martedì 9 novembre 2021

I dati sul clima non tornano

dalla pagina https://comune-info.net/i-dati-sul-clima-non-tornano/

Alberto Castagnola

C’è un problema importante che emerge dagli ultimi testi degli scienziati che sono al lavoro per l’Ipcc. Leggendo questi testi risulta che i dati utilizzati si fermano al gennaio di quest’anno, mentre durante gli ultimi mesi, e in particolare nel periodo estivo dell’emisfero settentrionale, sono esplosi fenomeni da tempo previsti e ora verificatisi in tutta la loro drammaticità. In primo luogo, lo scioglimento dei ghiacciai sta procedendo rapidamente e gli ultimi dati complessivi, relativi a 220 mila ghiacciai, indicano una perdita globale di 267 miliardi di tonnellate; sono però esclusi da queste rilevazioni la calotta antartica e la Groenlandia, dalle quali provengono invece segnali molto preoccupanti, come il distacco di grandi iceberg che navigano negli oceani negli ultimi due anni. Solo nell’anno in corso saranno più di trenta milioni, secondo l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni, gli sfollati interni e i migranti per cause climatiche
Foto Unspash

La lettura dei primi documenti di lavoro della Conferenza delle Parti numero 26 dell’IPCC evidenzia la massima concentrazione degli scienziati sulla difesa del limite massimo della temperatura media del Pianeta da non superare, 1,5 gradi C, mentre l’ultimo limite finora preso in considerazione, quello dei 2,0 gradi, viene descritto come causa di molti disastri ambientali.

E qui si pongono subito due questioni molto importanti. La prima riguarda il fatto che in realtà  stiamo già oggi raggiungendo gli 1,2 °C e non è in vista ancora nessuna misura di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra  e quindi la diffusione di documenti e studi assume i caratteri di un astratto confronto di posizioni molto lontano dalla realtà effettiva.

Il secondo aspetto è contenuto in un recente articolo di “Domani” (24 ottobre, pag.9) nel quale è ampiamente citato un documento ufficiale pervenuto a Greenpeace Inghilterra che contiene i 32.000 commenti o richieste  di Stati membri dell’Accordo di Parigi inviate all’IPCC con la richiesta di modifiche o attenuazioni su temi di loro specifico interesse, facenti parte dei documenti ufficiali finora approvati o dostribuiti.

Ad esempio, un consigliere dell’Arabia Saudita chede che venga eliminata una frase sull’urgenza di una mitigazione delle emissioni a ogni livello, oppure c’è l’intervento di un funzionario del governo australiano per cancellare il collegamento tra chiusura di  centrali a carbone e obiettivi dell’Accordo di Parigi.

Il numero e il carattere di queste richieste è ben lontano da un qualunque tipo di intervento realistico che i paesi dell’IPCC possano in modo unitario realizzare in tempi brevi, mentre il documento meriterebbe effettivamente uno studio approfondito come prova delle difficoltà che incontrano ancora oggi tutti i governi.

Ma c’è un  problema più importante,  che emerge dagli ultimi testi degli scienziati che vogliamo approfondire. Infatti leggendo questi testi risulta che i dati utilizzati si fermano al gennaio di quest’anno, mentre durante gli ultimi mesi e in particolare nel periodo estivo dell’emisfero settentrionale sono esplosi fenomeni da tempo previsti e ora verificatisi in tutta la loro drammaticità.

Ovviamente, è da sperare che gli scienziati abbiano in primo luogo fatto  pervenire  qualche aggiornamento alle delegazioni governative prima che partissero per Glasgow, altrimenti il dibattito di questi giorni non si svolgerà con il dovuto senso di urgenza e i risultati positivi – seppur ci saranno – rischiano di essere svuotati in partenza.

Cosa è successo al clima negli ultimi mesi, per citare almeno i meccanismi dannosi principali? In primo luogo, lo scioglimento dei ghiacciai sta procedendo rapidamente e gli ultimi dati complessivi, relativi a 220 mila ghiacciai e al periodo 2000-2020, indicano una perdita globale di 267 miliardi di tonnellate; sono però esclusi da queste rilevazioni la calotta antartica e la Groenlandia, dalle quali provengono invece segnali molto preoccupanti, come il distacco di grandi iceberg che navigano negli oceani negli ultimi due anni.

In un recente studio, pubblicato sulla rivista “The Cryosphere”, i ricercatori dello University College di Londra affermano inoltre che la banchisa costiera artica si sta sciogliendo ad un ritmo dal 70 al 100% più rapido rispetto alle stime attuali. Se ciò fosse confermato, molte delle previsioni finora formulate andrebbero riviste. Il riscaldamento globale continua ad aumentare anno dopo anno.

Il 2020 è stato l’anno più caldo per l’Europa, con temperature autunnali e invernali da record. A livello globale è stato uno dei tre anni più caldi mentre anche gli ultimi sei anni sono stati i più caldi mai registrati. Nell’insieme, il riscaldamento totale medio è stato di 1,20 gradi centigradi più elevato rispetto  agli anni 1850-1900. Quindi ci avviciniamo rapidamente a quel mitico livello massimo che si ritiene ormai il pianeta possa sopportare senza che si scatenino fenomeni incontrollabili.

Tra le cause, la concentrazione dei principali gas serra, anidride carbonica e metano, stanno toccando i livelli più alti registrati dal 2003, anno in cui sono iniziate le rilevazioni dei satelliti. In base ai dati dell’ultimo Rapporto 2020 sullo stato del clima in Europa, l’anno scorso il’inverno ha fatto registrare temperature di 3,4 gradi sopra la media stagionale. A marzo un vortice polare artico particolarmente forte aveva determinato una riduzione da record dell’ozono nell’emisfero settentrionale.

Ma i cambiamenti più rilevanti si sono verificati nel 2021, poichè una ondata precoce di calore, con temperature di undici gradi superiori alla media del periodo che si sono registrate nell’ovest degli Stati Uniti.

In Arizona e in Nevada le temperature hanno superato i 50 gradi. Le autorità della California hanno dichiarato lo stato di emergenza in 41 contee su 50 a causa della siccità per il secondo anno consecutivo. A metà giugno il caldo record ha colpito 50 milioni di persone, a Phoenix la temperatura ha superato i 47 gradi, mentre nella Valle della Morte ha superato i 53 gradi.

In Canada, nel mese di giugno, l’ondata di caldo ha colpito in particolare   le città di Seattle, Vancouver e Portland, che insieme contano nove milioni di abitanti, le temperature hanno raggiunto i 49,5 gradi, il livello più alto da quando sono iniziate le rilevazioni. La temperatura record di 49,6 gradi è stata raggiunta, sempre in Canada, nella cittadina di Lytton, che subito dopo è stata praticamente distrutta da un incendio.

Anche in Siberia, il paese del freddo nella nostra immaginazione, a Verchojanks, sono state registrate temperature superiori ai 47 gradi.  In India, l’ondata di caldo ha interessato decine di milioni di persone, superando i 40 gradi, mentre a New Delhi, con 43,1 gradi si sono registrate le temperature più alte dal 2012. Fenomeni analoghi, con un mese di giugno più caldo di sempre, sono stati segnalati nel Nord America, in Finlandia e in alcune zone della Svezia.

All’inizio del mese di luglio, la “cupola di calore” che ha investito in Canada un territorio che in genere era caratterizzato da un clima moderato e piovoso, ha registrato temperature record, incendi, fulmini e centinaia di vittime.

Nella Columbia Britannica in una settimana si sono registrate 719 vittime, cioè il triplo del normale, e 710mila fulmini, oltre a 136 incendi. La temperatura, che di solito si aggirava intorno ai 30 gradi, ha raggiunto il livello record di 49,6 gradi centigradi.

