C’è un problema importante che emerge dagli ultimi testi degli
scienziati che sono al lavoro per l’Ipcc. Leggendo questi testi risulta
che i dati utilizzati si fermano al gennaio di quest’anno, mentre
durante gli ultimi mesi, e in particolare nel periodo estivo
dell’emisfero settentrionale, sono esplosi fenomeni da tempo previsti e
ora verificatisi in tutta la loro drammaticità. In primo luogo, lo
scioglimento dei ghiacciai sta procedendo rapidamente e gli ultimi dati
complessivi, relativi a 220 mila ghiacciai, indicano una perdita globale
di 267 miliardi di tonnellate; sono però esclusi da queste rilevazioni
la calotta antartica e la Groenlandia, dalle quali provengono invece
segnali molto preoccupanti, come il distacco di grandi iceberg che
navigano negli oceani negli ultimi due anni. Solo nell’anno in corso saranno più di trenta milioni, secondo l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni, gli sfollati interni e i migranti per cause climatiche
Foto Unspash
La lettura dei primi documenti di lavoro della
Conferenza delle Parti numero 26 dell’IPCC evidenzia la massima
concentrazione degli scienziati sulla difesa del limite massimo
della temperatura media del Pianeta da non superare, 1,5 gradi C, mentre
l’ultimo limite finora preso in considerazione, quello dei 2,0 gradi,
viene descritto come causa di molti disastri ambientali.
E qui si pongono subito due questioni molto importanti. La prima
riguarda il fatto che in realtà stiamo già oggi raggiungendo gli 1,2 °C
e non è in vista ancora nessuna misura di riduzione delle emissioni di
gas a effetto serra e quindi la diffusione di documenti e studi assume i
caratteri di un astratto confronto di posizioni molto lontano dalla
realtà effettiva.
Il secondo aspetto è contenuto in un recente articolo di “Domani” (24
ottobre, pag.9) nel quale è ampiamente citato un documento ufficiale
pervenuto a Greenpeace Inghilterra che contiene i 32.000 commenti o
richieste di Stati membri dell’Accordo di Parigi inviate all’IPCC con
la richiesta di modifiche o attenuazioni su temi di loro specifico
interesse, facenti parte dei documenti ufficiali finora approvati o
dostribuiti.
Ad esempio, un consigliere dell’Arabia Saudita chede che venga
eliminata una frase sull’urgenza di una mitigazione delle emissioni a
ogni livello, oppure c’è l’intervento di un funzionario del governo
australiano per cancellare il collegamento tra chiusura di centrali a
carbone e obiettivi dell’Accordo di Parigi.
Il numero e il carattere di queste richieste è ben lontano da
un qualunque tipo di intervento realistico che i paesi dell’IPCC
possano in modo unitario realizzare in tempi brevi, mentre il
documento meriterebbe effettivamente uno studio approfondito come prova
delle difficoltà che incontrano ancora oggi tutti i governi.
Ma c’è un problema più importante, che emerge dagli ultimi testi degli scienziati che vogliamo approfondire.
Infatti leggendo questi testi risulta che i dati utilizzati si fermano
al gennaio di quest’anno, mentre durante gli ultimi mesi e in
particolare nel periodo estivo dell’emisfero settentrionale sono esplosi
fenomeni da tempo previsti e ora verificatisi in tutta la loro
drammaticità.
Ovviamente, è da sperare che gli scienziati abbiano in primo luogo
fatto pervenire qualche aggiornamento alle delegazioni governative
prima che partissero per Glasgow, altrimenti il dibattito di questi
giorni non si svolgerà con il dovuto senso di urgenza e i risultati
positivi – seppur ci saranno – rischiano di essere svuotati in partenza.
Cosa è successo al clima negli ultimi mesi, per citare almeno i meccanismi dannosi principali? In primo luogo, lo scioglimento dei ghiacciai sta procedendo rapidamente
e gli ultimi dati complessivi, relativi a 220 mila ghiacciai e al
periodo 2000-2020, indicano una perdita globale di 267 miliardi di
tonnellate; sono però esclusi da queste rilevazioni la calotta antartica
e la Groenlandia, dalle quali provengono invece segnali molto
preoccupanti, come il distacco di grandi iceberg che navigano negli
oceani negli ultimi due anni.
In un recente studio, pubblicato sulla rivista “The Cryosphere”, i
ricercatori dello University College di Londra affermano inoltre che la banchisa costiera artica si sta sciogliendo ad un ritmo dal 70 al 100% più rapido rispetto alle stime attuali. Se
ciò fosse confermato, molte delle previsioni finora formulate
andrebbero riviste. Il riscaldamento globale continua ad aumentare anno
dopo anno.
Il 2020 è stato l’anno più caldo per l’Europa, con temperature
autunnali e invernali da record. A livello globale è stato uno dei tre
anni più caldi mentre anche gli ultimi sei anni sono stati i più caldi
mai registrati. Nell’insieme, il riscaldamento totale medio è stato di
1,20 gradi centigradi più elevato rispetto agli anni 1850-1900. Quindi
ci avviciniamo rapidamente a quel mitico livello massimo che si ritiene
ormai il pianeta possa sopportare senza che si scatenino fenomeni
incontrollabili.
Tra le cause, la concentrazione dei principali gas serra, anidride
carbonica e metano, stanno toccando i livelli più alti registrati dal
2003, anno in cui sono iniziate le rilevazioni dei satelliti. In base ai
dati dell’ultimo Rapporto 2020 sullo stato del clima in Europa, l’anno
scorso il’inverno ha fatto registrare temperature di 3,4 gradi sopra la
media stagionale. A marzo un vortice polare artico particolarmente forte
aveva determinato una riduzione da record dell’ozono nell’emisfero
settentrionale.
Ma i cambiamenti più rilevanti si sono verificati nel 2021,
poichè una ondata precoce di calore, con temperature di undici gradi
superiori alla media del periodo che si sono registrate nell’ovest degli
Stati Uniti.
In Arizona e in Nevada le temperature hanno superato i 50 gradi. Le
autorità della California hanno dichiarato lo stato di emergenza in 41
contee su 50 a causa della siccità per il secondo anno consecutivo. A metà giugno il caldo record ha colpito 50 milioni di persone, a Phoenix la temperatura ha superato i 47 gradi, mentre nella Valle della Morte ha superato i 53 gradi.
In Canada, nel mese di giugno, l’ondata di caldo ha
colpito in particolare le città di Seattle, Vancouver e Portland, che
insieme contano nove milioni di abitanti, le temperature hanno raggiunto i 49,5 gradi, il livello più alto da quando sono iniziate le rilevazioni.
La temperatura record di 49,6 gradi è stata raggiunta, sempre in
Canada, nella cittadina di Lytton, che subito dopo è stata praticamente
distrutta da un incendio.
Anche in Siberia, il paese del freddo nella nostra
immaginazione, a Verchojanks, sono state registrate temperature
superiori ai 47 gradi. In India, l’ondata di caldo ha
interessato decine di milioni di persone, superando i 40 gradi, mentre a
New Delhi, con 43,1 gradi si sono registrate le temperature più alte
dal 2012. Fenomeni analoghi, con un mese di giugno più caldo di sempre,
sono stati segnalati nel Nord America, in Finlandia e in alcune zone
della Svezia.
All’inizio del mese di luglio, la “cupola di calore” che ha investito
in Canada un territorio che in genere era caratterizzato da un clima
moderato e piovoso, ha registrato temperature record, incendi, fulmini e
centinaia di vittime.
Nella Columbia Britannica in una settimana si sono registrate 719
vittime, cioè il triplo del normale, e 710mila fulmini, oltre a 136
incendi. La temperatura, che di solito si aggirava intorno ai 30 gradi,
ha raggiunto il livello record di 49,6 gradi centigradi.
