martedì 14 giugno 2022

«Armi nucleari, adesso il rischio è più alto che nella Guerra fredda»

dalla pagina https://ilmanifesto.it/armi-nucleari-adesso-il-rischio-e-piu-alto-che-nella-guerra-fredda

CORSA AL RIARMO. L'allarme lanciato dall'ultimo rapporto del Sipri: gli Stati «atomici» ampliano l’arsenale. Gli altri si riuniscono la prossima settimana Vienna con la società civile e i pacifisti per frenarli

Francesco Vignarca, Coordinatore Campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo

«Ormai i dati lo dicono chiaramente: è terminata la tendenza alla riduzione degli arsenali nucleari che era in corso dalla fine della guerra fredda».

È QUESTO IL LAPIDARIO (e preoccupato) commento di Hans Kristensen, associate senior fellow del Programma Armi di Distruzione di Massa del SIPRI e direttore del Nuclear Information Project della Federation of American Scientists, nel presentare i dati più aggiornati sulla consistenza delle forze nucleari contenuti nell’Annuario appena pubblicato dall’Istituto di ricerca svedese.

Un allarme direttamente collegabile alla modernizzazione degli arsenali dei nove Paesi (Stati uniti, Russia, Regno unito, Francia, Cina, India, Pakistan, Israele e Nord Corea) che le possiedono segnalata negli ultimi anni: pper tale motivo sebbene il numero totale di testate sia leggermente diminuito tra il 2021 e il 2022 è prevedibile per il prossimo decennio che la tendenza sarà quella di un aumento.

Tra gli «ammodernamenti» in corso vanno ricordate anche le nuove bombe B61-12 che verranno dispiegate in Italia anche per essere utilizzate dagli F-35 della nostra Aeronautica militare.

CIRCA 9.440 TESTATE delle 12.705 esistenti a inizio 2022 si trovavano in condizione di uso potenziale: 3.732 dispiegate con missili e aerei, circa 2mila – quasi tutte appartenenti a Russia o Usa – tenute in stato di massima allerta operativa.

I due Paesi possiedono congiuntamente oltre il 90% di tutte le testate, ma gli altri sette Stati «nucleari» stanno a loro volta sviluppando o dispiegando nuovi sistemi d’arma o ne hanno annunciato l’intenzione.

Ad esempio la Cina è nel mezzo di una sostanziale espansione del proprio arsenale nucleare che, secondo alcune immagini satellitari, comprende tra l’altro la costruzione di oltre 300 nuovi silos missilistici.

TUTTI GLI STATI DOTATI di armi nucleari stanno aumentando o potenziando i loro arsenali e la maggior parte di essi sta intensificando la retorica nucleare e il ruolo che tali armamenti svolgono nelle loro strategie militari.

Senza dimenticare il costo anche finanziario: secondo la International Campaign to Abolish Nuclear Weapons il mantenimento degli arsenali nucleari costa circa 75 miliardi di dollari all’anno e lo stesso Congresso degli Stati uniti ipotizza un costo complessivo di 634 miliardi di dollari per i soli Usa nel decennio 2021-2030.

«Condivido le preoccupazioni bene esplicitate da Hans Kristensen – sottolinea Daniele Santi, presidente di Senzatomica – Se non saremo in grado di abolire le armi nucleari tutti gli altri temi di cui parliamo (emergenza climatica, democrazia, futuro) non avranno significato. Non avrà senso parlare di diritti civili perché non ci sarà nessuno che potrà goderne: non importa come o per quanto tempo le persone si sforzino di realizzare un mondo o una società migliore, una volta iniziata una guerra nucleare tutto sarà stato inutile. La realtà dell’era nucleare è che tutti siamo costretti a vivere accompagnati costantemente dal peggiore, dal più incomprensibile e assurdo pericolo che si possa immaginare».

DA QUESTA CONSAPEVOLEZZA è nata l’azione della società civile per un disarmo umanitario anche nell’ambito degli arsenali nucleari, con l’ottenimento del Trattato per la proibizione delle armi nucleari (Tpnw) votato nel 2017 ed entrato in vigore nel 2021.

«Senzatomica continuerà a impegnarsi nella mobilitazione “Italia, ripensaci” al fianco di tutti i cittadini e le cittadine italiane per un mondo libero da questa follia – aggiunge Santi – e per tale motivo continuiamo a chiedere anche al governo italiano di partecipare come osservatore alla prima Conferenza degli Stati parte del Tpnw che si terrà a Vienna dal 21 al 23 giugno».

«SAREMO A VIENNA, insieme ai movimenti per il disarmo nucleare, per partecipare alla prima conferenza degli Stati che fanno parte del Tpnw in un momento storico unico – fa eco Lisa Clark, co-presidente dell’International Peace Bureau e responsabile del disarmo nucleare per Rete Italiana Pace e Disarmo – Abbiamo sempre detto che le armi nucleari devono essere messe al bando in quanto rappresentano, insieme ai cambiamenti climatici, la principale crisi esistenziale per l’umanità e il pianeta. Purtroppo con le minacce del presidente Putin del febbraio scorso e con la diffusione dei dati del SIPRI di questi giorni, la discussione su come impedire la catastrofe ha assunto un ruolo di primo piano anche per l’opinione pubblica in generale. La buona notizia è che, con le società civili di tutto il mondo allertate contro il pericolo nucleare, siamo fiduciosi di convincere i governi nazionali a impegnarsi concretamente per liberare l’umanità da questa minaccia».

Un percorso che dovrà avere come primo obiettivo lo stop all’allargamento degli arsenali nucleari.

