domenica 15 novembre 2020

Il Papa: i poveri sono al centro del Vangelo, serve il coraggio dell'amore

dalla pagina https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2020-11/papa-francesco-giornata-mondiale-poveri-omelia-messa-talenti.html


No ai cristiani misurati, a quanti si limitano ad osservare le regole senza rischiare nel servizio agli altri. Lo afferma Papa Francesco nell'omelia alla Messa celebrata stamattina nella Basilica Vaticana in occasione della IV Giornata mondiale dei poveri. Un centinaio le persone presenti in rappresentanza degli indigenti del mondo. Nell'avvicinarsi del Natale l'invito del Papa a chiederci cosa dare e non cosa comprare

Adriana Masotti - Città del Vaticano

E’ la parabola dei talenti tratta dal Vangelo secondo Matteo al centro dell’omelia del Papa nella Messa per questa IV Giornata mondiale dei poveri. Francesco spiega che il racconto dei servi a cui il padrone affida le sue ricchezze perché, in sua assenza, le facciano fruttare, contiene un insegnamento che illumina tutta la nostra vita.

Il Padre ha fatto un dono a ciascuno di noi 


All’inizio, spiega il Papa, c’è un grande bene, il gesto del padrone che “non tiene per sé le sue ricchezze, ma le dà ai servi” a ciascuno seconda le sue capacità. “Anche per noi - afferma - tutto è cominciato con la grazia di Dio”. Con il dono che il Padre “ha messo nelle nostre mani”:

Siamo portatori di una grande ricchezza, che non dipende da quante cose abbiamo, ma da quello che siamo: dalla vita ricevuta, dal bene che c’è in noi, dalla bellezza insopprimibile di cui Dio ci ha dotati, perché siamo a sua immagine, ognuno di noi è prezioso ai suoi occhi, unico e insostituibile nella storia! Quant’è importante ricordare questo: troppe volte, guardando alla nostra vita, vediamo solo quello che ci manca. Allora cediamo alla tentazione del “magari!...”: magari avessi quel lavoro, magari avessi quella casa, magari avessi soldi e successo, magari non avessi quel problema, magari avessi persone migliori attorno a me!…

Pensando in questo modo, prosegue Francesco, non vediamo il bene che abbiamo e i doni che Dio ci ha fatto fidandosi di noi, sperando che ciascuno possa utilizzare bene quanto ha ricevuto, impegnando bene il tempo presente, invece che perderlo in inutili nostalgie che avvelenano l’anima, che ci fanno guardare sempre agli altri e non alle possibilità di lavoro che il Signore ci ha dato. 

Non vivere per se stessi, ma essere dono


E quello che fa fruttare i talenti ricevuti “è l’opera dei servi”, prosegue Papa Francesco, “cioè il servizio”. E ripete più volte "non serve per vivere chi non vive per servire. E’ il servizio, infatti, che “dà senso alla vita”, ma, si domanda il Papa, qual è lo stile del servizio?

Nel Vangelo i servi bravi sono quelli che rischiano. Non sono cauti e guardinghi, non conservano quel che hanno ricevuto, ma lo impiegano. Perché il bene, se non si investe, si perde; perché la grandezza della nostra vita non dipende da quanto mettiamo da parte, ma da quanto frutto portiamo. Quanta gente passa la vita solo ad accumulare, pensando a stare bene più che a fare del bene. Ma com’è vuota una vita che insegue i bisogni, senza guardare a chi ha bisogno! Se abbiamo dei doni, è per essere doni. 

Il Papa aggiunge a braccio: "E qui, fratelli e sorelle, ci facciamo la domanda: “Io seguo i bisogni, soltanto, o sono capace di guardare a chi ha bisogno? A chi è nel bisogno?”.   

Per il Vangelo non c’è fedeltà senza rischio


La fedeltà dei servi, in questa parabola, corrisponde alla capacità di rischiare, perché essere fedeli a Dio vuol dire lasciarsi sconvolgere la vita dalle esigenze del servizio. E Francesco prosegue: “È triste quando un cristiano gioca sulla difensiva, attaccandosi solo all’osservanza delle regole e al rispetto dei comandamenti”. Nella vita cristiana non basta non commettere errori e vivere senza “iniziativa e creatività”, afferma ancora il Papa, non basta non fare nulla di male seppellendo il dono ricevuto, come il servo pigro che Gesù chiama addirittura ‘malvagio’. E prosegue:

Non è stato fedele a Dio, che ama spendersi; e gli ha recato l’offesa peggiore: restituirgli il dono ricevuto. Tu mi hai dato questo, io ti do questo”, niente di piùIl Signore ci invita invece a metterci in gioco generosamente, a vincere il timore con il coraggio dell’amore, a superare la passività che diventa complicità. Oggi, in questi tempi di incertezza, e in questi tempi di fragilità, non sprechiamo la vita pensando solo a noi stessi, con quell’atteggiamento dell’indifferenza. Non illudiamoci dicendo: «C’è pace e sicurezza!» (1 Ts 5,3). San Paolo ci invita a guardare in faccia la realtà, a non lasciarci contagiare dall’indifferenza.

I poveri ci permettono di arricchirci nell'amore


Nella parabola il padrone spiega al servo infedele come avrebbe dovuto agire, gli dice che avrebbe potuto affidare ai banchieri il talento ricevuto e restituirlo poi al padrone con gli interessi. Così dobbiamo fare anche noi nei confronti di Dio:

Chi sono per noi questi “banchieri”, in grado di procurare un interesse duraturo? Sono i poveri: ma non dimenticateli. I poveri sono al centro del Vangelo. Il Vangelo non si capisce senza i poveri. I poveri sono nella stessa personalità di Gesù, che essendo ricco annientò sé stesso, si è fatto poveri, si è fatto peccato – la povertà più brutta. I poveri ci garantiscono una rendita eterna e già ora ci permettono di arricchirci nell’amore. Perché la più grande povertà da combattere è la nostra povertà d’amore. 

