lunedì 22 marzo 2021

«Cari utenti Amazon, siate con noi»

dalla pagina https://ilmanifesto.it/cari-utenti-amazon-siate-con-noi/

Lettera aperta dei sindacati sullo sciopero di lunedì [22/03/2021]: ecco in che condizioni lavora chi rende possibile che i pacchi arrivino a casa vostra

Un magazzino Amazon © Foto LaPresse

Cercare di spiegare agli utenti il perché del primo sciopero al mondo dell’intera filiera dei lavoratori Amazon. Provano a farlo Fit Cisl, Filt Cgil e Uilt in vista di lunedì.

«Voi che ricevete un servizio siete le persone cui chiediamo attenzione e solidarietà, perché continui ad essere svolto nel migliore dei modi possibili. Scioperano – scrivono ai consumatori le organizzazioni sindacali – le persone che, mai come in questo ultimo anno, ci hanno permesso di ricevere nelle nostre case ogni tipologia di merce in piena comodità. Quelli e quelle che consegnano i pacchi, quelli e quelle che ancora prima lo preparano per la spedizione. Un esercito composto da circa 40 mila lavoratori e lavoratrici che non si ferma mai. Quelli e quelle che hanno consentito il boom di ordini e conseguentemente portato alle stelle i profitti di Amazon. Lavoratori e lavoratrici indispensabili, così vengono continuamente definiti da tutti, ma come tali non vengono trattati. I driver che consegnano la merce – scrivono Filt Cgil, Fit Cisl e Uilt – arrivano a fare anche 44 ore di lavoro settimanale e molto spesso per l’intero mese, inseguendo le indicazioni di un algoritmo che non conosce né le norme di regolazione dei tempi di vita né tanto meno quelli del traffico. Si toccano punte di 180, 200 pacchi consegnati al giorno. Dentro i magazzini – proseguono nell’appello i sindacati – si lavora 8 ore e mezza con una pausa pranzo di mezz’ora, ma nessuna verifica dei turni di lavoro, nemmeno nei magazzini di smistamento. Nessuna contrattazione, nessun confronto sui ritmi di lavoro e per il riconoscimento dei diritti sindacali. Nessuna clausola sociale né continuità occupazionale, per i driver, in caso di cambio fornitore. Nessuna indennità contrattata per covid-19, in costanza di pandemia. È una questione di rispetto del lavoro, di dignità, di sicurezza per loro e per voi. Per vincere questa battaglia di giustizia e civiltà abbiamo bisogno della solidarietà di tutte le clienti e i clienti di Amazon». [...]

venerdì 19 marzo 2021

“La dittatura delle armi”. Presadiretta, puntata di lunedì 22 marzo 2021

dalla pagina http://www.tuttotv.info/2021/03/16/presadiretta-puntata-di-lunedi-22-marzo-2021/

Lunedì 22 marzo 2021, alle 21.20 su Rai3 torna PresaDiretta con Riccardo Iacona (settima puntata di 8 totali). 

*** LE PRIME ANTICIPAZIONI – IN AGGIORNAMENTO ***

L’inchiesta della puntata è “La dittatura delle armi”: Riccardo Iacona propone un’inchiesta dedicata all’industria militare e al suo peso negli equilibri geopolitici. L’industria che produce le armi è un settore che non conosce crisi. Neanche la pandemia è riuscita a fermarla. Un viaggio tra inchieste della magistratura, scenari di guerra, testimonianze esclusive e traffici illegali.


lunedì 15 marzo 2021

Intervista a ​Papa Francesco, ecologia e solidarietà per il nuovo mondo

dalla pagina https://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/intervista-papa-francesco-ecologia-solidarieta-per-il-nuovo-mondo-5cfbe445-0d88-4a0d-b979-b7779612e1f8.html?refresh_ce

"Il mondo non sarà più come prima". Lo dice Papa Francesco a La Stampa, che propone alcuni brani del nuovo libro del pontefice, in una conversazione con Domenico Agasso, vaticanista del quotidiano. 

"La via per la salvezza dell'umanità passa attraverso il ripensamento di un nuovo modello di sviluppo", afferma il Pontefice che auspica una "svolta economica verso il verde". A suo avviso "cambiando gli stili di vita che costringono milioni di persone, soprattutto bambini, alla morsa della fame potremo condurre un'esistenza più austera che renderebbe possibile una ripartizione equa delle risorse". 

Cosa si aspetta dai governanti? "Ora si tratta di ricostruire dalle macerie", risponde il Papa che poi aggiunge: "Ma ciascuno di noi, non solo i governanti, è chiamato a debellare indifferenza, corruzioni e connivenze con la delinquenza". "E' tempo di rimuovere le ingiustizie sociali e le emarginazioni", esorta. 

Parlando della finanza, afferma: "Se si riuscirà a sanarla dalla mentalità speculativa dominante e ristabilirla 'con un'anima', secondo criteri di equità, si potrà puntare all'obiettivo di ridurre il divario tra chi ha accesso al credito e chi no". 

Per Papa Francesco "non è più sopportabile che si continuino a fabbricare e trafficare armi, spendendo ingenti capitali che dovrebbero essere usati per curare le persone, salvare vite". 

Un pensiero anche alle donne, che non devono essere "discriminate sul piano retributivo e professionale, o con la perdita del lavoro in quanto donne. Anzi". 

Ai giovani il pontefice consiglia di "non darla vinta alla congiuntura sfavorevole. A non smettere di sognare ad occhi aperti".

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dalla pagina https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2021-03/papa-francesco-intervista-libro-agasso-dio-mondo-che-verra.html

Il Papa: non possiamo continuare a fabbricare armi invece di salvare vite

Esce martedì in libreria “Dio e il mondo che verrà”, il libro-intervista di Papa Francesco in conversazione con il vaticanista della Stampa Domenico Agasso (Edizioni Piemme-LEV). Ne pubblichiamo un estratto

DOMENICO AGASSO

Santità, come interpreta il “terremoto” che nel 2020 si è abbattuto sul mondo sotto forma di coronavirus? 

«Nella vita ci sono momenti di buio. Troppo spesso pensiamo che possano capitare non a noi, ma solo a qualcun altro, in un altro paese, magari di un continente lontano. Invece, nel tunnel della pandemia ci siamo finiti tutti. Dolore e ombre hanno sfondato le porte delle nostre case, hanno invaso i nostri pensieri, aggredito i nostri sogni e programmi. E così nessuno oggi può permettersi di stare tranquillo. Il mondo non sarà più come prima. Ma proprio dentro questa calamità vanno colti quei segni che possono rivelarsi cardini della ricostruzione. Non bastano gli interventi per risolvere le emergenze. La pandemia è un segnale di allarme su cui l’uomo è costretto a riflettere. Questo tempo di prova può così diventare tempo di scelte sagge e lungimiranti per il bene dell’umanità. Di tutta l’umanità».

Quali urgenze intravede? 

«Non possiamo più accettare inerti le diseguaglianze e i dissesti nell’ambiente. La via per la salvezza dell’umanità passa attraverso il ripensamento di un nuovo modello di sviluppo, che ponga come indiscutibile la convivenza tra i popoli in armonia con il Creato. Consapevoli che ogni azione individuale non resta isolata, nel bene o nel male, ma ha conseguenze per gli altri, perché tutto è connesso. Tutto! Cambiando gli stili di vita che costringono milioni di persone, soprattutto bambini, alla morsa della fame, potremo condurre un’esistenza più austera che renderebbe possibile una ripartizione equa delle risorse. Non significa diminuire diritti ad alcuni per un’equiparazione verso il basso, ma dare maggiori e più ampi diritti a coloro ai quali non vengono riconosciuti e tutelati».

Scorge segni incoraggianti? 

«Oggi stanno già tentando di promuovere queste nozioni e operazioni vari movimenti popolari “dal basso”, ma anche alcune istituzioni e associazioni. Provano a concretizzare un modo nuovo di guardare la nostra Casa comune: non più come un magazzino di risorse da sfruttare, ma un giardino sacro da amare e rispettare, attraverso comportamenti sostenibili. E poi, c’è una presa di coscienza tra i giovani, in particolare nei movimenti ecologisti. Se non ci tiriamo su le maniche e non ci prendiamo cura immediatamente della Terra, con scelte personali e politiche radicali, con una svolta economica verso il “verde” e indirizzando in questa direzione le evoluzioni tecnologiche, prima o poi la nostra Casa comune ci butterà fuori dalla finestra. Non possiamo più perdere tempo».

Che cosa pensa della finanza e del rapporto con le amministrazioni pubbliche? 

