martedì 11 maggio 2021

Documanità. Filosofia del mondo nuovo

dalla pagina https://www.goodreads.com/book/show/57746121-documanit-filosofia-del-mondo-nuovo

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Il web è il più grande apparato di registrazione che l’umanità abbia sinora sviluppato, e questo spiega l’importanza dei cambiamenti che ha prodotto. Basti pensare che sebbene più di un essere umano su due non possieda ancora un cellulare, il numero di dispositivi connessi è pari a 23 miliardi: più di tre volte la popolazione mondiale.

Questa connessione, ogni giorno, produce un numero di oggetti socialmente rilevanti maggiore di quanto non ne producano tutte le fabbriche del mondo: una mole immane di atti, contatti, transazioni e tracce codificati in 2,5 quintilioni di byte. Il numero di segni disponibile per la manipolazione e la combinazione diviene incommensurabilmente più elevato che in qualunque cultura precedente, e questo cambia tutto. Ecco perché comprendere la vera natura del web è il primo passo verso la comprensione della rivoluzione in corso, che genera un nuovo mondo, un nuovo capitale, una nuova umanità: anzi una documanità. 

Alla radicale revisione e alla costruzione concettuale dei nostri modi di guardare alla tecnica, all’umanità, al capitale è dedicato il nuovo e definitivo libro di Maurizio Ferraris, uno dei più influenti e originali filosofi contemporanei.

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dalla pagina https://ilmanifesto.it/ferraris-noi-prestatori-dopera-a-nostra-insaputa/

Ferraris, noi prestatori d'opera a nostra insaputa

Welfare digitale. Né padroni della natura, come un virus ci dimostra, né schiavi della tecnica: l’ultimo saggio di Maurizio Ferraris ci invita a riformulare il rapporto tra capitale e lavoro: «Documanità», Laterza


A dispetto della scrittura a tratti scanzonata, l’ultimo saggio di Maurizio Ferraris, Documanità Filosofia del mondo nuovo (Laterza, pp. 440, € 24,00) è un’opera ponderosa che già nell’impianto rivela la sua spiccata vocazione sistematica. I quattro libri che lo compongono poggiano su una sequenza - registrazioneiterazionealterazioneinterruzione -riprodotta su varie scale di grandezza: ciascun libro è a sua volta suddiviso in quattro capitoli, e ciascun capitolo si articola in quattro paragrafi da leggere in successione oppure in serie, a zigzag, a ritroso o in ordine sparso, secondo le minuziose istruzioni per l’uso (con annessi schemi grafici) fornite dall’autore nelle pagine introduttive. Una sorta di tetragramma da permutare e combinare come i nomi dell’Eterno.

Qual è la base di tutte le cose? È l’isteresi, dice Ferraris, mutuando dalla fisica il termine per comprimervi le sue ricerche di una vita: la possibilità di tener traccia degli eventi, così come una pallina schiacciata mantiene per qualche secondo l’impronta delle dita. La permanenza del passato nel presente modella il mondo fin dalle origini, visto che anche l’universo è l’effetto che sopravvive alla causa che chiamiamo Big Bang. La sequenza è grosso modo questa.

Fantasie regressive
Uno: gli eventi lasciano strascichi materiali sotto forma di radiazioni cosmiche, colate laviche, catene montuose, stringhe di Dna, impronte, sbadigli e altri segni naturali. Ma anche amigdale scheggiate, incisioni rupestri, alfabeti, biblioteche, album fotografici, e tutti i documenti con cui tecnologie sempre più avanzate registrano gli effetti dell’agire umano. Due: le tracce si aggregano in sintagmi che si prestano alla ripetizione. Tre: a forza di reiterare si generano alterazioni, errori di copiatura, combinazioni inedite da cui emergono nuovi oggetti e invenzioni fortuite. Quattro: il processo si chiude con l’interruzione ultima che dà valore al tutto. Consapevoli della propria mortalità, gli umani si sforzano di attribuire senso – direzione e significato – alle sequenze che generano, opponendole tra loro, codificandole e motivandole come se rispondessero a fini che esulano dalle urgenze immediate del metabolismo.

Perché preoccuparsi dell’isteresi, a parte l’intrinseco fascino della teoria? «Tu abiti a Brooklyn e Brooklyn non si sta espandendo!» diceva la madre di Alvy in Io e Annie al figlio depresso. La cosmogonie sono robe da nerd alienati? Niente affatto, risponde Ferraris. Se non si formula una teoria del tutto si finisce per adottarne implicitamente una, magari sbagliata, come quella secondo cui l’uomo nascerebbe libero e si corromperebbe cammin facendo. Nulla di più fuorviante di questa fantasia regressiva recentemente tornata in auge nel discorso pubblico: non solo lo stato di natura è una finzione a cui non credeva neppure Rousseau, ma quelle che vengono descritte come le principali cause dei nostri mali attuali – Tecnologia, Capitale, Automazione e Consumo – sono i tratti costitutivi dell’ominazione (riconducibili in ultima istanza alla fortunata combinazione tra pollice opponibile e postura eretta: questa, però, è un’altra storia).

Siamo animali disadattati che necessitano di supplementi tecnici, i quali dischiudono nuove possibilità di azione, generando ulteriori bisogni che richiedono altri strumenti e così via. La tecnologia è capitalizzazione delle risorse finalizzate al consumo differito, secondo la cadenza quaternaria di cui sopra. Poiché non muoiono, gli strumenti non hanno obiettivi autonomi (dunque non comandano un bel niente), ma si limitano a soddisfare i nostri bisogni. Le macchine incorporano il lavoro morto, sollevandoci da gran parte della fatica fisica e mentale necessarie per vivere, posto che anche molte delle nostre prestazioni intellettuali fanno capo ad algoritmi che possono essere tranquillamente applicati senza venire compresi.

Problema: che ne sarà di noi quando la produzione graverà quasi esclusivamente sulle macchine e sui pochi umani incaricati di farle funzionare? Non è un quesito ozioso, alla luce della rivoluzione digitale in corso e delle sue ripercussioni sociali, a cominciare dalla rarefazione del lavoro. Secondo Ferraris non è il caso, tuttavia, di disperare o di ritenerci vittime di potenze maligne. Al contrario: «la nostra è l’epoca più vicina al comunismo realizzato di ogni precedente età del mondo». Non è un paradosso. Ferraris si dichiara sinceramente ottimista riguardo ai progressi della «documanità», l’umanità iperconnessa che deve solo imparare a padroneggiare lo strumento di cui, chissà perché, si crede serva. A tale scopo, deve innanzitutto capire qual è il proprio della rete, anziché farsi abbagliare dai «mille nomi di Visnù» – panopticon, deep web, fake news, eccetera – che ne oscurano l’attributo essenziale.