Chi non ama resterà povero


Tendere la mano a chi ha bisogno, essere operosi nell’amore come la donna descritta nella prima Lettura tratta dal Libro dei Proverbi, invece che desiderare ciò che ci manca, afferma il Papa, è ciò che moltiplica i beni ricevuti. E in riferimento a quanto vivremo prossimamente aggiunge:

Si avvicina il tempo del Natale, il tempo delle feste. Quante volte, la domanda che si fa tanta gente: “Cosa posso comprare? Cosa posso avere di più? Devo andare nei negozi […] a comprare”. Diciamo l’altra parola: “Cosa posso dare agli altri, per essere come Gesù, che ha dato sé stesso e nacque proprio in quel presepio?”.

Chi non fa così spreca la sua vita e alla fine “resterà povero”:

Alla fine della vita, insomma, sarà svelata la realtà: tramonterà la finzione del mondo, secondo cui il successo, il potere e il denaro danno senso all’esistenza, mentre l’amore, quello che abbiamo donato, emergerà come la vera ricchezza. (…) Se non vogliamo vivere poveramente, chiediamo la grazia di vedere Gesù nei poveri, di servire Gesù nei poveri.

Don Malgesini, limpida testimonianza al Vangelo

Il Papa conclude la sua omelia con un pensiero e un grazie ai “tanti servi fedeli di Dio” che vivono così e cita come esempio don Roberto Malgesini, il sacerdote di Como che ha speso la sua vita nel servizio quotidiano ai poveri perché semplicemente in loro vedeva Gesù, offrendo alla fine della sua esistenza una “limpida testimonianza del Vangelo”. “Chiediamo la grazia di non essere cristiani a parole - conclude Papa Francesco - ma nei fatti. Per portare frutto, come desidera Gesù”.


sabato 14 novembre 2020

Trasformare l’economia per salvare il Pianeta. Italia e Germania ci riusciranno?

dalla pagina https://valori.it/climate-change-riconversione-sistemi-produttivi-italia-germania/

Due studi analizzano la capacità dei due Paesi di riconvertire i sistemi produttivi per la neutralità climatica. In palio anche più Pil e nuovi occupati

Il sistema produttivo italiano riuscirà a convertirsi alla neutralità climatica? Cerca di rispondere questa domanda il rapporto "Il Green Deal conviene. Benefici per economia e lavoro in Italia al 2030" dell'associazione Esta (l'immagine è la cover del rapporto)

Massimiliano Lepratti

Riconvertire i sistemi produttivi nazionali verso la neutralità climatica. E riuscire a mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5° rispetto all’era pre-industriale (come chiesto dall’Accordo di Parigi sul clima del 2015). In poche parole trasformare l’economia – anzi le economie di tutto il mondo – per salvare il Pianeta. È questa la grande sfida che abbiamo di fronte. Riusciremo a vincerla?

Se lo sono chiesti, e hanno cercato di dare una risposta, due studi, presentati quasi contemporaneamente, il mese scorso (a ottobre 2020). Hanno focalizzato l’attenzione su due Paesi europei dove la manifattura industriale ha il peso maggiore: la Germania e l’Italia. Per il nostro Paese la ricerca “Il Green Deal conviene. Benefici per economia e lavoro in Italia al 2030” è stata curata dall’associazione Economia e sostenibilità (Està) per conto dell’Italian Climate Network. Mentre per la Germania la ricerca “CO2-neutral by 2035: Key elements of a German contribution to meet the 1.5°C limit” è stata pubblicata dal Wuppertal Institut. 

Chi inquina e chi assorbe CO2 in Italia dal rapporto di Esta “Il Green Deal conviene. Benefici per economia e lavoro in Italia al 2030”

Gli obiettivi fissati dai Governi non sono sufficienti

In entrambi i casi vengono analizzate le condizioni affinché i due Stati possano contribuire al contenimento del riscaldamento globale entro 1,5° tra l’era preindustriale e il 2100. E in entrambi i casi i ricercatori segnalano l’inadeguatezza degli obiettivi intermedi fissati dai relativi governi nazionali.

In Italia il documento guida dell’azione governativa è attualmente il PNIEC (Piano nazionale integrato energia e clima), che fissa obiettivi di riduzione dei gas climalteranti al 40% tra il 1990 e il 2030. Intanto la Commissione europea ha già innalzato il traguardo al 55% e il Parlamento europeo al 60%. La legge del governo tedesco sulla protezione del clima, approvata l’anno scorso, prevede invece che la Germania diventi neutrale dal punto di vista dei gas serra entro il 2050. Tuttavia il Consiglio consultivo tedesco per l’ambiente (SRU) parte dal presupposto che la neutralità climatica nazionale debba essere raggiunta intorno al 2035 se il Paese vuole dare un contributo adeguato all’obiettivo globale.

Puntare sui trasporti per ridurre le emissioni inquinanti. Dalla ricerca di Esta “Il Green Deal conviene. Benefici per economia e lavoro in Italia al 2030”

Rinnovabili, trasporti, ristrutturazione edilizia: i settori su cui intervenire

Altri elementi comuni ai due studi sono gli ambiti prioritari in cui occorre intervenire per concretizzare obiettivi coerenti con il limite di 1,5°. Està insieme a ICN e il Wuppertal Institut concordano nell’individuare come decisivi i settori della produzione e stoccaggio di energia rinnovabile, della trasformazione del sistema dei trasporti e della ristrutturazione degli edifici.

Da un punto di vista delle misure concrete il quadro diverge parzialmente: per ciò che attiene la produzione di energia la ricerca tedesca pone l’accento soprattutto sullo sviluppo dell’eolica, mentre i ricercatori italiani individuano nel solare, e in particolare nella produzione di energia elettrica grazie alla diffusione del fotovoltaico, la chiave di volta per la trasformazione del settore. La differenza è pienamente compatibile con le le diverse condizioni naturali dei due Paesi. E con l’offerta di potenziali risorse rinnovabili che ne deriva.

