità dagli ostacoli alla sua emancipazione: la trascendenza, la tradizione e la rivelazione. Per fare ciò, hanno sviluppato una concezione meccanica del mondo (la macchina-universo, l’animale-macchina e persino l’uomo-macchina) che ha condotto il nostro potere verso l’assenza di limite.

In tale visione cartesiana e antropocentrica, l’uomo si afferma come padrone e dominatore della natura.

L’ideologia del progresso che ne deriva ci assicura che tutto è possibile. È in questo contesto che «la macchina economica» ha colto l’occasione per svincolarsi da tutti i freni che erano stati frapposti al suo sviluppo dalla saggezza millenaria (o superstizione, come preferite) e ha dato vita alla società di mercato capitalista globalizzata.

I filosofi dell’Illuminismo, ponendo come obiettivo delle società moderne «la felicità più grande condivisa dal più grande numero», per dirla con Beccaria, hanno scoperchiato il vaso di Pandora della dismisura, di cui l’economia sarà lo strumento. Non si tratta più solo di vivere bene, ma di vivere sempre meglio. La trasgressione, eretta a sistema nella «surmodernità», trova la sua origine nel drastico ribaltamento etico collegato a questi cambiamenti. La società occidentale è l’unica nella storia ad aver liberato ciò che tutte le altre hanno cercato, con maggiore o minore successo, di frenare, vale a dire le passioni tristi di Spinoza (ambizione, avidità, invidia, risentimento, egoismo). Nella tarda modernità contemporanea, è perfino giunta a fare della trasgressione una sorta di etica paradossale, cioè contraddittoria.

Il grande ribaltamento si è verificato con Bernard de Mandeville e la sua famosa Favola delle api. La conclusione della favola, vale a dire che i vizi privati fanno la prosperità dell’alveare, provocò scandalo, ma gradualmente divenne, attraverso la mano invisibile di Adam Smith, il credo amorale, cioè immorale, delle società occidentali. La modernità, infatti, ha creduto e continua a credere più che mai che i vizi privati, canalizzati dall’economia attraverso l’interesse, diventino virtù pubbliche e funzionino, senza saperlo, anche come artefici del bene comune. Di conseguenza, potevano essere scatenati senza pericolo. Anzi si doveva scatenarli. È questo che si impara nelle scuole di business (ma non solo): «Greed is good», «l’avidità è una cosa buona».

La società della crescita è il risultato finale dell’economia di produzione capitalista. L’organismo economico (cioè il modo di organizzazione di una società non più in simbiosi con la natura, ma che la sfrutta senza pietà) deve crescere indefinitamente, come deve crescere il suo feticcio, il capitale. La produttività del capitale (risultato di un’astuzia o di un inganno da commercianti e molto spesso dello sfruttamento della forza lavoro dei lavoratori e della predazione della natura) è assimilata alla crescita delle piante e alla fertilità delle specie.

La riproduzione del capitale/economia fonde fertilità e ripresa, tasso di interesse e tasso di crescita. Questa apoteosi dell’economia/capitale sfocia nello spettro di immortalità tipico della società dei consumi. In realtà, il fantasma è fondato su una triplice illimitatezza: illimitatezza della produzione, e quindi sfruttamento delle risorse naturali non rinnovabili e rinnovabili; illimitatezza del consumo, e quindi creazione di nuovi bisogni sempre più artificiali e, soprattutto, illimitatezza della produzione di rifiuti, quindi inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo. Questi tre tipi di inquinamento hanno effetti disastrosi sempre più manifesti: cambiamento climatico con emissioni di gas serra, pandemie di cancro, asma, obesità, malattie polmonari, disturbi cardiovascolari o riproduttivi, la saturazione dell’aria con nanoparticelle e interferenti endocrini, morte di sorgenti, fiumi e oceani, desertificazione e disintegrazione di suoli avvelenati da pesticidi e fertilizzanti chimici, e così via.

Dal momento che gli economisti hanno inventato la loro scienza sul modello della meccanica razionale di Newton, essi hanno ignorato il fatto che la vita concreta degli uomini si svolgeva in un ecosistema che obbediva alle leggi della fisica (in particolare la seconda legge della termodinamica) e non alla sfera stellata della matematica. Non è tanto lo sfruttamento dei lavoratori, né l’ingegnosità tecnica, che ha consentito il produttivismo/ consumismo tipico del capitalismo, quanto piuttosto la predazione della natura.
Questo punto cieco della scienza economica, che solo molto tardi scopre la natura sotto il nome rivelatore di «esternalità», ma senza riuscire a integrarla realmente, ha intrappolato Marx, i situazionisti e anche Jean Baudrillard.
Quest’ultimo fa una critica pertinente della società di consumo, ma ignora completamente l’ecologia. Le materie prime, la cui sostanza non è lavoro, ma che sono date dalla natura, non si ottengono per mezzo della produzione o per seduzione, ma viceversa solo attraverso la predazione.

Decolonizzare l’immaginario e ribaltare i nostri modi di pensare

Nonostante l’evidenza dei pericoli che la tecnoscienza incontrollata e il turbocapitalismo globalizzato pongono al mantenimento di un ecosistema compatibile con la sopravvivenza dell’umanità, il nostro immaginario rimane bloccato in questo paradigma in cui non crediamo più.

Sotto l’effetto stesso della banalizzazione mercantile, l’«incantesimo» generato dalla scienza, dal progresso e dallo sviluppo è ormai piuttosto logoro. Il culto del progresso oggi non implica più preghiere altisonanti alla Divinità, ma inevitabili prassi familiari (accendere l’elettricità, guidare un’auto, fare telefonate, ecc.) oltre alla richiesta di nuove innovazioni per risolvere i problemi di disfunzione generati dalle dinamiche stesse del progresso. La fede nell’economia non è più una scelta di coscienza, ma una droga alla quale, abituati, non siamo in grado di rinunciare volontariamente. Progressismo ed economicismo sono così incorporati nel nostro consumo quotidiano che li respiriamo con l’aria inquinata dei nostri tempi, li beviamo con acqua contaminata da pesticidi, li mastichiamo con il «cibo spazzatura», ci coprono con abiti fatti nelle galere del Sudest asiatico, e infine ci trasportano nelle nostre sacrosante utilitarie con cambiamento climatico…

I riti hanno sostituito la fede. Il fallimento del sogno occidentale apre così la strada a una massiccia desacralizzazione dell’economia. La prova pratica del fallimento della società della crescita, di cui la pandemia di Covid-19 è l’illustrazione più recente, può forse aprire gli occhi dei suoi adepti ancora affascinati.

La realizzazione di qualsiasi progetto alternativo di società passa prima di tutto da una rivoluzione mentale, non dalla presa del potere politico. Innanzitutto, si tratta di decolonizzare il nostro immaginario1. Questa decolonizzazione dell’immaginario condiziona l’esistenza di un ampio movimento di opinione capace di esercitare una pressione significativa sui sistemi di gestione collettiva e, in ultima analisi, di abolirli nell’utopia della democrazia diretta. Fortunatamente, la formattazione del cervello non è mai completa, perché c’è sempre un corpo interno più o meno cosciente che dubita e resiste. Il dissenso interno può rapidamente prendere il sopravvento, se le circostanze sono giuste. Quindi non c’è motivo di perdere ogni speranza.

 

Note
1. Per approfondire, suggeriamo due testi di Serge Latouche: Decolonizzare l’immaginario, EMI, Bologna (2004), e L’economia è una menzogna, Bollati Boringhieri, Torino, (2014).