«Credo che se si riuscirà a sanarla dalla mentalità speculativa dominante e ristabilirla con un’”anima”, secondo criteri di equità, si potrà intanto puntare all’obiettivo di ridurre il divario tra chi ha accesso al credito e chi no. E se un giorno non troppo lontano ci saranno i presupposti per cui ogni operatore investirà seguendo principi etici e responsabili, si otterrà il risultato di limitare il supporto a imprese dannose per l’ambiente e per la pace. Nello stato in cui versa l’umanità, diventa scandaloso finanziare ancora industrie che non contribuiscono all’inclusione degli esclusi e alla promozione degli ultimi, e che penalizzano il bene comune inquinando il Creato. Sono i quattro criteri per scegliere quali imprese sostenere: inclusione degli esclusi, promozione degli ultimi, bene comune e cura del Creato». 

Stiamo affrontando una delle peggiori crisi umanitarie dalla Seconda guerra mondiale. I paesi stanno adottando misure d’urgenza per affrontare la pandemia e una drammatica recessione economica globale. Che cosa si aspetta dai governanti? 

«Ora si tratta di ricostruire dalle macerie. E questa incombenza grava enormemente su chi ha incarichi di governo. In un’epoca di preoccupazione per l’avvenire che si presenta incerto, per il lavoro che si rischia di perdere o si è perso, per il reddito che basta sempre meno, e per le altre conseguenze che l’attuale crisi porta con sé, è fondamentale amministrare con onestà, trasparenza e lungimiranza. Ma ciascuno di noi, non solo i governanti, è chiamato a debellare indifferenza, corruzioni e connivenze con la delinquenza».

A quale principio possiamo ispirarci? 

«Ciò che sta avvenendo può risvegliare tutti. È tempo di rimuovere le ingiustizie sociali e le emarginazioni. Se cogliamo la prova come un’opportunità, possiamo preparare il domani all’insegna della fratellanza umana, a cui non c’è alternativa, perché senza una visione d’insieme non ci sarà futuro per nessuno. Mettendo a frutto questa lezione, i leader delle nazioni, insieme a chi ha responsabilità sociali, possono guidare i popoli della Terra verso un avvenire più florido e fraterno. I capi di stato potrebbero parlarsi, confrontarsi di più e concordare strategie. Teniamo tutti bene a mente che c’è qualcosa di peggio di questa crisi: il dramma di sprecarla. Da una crisi non si esce uguali: o usciamo migliori o usciamo peggiori».

Con quale atteggiamento la sprecheremmo? 

«Chiudendoci in noi stessi. Invece, edificando un nuovo ordine mondiale basato sulla solidarietà, studiando metodi innovativi per debellare prepotenze, povertà e corruzione, tutti insieme, ognuno per la propria parte, senza delegare e deresponsabilizzarci, potremo risanare le ingiustizie. Lavorare per offrire cure mediche a tutti. Così, praticando e manifestando coesione, potremo risorgere». 

Concretamente da dove si potrebbe cominciare? 

«Non è più sopportabile che si continuino a fabbricare e trafficare armi, spendendo ingenti capitali che dovrebbero essere usati per curare le persone, salvare vite. Non si può più far finta che non si sia insinuato un circolo drammaticamente vizioso tra violenze armate, povertà e sfruttamento dissennato e indifferente dell’ambiente. È un ciclo che impedisce la riconciliazione, alimenta le violazioni dei diritti umani e ostacola lo sviluppo sostenibile. Contro questa zizzania planetaria che sta soffocando sul nascere il futuro dell’umanità serve un’azione politica frutto di concordia internazionale. Fraternamente uniti, gli esseri umani sono in grado di affrontare le minacce comuni, senza più controproducenti recriminazioni reciproche, strumentalizzazioni di problemi, nazionalismi miopi, propagande di chiusure, isolazionismi e altre forme di egoismo politico». 

Sulle spalle delle donne continua a gravare il peso di tutte le recessioni: che cosa ne pensa? 

«Le donne hanno urgente bisogno di essere aiutate nella gestione dei figli e non essere discriminate sul piano retributivo e professionale, o con la perdita del lavoro in quanto donne. Anzi. Sempre di più la loro presenza è preziosa al centro dei processi di rinnovamento sociale, politico, occupazionale, istituzionale. Se saremo bravi a metterle in queste condizioni positive, potranno dare un apporto determinante alla ricostruzione dell’economia e delle società che verranno, perché la donna fa il mondo bello e rende i contesti più inclusivi. E poi, stiamo provando tutti a rialzarci, dunque non possiamo tralasciare che la rinascita dell’umanità è cominciata dalla donna. Dalla Vergine Maria è nata la salvezza, ecco perché non c’è salvezza senza la donna. Se abbiamo a cuore il futuro, se desideriamo un domani rigoglioso, occorre dare il giusto spazio alla donna». 

Che cosa consiglierebbe in particolare ai genitori? 

«Il gioco con i propri figli è il tempo migliore che si possa perdere. Conosco una famiglia che ha creato un elemento “istituzionale” in casa: “Il programma”. Ogni sabato o domenica il papà e la mamma prendono un foglio e, con i bambini, concordano e scrivono tutti gli appuntamenti di gioco tra figli e genitori nella settimana successiva, e poi lo appendono sulla lavagnetta in cucina. Ai bambini brillano gli occhi di contentezza al momento di scrivere “il programma”, che è diventato ormai un rito. Questa mamma e questo papà seminano educazione. Io ho detto così a loro: “Seminate educazione”. Giocando con il padre e la madre il figlio impara a stare insieme alla gente, apprende l’esistenza di regole e la necessità di rispettarle, acquisisce quella fiducia in sé che lo aiuterà nel momento di lanciarsi nella realtà esterna, nel mondo. Allo stesso tempo i figli aiutano i genitori, soprattutto in due cose: dare maggiore valore al tempo della vita; e restare umili. Per loro sono prima di tutto papà e mamma, il resto viene dopo: il lavoro, i viaggi, i successi e le preoccupazioni. E questo protegge dalle tentazioni del narcisismo e dell’ego smisurato, in cui si rischia di cadere ogni giorno».

La violenza del Covid ha falcidiato le già precarie prospettive di milioni di ragazzi in tutto il mondo. I giovani arrancano in una cappa di incertezze, ridimensionamenti scolastici, professionali, sociali, economici e politici che li stanno privando del diritto a un futuro. Che cosa vorrebbe dire alle “generazioni Covid”? 

«Li incoraggio a non darla vinta alla congiuntura sfavorevole. A non smettere di sognare a occhi aperti. Non abbiano paura di sognare in grande. Lavorando per i propri sogni, possono anche proteggerli da chi glieli vuole sfilare: i pessimisti, i disonesti e gli approfittatori. Certo, forse mai come in questo terzo millennio le nuove generazioni sono quelle che pagano il prezzo più alto della crisi economica, lavorativa, sanitaria e morale. Ma piangersi addosso non porta a nulla, anzi, così la crisi avrà la meglio. Invece continuando a battersi come tanti stanno già facendo, i ragazzi non rimarranno inesperti, acerbi e immaturi. Non si fermeranno nella ricerca di occasioni. E poi, c’è la conoscenza. Nella Genesi leggiamo (cap. 2) che il Signore, dopo avere creato il cielo e la terra, prende l’uomo e lo pone nel giardino di Eden, perché lo coltivi e lo conosca. Non lo mette in pensione, o in vacanza, o in villeggiatura, o sul divano: lo manda a studiare e a lavorare. 

Dio ha fatto l’uomo capace e desideroso di sapere e di lavorare. E di amare. “Amerai il prossimo tuo come te stesso”, non c’è altro comandamento più importante di questo, dice Gesù ai discepoli (Mc 12, 31). Ecco, i ragazzi hanno la freschezza e la forza per rilanciare i compiti fondamentali assegnati da Dio, e diventare così uomini e donne della conoscenza, dell’amore e della carità. Aprendosi all’incontro e alla meraviglia, potranno gioire per le bellezze e i doni della vita e della natura, le emozioni, l’amore in tutte le sue declinazioni. Andando sempre avanti per apprendere qualcosa da ogni esperienza, divulgando la conoscenza e amplificando la speranza insita nella giovinezza, prenderanno in mano le redini della vita e allo stesso tempo metteranno in circolo la vitalità che farà progredire l’umanità, rendendola libera. Perciò, anche se la notte sembra non abbia fine, non bisogna perdersi d’animo. E, come diceva san Filippo Neri, non dimenticare di essere allegri, il più possibile».


domenica 14 marzo 2021

IV Domenica di Quaresima - Laetare

 


La nostra cecità

dalla pagina https://comune-info.net/la-nostra-cecita/

Marco Aime


Cosa hanno mostrato i dodici mesi trascorsi dal primo lockdown? Che la crescita infinita è un mito: poche settimane di arresto e tutto si è paralizzato perché non abbiamo riserve, non abbiamo il senso del limite. Che la socialità è già impoverita da tempo, schiacciata dalla comunicazione digitale. Che le trasformazioni del lavoro avviate accentuano le disuguaglianze. Scrive Marco Aime: “Il virus ci ha colpiti come specie, ma non lo abbiamo capito. Condizionati dai nostri identitarismi prima abbiamo puntato il dito contro i cinesi, poi gli untori siamo divenuti noi italiani, fino a che tutti sono caduti vittime del contagio. Allora c’è stato un momento di apparente solidarietà, ma non è durato molto: subito è partita la corsa a chi si accaparra più vaccini… Siamo passeggeri di uno stesso treno, che improvvisamente si è arrestato e a questo punto dobbiamo scegliere cosa fare…”

Joanna. Foto di Ferdinando Kaiser

Un anniversario che forse non vorremmo ricordare, questo del lockdown, o forse che speravamo di ricordare al passato e invece, dopo un anno di chiusure e aperture alterne, il virus è ancora tra di noi. Niente da festeggiare, quindi, ma le ricorrenze possono essere un’occasione per fare i conti e trarre qualche conclusione. Cosa ci ha insegnato (se qualcosa ci ha insegnato) questa esperienza?