Le emissioni di CO2 in Italia nei diversi settori produttivi. Dalla ricerca di Esta “Il Green Deal conviene. Benefici per economia e lavoro in Italia al 2030”

Il nodo cruciale dello stoccaggio di energia

Lo studio realizzato dal Wuppertal Institut pone poi una forte attenzione sull’idrogeno come modalità di stoccaggio privilegiata (in particolare per gli usi nell’industria pesante). Mentre i ricercatori italiani, pur non trascurando affatto l’idrogeno prodotto da fonti rinnovabili, vedono nelle batterie al litio il potenziale maggiore.

Il consumo di energia in Italia. Dalla ricerca di Esta “Il Green Deal conviene. Benefici per economia e lavoro in Italia al 2030”

Auto elettriche ed edifici ad alta efficienza energetica

Nel settore della mobilità suggerimenti che emergono dalla ricerca tedesca e italiana concordano nell’individuare l’ampia e rapida diffusione di automezzi ad alimentazione completamente elettrica (e il conseguente abbandono dei combustibili fossili) come la misura necessaria per un cambiamento reale. Allo stesso modo un vasto programma di ristrutturazione degli edifici per aumentarne l’efficienza energetica e per rendere gli impianti di climatizzazione alimentati da energie rinnovabili è indicato come prioritario in entrambi gli studi. 

Puntare sull’aumento dell’efficienza energetica degli edifici per ridurre le emissioni inquinanti. Dalla ricerca di Esta “Il Green Deal conviene. Benefici per economia e lavoro in Italia al 2030”

Una nuova agricoltura per inquinare meno e assorbire più CO2

Infine Està ha analizzato i possibili effetti climatici dati da modelli diversi di coltivazione agricola e di gestione delle foreste in Italia. In entrambi i casi le ricadute potenziali sarebbero estremamente favorevoli, grazie non solo alla diminuzione delle emissioni, ma anche e soprattutto all’aumento della capacità di assorbimento della CO2 presente in atmosfera.

Secondo i ricercatori di EStà l’applicazione su vasta scala delle pratiche di agricoltura conservativa (copertura dei suoli, rotazione delle colture, riduzione dell’aratura) aumenterebbe di 29 milioni di tonnellate (su 427 oggi emesse in Italia) la capacità di assorbimento di gas serra dei suoli agricoli nazionali. Combattendo, così, la pericolosissima tendenza all’impoverimento degli stessi. Risultati molto significativi in termini di aumento dell’assorbimento si avrebbero anche attraverso pratiche di gestione della crescita delle foreste e del legname più coordinate e coerenti con il grande potenziale di lotta al cambiamento climatico che le nostre superfici verdi possiedono.

L’autore dell’articolo è Massimiliano Lepratti di EStà


venerdì 13 novembre 2020

“Rinunciamo alla messa per due settimane”: il vescovo di Pinerolo sospende le celebrazioni della domenica fino al 22 novembre

Chiudere per riaprire
L'appello del vescovo Derio Olivero

Carissime amiche e carissimi amici,

A giugno, con alcuni amici, ho scritto il libro Non è una parentesi. Allora ero quasi certo che la pandemia fosse alle spalle. In quel testo invitavo a «non sprecare» ciò che quel terribile momento ci aveva insegnato.

Purtroppo siamo nuovamente nella stessa situazione: tantissimi contagi, molti in terapia intensiva, molti decessi. Gli ospedali sono pieni e molte persone con malattie gravi, magari bisognose di interventi, non possono essere ricoverate. Tutti siamo a conoscenza di persone positive, di amici o familiari ricoverati, di persone in terapia intensiva. Tutti siamo invitati a ridurre i nostri movimenti, a contenere le occasioni di assembramento. Soprattutto nei nostri territori (zona rossa).

A tante persone sono richiesti sacrifici gravi per contenere il contagio: penso ai nostri giovani che non possono andare a scuola, non possono trovarsi per fare sport o per chiacchierare la sera; penso ai ristoratori e a quanti hanno dovuto chiudere le loro attività lavorative. Sono sforzi enormi, richiesti per ridurre le occasioni di contagio, anche là dove erano stati fatti sforzi grandi per adeguarsi alle normative (penso alla scuola, ai locali pubblici e ai negozi).

Il governo non ha chiesto a noi cristiani della zona rossa di sospendere le celebrazioni festive. Sono consapevole che abbiamo questo diritto. Ma io chiedo ai cristiani cattolici di «fare volontariamente un passo indietro» e di rinunciare per due domeniche a questo diritto, per contribuire a un bene comune, cioè il contenimento del contagio. So che è un sacrificio grande. Ma essere cristiani non significa innanzitutto difendere i propri diritti, quanto lottare per i diritti di tutti. Molti mi diranno che dobbiamo difendere la nostra identità, espressa soprattutto nella celebrazione eucaristica.

Care amiche e cari amici, la nostra identità sta nella nostra capacità di seguire Gesù Cristo, che si è fatto dono per tutti, capace di santità ospitale. Lo so, abbiamo bisogno di Lui per essere dono per gli altri. In questo tempo preghiamo tutti di più!

Ve lo chiedo in ginocchio. Preghiamo di più, preghiamo incessantemente per noi e per tutti, in particolare per quelli che soffrono. Riscopriamo, nella necessità, la preghiera in casa. Troppi cristiani l’hanno dimenticata. Riscopriamo la lettura della Parola, nella quale ci viene incontro Cristo stesso. Non possiamo radunarci in chiesa, ma possiamo radunarci in casa. Come sarebbe bello un momento di silenzio e di preghiera con i figli o con i nipoti! In molte case cristiane si è persa questa cura domestica della fede. Senza la cura domestica e personale della spiritualità, la Messa rischia di diventare un rito vuoto.

Lo so che in queste domeniche ci mancherà la dimensione comunitaria, pilastro del nostro cammino di fede! Lo so e sono felice che in noi credenti sia vivo e fecondo l’aspetto comunitario. In questi giorni mi impegnerò io per primo a curare maggiormente i contatti e ad essere presente con video, streaming, messaggi, telefonate. Chiedo di fare altrettanto ai sacerdoti, ai diaconi, ai catechisti, agli animatori. Anzi chiedo a tutti i cristiani di dedicare maggior tempo alle relazioni. Il cristiano è un creatore di relazioni all’interno e all’esterno della propria comunità.