Prima di ogni altra cosa, il web è il più grande apparato di registrazione mai esistito. Non si limita a capitalizzare le tracce lasciate deliberatamente da utenti desiderosi di comunicare o fare bella mostra di sé, perché quella che chiamiamo infosfera non è che la punta emergente di una ben più sconfinata docusfera. Immenso archivio di dati e metadati che a nostra insaputa regaliamo ai gestori delle piattaforme ogni volta che prendiamo in mano un device, la docusfera trivella le nostre vite e ne estrae, più che le nostre idee (di cui non importa granché a nessuno), flussi ininterrotti di dati; dati di er sé insignificanti che gli algoritmi di profilazione trasformano in documenti di inestimabile valore.

Lo scambio è oggettivamente asimmetrico. A noi poche informazioni in chiaro, spesso inaffidabili e menzognere, più qualche marginale vantaggio pratico e ludico. A loro fantastilioni di documenti reali, perlopiù attendibilissimi in quanto generati e ceduti senza la minima cognizione di causa. Certo, fuori dal web quei documenti non valgono niente, anzi non esistono proprio: provate a pagare un caffè con i vostri dati biometrici, scherza Ferraris. Eppure l’immenso traffico in rete fa tutta la differenza e genera un’economia digitale ben più cospicua di quella industriale. È questa l’alterazione rilevante, il salto creativo, la quantità che diventa qualità: la capitalizzazione della biosfera per mezzo della docusfera.

Dal consumo al valore
Se l’isteresi in rete produce valore, allora ogni utente è un prestatore d’opera a sua insaputa. Purché indossi uno smartwatch, qualsiasi Homer Simpson steso sull’amaca sta contribuendo all’economia mondiale, molto più di quanto non faccia quando combina pasticci sul posto di lavoro. Ma allora non si vede perché i gestori delle piattaforme debbano essere gli unici beneficiari della sua mobilitazione.

Ribaltiamo dunque i termini. Se lavoro è tutto ciò che produce valore, perché non ammettere che anche il consumo in rete lo è, e come tale andrebbe remunerato con un webfare ricavato dai profitti delle piattaforme? Un sistema redistributivo su scala sovranazionale che, se ben gestito, oltre a sostenere gli esclusi e gli oppressi potrebbe dirottare enormi risorse nell’educazione, la più sofisticata tra le tecnologie, quella che permette di «produrre un’umanità che non si senta sottomessa o spaesata nel mondo che essa stessa ha creato». Inutile rimpiangere i lavori perduti, al di là del fatto che erano perlopiù abbrutenti, perché nessuno ce li ridarà più. Lasciamo homo faber nel capanno degli attrezzi»; in fondo non è stato che una contingenza nella storia dell’ominazione. Come i cacciatori-raccoglitori del Paleolitico e i cittadini dell’antica Atene (che al posto delle macchine avevano gli schiavi), in un futuro prossimo ci impegneremo solo nei mestieri non automatizzabili legati alla cura, all’educazione, alla politica, all’invenzione e allo sport, mentre dedicheremo il resto del tempo ai consumi materiali e culturali.

Realistiche profezie?
Non si diceva una volta che il lavoro nobilita l’uomo e che l’ozio è il padre dei vizi? Non secondo Ferraris, che semmai pregusta i dibattiti istruiti destinati a animare le nuove agorà. A condizione, beninteso, che per quanto esonerata da ogni processo produttivo l’umanità del futuro sia più interessata a discutere su come far fruttare il proprio capitale algoritmico che a fruirne in modo beatamente passivo. È una previsione realistica? Chi si farebbe carico di realizzare la profezia? Chissà se quello proposto da Documanità è lo scenario più desiderabile o attuabile di una governance alternativa, nell’era digitale. A Ferraris va riconosciuto il merito di avere messo definitivamente a fuoco i termini della questione.


lunedì 10 maggio 2021

Lavorare gratis, lavorare tutti: Perché il futuro è dei disoccupati

dalla pagina https://www.goodreads.com/book/show/57819410-lavorare-gratis-lavorare-tutti

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Ormai non esiste famiglia dove non ci sia un figlio, un parente o un amico che non sia disoccupato. Se ne parla come di un appestato, abbassando la voce per non farsi sentire dagli estranei, e comunque sospettando che, sotto sotto, si tratti di un fannullone o di uno scapestrato. Con la disoccupazione giovanile stabile oltre il 40 per cento, l'Italia è oggi un Paese con milioni di questi fannulloni e scapestrati.

Tutte le soluzioni sperimentate finora, compresi i voucher e il jobs act, celano l'intento di ampliare a dismisura un esercito di riserva professionalizzato e docile, disponibile a entrare e uscire dal mondo del lavoro secondo le fluttuazioni capricciose del mercato. Invece bisognerebbe avere il coraggio di affrontare il problema in tutta la sua gravità: la disoccupazione non solo non diminuirà, ma è destinata a crescere. Basta guardarsi intorno: ieri le macchine sostituivano l'uomo alla catena di montaggio, domani software sempre più sofisticati lavoreranno al posto di medici, dirigenti e notai. Insomma, il progresso tecnologico ci procurerà sempre più beni e servizi senza impiegare lavoro umano. E la soluzione non è ostacolarne la marcia trionfale, ma trovare criteri radicalmente nuovi per ridistribuire in modo equo la ricchezza.

Per questo i disoccupati e tutti coloro che temono di poterlo diventare, se vogliono salvarsi, devono adottare una precisa strategia di riscatto. Perché pretendere un comportamento e un'etica ritagliati sul lavoro quando il lavoro viene negato? Perché non trasformare i disoccupati in un'avanguardia di quel mondo libero dal lavoro e sperimentare le occasioni preziose offerte da quella libertà? Ciò che oggi si prospetta non è conquistare, lottando con le unghie e con i denti, un posto di ultima fila nel mercato del lavoro industriale, ma sedere nella cabina di regia della società postindustriale. La soluzione è un nuovo modello di sviluppo e di convivenza, che possa condurci verso approdi sempre meno infelici.

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leggi anche: 

"Signorili si nasce". Luca Ricolfi racconta l’Italia


venerdì 7 maggio 2021

«L’egoismo alla fine travolgerà anche i paesi ricchi dell’Occidente»

dalla pagina https://ilmanifesto.it/legoismo-alla-fine-ammazzera-anche-i-paesi-ricchi-delloccidente/

Intervista a padre Alex Zanotelli. «Gli stati che hanno tra il 10 e il 14% della popolazione si sono assicurati il 53% delle dosi di vaccino. Quello che conta non è la salute ma il profitto»

Operatori sanitari in Africa © LaPresse


Dal 1965 al 2001 padre Alex Zanotelli ha partecipato a missioni in Africa (in Sudan, in Kenya), testimone dell’effetto che hanno le epidemie nel Sud del mondo: «L’egoismo alla fine ammazzerà anche noi» commenta a proposito dei vaccini anti Covid-19.