Prima di tutto che quello della crescita continua e irrefrenabile altro non era che un mito creato dai seguaci folli dello sviluppo a oltranza. La pandemia ha messo in luce l’estrema fragilità di questo nostro sistema globale: poche settimane di arresto e tutto si è paralizzato, ci siamo accorti che non avevamo riserve. Perché per averle occorre pensare al futuro e avere il senso del limite, cosa che nessuno sembra più in grado di fare e di avere. I montanari di un tempo trascorrevano mesi d’inverno isolati, ma avevano delle scorte, noi no.

Incapaci di pensare al futuro, perché impegnati in una eterna competizione, che vive e si nutre solo di presente e di corsa cieca, di assoluta fiducia nella capacità di controllare la natura. Poi accade che tutto si fermi, che la quotidianità venga sospesa e che non abbiamo nessuno strumento, perché non era prevista. E quella natura (anche il virus è un prodotto della natura) che credevamo di avere soggiogato rivela la nostra cecità.

Molte di quelle popolazioni che spesso chiamiamo “primitive” pensavano al futuro molto più di quanto facciamo ora noi. I cacciatori-raccoglitori non raccoglievano mai tutti i frutti o le bacche di una pianta, ma nel lasciavano un po’ perché la pianta potesse riprodursi; in moltissime regioni dell’Africa possiamo vedere i boschetti sacri, aree di foresta che venivano preservate dal taglio del legname, per non impoverire troppo il patrimonio boschivo; lo stesso concetto di totem serviva a limitare la caccia di certi animali. Nel deserto del Sahara mi è capitato più volte di osservare come i tuareg prendessero pezzi di legno dai pochi alberi reperibili, senza mai intaccare troppo la pianta, perché sopravvivesse. Semplicemente pensavano al domani, per rispetto verso la natura e per garantirsi la sopravvivenza, visto che le due cose sono strettamente legate.

La sospensione ha posto fine anche a quella socialità a cui non avevamo forse dato mai troppa importanza, troppo spesso impegnati a comunicare digitalmente, preferendo al “faccia a faccia” lo “schermo a schermo”. La distanza (fisica, non sociale) ci ha reso più soli e più estranei. Sono scomparsi i sorrisi dai nostri volti, nascosti da una fascetta azzurrina. Abbiamo provato a ricostruire un’immagine di comunità, inventando piccoli rituali sui balconi, ma la stanchezza ha preso il sopravvento.

La Rete è entrata pesantemente nelle nostre vite, aiutandoci a fare andare avanti la macchina collettiva, ma spingendoci anche in una dimensione sempre più solitaria e filtrata dal medium. E sempre più controllata. Una trasformazione si è innescata nel mondo del lavoro e non si tornerà indietro. Il nuovo modello metterà sempre più in luce le diseguaglianze sociali ed economiche tra chi avrà accesso e chi no.

Il virus ci ha colpiti come specie, ma non lo abbiamo capito. Condizionati dai nostri identitarismi prima abbiamo puntato il dito contro i cinesi, poi gli untori siamo divenuti noi italiani, fino a che tutti sono caduti vittime del contagio. Allora c’è stato un momento di apparente solidarietà, ma non è durato molto: subito è partita la corsa a chi si accaparra più vaccini, di chi tenta di arrivare prima degli altri e non tanto per motivi umanitari, quanto economici e geopolitici. Anche a livello sociale non è scattata quella solidarietà che sarebbe stato giusto attendersi tra le persone.

La sospensione imposta da questa pandemia, lo stallo a cui ci ha costretti tutti, impone una riflessione profonda. Siamo stretti in una morsa terribile, e qualsiasi via di uscita impone comunque qualche rinuncia. Non è il tanto amato win win degli economisti finanziari, questo è un gioco a somma zero, dove il limite è dato dalle risorse del pianeta. Il Sars Cov 2 sembra averci lanciato un segnale: non ci sono confini, né barriere che tengano, siete tutti ugualmente vulnerabili di fronte a questa piccola espressione della natura.

A volere guardare da un’altra prospettiva, l’ammonimento potrebbe indurci a ripensare al fatto che apparteniamo a una stessa umanità – cosa di cui ci dimentichiamo troppo spesso, condizionati come siamo da etnocentrismi, sovranismi e pensieri di Stato vari – e che abbiamo un destino comune. Un fatto, questo, che l’accecamento generale ci ha troppo spesso impedito di vedere. Siamo passeggeri – spesso litigiosi – di uno stesso treno, che improvvisamente si è arrestato e a questo punto dobbiamo scegliere cosa fare, quale viaggio intraprendere. È ora di prenderci la responsabilità del futuro.


Marco Aime, antropologo, insegna all’Università di Genova e vive a Torino. Tra i suoi ultimi libri Guida minima all’Italia cattivista (con Luca Borzani) per èleuthera e Il domani che avrete (con Adriano Favole e Francesco Remotti), UTET.. Questo articolo è apparso su un blog del fattoquotidiano con il titolo completo Un anno di lockdown per scoprire quanto siamo ciechi

venerdì 12 marzo 2021

11 marzo 2021. Presentazione "Oltre il virus", XVII rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione

dalla pagina https://www.antigone.it/appuntamenti/3357-11-marzo-2021-presentazione-oltre-il-virus-xvii-rapporto-di-antigone-sulle-condizioni-di-detenzione

"Oltre il virus" è il titolo del XVII Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione che presenteremo giovedì 11 marzo alle ore 11.00 in diretta sulla nostra pagina facebook e il nostro canale youtube.

Il Covid-19 ha colpito duro anche il sistema penitenziario. Abbiamo assistito a migliaia di contagi, sia tra i detenuti che gli operatori; allo scoppio di focolai; ad alcuni decessi. La pandemia ha messo in risalto tutte le criticità che da tempo denunciavamo. Ha isolato ancora di più il carcere dal resto della società. Gli sforzi delle istituzioni, come ovvio che sia, si sono concentrati in questa fase sul contenimento del coronavirus. Tuttavia bisogna guardare oltre il Covid-19. Con la sua scomparsa, che ci auguriamo avverrà presto, anche grazie alla somministrazione dei vaccini, non spariranno i problemi del sistema penitenziario e la pandemia deve rappresentare, in questo senso, l'occasione per non tornare indietro.

OLTRE IL VIRUS XVII Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione [pdf]

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dalla pagina https://ilmanifesto.it/carceri-lessere-straniero-e-ancora-unaggravante/

Carceri, l'essere straniero è ancora un'aggravante

Diritti. Si riduce di un terzo la componente rumena ma i non italiani sono sempre più penalizzati. Meno omicidi ma aumentano gli ergastoli. Presentato il rapporto Antigone «Oltre il virus». Ancora al 115% il sovraffollamento.

Detenuto al lavoro in un laboratorio di sartoria del carcere di Opera  © Ansa

A dare un’occhiata dentro le carceri italiane – tramite il XVII rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione dal titolo «Oltre il virus» presentato ieri alla presenza del capo del Dap Dino Petralia, della sua omologa Gemma Tuccillo, capo Dipartimento per la giustizia minorile, e del Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma – si ha l’impressione che sia passata un’intera era geologica da quando «l’identità nazionale rumena veniva considerata un’aggravante», per usare le parole di Patrizio Gonnella, presidente di Antigone.