 

sabato 11 giugno 2022

In Italia salari annui da fame per la troppa precarietà

dalla pagina https://ilmanifesto.it/in-italia-salari-annui-da-fame-per-la-troppa-precarieta

SEMPRE PIÙ POVERI. Un lavoratore italiano guadagna in media 15 mila euro in meno di un tedesco, 10 mila di un francese. Il tasso di part time involontario è del 62% contro il 7% della Germania: «Una vera piaga»

Operai allo stabilimento di Melfi - Foto LaPresse

Massimo Franchi

Un lavoratore in Italia guadagna in media in un anno ben 15 mila euro in meno di un omologo tedesco e 10.700 in meno di uno francese. La stima è della Fondazione Di Vittorio nella sua analisi sui salari da cui si evince che la ragione principale di questo spread in busta paga è l’altissimo livello di precarietà.

La ricerca condotta dal ricercatore Nicolò Giangrande sottolinea come «pur osservando un recupero dei salari italiani rispetto al 2020 – primo anno di pandemia – , se si confronta il salario lordo annuale medio del 2021 con quello del 2019 risulta come il divario salariale tra Italia, da una parte, e Francia e Germania, dall’altra, si sia ulteriormente ampliato: la differenza con il salario francese è aumentata da -9,8 mila a -10,7 mila e con quello tedesco è cresciuta da -13,9 mila a -15,0 mila euro».

DUNQUE LA PANDEMIA ha peggiorato la situazione salariale in Italia rispetto al resto d’Europa. «Confrontando il 2021 con il 2019 si può osservare come la Spagna e l’Italia non abbiano ancora recuperato il livello salariale medio precedente l’emergenza pandemica mentre in Francia, in Germania e nella media dell’Eurozona l’aumento sia stato del +2,0% e più».

Le ragioni di quello che Giangrande definisce «la stagnazione dei salari reali che affligge l’Italia da decenni» è riassumibile con due dati nei quali l’Italia ha il record in Europa: la maggiore partecipazione dei segmenti meno qualificati al mondo del lavoro con una percentuale relativa alle professioni non qualificate che è pari a 13,0%, nettamente sopra la stessa quota registrata in Germania (7,7%), in Francia (9,8%) e nell’Eurozona (9,9%).

IN PIÙ LA QUOTA DI DIPENDENTI a termine – che ad aprile ha toccato la drammatica quota di quasi 3,2 milioni, la più alta mai registrata dal 1977 – sul totale dipendenti ha raggiunto il 16,6% (in Germania è all’11%) ma ancor di più è la percentuale di occupati a part-time involontario sul totale degli occupati a tempo parziale si è attestata al 62,8%, un livello impressionante rispetto al 7,1% della Germania, al 28,3% della Francia e 23,3% della media dell’Eurozona. Insomma, il part time involontario è la vera vergogna dell’Italia ma nessun provvedimento è previsto per combatterla.

Per il presidente della Fondazione Di Vittorio Fulvio Fammoni «quando in Europa salari e occupazione diminuiscono, in Italia calano di più, quando invece aumentano, in Italia crescono meno. Sulla media salariale – sottolinea Fammoni – incidono moltissimo i 5,2 milioini di lavoratori dipendenti (26,7%) che nella dichiarazione dei redditi del 2021 denunciano meno di 10 mila euro annui. Se nessun dipendente ricevesse un salario annuo inferiore a 10 mila euro lordi si otterrebbe immediatamente un recupero significativo rispetto alle medie salariali di altri paesi».

SECONDO LA NEO SEGRETARIA confederale della Cgil Francesca Re David «la piaga dei bassi salari può essere sconfitta solo attraverso il lavoro di qualità che vuol dire innanzitutto combattere il lavoro precario, purtroppo da anni in costante crescita con il record dei contratti a tempo determinato. Significa inoltre contrastare il part-time involontario, che fra l’altro in alcuni settori prevede un numero bassissimo di ore. Occorre poi – prosegue la segretaria confederale Cgil – rinnovare i contratti collettivi nazionali e recepire la direttiva europea sul salario minimo da definire attraverso il trattamento economico complessivo dei Ccnl firmati dalle organizzazioni maggiormente rappresentative».


giovedì 9 giugno 2022

LE ARMI SOLE AL COMANDO

 
Newsletter n. 82 dell'8 giugno 2022

Cari Amici,
 
Ne cives ad arma veniant” (affinché i cittadini non corrano alle armi) è una massima latina (peraltro mai usata dai latini, o perlomeno non se ne trova traccia negli antichi scritti) che con mirabile concisione definisce ciò che è alternativo alla violenza e alla guerra. Per questa ragione è atta soprattutto ad indicare il diritto e secondo Luigi Ferrajoli definisce la ragione profonda del monopolio statale del ricorso alla forza, quel monopolio che in sede internazionale dovrebbe ora essere esclusivo delle Nazioni Unite e gestito dal Consiglio di Sicurezza.
 
Il merito di questa formula sta in ogni caso nell’indicare le armi non solo come protagoniste della guerra, ma addirittura come l’altro nome della guerra, il che spiega perfettamente, ad esempio, perché la condanna delle armi, della loro produzione e del loro commercio, si accompagni sempre, nel ministero pastorale di papa Francesco, alla condanna della guerra, fino a dire che la spesa per le armi, e “armi, armi, armi”, sporchi l’anima e sporchi l’umanità; ed è stata questa anche la ragione della sua rinunzia ad andare alla recente assemblea fiorentina che, pur intitolata a La Pira non si era accorta di una sua possibile strumentalizzazione ad uso dei fabbricanti d’armi.
 