Con uno slogan direi così: «Chiudiamo per aprire». Sogno una Chiesa meno ripetitiva, meno individualistica, meno autocentrata; sogno una Chiesa che si fa dialogo, che si fa relazione, che vive di relazioni, che è capace di celebrare con genuina creatività la risurrezione del Signore sempre. Sogno una Chiesa che incarna l’enciclica Fratelli tutti, che vive il comando dell’amore.

La Chiesa è «Corpo di Cristo». In questo tempo vive la dimensione di «corpo lacerato» nella certezza di tornare ad essere «corpo risorto». Come dice saggiamente il teologo Marco Gallo: «La libertà di culto non è un bene assoluto, ma vive in equilibrio con una presenza evangelica nei territori e nei contesti. Soprattutto, per riportare alla questione liturgica, la libertà di culto non coincide con il culto pubblico ad ogni costo. Bisogna aver fiducia nella liturgia, che sa aspettare i tempi opportuni, trasformarsi in gesti ancor più discreti, in contatti differenti».

Chiedo scusa alle persone sensibili che magari verranno scandalizzate da questa scelta. Cari amici, vi chiedo di fare questo sforzo anche per i vostri figli, o nipoti, che forse non frequentano più le nostre liturgie (e son tanti, purtroppo). Loro guardano la Chiesa come un’istituzione insensibile alla loro vita concreta, ai loro problemi; un’istituzione chiusa nella sua dottrina, incapace di dialogo; un’istituzione fuori dal tempo.

Cari fratelli e sorelle, aiutiamoci a creare una Chiesa capace di parlare non solo a noi praticanti (e di una certa età, come me), ma ancora capace di parlare ai giovani e a chi non crede. Questa è la grande urgenza. Aiutatemi, amici credenti, a costruire il futuro. Di tutti.

+ Derio Olivero

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dalla pagina https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/11/11/rinunciamo-alla-messa-per-due-settimane-il-vescovo-di-pinerolo-sospende-le-celebrazioni-della-domenica-fino-al-22-novembre/6000106/

A noi cristiani non è stato chiesto di sospendere le messe, ma io vi chiedo di fare uno sforzo in questo senso per due settimane". Il vescovo di Pinerolo sospende le celebrazioni nella sua diocesi e si rivolge ai fedeli: "Chiudiamo per aprire, nel nome di una chiesa meno ripetitiva, meno individualistica, meno autocentrata" . In primavera era finito in terapia intensiva a causa del Covid

Il vescovo della diocesi di Pinerolo a Torino, Derio Olivero, ha deciso di sospendere le messe domenicali per le prossime due settimane, cioè fino al 22 novembre. A questa decisione, si legge nel comunicato scritto in accordo con la chiesa valdese, “siamo pervenuti congiuntamente con la volontà di dare a questo gesto una valenza ecumenica e di testimonianza civile“. Come riporta da Repubblica, il vescovo si è poi rivolto direttamente ai fedeli con un ulteriore appello: “Questa estate avevamo pensato che la pandemia fosse alle nostre spalle, invece siamo nella stessa situazione, se non peggio. Ci sono tantissimi contagi e tanti malati in ospedale anche in terapia intensiva. A tutti vengono chiesti sacrifici enormi: ai giovani, ai ristoratori, ai commercianti, che ne avevano già fatti tanti per adeguarsi alle norme. A noi cristiani non è stato chiesto di sospendere le messe, ma io vi chiedo di fare uno sforzo in questo senso per due settimane“. Un “sacrificio” – aggiunge Olivero nella lettera, pubblicata dalla free press della diocesi valdese – che paragona a quelli sopportati dai “giovani che non possono andare a scuola, non possono trovarsi per fare sport o per chiacchierare la sera; dai ristoratori e da quanti hanno dovuto chiudere le loro attività lavorative“.

Don Derio Olivero nella lettera si dice consapevole che molti forse non saranno d’accordo, “ma, spiega, la nostra identità sta nella nostra capacità di seguire Gesù Cristo. Lo so, abbiamo bisogno di lui. Non possiamo radunarci in chiesa, ma possiamo farlo a casa, con i familiari, i figli e i nipoti, dedicando più attenzione alle relazioni“. “Chiudere per aprire”, è il messaggio che il vescovo manda in ultimo ai fedeli nella lettera, “nel nome di una chiesa meno ripetitiva, meno individualistica, meno autocentrata”.

L’appello arriva dopo che il vescovo già nelle scorse settimane aveva contestato la scelta del governo di lasciare la possibilità di celebrare regolarmente le messe: “A mio giudizio sarebbe bello dare un segno di vicinanza a tutti coloro che devono chiudere e scegliere noi stessi, come chiesa, per due o tre domeniche, di sospendere le celebrazioni”. Don Derio Olivero all’inizio dell’epidemia, la scorsa primavera, era stato colpito dal Covid. Ricoverato in ospedale, era peggiorato fino a essere trasferito in terapia intensiva. Anche papa Bergoglio lo aveva chiamato. Ristabilitosi, si è esposto nel promuovere la battaglia contro il coronavirus e ora, come riporta Repubblica, potrebbe fare da apripista nella scelta di sospendere le messe nella stagione dell’Italia a tre colori.

(credits immagine: Vita diocesana pinorelese)


Dall’Io al Noi, verso un’identità collettiva

dalla pagina https://www.pressenza.com/it/2020/11/dallio-al-noi-verso-unidentita-colletiva/

(Foto di Guerrilla Espiritual)

L’essere umano è parte di un mondo sociale da cui non può prescindere, pertanto la crisi globale e il conseguente disorientamento che viviamo ne influenzano l’esistenza. Il mondo è interconnesso come mai prima d’ora ma le persone si sentono più isolate e soffrono la mancanza di comunicazione; la destrutturazione sociale si è insinuata fin nelle relazioni di vicinato, a tal punto che, nonostante le persone abbiano bisogno di calore umano, aumenta un sentimento di sospetto verso ogni approccio che abbia sentore di cortesia e solidarietà. È come se ognuno di noi fosse un puntino isolato in un enorme spazio bianco in mezzo a miliardi di altri punti completamente slegati tra loro, senza mai il conforto di una linea che ci unisca ad altri. Ma se nello spazio siamo isolati, non va meglio con il tempo. Come se la storia fosse ormai compiuta, come se fossimo giunti ormai in cima alla spirale del tempo, ognuno vive un eterno presente in cui le immagini traccianti verso il futuro sono deboli, spesso distopiche e comunque frammentarie, limitate a situazioni particolari. La chiusura rispetto al futuro annichilisce l’umano nella sua essenza di “tempo e libertà”.