E da quando, nell’ottobre 2007 (proprio mentre nasceva il Pd), a Roma l’orribile stupro e omicidio della signora Giovanna Reggiani convinse l’allora sindaco dem Walter Veltroni a lanciare dal Campidoglio una campagna d’odio contro i migranti provenienti dalla Romania. «Mentre la popolazione carceraria è aumentata – ha spiegato ieri Gonnella – negli ultimi anni la componente rumena è diminuita di un terzo, passando da quasi 3 mila del 2009 a circa 2 mila del febbraio 2021». L’integrazione ha viaggiato più velocemente del populismo penale.

È UN PUNTO QUESTO su cui giustamente insiste il rapporto Antigone. Se nell’ultimo anno la popolazione carceraria è diminuita del 12,3% (53.697 detenuti attuali) – «esito più di attivismo della magistratura di sorveglianza che non dei provvedimenti legislativi in materia di detenzione domiciliare» – riportando l’Italia vicina ai livelli del 2015, quando dopo le condanne europee intervennero misure deflattive, il numero di stranieri detenuti rimane invece stabile al 32,5%. Succede però che «il 16,1% degli stranieri si trova in carcere con una condanna non ancora definitiva», mentre «gli italiani nella stessa condizione sono il 14,7%». E che i detenuti stranieri, “confinati” in massa in Sardegna, finiscano per scontare l’intera pena in carcere, usufruendo delle pene alternative molto meno degli italiani. Senza parlare del fatto che dei 67 mediatori culturali previsti in pianta organica, in servizio in tutta Italia ce ne sono solo 3 (tre).

IL TASSO DI SOVRAFFOLLAMENTO – che «è diventato non solo una condizione degradante per l’internato ma anche un problema di salute pubblica», come fa notare Susanna Marietti – è oggi pari a 115% se si considerano i posti realmente disponibili (50.551), e deve ancora scendere. Per stare nella legalità ci vorrebbero almeno 8 mila detenuti in meno.

La buona notizia è che il capo del Dap Petralia ha annunciato che è finita l’era dell’edilizia penitenziaria e che si punta piuttosto all’«architettura carceraria». La cattiva notizia – come ha fatto notare il Garante Mauro Palma che presenterà la sua relazione al Parlamento il 15 giugno prossimo – è che il nuovo corso assomiglia molto al vecchio, perché «spesso il restauro architettonico degli istituti per ottenere un ampliamento degli spazi detentivi è a detrimento delle aree verdi, dei campi di calcio e degli spazi dedicati al trattamento dei detenuti».

Palma insiste poi in particolare sulle misure alternative di cui si parla molto ma senza agire di conseguenza (61.589 le persone che scontano una pena non detentiva, ma in carcere ci sono 19.040 detenuti con un residuo pena inferiore ai tre anni, dunque potenzialmente ammissibili a misure alternative). «Chiunque presenti un’ipotesi legislativa per potenziare le misure alternative – sottolinea il Garante – dica quanti soldi ci mette, quanto personale e come rafforza il tribunale di sorveglianza. Altrimenti taccia, è preferibile».

D’ALTRONDE la contraddizione è palese: se l’omicidio volontario è al minimo storico (271 casi nel 2020, -14% rispetto all’anno precedente), crescono invece le pene lunghe e aumenta il numero degli ergastolani (1.784, rispetto a 5 anni prima sono 560 in più; solo 112 stranieri). A questo proposito vale la pena ricordare che tra pochi giorni – il 23 marzo – la Consulta deciderà sulla costituzionalità dell’ergastolo ostativo e del divieto di concedere la liberazione a chi non collabora con la giustizia.

BEN 851 sono poi gli ultrasettantenni che rimangono in carcere, a fronte di 9.497 infra-trentenni. Da notare anche il dato delle persone sottoposte al carcere duro del 41 bis: 759, di cui 746 uomini e 13 donne. «Una crescita contenuta ma continua negli ultimi anni», fa notare Gonnella. Nel corso dell’anno scorso sono stati 25 i provvedimenti di prima applicazione del carcere duro, il 15% in meno rispetto al 2019.

Eppure il dato pare eccessivo perfino a Franco Mirabelli, capogruppo Pd nella commissione Antimafia: «L’istituto del 41 bis va difeso – scrive in una nota il vicepresidente dei senatori dem – è un istituto straordinario che ha funzionato e funziona. Ma pensare che in Italia ci siano oltre 700 capomafia da sottoporre a quel trattamento appare spropositato. L’eccessivo utilizzo del 41bis è certamente legato alla inefficienza delle attuali strutture di Alta Sicurezza».

VA DETTO PERÒ che è nelle celle di detenzione comune che si registra il maggior aumento di malattie psichiche, di episodi di autolesionismo (23,86 ogni 100 detenuti), e soprattutto di suicidi: 61 nel 2020, un numero tra i più alti degli ultimi venti anni. E sono sempre più giovani, i detenuti che si tolgono la vita: la media dell’anno scorso è stata di 39,6 anni.

Il totale dei morti è 154, di cui 18 di Covid, deceduti insieme a 10 poliziotti penitenziari. In un anno di pandemia non molta strada è stata fatta: da qualche giorno è cominciata la campagna vaccinale con circa mille reclusi e 5 mila agenti che, ad oggi, hanno ottenuto la prima dose. Ed è passato un anno anche da quelle rivolte scoppiate in alcune carceri in risposta alle prime restrizioni anti-Covid. Rivolte durante le quali – o subito dopo – sono morti 12 detenuti. In molti si chiedono ancora perché.

giovedì 11 marzo 2021

Ambiente: Non c’è più tempo per la Pianura Padana

dalla pagina https://www.pressenza.com/it/2021/03/ambiente-non-ce-piu-tempo-per-la-pianura-padana/

09.03.2021 - Redazione Sebino Franciacorta

Riportiamo il Manifesto “Non c’è più tempo”, presentato in data 15 febbraio 2021 da Meuccio Berselli, segretario generale dell’Autorità di Bacino Distrettuale del fiume Po. Nonostante sia passato un mese dalla sua redazione è giusto farlo conoscere per le verità che descrive. Questi documenti vanno divulgati il più possibile per far prendere consapevolezza a tutt* della situazione che la nostra pianura ha vissuto e sta vivendo.

Qualità dell’aria, urge intervenire con un’ “Intesa per l’Ambiente”. La qualità dell’aria nella Pianura Padana è pessima. I risultato peggiore è dovuto alla mortalità per gli elevati valori di Pm 2,5; inoltre le aree metropolitane si confermano ai primi posti in Europa per biossido di azoto. Secondo uno studio condotto dal Barcelona Institute for Global Health (Isglobal), in collaborazione con i ricercatori del Swiss Tropical and Pubblic Health Institute (1Swiss Tph) e dell’Università di Utrecht, pubblicato su “The Lancet planetary health”, la più alta incidenza di mortalità legata all’esposizione di Pm 2,5 si registra nelle città della Pianura Padana, in Polonia e in Repubblica Ceca. Come già anticipato, i grandi centri urbani europei presentano concentrazioni enormi di biossido di azoto (NO2).

Lo studio suggerisce che se in tutte le città oggetto della ricerca venissero rispettate le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sulla qualità dell’aria, si potrebbero evitare (in Europa) circa 51.900 morti per Pm 2,5 e NO2. Secondo la classifica stilata dalla ricerca si scopre come nelle prime 30 posizioni ci siano ben 19 città del Nord Italia (64%).

Non c’è più tempo. Occorre pianificare da subito una strategia aggressiva di elevata sostenibilità; anche noi, come Autorità di Bacino Distrettuale del Fiume Po, siamo chiamati a una nuova responsabilità, siamo una tessera di un complesso mosaico in cui ognuno deve aggiungere il proprio importante contributo, fino a comporre un nuovo quadro di riferimento innovativo per le nostre Comunità. Questa nuova visione deve essere ispirata alla conoscenza, alla ricerca, alla tutela e al miglioramento ambientale. Le armi che possiamo mettere in campo nella pianificazione e nel recepimento delle direttive comunitarie ci consentono scelte audaci.

Non c’è più tempo. Nel Bacino del Fiume Po si trovano alcune centinaia di cave dismesse che potrebbero essere riutilizzate come superfici galleggianti per i pannelli fotovoltaici, producendo energia 100% green, trovando soluzioni di scambio sul posto con imprese altamente energivore, evitando di bruciare gas fossile e di immettere dai camini tonnellate di inquinanti. Questa rigenerazione fluviale potrebbe diventare una faccia bella e positiva della stessa medaglia in cui l’altra faccia, meno bella, è stata in passato quella di prelevare materiale prezioso (sabbie e ghiaie) in modo spesso discutibile.

