dalla pagina https://comune-info.net/passato-e-futuro-di-una-guerra/
Guido Viale
Cosa sarebbe successo se gli accordi di Minsk del 2014 fossero stati
rispettati da Russia e Ucraina? Cosa sarebbe successo se la Nato avesse
rinunciato ad annettersi tutti gli Stati dell’ex dominio sovietico? Chi
avrebbe dovuto mediare nei mesi scorsi tra l’aggressore Russia e la
sempre più armata Ucraina? Secondo Guido Viale è importante risalire
indietro nel tempo per misurarsi con il presente e proiettarsi nel
futuro. Tuttavia, questo esercizio diventa ricco di senso se parte da
due presupposti, spesso dimenticati. Il primo: la guerra non è un evento
ma un processo e comincia ben prima del suo scoppio. Il secondo: anche
la pace è un processo. E non ha mai fine
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| Roma, 5 novembre 2022 |
Che cosa sarebbe successo se, di fronte
all’invasione dell’Ucraina, giunta fino a Kiev, Zelenski fosse fuggito, o
si fosse arreso? O la Nato non gli avesse fornito tutte le armi che gli
ha messo a disposizione? È l’argomento “forte” che tutti i favorevoli a
riempire di armi l’Ucraina ritengono risolutivo. Non si può non
rispondere. Ma l’alternativa a una resa di Zeleski non è, e non era nemmeno allora, la resa di Putin. Questa è la visione di chi nel proprio orizzonte non ha che la guerra.
È certamente giusto che la storia si faccia con i se. I “se” aprono
l’orizzonte a molteplici possibilità, spezzando la rigida concatenazione
degli eventi che riduce la libertà umana a necessità. Ma proprio per
questo occorre aprirsi a una molteplicità di se: risalire indietro nel
tempo, misurarsi con il presente e proiettarsi in avanti nel futuro. La guerra non è un evento ma un processo; che comincia ben prima del suo scoppio e spesso si trascina oltre la sua conclusione. Ma anche la pace è un processo, che si svolge sia in tempo di guerra che pace. E non ha mai fine.
Andiamo indietro nel tempo
Dunque, andiamo all’indietro: che cosa sarebbe successo se gli accordi di Minsk fossero stati rispettati da entrambe le parti? Se
le potenze che li avevano promossi, o l’Onu, li avessero fatti
rispettare, invece di permettere che una guerra mai dichiarata andasse
avanti per anni in una regione dell’Ucraina, preparando quella che
sarebbe venuta dopo? Rispetto alla situazione attuale entrambi i
contendenti si sarebbero risparmiati migliaia di morti e la distruzione,
che andrà avanti, di un intero paese, senza che una sovranità nazionale
rispettosa delle minoranze e delle autonomie ne avesse soffrire. Era
quanto Zelenski aveva promesso in campagna elettorale e non ha
rispettato; pressato da poteri e organizzazioni che ne hanno
condizionato il governo.
E, continuando ad andare all’indietro, che cosa sarebbe successo se la Nato avesse rinunciato ad annettersi tutti gli Stati sottrattisi al dominio sovietico,
come era stato promesso a Gorbaciov, ma anche raccomandato da numerose
personalità di “fede” atlantica; se non avesse continuato ad “abbaiare”
alle frontiere della Russia con esercitazioni militari sempre più
minacciose; se non avesse fatto quanto in suo potere per raggiungere
l‘annessione dell’Ucraina, e poi della Georgia, e di altro, con l’evidente prospettiva di smantellare la Federazione Russa?
Ma è una scelta che quegli Stati avevano compiuto autonomamente, se non
proprio democraticamente, si obietta. Sia pure, ma in una prospettiva
di crescente contrapposizione e di un confronto sempre più serrato tra
grandi potenze, invece della promozione di una cooperazione che era di
primario interesse per tutta l’Europa. D’altronde la Nato è una gabbia da cui, una volta entrati, è impossibile uscire;
perché trascina i suoi membri in conflitti che nulla hanno a che fare
con i loro interessi; e perché le classi dominanti trovano in
quell’affiliazione un puntello inaggirabile del loro dominio.
Facciamo un altro passo indietro. Più o meno cinquant’anni fa – è
stato critto – una potenza nucleare come gli Usa aggredivano uno Stato e
nessuno
di noi contestava il suo diritto di resistere con le armi. Gridavamo
“Vietnam vince perché spara” e forse molti di noi oggi non lo
griderebbero più. Il Vietnam ha vinto: hanno vinto le
sue classi dominanti. Ma il Fln (Fronte di Liberazione Nazionale) ha
perso, inghiottito di chi aveva più armi per combattere gli Usa. Quel
conflitto, comunque, non era mai assurto a confronto diretto tra potenze
nucleari, nonostante l’appoggio che Urss e Cina fornivano ad Hanoi.
Nessuno però si era o si sarebbe mai dichiarato contrario a un cessate
il fuoco immediato prima che le truppe statunitensi si fossero ritirate
dal paese. E se un cessate il fuoco avesse avuto luogo, forse in Vietnam
si sarebbe potuto arrivare a una soluzione soddisfacente prima che il
coinvolgimento di Hanoi creasse le condizioni di una mera annessione.
Prima di tutto mediare
Ora, venendo al passato recente, certo Putin pensava di ripetere
l’operazione che era riuscita a Breznev con la Cecoslovacchia di Dubcek
e, vedendola fallire, si è vendicato lasciando mano libera o ordinando
alle sue truppe di compiere ogni sorta di infamia (non che il nemico
aggredito sia andato con la mano leggera; né prima né dopo l’invasione.