Secondo l’ipotesi formulata da Ortega y Gasset, e più tardi ripresa da Silo, ci troviamo in un epoca di Disillusione di cui è caratteristica principale proprio questa collocazione nel presente caratterizzata dalla ricerca del magico, dell’irrazionale e del feticcio ma nella quale è anche possibile la configurazione di un nuovo mito capace di dare una nuova apertura temporale alla coscienza umana. Le caratteristiche di quest’epoca fanno da trasfondo ad un processo nel quale l’umanità è giunta, dopo millenni di interazioni crescenti tra individui, gruppi e popoli, ad una “sintesi planetaria” in cui tutti gli individui compartecipano della stessa sorte. Questo grande cambiamento è accompagnato da una grande crisi di valori che investe il mondo. L’esistenza umana gravita intorno alla religione del denaro, la quale sembra ormai essere sfuggita di mano alle istituzioni ogni giorno di più scippate del potere da elites economico-finanziarie che, fuori da ogni controllo e in opposizione alle aspirazioni dei popoli, danno al sistema una direzione suicida che si manifesta principalmente con il disastro ambientale, con enormi disuguaglianze e con la conseguente migrazione forzata di grandi masse umane in fuga dalla povertà estrema cui sono ridotte.

Ma come sarà possibile uscire da questa situazione? Tutto ciò che ha dato direzione alla storia negli ultimi secoli non funziona più, i valori sono ormai cambiati e il mondo è diverso da quello che abbiamo imparato a conoscere sui nostri stanchi libri o che ci viene proiettato a gran volume da Hollywood. Tutto questo genera un forte disorientamento e una forte tendenza a vivere di illusioni confortanti che però offuscano la mente e ci legano al palo. Le persone non vogliono privarsi di quelle illusioni che hanno perché credono che è grazie a quelle illusioni che si può vivere ma quando finalmente quelle illusioni cadranno, si comincerà a sentire più libertà di quella che si supponeva. Il mondo sta cambiando e l’umano sta crescendo. I valori, le credenze e le ideologie che gli davano direzione e identità fino a pochi anni fa hanno esaurito il loro compito e la gente, senza tanti problemi, in breve tempo comincerà a scrollarseli di dosso liberandosi da quella sensazione di asfissia che accompagna questo momento storico. Alcuni segnali sono già captabili con un po’ di attenzione.

In generale possiamo osservare un ampliamento della compresenza degli avvenimenti mondiali che, supportato dalla tecnologia, favorisce lo sviluppo di una nuova sensibilità su scala globale. Diversi gruppi, facendo largo uso della “rete”, si vanno organizzando in maniera orizzontale relativamente a tematiche che riguardano l’ecologia, i diritti umani e la nonviolenza. Concomitantemente le nuove generazioni manifestano la necessità di costruire un tessuto sociale più solidale in cui vi sia spazio per la ricerca di senso e per relazioni colme d’affetto, comprensione e reciprocità che rafforzino il senso di appartenenza a un’identità collettiva anteposta a quella personale. Questa ricerca produce cambiamenti in tutti gli ambiti di relazione.

Ad esempio, l’approccio all’identità di genere va prendendo sempre più forme complesse e flessibili. Il sesso cessa di essere un tabù, diventando un ulteriore ambito in cui affermare la propria libertà al di là delle costrizioni culturali e sociali. La messa in discussione è così radicale da riconsiderare persino la dualità di genere, portando gli esseri umani a lasciarsi aperte frontiere prima inconcepibili come la libertà di non identificarsi in un genere fisso prestabilito. Possiamo rintracciare le radici di questa rivoluzione nella rivendicazione femminista e nel suo rifiuto dei valori patriarcali. Anche l’orientamento sessuale presenta una ampia gamma di possibilità che arricchisce le relazioni tra gli umani. Il sesso è una forma specifica di comunicazione umana, che ha a che vedere con le emozioni e con i sentimenti. Ogni cultura favorisce una forma di comunicazione sessuale e ne reprime altre; ognuno ha le sue affinità e cercare di farne un problema morale o psicologico ha a che vedere con i valori e le credenze del sistema. Ma se si mettono in discussione tutti quei valori si deve anche rivedere la visione che si ha della sessualità. Con il processo di mondializzazione in atto vanno mescolandosi modelli culturali diversi e vanno via via cadendo gli schemi rigidi che ci trasciniamo dal passato come per esempio la coppia “due cuori e una capanna”.

Anche la coppia è un tema totalmente culturale e pertanto cangiante nello spazio e nel tempo. L’organizzazione della coppia è cambiata totalmente, le persone non credono più nel matrimonio o nella convivenza forzata e per tutta la vita. Il partner ideale è un modello psicologico che si configura a partire da un modello culturale. Un ipotesi probabile, in parte già riscontrabile, è che la coppia del futuro esplori la poligamia e la poliandria pur mantenendo però un riferimento stabile che funga da relazione “centrale”. I cambiamenti in atto nella coppia hanno, ovviamente, diverse ripercussioni sulla la famiglia. L’idea monolitica di famiglia “naturale” è ormai in declino superata da diverse esperienze di relazioni di coppia, genitoriali e filiali molto lontane dai modelli novecenteschi. Vi sono famiglie con figli adottivi, famiglie in cui la coppia è composta da membri dello stesso sesso e anche famiglie allargate le cui funzioni al loro interno sono svolte dalle nuove coppie dei genitori che magari mantengono ruoli e funzioni anche nelle famiglie precedenti dando vita a forme di relazione inedite. Cosa definisce allora la famiglia, il suo carattere “naturale” o l’impegno volontario a svolgere determinate funzioni? Noi propendiamo per la seconda ipotesi e a questo punto facciamo un passo avanti e affermiamo che nel futuro a cui aspiriamo il senso della parola famiglia non richiamerà alla mente fattori genetici o legali ma, semplicemente, si riferirà ad insiemi legati da affettività e aspirazioni comuni travalicando i confini dell’amicizia.