Non c’è più tempo. Occorre investire nel miglioramento della qualità delle acque realizzando fito-depuratori, modificando la modalità di manutenzione del sistema dei Consorzi di Bonifica, mettendo a dimora sulle rive dei canali piante ed essenze “utili” ad immagazzinare CO2, migliorando quindi sia la biologia del corpo idrico dei canali stessi (agendo come fasce tampone per gli inquinanti diffusi nel suolo), sia la qualità dell’aria, riqualificando habitat e paesaggi.

Non c’è più tempo. Bisogna realizzare un diffuso e capillare investimento spinto alla gassificazione con pirolisi di impianti in cui il combustibile siano piante e arbusti. Gli impianti di arboricoltura (anche a ciclo breve) possono contribuire al miglioramento dei suoli, a un impatto positivo sulla qualità dell’aria e alla produzione di energia pulita. La pirolisi è una tecnica sostanzialmente differente dalla combustione diretta, un processo di trattamento utilizzabile per la conversione energetica di diversi materiali organici e garantisce rese elevate nella trasformazione di biomassa in energia, senza la produzione di idrocarburi aromatici policiclici, diossine, furani, PM10 e benzofurani. Essa ha un benefico impatto ambientale sulla gestione sostenibile del patrimonio boschivo e forestale (potrebbe essere utilissima nell’Appennino), migliorando così la capacità di assorbimento del carbonio atmosferico con ricadute benefiche per la sistemazione idraulica-forestale e per i terreni agrosilvo pastorali, garantendo così una benefica mitigazione anche del rischio idrogeologico dei bacini. La produzione di energia con pirolisi è un’avanguardia tecnologica che permette rendimenti maggiori, con possibilità di scambio sul posto dell’energia: da un lato si predilige un aspetto economicamente più vantaggioso per il rendimento della biomassa, dall’altro la presenza di impianti tecnologici innovativi rende il territorio un polo di attrazione per aziende innovative e per lavori qualificati.

Non c’è più tempo. Promuoviamo l’introduzione e la sperimentazione sull’idrogeno che potrebbe diventare un green business planetario; il Piano Nazionale Italiano Energia e Clima (PNIEC) costituisce le fondamenta del percorso di decarbonizzazione dell’Italia. Il piano delinea il ruolo anche dell’idrogeno nel raggiungimento degli obiettivi comunitari (riduzione CO2 del 40% entro il 2030) in diversi settori energetici: nei trasporti con camion e treni a celle a combustibile, come vettore energetico e combustibile alternativo alle fonti fossili sia esso “verde” (prodotto con energia elettrica da fonti rinnovabili, sia “blu”, prodotto con processo industriale di riutilizzo di CO2. Ad esempio la lettera di intenti tra Tenaris, Snam ed Edison prevede che il progetto di decarbonizzazione dell’acciaieria di Dalmine (di Tenaris) con l’introduzione di idrogeno verde per alcuni processi produttivi sia già un primo passo in quel percorso.

Non c’è più tempo. Serve una nuova strategia economica e politica per trovare la modalità di trasportare le merci sul Grande Fiume. L’uso commerciale della nostra principale via d’acqua potrebbe diventare una leva per ridurre gli impatti legati alla logistica, ai costi e ai pericoli legati alle manutenzioni stradali ordinarie e straordinarie e alla sicurezza (ambientale e stradale) di interi territori.

Non c’è più tempo. Bisogna ricondurre gli investimenti a un livello di pianificazione in cui il goal sia l’ecosistema e trovare investimenti che, ispirati alla sostenibilità, possano garantire la giusta redditività agli investitori. I finanziamenti ci sono, i percorsi virtuosi sono sostenuti dai fondi europei, dalle banche e dalla nostra coscienza. Finalmente il piano per mettere a dimora migliaia di piante è partito e ognuno di noi è chiamato in causa. La nostra educazione e il nostro senso civico devono portarci a modificare i comportamenti legati alla mobilità, promuovendo parallelamente un grande investimento sui giovani, sulle loro abilità e sui loro talenti per invertire la direzione. Servono progetti concreti e dove ci sono occorre che abbiano la necessaria attenzione e priorità.

Fonte: https://adbpo.gov.it/wp-content/uploads/2021/02/ADBPo_Manifesto_-_NON_CE_PIU_TEMPO.pdf 


martedì 9 marzo 2021

Tre economiste innovatrici

dalla pagina https://www.pressenza.com/it/2021/03/tre-economiste-innovatrici/

Fiorella Carollo

(Foto di Gerd Altmann from Pixabay)

Oggi nel mondo sono in atto degli esperimenti a livello politico ed economico che avrebbero bisogno della massima attenzione e considerazione. Da una parte la ragione per cui non hanno ricevuto la dovuta attenzione è da imputarsi all’interesse di mantenere lo status quo, dall’altra mi chiedo se la ragione non sia perché hanno come protagoniste delle donne, da una parte le economiste e dall’altra le politiche. 

Le tre economiste in oggetto sono Esther Duflo, Julia Steinberger e Kate Rawhorth i fatti in oggetto sono: il 20 aprile 2020 la sindaca di Amsterdam stringe un accordo con l’economista Kate Raworth per conformare le nuove politiche economiche a quelle dell’economista britannica. L’altro fatto è in corso da quattro anni in Nuova Zelanda da quando nel 2016 è stata eletta la prima ministra Jacinda Ardern, la più giovane prima ministra mai nominata nel mondo, la quale ha dichiarato che le politiche e i bilanci della Nuova Zelanda non si sarebbero più uniformate al principio della crescita economica ma bensì ad assicurarsi il benessere nella qualità della vita dei suoi cittadini. Se questi due esperimenti dovessero funzionare cioè se fra qualche anno i dati raccolti dimostreranno che effettivamente le emissioni di CO2 sono diminuite in Olanda e questo non ha comportato alcuna recessione economica e che in Nuova Zelanda l’economia sia riuscita a “prosperare senza crescita” beh a quel punto i sostenitori della crescita a oltranza avrebbero dei dati su cui riflettere.

Da quando ho pubblicato il mio libro “Extinction Rebellion e la rivoluzione ambientale”1 ne parlo con le persone e ho notato che quando affronto criticamente l’argomento “economia” le persone reagiscono come se toccassi una vacca sacra. Mi rendo conto che molti hanno paura di perdere i privilegi e il benessere economico che hanno grazie all’economia, a questa economia. Personalmente, sono d’accordo con quanti dicono che l’economia è troppo importante per lasciarla solo agli economisti. Non dobbiamo sentirci impotenti perché non siamo laureate in economia! Quello che è importante è usare il proprio buon senso e documentarsi costantemente, diventare cittadine partecipi del nostro sistema democratico.

Alla fin fine penso che molto si riduca alla necessità di educare le persone ad una nuova prospettiva sociale, di stimolare il dibattito su un’economia più giusta per tutti, sulla necessità di reclamare un sistema economico diverso che pone al centro non più gli interessi del 1% della popolazione mondiale ma bensì la salute, l’interesse di tutti. Alle persone che temono una economia diversa perché temono di perdere i loro privilegi, dico loro che un’economia che mette in primis il benessere di tutti i cittadini e la loro salute, che vuole tutelare i lavoratori nella transizione alle energie rinnovabili e che vuole rispettare l’ambiente, significherà vivere in una società dove le tensioni sociali, la violenza, la povertà, il crimine saranno alquanto ridimensionate se non scomparse e questo inevitabilmente porterà una qualità di vita migliore per tutti. Allora forse questo è uno scambio che può essere equo per quelle persone benestanti che hanno timore di guardare a un’economia diversa da quella neoliberista.

Le economiste

Esther Duflo, 37enne è in assoluto la più giovane persona ad aver ricevuto un Nobel, l’ha ricevuto per l’economia assieme al marito A. Banerjee, e a un collega del M.I.T. M. Kramer dove insegnano economia dello sviluppo. Esther Duflo assieme al marito ha scritto un libro di grande interesse “Una buona economia in tempi difficili”. Da anni portano avanti progetti nei paesi non industrializzati partendo, non da una ricetta economica che vogliono mettere in atto, come di solito ha fatto la Banca Mondiale in questi decenni per affrontare e sradicare la povertà, ma al contrario partono dal “metodo sperimentale” quello che si usa in medicina e in generale nelle scienze per testare la validità di un farmaco o di un metodo, di una nuova sperimentazione. Al M.I.T. hanno un laboratorio dove insegnano a 200 sperimentatori in tutto il mondo come testare i programmi per affrontare la povertà. A questo progetto si è affiliata anche la Bocconi. Il metodo schematicamente consiste nel a) andare sul luogo per verificare qual è la situazione, b) ascoltare le richieste di quella popolazione, dall’aprire una scuola, costruire un acquedotto, introdurre il vaccino anti-malaria, oppure mettere le zanzariere alle finestre, c) per implementare queste richieste adottano due progetti pilota in due villaggi diversi per poter comparare i risultati e vedere che cosa funziona e che cosa non funziona e poter poi adottare il progetto modificato e funzionante. Io credo non sia un caso se il comitato svedese abbia scelto questo trio di economisti; evidentemente vuole dare un segnale alle scelte economiche perché si indirizzino verso posizioni opposte rispetto a quelle che sono state adottate in questi ultimi 50 anni. E vuole anche dare un segnale perché i governi si muovano in modo efficace nell’affrontare il problema della povertà che oggi è anche delle economie più industrializzate come conseguenza delle politiche neoliberiste degli ultimi trent’anni.