Le diseguaglianze così forti nella distribuzione che effetto producono?
I paesi ricchi, dal 10 al 14% della popolazione, si sono assicurati il 53% delle dosi, quello che conta non è la salute pubblica ma il profitto. L’India e il Sudafrica hanno proposto di togliere i brevetti, l’apertura di Biden sul tema può essere che dipenda da motivi di geopolitica ma resta il fatto che è un cattolico, può darsi che la dottrina sociale della Chiesa abbia avuto un peso, che sia presente come idea anche se non dichiarata in modo esplicito. La cosa che sorprende è che sembra più deciso di Obama: forse ha imparato, proprio quando era il vice di Obama, che tergiversare non porta a nulla.

Cosa ci dice la dottrina sociale della Chiesa?
Uso le parole di papa Francesco in Fratelli tutti: «La tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata. Il principio dell’uso comune dei beni creati per tutti è il primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale. Il diritto alla proprietà privata si può considerare solo come un diritto naturale secondario».

Le case farmaceutiche non sembrano disposte a cedere il loro vantaggio competitivo sui vaccini.
La pandemia tocca tutti, siamo stupidi se pensiamo di salvarci facendo morire gli altri. Il virus si incattivisce e torna a noi, sempre più pericoloso, attraverso le varianti. La salute è un bene comune, i vaccini sono stati sviluppati con i finanziamenti pubblici, è giusto distribuirli equamente. La funzione dello stato è proprio questa, intervenire con la sua autorità per chiedere un’equa distribuzione di beni sviluppati con la fiscalità generale. Big pharma vuole fare profitti ma in una situazione come questa lo stato ha l’obbligo di porre un argine. Purtroppo stiamo verificando ancora una volta che invece comanda la finanza, comandano le multinazionali. Il Sud deve avere la possibilità di produrre i vaccini di cui ha bisogno anche attraverso il trasferimento delle conoscenze.

Un’epidemia così violenta che effetto ha dall’altro lato del Mediterraneo?
Da anni assistiamo indifferenti all’apartheid sanitario, che è molto più devastante di quello economico. Ero in Africa quando è esploso l’Aids, le medicine c’erano ma solo per i ricchi, ho visto morire davanti ai miei occhi ragazzini di 13, 14, 16 anni. Semplicemente all’Occidente non interessa. Mai sviluppato un vaccino per la malaria nonostante i danni che produce, forse solo ora ci stiamo arrivando. Una malattia terribile come la lebbra ha ripreso a colpire perché si è prodotta la resistenza ai farmaci e non si investe nella ricerca di nuovi rimedi. Neppure i vaccini anti Covid mandiamo. È lo scandalo di un sistema di morte che permette al 10% del mondo di ingoiare il 90% dei beni. Avviene a tutti i livelli. L’Occidente vive su quanto sottrae al Sud del mondo e poi si volta dall’altra parte di fronte alle morti per Covid, per miseria, per guerra.


giovedì 6 maggio 2021

Nel PNRR di Draghi manca il coraggio di cambiare

dalla pagina Nel PNRR di Draghi manca il coraggio di cambiare (valori.it)

Nel Piano di ripresa e resilienza (PNRR) “competizione”, “concorrenza” e “impresa” ricorrono 257 volte: il doppio di “lavoro”. “Diseguaglianze” 7 volte. Chi vuol intendere, intenda

Nel PNRR di Mario Draghi mancano gli interventi per un vero cambiamento, anche in ambito ambientale
© NirutiStock/iStockPhoto

Giulio Marcon

Incominciamo dalle parole. Nel PNRR di Draghi la parola “concorrenza” compare 42 volte, “competizione” 79, mentre “diseguaglianze” 7 e “diritti” 18. E già questo ci dice qualcosa. Se mettiamo insieme “competizione”, “concorrenza” e “impresa” (257), hanno più del doppio di citazioni (378) di quelle del “lavoro” (179). Che pure sta sulla bocca di tutti come la cosa più importante. Ora, non si tratta di mettersi a fare il campionato delle citazioni, ma l’enfasi sulle parole ha sempre qualcosa a che fare con il senso di un discorso, il suo indirizzo, le finalità cui soggiace. Il lessico ha la sua importanza. Così, nel piano di Draghi, le diseguaglianze scolorano nelle pari opportunità, i diritti  nell’accessibilità ai servizi mentre la ricerca scientifica acquista la sua importanza se va verso l’impresa (e non per esempio verso il benessere dei cittadini). 

Alcune riforme importanti, nessuna per un vero cambiamento sociale

L’impianto del PNRR di Draghi è sostanzialmente tecnocratico e liberista, pur contenendo diverse cose importanti: le misure per la transizione ecologica, quelle per la medicina territoriale, per l’inclusione sociale e la scuola e altro ancora. Ci sono alcune riforme previste (nel segno della sacrosanta efficienza del sistema), ma non quelle che potrebbero dare il senso di un cambiamento sociale e più giusto del Paese: la riforma del fisco (che sta nel calderone generico delle “varie ed eventuali”), del mercato del lavoro (invertendo la rotta del precariato verso i diritti), della sanità pubblica ricostruendo le basi del Servizio sanitario nazionale, dell’introduzione dei “Livelli essenziali di assistenza”, già previsti da 20 anni e mai realizzati. Non c’è il coraggio di dire qualche parola in più sulla prospettiva e gli strumenti dell’intervento pubblico in economia. Nel piano manca la politica industriale (altra riforma che non c’è): non sono evidenziate le sedi, gli strumenti, i poteri di indirizzo, di stimolo e di monitoraggio delle scelte per il nostro sistema produttivo.

Soldi alle imprese, non al lavoro. Diseguaglianze assenti

Le imprese continuano ad essere le più importanti beneficiarie dei fondi pubblici (come è stato nel 2020 con i vari decreti d’emergenza): quasi 50 miliardi di euro del piano, mentre alle politiche per il lavoro vanno solo 6,6 miliardi.

Di diseguaglianze non si parla e, soprattutto, manca una strategia su come affrontarle: il discorso è sempre lo stesso, con la crescita si risolverà tutto. Ricetta falsa: non è così e non è stato così in questi anni. Sulle diseguaglianze sanitarie si dice poco o niente su come affrontarle (non si affronta il tema della divaricazione dei sistemi sanitari regionali) e così quasi nulla (briciole) sul digital divide che incombe su gran parte del Paese.