Ma è la guerra…). Comunque, l’esercito e le milizie ucraine avevano già
ricevuto armi a sufficienza (usate nella guerra al Donbass) per
resistere a un esercito numericamente, se non tecnicamente, superiore.
Ma nessuno ha mai contestato all’Ucraina – all’Ucraina; non alla Nato –
il diritto di resistere ed è chiaro, ed era chiaro anche allora, che
Putin non ha le forze per occupare e tener sotto controllo tutto il
paese. Senza una resa di Zelenski si sarebbe comunque sviluppata una
situazione di conflitto endemico su molti fronti ed è lì che occorreva
intervenire: non con le armi, ma con una proposta di mediazione che
aggiornasse gli accordi di Minsk alla luce della nuova situazione.
Proposte in tal senso – peraltro irrise – sono state avanzate
recentemente, come base di partenza di un possibile negoziato, sia da
alcuni intellettuali che da un gruppo di ex diplomatici.
Ma chi poteva, e doveva, promuovere quella mediazione? Non certo Erdogan, che ha le mani altrettanto insanguinate di Putin; né Xi Jinping, che non ha certo interesse ad alienarsi la Russia in una prospettiva di crescente conflitto con gli Usa. Avrebbe dovuto farlo la Ue,
che aveva tutto l’interesse a non far precipitare la situazione e aveva
e ha delle carte da giocare, a partire dall’ingresso dell’Ucraina
nell’Unione, ma senza Nato, e dei suoi commerci con la Russia. Ma non lo
ha fatto perché le sue classi dirigenti sono totalmente asservite alla
Nato, che rappresenta gli interessi esclusivi degli Usa che dal
conflitto in Ucraina non vengono minimamente danneggiati. Non è stato
fatto; e nessun governo o partito di opposizione degli Stati
dell’Unione europea ha portato avanti una proposta o una rivendicazione
in tal senso. Perché? Perché i mediatori non possono
armare una delle parti. È una cosa elementare ma che nessuno, a partire
dal favoloso Draghi, sembra aver capito.
Un conflitto sempre più armato
E ora? Ora la consegna massiccia all’Ucraina di armi sempre più
potenti ha completamente cambiato il conflitto, trasformandolo in un
confronto diretto tra Federazione Russa e Nato. Sono armi non solo
costosissime, ma che per funzionare hanno bisogno di assistenza: di
istruttori, contractors e consulenti stranieri, dei droni di
Sigonella, dei radar del Muos di Niscemi, dei satelliti di Musk (un
esempio istruttivo di partnership pubblico-privato) nonché di una stampa
asservita, che è un’arma potentissima, in gran parte del resto del
mondo. Si farà la pace, a qualsiasi condizione, solo quando e se
quella guerra non converrà più al governo degli Stati Uniti. Rischiando
nel frattempo l’ecatombe nucleare. Perché Putin non è un
pazzo; ma è uno che per la posizione che occupa non può permettersi di
perdere come se lo poteva permettere invece il governo degli Stati uniti
in Corea, in Vietnam e in Afghanistan, in Siria.
E in futuro? Il futuro è tutto della crisi climatica che
incombe e incalza su tutto il pianeta. Se l’Olocausto nucleare è una
possibilità, tutt’altro che remota, la catastrofe climatica, senza
misure radicali, è invece una certezza assoluta. Coloro che
promuovono le armi (e non solo all’Ucraina; quanto di questo fervore
bellico ha contribuito ad alzare i budget della cosiddetta difesa e ad
allontanare il bando delle armi nucleari votato dall’Onu?) sono un
esempio palese di dissociazione mentale. Molti di loro sanno
perfettamente che la crisi climatica è alle porte. Ma ce ne si occuperà
“dopo”: dopo la vittoria su Putin. Cioè mai. Esattamente come fanno i
negazionisti: quelli tetragoni come quelli che lo sono nei fatti; cioè
tutte le classi dirigenti del mondo.
La guerra e il clima
E invece no. La lotta contro la crisi climatica – per
arginarla, non certo per sventarla, dato che ormai è irreversibile – è
innanzitutto una lotta per la pace, contro le guerre e contro
le armi; contro le loro emissioni, che sono enormi; contro le loro
distruzioni, che esigono di produrre nuove armi, di ricostruire case,
impianti e infrastrutture nuove con altro consumo di materiali ed
energia; che degradano il suolo e miliardi di esseri viventi
indispensabili all’equilibrio ecologico del pianeta. Ma il
passaggio obbligato è sempre lì: nella comprensione che l’autonomia di
una comunità non è un’offesa alla sovranità di un popolo, ma la sua
esaltazione. Che i confini non sono barriere da sacralizzare ma faglie
sopra cui gettare ponti. Che le armi prodotte e vendute, comprese quelle
nucleari, chiedono di essere usate: in sempre nuove guerre. Quante più armi, tante più guerre. Quanto più letali, tanto più rampa di lancio dell’apocalisse.
La CoP27 sui cambiamenti climatici aperta domenica a Sharm el
Sheik sotto il patrocinio di Al Sisi e – non solo per questo –
destinata comunque al fallimento, potrebbe riscattarsi dal pantano in
cui è affondata questa partita mettendo in chiaro una volta per tutte
una cosa sola: che la lotta contro la crisi climatica comincia da quella
contro guerre e armi. Sarebbe un grande successo.