Queste politiche sono state avviate nella seconda metà degli anni ‘80 quando le grandi compagnie, le multinazionali sono riuscite a convincere i governi a adottare delle politiche liberiste che comportano da una parte pochissime tasse e dall’altra la circolazione delle merci in tutto il globo e la loro produzione dislocata, con la promessa che questo avrebbe portato dei benefici a tutti. Questa vera e propria rivoluzione ha preso piede grazie alla Thatcher in Inghilterra e Reagan negli Stati Uniti. È vero che questa liberalizzazione delle merci ha portato benefici per tutti? Le tre economiste di cui vi voglio parlare lo confutano con dati alla mano.

Julia Steinberger2, 47enne, economista ecologica, professoressa all’università di Losanna, studia per trovare vie d’accordo tra le esigenze dei mercati e quelli dell’ecologia. E’ figlia di un premio Nobel per la fisica.

L’attuale sistema economico produce ricchezza a spese del pianeta senza riguardo per i rifiuti tossici che produce, senza riguardo per lo sfruttamento delle risorse naturali, e senza riguardo per gli effetti che hanno le attività estrattive. Il nostro sistema economico produce ricchezza a spese delle lavoratrici e dei lavoratori gli stipendi sono bloccati da più di vent’anni mentre il costo della vita non è certo rimasto quello di vent’anni fa. Questo sistema economico produce ricchezza a spese della salute dei cittadini, la pandemia ha reso evidente a tutti noi, anche a quelli che non volevano crederci, quanto questo sia vero.

Critica alla crescita

Le critiche alla crescita ad ogni costo non sono nuove anzi hanno iniziato qualche decennio fa e sono diventate progressivamente sempre più numerose da isolate che erano però non hanno mai fatto parte della “conversazione” ora invece che la pandemia ha fatto saltare delle certezze e si rende necessario un nuovo assetto economico queste proposte incominciano diventare parte della conversazione mainstream.

Julia Steinberger afferma che la prima ragione per cui le nostre economie sono ossessionate con la crescita è perché i politici non avranno mai il coraggio di adottare politiche che non si uniformino a bilanci che devono crescere di anno in anno nessuno di loro vuole chiamarsi fuori dalla competizione.

Per dirla in parole semplici i governi vedono la loro reputazione legata alla reputazione della loro economia: se abbandoni la crescita economica come obiettivo politico ti stai letteralmente togliendo dal club delle paesi che contano.
I governi focalizzati alla crescita non sono necessariamente malintenzionati suppongono che la crescita economica permetta a loro  di avere i soldi per portar avanti obiettivi come il benessere sociale, attuare delle riforme per affrontare la crisi climatica eccetera.  Infatti, anche Duflo e Banerjee in un recente saggio per il Ministero degli Esteri, notavano che dal 1990 il numero delle persone che vivono con meno di un dollaro e 90 al giorno, la definizione di povertà estrema secondo la banca mondiale, è sceso da 2 miliardi a circa 700 milioni. “Oltre ad aumentare il reddito delle persone l’espansione regolare del PIL ha permesso ai governi di spendere di più per le scuole, gli ospedali, le medicine e trasferire reddito ai poveri”. Tuttavia, quando i benefici della crescita sono principalmente acquisiti da una elite, avvertono, il disastro sociale può esserne la conseguenza.

La politica della crescita ad ogni costo, ha portato a risultati malsani.  Un esempio lo abbiamo proprio in questi tempi di pandemia: i governi all’inizio della pandemia si sono rifiutati di attuare delle veloci misure per contenere la diffusione, come vietare gli spostamenti aerei, vietare grandi eventi, chiudere scuole e i posti di ritrovo. I governi hanno dichiarato che non potevano attuare queste misure preventive perché sarebbe andato a scapito della economia dicendo questo hanno apertamente affermato che il primato non è la salute dei cittadini.

Le alternative positive non vengono prese in considerazione perché la crescita viene propagandata come il mito fondante necessario e benefico per tutti. Nella realtà sta diventando sempre più evidente negli ultimi 20 anni come i benefici non sono assolutamente per tutti, si stanno assottigliando sempre più le schiere dei beneficiari, con la perdita della classe media e il suo impoverimento generale.  La crescita non è una panacea contro la povertà al contrario ci distrae dal prendere misure e che sarebbero veramente efficaci per eliminare la povertà, come ad esempio, il reddito di base universale che farebbero da cuscinetto alle crisi economiche e alla transizione ecologica.  L’imperativo della crescita ha reso il mercato potente tale da sostituire le azioni del governo mentre invece abbiamo bisogno di uno stato, e la pandemia l’ha dimostrato, che sia sempre più presente per attutire gli effetti della crisi.

Kate Raworth britannica, 51enne, come vedete sono tutte donne giovani, si è formata ad Oxford dove ancora insegna, oltre a Cambridge, il suo libro del 2017 dal titolo provocatorio “L’economia della ciambella. Sette mosse per pensare come un economista del ventunesimo secolo” ha avuto molta attenzione.

Già da tempo il modello di crescita è messo sotto accusa da due economisti premi Nobel, Joseph Stiglitz e Amartya Sen, ma Kate Raworth fa un passo in avanti e propone un modello alternativo di economia che prende in considerazione l’emergenza climatica. Le politiche economiche che noi abbiamo correntemente vedono i governi dare sussidi alle energie del fossile alle loro industrie, in realtà quello che sarebbe giusto accadesse è che prima di varare una legge un bilancio si dovrebbe prendere in considerazione gli effetti che quella operazione/sovvenzione ha sull’ambiente; perché l’acidificazione degli oceani deve essere tenuta in considerazione quando immetto più floro, più fosforo nelle acque degli oceani o dei fiumi. Se devo sovvenzionare un progetto per un’industria estrattiva devo tenere in considerazione quanto CO2 in più sto immettendo nell’atmosfera. Con il trattato di Parigi del 2015 i governi di 190 nazioni del mondo industrializzato si sono impegnate a mantenere il tasso di inquinamento atmosferico dell’anidride carbonica [in modo da limitare l'aumento della temperatura media globale] sotto i 2°, se vogliamo che questo si traduca in realtà, ogni azione deve essere monitorata, tenendo presente questi limiti.

Chi ha deciso di dare ascolto a Kate Raworth è la sindaca di Amsterdam la quale il 20 aprile dell’anno scorso, quindi non solo in piena pandemia ma anche in pieno lockdown, ha stretto un accordo per cui da quel momento la città di Amsterdam avrebbe uniformato le sue politiche al progetto economico di Kate che chiede da una parte, di tenere in considerazione i limiti ambientali nelle scelte economiche, e dall’altra di tenere in considerazione i diritti dei cittadini di avere una casa, un reddito, accesso alle cure sanitarie, all’educazione, al tempo libero, al benessere fisico e psicologico.

Non è un caso, a mio avviso, che proprio la città di Amsterdam abbia fatto questo cambio di rotta significativo perché c’è un precedente. Cinque anni prima un’associazione ambientalista olandese Urgenda- anche questa ha per presidente una donna- ha intentato una causa allo stato sulla base che il governo deve prendersi cura dei suoi cittadini ma continuando a sovvenzionare le industrie estrattive e quindi continuando ad aumentare la percentuale di anidride carbonica nell’atmosfera non lo stava facendo. Dopo tre udienze in appello, l’ultima e definitiva nel dicembre del 2019, il giudice dava ragione all’associazione Urgenda a cui nel frattempo si erano unite anche altre associazioni. Ma il giudice ha fatto una cosa ancora più grande cioè ha obbligato il governo a porre rimedio entro il dicembre 2020. I politici si sono ritrovati con appena un anno di tempo per ridurre l’emissione di CO2. A questo punto cosa hanno fatto? Si sono rivolti al loro nemico, l’associazione Urgenda, che ha contattato 800 associazioni del territorio chiedendo di approntare un piano. Cioè i politici si sono rivolti alla società civile e si sono rivolti a quelle associazioni che lavorano sul territorio perché sono quelle che hanno la mano in pasta con i problemi e le realtà oggettive. A mio avviso questo è l’antefatto che spiega perché la città di Amsterdam abbia adottato un cambiamento di rotta nella direzione della giustizia e dell’ambiente.