I dubbi sui temi ambientali nel PNRR

Per l’ambiente le cose potrebbero andare meglio, certamente. Anche se le associazioni ambientaliste hanno espresso già le loro critiche. Ma ci si consenta qualche dubbio sul rapporto costi-benefici di un provvedimento, come quello del bonus 110%, su cui anche l’UpB (l’Ufficio parlamentare di bilancio) ha sollevato qualche dubbio. Un provvedimento (che implica tante risorse), di cui non usufruiscono né i poveri né i ceti medio-bassi e il cui effetto sull’abbattimento delle emissioni è molto sovrastimato. Mentre lo spazio per incentivi fiscali sull’ecoefficienza è molto più ampio e molto più diffuso.

Scompaiono quasi del tutto gli incentivi per la rigenerazione energetica degli edifici pubblici e rimangono solo quelli per i privati. Tutta questa enfasi per l’investimento sull’idrogeno (più di 3 miliardi) suscita qualche interrogativo, anche perchè è un vettore energetico, più che una rinnovabile. E, soprattutto, un interrogativo: se tra le varie disposizioni non si nasconda anche l’aiuto dello sviluppo dell’idrogeno blu (cioè dal gas), su cui sta puntando l’ENI.

Inoltre, non ci sono impegni per il superamento dei Sussidi ambientalmente dannosi (SAD) di cui usufruiscono in gran parte le imprese. Ulteriori semplificazioni vengono previste per la procedura VIA (Valutazione d’Impatto Ambientale) e codice appalti: più che meno burocrazia questo significa più deregulation. Qualcosa di cui sarà felice il ministro Cingolani, ex responsabile dell’innovazione per Leonardo: aumentano enormente i fondi (quasi un miliardo di euro) per le infrastrutture satellitari. Ne sarà contento l’ad dell’azienda Profumo.

Questione di governance: chi monitora il PNRR?

Molti dubbi anche sulla governance (sulla cabina di regia si rimanda ad un successivo provvedimento) e sul monitoraggio previsto per il piano. A tale riguardo colpisce che tutto si riduca -per il monitoraggio- all’uso di software più o meno sofisticati per valutare lo stato di avanzamento e la rispondenza agli obiettivi fissati. Prevale, in questa deriva tecnocratica, il modello McKinsey con matrici, indicatori, ecc. E scompare completamente la dinamica della componente sociale, partecipativa e democratica della valutazione delle scelte fatte. D’altra parte è la stessa impostazione che si è seguita anche nella fase preparatoria del piano. 

Si doveva fare diversamente. Un piano con molte cose utili (ma anche diverse sbagliate) in una cornice liberista, sempre la stessa, sbagliata e fallimentare. Senza il coraggio di affrontare i nodi di una economia diversa fondata sul cambiamento radicale del modello di sviluppo che ci sta portando alla rovina. Senza mai metterlo in discussione: nemmeno nel piano di Draghi.

Questo articolo è stato pubblicato da Sbilanciamoci


domenica 2 maggio 2021

6 maggio, "Il voto nel portafoglio, consum-attori quotidiani"

Care amiche e Cari amici, 

Vi faccio un invito caloroso per partecipare alla videoconferenza di giovedì 6 maggio alle ore 20.30 sul tema "Il voto nel portafoglio, consum-attori quotidiani" con il relatore Francesco Gesualdi del Centro Nuovo Modello di Sviluppo; ci sarà anche la presentazione della nuova edizione della Miniguida al consumo critico

Vi aspetto sulla piattaforma google meet

Adriano Sella

Associazione Gocce di Giustizia

meet.google.com/ygx-yhqu-umv


primolunedìdelmese: Turchia, Libia e Italia, la penisola nella corrente

dalla pagina https://ans21.org/semina-e-raccolto/primolunedidelmese

primolunedìdelmese
Anno XXIV - Incontro n. 182 / 10° virtuale
 
lunedì 3 maggio 2021 ore 20:30

diretta > Facebook  e > YouTube


Ne parliamo con

Federico Donelli

Ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Genova dove insegna History and Politics of the Middle East, e docente di International Politics presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Le sue ricerche riguardano la sicurezza e la politica del Medio Oriente e dell’Africa orientale con una particolare attenzione alla Turchia. Tra le sue pubblicazioni Le due sponde del Mar Rosso: la politica estera degli attori mediorientali nel Corno d’Africa (Mondadori Università, 2019), Sovranismo islamico. Erdogan e il ritorno della Grande Turchia (Luiss University Press, 2019), Turkey in Africa. Turkey's Strategic Involvement in Sub-Saharan Africa (London-New York: IB Tauris, 2021).

Nello Scavo

Giornalista, inviato speciale di Avvenire, ha raccontato dal vivo il dramma dei migranti e denunciato il traffico di esseri umani nel Mediterraneo; si è occupato di molte "zone calde“ del mondo, dai Balcani al Medio Oriente, dal Corno d'Africa al Maghreb. Tra i suoi  libri, La lista di Bergoglio (EMI, 2014, tradotto in 16 lingue e distribuito in 60 Paesi). Per il suo lavoro, ha ricevuto numerosi riconoscimenti, ma anche minacce e attacchi, al punto da dover essere posto sotto protezione.

 

Il pldm è promosso anche da: ANPI, CGIL, CISL, GIT Banca Etica, Vicenza; Progetto Sulla Soglia (Rete Famiglie Aperte, Cooperativa Sociale Tangram, Cooperativa Sociale Insieme).

infoprimolunedidelmese@ans21.org


sabato 24 aprile 2021

Lavoro da inventare e reinventare: l'incontro online proposto dalla Pastorale Sociale e del Lavoro per celebrare il 1° maggio

Da molti anni la ricorrenza del primo maggio è una buona occasione per mettere al centro il tema del lavoro a tutti i livelli, anche ecclesiale. Dopo un anno di emergenza sanitaria causata dal Covid, il lavoro è diventato uno dei temi centrali per tutta la nostra vita sociale: lavoro che manca, lavoro “chiuso” a causa della pandemia, lavoro da inventare e re-inventare.

Per non rinunciare all’appuntamento diocesano, che ci faceva trovare assieme per pregare e per guardare la vita alla luce della fede, quest’anno la Commissione diocesana di Pastorale Sociale e del Lavoro, Giustizia e Pace, Salvaguardia del Creato organizza un incontro di preghiera e riflessione sul lavoro online, trasmesso attraverso il canale YouTube della Diocesi di Vicenza

L'appuntamento è per

venerdì 30 aprile 2021 alle 20.30

All’incontro parteciperà il vescovo Beniamino Pizziol e si farà riferimento al messaggio dei Vescovi italiani per la festa del primo maggio 2021.