Una nuova sensibilità, un nuovo modo di relazionarsi e un nuovo tipo di comportamento si stanno manifestando nel mondo e la gente sperimenta in modo nuovo la necessità e la verità morale di trattare gli altri come vorrebbe essere trattata. Questa sensibilità, spesso soffocata dagli stretti collari di un sistema ancora primitivo in cui abbiamo imparato a difenderci piuttosto che ad aprirci al prossimo, presto si espanderà oltrepassando gli ambiti relazionali personali per invadere ogni ambito sociale a partire dal lavoro fino alla politica, all’economia e, perché no, le istituzioni religiose. Grazie alla diffusione di questa nuova sensibilità e di questo nuovo atteggiamento morale ci saranno comunicazione diretta di ciò che si sente e si fa, scambio di idee e realizzazione di lavori d’insieme. L’evoluzione umana non si fermerà e si affermeranno le legittime aspirazioni dei popoli perché è la rappresentazione di un futuro realizzabile e migliore che permette di modificare il presente e che rende possibile ogni rivoluzione ed ogni cambiamento. Per gli umanisti si fa sempre più chiaro che “…Non c’è altra via d’uscita che rivoluzionare il sistema, aprendolo alle diverse necessità e aspirazioni umane.”

Alcuni allarmisti che vedono i fenomeni in maniera isolata diranno che il mondo è allo sfascio, che la famiglia è spezzata, che l’amicizia non è più quella di una volta. Essi, morbosamente legati al loro paesaggio, non considerano che la storia umana si evolve per cicli e che per osservare un nuova alba deve giocoforza esserci stato il tramonto. Allora rimbocchiamoci le maniche e teniamo lo sguardo ben saldo verso il futuro ponendo fede nella possibilità di assistere all’alba del nuovo mondo.

giovedì 12 novembre 2020

Dal 9 al 15 novembre la “Settimana di mobilitazioni internazionali contro la militarizzazione dei giovani”

dalla pagina https://www.azionenonviolenta.it/dal-9-al-15-novembre-la-settimana-di-mobilitazioni-internazionali-contro-la-militarizzazione-dei-giovani/

L’appello della War Resister’s International

Traduzione di Ilaria Colella

Quest’anno, dal 9 al 15 novembre, attiviste e attivisti provenienti da tutto il mondo si uniranno per agire conto la militarizzazione dei giovani nei loro Paesi e città. La Settimana Internazionale di Azione contro la Militarizzazione della Gioventù, coordinata dalla War Resisters’ International, è il risultato di uno sforzo collettivo di azioni antimilitariste in tutto il mondo per sensibilizzare e trovare alternative ai modi in cui i giovani vengono militarizzati. Nelle Settimane degli anni precedenti si sono svolte varie attività, tra cui azioni dirette, colloqui, workshop e molti altri eventi, con la partecipazione di gruppi provenienti da molti Paesi, come Germania, Finlandia, Israele, Russia, Corea del Sud, USA, Nepal, Colombia, Italia, Turchia, Regno Unito e altri. Gli eventi dello scorso anno hanno seguito la settimana di azione tenutasi nel 2018, 2017, 2016 , 2015 e 2014, nonché una giornata di azione nel 2013.

Contrastare con la nonviolenza il reclutamento di menti e corpi
I militari, i gruppi armati e coloro che traggono profitto dalla guerra hanno sempre trovato il modo per raggiungere i giovani. Il loro obiettivo non è solo quello di reclutare nella causa militare i loro corpi, ma anche le loro menti. In alcuni Paesi, la militarizzazione dei giovani è più evidente – con la leva obbligatoria, i giovani (soprattutto, anche se non esclusivamente, ragazzi) sono costretti ad arruolarsi nell’esercito. Ciò potrebbe anche includere il reclutamento forzato o il reclutamento di bambini.

In molti altri luoghi – compresi quelli in cui la leva è stata sospesa o abolita – i governi, i trafficanti d’armi e altri speculatori di guerra hanno un interesse nell’ indottrinare i giovani ad essere “positivi” riguardo alle azioni militari. Le nostre azioni per contrastare la militarizzazione dovranno crescere finché si continueranno ad arruolare giovani nella violenza. Durante la Settimana di Azione lottiamo contro tutti i tipi di reclutamento che promuovono la violenza ai giovani e li coinvolgono in cause militari e di guerra.

Cosa puoi fare?
La Settimana di mobilitazioni internazionali contro la militarizzazione dei giovani si basa sulle vostre azioni, locali o autonome. Ci sono molti modi per partecipare:
• Webinar e azioni online: a causa del Covid-19, sappiamo che organizzare eventi fisici può essere problematico in alcuni Paesi. Vi incoraggiamo quindi a organizzare webinar o altre attività online su argomenti pertinenti al vostro contesto. Ti incoraggiamo anche a utilizzare i social media attivamente, a pubblicare aggiornamenti dal tuo Paese con gli hashtag #youthagainstwar e #weekofaction2020 e a diffondere la tua parola e la tua resistenza.
• Azioni nonviolente dirette (dove sono possibili eventi fisici): alcuni esempi degli anni passati includono proteste di fronte a centri di reclutamento e fiere di lavoro frequentate da militari, o proteste contro fiere di armi.
• Seminari, conferenze, workshop, forum pubblici (dove sono possibili eventi fisici): informa il pubblico sul tuo attivismo, sugli aspetti più importanti su cui focalizzarsi, ed incoraggia le persone a prendere parte all’azione contro la militarizzazione giovanile.
• Banchetti informativi: allestisci uno stand per fornire informazioni presso la tua scuola, università o qualsiasi altro luogo pubblico in cui sia possibile raggiungere un pubblico, diffondi volantini e altre fonti per informarlo sulla militarizzazione dei giovani e la resistenza nonviolenta.
• Proiezione di film: puoi proiettare dei film che raccontano della militarizzazione giovanile e della resistenza ad essa. Se hai bisogno di un suggerimento, contattaci.
• Celebra le tue azioni precedenti: se hai già condotto una campagna, o hai già organizzato un’azione o un evento contro la militarizzazione giovanile durante l’anno, vogliamo festeggiarlo con te! Parlaci del tuo lavoro e possiamo pubblicarlo sul nostro sito web antimili-youth.net e sui nostri social media. Diffondi la tua parola e resistenza durante la nostra settimana d’azione!
• Pubblica articoli e interviste sulla militarizzazione giovanile e/o la resistenza ad essa nel tuo Paese, informa gli altri e aiutaci ad espandere la nostra solidarietà internazionale.