Ci si deve chiedere cosa stia succedendo, se un meteorologo
si dichiara “interdetto” davanti ad un aumento di dieci gradi rispetto
ai valori massimi raggiunti negli ultimi cento anni e di almeno venti
gradi rispetto alle medie e alle rilevazioni meteorologiche.
Una fonte di stampa azzarda una descrizione pura e sempice, senza osare
indicare cause probabili o meccanismi complessi. Si parla quindi di un
fronte d’aria calda, proveniente dal Pacifico, che ha viaggiato verso
l’est e poi verso nord, è rimasta bloccata e la “cupola bollente” è
stata anche alimentata dal calore proveniente dalle superfici.
Ma con ogni probabilità le dimensioni assolutamente inusuali e
finora imprevedibili dipendono dal riscaldamento complessivo delle
terre e dei mari, ancora non abbastanza studiati.
Fonti scientifiche, qualche mese prima di questa estate rovente,
hanno delineato un indebolimento della Corrente del Golfo, che avrebbe
influito sul livello dei mari sulla costa est degli Stati Uniti, ma che
sarebbe anche stata all’origine di uragani e piogge di portata finora
sconosciuta nei paesi europei. Proprio ciò che è accaduto in Germania a
metà luglio 2021, quando un uragano imprevisto e improvviso ha colpito
la Renania-Palatinato e il Nord Reno-Westfalia, e ha causato oltre 160
morti e mille dispersi, e con le piogge pesanti che hanno devastato la
Sicilia.
La stessa isola è stata colpita colpita successivamente dalla
perturbazione Apollo e poi da un ciclone che si è abbattuto a più di 100
chilometri all’ora su Catania e Siracusa il 28 agosto, potrebbero
essere la conseguenza di questi fenomeni di portata globale.
Non casualmente, quest’ultimo evento è stato classificato come
“Medicane”, un ciclone con caratteristiche di uragano tropicale ma con
estensione ed energia minore, e una struttura interna in parte diversa.
È stato sottolineato che finora eventi di questa natura
avevano colpito l’Italia solo molto raramente, ma poichè la temperatura
del mare è aumentata nelle zone di sviluppo iniziale degli uragani ,
saranno più probabili i contrasti con masse di aria fredda e con
conseguente formazione di medicane (il nome deriva da una combinazione
tra Mediterraneo e hurricane), cioè tra il nostro bacino marino e gli
uragani dei tropici.
Questi elementi sono tratti da una intervista a Massimiliano Fazzini,
esperto della Società italiana di geologia ambientale, apparsa sul Corriere della Sera del 30 ottobre 2021, a pag. 27. Evidentemente l’immagine di una Sicilia a clima ormai africano è molto più complessa di quanto potessimo immaginare.
Negli stessi giorni, l’uragano Ida con venti a 240 chilometri orari,
ha colpito le coste della Louisiana, causando pesanti danni a New
Orleans e vittime fino a NewYork.
E’ forse troppo presto per trarre delle indicazioni complessive sul
significato a medio termine di questi fenomeni, così nuovi e dalle cause
non ancora ben precisate. Tuttavia in sede COP 26 non si dovrebbe
trascurare il fatto che i giorni in cui le temperature superano i 50
gradi nel corso di un anno sono raddoppiati dagli anni ’80 e soprattutto
che le emissioni dannose per l’ambiente aumenteranno come minimo del
16% e che ciò comporterebbe un aumento minimo della temperatura globale
del pianeta fino a 2,7 gradi centigradi entro la fine del secolo,
almeno in base alle politiche finora seguite dai paese maggiori
inquinatori.
Infine, non possiamo trascurare i fenomeni di freddo estremo
che si stanno verificando nel periodo più recente. Nella fase attuale,
la crisi climatica potrebbe portare ad ondate di freddo estremo in
alcune aree dell’emisfero settentrionale. Dei ricercatori hanno
analizzato il vortice di correnti che circola sopra il Polo Nord,
isolando e intrappolando al suo interno l’aria più fredda. Oggi però, a
causa del progredire della crisi climatica, il vortice polare si sta
indebolendo e contribuiscono a questo fenomeno la perdita di ghiaccio
marino e l’aumento delle nevicate nelle parti meridionali del circolo
polare artico. Di conseguenza l’aria gelida dell’Artico a intervalli è
libera di spostarsi verso latitudini inferiori.
Episodi di freddo estremo sono stati registrati tra gennaio e
febbraio scorsi in Asia, Europa e in Nordamerica. In particolare, il
Texas è sta investito da una ondata di freddo eccezionale, che è durata a
lungo ed è stata accompagnata da abbondanti nevicate. Gli oleodotti si
sono ghiacciati, la rete elettrica è andata in panne, con danni che
hanno sfiorato i 200 miliardi di dollari.
Il presente articolo aveva solo lo scopo di mettere in
evidenza fenomeni meteorologici e climatici che sembrano a un occho
profano essere peggiorati o aver addirittura cambiato modello di
comportamento, durata e intensità.
Dalle reazioni degli scienziati non sembra che si possa trattare di
eventi eccezionali, destinati a non ripetersi nel tempo; anzi molte sono
le sottolineature in direzione di una serie di fenomeni destinati a
peggiorare ulteriormente e a moltiplicarsi in tempi ravvicinati.
Sarà quindi opportuno, mentre si stanno svolgendo i lavori
della COP 26, verificare che questi eventi più recenti non vengano
trascurati o dimenticati, mentre invece dovrebbero indurre gli Stati ad
assumere responsabilità precise da attuare in tempi molto stretti.
Anche i movimenti ambientalisti, sempre più motivati e
incisivi, dovranno esigere scelte e comportamenti governativi coerenti
con i tempi sempre più ristretti della crisi climatica, da sorvegliare
senza sosta dopo la chiusura dei lavori dell’Assemblea.
Inoltre non possiamo dimenticare che solo nell’anno in corso saranno più di trenta milioni, secondo l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni, gli sfollati interni e i migranti per cause climatiche.
Il pldm è promosso, a Vicenza, anche da: ANPI,
CGIL, CISL, GIT Banca Etica; Progetto Sulla Soglia (Rete Famiglie
Aperte, Cooperativa Sociale Tangram, Cooperativa Sociale Insieme)
don Renato Sacco, consigliere nazionale di Pax Christi e redattore di «Mosaico di pace»
Non strumentalizziamo il «milite ignoto» in questo 4 novembre per giustificare la guerra, ripudiata dalla Costituzione. Le «celebrazioni» piene di retorica di questi giorni purtroppo ne sono la conferma. E coinvolgeranno anche le scuole.
«L’Italia aggredì l’Austria con cui questa volta era alleata. (…) Avete detto ai vostri ragazzi che quella guerra si poteva evitare? Che Giolitti aveva la certezza di poter ottenere gratis quello che poi fu ottenuto con 600.000 morti ? Che la stragrande maggioranza della Camera era con lui (450 su 508)? Era dunque la Patria che chiamava alle armi? E se anche chiamava, non chiamava forse a una “inutile strage”? (l’espressione non è d’un vile obiettore di coscienza ma d’un papa)». Sono parole di un mio confratello, don Lorenzo Milani, priore di Barbiana:L’obbedienza non è più una virtù, 1965.
Il 4 novembre ricordiamo invece che l’opposizione popolare alla guerra fu molto ampia, anche nell’esercito. Su 5 milioni e 500 mila mobilitati per la prima Guerra Mondiale, 870.000 furono denunciati per insubordinazione. Oltre il 15%. Cadorna aveva ordinato rappresaglie e fucilazioni immediate. Ma in Italia quante via o piazze ancora oggi sono dedicate proprio a Luigi Cadorna! A quando la cancellazione di queste vergognose intitolazioni?