Interverranno alcuni amici che vivono le fatiche di questo tempo: un precario, un lavoratore del settore sanitario, uno studente, un volontario della Protezione Civile. Ci sarà poi un intervento da parte dei segretari provinciali di Cgil, Cisl e Uil sulla situazione  lavorativa nel nostro territorio e le  problematiche sociali collegate, con uno sguardo rivolto al lavoro del futuro.

Preghiera del 1° maggio: speranza nella precarietà



giovedì 22 aprile 2021

Nella «Giornata della Terra» la lezione della pandemia

dalla pagina https://ilmanifesto.it/nella-giornata-della-terra-la-lezione-della-pandemia/

Clima. Serve una «Costituzione che istituisca un demanio planetario con inventario non solo di diritti universali ma di beni comuni, inappropriabili da parte di nessuno


Non è una «giornata» che si può celebrare impunemente la «giornata della Terra» messa in calendario per oggi, 22 aprile. È infatti il secondo anno che cade in piena pandemia e non ci si può prendere cura della Terra senza far tesoro della lezione che ne è venuta: è sotto gli occhi di tutti come essa ci abbia preso di sorpresa e come sulla base delle risorse e delle culture disponibili non siamo minimamente in grado di reggere alla prova. Basta vedere le immagini della infinita distesa di morti malamente inumati nelle foreste a questo scopo disboscate del Brasile, per capire che senza una rivoluzione del sistema di governo e una conversione della maggioranza dei cuori la vita così com’è non può continuare sulla Terra.

La pandemia, concentrando su di sé tutta la cura del mondo, ha distolto l’attenzione da altre urgenze già presenti prima di essa e da questa aggravate. Basta pensare all’innalzamento delle acque a seguito della crisi climatica quando, come dice un documento “People and Oceans” delle Nazioni Unite, circa 145 milioni di persone vivono entro un metro sopra l’attuale livello del mare e quasi due terzi delle città del mondo, con una popolazione di oltre 5 milioni di abitanti, si trovano in aree soggette al rischio mentre quasi il 40% della popolazione mondiale vive entro 100 km da una costa. I movimenti migratori strutturali che ne deriveranno imporranno ben altre priorità alle politiche nazionali. E basta pensare al solo problema dello smaltimento delle acque contaminate dalle centrali nucleari sinistrate, come quella di Fukushima, che diventeranno inoffensive solo fra 24.000 anni, per comprendere la portata delle questioni da affrontare.

Si comprende allora lo sgomento del papa che nel messaggio di Pasqua ha definito come uno scandalo il rincrudirsi delle guerre e diffondersi delle armi nel confermato esercizio della lotta di tutti contro tutti. Ma non meno scandaloso è che mentre la ragione suggerirebbe l’immediata mondializzazione dei vaccini, enormi profitti derivanti dai loro brevetti e dall’esplodere delle tecnologie informatiche abbiano scavato nuovi abissi tra un pugno di ricchi e moltitudini di poveri, sottraendo immense risorse a bisogni vitali, nell’indiscussa obbedienza alla sovranità dei mercati.

Una risposta a queste sfide è la lotta per giungere all’adozione di una «Costituzione della Terra», come è concepita e promossa a partire dall’Italia da un movimento e una Scuola, di cui a suo tempo il manifesto ha dato notizia. Ora si è giunti al momento di cominciare a discuterne un progetto di base che sarà reso pubblico il prossimo 8 maggio in una apposita assemblea convocata per via telematica, a partire dalla Biblioteca Vallicelliana a Roma. A illustrarlo sarà Luigi Ferrajoli, che ne ha curato la stesura; si tratta di un testo aperto, in cui dovranno congiungersi il talento dei costituzionalisti, la logica dei filosofi del diritto e la poesia di uomini e donne concreti che vogliano farsi costituenti di un ordine di giustizia e pace sulla Terra.

Non si tratta solo di proclamare diritti e di porre vincoli e limiti ai poteri come fanno le Costituzioni degli Stati nazionali, si tratta anche di istituire nuovi ordinamenti che, nel pluralismo delle differenze, ne realizzino l’effettività e ne garantiscano il godimento. Si tratterà di una Costituzione ben altra rispetto a quelle vigenti, perché si tratta di dare risposte a «problemi sconosciuti ad altre età», per riprendere le parole con cui sognavano la nuova società gli spiriti grandi che già ne avevano concepito l’idea all’indomani della tragedia della seconda guerra mondiale, dopo i primi bagliori dell’arma nucleare e i sofferti genocidi, quando i popoli si riunirono a san Francisco e gettarono le basi del mondo nuovo di cui le Nazioni Unite furono l’embrione.

Ben al di là di quanto si fece allora si deve ora istituire un demanio planetario, fare un inventario non solo di diritti universali ma di beni comuni, inappropriabili da parte di nessuno, a cominciare dalle acque, dalle foreste, dalle rotte marine e spaziali, dalle medicine di base, stabilire un elenco di beni illeciti, fuori mercato, a cominciare dalle armi di offesa, abolire gli eserciti nazionali e stabilire la sola legittimità di una forza di polizia internazionale per la sicurezza e la pace, introdurre una fiscalità mondiale, debellare la fame omicida, tutelare lo storico patrimonio dei saperi e delle arti prodotto nei secoli.

Non si tratta solo di ecologia, si tratta di far continuare la storia. Occorre non violentare la Terra, spremendone e dilapidandone le ricchezze, ma riconoscendola come un pianeta vivente, una perla dell’universo, casa comune degli esseri umani, delle piante e di una grande quantità di animali, sede di storia e di lavoro, del diritto e della scienza, di amori e di illimitate speranze, come dice l’ «incipit» di questa nuova Costituzione. Si tratta di istituire una «Federazione della Terra». Naturalmente si tratta solo dell’inizio di un cammino. Ma il futuro passa anche da qui.

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dalla pagina http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2021/04/lettera-ai-governanti-del-mondo/

Lettera ai governanti del mondo

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2 aprile 2021, Giornata della Terra.
In occasione del vertice sui cambiamenti climatici.

È noto che siamo in un momento decisivo per la sopravvivenza umana e la biodiversità del nostro pianeta. C’è una grave crisi ambientale e di salute pubblica, provocata da crimini commessi in modo continuo dall’avidità del Profitto. La ricerca e i dati scientifici sono sempre più evidenti, li conosciamo e non abbiamo bisogno di citarli. Nel frattempo, tutti i popoli del mondo, dalle campagne alle città, subiscono ogni giorno le conseguenze di questa crisi.