Nel caso della guerra d’Ucraina le armi non solo ne sono protagoniste, ma anche sono le sole al comando; sono loro che l’hanno decisa, provocata, che la governano e che ne decidono la durata. Non si è creduto che le armi ammassate ai confini della Russia fossero un invito alla guerra. Non si è creduto che le armi fossero la vera ragione della guerra da parte della Russia, facilissima perciò ad essere rimossa con un accordo sulla reciproca sicurezza. Si è preferito farsi vittime dell’aggressione, adducendo una miriade di altre ragioni occulte dell’invasione, tali per cui il negoziato diventava impossibile; e quando all’Ucraina sono mancate le armi non si è fatto altro che andarle a chiedere a mezzo mondo e quello che chiamiamo Occidente ha fatto a gara per fornirle, a cominciare dagli avanzi delle guerre precedenti, virtuali o reali, col vantaggio collaterale di svuotare i propri arsenali e renderli accoglienti per altri più moderni e costosi armamenti. In tal modo si è prodotta una cobelligeranza generale contro la Russia, di cui ora con sadico sprezzo del pericolo si discute se debba essere “umiliata” o no (Zelensky dice di sì) come se fosse il Principato di Monaco e non una grande Potenza che si sente messa alla gogna, scacciata e ferita. E sono ancora le armi che, sostituendosi ai capi responsabili, decidono quanto debba estendersi la guerra, perché quelle del dono occidentale sono via via a gittata più lunga e i russi rispondono che quanto aumenta la gittata delle armi che li minacciano, altrettanto aumenterà la distanza alla quale sospingeranno gli aggressori (singolare inversione delle parti!), cioè la profondità cui si spingerà l’invasione.
 
Le armi, divenute così padrone e signore della guerra, saranno anche padrone del nostro destino; ma di quelle che abbiamo mandato noi, non sappiamo nemmeno come si chiamano, perché sono state secretate; certo non sono quelle festosamente d’epoca col bandierone volante mostrate nella spettacolare parata ai Fori Imperiali del 2 giugno scorso; Amato, che sarebbe il tutore giurisdizionale della Costituzione, le considera extra legem, sbagliando Costituzione come se la Costituzione non le avesse ripudiate insieme alla guerra che ne è l’altro nome, forse scambiando la nostra Costituzione con quella americana per la quale a ogni cittadino corrisponde un’arma e anzi, stando alle statistiche, più armi ad ogni cittadino.
 
Ce n’è abbastanza per rovesciare le armi dal trono, come la democrazia impone di fare con i falsi sovrani.
 
Nel sito pubblichiamo una recensione di Vittorio Bellavite del libro di Giuseppe Deiana “Io sono la Terra di tutti”, un libro che fin dal titolo propone una felice intuizione, assumendo la Terra non nel senso dei geografi quale si trova nella carte o dei teologi quale creazione divina o degli astronauti che la guardano da lontano come la Luna, ma come un Io collettivo, cioè come la comunità di tutti gli esseri umani che la popolano, nel senso stesso cioè in cui è intesa come il soggetto costituente di “Costituente Terra”.
 
Pubblichiamo anche un articolo di Vincenzo Vita sul maccartismo all’italiana riguardante le liste dei ”putiniani” diffuse dal “Corriere della Sera”, e una lettera di una coppia di obiettori di coscienza ucraini. Inoltre nella “Biblioteca di Alessandria” pubblichiamo una “guida” redatta da Domenico Gallo per la conoscenza e comprensione dei quesiti del referendum sulla giustizia di domenica prossima e il saggio di Marina Graziosi sulla donna nell'immaginario penalistico.
 
Con i più cordiali saluti.
 

«Sia il vostro parlare sì, sì; no, no»

dalla pagina «Sia il vostro parlare sì, sì; no, no» (volerelaluna.it) 

 

Non sappiamo perché sia trapelato solo ora, ma il motivato rifiuto di papa Francesco di partecipare ai convegni intrecciati di sindaci e vescovi del Mediterraneo, nello scorso febbraio a Firenze (https://volerelaluna.it/commenti/2022/02/23/firenze-tradisce-la-pira/), è davvero clamoroso. Allora, non solo il papa non venne a Firenze, ma non mandò nessuno a rappresentarlo, e all’Angelus da San Pietro non mandò nemmeno un saluto all’iniziativa fiorentina, benché in piazza Santa Croce a Firenze ci fossero i vertici della Cei e dello Stato (incluso Mattarella) ad ascoltarlo in diretta.

Il franco scambio di opinioni tra il pontefice e l’arcivescovo di Firenze – avvenuto al recente convegno della Cei, in questi giorni filtrato sui giornali e non smentito dalla Santa Sede – è illuminante: ai grigi equilibrismi politici del cardinal Betori (che cerca di spiegare al papa che Marco Minniti era stato invitato da Nardella e non dai vescovi) si contrappone la luminosa parresia, cioè il dire la verità, di Francesco. Il quale sa benissimo che, se avesse accettato di chiudere quei lavori, il risultato mediatico sarebbe stata una “benedizione” della politica rappresentata dalla figura di Minniti: autore di quella legislazione securitaria sull’immigrazione che conduce, senza soluzioni di continuità, ai decreti sicurezza di Salvini, e ora volto del soft power della fondazione Med-Or, espressione della Leonardo, che è la principale fabbrica di armi italiana. Dopo l’appello nel quale una parte dei cattolici fiorentini (tra i quali anche chi scrive) chiedevano a Firenze di dire “no” a Minniti esattamente per questo motivo, Nardella rispose che «la politica non può limitarsi al giudizio morale». Del resto, il sindaco di Firenze è un convinto sostenitore della “linea Minniti”, sgomberi e DASPO urbani inclusi, in nome della “legalità”. Ed è tutta qui la differenza tra papa Francesco e i politicanti italiani (inclusi alcuni vescovi): per il papa il piano morale non può mai essere messo tra parentesi. Per Francesco la persona umana non è mai un mezzo, ma sempre e solo il fine ultimo: dunque la tortura nelle carceri libiche non può essere un accettabile danno collaterale di una politica di “contenimento” della migrazione. E le armi sono sempre e comunque strumenti di morte: per il papa la pace si prepara costruendo la pace, non la guerra.