Se hai dubbi o domande su come agire e cosa fare non esitare a metterti in contatto con noi; possiamo discutere insieme i vostri progetti di azioni, possiamo mettervi in contatto con altri gruppi attivi nel vostro paese che stanno già organizzando qualcosa: cmoy@wri-irg.org

Il Movimento Nonviolento, come negli ultimi anni, farà la sua parte (quest’anno forzatamente online) e con Azione nonviolenta seguirà gli sviluppi della Settimana d’Azione contro la Militarizzazione dei Giovani.

Per chi volesse seguire le notizie in inglese: https://wri-irg.org/en/story/2020/call-action-7th-international-week-action-against-militarisation-youth-9-15-november

 

mercoledì 11 novembre 2020

Metà degli italiani non ha pagato l'Irpef nel 2018

"[...] è verosimile l’arrivo di un momento in cui chi ha veramente bisogno di un servizio o di un ammortizzatore sociale potrebbe non goderne a causa di chi oggi non dichiara o dichiara il falso [...]"

dalla pagina https://www.documentazione.info/meta-degli-italiani-non-ha-pagato-irpef-2018


I cittadini italiani che hanno dichiarato un reddito sono stati 41.372.851 nel 2018. Tra questi, sono 31.155.444 quelli che hanno versato almeno un euro di Irpef. Ciò significa che 29,204 milioni di italiani non hanno reddito e vivono quindi a carico di qualcuno. È quanto emerge dal report 2020 di Itinerari Previdenziali sulle dichiarazioni dei redditi del 2019 (che si riferiscono quindi alle entrate del 2018).

Quasi la metà degli italiani, 29,204 milioni pari al 48,38%, non ha redditi e vive quindi, almeno sulla carta, a carico di qualcuno. Il report sottolinea che rispetto agli ultimi cinque anni di analisi i contribuenti che presentano la dichiarazione dei redditi sono lievemente aumentati, anche a fronte di una non diminuzione della pressione fiscale.

Pochi contribuenti reggono il sistema fiscale

Si conferma il fatto che una ristretta parte di contribuenti continui a sostenere la maggior parte della fiscalità: coloro che hanno dichiarato redditi superiori a 35mila euro, ovvero il 13% dei dichiaranti, hanno versato circa il 58,9% dell’Irpef complessiva del 2018. Sommando invece solo i titolari di redditi lordi da 300mila a 100mila euro, emerge che il 4,63% dei contribuenti paga il 37,57% dell’imposta totale.

I contribuenti delle prime due fasce di reddito, quelle più basse (fino a 7.500 e da 7.500 euro a 15mila) sono 18.156.997, pari al 43,89% del totale, e hanno versato nel 2018 il 2,42% di tutta l’Irpef. Tra i 15.000 e i 20.000 euro di reddito lordo dichiarato sono invece 5,724 milioni i contribuenti.

L’esempio della sanità del 2018

Per spiegare in che senso metà della popolazione è fiscalmente sulle spalle dell’altra metà, esaminiamo il finanziamento della sanità del 2018: in quest’anno la spesa sanitaria pubblica italiana  è ammontata a 115.448 milioni di euro, a beneficio di 60.359.546 italiani. 

Dividendo il numero di italiani per il totale della spesa sanitaria, otteniamo una spesa pro-capite di 1.886,51 euro nel 2018. Ma i contribuenti delle fasce di reddito più basse, pari al 43,89% del totale, hanno versato un’Irpef media di 163 euro nello stesso anno. Aggiungendo all’ammanco di queste due fasce anche quello della fascia superiore (redditi tra i 15 e i 20mila euro, con un’imposta media di 1.348 euro all’anno), si arriva a una differenza di 54 miliardi di euro tra servizi sanitari goduti e Irpef versato, che giocoforza verranno pagati dalle fasce più alte, a partire dai cittadini che hanno dichiarato redditi dai 20mila euro in su.

In estrema sintesi: il 42% dei contribuenti versa quasi il 91% di tutta l’Irpef.

Il report sottolinea che l’elevato numero di cittadini che non dichiarano redditi determina un aumento delle spese assistenziali e in prospettiva mette in difficoltà il nostro sistema di welfare, per cui è verosimile l’arrivo di un momento in cui chi ha veramente bisogno di un servizio o di un ammortizzatore sociale potrebbe non goderne a causa di chi oggi non dichiara o dichiara il falso. Questa tendenza è già avallata dai dati, se si considera che la spesa per assistenza finanziata dalla fiscalità generale è passata dai 73 miliardi di euro del 2008 ai circa 106 miliardi del 2018.