Il 4 novembre non si «celebra» una vittoria ma la fine di una carneficina. Non si può far retorica usando chi è stato mandato in trincea come carne da macello.
Nelle trincee non c’erano eroi, ma uomini terrorizzati: chi non balzava fuori dalla trincea al grido di «Avanti Savoia», veniva fucilato anche sul posto. E non erano «ignoti» ognuno aveva un nome, una casa, affetti, progetti…
Il 4 novembre: chiamiamo le guerre con il loro nome: crimine, strage. E chiamiamo con il nome giusto i responsabili: criminali e stragisti. Non si può cambiare le carte in tavola parlando di missioni di pace, di guerre umanitarie, di bombe intelligenti… Non si può studiare nuove armi «autonome» o Killer robot. Non si può unire la parola intelligenza con la parola bomba. Sono incompatibili. Sarebbe come dire uno «stupro bello».
Il 4 novembre dovrebbe essere l’occasione per il Ministro della Difesa per interrogarsi sulla violazione dell’art. 11 della Costituzione con i grandi progetti folli e costosi come quello degli F- 35, che di Difesa non hanno nulla. O la scelta di investire milioni di euro per armare i droni e renderli adatti a uccidere a migliaia di chilometri di distanza. E poi arriveranno anche i Cruise.
È cinico e immorale ricordare i 650.000 morti della prima guerra mondiale, investendo miliardi per fare la guerra oggi. Ursula Von del Leyen, ha addirittura parlato di un azzeramento dell’Iva sulle armi. Un grande favore alla potente lobby delle armi. E Draghi a fine settembre ha detto «bisognerà spendere molto di più nella difesa di quanto fatto finora…». Un insulto a tutte le vittime di tutte le guerre.
Il 4 novembre dovrebbe essere l’occasione per tutti i preti, chiamati a guidare preghiere, commemorazioni e benedizioni, per non assecondare e benedire la guerra, rendendola giusta e a volte anche santa. Un’occasione per dare voce non solo al Vangelo ma anche a tutto il magistero della chiesa che ha sempre condannato la guerra da Benedetto XV, 1 agosto 1917 «inutile strage», a Paolo VI all’Onu, 4 ottobre 1965 «Mai più la guerra», a Giovanni Paolo II «la guerra è avventura senza ritorno», fino agli innumerevoli interventi di papa Francesco, che ha ripetuto ancora lo scorso 2 novembre: «Fermatevi, fabbricatori di armi, fermatevi!». E invece assistiamo ancora, non solo da parte dei Cappellani militari, presenza imbarazzante e discutibile all’interno del sistema militare, ma anche in tante situazioni «normali», preghiere e benedizioni che avallano una cultura militare e di guerra, magari pregando perché Dio «renda forti le nostre armi…».
Il 4 novembre: ma perché suonare o cantare «La leggenda del Piave», composta nel 1918 per ridare morale alle truppe e incitare alla battaglia, per far dimenticare le atrocità e i tanti morti della guerra.
Il 4 novembre dovrebbe essere l’occasione per ricordare che il nome del «milite ignoto» è …ignoto. Ma i nomi dei responsabili della strage sono noti. I nomi di ieri e i nomi di oggi.
La data del 4 novembre viene celebrata con continuità dal
fascismo fino ad oggi, per richiamare l’unità dell’Italia sotto il segno
della guerra e dell’esercito.
“Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate”nell’anniversario
della fine di un tragico conflitto che costò al nostro paese un milione
e duecentomila morti (600.000 civili e 600.000 militari): per la prima
volta nella storia a morire a causa della guerra non furono solo i
militari al fronte, ma in pari numero i civili vittime di bombardamenti o
di stenti, malattie, epidemie causate dalla guerra stessa.
Vogliamo
ricordare e onorare quei morti rinnovando l’impegno contro ogni guerra e
la sua preparazione, dunque contro le guerre di oggi, contro le armi
costruite per le guerre di domani. Solo opponendosi a tutte le guerre si
onora la memoria delle persone che dalle guerre sono state uccise.
Meno
armi più salute, ridurre drasticamente le spese militari e devolvere i
fondi a sanità, assistenza, ricerca e servizi pubblici.
Per questo chiediamo una drastica riduzione delle spese militari che gravano sul bilancio dello stato italiano.
Per
questo sosteniamo la richiesta che l’Italia sottoscriva e ratifichi il
Trattato Onu per la messa al bando delle armi nucleari.
Per questo sosteniamo la Campagna “Un’altra difesa è possibile“, che prevede l’istituzione di un Dipartimento per la difesa civile, non armata e nonviolenta.
Pace, disarmo, smilitarizzazione. Tutela della salute di tutte e tutti.
Proponiamo
che il 4 novembre (nel rispetto delle norme per il contenimento della
pandemia) si svolgano commemorazioni nonviolente delle vittime di tutte
le guerre, commemorazioni che siano anche solenne impegno contro tutte
le guerre e le violenze.
Queste iniziative di commemorazione e di impegno morale e civile devono essere rigorosamente nonviolente.
Occorre
quindi che si svolgano in orari distanti e assolutamente distinti dalle
ipocrite celebrazioni dei poteri armati, quei poteri che quelle vittime
fecero morire.
Ed
occorre che si svolgano nel modo più austero, severo, solenne:
depositando omaggi floreali dinanzi alle lapidi ed ai sacelli delle
vittime delle guerre, ed osservando in quel frangente un rigoroso
silenzio.
Ovviamente
prima e dopo è possibile ed opportuno effettuare letture e proporre
meditazioni adeguate, argomentando ampiamente e rigorosamente perché le
persone amiche della nonviolenza rendono omaggio alle vittime della
guerra e perché convocano ogni persona di retto sentire e di volontà
buona all’impegno contro tutte le guerre, e come questo impegno morale e
civile possa concretamente limpidamente darsi.
A tutte le persone amiche della nonviolenza chiediamo di diffondere questa proposta e contribuire a questa iniziativa.
Contro tutte le guerre, contro tutte le uccisioni, contro tutte le persecuzioni.
Per la vita, la dignità e i diritti di tutti gli esseri umani.
Ogni vittima ha il volto di Abele.
Solo la nonviolenza può salvare l’umanità.
Solo la pace salva le vite. Salvare le vite è il primo dovere.
Nei prossimi giorni, il 30 e 31 ottobre, si terrà a Roma sotto la
presidenza di Draghi il G 20; potremmo dire, data la drammaticità della situazione mondiale sia riguardo alla crisi climatica che alla pandemia
del Covid, che esso abbia all’ordine del giorno la salvezza del mondo.
Noi non abbiamo modo di influire sulle sue decisioni, ma un po’ sul
serio e un po’ per celia potremmo immaginare di scrivere a quegli
illustrissimi personaggi una lettera che dica più o meno così:
Illustrissimi Signori e Signore,
Con grande gioia vi accogliamo a Roma dove siete convenuti per la vostra
riunione del G 20 che ha all’ordine del giorno, per dirla con una sola
parola, la salvezza del mondo. Non vogliamo darvi suggerimenti riguardo
alla vostra agenda, perché senz’altro voi avete tutte le conoscenze e la
sapienza per decidere che fare. Vogliamo solo ricordarvi le due
ispirazioni fondamentali che potete ricavare dal fatto di riunirvi
questa volta a Roma.