Le durissime parole del pontefice trapelate in questi giorni hanno lasciato sconcertati coloro che sono abituati a guardare al Vaticano come una potenza terrena, con la sua diplomazia e la sua politica. Ma è evidente che quella diplomazia e quella politica con Francesco sono cambiate: perché sono ispirate al Vangelo non solo nei contenuti, ma anche nelle forme. A cominciare, appunto, dalla parresia: «Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno» (Matteo 5, 37).

Che questo tratto così rivoluzionario, in un pontefice, sia emerso proprio in un’occasione legata a Firenze è straordinariamente suggestivo. Francesco è stato il primo papa a recarsi a Barbiana, sulla tomba del fiorentino don Lorenzo Milani, che della parresia, della franchezza del parlare cristiano, è stato il profeta più luminoso del Novecento. Milani ha pagato un prezzo altissimo per la sua fedeltà al parlare solo con l’evangelico «sì, sì; no, no»: nonostante la sua struggente fedeltà alla Chiesa, i predecessori di Betori lo hanno punito con l’esilio; ed egli fu anche processato in tribunale per aver osato difendere l’obiezione di coscienza contro l’amore per la guerra dei cappellani militari. La chiesa fiorentina, del resto, è stata ricolmata del dono della parresia: da Giorgio La Pira (sindaco santo che requisiva le case sfitte per dare un tetto ai poveri) a padre Balducci, da padre Turoldo a don Bruno Borghi, dalla Comunità dell’Isolotto a quella delle Piagge. Una tradizione che oggi continua con Alessandro Santoro, Andrea Bigalli, responsabile di Libera Toscana, e con l’abate di San Miniato Bernardo Gianni: tutti sacerdoti che hanno firmato l’appello contro Minniti. Tutte figure più o meno esplicitamente condannate e isolate dai vescovi di Firenze: tutte figure che oggi le parole di papa Francesco risarciscono.

In un’Italia sempre più lontana dalla franchezza della sua Costituzione (una «polemica contro lo stato delle cose», la definiva Piero Calamandrei), la franchezza del papa, così vicina a quella di Gesù nel Vangelo, è un raggio di sole che squarcia le tenebre. E don Milani, che sui banchi di Barbiana teneva Costituzione e Vangelo, da qualche parte del paradiso oggi sorride.


mercoledì 8 giugno 2022

Giornata Mondiale degli Oceani 2022: come nasce e perché si celebra l’8 giugno

dalla pagina https://www.ilfaroonline.it/2022/06/08/giornata-mondiale-degli-oceani-2022-come-nasce-e-perche-si-celebra-l8-giugno/477327/  

La superficie Terra è ricoperta dal 70% di acqua, ma solo il 3% di essa è acqua dolce. Il restante, infatti, è compresa in mari e oceani, che rappresentano la risorsa più importante per il nostro ecosistema: gli oceani, infatti, sono fondamentali per la nostra vita, sono i “polmoni della Terra” e abbiamo il dovere di preservare la loro salute. A loro è dedicata la Giornata Mondiale degli Oceani, che si celebra l’8 giugno di ogni anno.

Purtroppo, negli ultimi anni, è aumentato in maniera esponenziale l’inquinamento dei nostri oceani, soprattutto per la presenza di plastiche e microlpastiche che abbandonate nei mari e nei fiumi, diventando un pericolo per i pesci e tutte le biodiversità marine, per poi riversarsi sulle coste e nelle zone interessate dalle correnti marine. Proprio in questi punti si accumulano enormi quantità di plastiche che formano delle vere e proprie isole di plastica galleggianti, con una superficie tale da ricoprire intere nazioni.

Secondo gli scienziati, la più grande isola di plastica si trova nel Nord Pacifico, conosciuta con il nome di “Pacific Trash Vortex”. Le sue dimensioni variano a seconda delle correnti: nei momenti di massimo accumulo arriva addirittura a misurare fino a 10 milioni di chilometri quadrati.

Per ridurre questa grave criticità, nel tempo si sta cercando di diminuire l’uso della plastica, fino a farla scomparire del tutto e, grazie al comportamento virtuoso di molte persone, sono sempre più frequenti campagne ed iniziative per ripulire non solo le acque, ma anche le spiagge e le coste.

Non dobbiamo dimenticare che gli oceani inquinati dalla plastica hanno ripercussioni importanti su tutto l’ecosistema terrestre e non solo su quello marino: le plastiche comuni, infatti, non sono biodegradabili in alcun modo. Solo le plastiche esplicitamente biodegradabili lo sono, ma per tutte le altre si parla solo di un lentissimo logoramento: solo col tempo e l’usura le plastiche si sfarinano creando microplastiche, non visibili all’occhio umano ma comunque dannose, specialmente per l’alimentazione. Basti pensare che le microplastiche rilasciate durante questo processo, però, molto probabilmente, sono state ingerite dal tonno finito nella scatoletta che abbiamo acquistato e messo nella nostra dispensa.

Le origini

La Giornata Mondiale degli Oceani si celebra l’8 giugno di ogni anno, in occasione dell’Anniversario della Conferenza Mondiale su Ambiente e Sviluppo di Rio de Janeiro, e costituisce l’occasione per riflettere sui benefici che gli oceani sono in grado di fornirci e il dovere che incombe su ogni individuo e sulla collettività di interagire con gli oceani in modo sostenibile, affinché siano soddisfatte le attuali esigenze, senza compromettere quelle delle generazioni future.