Ci si deve chiedere cosa stia succedendo, se un meteorologo si dichiara “interdetto” davanti ad un aumento di dieci gradi rispetto ai valori massimi raggiunti negli ultimi cento anni e di almeno venti gradi rispetto alle medie e alle rilevazioni meteorologiche. Una fonte di stampa azzarda una descrizione pura e sempice, senza osare indicare cause probabili o meccanismi complessi. Si parla quindi di un fronte d’aria calda, proveniente dal Pacifico, che ha viaggiato verso l’est e poi verso nord, è rimasta bloccata e la “cupola bollente” è stata anche alimentata dal calore proveniente dalle superfici.

Ma con ogni probabilità le dimensioni assolutamente inusuali e finora imprevedibili dipendono dal riscaldamento complessivo delle terre e dei mari, ancora non abbastanza studiati.

Fonti scientifiche,  qualche mese prima di questa estate rovente, hanno delineato un indebolimento della Corrente del Golfo, che avrebbe influito sul livello dei mari sulla costa est degli Stati Uniti, ma che sarebbe anche stata all’origine di uragani e piogge di portata finora sconosciuta nei paesi europei. Proprio ciò che è accaduto in Germania a metà luglio 2021, quando un uragano imprevisto e improvviso ha colpito la Renania-Palatinato e il Nord Reno-Westfalia, e ha causato oltre 160 morti e mille dispersi,  e con  le piogge pesanti che hanno devastato la Sicilia.

La stessa isola è stata colpita colpita successivamente dalla perturbazione Apollo e poi da un ciclone che si è abbattuto a più di 100 chilometri all’ora su Catania e Siracusa il 28 agosto, potrebbero essere la conseguenza di questi fenomeni di portata globale.

Non casualmente, quest’ultimo evento è stato classificato come “Medicane”, un ciclone con caratteristiche di uragano tropicale ma con estensione ed energia minore, e una struttura interna in parte diversa.

È stato sottolineato che finora eventi di questa natura avevano colpito l’Italia solo molto raramente, ma poichè la temperatura del mare è aumentata nelle zone di sviluppo iniziale degli uragani , saranno più probabili i contrasti con masse di aria fredda e con conseguente formazione di medicane (il nome deriva da una combinazione tra Mediterraneo e hurricane), cioè tra il nostro bacino marino e gli uragani dei tropici.

Questi elementi sono tratti da una intervista a Massimiliano Fazzini, esperto della Società italiana di geologia ambientale, apparsa sul Corriere della Sera del 30 ottobre 2021, a pag. 27. Evidentemente l’immagine di una Sicilia a clima ormai africano è molto più complessa di quanto potessimo immaginare.

Negli stessi giorni, l’uragano Ida con venti a 240 chilometri orari, ha colpito le coste della Louisiana, causando pesanti danni a New Orleans e vittime fino a NewYork.

E’ forse troppo presto per trarre delle indicazioni complessive sul significato a medio termine di questi fenomeni, così nuovi e dalle cause non ancora ben precisate. Tuttavia in sede COP 26 non si dovrebbe trascurare il fatto che i giorni in cui le temperature superano i 50 gradi nel corso di un anno sono raddoppiati dagli anni ’80 e soprattutto che le emissioni dannose per l’ambiente aumenteranno come minimo del 16% e  che ciò comporterebbe un aumento minimo della temperatura globale del pianeta fino a 2,7 gradi centigradi entro la fine del secolo, almeno in base alle politiche finora seguite dai paese maggiori inquinatori.

Infine, non possiamo trascurare i fenomeni di freddo estremo che si stanno verificando nel periodo più recente. Nella fase attuale, la crisi climatica potrebbe portare ad ondate di freddo estremo in alcune aree dell’emisfero settentrionale. Dei ricercatori hanno analizzato il vortice di correnti che circola sopra il Polo Nord, isolando e intrappolando al suo interno l’aria più fredda. Oggi però, a causa del progredire della crisi climatica, il vortice polare si sta indebolendo e contribuiscono a questo fenomeno la perdita di ghiaccio marino e l’aumento delle nevicate nelle parti meridionali del circolo polare artico. Di conseguenza l’aria gelida dell’Artico a intervalli è libera di spostarsi verso latitudini inferiori.

Episodi di freddo estremo sono stati registrati tra gennaio e febbraio scorsi in Asia, Europa e in Nordamerica. In particolare, il Texas è sta investito da una ondata di freddo eccezionale, che è durata a lungo ed è stata accompagnata da abbondanti nevicate. Gli oleodotti si sono ghiacciati, la rete elettrica è andata in panne, con danni che hanno sfiorato i 200 miliardi di dollari.

Il presente articolo aveva solo lo scopo di mettere in evidenza fenomeni meteorologici e climatici che sembrano a un occho profano essere peggiorati o aver addirittura cambiato modello di comportamento, durata e intensità.

Dalle reazioni degli scienziati non sembra che si possa trattare di eventi eccezionali, destinati a non ripetersi nel tempo; anzi molte sono le sottolineature in direzione di una serie di fenomeni destinati a peggiorare ulteriormente e a moltiplicarsi in tempi ravvicinati.

Sarà quindi opportuno, mentre si stanno svolgendo i lavori della COP 26, verificare che questi eventi più recenti non vengano trascurati o dimenticati, mentre invece dovrebbero indurre gli Stati ad assumere responsabilità precise da attuare in tempi molto stretti.

Anche i movimenti ambientalisti, sempre più motivati e incisivi, dovranno esigere scelte e comportamenti governativi coerenti con i tempi sempre più ristretti della crisi climatica, da sorvegliare senza sosta dopo la chiusura dei lavori dell’Assemblea. 

Inoltre non possiamo dimenticare che solo nell’anno in corso saranno più di trenta milioni, secondo l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni, gli sfollati interni e i migranti per cause climatiche.


venerdì 5 novembre 2021

primolunedìdelmese: Tendenze e mutamenti nella società italiana alle prese con la pandemia

dalla pagina https://ans21.org/semina-e-raccolto/primolunedidelmese

 
lunedì 8 novembre 2021, ore 20:30

diretta > Facebook  e > YouTube  

Tendenze e mutamenti nella società italiana alle prese con la pandemia
 
Ne parliamo con

Ilvo Diamanti
sociologo, politologo e saggista

In studio:
Paola Baglioni, operatrice sociale; Giovanna Coin, volontaria; Aldo Garzia, giornalista; Raffaele Consiglio, CISL; Milena Nebbia, insegnante; Giampaolo Zanni, CGIL; Marco Cantarelli, moderatore

Il pldm è promosso, a Vicenza, anche da:
ANPI, CGIL, CISL, GIT Banca Etica; Progetto Sulla Soglia (Rete Famiglie Aperte, Cooperativa Sociale Tangram, Cooperativa Sociale Insieme)

infoprimolunedidelmese@ans21.org

Per scaricare (e diffondere) la locandina dell'incontro, clicca qui


giovedì 4 novembre 2021

Basta strumentalizzare il «milite ignoto»

dalla pagina https://ilmanifesto.it/basta-strumentalizzare-il-milite-ignoto/

Sergio Mattarella e altre autorità sulla Tomba del Milite Ignoto il 4 novembre 2020 


, consigliere nazionale di Pax Christi e redattore di «Mosaico di pace»

Non strumentalizziamo il «milite ignoto» in questo 4 novembre per giustificare la guerra, ripudiata dalla Costituzione. Le «celebrazioni» piene di retorica di questi giorni purtroppo ne sono la conferma. E coinvolgeranno anche le scuole.

«L’Italia aggredì l’Austria con cui questa volta era alleata. (…) Avete detto ai vostri ragazzi che quella guerra si poteva evitare? Che Giolitti aveva la certezza di poter ottenere gratis quello che poi fu ottenuto con 600.000 morti ? Che la stragrande maggioranza della Camera era con lui (450 su 508)? Era dunque la Patria che chiamava alle armi? E se anche chiamava, non chiamava forse a una “inutile strage”? (l’espressione non è d’un vile obiettore di coscienza ma d’un papa)». Sono parole di un mio confratello, don Lorenzo Milani, priore di Barbiana: L’obbedienza non è più una virtù, 1965.

