Lettera a chi lavora nelle istituzioni della nostra casa comune
Carissima, carissimo,
la
vedo operare negli uffici, nelle aule di università o delle scuole, in
quelle di un tribunale o nelle stanze dove si difende la sicurezza delle
persone, nelle corsie dove si cura o nel front office di uno sportello,
nei laboratori o lungo le strade per renderle belle e proprie, nei
ministeri o in qualche ufficio isolato dove non la nota nessuno, nei
cortili delle caserme o nei bracci delle carceri. In realtà tanta parte
del suo lavoro non si vede, ma questa lettera è per lei. Non ci
conosciamo, ma il suo servizio è vicino alla mia vita e a quella dei
miei amici, delle persone che mi sono care, di tanti, di tutti, miei e
nostri compagni di viaggio e per questo ho pensato di scriverle.
Istintivamente le darei del tu, ma preferisco cominciare dal Lei per il
grande rispetto che nutro.
Una mistica francese di nome Madeleine
Delbrêl, una donna molto religiosa e molto impegnata nel sociale, una
donna pienamente evangelica, a proposito delle persone come lei diceva
che sono il filo che tiene insieme il vestito: la capacità del
sarto è proprio quella di non farlo vedere, ma il filo è necessario
perché i pezzi di stoffa si reggano insieme. Così è il suo lavoro,
prezioso per le istituzioni della nostra casa comune, e ogni pezzo è
importante. Davvero. La qualità della mia vita dipende anche da lei: per
questo per prima cosa la ringrazio, perché il suo lavoro, tante volte
ignorato, contiene e richiede generosità e competenza. Non si capisce
mai abbastanza, infatti, quanto impegno richiedono “le cose di tutti”.
Purtroppo i problemi, i ritardi, le disfunzioni e anche alcune persone
che non compiono il proprio dovere, finiscono per non fare apprezzare la
generosità, la competenza, lo zelo che lei e tanti mettono nel loro
lavoro. D’ora in avanti mi piacerebbe chiamare il suo impegno non
“lavoro” ma “servizio”. E che anche lei lo pensasse così. Sì, lo so che è
lavoro e a volte anche duro, sottovalutato.
Eppure proprio
grazie alla passione e alle lotte di tante persone, anche di chi ci ha
preceduto, oggi godiamo di molte protezioni e garanzie che costituiscono
quello che chiamiamo welfare, che poi è il modo in cui la vita
quotidiana diventa bella e non antipatica, troppo dura da vivere.
Non possiamo più accettare, eppure succede ancora spesso, che il luogo
di lavoro, che è per la vita, diventi invece un luogo di morte. Penso a
chi non è più tornato a casa e alle mogli e ai figli che hanno aspettato
invano i propri cari: questo mi addolora, mi commuove e non smetto di
chiedere condizioni di lavoro sicure per tutti. Vorrei un lavoro sempre
meno a tempo determinato e più stabile, perché deve contenere il futuro:
per sé, per la propria famiglia, per i figli, sì, per i figli. Senza
figli per chi si lavora? Vorrei, poi, che il lavoro fosse lavoro buono e
non solo lavoro: che i lavoratori fossero sempre messi in regola e che
nessuno sia più sfruttato. Possibile che oggi c’è ancora chi non mette
le persone in regola?
Il suo lavoro è un servizio per il bene
della comunità, composta da tante persone. Così tante che non possiamo
sapere chi siano, eppure sono la mia e la nostra comunità. Sì, perché
siamo una comunità, dobbiamo tornare a esserlo. So che la sua vita
personale è da un’altra parte e che saggiamente distingue l’ambito
privato da quello pubblico, ma è anche vero che quello che fa per tutti,
con il suo lavoro, è una parte importante della sua vita, le dà
soddisfazioni e preoccupazioni, la coinvolge umanamente. Questo non è
sbagliato. Anzi. È più faticoso e difficile tenere distinti questi
ambiti, come tanti sollecitano a fare, perché la vita è una ed è bene
che sia unita. È bello aiutare la nostra casa comune specie quando, come
in questi mesi, capiamo quanto è importante, decisiva ma anche fragile,
colpita da pandemie, da rischi terribili nei quali come sempre i più
penalizzati sono i più deboli.