L’evento

Il tema scelto per  il World Oceans Day quest’anno è Rivitalizzazione: azione collettiva per l’oceano con l’obiettivo di “Fare luce sulle comunità, le idee e le soluzioni che stanno lavorando insieme per proteggere e rivitalizzare l’oceano e tutto quel che sostiene

Quest’anno per la prima volta la celebrazione avverrà in modalità ibrida: in presenza a New York presso la sede delle Nazioni Unite con il discorso di apertura dal Segretario generale delle Nazioni Unite e Key-note di esperti e testimonial dell’evento e in digitale con la trasmissione online. Verranno, inoltre, annunciati i vincitori per le varie categorie del 9° Concorso fotografico e a conclusione della Giornata Mondiale degli Oceani musicisti di tutto il mondo parteciperanno al Concerto.

 

sabato 4 giugno 2022

primolunedìdelmese, Guerra in Ucraina

dalla pagina https://ans21.org/semina-e-raccolto/primolunedidelmese

 

primolunedìdelmese
Anno XXV - Incontro n. 192 / 19° virtuale
 
lunedì 6 giugno 2022, ore 19:00 (!)

Diretta Facebook e YouTube

 


Guerra in Ucraina: nuovo (dis)ordine mondiale e globalizzazione; aree di influenza, alleanze e blocchi; crisi alimentare, mercati e rotte commerciali; quali scenari.

Ne parliamo con:

- Francesco Strazzari, docente di Relazioni Internazionali presso la Scuola Universitaria Superiore Sant’Anna di Pisa e la Johns Hopkins University di Bologna;

- Monica Di Sisto, giornalista, vicepresidente di Fairwatch

In studio, inoltre: Marco Cantarelli (moderatore), Bruno Cazzola, Giosuè Mattei.

Info: primolunedidelmese@virgilio.it

 

giovedì 2 giugno 2022

Lettera di Zuppi alle istituzioni: «Non si può morire di lavoro»

dalla pagina https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/lettera-del-cardinale-zuppi-a-chi-lavora-nelle-istituzioni

Il presidente della Cei, in vista della Festa della Repubblica, scrive a chi lavora nelle istituzioni: il bene di tutti dipende dalla comunità. Il testo integrale 
 

Non si può morire di lavoro. Il bene di tutti dipende dalla comunità e dal saper vivere insieme. La Costituzione può rappresentare la bussola valoriale per tutti, cattolici e laici. Il presidente della Cei, cardinale Matteo Zuppi, prende carta e penna e in vista della Festa della Repubblica del 2 giugno scrive una lettera a chi lavora nelle istituzioni, in cui invita anche a impegnarsi per non sprecare l'occasione del Pnrr. Pubblichiamo il testo integrale.
 

Lettera a chi lavora nelle istituzioni della nostra casa comune

Carissima, carissimo,

la vedo operare negli uffici, nelle aule di università o delle scuole, in quelle di un tribunale o nelle stanze dove si difende la sicurezza delle persone, nelle corsie dove si cura o nel front office di uno sportello, nei laboratori o lungo le strade per renderle belle e proprie, nei ministeri o in qualche ufficio isolato dove non la nota nessuno, nei cortili delle caserme o nei bracci delle carceri. In realtà tanta parte del suo lavoro non si vede, ma questa lettera è per lei. Non ci conosciamo, ma il suo servizio è vicino alla mia vita e a quella dei miei amici, delle persone che mi sono care, di tanti, di tutti, miei e nostri compagni di viaggio e per questo ho pensato di scriverle. Istintivamente le darei del tu, ma preferisco cominciare dal Lei per il grande rispetto che nutro.

Una mistica francese di nome Madeleine Delbrêl, una donna molto religiosa e molto impegnata nel sociale, una donna pienamente evangelica, a proposito delle persone come lei diceva che sono il filo che tiene insieme il vestito: la capacità del sarto è proprio quella di non farlo vedere, ma il filo è necessario perché i pezzi di stoffa si reggano insieme. Così è il suo lavoro, prezioso per le istituzioni della nostra casa comune, e ogni pezzo è importante. Davvero. La qualità della mia vita dipende anche da lei: per questo per prima cosa la ringrazio, perché il suo lavoro, tante volte ignorato, contiene e richiede generosità e competenza. Non si capisce mai abbastanza, infatti, quanto impegno richiedono “le cose di tutti”. Purtroppo i problemi, i ritardi, le disfunzioni e anche alcune persone che non compiono il proprio dovere, finiscono per non fare apprezzare la generosità, la competenza, lo zelo che lei e tanti mettono nel loro lavoro. D’ora in avanti mi piacerebbe chiamare il suo impegno non “lavoro” ma “servizio”. E che anche lei lo pensasse così. Sì, lo so che è lavoro e a volte anche duro, sottovalutato.

Eppure proprio grazie alla passione e alle lotte di tante persone, anche di chi ci ha preceduto, oggi godiamo di molte protezioni e garanzie che costituiscono quello che chiamiamo welfare, che poi è il modo in cui la vita quotidiana diventa bella e non antipatica, troppo dura da vivere.

Non possiamo più accettare, eppure succede ancora spesso, che il luogo di lavoro, che è per la vita, diventi invece un luogo di morte. Penso a chi non è più tornato a casa e alle mogli e ai figli che hanno aspettato invano i propri cari: questo mi addolora, mi commuove e non smetto di chiedere condizioni di lavoro sicure per tutti. Vorrei un lavoro sempre meno a tempo determinato e più stabile, perché deve contenere il futuro: per sé, per la propria famiglia, per i figli, sì, per i figli. Senza figli per chi si lavora? Vorrei, poi, che il lavoro fosse lavoro buono e non solo lavoro: che i lavoratori fossero sempre messi in regola e che nessuno sia più sfruttato. Possibile che oggi c’è ancora chi non mette le persone in regola?