1 - La prima è quella che deriva dalla stessa origine leggendaria di
Roma, di cui si dice che i suoi due fondatori, Romolo e Remo, fossero
stati allattati e allevati da una lupa. Questo ci ricorda che l’uomo e
la donna, una volta messi al mondo, sono presi in carico dalla Natura
che li nutre e li cura e ne assicura la vita nella sua identità umana
senza eguali ma anche in relazione con tutti gli animali. Tocca ora a
voi, che siete capi di Stato e di governo, di restituire alla Natura
questo dono e pagare questo debito, adottando decisioni e politiche
globali capaci di rispondere al gemito della Terra con ben altra
radicalità e urgenza rispetto a quelle adottate fin qui, per far fronte
alla crisi ecologica e riparare i danni arrecati all’aria, ai mari, alle
foreste e agli animali di cui si stanno estinguendo sempre nuove
specie. Anche qui, per dirla con una sola parola, non solo occorre
uscire dai combustibili fossili, ma ricostruire l’integrità devastata
del mondo vivente e dare lunga vita alla Terra.
2 - La seconda ispirazione è senza dubbio quella che viene dall’aver
Sede a Roma il Papa, primo vescovo della Chiesa romana e vorremmo
aggiungere, assumendo come è proprio della politica la contemporaneità,
di questo papa che si chiama Francesco. Ciò fa sì che l’ispirarsi al
fatto di riunirsi dov’è anche questa Sede romana non possa avere alcuna
implicazione partigiana o escludente, come poteva essere fino a qualche
decennio fa quando il cattolicesimo definiva se stesso come l’unica
religione vera e la Chiesa cattolica come unica arca fuori della quale
non potesse darsi salvezza; l’ispirazione che oggi ne può venire è al
contrario universale e includente sia per il riconoscimento operato dal
Concilio Vaticano Secondo dei doni di Dio profusi come semi in tutte le
religioni e le culture, sia per l’affermazione di fraternità tra tutti
gli uomini che papa Francesco ha condiviso con ogni religione e ha
esteso in particolare all’Islam con cui nel patto di Abu Dhabi ha
firmato l’attestazione che “le diversità di religione… sono una sapiente
volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani”. Lo stesso
papa nel messaggio ai Movimenti popolari del 16 ottobre scorso ha
chiesto a se stesso e a tutti gli altri leader religiosi “di non usare
mai il nome di Dio per fomentare guerre o colpi di Stato”. Questa
ispirazione può pertanto essere oggi tale da incoraggiare tutti i
responsabili della vita sulla Terra a perseguire l’unità umana, a
adottare un’ecologia integrale, a far proprio il Trattato già varato
dall’ONU per la proibizione di tutte le armi nucleari, a promuovere la
fine della corsa al riarmo e delle relative spese, nonché a indurre a
una conversione dell’ideologia delle Forze Armate; tutto ciò al fine di
costruire un mondo in cui rimangano come unici uccisi dal fuoco delle
Forze Armate quelli uccisi per sbaglio nei set cinematografici di
Hollywood.
Cari partecipi del G 20,
Oltre a richiamare queste due associazioni di idee legate al fatto che
vi riunite a Roma vogliamo informarvi che a Roma è stata da poco
istituita una Scuola che promuove il pensiero e cerca le vie per dar
luogo alla stesura e all’adozione per tutto il mondo di una Costituzione
della Terra. È una proposta che vogliamo portare alla vostra attenzione
quasi che voi, come responsabili di popoli e protagonisti decisivi
della scena mondiale, di tale Scuola poteste essere i primi docenti e
discepoli. Sarebbe bello infatti che fra voi sorgessero persone
iniziative e politiche che facessero proprio questo progetto, lo
includessero nelle tematiche presenti nella comunità delle Nazioni e lo
portassero a buon fine, in modo che la Terra intera possa avere la sua
Costituzione: una Legge fondamentale che garantisca diritti e doveri a
tutti gli uomini e le donne del pianeta e che con il supporto di
efficaci garanzie giuridiche ed istituzionali assicuri che la Terra sia
salva, la vita sia prospera e la storia continui.
Contro ogni giusto allarme riguardo al rischio di poteri invasivi,
vogliamo sottolineare che una Costituzione del mondo non è un governo
del mondo, ma è una regola che nella pluralità e autonomia dei regimi
politici e degli ordinamenti istituisca la sovranità del diritto su
tutti i poteri pubblici e privati del mondo; le Costituzioni hanno
offerto molte volte e per molto tempo le più alte esperienze di
giustizia e di pace nei nostri singoli Stati, sicché si può pensare che
il modello costituzionale esteso sul piano globale possa mantenere
analoghe promesse per tutti i Paesi.
Anche la sfida della pandemia conduce nella stessa direzione, suggerendo
di instaurare una politica dei beni comuni dell’umanità che non si
possano né comprare né vendere, che siano fuori commercio e messi a
disposizione di tutti da un’economia di liberazione, a cominciare dalla
decisione della non brevettabilità dei vaccini contro il Covid e dei
farmaci salvavita.
Che tale proposta non sia mai stata formulata fin qui non depone contro
la sua attuabilità, ma deriva piuttosto dal fatto che finora da ogni
punto del pianeta la Terra è apparsa frammentata e divisa e il corso
storico si è andato svolgendo attraverso contrapposizioni etniche,
religiose, culturali e politiche via via apparse come insormontabili,
sicché una Costituzione di tutta la Terra sembrava impensabile; ma oggi
la Terra può essere osservata dall’alto come un tutto globale e anzi un
poliedro, come dice il Papa, e come si sa al mutamento del punto di
vista corrisponde il mutamento delle cose; oggi in realtà le divisioni
identitarie, pur feconde e inviolabili nel loro ordine, non sono più
tali da precludere unità più costruttive e più vaste. Né questa
costruzione di un ordinamento costituzionale mondiale può essere
considerata un’utopia di intellettuali, se negli anni 80 del 900 un
mondo ricomposto nella pace, “senza armi nucleari e non violento” fu
proposto da due grandi compagini statali, l’Unione Sovietica e l’India,
pur appartenenti a mondi diversi, i cui popoli insieme rappresentavano
un quinto dell’umanità.
Questa è la lettera che ci piacerebbe ricevessero i “Grandi” e ne tenessero conto.
Con i più cordiali saluti
La 49ª Settimana Sociale dei cattolici italiani è anche social.
Tutte le sessioni dell’evento “Il pianeta che speriamo. Ambiente,
lavoro, futuro. #tuttoèconnesso”, in programma dal 21 al 24 ottobre,
potranno essere seguite in streaming sul sito www.settimanesociali.it e sui canali YouTube e Facebook della Conferenza Episcopale Italiana: www.facebook.com/conferenzaepiscopaleitaliana/www.youtube.com/ChiesaCattolicaItaliana.
La pagina Facebook delle Settimane Sociali (www.facebook.com/Settimanesociali/)
invece offrirà aggiornamenti, interviste, brevi video. Gli hashtag
dell’appuntamento sono:
#ilpianetachesperiamo; #tuttoèconnesso; #settimanesociali.
“L’impegno per una comunicazione integrale passa anche dalla capacità di
farsi prossimi negli ambienti digitali. Per questo abbiamo previsto una
narrazione che sappia coniugare le diverse possibilità offerte dalle
nuove tecnologie. La partecipazione e la condivisione riceveranno
sicuramente un impulso in più. Verranno allargati i confini per mettere
in circolo idee, progetti, riflessioni perché in gioco c’è il futuro di
tutti. D’altronde #tuttoèconnesso”, afferma Vincenzo Corrado, direttore
dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della CEI.