Secondo studi scientifici, mantenendo gli attuali modelli di uso del suolo, la deforestazione, l’estrazione predatoria, il modello agroalimentare dipendente dai pesticidi che uccidono la biodiversità, la monocultura transgenica, l’urbanizzazione accelerata, ci muoviamo verso una situazione in cui 4,5 miliardi di persone affronteranno problemi con la qualità e l’accesso all’acqua e nella produzione alimentare. Il cambiamento climatico influisce sulla vita delle persone e sulla produttività agricola.
La questione, quindi, non è più se esista una crisi ambientale, ma come affrontarla.

Il capitale finanziario, le sue banche e le società transnazionali controllano le economie, lo sfruttamento della natura e i governi. Loro sono i responsabili e non offriranno mai soluzioni reali. Vogliono solo il capitalismo verde! E le istituzioni internazionali del sistema delle Nazioni Unite hanno fallito.

Il modo per preservare la vita, delle persone e del pianeta, care signore e signori, va chiaramente in un’altra direzione. Sarà necessario mobilitare l’intera società, le sue organizzazioni, i movimenti popolari, gli scienziati, le organizzazioni ambientali e costruire un accordo sulle misure urgenti e necessarie:

  1. Mettere la vita umana e la natura al di sopra della proprietà privata. L’appropriazione privata dei beni comuni essenziali alla vita di tutti, come la terra, l’acqua, l’aria e la biodiversità, non è accettabile. La loro cura deve essere attribuita ai popoli, come diritto e responsabilità collettiva a beneficio di tutte le persone.
  2. Promuovere politiche pubbliche che affrontino la fame e promuovere la sovranità alimentare, sostenendo i contadini e le popolazioni tradizionali, sulla base dei principi dell’agroecologia. Realizzare uno sforzo globale sostenendo con tutte le risorse necessarie una campagna mondiale per piantare alberi autoctoni e da frutto.
  3. Assicurare il rispetto del sapere tradizionale delle persone, con le loro forme di trattare la natura, che durano da secoli, e del sapere scientifico, nella ricerca di poter garantire la produzione e la riproduzione umana, la diversità culturale e biologica in equilibrio con la natura.
  4. Creare meccanismi finanziari a sostegno delle iniziative e dei progetti delle popolazioni locali affinché possano realizzare azioni concrete a tutela della natura, delle foreste, dell’acqua e del cibo sano.
  5. Penalizzare aziende e progetti che danneggiano l’ambiente, popolazioni autoctone e autoctone, espellendole dal mercato.
  6. Modificare le fonti energetiche in tutti i paesi in forme sostenibili. Realizzare cambiamenti nelle grandi città, con misure per evitare l’inquinamento, migliorare la vita di tutti, compresi i trasporti pubblici.
  7. Adottare azioni definitive per proteggere l’inquinamento di oceani, laghi e fiumi, penalizzando severamente tutti gli aggressori come le industrie chimiche, plastiche e inquinanti industriali.
  8. Proibire l’uso di glifosato, 2,4-D e altri pesticidi, che uccidono la biodiversità, contaminano l’ambiente e la salute delle persone.
  9. Fornire sollievo finanziario, con le risorse dei capitali nascosti nei paradisi fiscali, per la protezione e il mantenimento delle famiglie contadine, dei popoli tradizionali e di coloro che vivono nelle zone a rischio delle città.
  10. Creare nuovi meccanismi internazionali di politiche, controllo e ispezione con la partecipazione di scienziati, governi, entità della società e movimenti popolari di tutto il mondo.
    Il capitalismo, signore e signori, si sta muovendo a grandi passi verso la barbarie sociale. Nella sua sola ricerca del profitto, sta portando l’umanità e la natura al collasso. Siamo in un momento unico nella storia del mondo, in cui la solidarietà e i valori ecologici devono superare quelli dell’individualismo e del consumismo, difesi solo dai grandi capitalisti folli e dai loro governi.

Difendiamo un nuovo percorso, con le nostre piantagioni e creazioni agroecologiche, nella tutela dell’acqua e dei beni della natura, nelle nostre resistenze territoriali, nelle nostre ricostruzioni solidali nelle città.
Contro il progetto di morte e distruzione attuato dal capitale neoliberista, delle grandi corporazioni, siamo impegnati per la vita. Questo è il percorso che continueremo a seguire, costruendo un mondo giusto, solidale, ecologico e internazionalista.

E voi governanti, assumetevi le vostre responsabilità pubbliche, anche se è tardi!

Asamblea internacional de los pueblos


mercoledì 21 aprile 2021

Una madre che tutti accoglie: Giornata Mondiale della Terra

dalla pagina https://www.pressenza.com/it/2021/04/una-madre-che-tutti-accoglie-giornata-mondiale-della-terra/

Maria Giovanna Farina

22 aprile, Giornata Mondiale della Terra. La mitologia greca ci racconta che fu Gea, l’immortale progenitrice, una donna quindi, a creare il tutto in cui siamo avvolti. Il resto giunse in un secondo tempo quando Gea mise al mondo Urano, il cielo stellante e i monti, il mare… la divina madre è una dea immortale. Questo mito mostra in sé una ottimistica simbolica preveggenza: la madre Gea/Terra è eterna, ci sopravviverà, eppure gli umani abusano della sua potenza intrinseca.

Ci sono parole come ecologia ed eco-sostenibile, per citare le più usate, che rimandano ad un impegno, quello di curare la nostra casa comune, di impegnarci di più per non deturparla, per non desertificarla: il 25% della superficie terrestre è stata danneggiata. Ogni anno si perdono 24 miliardi di tonnellate di terreno fertile, soprattutto a causa di pratiche agricole insostenibili, a ciò si aggiungono le emissioni di gas serra prodotte per il 18,4% direttamente da agricoltura e silvicoltura.

Cos’è davvero l’ecologia? Una domanda irrinunciabile a cui è importante rispondere. Per comprenderlo appieno dobbiamo fare qualche passo indietro e considerare la visione olistica dell’Ecologia della mente introdotta dall’antropologo inglese Gregory Bateson (1904-1980), un tentativo di integrare funzioni della mente diverse come apprendimento, memoria, linguaggio. L’ecologia della mente ha alla base una visione olistica dell’uomo, una visione d’insieme che a sua volta sta alla base dell’ecologia come rapporto dell’uomo con l’ambiente. In parole povere, siamo tutti collegati e chi ad esempio inquina in Oriente provoca ripercussioni in Occidente e viceversa: dobbiamo imparare a pensare e a vedere oltre il nostro steccato. Mancando questa visione o rifiutandola si è giunti vicini alla strada del non ritorno da cui dobbiamo allontanarci. Siamo tutti collegati, ripeto, questa è l’ecologia che ci ha mostrato Bateson, a partire dalla mente: per lo studioso anche le idee sottostanno alla legge dell’evoluzione, alcune sopravvivono altre no, e chissà che non rimanga in vita la migliore: la visione ecologica, quella che potrà salvarci.