Il suo lavoro è un servizio per il bene della comunità, composta da tante persone. Così tante che non possiamo sapere chi siano, eppure sono la mia e la nostra comunità. Sì, perché siamo una comunità, dobbiamo tornare a esserlo. So che la sua vita personale è da un’altra parte e che saggiamente distingue l’ambito privato da quello pubblico, ma è anche vero che quello che fa per tutti, con il suo lavoro, è una parte importante della sua vita, le dà soddisfazioni e preoccupazioni, la coinvolge umanamente. Questo non è sbagliato. Anzi. È più faticoso e difficile tenere distinti questi ambiti, come tanti sollecitano a fare, perché la vita è una ed è bene che sia unita. È bello aiutare la nostra casa comune specie quando, come in questi mesi, capiamo quanto è importante, decisiva ma anche fragile, colpita da pandemie, da rischi terribili nei quali come sempre i più penalizzati sono i più deboli.

Ogni lavoro è un servizio alla casa comune ed è importante. Spesso sono proprio quelli meno considerati e giudicati “umili” che servono di più. Tutti servono! Ogni lavoro deve essere fatto con umiltà per poter essere contenti, perché serva agli altri e non alla nostra affermazione personale.

Gli umili non si stancano, non diventano presuntuosi e intrattabili, non agiscono per interesse ma perché quello che svolgono è un servizio e lo fanno anche quando non conviene, ma conviene a chi lo ha chiesto. Si adoperano pure quando nessuno si ricorderà della scelta, solo perché è giusto farlo. E questo resta, aiuta, risponde, protegge.

Quando il lavoro (che resta lavoro) lo viviamo anche come impegno di servizio – nello spirito dell’art. 4 della nostra Costituzione repubblicana, che chiede a tutti di svolgere un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società – ne sappiamo comprendere l’importanza non per quello che rende o per il successo che porta, ma per il valore che ha in se stesso. Più fa bene agli altri, il lavoro, più fa bene a noi. Anche quando non si vede. Il contrario crea un clima faticoso, competizioni inutili, sensi di rivalsa. Se facciamo bene o male qualcosa, nel tempo richiesto o no, questo ha sempre delle conseguenze.

I diritti sono cose importanti. I nostri e quelli degli altri. Se è un diritto deve essere garantito sempre e non come concessione o un piacere. Non vanno create scorciatoie. Troppi pensano che per ottenere quello che è di diritto bisogna avere un “santo in paradiso” a cui raccomandarsi, magari irridendo il merito di ciascuno, i tempi, le precedenze, l’onestà insomma. Si può vincere una volta e si è sconfitti tutte le altre. Crescono così la disillusione, il malcontento, la convinzione che nessuno si occupa di me e che ognuno si deve arrangiare da solo.

Se è un diritto, è fondamentale garantirlo e questo fa sentire sicuri tutti. Ma dipende da ognuno. È davvero importante sapere di poter contare sulle istituzioni, e quindi su di lei, sulla sua competenza, sulla sua onestà, sulla sicurezza che ci sarà una risposta e che sarà la migliore. Lei sa bene quante persone sono sole e come da soli ci si sente perduti, incompresi, arrabbiati e a volte si finisce per prendersela con il primo davanti, magari il povero malcapitato che fa una domanda allo sportello.

Il nostro è il tempo in cui realizzare il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, il cosiddetto PNRR, e mi sembra possa essere un’occasione davvero decisiva dopo tanta sofferenza. Durante la pandemia abbiamo capito quanto le fragilità, le contraddizioni, le ingiustizie siano anche conseguenze dei rimandi, dei ritardi, delle furbizie, delle cose che bisognava fare e che non sono state fatte, degli interessi privati che hanno condizionato le scelte politiche. Le cause di tante sofferenze sono a volte così lontane che non le sappiamo più riconoscere.

Quello che vorrei dirle è che abbiamo un grande motivo per dare oggi tutti il massimo, ed è per questo che ho pensato di scriverle! Vorrei che anche nessuno di noi perdesse questa opportunità. Sappiamo che c’è bisogno di istituzioni che funzionino bene, anzi meglio, ed è per questo che dobbiamo cercare la qualità. A questo proposito Dietrich Bonhoeffer, un credente che si poneva domande profonde sul valore di ogni persona e dello stare insieme, morto martire per mano dei nazisti, uno di quelli che ci hanno lasciato in eredità l’Europa, ha scritto che bisogna passare “dalla fretta alla calma e al silenzio, dalla dispersione al raccoglimento, dalla sensazione alla riflessione, dal virtuosismo all’arte, dallo snobismo alla modestia, dall’esagerazione alla misura”. Potremmo aggiungere: dal dilettantismo alla competenza, da una felicità individualistica al sacrificio per stare bene tutti, dall’apparenza alla sostanza, dal successo rapido e a tutti i costi alla costruzione paziente di quello che dura, dal fare le cose per il consenso, per il potere, per la considerazione e il ruolo sociale, a farle solo perché sono giuste, insieme e non da soli, anche se lì per lì sembra convenire meno. Ho visto grandi energieche si sono perse cercando a tutti i costi il proprio tornaconto, e il grande spreco di ogni giorno per burocrazie senza volto, perché non è mai responsabilità di qualcuno.

Gli uomini e le donne che hanno scritto la Costituzione avevano davvero sofferto molto, toccato con mano quanto l’umanità può restare sfigurata dalla violenza, ma avevano visto anche come uomini e donne sanno resistere e persino agire da eroi quando è necessario per aiutare qualcuno che soffre. Hanno perciò voluto lasciarci, nella Costituzione, un progetto per costruire e mantenere una società più umana e umanizzante, per riuscire a evitare lesofferenze da loro vissute. E tutto comincia dal sapere fare unità. Mi sento chiamato a questo come cristiano, credo si possa realizzare prima di tutto con l’aiuto di Cristo, e ritengo che tutti, senza distinzioni, possiamo impegnarci a fare unità seguendo il progetto indicato dalla Costituzione.