Papa Bergoglio.«Un reddito minino o salario universale, affinché ogni persona in questo mondo possa accedere ai beni più elementari della vita. E giusto lottare per una distribuzione umana di queste risorse. Ed è compito dei governi stabilire schemi fiscali e redistributivi affinché la ricchezza di una parte sia condivisa con equità, senza che questo presupponga un peso insopportabile, soprattutto per la classe media che - generalmente, quando ci sono questi conflitti, è quella che soffre di più»
Il Papa, parlando ai Movimenti Popolari è tornato a chiedere «il salario universale e la riduzione della giornata lavorativa: «Un reddito minino o salario universale, affinché ogni persona in questo mondo possa accedere ai beni più elementari della vita – ha detto Bergoglio -. E giusto lottare per una distribuzione umana di queste risorse. Ed è compito dei governi stabilire schemi fiscali e redistributivi affinché la ricchezza di una parte sia condivisa con equità, senza che questo presupponga un peso insopportabile, soprattutto per la classe media che – generalmente, quando ci sono questi conflitti, è quella che soffre di più». Quanto alla riduzione della giornata lavorativa «occorre analizzarla seriamente. Nel XIX secolo gli operai lavoravano 12, 14, 16 ore al giorno. Quando conquistarono la giornata di 8 ore non collassò nulla, come invece alcuni settori avevano previsto. Allora – insisto – lavorare meno affinché più gente abbia accesso al mercato del lavoro è un aspetto che dobbiamo esplorare con urgenza. Non ci possono essere tante persone che soffrono per l’eccesso di lavoro e tante altre che soffrono per la mancanza di lavoro».
Così mi piace chiamarvi, “poeti sociali”. Perché voi siete poeti
sociali, in quanto avete la capacità e il coraggio di creare speranza
laddove appaiono solo scarto ed esclusione. Poesia vuol dire creatività,
e voi create speranza. Con le vostre mani sapete forgiare la dignità di
ciascuno, quella delle famiglie e quella dell’intera società con la
terra, la casa e il lavoro, la cura e la comunità. Grazie perché la
vostra dedizione è parola autorevole, capace di smentire i rinvii
silenziosi e tante volte “educati” a cui siete stati sottoposti, o a cui
sono sottoposti tanti nostri fratelli. Ma pensando a voi credo che la
vostra dedizione sia principalmente un annuncio di speranza. Vedervi mi
ricorda che non siamo condannati a ripetere né a costruire un futuro
basato sull’esclusione e la disuguaglianza, sullo scarto o
sull’indifferenza; dove la cultura del privilegio sia un potere
invisibile e insopprimibile e lo sfruttamento e l’abuso siano come un
metodo abituale di sopravvivenza. No! Questo voi lo sapete annunciare
molto bene. Grazie.
Grazie per il video che abbiamo appena condiviso. Ho letto le
riflessioni dell’incontro, la testimonianza di quello che avete vissuto
in questi tempi di tribolazione e di angoscia, la sintesi delle vostre
proposte e delle vostre aspirazioni. Grazie. Grazie di rendermi
partecipe del processo storico che state attraversando e grazie di
condividere con me questo dialogo fraterno, che cerca di vedere il
grande nel piccolo e il piccolo nel grande, un dialogo che nasce nelle
periferie, un dialogo che giunge a Roma e nel quale tutti possiamo
sentirci invitati e interpellati. «Per incontrarci e aiutarci a vicenda
abbiamo bisogno di dialogare» (Enc. Fratelli tutti, 198), e quanto!
Avete avvertito che la situazione attuale meritava un nuovo incontro.
Lo stesso ho sentito io. Anche se non abbiamo mai perso il contatto –
sono già passati sei anni, credo, dall’ultimo incontro generale –. In
questo tempo sono successe molte cose, tante sono cambiate. Si tratta di
cambiamenti che segnano punti di non ritorno, punti di svolta, crocevia
in cui l’umanità è chiamata a scegliere. Occorrono nuovi momenti di
incontro, discernimento e azione congiunta. Ogni persona, ogni
organizzazione, ogni Paese, e il mondo intero, ha bisogno di cercare
questi momenti per riflettere, discernere e scegliere. Perché ritornare
agli schemi precedenti sarebbe davvero suicida e, se mi consentite di
forzare un po’ le parole, ecocida e genocida. Sto forzando!
In questi mesi molte delle cose da voi denunciate sono risultate del
tutto evidenti. La pandemia ha fatto vedere le disuguaglianze sociali
che colpiscono i nostri popoli e ha esposto – senza chiedere permesso né
scusa – la straziante situazione di tanti fratelli e sorelle, quella
situazione che tanti meccanismi di post-verità non hanno potuto
occultare.
Molte cose che davamo per scontate sono cadute come un castello di
carte. Abbiamo sperimentato come, da un giorno all’altro, il nostro modo
di vivere può cambiare drasticamente, impedendoci, per esempio, di
vedere i nostri familiari, compagni e amici. In molti Paesi gli Stati
hanno reagito. Hanno ascoltato la scienza e sono riusciti a porre limiti
per garantire il bene comune e hanno frenato almeno per un po’ questo
“meccanismo gigantesco” che opera in modo quasi automatico, dove i
popoli e le persone sono semplici ingranaggi (cfr S. Giovanni Paolo II,
Enc. Sollicitudo rei socialis, 22).
Tutti abbiamo subito il dolore della chiusura, ma a voi come sempre è
toccata la parte peggiore. Nei quartieri privi di infrastrutture di
base (dove vivono molti di voi e milioni e milioni di persone), è
difficile restare in casa; non solo perché non si dispone di tutto il
necessario per portare avanti le misure minime di cura e di protezione,
ma semplicemente perché la casa è il quartiere. I migranti, le persone
prive di documenti, i lavoratori informali senza reddito fisso si sono
visti privati, in molti casi, di qualsiasi aiuto statale e
impossibilitati a svolgere i loro compiti abituali, aggravando la loro
già lacerante povertà. Una delle espressioni di questa cultura
dell’indifferenza è che sembrerebbe che questo “terzo” sofferente del
nostro mondo non rivesta sufficiente interesse per i grandi media e per
chi fa opinione. Non appare. Rimane nascosto, “rannicchiato”.
Voglio fare riferimento anche a una pandemia silenziosa che da anni
colpisce i bambini, gli adolescenti e i giovani di ogni classe sociale; e
credo che, in questo tempo d’isolamento, sia cresciuta ancora di più.
Si tratta dello stress e dell’ansia cronica, legata a diversi fattori
come l’iperconnettività, lo smarrimento e la mancanza di prospettiva di
futuro, che si aggrava senza un vero contatto con gli altri – famiglie,
scuole, centri sportivi, oratori, parrocchie –; insomma, si aggrava per
la mancanza di un vero contatto con gli amici, perché l’amicizia è la
forma in cui l’amore risorge sempre.
È evidente che la tecnologia può essere uno strumento di bene, ed è
uno strumento di bene, che permette dialoghi come questo e tante altre
cose, ma non può mai sostituire il contatto tra noi, non può mai
sostituire una comunità in cui radicarci e in cui far sì che la nostra
vita diventi feconda.
E, parlando di pandemia, non possiamo non interrogarci sul flagello
della crisi alimentare. Nonostante i progressi della biotecnologia,
milioni di persone sono state private di alimenti, benché questi siano
disponibili. Quest’anno venti milioni di persone in più si sono viste
trascinate a livelli estremi di insicurezza alimentare, salendo a
[molti] milioni di persone. L’indigenza grave si è moltiplicata. Il
prezzo degli alimenti è aumentato notevolmente. I numeri della fame sono
orribili, e penso, per esempio, a Paesi come Siria, Haiti, Congo,
Senegal, Yemen, Sud Sudan; ma la fame si fa sentire anche in molti altri
Paesi del mondo povero e, non di rado, anche nel mondo ricco. È
possibile che le morti annuali legate alla fame possano superare quelle
del Covid. [1] Ma questo non fa notizia, questo non genera empatia.