Il 4 novembre ricordiamo invece che l’opposizione popolare alla guerra fu molto ampia, anche nell’esercito. Su 5 milioni e 500 mila mobilitati per la prima Guerra Mondiale, 870.000 furono denunciati per insubordinazione. Oltre il 15%. Cadorna aveva ordinato rappresaglie e fucilazioni immediate. Ma in Italia quante via o piazze ancora oggi sono dedicate proprio a Luigi Cadorna! A quando la cancellazione di queste vergognose intitolazioni?

Il 4 novembre non si «celebra» una vittoria ma la fine di una carneficina.
Non si può far retorica usando chi è stato mandato in trincea come carne da macello.

Nelle trincee non c’erano eroi, ma uomini terrorizzati: chi non balzava fuori dalla trincea al grido di «Avanti Savoia», veniva fucilato anche sul posto. E non erano «ignoti» ognuno aveva un nome, una casa, affetti, progetti…

Il 4 novembre: chiamiamo le guerre con il loro nome: crimine, strage. E chiamiamo con il nome giusto i responsabili: criminali e stragisti. Non si può cambiare le carte in tavola parlando di missioni di pace, di guerre umanitarie, di bombe intelligenti… Non si può studiare nuove armi «autonome» o Killer robot. Non si può unire la parola intelligenza con la parola bomba. Sono incompatibili. Sarebbe come dire uno «stupro bello».

Il 4 novembre dovrebbe essere l’occasione per il Ministro della Difesa per interrogarsi sulla violazione dell’art. 11 della Costituzione con i grandi progetti folli e costosi come quello degli F- 35, che di Difesa non hanno nulla. O la scelta di investire milioni di euro per armare i droni e renderli adatti a uccidere a migliaia di chilometri di distanza. E poi arriveranno anche i Cruise.

È cinico e immorale ricordare i 650.000 morti della prima guerra mondiale, investendo miliardi per fare la guerra oggi. Ursula Von del Leyen, ha addirittura parlato di un azzeramento dell’Iva sulle armi. Un grande favore alla potente lobby delle armi. E Draghi a fine settembre ha detto «bisognerà spendere molto di più nella difesa di quanto fatto finora…».
Un insulto a tutte le vittime di tutte le guerre.

Il 4 novembre dovrebbe essere l’occasione per tutti i preti, chiamati a guidare preghiere, commemorazioni e benedizioni, per non assecondare e benedire la guerra, rendendola giusta e a volte anche santa. Un’occasione per dare voce non solo al Vangelo ma anche a tutto il magistero della chiesa che ha sempre condannato la guerra da Benedetto XV, 1 agosto 1917 «inutile strage», a Paolo VI all’Onu, 4 ottobre 1965 «Mai più la guerra», a Giovanni Paolo II «la guerra è avventura senza ritorno», fino agli innumerevoli interventi di papa Francesco, che ha ripetuto ancora lo scorso 2 novembre: «Fermatevi, fabbricatori di armi, fermatevi!». E invece assistiamo ancora, non solo da parte dei Cappellani militari, presenza imbarazzante e discutibile all’interno del sistema militare, ma anche in tante situazioni «normali», preghiere e benedizioni che avallano una cultura militare e di guerra, magari pregando perché Dio «renda forti le nostre armi…».

Il 4 novembre: ma perché suonare o cantare «La leggenda del Piave», composta nel 1918 per ridare morale alle truppe e incitare alla battaglia, per far dimenticare le atrocità e i tanti morti della guerra.

Il 4 novembre dovrebbe essere l’occasione per ricordare che il nome del «milite ignoto» è …ignoto. Ma i nomi dei responsabili della strage sono noti. I nomi di ieri e i nomi di oggi.


martedì 2 novembre 2021

4 Novembre 2021: non festa ma lutto. Ogni vittima ha il volto di Abele

dalla pagina https://www.azionenonviolenta.it/4-novembre-2021-non-festa-ma-lutto-ogni-vittima-ha-il-volto-di-abele/

La data del 4 novembre viene celebrata con continuità dal fascismo fino ad oggi, per richiamare l’unità dell’Italia sotto il segno della guerra e dell’esercito.

“Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate” nell’anniversario della fine di un tragico conflitto che costò al nostro paese un milione e duecentomila morti (600.000 civili e 600.000 militari): per la prima volta nella storia a morire a causa della guerra non furono solo i militari al fronte, ma in pari numero i civili vittime di bombardamenti o di stenti, malattie, epidemie causate dalla guerra stessa.
Vogliamo ricordare e onorare quei morti rinnovando l’impegno contro ogni guerra e la sua preparazione, dunque contro le guerre di oggi, contro le armi costruite per le guerre di domani. Solo opponendosi a tutte le guerre si onora la memoria delle persone che dalle guerre sono state uccise.
Meno armi più salute, ridurre drasticamente le spese militari e devolvere i fondi a sanità, assistenza, ricerca e servizi pubblici.
Per questo chiediamo una drastica riduzione delle spese militari che gravano sul bilancio dello stato italiano.
Per questo sosteniamo la richiesta che l’Italia sottoscriva e ratifichi il Trattato Onu per la messa al bando delle armi nucleari.
Per questo sosteniamo la Campagna “Un’altra difesa è possibile“, che prevede l’istituzione di un Dipartimento per la difesa civile, non armata e nonviolenta.
Pace, disarmo, smilitarizzazione. Tutela della salute di tutte e tutti.
Proponiamo che il 4 novembre (nel rispetto delle norme per il contenimento della pandemia) si svolgano commemorazioni nonviolente delle vittime di tutte le guerre,  commemorazioni che siano anche solenne impegno contro tutte le guerre e le violenze.
Queste iniziative di commemorazione e di impegno morale e civile devono essere rigorosamente nonviolente.
Occorre quindi che si svolgano in orari distanti e assolutamente distinti dalle ipocrite celebrazioni dei poteri armati, quei poteri che quelle vittime fecero morire.
Ed occorre che si svolgano nel modo più austero, severo, solenne: depositando omaggi floreali dinanzi alle lapidi ed ai sacelli delle vittime delle guerre, ed osservando in quel frangente un rigoroso silenzio.
Ovviamente prima e dopo è possibile ed opportuno effettuare letture e proporre meditazioni adeguate, argomentando ampiamente e rigorosamente perché le persone amiche della nonviolenza rendono omaggio alle vittime della guerra e perché convocano ogni persona di retto sentire e di volontà buona all’impegno contro tutte le guerre, e come questo impegno morale e civile possa concretamente limpidamente darsi.
A tutte le persone amiche della nonviolenza chiediamo di diffondere questa proposta e contribuire a questa iniziativa.
Contro tutte le guerre, contro tutte le uccisioni, contro tutte le persecuzioni.
Per la vita, la dignità e i diritti di tutti gli esseri umani.
Ogni vittima ha il volto di Abele.
Solo la nonviolenza può salvare l’umanità.
Solo la pace salva le vite. Salvare le vite è il primo dovere.
 