In occasione della Giornata della Terra delle Nazioni Unite, Future Food Institute e Fao e-learning Academy organizzano ‘Food for earth’, la maratona digitale globale di 24 ore sulla Sostenibilità dove scienziati, politici, imprenditori, giornalisti…ma anche agricoltori di tutto il mondo si confronteranno su sistemi alimentari sostenibili. Ripensare l’agricoltura vuol dire ripensare il nostro modo di alimentare ed alimentarci, significa prendere in esame la nostra stessa esistenza: siamo tutti collegati de l’impegno deve partire da noi come individui se si vuole curare il tutto. Ad una visione plurale non legata al nostro individualismo, ad una visione sostenibile perché prima di tutto olistica. Il termine sostenibile, ripetuto ad libitum negli ultimi anni, deve essere implementato in tutti campi delle azioni umane, dall’arte, ai trasporti, al riscaldamento, alla mobilità… all’agricoltura.

A tutto ciò è collegata, non dimentichiamolo, la questione rifiuti, non solo quelli prodotti sulla Terra e negli oceani, ma anche i migliaia e migliaia di satelliti che orbitano attorno a noi a pochi chilometri dal suolo: molti non funzionanti mettono a rischio quelli attivi e utili alle attività umane. Ci sono ancora dubbi sul fatto che siamo tutti collegati? L’essere umano, il più abile ed intelligente animale terrestre, rischia, distruggendo, di scomparire dal Pianeta: forse per questo la mitologia ci tramandò una divina madre immortale come origine della vita stessa.

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Maria Giovanna Farina si è laureata in Filosofia con indirizzo psicologico all’Università Statale di Milano. È filosofa, consulente filosofico, analista della comunicazione e autrice di libri per aiutare le persone a risolvere le difficoltà relazionali. Nei suoi testi divulgativi ha affrontato temi quali l'amore, la musica, la violenza di genere, la filosofia insegnata ai bambini, l'ottimismo e la scelta. Studiosa di relazioni umane, a partire da quelle madre-bambino, è autrice di numerosi articoli e di interviste anche in video fatte ad alcuni tra i più noti personaggi della cultura e dello spettacolo. Impegnata contro la violenza, ha contribuito a far inserire la parola Nonviolenza, in un'unica forma verbale, nella Treccani.it. Il suo sito è www.mariagiovannafarina.it

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dalla pagina https://comune-info.net/earth-day-ogni-giorno/

Earth Day, ogni giorno

Paolo Cacciari


Il primo Earth Day fu una risposta dell’ambientalismo statunitense a un disastroso inquinamento da petrolio sulle spiagge della California, causato dalla rottura di un oleodotto. Centocinquant’anni dopo ci accorgiamo che la massa globale di plastica in circolazione nel mondo è doppia della massa complessiva di tutti gli animali viventi. Che è forte la correlazione tra distruzione della biodiversità e malattie di origine zoonotica. E, soprattutto, che tutte le strategie intentate fin’ora – costruite intorno a tecnologie e mercato – per creare un mondo socialmente giusto ed ecologicamente sicuro hanno dato esiti fallimentari. Abbiamo bisogno di riconoscere i diritti della natura

Foto di Ambra Pastore

Da cinquantun anni si celebra la giornata mondiale della Terra. Il primo Earth Day fu una risposta dell’ambientalismo nordamericano a un disastroso inquinamento da petrolio sulle spiagge di Santa Barbara in California causato dalla rottura di un oleodotto. Per iniziativa di un attivista pacifista, John McConnell, la proposta di celebrare “la bellezza e la vita della Terra” fu presentata all’Unesco e poi a Capitol Hill di Washington per merito del senatore Gaylord Nelson. Infine le Nazioni Unite, segretario U Thant, stabilì che fosse il 22 aprile, equinozio di primavera, la giornata ufficiale mondiale dedicata alla conservazione della Terra. Sono gli anni della “primavera ecologica” (Giorgio Nebbia), dell’inizio della presa di coscienza degli impatti ambientali provocati dalla industrializzazione a propulsione fossile e nucleare. Il primo summit sull’Ambiente umano organizzato dalle Nazioni Unite si tenne di lì a poco a Stoccolma nel 1972. Lo stesso anno verrà pubblicato il Rapporto sui limiti della crescita del Club di Roma. Da mezzo secolo, quindi, l’umanità “sviluppata” sa di aver imboccato una traiettoria suicida. Caos climatico e pandemie da zoonosi sono gli ultimi più evidenti sintomi di una rottura dei cicli vitali del pianeta, di quella “rete della vita” (Fritjof Capra) che lega tutti i fenomeni naturali secondo il principio della interconnessione e dell’interdipendenza.

Da tempo è in corso un biocidio: una distruzione deliberata, consapevole e pianificata delle specie viventi. L’ultimo rapporto Global Earth Outlook (GEO-6) pubblicato dall’Agenzia Ambientale dell’ONU, stima che il tasso di estinzione delle specie sta procedendo a un ritmo da 100 a 1000 volte più veloce dell’inerzia naturale e riguarda batteri, funghi, microrganismi eucarioti, piante e animali. Da quando esiste una classificazione delle specie animali ad oggi, le estinzioni documentate sono 765, di cui 79 mammiferi, 145 uccelli, 36 anfibi. Secondo la “lista rossa” dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN) 1.199 mammiferi (il 26% delle specie descritte), 1.957 anfibi (41%), 1.373 uccelli (13%) e 993 insetti (0,5%) sono minacciati di estinzione. Così come il 42% degli invertebrati terrestri, il 34% degli invertebrati di acqua dolce e il 25% degli invertebrati marini sono considerati a rischio di estinzione. La causa principale è la distruzione degli habitat naturali che procede non solo nelle foreste primarie e in lontani luoghi esotici incontaminati. In Italia, ad esempio, l’Ispra documenta che le specie animali minacciate di estinzione sono 161 (138 terrestri e 23 marine), pari al 28% delle specie valutate.

La correlazione tra distruzione della biodiversità e malattie di origine zoonotica è conosciuta. Le creature multicellulari – e noi siamo tra queste – vivono in associazione con i loro microbi. Ci avvertono i virologi: “Perturbare gli ecosistemi è come spingere i virus più pericolosi a fare il salto di specie.” Scrivono Liotta e Clemeneti in La rivolta della natura (La nave di Teseo, 2020):

“Negli ecosistemi degradati gli agenti patogeni si adattano alle poche specie selvatiche rimaste e riescono a fare più facilmente il salto da un pipistrello o da un roditore a noi. Nelle aree inquinate i microrganismi trovano autostrade spianate per insediarsi e moltiplicarsi”.