Desidero ringraziarvi perché avete sentito come vostro il dolore
degli altri. Voi sapete mostrare il volto della vera umanità, quella che
non si costruisce voltando le spalle alla sofferenza di chi sta
accanto, ma nel riconoscimento paziente, impegnato e spesso perfino
doloroso del fatto che l’altro è mio fratello (cfr Lc 10,25-37) e che i suoi dolori, le sue gioie e le sue sofferenze sono anche i miei (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 1). Ignorare chi è caduto è ignorare la nostra stessa umanità che grida in ogni nostro fratello.
Cristiani e non, avete risposto a Gesù che ha detto ai suoi discepoli
davanti alla gente affamata: «Voi stessi date loro da mangiare» (Mt
14,16). E dove c’era scarsità, il miracolo della moltiplicazione si è
ripetuto in voi che avete lottato instancabilmente perché a nessuno
mancasse il pane (cfr Mt 14,13-21). Grazie!
Come i medici, gli infermieri e il personale sanitario nelle trincee
sanitarie, voi avete messo il vostro corpo nella trincea dei quartieri
emarginati. Ho presenti molti, tra virgolette, “martiri” di questa
solidarietà, dei quali ho saputo tramite voi. Il Signore ne terrà conto.
Se tutti quelli che per amore hanno lottato insieme contro la
pandemia potessero anche sognare insieme un mondo nuovo, come sarebbe
tutto diverso! Sognare insieme.
2. Beati
Voi siete, come vi ho detto nella lettera che vi ho inviato lo scorso anno, [2]
un vero esercito invisibile; siete parte fondamentale di quella umanità
che lotta per la vita di fronte a un sistema di morte. In questa
dedizione vedo il Signore che si fa presente in mezzo a noi per donarci
il suo Regno. Gesù, quando ci ha presentato il “protocollo” con il quale
saremo giudicati – cfr Mt 25 –, ci ha detto che la salvezza
consisteva nel prendersi cura degli affamati, dei malati, dei
prigionieri, degli stranieri, insomma, nel riconoscere e servire Lui in
tutta l’umanità sofferente. Perciò mi sento di dirvi: «Beati quelli che
hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati» ( Mt 5,6); «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» ( Mt 5,9).
Vogliamo che questa beatitudine si estenda, permei e unga ogni angolo
e ogni spazio dove la vita si vede minacciata. Ma ci succede, come
popolo, come comunità, come famiglia e persino individualmente, di dover
affrontare situazioni che ci paralizzano, dove l’orizzonte scompare e
lo smarrimento, il timore, l’impotenza e l’ingiustizia sembrano
impossessarsi del presente. Sperimentiamo anche resistenze ai
cambiamenti di cui abbiamo bisogno e a cui aspiriamo, resistenze che
sono profonde, radicate, che vanno al di là delle nostre forze e
decisioni. È ciò che la Dottrina sociale della Chiesa ha chiamato
“strutture di peccato”, che siamo chiamati anche noi a convertire e che
non possiamo ignorare nel momento in cui pensiamo al modo di agire. Il
cambiamento personale è necessario, ma è anche imprescindibile adeguare i
nostri modelli socio-economici, affinché abbiano un volto umano, perché
tanti modelli lo hanno perso. E, pensando a queste situazioni, divento
insistente nel chiedere. E inizio a chiedere. A chiedere a tutti. E a
tutti voglio chiedere in nome di Dio.
Ai grandi laboratori, che liberalizzino i brevetti. Compiano un gesto
di umanità e permettano che ogni Paese, ogni popolo, ogni essere umano,
abbia accesso al vaccino. Ci sono Paesi in cui solo il tre, il quattro
per cento degli abitanti è stato vaccinato.
Voglio chiedere, in nome di Dio, ai gruppi finanziari e agli
organismi internazionali di credito di permettere ai Paesi poveri di
garantire i bisogni primari della loro gente e di condonare quei debiti
tante volte contratti contro gli interessi di quegli stessi popoli.
Voglio chiedere, in nome di Dio, alle grandi compagnie estrattive –
minerarie, petrolifere –, forestali, immobiliari, agroalimentari, di
smettere di distruggere i boschi, le aree umide e le montagne, di
smettere d’inquinare i fiumi e i mari, di smettere d’intossicare i
popoli e gli alimenti.
Voglio chiedere, in nome di Dio, alle grandi compagnie alimentari di
smettere d’imporre strutture monopolistiche di produzione e
distribuzione che gonfiano i prezzi e finiscono col tenersi il pane
dell’affamato.
Voglio chiedere, in nome di Dio, ai fabbricanti e ai trafficanti di
armi di cessare totalmente la loro attività, che fomenta la violenza e
la guerra, spesso nel quadro di giochi geopolitici il cui costo sono
milioni di vite e di spostamenti.
Voglio chiedere, in nome di Dio, ai giganti della tecnologia di
smettere di sfruttare la fragilità umana, le vulnerabilità delle
persone, per ottenere guadagni, senza considerare come aumentano i
discorsi di odio, il grooming [adescamento di minori in internet], le fake news [notizie false], le teorie cospirative, la manipolazione politica.
Voglio chiedere, in nome di Dio, ai giganti delle telecomunicazioni
di liberalizzare l’accesso ai contenuti educativi e l’interscambio con i
maestri attraverso internet, affinché i bambini poveri possano ricevere
un’educazione in contesti di quarantena.
Voglio chiedere, in nome di Dio, ai mezzi di comunicazione di porre
fine alla logica della post-verità, alla disinformazione, alla
diffamazione, alla calunnia e a quell’attrazione malata per lo scandalo e
il torbido; che cerchino di contribuire alla fraternità umana e
all’empatia con le persone più ferite.
Voglio chiedere, in nome di Dio, ai Paesi potenti di cessare le
aggressioni, i blocchi e le sanzioni unilaterali contro qualsiasi Paese
in qualsiasi parte della terra. No al neocolonialismo. I conflitti si
devono risolvere in istanze multilaterali come le Nazioni Unite. Abbiamo
già visto come finiscono gli interventi, le invasioni e le occupazioni
unilaterali, benché compiuti sotto i più nobili motivi o rivestimenti.
Questo sistema, con la sua logica implacabile del guadagno, sta
sfuggendo a ogni controllo umano. È ora di frenare la locomotiva, una
locomotiva fuori controllo che ci sta portando verso l’abisso. Siamo
ancora in tempo.
Ai governi in generale, ai politici di tutti i partiti, voglio
chiedere, insieme ai poveri della terra, di rappresentare i propri
popoli e di lavorare per il bene comune. Voglio chiedere loro il
coraggio di guardare ai propri popoli, di guardare negli occhi la gente,
e il coraggio di sapere che il bene di un popolo è molto più di un
consenso tra le parti (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 218).
Si guardino dall’ascoltare soltanto le élite economiche tanto spesso
portavoce di ideologie superficiali che eludono le vere questioni
dell’umanità. Siano al servizio dei popoli che chiedono terra, casa,
lavoro e una vita buona. Quel “buon vivere” aborigeno che non è la
“dolce vita” o il “dolce far niente”, no. Quel buon vivere umano che ci
mette in armonia con tutta l’umanità, con tutto il creato.
Voglio chiedere anche a noi tutti, leader religiosi, di non usare mai
il nome di Dio per fomentare guerre o colpi di Stato. Stiamo accanto ai
popoli, ai lavoratori, agli umili e lottiamo insieme a loro affinché lo
sviluppo umano integrale sia una realtà. Gettiamo ponti di amore perché
la voce della periferia, con il suo pianto, ma anche con il suo canto e
la sua gioia, non provochi paura ma empatia nel resto della società.