Ogni lavoro è un servizio alla casa
comune ed è importante. Spesso sono proprio quelli meno considerati e
giudicati “umili” che servono di più. Tutti servono! Ogni lavoro deve
essere fatto con umiltà per poter essere contenti, perché serva agli
altri e non alla nostra affermazione personale.
Gli umili non si
stancano, non diventano presuntuosi e intrattabili, non agiscono per
interesse ma perché quello che svolgono è un servizio e lo fanno anche
quando non conviene, ma conviene a chi lo ha chiesto. Si adoperano pure
quando nessuno si ricorderà della scelta, solo perché è giusto farlo. E
questo resta, aiuta, risponde, protegge.
Quando il lavoro (che
resta lavoro) lo viviamo anche come impegno di servizio – nello spirito
dell’art. 4 della nostra Costituzione repubblicana, che chiede a tutti
di svolgere un’attività o una funzione che concorra al progresso
materiale o spirituale della società – ne sappiamo comprendere
l’importanza non per quello che rende o per il successo che porta, ma
per il valore che ha in se stesso. Più fa bene agli altri, il lavoro,
più fa bene a noi. Anche quando non si vede. Il contrario crea un clima
faticoso, competizioni inutili, sensi di rivalsa. Se facciamo bene o
male qualcosa, nel tempo richiesto o no, questo ha sempre delle
conseguenze.
I diritti sono cose importanti. I nostri e quelli
degli altri. Se è un diritto deve essere garantito sempre e non come
concessione o un piacere. Non vanno create scorciatoie. Troppi pensano
che per ottenere quello che è di diritto bisogna avere un “santo in
paradiso” a cui raccomandarsi, magari irridendo il merito di ciascuno, i
tempi, le precedenze, l’onestà insomma. Si può vincere una volta e si è
sconfitti tutte le altre. Crescono così la disillusione, il
malcontento, la convinzione che nessuno si occupa di me e che ognuno si
deve arrangiare da solo.
Se è un diritto, è fondamentale
garantirlo e questo fa sentire sicuri tutti. Ma dipende da ognuno. È
davvero importante sapere di poter contare sulle istituzioni, e quindi
su di lei, sulla sua competenza, sulla sua onestà, sulla sicurezza che
ci sarà una risposta e che sarà la migliore. Lei sa bene quante persone
sono sole e come da soli ci si sente perduti, incompresi, arrabbiati e a
volte si finisce per prendersela con il primo davanti, magari il povero
malcapitato che fa una domanda allo sportello.
Il nostro è il
tempo in cui realizzare il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, il
cosiddetto PNRR, e mi sembra possa essere un’occasione davvero decisiva
dopo tanta sofferenza. Durante la pandemia abbiamo capito quanto le
fragilità, le contraddizioni, le ingiustizie siano anche conseguenze dei
rimandi, dei ritardi, delle furbizie, delle cose che bisognava fare e
che non sono state fatte, degli interessi privati che hanno condizionato
le scelte politiche. Le cause di tante sofferenze sono a volte così
lontane che non le sappiamo più riconoscere.
Quello che vorrei
dirle è che abbiamo un grande motivo per dare oggi tutti il massimo, ed è
per questo che ho pensato di scriverle! Vorrei che anche nessuno di noi
perdesse questa opportunità. Sappiamo che c’è bisogno di istituzioni
che funzionino bene, anzi meglio, ed è per questo che dobbiamo cercare
la qualità. A questo proposito Dietrich Bonhoeffer, un credente che si
poneva domande profonde sul valore di ogni persona e dello stare
insieme, morto martire per mano dei nazisti, uno di quelli che ci hanno
lasciato in eredità l’Europa, ha scritto che bisogna passare “dalla
fretta alla calma e al silenzio, dalla dispersione al raccoglimento,
dalla sensazione alla riflessione, dal virtuosismo all’arte, dallo
snobismo alla modestia, dall’esagerazione alla misura”. Potremmo
aggiungere: dal dilettantismo alla competenza, da una felicità
individualistica al sacrificio per stare bene tutti, dall’apparenza alla
sostanza, dal successo rapido e a tutti i costi alla costruzione
paziente di quello che dura, dal fare le cose per il consenso, per il
potere, per la considerazione e il ruolo sociale, a farle solo perché
sono giuste, insieme e non da soli, anche se lì per lì sembra convenire
meno. Ho visto grandi energieche si sono perse cercando a tutti i costi
il proprio tornaconto, e il grande spreco di ogni giorno per burocrazie
senza volto, perché non è mai responsabilità di qualcuno.