Movimento Nonviolento
per contatti: via Spagna 8, 37123 Verona, tel. e fax: 0458009803, e-mail: an@nonviolenti.org, siti: www.nonviolenti.org e www.azionenonviolenta.it
PeaceLink
Centro di ricerca per la pace e i diritti umani di Viterbo
per contatti: e-mail: centropacevt@gmail.com, web: mailing list nonviolenza@peacelink.it
 
 

martedì 26 ottobre 2021

Costituente Terra, Lettera al G 20 sul futuro del mondo

www.costituenteterra.it/newsletter/ 

Newsletter n. 51 del 26 ottobre 2021

Lettera al G 20 sul futuro del mondo

Care Amiche e Amici,

Nei prossimi giorni, il 30 e 31 ottobre, si terrà a Roma sotto la presidenza di Draghi il G 20; potremmo dire, data la drammaticità della situazione mondiale sia riguardo alla crisi climatica che alla pandemia del Covid, che esso abbia all’ordine del giorno la salvezza del mondo. Noi non abbiamo modo di influire sulle sue decisioni, ma un po’ sul serio e un po’ per celia potremmo immaginare di scrivere a quegli illustrissimi personaggi una lettera che dica più o meno così:

Illustrissimi Signori e Signore,

Con grande gioia vi accogliamo a Roma dove siete convenuti per la vostra riunione del G 20 che ha all’ordine del giorno, per dirla con una sola parola, la salvezza del mondo. Non vogliamo darvi suggerimenti riguardo alla vostra agenda, perché senz’altro voi avete tutte le conoscenze e la sapienza per decidere che fare. Vogliamo solo ricordarvi le due ispirazioni fondamentali che potete ricavare dal fatto di riunirvi questa volta a Roma.

1 - La prima è quella che deriva dalla stessa origine leggendaria di Roma, di cui si dice che i suoi due fondatori, Romolo e Remo, fossero stati allattati e allevati da una lupa. Questo ci ricorda che l’uomo e la donna, una volta messi al mondo, sono presi in carico dalla Natura che li nutre e li cura e ne assicura la vita nella sua identità umana senza eguali ma anche in relazione con tutti gli animali. Tocca ora a voi, che siete capi di Stato e di governo, di restituire alla Natura questo dono e pagare questo debito, adottando decisioni e politiche globali capaci di rispondere al gemito della Terra con ben altra radicalità e urgenza rispetto a quelle adottate fin qui, per far fronte alla crisi ecologica e riparare i danni arrecati all’aria, ai mari, alle foreste e agli animali di cui si stanno estinguendo sempre nuove specie. Anche qui, per dirla con una sola parola, non solo occorre uscire dai combustibili fossili, ma ricostruire l’integrità devastata del mondo vivente e dare lunga vita alla Terra.

2 - La seconda ispirazione è senza dubbio quella che viene dall’aver Sede a Roma il Papa, primo vescovo della Chiesa romana e vorremmo aggiungere, assumendo come è proprio della politica la contemporaneità, di questo papa che si chiama Francesco. Ciò fa sì che l’ispirarsi al fatto di riunirsi dov’è anche questa  Sede romana non possa avere alcuna implicazione partigiana o escludente, come poteva essere fino a qualche decennio fa quando il cattolicesimo definiva se stesso come l’unica religione vera e la Chiesa cattolica come unica arca fuori della quale non potesse darsi salvezza; l’ispirazione che oggi ne può venire è al contrario universale e includente sia per il riconoscimento operato dal Concilio Vaticano Secondo dei doni di Dio profusi come semi in tutte le religioni e le culture, sia per l’affermazione di fraternità tra tutti gli uomini che papa Francesco ha condiviso con ogni religione e ha esteso in particolare all’Islam con cui nel patto di Abu Dhabi ha firmato l’attestazione che “le diversità di religione… sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani”. Lo stesso papa nel messaggio ai Movimenti popolari del 16 ottobre scorso ha chiesto a se stesso e a tutti gli altri leader religiosi “di non usare mai il nome di Dio per fomentare guerre o colpi di Stato”. Questa ispirazione può pertanto essere oggi tale da incoraggiare tutti i responsabili della vita sulla Terra a perseguire l’unità umana, a adottare un’ecologia integrale, a far proprio il Trattato già varato dall’ONU per la proibizione di tutte le armi nucleari, a promuovere la fine della corsa al riarmo e delle relative spese, nonché a indurre a una conversione dell’ideologia delle Forze Armate; tutto ciò al fine di costruire un mondo in cui rimangano come unici uccisi dal fuoco delle Forze Armate quelli uccisi per sbaglio nei set cinematografici di Hollywood.

Cari partecipi del G 20,

Oltre a richiamare queste due associazioni di idee legate al fatto che vi riunite a Roma vogliamo informarvi che a Roma è stata da poco istituita una Scuola che promuove il pensiero e cerca le vie per dar luogo alla stesura e all’adozione per tutto il mondo di una Costituzione della Terra. È una proposta che vogliamo portare alla vostra attenzione quasi che voi, come responsabili di popoli e protagonisti decisivi  della scena mondiale, di tale Scuola poteste essere i primi docenti e discepoli. Sarebbe bello infatti  che fra voi sorgessero persone iniziative e politiche che facessero proprio questo progetto, lo includessero nelle tematiche presenti nella comunità delle Nazioni e lo portassero a buon fine,  in modo che la Terra intera possa avere la sua Costituzione: una Legge fondamentale che garantisca diritti e doveri a tutti gli uomini e le donne del pianeta e che con il supporto di efficaci garanzie giuridiche ed istituzionali assicuri che la Terra sia salva, la vita sia prospera e la storia continui.

Contro ogni giusto allarme riguardo al rischio di poteri invasivi, vogliamo sottolineare che una Costituzione del mondo non è un governo del mondo, ma è una regola che nella pluralità e autonomia dei regimi politici e degli ordinamenti istituisca la sovranità del diritto su tutti i poteri pubblici e privati del mondo; le Costituzioni hanno offerto molte volte e per molto tempo le più alte esperienze di giustizia e di pace nei nostri singoli Stati, sicché si può pensare che il modello costituzionale esteso sul piano globale possa mantenere analoghe promesse per tutti i Paesi.

Anche la sfida della pandemia conduce nella stessa direzione, suggerendo di instaurare una politica dei beni comuni dell’umanità che non si possano né comprare né vendere, che siano fuori commercio e messi a disposizione di tutti da un’economia di liberazione, a cominciare dalla decisione della non brevettabilità dei vaccini contro il Covid e dei farmaci salvavita.

Che tale proposta non sia mai stata formulata fin qui non depone contro la sua attuabilità, ma deriva piuttosto dal fatto che finora da ogni punto del pianeta la Terra è apparsa frammentata e divisa e il corso storico si è andato svolgendo attraverso contrapposizioni etniche, religiose, culturali e politiche via via apparse come insormontabili, sicché una Costituzione di tutta la Terra sembrava impensabile;  ma oggi la Terra può essere osservata dall’alto come un tutto globale e anzi un poliedro, come dice il Papa, e come si sa al mutamento del punto di vista corrisponde il mutamento delle cose; oggi in realtà le divisioni identitarie, pur feconde e  inviolabili nel loro ordine, non sono più tali da precludere unità più costruttive e più vaste. Né questa costruzione di un ordinamento costituzionale mondiale può essere considerata un’utopia di intellettuali, se negli anni 80 del 900 un mondo ricomposto nella pace, “senza armi nucleari e non violento” fu proposto da due grandi compagini statali, l’Unione Sovietica e l’India, pur appartenenti a mondi diversi, i cui popoli insieme rappresentavano un quinto dell’umanità.

Questa è la lettera che ci piacerebbe ricevessero i “Grandi” e ne tenessero conto.
Con i più cordiali saluti

www.costituenteterra.it

 

giovedì 21 ottobre 2021

Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro

dalla pagina https://www.settimanesociali.it/ 

49a Settimana Sociale

________________________
 

La Settimana Sociale è anche social

La 49ª Settimana Sociale dei cattolici italiani è anche social. Tutte le sessioni dell’evento “Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. #tuttoèconnesso”, in programma dal 21 al 24 ottobre, potranno essere seguite in streaming sul sito www.settimanesociali.it e sui canali YouTube e Facebook della Conferenza Episcopale Italiana:  www.facebook.com/conferenzaepiscopaleitaliana/ www.youtube.com/ChiesaCattolicaItaliana

La pagina Facebook delle Settimane Sociali (www.facebook.com/Settimanesociali/) invece offrirà aggiornamenti, interviste, brevi video. Gli hashtag dell’appuntamento sono: #ilpianetachesperiamo; #tuttoèconnesso; #settimanesociali.