Ogni generazione è chiamata a riappropriarsi dei valori e delle virtù costituzionali. Per questo dobbiamo tutti ritrovare il senso dei limiti. È un concetto che nella Costituzione, proprio perché preoccupata di rendere concreti i diritti, ricorre ben diciassette volte, a cominciare ad esempio dall’art. 1, dove lo si ricorda a ciascun cittadino, come membro del popolo sovrano, ma anche nell’art. 42 quando, nel riconoscere e garantire la nostra proprietà privata, si preoccupa di aggiungere che possono servire limiti per assicurarne la funzione sociale. E poi in molte altre occasioni in cui si affermano diritti indicando, però, dei limiti per il rispetto dei doveri verso gli altri e la società. Perché solo così i diritti di ciascuno possono divenire reali e concreti.

Al centro della Costituzione c’è la persona, cioè, sempre, un “noi”. Non c’è l’individuo. E’ una concezione evangelica che è stata fatta propria da tutti i padri costituenti, di ogni credo e sensibilità politica.

Non dimentichiamo che siamo chiamati a portare insieme i pesi della vita, tanto che l’art. 2 ci ricorda che la solidarietà è addirittura un dovere inderogabile. Dobbiamo riuscire a valorizzare l’impegno, che non è reale senza la necessaria continuità e serietà (nello spirito dell’art. 4). La Costituzione si preoccupa non solo di garantire le nostre “libertà da” possibili abusi degli altri e dei potenti e la “libertà di” agire per fare tutto ciò che ci sembra giusto, ma si sforza di indicare il senso di tutto ciò, sottolineando la bellezza di usare delle “libertà per” uno scopo sociale. Si tratta di costruire un mondo di relazioni personali. Per questo la Costituzione evidenzia – già nell’art. 2, ma poi in molti altri – che è nei gruppi sociali (la famiglia, le associazioni di tutti i generi e tipi, le comunità religiose, isindacati, le organizzazioni politiche democraticamente organizzate, il lavoro, i corpi intermedi) che si sviluppa la nostra personalità, e non invece con una vita sterilmente individualistica ed egocentrica.

Il bene comune deve essere il nostro orizzonte. Lo ricorda anche la Dottrina sociale della Chiesa. Dobbiamo rendere migliore il mondo con il progresso materiale e spirituale della società (art. 4, ma anche, per esempio, art. 41 dove si parla di indirizzare la libertà di impresa a fini sociali). Penso che tutti dobbiamo fare il meglio che possiamo con responsabilità. È proprio vero: non ci si può salvare da soli! Gli uomini e le donne hanno aspetti di incredibile grandezza perché, tra l’altro, riescono a organizzarsi tutti insieme e affrontare le difficoltà della vita più efficacemente.

Ecco, è per tutto questo che vorrei che le nostre istituzioni funzionassero bene e fossero sempre di più connesse all’Europa, pensandosi per il mondo intero. Siamo tutti legati. Non serve pensare qualcosa a breve termine, dobbiamo guardare il futuro per uscire davvero dalle pandemie imparando la lezione, scegliendo di essere migliori, non uguali, perché significherebbe essere peggiori. Non ci serve solo un bonus, ma ci occorre il bonum, il bene per tutti! Abbiamo sempre pensato che le risorse non ci sarebbero mancate e così abbiamo sciupato tanto, pensiamo a come facciamo con l’acqua… Purtroppo, ci accorgiamo dell’importanza delle cose e delle conseguenze dei nostri atteggiamenti solo quando queste vengono a mancare. Oggi più che mai urge essere davvero seri perché dobbiamo lasciare qualcosa a chi verrà dopo, soprattutto l’esempio, la speranza, il gusto di fare bene il proprio lavoro e di farlo per il bene di tutti.

Le nostre istituzioni ora si trovano ad affrontare, in poco tempo, tanti progetti. Ma quella che chiamiamo istituzione è fatta di persone ed è proprio lei, e quanti si impegnano in mille modi per rendere umana e bella la nostra casa comune.

Concludo col dirle che scrivo a lei ma scrivo in fondo a me stesso e a tutti noi cittadini, piccoli e grandi, e soprattutto a chi ha responsabilità perché abbiamo bisogno di tutti. La guerra attuale ci ha ricordato che la pace non è mai scontata e che bisogna lavorare tanto perché la nostra casa accolga tutti, insegni a stare insieme tra diversi, lotti contro ogni ingiustizia, difenda i diritti di ciascuno e non metta mai in discussione la persona. Anche per questo non dobbiamo avere paura di accogliere, di dare fiducia, la possibilità di mettersi alla prova, di ascoltare con l’orecchio del cuore. Aggiustiamo quello che non funziona. Ogni persona è preziosa se è amata e difesa, come ogni persona è insignificante quando questo sguardo manca. È necessario che tutti coloro che lavorano nelle e per le istituzioni ritrovino un vero spirito di servizio e nel contempo che tutti i cittadini sappiano ritrovare e ricostruire la loro fiducia verso le istituzioni.

Mi piace pensare che in un momento così importante tutti ce la mettiamo davvero tutta, senza distinzione. Don Primo Mazzolari, che amava Dio e le persone, la Chiesa e la città concreta degli uomini e delle donne, scrisse: “Ci impegniamo noi e non gli altri … né chi sta in alto, né chi sta in basso, senza pretendere che gli altri si impegnino … senza giudicare chi non si impegna … il mondo si muove se noi ci muoviamo, si muta se noi mutiamo, si fa nuovo se qualcuno si fa nuova creatura … la primavera comincia con il primo fiore, la notte con la prima stella, il fiume con la prima goccia d’acqua, l’amore col primo impegno …”. Rinnoviamo allora il patto sancito dalla nostraCostituzione, compartecipiamo a questo impegno accanto a tutti gli altri, e per me che sono cristiano aggiungo un motivo in più: chi cerca il cielo incontra la terra, chi fa le cose per Dio le fa per tutti e senza interessi. Il mio auspicio è che siamo tutti compagni di viaggio in questa bellissima strada che è la vita, e che le pandemie, le vicende tristi della nostra storia contemporanea, possano diventare motivo per realizzare quello che ognuno in realtà cerca: un mondo unito dove siamo Fratelli tutti.