Gli
uomini e le donne che hanno scritto la Costituzione avevano
davvero sofferto molto, toccato con mano quanto l’umanità può restare
sfigurata dalla violenza, ma avevano visto anche come uomini e donne
sanno resistere e persino agire da eroi quando è necessario per aiutare
qualcuno che soffre. Hanno perciò voluto lasciarci, nella Costituzione,
un progetto per costruire e mantenere una società più umana e
umanizzante, per riuscire a evitare lesofferenze da loro vissute. E
tutto comincia dal sapere fare unità. Mi sento chiamato a questo come
cristiano, credo si possa realizzare prima di tutto con l’aiuto di
Cristo, e ritengo che tutti, senza distinzioni, possiamo impegnarci a
fare unità seguendo il progetto indicato dalla Costituzione.
Ogni
generazione è chiamata a riappropriarsi dei valori e delle virtù
costituzionali. Per questo dobbiamo tutti ritrovare il senso dei limiti.
È un concetto che nella Costituzione, proprio perché preoccupata di
rendere concreti i diritti, ricorre ben diciassette volte, a cominciare
ad esempio dall’art. 1, dove lo si ricorda a ciascun cittadino, come
membro del popolo sovrano, ma anche nell’art. 42 quando, nel riconoscere
e garantire la nostra proprietà privata, si preoccupa di aggiungere che
possono servire limiti per assicurarne la funzione sociale. E poi in
molte altre occasioni in cui si affermano diritti indicando, però, dei
limiti per il rispetto dei doveri verso gli altri e la società. Perché
solo così i diritti di ciascuno possono divenire reali e concreti.
Al
centro della Costituzione c’è la persona, cioè, sempre, un “noi”. Non
c’è l’individuo. E’ una concezione evangelica che è stata fatta propria
da tutti i padri costituenti, di ogni credo e sensibilità politica.
Non
dimentichiamo che siamo chiamati a portare insieme i pesi della vita,
tanto che l’art. 2 ci ricorda che la solidarietà è addirittura un dovere
inderogabile. Dobbiamo riuscire a valorizzare l’impegno, che non è
reale senza la necessaria continuità e serietà (nello spirito dell’art.
4). La Costituzione si preoccupa non solo di garantire le nostre
“libertà da” possibili abusi degli altri e dei potenti e la “libertà di”
agire per fare tutto ciò che ci sembra giusto, ma si sforza di indicare
il senso di tutto ciò, sottolineando la bellezza di usare delle
“libertà per” uno scopo sociale. Si tratta di costruire un mondo di
relazioni personali. Per questo la Costituzione evidenzia – già
nell’art. 2, ma poi in molti altri – che è nei gruppi sociali (la
famiglia, le associazioni di tutti i generi e tipi, le comunità
religiose, isindacati, le organizzazioni politiche democraticamente
organizzate, il lavoro, i corpi intermedi) che si sviluppa la nostra
personalità, e non invece con una vita sterilmente individualistica ed
egocentrica.
Il bene comune deve essere il nostro orizzonte. Lo
ricorda anche la Dottrina sociale della Chiesa. Dobbiamo rendere
migliore il mondo con il progresso materiale e spirituale della società
(art. 4, ma anche, per esempio, art. 41 dove si parla di indirizzare la
libertà di impresa a fini sociali). Penso che tutti dobbiamo fare il
meglio che possiamo con responsabilità. È proprio vero: non ci si può
salvare da soli! Gli uomini e le donne hanno aspetti di incredibile
grandezza perché, tra l’altro, riescono a organizzarsi tutti insieme e
affrontare le difficoltà della vita più efficacemente.