“L’impegno per una comunicazione integrale passa anche dalla capacità di farsi prossimi negli ambienti digitali. Per questo abbiamo previsto una narrazione che sappia coniugare le diverse possibilità offerte dalle nuove tecnologie. La partecipazione e la condivisione riceveranno sicuramente un impulso in più. Verranno allargati i confini per mettere in circolo idee, progetti, riflessioni perché in gioco c’è il futuro di tutti. D’altronde #tuttoèconnesso”, afferma Vincenzo Corrado, direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della CEI.

 

lunedì 18 ottobre 2021

Il papa: è urgente ridurre l’orario di lavoro

dalla pagina https://ilmanifesto.it/il-papa-e-urgente-ridurre-lorario-di-lavoro/

Papa Bergoglio. «Un reddito minino o salario universale, affinché ogni persona in questo mondo possa accedere ai beni più elementari della vita. E giusto lottare per una distribuzione umana di queste risorse. Ed è compito dei governi stabilire schemi fiscali e redistributivi affinché la ricchezza di una parte sia condivisa con equità, senza che questo presupponga un peso insopportabile, soprattutto per la classe media che - generalmente, quando ci sono questi conflitti, è quella che soffre di più»

 

Il Papa, parlando ai Movimenti Popolari è tornato a chiedere «il salario universale e la riduzione della giornata lavorativa: «Un reddito minino o salario universale, affinché ogni persona in questo mondo possa accedere ai beni più elementari della vita – ha detto Bergoglio -. E giusto lottare per una distribuzione umana di queste risorse. Ed è compito dei governi stabilire schemi fiscali e redistributivi affinché la ricchezza di una parte sia condivisa con equità, senza che questo presupponga un peso insopportabile, soprattutto per la classe media che – generalmente, quando ci sono questi conflitti, è quella che soffre di più». Quanto alla riduzione della giornata lavorativa «occorre analizzarla seriamente. Nel XIX secolo gli operai lavoravano 12, 14, 16 ore al giorno. Quando conquistarono la giornata di 8 ore non collassò nulla, come invece alcuni settori avevano previsto. Allora – insisto – lavorare meno affinché più gente abbia accesso al mercato del lavoro è un aspetto che dobbiamo esplorare con urgenza. Non ci possono essere tante persone che soffrono per l’eccesso di lavoro e tante altre che soffrono per la mancanza di lavoro».

______________________________

dalle pagine:

 

 

VIDEOMESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
IN OCCASIONE DEL IV INCONTRO MONDIALE DEI MOVIMENTI POPOLARI

[Multimedia]

_______________________________________________

Sorelle, fratelli, cari poeti sociali!

1. Cari poeti sociali

Così mi piace chiamarvi, “poeti sociali”. Perché voi siete poeti sociali, in quanto avete la capacità e il coraggio di creare speranza laddove appaiono solo scarto ed esclusione. Poesia vuol dire creatività, e voi create speranza. Con le vostre mani sapete forgiare la dignità di ciascuno, quella delle famiglie e quella dell’intera società con la terra, la casa e il lavoro, la cura e la comunità. Grazie perché la vostra dedizione è parola autorevole, capace di smentire i rinvii silenziosi e tante volte “educati” a cui siete stati sottoposti, o a cui sono sottoposti tanti nostri fratelli. Ma pensando a voi credo che la vostra dedizione sia principalmente un annuncio di speranza. Vedervi mi ricorda che non siamo condannati a ripetere né a costruire un futuro basato sull’esclusione e la disuguaglianza, sullo scarto o sull’indifferenza; dove la cultura del privilegio sia un potere invisibile e insopprimibile e lo sfruttamento e l’abuso siano come un metodo abituale di sopravvivenza. No! Questo voi lo sapete annunciare molto bene. Grazie.

Grazie per il video che abbiamo appena condiviso. Ho letto le riflessioni dell’incontro, la testimonianza di quello che avete vissuto in questi tempi di tribolazione e di angoscia, la sintesi delle vostre proposte e delle vostre aspirazioni. Grazie. Grazie di rendermi partecipe del processo storico che state attraversando e grazie di condividere con me questo dialogo fraterno, che cerca di vedere il grande nel piccolo e il piccolo nel grande, un dialogo che nasce nelle periferie, un dialogo che giunge a Roma e nel quale tutti possiamo sentirci invitati e interpellati. «Per incontrarci e aiutarci a vicenda abbiamo bisogno di dialogare» (Enc. Fratelli tutti, 198), e quanto!

Avete avvertito che la situazione attuale meritava un nuovo incontro. Lo stesso ho sentito io. Anche se non abbiamo mai perso il contatto – sono già passati sei anni, credo, dall’ultimo incontro generale –. In questo tempo sono successe molte cose, tante sono cambiate. Si tratta di cambiamenti che segnano punti di non ritorno, punti di svolta, crocevia in cui l’umanità è chiamata a scegliere. Occorrono nuovi momenti di incontro, discernimento e azione congiunta. Ogni persona, ogni organizzazione, ogni Paese, e il mondo intero, ha bisogno di cercare questi momenti per riflettere, discernere e scegliere. Perché ritornare agli schemi precedenti sarebbe davvero suicida e, se mi consentite di forzare un po’ le parole, ecocida e genocida. Sto forzando!

In questi mesi molte delle cose da voi denunciate sono risultate del tutto evidenti. La pandemia ha fatto vedere le disuguaglianze sociali che colpiscono i nostri popoli e ha esposto – senza chiedere permesso né scusa – la straziante situazione di tanti fratelli e sorelle, quella situazione che tanti meccanismi di post-verità non hanno potuto occultare.

Molte cose che davamo per scontate sono cadute come un castello di carte. Abbiamo sperimentato come, da un giorno all’altro, il nostro modo di vivere può cambiare drasticamente, impedendoci, per esempio, di vedere i nostri familiari, compagni e amici. In molti Paesi gli Stati hanno reagito. Hanno ascoltato la scienza e sono riusciti a porre limiti per garantire il bene comune e hanno frenato almeno per un po’ questo “meccanismo gigantesco” che opera in modo quasi automatico, dove i popoli e le persone sono semplici ingranaggi (cfr S. Giovanni Paolo II, Enc. Sollicitudo rei socialis, 22).

Tutti abbiamo subito il dolore della chiusura, ma a voi come sempre è toccata la parte peggiore. Nei quartieri privi di infrastrutture di base (dove vivono molti di voi e milioni e milioni di persone), è difficile restare in casa; non solo perché non si dispone di tutto il necessario per portare avanti le misure minime di cura e di protezione, ma semplicemente perché la casa è il quartiere. I migranti, le persone prive di documenti, i lavoratori informali senza reddito fisso si sono visti privati, in molti casi, di qualsiasi aiuto statale e impossibilitati a svolgere i loro compiti abituali, aggravando la loro già lacerante povertà. Una delle espressioni di questa cultura dell’indifferenza è che sembrerebbe che questo “terzo” sofferente del nostro mondo non rivesta sufficiente interesse per i grandi media e per chi fa opinione. Non appare. Rimane nascosto, “rannicchiato”.

Voglio fare riferimento anche a una pandemia silenziosa che da anni colpisce i bambini, gli adolescenti e i giovani di ogni classe sociale; e credo che, in questo tempo d’isolamento, sia cresciuta ancora di più. Si tratta dello stress e dell’ansia cronica, legata a diversi fattori come l’iperconnettività, lo smarrimento e la mancanza di prospettiva di futuro, che si aggrava senza un vero contatto con gli altri – famiglie, scuole, centri sportivi, oratori, parrocchie –; insomma, si aggrava per la mancanza di un vero contatto con gli amici, perché l’amicizia è la forma in cui l’amore risorge sempre.