Da queste evidenze scientifiche ci si aspetterebbe che i decisori politici prendessero delle iniziative di prevenzione primaria: fermare il consumo di suolo, l’estrazione di materie prime e la distruzione degli ecosistemi. Esattamente come indica quest’anno il sottotitolo della Giornata della Terra: Restore Our Earth. Ma per guarire occorre estirpare il male alla radice. Non basta mitigare gli impatti ambientali più dannosi, né è possibile pensare di adattare la vita a condizioni sempre peggiori. Anche la “resilienza” ha un limite. Questo dovrebbe averci insegnato la “sindemia”. Ovvero il concorso di cause patogene, ambientali e sociali che hanno portato le persone più fragili, più esposte ad inquinamenti e più povere a pagare le conseguenze peggiori della pandemia Covid-19. La Review dell’economista ambientale Partha Sarathi Dasgupta, commissionata dal Cancelliere dello Scacchiere del Regno unito, si chiude con un invito: “Lasciate in pace la natura in modo che possa prosperare” (The Economics of Biodidersity, 2021).

Tutte le strategie intentate fin’ora per creare un mondo socialmente giusto ed ecologicamente sicuro hanno dato esiti fallimentari. “Sviluppo sostenibile”, “economia verde”, “economia circolare” ed ora “transizione ecologica” hanno un difetto sostanziale: si affidano fideisticamente alle innovazioni tecnologiche e al mercato, mentre si disinteressano dell’essenziale: la percezione della relazione solidale che lega ogni essere umano agli altri esseri viventi e al mondo. Scriveva il filosofo Edgar Morin: “Abbiamo bisogno di una bio-antropologia, di una ecologia generalizzata” (L’anno dell’era ecologica, 2007). Un concetto molto simile alla “ecologia integrale” di papa Bergoglio (Laudato si’, 2015). Non è possibile mettere d’accordo il desiderio delle popolazioni umane di una incessante crescita dei beni disponibili con il mantenimento di un equilibrio ecologico. Il difetto delle soluzioni di mercato è pensare che si possano scambiare cose di natura diversa: le risorse naturali non sono merce, nemmeno se le ribattezziamo “capitale naturale” e se diamo un prezzo ai “servizi ecosistemici” che la natura gentilmente e gratuitamente ci offre: l’acqua potabile, l’aria pulita, il suolo fertile, la fotosintesi clorofilliana, l’impollinazione degli insetti, la luce del sole, ecc. Una tonnellata di CO2 viene scambiata attualmente a 40 euro tra imprese che a loro volta hanno comprato i permessi ad inquinare all’asta dagli stati. Il Gestore dei servizi energetici italiani, ad esempio, ha collocato sulla piattaforma European Energy Exchange autorizzazioni ad emettere due milioni di quote di CO2 ricavando 16 milioni di euro. Un meccanismo dove tutti ci guadagnano, imprese e stati, ad eccezione della qualità dell’aria! Con le riserve idriche si gioca in Borsa. Sulle sementi si impongono brevetti e diritti di proprietà. Le foreste vengono usate per compensare i “crediti di carbonio”. Ma i patrimoni naturali hanno un valore d’uso in sé, incommensurabile e non intercambiabile con il denaro, se non immaginando il loro uso esclusivo e la loro progressiva scomparsa; se non rendendoli scarsi e preziosi.

Nemmeno l’affidamento alle nuove tecnologie ci salverà dal collasso ecologico. La fame di acciaio, cemento, alluminio, carta, vetro, materiali sintetici… non si ferma. La “dematerializzazione” dei cicli produttivi è una chimera: marciamo a 100 miliardi di tonnellate all’anno di materiali vergini estratti dalla Terra. La guerra per l’accaparramento delle “terre rare” (metalli indispensabili per fabbricare i dispositivi elettronici) ci dice quanto sia pesante la pressione sulle matrici naturali esercitata dalle nuove tecnologie. Auto elettriche comprese. Non ci viene in aiuto nemmeno l’“economia circolare”. L’ultimo rapporto (The Circlularity Gap 2021 Report) ci dice che l’economia mondiale recupera e ricicla solo l’8,6% di materiali, addirittura in peggioramento sull’anno precedente (9,1% nel 2019). Nessun decoupling è in atto.

Una ulteriore conferma del sovrautilizzo delle risorse naturali emerge dalla crescita inaudita dei flussi di materiali impiegati dal sistema economico, come documentato da una singolare ricerca che Nature ha pubblicato lo scorso dicembre (Emily ElhachamLiad Ben-UriJonathan GrozovskiYinon M. Bar-On & Ron MiloGlobal human-made mass exceeds all living biomass, Nature, volume 588, pages 442–444, 2020). Si stima che dall’anno scorso la “massa antropogenica” costituita dagli stock di materiali solidi incorporati e accumulati negli oggetti prodotti dagli esseri umani (edifici, strade, macchinari, oggetti di consumo e così via) ancora in uso abbia oramai superato in “peso secco” (esclusa l’acqua) il volume della biomassa vivente animale e vegetale globale complessiva. La produzione della “massa antropogenica” ha ormai raggiunto le 30 Gigatonnellate all’anno che è come se ogni persona impegnasse ogni settimana una quantità di materiali (calcestruzzo, inerti, mattoni, asfalto, metalli, legno, ecc.) pari al proprio peso corporeo. Ad esempio, per avere un’idea, la massa globale di plastica in circolazione (8Gt) è doppia della massa complessiva di tutti gli animali marini e terrestri viventi (4Gt). Oppure, che edifici e infrastrutture (1.100 Gt) superano la massa di tutti gli alberi e gli arbusti esistenti sulla faccia della Terra (900 Gt). Inutile dire che l’accelerazione si è verificata a partire dagli anni Sessanta, con un raddoppio di velocità nell’ultimo ventennio.

La verità è che la crescita del Pil si “tira dietro” l’aumento dello sfruttamento delle risorse naturali. La logica economica del profitto non ammette limiti: investire denaro per creare più denaro per investire più denaro.

È indispensabile invertire questa tendenza autodistruttiva. Ha scritto Vandana Shiva: “La pandemia non è una guerra, è la conseguenza della guerra contro la vita”. Non è nemmeno un incidente biologico. È il boomerang che ci torna indietro. Il grande organismo vivente, Gaia, Madre Terra reagisce al male subito cercando di immunizzarsi.

Che fare? Prendere coscienza dei limiti planetari che determinano le condizioni della vita sulla Terra e riconoscere i diritti della natura, consustanziali a quelli di ogni essere vivente, umani compresi. Il nuovo presidente degli Stati Uniti riunirà vari capi di stato in occasione della Giornata della Terra. Suggeriamo una buona azione per iniziare: l’istituzione di una Corte di giustizia per i diritti della natura.