Ecco, è
per tutto questo che vorrei che le nostre istituzioni funzionassero bene
e fossero sempre di più connesse all’Europa, pensandosi per il mondo
intero. Siamo tutti legati. Non serve pensare qualcosa a breve termine,
dobbiamo guardare il futuro per uscire davvero dalle pandemie imparando
la lezione, scegliendo di essere migliori, non uguali, perché
significherebbe essere peggiori. Non ci serve solo un bonus, ma ci
occorre il bonum, il bene per tutti! Abbiamo sempre pensato che
le risorse non ci sarebbero mancate e così abbiamo sciupato tanto,
pensiamo a come facciamo con l’acqua… Purtroppo, ci accorgiamo
dell’importanza delle cose e delle conseguenze dei nostri atteggiamenti
solo quando queste vengono a mancare. Oggi più che mai urge essere
davvero seri perché dobbiamo lasciare qualcosa a chi verrà dopo,
soprattutto l’esempio, la speranza, il gusto di fare bene il proprio
lavoro e di farlo per il bene di tutti.
Le nostre istituzioni ora
si trovano ad affrontare, in poco tempo, tanti progetti. Ma quella che
chiamiamo istituzione è fatta di persone ed è proprio lei, e quanti si
impegnano in mille modi per rendere umana e bella la nostra casa comune.
Concludo col dirle che scrivo a lei ma scrivo in fondo a me
stesso e a tutti noi cittadini, piccoli e grandi, e soprattutto a chi ha
responsabilità perché abbiamo bisogno di tutti. La guerra attuale ci ha
ricordato che la pace non è mai scontata e che bisogna lavorare tanto
perché la nostra casa accolga tutti, insegni a stare insieme tra
diversi, lotti contro ogni ingiustizia, difenda i diritti di ciascuno e
non metta mai in discussione la persona. Anche per questo non dobbiamo
avere paura di accogliere, di dare fiducia, la possibilità di mettersi
alla prova, di ascoltare con l’orecchio del cuore. Aggiustiamo quello
che non funziona. Ogni persona è preziosa se è amata e difesa, come ogni
persona è insignificante quando questo sguardo manca. È necessario che
tutti coloro che lavorano nelle e per le istituzioni ritrovino un vero
spirito di servizio e nel contempo che tutti i cittadini sappiano
ritrovare e ricostruire la loro fiducia verso le istituzioni.
Mi
piace pensare che in un momento così importante tutti ce la mettiamo
davvero tutta, senza distinzione. Don Primo Mazzolari, che amava Dio e
le persone, la Chiesa e la città concreta degli uomini e delle donne,
scrisse: “Ci impegniamo noi e non gli altri … né chi sta in alto, né chi
sta in basso, senza pretendere che gli altri si impegnino … senza
giudicare chi non si impegna … il mondo si muove se noi ci muoviamo, si
muta se noi mutiamo, si fa nuovo se qualcuno si fa nuova creatura … la
primavera comincia con il primo fiore, la notte con la prima stella, il
fiume con la prima goccia d’acqua, l’amore col primo impegno …”.
Rinnoviamo allora il patto sancito dalla nostraCostituzione,
compartecipiamo a questo impegno accanto a tutti gli altri, e per me che
sono cristiano aggiungo un motivo in più: chi cerca il cielo incontra
la terra, chi fa le cose per Dio le fa per tutti e senza interessi. Il
mio auspicio è che siamo tutti compagni di viaggio in questa bellissima
strada che è la vita, e che le pandemie, le vicende tristi della nostra
storia contemporanea, possano diventare motivo per realizzare quello che
ognuno in realtà cerca: un mondo unito dove siamo Fratelli tutti.
Grazie di tutto
S. Em. Card. Matteo Zuppi