È evidente che la tecnologia può essere uno strumento di bene, ed è uno strumento di bene, che permette dialoghi come questo e tante altre cose, ma non può mai sostituire il contatto tra noi, non può mai sostituire una comunità in cui radicarci e in cui far sì che la nostra vita diventi feconda.

E, parlando di pandemia, non possiamo non interrogarci sul flagello della crisi alimentare. Nonostante i progressi della biotecnologia, milioni di persone sono state private di alimenti, benché questi siano disponibili. Quest’anno venti milioni di persone in più si sono viste trascinate a livelli estremi di insicurezza alimentare, salendo a [molti] milioni di persone. L’indigenza grave si è moltiplicata. Il prezzo degli alimenti è aumentato notevolmente. I numeri della fame sono orribili, e penso, per esempio, a Paesi come Siria, Haiti, Congo, Senegal, Yemen, Sud Sudan; ma la fame si fa sentire anche in molti altri Paesi del mondo povero e, non di rado, anche nel mondo ricco. È possibile che le morti annuali legate alla fame possano superare quelle del Covid. [1] Ma questo non fa notizia, questo non genera empatia.

Desidero ringraziarvi perché avete sentito come vostro il dolore degli altri. Voi sapete mostrare il volto della vera umanità, quella che non si costruisce voltando le spalle alla sofferenza di chi sta accanto, ma nel riconoscimento paziente, impegnato e spesso perfino doloroso del fatto che l’altro è mio fratello (cfr Lc 10,25-37) e che i suoi dolori, le sue gioie e le sue sofferenze sono anche i miei (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 1). Ignorare chi è caduto è ignorare la nostra stessa umanità che grida in ogni nostro fratello.

Cristiani e non, avete risposto a Gesù che ha detto ai suoi discepoli davanti alla gente affamata: «Voi stessi date loro da mangiare» (Mt 14,16). E dove c’era scarsità, il miracolo della moltiplicazione si è ripetuto in voi che avete lottato instancabilmente perché a nessuno mancasse il pane (cfr Mt 14,13-21). Grazie!

Come i medici, gli infermieri e il personale sanitario nelle trincee sanitarie, voi avete messo il vostro corpo nella trincea dei quartieri emarginati. Ho presenti molti, tra virgolette, “martiri” di questa solidarietà, dei quali ho saputo tramite voi. Il Signore ne terrà conto.

Se tutti quelli che per amore hanno lottato insieme contro la pandemia potessero anche sognare insieme un mondo nuovo, come sarebbe tutto diverso! Sognare insieme.

2. Beati

Voi siete, come vi ho detto nella lettera che vi ho inviato lo scorso anno, [2] un vero esercito invisibile; siete parte fondamentale di quella umanità che lotta per la vita di fronte a un sistema di morte. In questa dedizione vedo il Signore che si fa presente in mezzo a noi per donarci il suo Regno. Gesù, quando ci ha presentato il “protocollo” con il quale saremo giudicati – cfr Mt 25 –, ci ha detto che la salvezza consisteva nel prendersi cura degli affamati, dei malati, dei prigionieri, degli stranieri, insomma, nel riconoscere e servire Lui in tutta l’umanità sofferente. Perciò mi sento di dirvi: «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati» ( Mt 5,6); «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» ( Mt 5,9).

Vogliamo che questa beatitudine si estenda, permei e unga ogni angolo e ogni spazio dove la vita si vede minacciata. Ma ci succede, come popolo, come comunità, come famiglia e persino individualmente, di dover affrontare situazioni che ci paralizzano, dove l’orizzonte scompare e lo smarrimento, il timore, l’impotenza e l’ingiustizia sembrano impossessarsi del presente. Sperimentiamo anche resistenze ai cambiamenti di cui abbiamo bisogno e a cui aspiriamo, resistenze che sono profonde, radicate, che vanno al di là delle nostre forze e decisioni. È ciò che la Dottrina sociale della Chiesa ha chiamato “strutture di peccato”, che siamo chiamati anche noi a convertire e che non possiamo ignorare nel momento in cui pensiamo al modo di agire. Il cambiamento personale è necessario, ma è anche imprescindibile adeguare i nostri modelli socio-economici, affinché abbiano un volto umano, perché tanti modelli lo hanno perso. E, pensando a queste situazioni, divento insistente nel chiedere. E inizio a chiedere. A chiedere a tutti. E a tutti voglio chiedere in nome di Dio.

Ai grandi laboratori, che liberalizzino i brevetti. Compiano un gesto di umanità e permettano che ogni Paese, ogni popolo, ogni essere umano, abbia accesso al vaccino. Ci sono Paesi in cui solo il tre, il quattro per cento degli abitanti è stato vaccinato.

Voglio chiedere, in nome di Dio, ai gruppi finanziari e agli organismi internazionali di credito di permettere ai Paesi poveri di garantire i bisogni primari della loro gente e di condonare quei debiti tante volte contratti contro gli interessi di quegli stessi popoli.

Voglio chiedere, in nome di Dio, alle grandi compagnie estrattive – minerarie, petrolifere –, forestali, immobiliari, agroalimentari, di smettere di distruggere i boschi, le aree umide e le montagne, di smettere d’inquinare i fiumi e i mari, di smettere d’intossicare i popoli e gli alimenti.

Voglio chiedere, in nome di Dio, alle grandi compagnie alimentari di smettere d’imporre strutture monopolistiche di produzione e distribuzione che gonfiano i prezzi e finiscono col tenersi il pane dell’affamato.

Voglio chiedere, in nome di Dio, ai fabbricanti e ai trafficanti di armi di cessare totalmente la loro attività, che fomenta la violenza e la guerra, spesso nel quadro di giochi geopolitici il cui costo sono milioni di vite e di spostamenti.

Voglio chiedere, in nome di Dio, ai giganti della tecnologia di smettere di sfruttare la fragilità umana, le vulnerabilità delle persone, per ottenere guadagni, senza considerare come aumentano i discorsi di odio, il grooming [adescamento di minori in internet], le fake news [notizie false], le teorie cospirative, la manipolazione politica.

Voglio chiedere, in nome di Dio, ai giganti delle telecomunicazioni di liberalizzare l’accesso ai contenuti educativi e l’interscambio con i maestri attraverso internet, affinché i bambini poveri possano ricevere un’educazione in contesti di quarantena.

Voglio chiedere, in nome di Dio, ai mezzi di comunicazione di porre fine alla logica della post-verità, alla disinformazione, alla diffamazione, alla calunnia e a quell’attrazione malata per lo scandalo e il torbido; che cerchino di contribuire alla fraternità umana e all’empatia con le persone più ferite.

Voglio chiedere, in nome di Dio, ai Paesi potenti di cessare le aggressioni, i blocchi e le sanzioni unilaterali contro qualsiasi Paese in qualsiasi parte della terra. No al neocolonialismo. I conflitti si devono risolvere in istanze multilaterali come le Nazioni Unite. Abbiamo già visto come finiscono gli interventi, le invasioni e le occupazioni unilaterali, benché compiuti sotto i più nobili motivi o rivestimenti.

Questo sistema, con la sua logica implacabile del guadagno, sta sfuggendo a ogni controllo umano. È ora di frenare la locomotiva, una locomotiva fuori controllo che ci sta portando verso l’abisso. Siamo ancora in tempo.