E così sono insistente nel chiedere.
È necessario che insieme affrontiamo i discorsi populisti
d’intolleranza, xenofobia, aporofobia – che è l’odio per i poveri –,
come tutti quelli che ci portano all’indifferenza, alla meritocrazia e
all’individualismo, queste narrative sono servite solo a dividere i
nostri popoli e a minare e neutralizzare la nostra capacità poetica, la
capacità di sognare insieme.
3. Sogniamo insieme!
Sorelle e fratelli, sogniamo insieme! E poiché chiedo questo con voi,
insieme a voi, voglio anche trasmettervi alcune riflessioni sul futuro
che dobbiamo costruire e sognare. Ho detto riflessioni, ma forse
bisognerebbe dire sogni, perché in questo momento non bastano il
cervello e le mani, abbiamo bisogno anche del cuore e
dell’immaginazione: abbiamo bisogno di sognare per non tornare indietro.
Abbiamo bisogno di utilizzare quella facoltà tanto eccelsa dell’essere
umano che è l’immaginazione, quel luogo dove l’intelligenza,
l’intuizione, l’esperienza, la memoria storica si incontrano per creare,
comporre, avventurarsi e rischiare. Sogniamo insieme, perché sono stati
proprio i sogni di libertà e di uguaglianza, di giustizia e di dignità,
i sogni di fraternità a migliorare il mondo. E sono convinto che
attraverso questi sogni passa il sogno di Dio per tutti noi, che siamo
suoi figli.
Sogniamo insieme, sognate tra voi, sognate con altri. Sappiate che
siete chiamati a partecipare ai grandi processi di cambiamento, come vi
ho detto in Bolivia: «Il futuro dell’umanità è in gran parte nelle
vostre mani, nella vostra capacità di organizzare, di promuovere
alternative creative» (Discorso ai movimenti popolari, Santa Cruz de la Sierra, 9 luglio 2015). È nelle vostre mani.
“Ma queste sono cose irraggiungibili”, dirà qualcuno. Sì, ma hanno la
capacità di metterci in movimento, di metterci in cammino. E proprio lì
sta tutta la vostra forza, tutto il vostro valore. Perché siete capaci
di andare al di là delle miopi autogiustificazioni e dei
convenzionalismi umani che riescono solo a continuare a giustificare le
cose così come stanno. Sognate! Sognate insieme. Non cadete in quella
rassegnazione dura e perdente… Il Tango lo esprime bene: “Dai che va
tutto bene! Che tanto è lo stesso. Laggiù all’inferno ci incontreremo!”.
No, no, per favore, non cascateci. I sogni sono sempre pericolosi per
quanti difendono lo status quo, perché mettono in discussione la
paralisi che l’egoismo del forte e il conformismo del debole vogliono
imporre. E qui c’è una sorta di patto non fatto ma che è inconscio:
quello tra l’egoismo dei forti e il conformismo dei deboli. Ma non può
funzionare così. I sogni trascendono gli angusti limiti che ci vengono
imposti e ci propongono nuovi mondi possibili. E non sto parlando di
fantasticherie basse che confondono il vivere bene con il divertirsi,
che non è altro che passare il tempo per riempire il vuoto di senso e
così restare alla mercé della prima ideologia di turno. No, non è
questo, ma sognare per quel buon vivere in armonia con tutta l’umanità e
con il creato.
Ma qual è uno dei pericoli più grandi che dobbiamo affrontare oggi?
Durante la mia vita – non ho quindici anni, una certa esperienza ce l’ho
– ho potuto rendermi conto che da una crisi non si esce mai uguali. Da
questa crisi della pandemia non usciremo uguali: o ne usciremo migliori o
ne usciremo peggiori, come prima no. Non ne usciremo mai uguali. E oggi
dobbiamo affrontare insieme, sempre insieme, questa domanda: “Come
usciremo da questa crisi? Migliori o peggiori? Certamente vogliamo
uscirne migliori, ma per questo dobbiamo rompere i legacci di ciò che è
facile e dell’accettazione passiva del “non c’è alternativa”, del
“questo è l’unico sistema possibile”, quella rassegnazione che ci
annienta, che ci porta a rifugiarci solo nel “si salvi chi può”. E per
questo bisogna sognare. Mi preoccupa il fatto che, mentre siamo ancora
paralizzati, ci sono già progetti avviati per riarmare la stessa
struttura socioeconomica che avevamo prima, perché è più facile.
Scegliamo il cammino difficile, usciamone migliori.
In Fratelli tutti
ho utilizzato la parabola del Buon Samaritano come la rappresentazione
più chiara di questa scelta impegnata nel Vangelo. Mi diceva un amico
che la figura del Buon Samaritano viene associata da una certa industria
culturale a un personaggio mezzo tonto. È la distorsione che provoca
l’edonismo depressivo con cui s’intende neutralizzare la forza
trasformatrice dei popoli, e specialmente della gioventù.
Sapete che cosa mi viene in mente adesso, insieme ai movimenti
popolari, quando penso al Buon Samaritano? Sapete che cosa mi viene in
mente? Le proteste per la morte di George Floyd. È chiaro che questo
tipo di reazione contro l’ingiustizia sociale, razziale o maschilista
può essere manipolato o strumentalizzato da macchinazioni politiche o
cose del genere; ma l’essenziale è che lì, in quella manifestazione
contro quella morte, c’era il “samaritano collettivo” (che non era per
niente scemo!). Quel movimento non passò oltre, quando vide la ferita
della dignità umana colpita da un simile abuso di potere. I movimenti
popolari sono, oltre che poeti sociali, “samaritani collettivi.
In questi processi ci sono così tanti giovani che io sento speranza…;
ma ci sono molti altri giovani che sono tristi, che forse per sentire
qualcosa in questo mondo hanno bisogno di ricorrere alle consolazioni a
buon mercato che offre il sistema consumistico e narcotizzante. E altri –
è triste – altri scelgono proprio di uscire dal sistema. Le statistiche
di suicidi giovanili non vengono pubblicate nella loro totale realtà.
Quello che voi fate è molto importante, ma è anche importante che
riusciate a contagiare le generazioni presenti e future con ciò che fa
ardere il vostro cuore. In questo avete un duplice lavoro o
responsabilità. Restare attenti, come il Buon Samaritano, a tutti quelli
che sono feriti lungo la strada ma, al tempo stesso, far sì che molti
di più si uniscano in questo atteggiamento: i poveri e gli oppressi
della terra lo meritano, la nostra casa comune ce lo chiede.
Voglio offrire alcune piste. La Dottrina sociale della Chiesa non
contiene tutte le risposte, ma ha alcuni principi che possono aiutare
questo cammino a concretizzare le risposte e aiutare sia i cristiani sia
i non cristiani. A volte mi sorprende che ogni volta che parlo di
questi principi alcuni si meravigliano e allora il Papa viene catalogato
con una serie di epiteti che si utilizzano per ridurre qualsiasi
riflessione alla mera aggettivazione screditante. Non mi fa arrabbiare,
mi rattrista. Fa parte della trama della post-verità che cerca di
annullare qualsiasi ricerca umanistica alternativa alla globalizzazione
capitalista; fa parte della cultura dello scarto e fa parte del
paradigma tecnocratico.
I principi che espongo sono misurati, umani, cristiani, compilati nel Compendio elaborato dall’allora Pontificio Consiglio “Giustizia e Pace” [3].