Grazie di tutto

S. Em. Card. Matteo Zuppi 


2 Giugno

 


 

mercoledì 1 giugno 2022

I bassi salari sono la malattia non la cura

dalla pagina https://ilmanifesto.it/i-bassi-salari-sono-la-malattia-non-la-cura 

ECONOMIA. Il Reddito di Cittadinanza viene da più parti accusato di spiazzare il lavoro in alcuni settori. Parliamo di un trasferimento che nel 2022 mediamente ha garantito 565,38 euro mensili a nucleo familiare. Se davvero un reddito minimo di questo tipo è considerato concorrenziale con il lavoro, non c’è indicatore più macroscopico della svalutazione a cui è giunto il lavoro

Lavoratori salariati - Reuters

Andrea Ciarini

Con il pericolo dell’inflazione alle porte i governi si preparano a imporre una frenata alle politiche espansive che in questi anni hanno inondato di liquidità a basso costo i mercati (invero soprattutto le banche). Lo spettro della stagflazione, ovvero la combinazione di inflazione e stagnazione economica, porta con sé non solo la fine delle politiche espansive della Bce ma, cosa più grave, il rischio che la questione salariale venga di nuovo oscurata.

Negli anni Settanta, quando per la prima volta emerse il problema della stagflazione, le fiammate inflattive venivano dal combinato di rivendicazioni salariali in crescita e un aumento senza precedenti dei costi di approvvigionamento energetico (gli shock petroliferi). Gli scenari di oggi sono simili per l’aumento dei costi dell’energia e delle materie prime, ma profondamente diversi per quello che riguarda il conflitto distributivo, con i salari che certo non risentono di un surriscaldamento eccessivo. E’ anzi vero il contrario.

I salari italiani oltre che eccessivamente bassi rispetto agli altri paesi europei perdono terreno di giorno in giorno rispetto all’inflazione. A fronte di un incremento annuo dello 0,8%, l’Istat prevede una perdita di potere d’acquisto del 5% nel 2022.
Se e quanto l’inflazione sarà passeggera o meno lo vedremo nei prossimi mesi. Questo tuttavia non può andare a detrimento di un problema, quello dei bassi salari che si trascina da almeno due decenni e che dovrebbe essere affrontato con strumenti nuovi, certamente non quelli che hanno accompagnato gli anni della grande moderazione salariale.

Le condizioni di oggi sono molto diverse da quelle che portarono alle scelte fatte negli anni Novanta. Allora il problema era il risanamento finanziario del paese e l’aggancio all’euro, a cui la concertazione e la politica dei redditi diedero un contributo fondamentale. Oggi il problema è proprio l’eccesso di moderazione salariale, tanto più in una fase come quella in cui stiamo entrando in cui le catene globali del valore tendono ad accorciarsi e la valvola delle esportazioni non abbastanza grande da compensare la dinamica stagnante dei consumi interni.

La stretta monetaria e il conseguente rallentamento dell’economia potrebbero peggiorare le cose per gli stipendi italiani, già mediamente bassi, tanto che sussidi come il Reddito di Cittadinanza vengono da più parti accusati di spiazzare il lavoro in alcuni settori. Parliamo di un trasferimento che mediamente ha garantito nel 2022 565,38 euro mensili a nucleo familiare non a persone come spesso si sente ripetere in barba ai dati ormai stranoti. Se davvero un reddito minimo garantito di questo tipo è considerato concorrenziale con il lavoro, non c’è indicatore più macroscopico della svalutazione a cui è giunto il lavoro. Piuttosto sarebbe necessario introdurre un salario minimo come hanno fatto molti paesi europei.

In Italia c’è un’opposizione trasversale a questo strumento. Le imprese sono contrarie per il timore di minimi imposti per legge troppo altri. Le organizzazioni sindacali per i possibili riflessi negativi sulla contrattazione collettiva. In realtà se si guarda a quello che sta succedendo in Europa la dinamica che si osserva è diversa. Contrattazione e salario minimo non sono in contrasto tra loro. In Germania l’IG metal, il principale sindacato tedesco, sta contrattando aumenti delle retribuzioni nell’ordine dell’8,2% nel settore dell’acciaio, mentre il governo ha annunciato che intende portare il salario minimo a 12 euro orari entro la fine dell’anno dagli attuali 9,82.

In Francia, dove il salario minimo è indicizzato al costo della vita, l’aumento su base annuale è stato del 5,9%%, arrivando nel 2022 a 10,85 euro orari (circa 1300 euro mensili netti su 35 ore lavorate). Infine, la Spagna dove il governo, dopo la stretta ai contratti a termine, ha portato il salario minimo a 1000 euro al mese su 14 mensilità (1166,66 in caso di 12 mensilità). L’Italia non c’è ancora arrivata.

In compenso, la copertura della contrattazione collettiva è ampia e superiore (80%) alla gran parte dei paesi europei. Il problema è la proliferazione dei contratti pirata e in generale il numero esorbitante dei contratti, alcuni dei quali con minimi retributivi al di sotto di una soglia minimamente accettabile. Per porre fine alla giungla dei contratti pirata occorre aspettare una legge sulla rappresentanza attesa oramai da decenni ma mai arrivata in porto.

Nel frattempo, sarebbe il caso di porre un freno per legge a certe retribuzioni che non hanno nulla di fisiologico, essendo piuttosto il sintomo di una malattia, i bassi salari come condizione strutturale di sopravvivenza nel mercato, che più dell’inflazione rischia di strozzare l’economia oltre che la dignità delle persone.