Ai governi in generale, ai politici di tutti i partiti, voglio chiedere, insieme ai poveri della terra, di rappresentare i propri popoli e di lavorare per il bene comune. Voglio chiedere loro il coraggio di guardare ai propri popoli, di guardare negli occhi la gente, e il coraggio di sapere che il bene di un popolo è molto più di un consenso tra le parti (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 218). Si guardino dall’ascoltare soltanto le élite economiche tanto spesso portavoce di ideologie superficiali che eludono le vere questioni dell’umanità. Siano al servizio dei popoli che chiedono terra, casa, lavoro e una vita buona. Quel “buon vivere” aborigeno che non è la “dolce vita” o il “dolce far niente”, no. Quel buon vivere umano che ci mette in armonia con tutta l’umanità, con tutto il creato.

Voglio chiedere anche a noi tutti, leader religiosi, di non usare mai il nome di Dio per fomentare guerre o colpi di Stato. Stiamo accanto ai popoli, ai lavoratori, agli umili e lottiamo insieme a loro affinché lo sviluppo umano integrale sia una realtà. Gettiamo ponti di amore perché la voce della periferia, con il suo pianto, ma anche con il suo canto e la sua gioia, non provochi paura ma empatia nel resto della società.

E così sono insistente nel chiedere.

È necessario che insieme affrontiamo i discorsi populisti d’intolleranza, xenofobia, aporofobia – che è l’odio per i poveri –, come tutti quelli che ci portano all’indifferenza, alla meritocrazia e all’individualismo, queste narrative sono servite solo a dividere i nostri popoli e a minare e neutralizzare la nostra capacità poetica, la capacità di sognare insieme.

3. Sogniamo insieme!

Sorelle e fratelli, sogniamo insieme! E poiché chiedo questo con voi, insieme a voi, voglio anche trasmettervi alcune riflessioni sul futuro che dobbiamo costruire e sognare. Ho detto riflessioni, ma forse bisognerebbe dire sogni, perché in questo momento non bastano il cervello e le mani, abbiamo bisogno anche del cuore e dell’immaginazione: abbiamo bisogno di sognare per non tornare indietro. Abbiamo bisogno di utilizzare quella facoltà tanto eccelsa dell’essere umano che è l’immaginazione, quel luogo dove l’intelligenza, l’intuizione, l’esperienza, la memoria storica si incontrano per creare, comporre, avventurarsi e rischiare. Sogniamo insieme, perché sono stati proprio i sogni di libertà e di uguaglianza, di giustizia e di dignità, i sogni di fraternità a migliorare il mondo. E sono convinto che attraverso questi sogni passa il sogno di Dio per tutti noi, che siamo suoi figli.

Sogniamo insieme, sognate tra voi, sognate con altri. Sappiate che siete chiamati a partecipare ai grandi processi di cambiamento, come vi ho detto in Bolivia: «Il futuro dell’umanità è in gran parte nelle vostre mani, nella vostra capacità di organizzare, di promuovere alternative creative» (Discorso ai movimenti popolari, Santa Cruz de la Sierra, 9 luglio 2015). È nelle vostre mani.

“Ma queste sono cose irraggiungibili”, dirà qualcuno. Sì, ma hanno la capacità di metterci in movimento, di metterci in cammino. E proprio lì sta tutta la vostra forza, tutto il vostro valore. Perché siete capaci di andare al di là delle miopi autogiustificazioni e dei convenzionalismi umani che riescono solo a continuare a giustificare le cose così come stanno. Sognate! Sognate insieme. Non cadete in quella rassegnazione dura e perdente… Il Tango lo esprime bene: “Dai che va tutto bene! Che tanto è lo stesso. Laggiù all’inferno ci incontreremo!”. No, no, per favore, non cascateci. I sogni sono sempre pericolosi per quanti difendono lo status quo, perché mettono in discussione la paralisi che l’egoismo del forte e il conformismo del debole vogliono imporre. E qui c’è una sorta di patto non fatto ma che è inconscio: quello tra l’egoismo dei forti e il conformismo dei deboli. Ma non può funzionare così. I sogni trascendono gli angusti limiti che ci vengono imposti e ci propongono nuovi mondi possibili. E non sto parlando di fantasticherie basse che confondono il vivere bene con il divertirsi, che non è altro che passare il tempo per riempire il vuoto di senso e così restare alla mercé della prima ideologia di turno. No, non è questo, ma sognare per quel buon vivere in armonia con tutta l’umanità e con il creato.

Ma qual è uno dei pericoli più grandi che dobbiamo affrontare oggi? Durante la mia vita – non ho quindici anni, una certa esperienza ce l’ho – ho potuto rendermi conto che da una crisi non si esce mai uguali. Da questa crisi della pandemia non usciremo uguali: o ne usciremo migliori o ne usciremo peggiori, come prima no. Non ne usciremo mai uguali. E oggi dobbiamo affrontare insieme, sempre insieme, questa domanda: “Come usciremo da questa crisi? Migliori o peggiori? Certamente vogliamo uscirne migliori, ma per questo dobbiamo rompere i legacci di ciò che è facile e dell’accettazione passiva del “non c’è alternativa”, del “questo è l’unico sistema possibile”, quella rassegnazione che ci annienta, che ci porta a rifugiarci solo nel “si salvi chi può”. E per questo bisogna sognare. Mi preoccupa il fatto che, mentre siamo ancora paralizzati, ci sono già progetti avviati per riarmare la stessa struttura socioeconomica che avevamo prima, perché è più facile. Scegliamo il cammino difficile, usciamone migliori.

In Fratelli tutti ho utilizzato la parabola del Buon Samaritano come la rappresentazione più chiara di questa scelta impegnata nel Vangelo. Mi diceva un amico che la figura del Buon Samaritano viene associata da una certa industria culturale a un personaggio mezzo tonto. È la distorsione che provoca l’edonismo depressivo con cui s’intende neutralizzare la forza trasformatrice dei popoli, e specialmente della gioventù.

Sapete che cosa mi viene in mente adesso, insieme ai movimenti popolari, quando penso al Buon Samaritano? Sapete che cosa mi viene in mente? Le proteste per la morte di George Floyd. È chiaro che questo tipo di reazione contro l’ingiustizia sociale, razziale o maschilista può essere manipolato o strumentalizzato da macchinazioni politiche o cose del genere; ma l’essenziale è che lì, in quella manifestazione contro quella morte, c’era il “samaritano collettivo” (che non era per niente scemo!). Quel movimento non passò oltre, quando vide la ferita della dignità umana colpita da un simile abuso di potere. I movimenti popolari sono, oltre che poeti sociali, “samaritani collettivi.

In questi processi ci sono così tanti giovani che io sento speranza…; ma ci sono molti altri giovani che sono tristi, che forse per sentire qualcosa in questo mondo hanno bisogno di ricorrere alle consolazioni a buon mercato che offre il sistema consumistico e narcotizzante. E altri – è triste – altri scelgono proprio di uscire dal sistema. Le statistiche di suicidi giovanili non vengono pubblicate nella loro totale realtà. Quello che voi fate è molto importante, ma è anche importante che riusciate a contagiare le generazioni presenti e future con ciò che fa ardere il vostro cuore. In questo avete un duplice lavoro o responsabilità. Restare attenti, come il Buon Samaritano, a tutti quelli che sono feriti lungo la strada ma, al tempo stesso, far sì che molti di più si uniscano in questo atteggiamento: i poveri e gli oppressi della terra lo meritano, la nostra casa comune ce lo chiede.

Voglio offrire alcune piste. La Dottrina sociale della Chiesa non contiene tutte le risposte, ma ha alcuni principi che possono aiutare questo cammino a concretizzare le risposte e aiutare sia i cristiani sia i non cristiani. A volte mi sorprende che ogni volta che parlo di questi principi alcuni si meravigliano e allora il Papa viene catalogato con una serie di epiteti che si utilizzano per ridurre qualsiasi riflessione alla mera aggettivazione screditante. Non mi fa arrabbiare, mi rattrista. Fa parte della trama della post-verità che cerca di annullare qualsiasi ricerca umanistica alternativa alla globalizzazione capitalista; fa parte della cultura dello scarto e fa parte del paradigma tecnocratico.