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martedì 10 novembre 2020

Pezzi di società, società a pezzi

dalla pagina https://comune-info.net/pezzi-di-societa-societa-a-pezzi/

Roberto de Lena


C’è un filo rosso che lega vecchi e nuovi senza dimora, ma anche precari, anziani, persone con disabilità. Vite di scarto, improduttivi, pensano quelli che sono in alto. Come possiamo rendere visibile quel filo rosso? Come trasformarlo in un legame di speranza? Come invertire la rotta? Stare in strada, ascoltare cosa ha da dire chi ci vive, sostare nei margini, dove non si hanno ricette predefinite, ripensare il welfare, sperimentare nuove forme di mutualismo, suggerisce chi nella provincia italiana vive da anni accanto ai più fragili. C’è da “ricomporre i pezzi scomposti e rancorosi di una società fatta a pezzi dalle logiche del profitto, verso una società della cura”

Tratta da unsplash.com

Giovanni è molto arrabbiato perché l’altra mattina qualcuno gli è passato davanti nella fila per prendere il pasto in mensa e nessuno è intervenuto per far rispettare il turno. Vive in macchina ormai da mesi, in un parcheggio affacciato sul mare. Il tempo è ancora clemente, per fortuna, ma l’umidità la sera si fa sentire. Era di origine rumena, il giovane che lo ha scavalcato: “Dovrebbero tornarsene a casa loro! Non sono mai stato razzista, ma ti ci fanno diventare”. “Tutti qua in Italia vengono, dobbiamo chiudere i porti, non se ne può più”, rincara la dose Paolo, che vive a pochi metri da lui in una vecchia roulotte.

Poco prima siamo passati da Mohamed: divide una “stanza” di un metro per due, uno sgabuzzino per intenderci, con Sofia. Stanno giù al porto, vendono una cassetta di pesce ogni tanto e danno una mano ai pescatori a pulirlo. Se la cavano con piccoli lavoretti, anche se la crisi da Covid si fa sentire anche per loro, lavoratori informali sulle cui spalle si basa una buona parte di economia italiana: non riceveranno i sussidi previsti dai ristori del governo.

Sono pezzi di società di una società fatta a pezzi, quelli che incontriamo ogni giorno e ogni sera, qui nella provincia italiana.

Vite di scarto

C’è anche Marco che ha bevuto troppo anche stasera, e con lui Igor: prendono da mangiare nella busta; il primo se ne va barcollando, l’altro vorrebbe parlare di tutto quello che nella sua vita non funziona. Mentre anche Giorgio si avvia verso il letto, un sedile di una Alfa Romeo degli anni Novanta, Massimo, Piero e Franco si separano, ognuno diretto verso la propria coperta stesa a terra sotto all’atrio di una chiesa, nel parchetto dove di giorno giocano i bambini, o in quel piazzale lasciato all’abbandono da anni. Gerardo invece vive in quel grande palazzo che cade a pezzi, ma almeno ha trovato un tetto sulla testa.

E ancora: Adam si è sistemato un bel lettino vicino alla macchina di Guido e dorme all’aperto: quando piove un po’ di spazio nell’auto si trova. Altre ed altri ancora non sono venuti per la cena: stanno al dormitorio e devono “rincasare” presto. Davide, che non si è mai allontanato da Termoli (Campobasso) nei suoi cinquantaquattro anni di vita, sogna invece di scappare da “questa Italia di merda dove nessuno ti aiuta se non sei nero” e di fuggire in Germania: lì le cose funzionano bene, la Merkel tiene tutto sotto controllo, e se perdi il lavoro te ne trovano un altro, così dice.

Sono molte e diverse le vite finite fuori dai binari della “normalità”. Anormali, appunto, vite di scarto. O forse sono lo specchio della democrazia attuale, che ha ridefinito il proprio patto sociale sulle categorie della produttività, della competizione, della paura, della persona come risorsa umana, come capitale umano. Marco, Piero, Massimo, Sofia e gli altri sono inutili, un peso che le nostre società non possono più sopportare. Sono inutili, peraltro, fino a prova contraria: fino a che le loro braccia non servono in qualche campagna del territorio. Sono inutili come lo sono gli anziani improduttivi, come le persone che hanno una disabilità. Se Giovanni ci pensasse bene, scoprirebbe che lui è inutile quanto Georghe, che l’altra mattina gli è passato avanti nella fila per il pasto. Giovanni questo lo sa, ma non vuole ammetterlo: si rifugia nel suo essere italiano. La sua disperazione lo porta a concludere che la sua condizione è determinata da chi sta come lui e gli passa davanti nella fila, gli passa davanti in quella costante lotta per la sopravvivenza che è la vita di strada.

Ricomporre le relazioni di una società lacerata

Ma dalla strada, noi che ci andiamo, vediamo meglio quello che succede nelle case, nel corpo della società attuale: vediamo la stessa esasperazione, lo stesso disincanto, la stessa profonda sofferenza, lo stesso rancore sociale. Le vite di strada non sono poi così lontane dalle vite di noialtri che la sera andiamo a dormire in un letto, e ci chiudiamo dietro le spalle la porta di casa proprio come Guido quella della sua auto. Quanti sono i precari e i disoccupati che la pensano come Giovanni? Quanta disperazione c’è nella voce di chi urla “chiudiamo i porti” o che pensa “che paese di merda l’Italia”? Quando abbiamo smesso di occuparci di questo rancore sociale che monta, nelle vite di strada di ogni giorno così come nelle piazze scomposte delle ultime settimane?

Come invertire la rotta? In tanti modi diversi. Fare politiche sociali universali, ad esempio, superando il welfare dei sussidi che divide e incattivisce gli uni contro gli altri, garantire l’accesso alla casa per tutti, finanziare un reddito di esistenza andando a prendere i soldi dove ci sono, dai più ricchi. Organizzare interventi di aiuto, mutualismo, prossimità, uscire dalla violenza sistemica in cui siamo immersi. Abolire le norme che precarizzano e mercificano il lavoro. Lavorare per la conversione democratica ed ecologica della società. Ma prima di tutto stare in strada, ascoltare cosa ha da dire chi ci vive, dare attenzione agli scarti, sostare nei margini, dove non si hanno ricette predefinite. Ricomporre i pezzi scomposti e rancorosi di una società fatta a pezzi dalle logiche del profitto, verso una società della cura.


I nomi delle persone citate sono stati modificati.

Roberto De Lena, l’autore di questo articolo, è operatore sociale (ma è anche impegnato con Attac e Cadtm Italia) in Molise.