Ho voluto scrivere di queste tre economiste per farvi sapere che anche se non appaiono nei nostri talk show, non le trovate citate negli articoli dei nostri quotidiani, sono comunque di tutto rispetto. Seguiamole, leggiamo i loro libri, monitoriamo i loro sviluppi, partecipiamo al cambiamento necessario del nostro sistema economico studiando le economiste che lo meritano.

1# Fiorella Carollo, Extinction Rebellion e la rivoluzione ambientale 2019, Multimage

2# Fonti https://www.opendemocracy.net/en/oureconomy/pandenomics-story-life-versus-growth/


lunedì 8 marzo 2021

Donne che costruiscono il futuro: Vandana Shiva

dalla pagina https://www.pressenza.com/it/2021/03/donne-che-costruiscono-il-futuro-vandana-shiva/

Trascrizione dell’intervista

Juana Perez, Pressenza

Benvenuta a Pressenza, benvenuta a “Donne che costruiscono il futuro”, benvenuta a casa, Vandana. Molte grazie per la tua presenza qui con noi. Amiche e amici, come potete vedere siamo con Vandana Shiva, nota pensatrice e scrittrice, fisica, attivista, eco-femminista, con milioni di persone che seguono le sue proposte in tutto il pianeta. Parleremo dei progetti in cui si è impegnata e continua a impegnarsi. Lavora con la base sociale, con organizzazioni, ma anche con governi. Ha affrontato il potere denunciando grandi compagnie. E’ difficile elencare tutto quello che hai costruito, però per sintetizzarlo in qualche modo mi piacerebbe che ci raccontassi che cosa hanno in comune tutte le cause che difendi.

Tutto ciò su cui lavoro viene dal mio amore per la vita e dall’amore per la libertà, qualunque cosa sia, che sia la protezione dei semi o lo stare con le mie sorelle contadine a difendere la terra, il territorio, il suolo. Tutto ha a che fare con la difesa della vita da un luogo d’amore o con la difesa della libertà da un luogo di resistenza contro la mancanza di libertà.

Tu parli della decolonizzazione, dell’ecofemminimo, del patriarcato capitalista e della decolonizzazione della natura, delle donne e del futuro.

Se ci pensi, gli stessi processi di colonizzazione, ossia il progetto del patriarcato capitalista, colonizzano la natura, trasformano la terra da un bene comune a una proprietà privata, trasformano i semi da bene comune a proprietà intellettuale, trasformano le persone da esseri umani autonomi in utenti di algoritmi e macchine. L’appropriazione dei beni comuni è al centro della colonizzazione e la colonizzazione della natura è molto legata a quella della donna. Nello stesso modo in cui la Madre Terra è diventata sterile, la donna come creatura autonoma, produttiva, creativa, che sosteneva e sostiene attualmente l’economia e la società è diventata un corpo vuoto, un oggetto da sfruttare. Tutto il lavoro che facciamo, tutta la creatività e la conoscenza che abbiamo è stata trasformata in non-conoscenza, in non-lavoro, ma il processo stesso di colonizzazione della natura e delle donne ha minato le basi stesse della vita.

Quando sfruttate un fiume e lo sovrasfruttate lo state uccidendo e quel fiume è l’acqua della gente di oggi e della gente di domani, quando per avidità e cecità bruciate combustibili fossili, usate pesticidi nell’agricoltura e generate il 50% in più dei gas serra che promuovono il riscaldamento globale, state rubando il futuro delle nuove generazioni. Per questo la gioventù è molto consapevole della crisi climatica e abbiamo movimenti come Fridays For Future. Ma ciò che manca ancora è l’interconnessione di queste tre colonizzazioni. Il giorno in cui l’umanità si sveglierà e lo capirà, il potere della terra, il potere delle persone sarà un potere creativo, completamente impossibile da fermare.

Torneremo su questo punto. Nella prima risposta dicevi che tutto quello su cui lavori viene da te, dalla tua difesa della vita. Ci sono state esperienze concrete, interne, di rapporti con la gente, nella tua azione, che ti hanno portato all’attivismo, all’impegno per la vita, qualcosa che ti ha cambiato in un certo momento e ti ha spinto a impegnarti con diversi movimenti?

La mia formazione di base è come fisica, ho fatto un dottorato in teoria quantistica, quindi la mia formazione intellettuale ha a che fare con la non separazione, con l’idea che tutto è interconnesso. Ha a che fare con il potenziale; l’idea che le donne siano biologicamente inferiori è stata creata dal patriarcato capitalista. Le donne dovrebbero essere agenti importanti nell’economia, nella democrazia, nella cultura, nella politica, per questo la non separazione dei diversi potenziali fa parte della mia educazione.

Il mio coinvolgimento nei temi ecologici, la consapevolezza della violenza del patriarcato capitalista e la creazione di una filosofia che riconosce che la natura e le donne sono creative, tutto questo è cominciato con un’esperienza personale. Stavo partendo per il Canada per il mio dottorato di ricerca. Mio padre era stato una guardia forestale e io le ho visitato per tutta la mia infanzia; un particolare bosco di querce era scomparso e un fiume che veniva da questa antica foresta era diventato un rivolo, solo poche gocce d’acqua. Mi sentivo come se mi avessero tagliato un braccio perché ero cresciuta là e questo mi turbava molto. Ho iniziato a parlarne e quando sono tornata a Delhi ho saputo di questo nuovo movimento di Chipko, nella mia zona. Stavo andando in Canada, ma mi sono impegnata a tornare nelle vacanze e a fare volontariato con questo movimento. Ho poi fatto il mio dottorato di ricerca in teoria quantica all’Università dell’Ontario, in Canada, ma ho fatto un dottorato sull’ambientalismo e l’attivismo ecologista all’Università di Chipko, nelle montagne della mia regione. Questo è ciò che ha formato il mio impegno di attivista per l’ambiente e nel rimanere sempre informata. Dovunque avvenisse una distruzione ecologica, erano le donne a sollevarsi e non perché i loro geni dicevano di essere più vicine alla natura, ma perché erano state lasciate a prendersi cura delle cose basilari, a fornire cibo e carburante e acqua e tutte quelle cose che non sono considerate lavoro, che non sono considerate parte dell’economia. Quindi avevano ricevuto il compito di prendersi cura di queste cose di base di cui si ha bisogno e sono diventate esperte di sostenibilità, ecologia, sopravvivenza.

Un altro grande cambiamento è avvenuto nel 1984, quando in India si sono verificati due eventi molto violenti. Una è stata una rivolta contadina nello stato del Punjab, dove la rivoluzione verde è stata introdotta per la prima volta nel terzo mondo. Fino ad allora era presente solo nel primo mondo industrializzato.

Ma questa rivoluzione verde, come è stata chiamata, non era rivoluzionaria e non era verde, era semplicemente violenta, era una tecnologia militare introdotta nell’agricoltura, che ha rovinato lo stato del Punjab. Per questo c’è stata una rivolta dei contadini. Lo stesso anno nella città di Bhopal nella stessa azienda che aveva introdotto questi pesticidi c’è stata una fuoriuscita di gas letale e sono morte migliaia di persone. Stavo lavorando in quel periodo con l’Università delle Nazioni Unite, in un programma sulla pace e la trasformazione globale con un particolare focus sul consumo delle risorse e ho detto: “Ehi, qui sta succedendo qualcosa”. Così ho scritto un libro sulla rivoluzione verde o la violenza della rivoluzione verde, perché per me la conoscenza non è una carriera, per me la ricerca non è aggiungere un’altra pubblicazione al mio curriculum. La conoscenza è una guida per l’azione; se sappiamo che qualcosa è sbagliato allora faremo di tutto per impedire che quel male continui, sia attraverso la conoscenza che attraverso l’azione. Per questo mi sono impegnata a continuare la ricerca sulla violenza del cartello dei veleni e dell’agricoltura industriale. E così sono diventata un’esperta di questo argomento, proprio per evitare quel danno e dall’84 mi sono impegnata a promuovere un’agricoltura senza violenza. Come risultato di questo lavoro nel 1987 sono stata invitata a una riunione in cui il cartello dei veleni voleva appropriarsi dei semi. Volevano un trattato globale per imporre questo al mondo.  E così ho iniziato a difendere i semi.

Dunque ognuno dei miei grandi cambiamenti è stato innescato da una grande ingiustizia e una grande violenza contro la terra e contro le persone, soprattutto le donne.