I principi che espongo sono misurati, umani, cristiani, compilati nel Compendio elaborato dall’allora Pontificio Consiglio “Giustizia e Pace” [3]. È un piccolo manuale della Dottrina sociale della Chiesa. E a volte, quando i Papi, sia io, sia Benedetto, o Giovanni Paolo II, diciamo qualcosa, c’è gente che si meraviglia: “Da dove ha preso questo?”. È la dottrina tradizionale della Chiesa. C’è molta ignoranza in questo. I principi che espongo stanno in quel libro, al capitolo quarto. Voglio chiarire una cosa: sono inseriti in questo Compendio e questo Compendio è stato voluto da san Giovanni Paolo II. Raccomando a voi, e a tutti i leader sociali, sindacali, religiosi, politici e imprenditoriali di leggerlo.

Nel capitolo quarto di questo documento troviamo principi come l’opzione preferenziale per i poveri, la destinazione universale dei beni, la solidarietà, la sussidiarietà, la partecipazione, il bene comune, che sono mediazioni concrete per attuare a livello sociale e culturale la Buona Novella del Vangelo. E mi rattrista quando alcuni fratelli della Chiesa s’infastidiscono se ricordiamo questi orientamenti che appartengono a tutta la tradizione della Chiesa. Ma il Papa non può non ricordare questa dottrina anche se molto spesso dà fastidio alla gente, perché a essere in gioco non è il Papa ma il Vangelo.

E in questo contesto, vorrei riprendere brevemente alcuni principi sui quali contiamo per portare avanti la nostra missione. Ne menzionerò due o tre, non di più. Uno è il principio di solidarietà. La solidarietà non solo come virtù morale ma come principio sociale, principio che cerca di affrontare i sistemi ingiusti allo scopo di costruire una cultura della solidarietà che esprima – dice letteralmente il Compendio – «la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune» (n. 193).

Un altro principio è quello di stimolare e promuovere la partecipazione e la sussidiarietà tra i movimenti e tra i popoli, capace di limitare qualsiasi schema autoritario, qualsiasi collettivismo forzato o qualsiasi schema stato-centrico. Non si può utilizzare il bene comune come scusa per schiacciare l’iniziativa privata, l’identità locale o i progetti comunitari. Pertanto, questi principi promuovono un’economia e una politica che riconoscano il ruolo dei movimenti popolari, «della famiglia, dei gruppi, delle associazioni, delle realtà territoriali locali, in breve, di quelle espressioni aggregative di tipo economico, sociale, culturale, sportivo, ricreativo, professionale, politico, alle quali le persone danno spontaneamente vita e che rendono loro possibile una effettiva crescita sociale». Questo nel numero 185 del Compendio.

Come vedete, cari fratelli, care sorelle, sono principi equilibrati e ben stabiliti nella Dottrina sociale della Chiesa. Con questi due principi credo che possiamo compiere il prossimo passo dal sogno all’azione. Perché è tempo di agire.

4. Tempo di agire

Spesso mi dicono: “Padre, siamo d’accordo, ma in concreto, che dobbiamo fare?”. Io non ho la risposta, perciò dobbiamo sognare insieme e trovarla insieme. Tuttavia, ci sono misure concrete che forse possono permettere qualche cambiamento significativo. Sono misure che si trovano nei vostri documenti, nei vostri interventi, e di cui ho tenuto molto conto, sulle quali ho meditato e ho consultato esperti. In incontri passati abbiamo parlato dell’integrazione urbana, dell’agricoltura familiare, dell’economia popolare. A queste, che ancora richiedono di continuare a lavorare insieme per concretizzarle, mi piacerebbe aggiungerne altre due: il salario universale e la riduzione della giornata lavorativa.

Un reddito minino (l’RMU) o salario universale, affinché ogni persona in questo mondo possa accedere ai beni più elementari della vita. È giusto lottare per una distribuzione umana di queste risorse. Ed è compito dei Governi stabilire schemi fiscali e redistributivi affinché la ricchezza di una parte sia condivisa con equità, senza che questo presupponga un peso insopportabile, soprattutto per la classe media – generalmente, quando ci sono questi conflitti, è quella che soffre di più –. Non dimentichiamo che le grandi fortune di oggi sono frutto del lavoro, della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnica di migliaia di uomini e donne nel corso di generazioni.

La riduzione della giornata lavorativa è un’altra possibilità. Il reddito minimo è una possibilità, l’altra è la riduzione della giornata lavorativa. E occorre analizzarla seriamente. Nel XIX secolo gli operai lavoravano dodici, quattordici, sedici ore al giorno. Quando conquistarono la giornata di otto ore non collassò nulla, come invece alcuni settori avevano previsto. Allora – insisto – lavorare meno affinché più gente abbia accesso al mercato del lavoro è un aspetto che dobbiamo esplorare con una certa urgenza. Non ci possono essere tante persone che soffrono per l’eccesso di lavoro e tante altre che soffrono per la mancanza di lavoro.

Ritengo che siano misure necessarie, ma naturalmente non sufficienti. Non risolvono il problema di fondo, e non garantiscono neppure l’accesso alla terra, alla casa e al lavoro nella quantità e qualità che i contadini senza terra, le famiglie senza una casa sicura e i lavoratori precari meritano. Non risolveranno nemmeno le enormi sfide ambientali che abbiamo davanti. Ma ho voluto menzionarle perché sono misure possibili e segnerebbero un positivo cambiamento di direzione.

È bene sapere che in questo non siamo soli. Le Nazioni Unite hanno cercato di stabilire alcune mete attraverso i cosiddetti Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS), ma purtroppo non conosciute dai nostri popoli e dalle periferie; e questo ci ricorda l’importanza di condividere e di coinvolgere tutti in questa ricerca comune.

Sorelle e fratelli, sono convinto che il mondo si veda più chiaramente dalle periferie. Bisogna ascoltare le periferie, aprire loro le porte e permettere loro di partecipare. La sofferenza del mondo si capisce meglio insieme a quelli che soffrono. Nella mia esperienza, quando le persone, uomini e donne, che hanno subito nella propria carne l’ingiustizia, la disuguaglianza, l’abuso di potere, le privazioni, la xenofobia, nella mia esperienza vedo che capiscono meglio ciò che vivono gli altri e sono capaci di aiutarli ad aprire, realisticamente, strade di speranza. Quanto è importante che la vostra voce sia ascoltata, rappresentata in tutti i luoghi in cui si prendono decisioni! Offrirla come collaborazione, offrirla come una certezza morale di ciò che si deve fare. Sforzatevi di far sentire la vostra voce, e anche in quei luoghi, per favore, non lasciatevi incasellare e non lasciatevi corrompere. Due parole che hanno un significato molto grande, del quale non parlerò ora.

Riaffermiamo l’impegno che abbiamo preso in Bolivia: mettere l’economia al servizio dei popoli per costruire una pace duratura fondata sulla giustizia sociale e sulla cura della Casa comune. Continuate a portare avanti la vostra agenda di terra, casa e lavoro. Continuate a sognare insieme. E grazie, grazie sul serio, perché mi lasciate sognare con voi.

Chiediamo a Dio di effondere la sua benedizione sui nostri sogni. Non perdiamo le speranze. Ricordiamo la promessa che Gesù ha fatto ai suoi discepoli: “Sarò sempre con voi” (cfr Mt 28,20); e ricordandola, in questo momento della mia vita, voglio dirvi che anche io sarò con voi. L’importante è che siate consapevoli che Lui è con voi. Grazie!

___________________

[1] “Il virus della fame si moltiplica”, rapporto dell’Oxfam del 9 luglio 2021, in base al Global Report on Food Crises (GRFC) del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite.

[2] Lettera ai movimenti popolari, 12 aprile 2020.

[3] Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 2004.