È un piccolo manuale della Dottrina sociale della Chiesa. E a volte,
quando i Papi, sia io, sia Benedetto, o Giovanni Paolo II, diciamo
qualcosa, c’è gente che si meraviglia: “Da dove ha preso questo?”. È la
dottrina tradizionale della Chiesa. C’è molta ignoranza in questo. I
principi che espongo stanno in quel libro, al capitolo quarto. Voglio
chiarire una cosa: sono inseriti in questo Compendio e questo Compendio è
stato voluto da san Giovanni Paolo II. Raccomando a voi, e a tutti i
leader sociali, sindacali, religiosi, politici e imprenditoriali di
leggerlo.
Nel capitolo quarto di questo documento troviamo principi come
l’opzione preferenziale per i poveri, la destinazione universale dei
beni, la solidarietà, la sussidiarietà, la partecipazione, il bene
comune, che sono mediazioni concrete per attuare a livello sociale e
culturale la Buona Novella del Vangelo. E mi rattrista quando alcuni
fratelli della Chiesa s’infastidiscono se ricordiamo questi orientamenti
che appartengono a tutta la tradizione della Chiesa. Ma il Papa non può
non ricordare questa dottrina anche se molto spesso dà fastidio alla
gente, perché a essere in gioco non è il Papa ma il Vangelo.
E in questo contesto, vorrei riprendere brevemente alcuni principi
sui quali contiamo per portare avanti la nostra missione. Ne menzionerò
due o tre, non di più. Uno è il principio di solidarietà. La solidarietà
non solo come virtù morale ma come principio sociale, principio che
cerca di affrontare i sistemi ingiusti allo scopo di costruire una
cultura della solidarietà che esprima – dice letteralmente il Compendio –
«la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene
comune» (n. 193).
Un altro principio è quello di stimolare e promuovere la
partecipazione e la sussidiarietà tra i movimenti e tra i popoli, capace
di limitare qualsiasi schema autoritario, qualsiasi collettivismo
forzato o qualsiasi schema stato-centrico. Non si può utilizzare il bene
comune come scusa per schiacciare l’iniziativa privata, l’identità
locale o i progetti comunitari. Pertanto, questi principi promuovono
un’economia e una politica che riconoscano il ruolo dei movimenti
popolari, «della famiglia, dei gruppi, delle associazioni, delle realtà
territoriali locali, in breve, di quelle espressioni aggregative di tipo
economico, sociale, culturale, sportivo, ricreativo, professionale,
politico, alle quali le persone danno spontaneamente vita e che rendono
loro possibile una effettiva crescita sociale». Questo nel numero 185 del Compendio.
Come vedete, cari fratelli, care sorelle, sono principi equilibrati e
ben stabiliti nella Dottrina sociale della Chiesa. Con questi due
principi credo che possiamo compiere il prossimo passo dal sogno
all’azione. Perché è tempo di agire.
4. Tempo di agire
Spesso mi dicono: “Padre, siamo d’accordo, ma in concreto, che
dobbiamo fare?”. Io non ho la risposta, perciò dobbiamo sognare insieme e
trovarla insieme. Tuttavia, ci sono misure concrete che forse possono
permettere qualche cambiamento significativo. Sono misure che si trovano
nei vostri documenti, nei vostri interventi, e di cui ho tenuto molto
conto, sulle quali ho meditato e ho consultato esperti. In incontri
passati abbiamo parlato dell’integrazione urbana, dell’agricoltura
familiare, dell’economia popolare. A queste, che ancora richiedono di
continuare a lavorare insieme per concretizzarle, mi piacerebbe
aggiungerne altre due: il salario universale e la riduzione della
giornata lavorativa.
Un reddito minino (l’RMU) o salario universale, affinché ogni persona
in questo mondo possa accedere ai beni più elementari della vita. È
giusto lottare per una distribuzione umana di queste risorse. Ed è
compito dei Governi stabilire schemi fiscali e redistributivi affinché
la ricchezza di una parte sia condivisa con equità, senza che questo
presupponga un peso insopportabile, soprattutto per la classe media –
generalmente, quando ci sono questi conflitti, è quella che soffre di
più –. Non dimentichiamo che le grandi fortune di oggi sono frutto del
lavoro, della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnica di migliaia
di uomini e donne nel corso di generazioni.
La riduzione della giornata lavorativa è un’altra possibilità. Il
reddito minimo è una possibilità, l’altra è la riduzione della giornata
lavorativa. E occorre analizzarla seriamente. Nel XIX secolo gli operai
lavoravano dodici, quattordici, sedici ore al giorno. Quando
conquistarono la giornata di otto ore non collassò nulla, come invece
alcuni settori avevano previsto. Allora – insisto – lavorare meno
affinché più gente abbia accesso al mercato del lavoro è un aspetto che
dobbiamo esplorare con una certa urgenza. Non ci possono essere tante
persone che soffrono per l’eccesso di lavoro e tante altre che soffrono
per la mancanza di lavoro.
Ritengo che siano misure necessarie, ma naturalmente non sufficienti.
Non risolvono il problema di fondo, e non garantiscono neppure
l’accesso alla terra, alla casa e al lavoro nella quantità e qualità che
i contadini senza terra, le famiglie senza una casa sicura e i
lavoratori precari meritano. Non risolveranno nemmeno le enormi sfide
ambientali che abbiamo davanti. Ma ho voluto menzionarle perché sono
misure possibili e segnerebbero un positivo cambiamento di direzione.
È bene sapere che in questo non siamo soli. Le Nazioni Unite hanno
cercato di stabilire alcune mete attraverso i cosiddetti Obiettivi di
Sviluppo Sostenibile (OSS), ma purtroppo non conosciute dai nostri
popoli e dalle periferie; e questo ci ricorda l’importanza di
condividere e di coinvolgere tutti in questa ricerca comune.
Sorelle e fratelli, sono convinto che il mondo si veda più
chiaramente dalle periferie. Bisogna ascoltare le periferie, aprire loro
le porte e permettere loro di partecipare. La sofferenza del mondo si
capisce meglio insieme a quelli che soffrono. Nella mia esperienza,
quando le persone, uomini e donne, che hanno subito nella propria carne
l’ingiustizia, la disuguaglianza, l’abuso di potere, le privazioni, la
xenofobia, nella mia esperienza vedo che capiscono meglio ciò che vivono
gli altri e sono capaci di aiutarli ad aprire, realisticamente, strade
di speranza. Quanto è importante che la vostra voce sia ascoltata,
rappresentata in tutti i luoghi in cui si prendono decisioni! Offrirla
come collaborazione, offrirla come una certezza morale di ciò che si
deve fare. Sforzatevi di far sentire la vostra voce, e anche in quei
luoghi, per favore, non lasciatevi incasellare e non lasciatevi
corrompere. Due parole che hanno un significato molto grande, del quale
non parlerò ora.
Riaffermiamo l’impegno che abbiamo preso in Bolivia: mettere
l’economia al servizio dei popoli per costruire una pace duratura
fondata sulla giustizia sociale e sulla cura della Casa comune.
Continuate a portare avanti la vostra agenda di terra, casa e lavoro.
Continuate a sognare insieme. E grazie, grazie sul serio, perché mi
lasciate sognare con voi.
Chiediamo a Dio di effondere la sua benedizione sui nostri sogni. Non
perdiamo le speranze. Ricordiamo la promessa che Gesù ha fatto ai suoi
discepoli: “Sarò sempre con voi” (cfr Mt 28,20); e ricordandola,
in questo momento della mia vita, voglio dirvi che anche io sarò con
voi. L’importante è che siate consapevoli che Lui è con voi. Grazie!
___________________
[1] “Il virus della fame si moltiplica”, rapporto dell’Oxfam del 9 luglio 2021, in base al Global Report on Food Crises (GRFC) del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite.