giovedì 10 ottobre 2019

Truppe turche entrano in Siria. Padre Lufti: si riapre ferita che credevamo guarita

dalla pagina https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2019-10/truppe-turche-entrano-siria-padre-lufti-si-riapre-ferita.html

Il Presidente turco Erdogan minaccia di mandare milioni di rifugiati in Europa se l’Ue interferirà con l’azione. Una riunione d'emergenza a porte chiuse del Consiglio di sicurezza dell'Onu è stata richiesta per oggi dai membri europei dell'organismo. “Le bombe colpiscono tutti, anche bambini, donne, anziani” avverte il ministro dei frati minori Padre Lufti


Curdi che protestano contro l'operazione turca
Marco Guerra – Città del Vaticano

Nel secondo giorno dell'operazione militare della Turchia nel nord-est della Siria continuano i bombardamenti contro obiettivi curdi. Fonti militari di Ankara riferiscono che sono stati conquistati due villaggi a ovest di Tal Abyad. Il bilancio a meno di 24 ore dall’inizio delle operazioni è di almeno 109 morti, che il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha definito “terroristi”. Allo stesso tempo Mezzaluna rossa curdo-siriana parla di 10 civili uccisi.

Erdogan: l’Ue non interferisca
Media turchi hanno precisato che le truppe sono entrate da quattro punti diversi, Intanto oggi ci sarà la riunione del Consiglio di sicurezza Onu ma Erdogan ha messo in guardia la comunità internazionale sulle conseguenze di ogni possibile ingerenza. Se l'Ue ci accuserà di "occupazione" della Siria e ostacolerà la nostra "operazione" militare, "apriremo le porte a 3,6 milioni di rifugiati e li manderemo da voi", ha detto il Presidente turco, parlando ai leader provinciali del suo partito, l’Akp.

Russia chiede dialogo
Dal canto suo il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov ha detto che l'operazione militare della Turchia nel nord-est della Siria è il risultato delle azioni degli Stati Uniti in quell'area. Lavrov citato dall’Interfax ha aggiunto che la Russia promuoverà il dialogo "tra Damasco e Ankara" e che “promuoverà i contatti tra Damasco e i gruppi curdi che rinunciano all'estremismo e alle tattiche terroristiche”.

Nessun via libera dagli Usa
Anche il Segretario di Stato americano Mike Pompeo si è fatto sentire, ribadendo che gli Stati Uniti “non hanno dato il via libera” all’invasione della Siria. L’esponente dell’amministrazione Usa ha tuttavia affermato anche che ''i turchi hanno preoccupazioni legittime legate alla sicurezza”.

Msf preparati ad aumento pazienti
Lo scoppio dei combattimenti fa temere una nuova emergenza umanitaria. In un comunicato Medici Senza Frontiere (Msf) fa sapere che è pronta a fornire cure mediche a seguito dell’azione militare. “Le nostre équipe a Tal Abyad – si legge - si stanno preparando per un potenziale aumento dei pazienti a causa del conflitto, mentre le nostre équipe a Ain Al Arab (Kobane), Ain Issa, Al Mallikeyeh (Derek), Raqqa e Tal Tamer sono in stand-by, pronte a fornire assistenza in caso di necessità”.

Croce Rossa: preservare lo spazio umanitario
In allerta anche il Comitato Internazionale della Croce Rossa che si dice “profondamente preoccupato che qualsiasi escalation nel nord-est del Paese possa danneggiare una popolazione già in difficoltà”. "Oggi, centinaia di migliaia di persone nella zona - che si trovino nei campi, nelle detenzioni o nei loro stessi villaggi e città - stanno di nuovo affrontando la prospettiva di ulteriori conflitti", ha dichiarato Fabrizio Carboni, direttore del Cicr di Ginevra per il Vicino e Medio Oriente. "I bisogni umanitari in Siria sono immensi e il Cicr sta cercando di soddisfarli in quello che è già un ambiente incredibilmente complesso. Lo spazio umanitario deve essere preservato".

Nel nord-est della Siria (governatorati di Hassakeh, Raqqa e Deir Ezzor), oltre 100.000 persone sono attualmente ospitate in campi, la maggior parte dei quali siriani e iracheni. Ci sono oltre 68.000 persone che vivono nel solo campo di Al Hol - due terzi dei quali bambini - dove il Cicr gestisce congiuntamente un ospedale da campo con la Mezzaluna rossa araba siriana e la Croce rossa norvegese.

Padre Lufti: nell’area presenti anche comunità cristiane
Sull’evolversi dei drammatici eventi e il rischio di una nuova emergenza umanitaria VaticanNews ha intervistato padre Firas Lufti, ministro dei frati minori della Regione di San Paolo, che comprende Siria, Libano e Giordania: 

R. – Questo attacco, appena è giunta la notizia, ha subito evocato alla nostra memoria i fatti tragici che sono successi in Siria durante questi nove anni. Non ci voleva un altro massacro, un’altra infrazione delle leggi internazionali. La Turchia non è autorizzata in nessun modo a invadere un altro paese che gode di una sovranità garantita delle Nazioni Unite. Quindi questo fatto è inammissibile, da un lato. Dall’altro lato sappiamo che la violenza causa sempre danni alle persone, alle infrastrutture e al Paese, crea sempre una tensione e ci vanno di mezzo soprattutto bambini, donne, anziani e malati. Questo è l’ennesimo fatto che dobbiamo subire. Mentre speravamo nella pace, in una conclusione di questo dramma, il più eclatante di questo secolo, si apre un altro orizzonte drammatico che crea difficoltà.

Quella zona è a maggioranza curda ma ci sono anche cristiani, arabi e assiri… Di quale parte della Siria stiamo parlando?

R. - Della parte del nord, tutta la striscia al confine con la Turchia. Lì i cristiani erano la maggioranza nel XIX secolo. Poi pian piano i curdi aumentavano di numero e rimpiazzavano quella comunità cristiana che andava diminuendo. A causa della guerra in Siria, quest’ultima, tanti cristiani sono andati via ma è rimasta una comunità composta da un mosaico: assiri, siri-ortodossi, siri-cattolici e anche una comunità di armeno-ortodossi e cattolici. Quindi una bella comunità. Purtroppo, adesso questa comunità rischia di essere estirpata dalla sua terra e non avremo questo pezzo fondante del tessuto siriano.

C’è il rischio che le bombe, i proiettili possano creare una nuova emergenza umanitaria che colpirà curdi, cristiani, arabi, tutta la popolazione siriana di quelle terre?

R. – Già ieri, dalle prime notizie giunte, ci sono bambini morti, cristiani… Le bombe non fanno distinzione tra civili cristiani, curdi, musulmani…colpiscono tutti e fanno un danno a tutti. Si riapre quella ferita che speravamo fosse guarita, quella della guerra. Sicuramente ci saranno conseguenze drammatiche. Perché né i curdi né la comunità cristiana ammette in alcun modo un’invasione del governo turco nel territorio abitato dai siriani.

A fine mese è prevista una prima riunione per ridiscutere la costituzione siriana, è possibile una riconciliazione, quali passi vanno fatti?

R. – E’ stato annunciato che la commissione per discutere la costituzione siriana è stata composta, certo si trova sotto l’ombrello internazionale, le Nazioni Unite, e inizia anche i suoi lavori di commissione per discutere il ruolo del presidente ed altre questioni importanti... Mentre va avanti questo primo passo verso una vera riconciliazione rimane poi il tessuto sociale che ha bisogno di tempo per guarire queste ferite nate durante la guerra: divisioni a causa della confessione, della razza... Ogni ferita ha bisogno di tempo per rimarginarsi ma anche della collaborazione di tutti quanti. L’emigrazione, l’emergenza umanitaria ha toccato un po’ tutto il mondo. Io accenno soltanto a un progetto che noi, come francescani, portiamo avanti nella città di Aleppo, “Un nome, un futuro”. E’ un progetto per mettere fine a questa divisione all’interno della società. Sono i bambini nati nella guerra ma non registrati nella società, “Un nome un futuro”: dare un’identità a questi bambini, frutto di matrimoni con i combattenti... Questi bambini, se non vengono accolti, se non diamo loro un nome, un’identità, non avranno mai un futuro. Anzi la loro presenza rimarrà una bomba che attende il momento dell’esplosione e che farà tanto danno. E’ possibile la pace, la riconciliazione, ma bisognerebbe ridare un volto a questa pace.