Abbiamo parlato di cause, di movimenti. Quando queste cause si uniranno saremo in un’altra situazione. Si stanno formando molte reti in tutto il mondo, ma a tuo parere di cosa abbiamo bisogno per generare la massa critica sufficiente a cambiare la direzione degli eventi a livello globale? Che cosa dobbiamo introdurre perché questo avvenga? Come possiamo contribuire perché arrivi questo momento?

Come ho detto ho iniziato il mio lavoro con l’ecologia dopo Chipko nei primi anni 70; il mio lavoro intellettuale è naturalmente molto più vecchio e la mia storia femminista è iniziata dal momento in cui sono nata. Ho avuto la fortuna di avere dei genitori meravigliosi e una madre femminista meravigliosa ancora prima che il termine fosse introdotto nel vocabolario. Abbiamo delle debolezze. Il colonialismo e la sua espressione come patriarcato capitalista ha generato concentrazione di potere, avidità, ricerca del profitto e dominazione nei confronti delle donne, ma questo è anche legato all’antropocentrismo. L’idea che gli esseri umani siano superiori alle altre specie è legata a quello che io chiamo apartheid ecologico, alla separazione dalla natura.

Allo stesso tempo gli stessi processi hanno creato un nuovo razzismo, secondo cui le persone di colore sono inferiori ai bianchi perché il colonialismo doveva essere giustificato con la superiorità di una certa pelle, quella bianca, di una religione, il cristianesimo, di un genere, gli uomini. Tutto questo era un pacchetto. Quando lo guardiamo come un sistema si tratta di un unico pacchetto. I movimenti sono sorti nel tempo concentrandosi su diversi aspetti di questa entità comune, ma si tratta di una guerra contro la vita, contro l’autonomia e l’auto-organizzazione, una guerra contro la diversità.

Tutti questi aspetti erano interconnessi con la causa e la forma alla radice, ossia il colonialismo e il patriarcato capitalista. Le forze trainanti erano l’avidità e l’estrazione e la generazione di profitto in qualsiasi modo e con qualsiasi mezzo; così hanno creato narrazioni per giustificare il loro sfruttamento come una missione civilizzatrice, dicendo, no, non vi stiamo sfruttando, vi stiamo civilizzando, senza di noi siete dei barbari, siete dei primitivi, siete inferiori. E questa narrazione ha rotto e frammentato i movimenti. Così abbiamo il movimento Black Lives Matter, il movimento delle donne e poi abbiamo i Fridays for Future. Abbiamo un movimento per i diritti della Madre Terra totalmente separato dalla giustizia di genere, dall’antirazzismo e dall’interesse delle generazioni future, quindi cosa dobbiamo fare ora che sappiamo che abbiamo una finestra di dieci anni per la transizione? Sappiamo che se nei prossimi dieci anni non produrremo un cambiamento, ci distruggeremo, distruggeremo le condizioni per la vita umana sulla terra, proprio come abbiamo fatto con altre specie. E questa non è un’ipotesi, è estrapolazione: ciò è stato fatto ad altre specie e ad altre culture, gli ecocidi di specie diverse, i genocidi dei popoli nativi sono tutti qui, il femminicidio delle donne, sono lì. Così per quelli che parlano di scienza basata sull’evidenza, questa è l’evidenza, la scienza basata sull’evidenza; siamo sulla strada del collasso e dell’estinzione, ma loro pensano di essere così superiori da poter scappare su Marte in qualche modo e sopravvivere mentre rovinano questo pianeta.

Quindi, prima dobbiamo svegliarci rispetto a questa finestra di dieci anni, poi svegliarci sulla radice comune delle ingiustizie, non le diverse espressioni, ma le radici che sono comuni. La prima cosa che dobbiamo fare è renderci conto che abbiamo la creatività, abbiamo il potere creativo di fare il cambiamento che vogliamo vedere, non dobbiamo aspettare che qualcuno venga a dirci: svegliati! No, il risveglio viene da dentro, questo è un potere che è dentro di noi e la separazione è stata imposta. La non separazione è la realtà della nostra vita, la nostra non separazione dalla natura, la nostra non separazione come esseri umani e la nostra non separazione con le altre generazioni.

Questa è una legge come le leggi di non separazione della teoria quantistica; dobbiamo capire anche la teoria quantistica dell’unità tra la specie umana e le altre specie e all’interno della stessa specie umana. Una volta che cambiamo questa consapevolezza si aprono tutti i tipi di possibilità e di nuovo lo dico sulla base della scienza basata sull’evidenza. E abbiamo già visto che salvando un solo seme abbiamo un intero sistema che può risolvere i problemi climatici, affrontare quelli del suolo e le catastrofi sanitarie, che non crea pandemie come questa tecnologia agricola invasiva, che con gli OGM si infiltra ovunque in Amazzonia.  Ci può dare una buona salute e creare giustizia a ogni livello… E’ tutto fattibile, sta nella nostra storia; per questo i popoli indigeni devono essere ponti importanti verso il futuro.

Ha a che fare con quelle donne che nonostante difficoltà e problemi continuano a guidare le generazioni verso il futuro. Dunque le donne devono essere a capo di questa transizione. Dobbiamo renderci conto che siamo una cosa sola, con la natura, come umanità e abbiamo una vita comune, come umanità e come pianeta. Questo risveglio apre finestre che sono state chiuse dal patriarcato capitalista e ci impediscono di muoverci, ci impediscono di cambiare, ci impediscono di essere agenti di cambiamento.

Vuoi aggiungere qualche altro elemento tangibile o intangibile che ci aiuti a costruire il futuro nonviolento a cui aspiriamo?

Tutto il mio attivismo, come ho già detto, è iniziato a Chipko e tutte le mie azioni sono state ispirate dalla nonviolenza contro le forze della violenza; per esempio le forze della violenza che hanno distrutto l’agricoltura nel Punjab con la rivoluzione verde, le forze della violenza dei pesticidi dello stabilimento della Union Carbide, le forze della violenza della Monsanto che voleva appropriarsi dei semi.

Quindi ci sono tre lezioni che ho sperimentato e imparato. La prima è l’auto-organizzazione. Dobbiamo renderci conto che siamo esseri autonomi, non siamo oggetti e come esseri auto-organizzati e come soggetti autonomi siamo connessi agli altri nella mutualità. Siamo autonomi ma interconnessi, siamo auto-organizzati ma diversi e vedendo questo allora l’auto-organizzazione diventa sia un diritto che un dovere e comincia a formare politiche diverse. Ovunque nel mondo il voto è diventato una crisi, perché il voto è stato sequestrato dal denaro. E i governi invece di essere della gente e per la gente dovunque lavorano per le multinazionali o per i milionari. Allora la rappresentanza democratica è un fallimento della terra e dell’umanità, non sta dalla parte del popolo; abbiamo bisogno di una democrazia molto più partecipativa. E questa viene da tutti quelli che si rendono conto che possono fare la differenza. Non dobbiamo aspettare quelli che abbiamo eletto, perché oggi l’influenza che abbiamo attraverso il voto è molto piccola rispetto alle grandi lobby. Dunque dobbiamo essere il cambiamento nel luogo dove stiamo.

Poi, in secondo luogo, la globalizzazione degli ultimi trent’anni è stata una ricolonizzazione e se guardiamo le cifre delle emissioni di gas serra, se guardiamo l’estinzione delle specie, la crisi dell’acqua, la crisi dei rifugiati, questi ultimi trent’anni sono stati devastanti per la società e il pianeta, quindi dobbiamo ri-localizzare l’economia e ri-ecologizzare l’economia. Io questo lo chiamo creare un’economia della vita.

Il terzo punto è il potere della coscienza, il potere della verità. Molte persone si sentono impotenti quando i governi al servizio delle multinazionali fanno leggi per togliere le libertà. E poi dicono: bene, cosa facciamo adesso? Gli inglesi hanno cercato di farlo in Sudafrica, in India, di rendere illegale per noi, per esempio, produrre il nostro sale dalla nostra acqua e dal nostro mare. Avevano il monopolio del sale. Gandhi è andato sulla spiaggia e ha detto: “La natura ce l’ha dato gratis. Ne abbiamo bisogno per la nostra sopravvivenza. Continueremo a fare il sale e non obbediremo alle vostre leggi”. E questo è stato chiamato “la forza della verità”. Questo mi ha ispirato. Così quando ho visto che le Monsanto del mondo volevano possedere i semi, noi abbiamo detto: “Voi non avete inventato i semi, quella è la vita. Noi salveremo i semi e non accetteremo leggi che rendano illegale la loro condivisione, perché questo è il nostro dovere verso la terra, verso noi stessi e verso le generazioni future”. Non accettare l’ingiustizia e le leggi brutali è la massima espressione dell’umanità ed è la massima espressione della nostra libertà.

Traduzione dall’inglese di Anna Polo e Thomas Schmid