martedì 1 marzo 2022

EMERGENZA PFAS La relazione dell'inviato Onu Marcos A. Orellana sulla recente visita condotta in Italia e nel Veneto

dalla pagina https://www.aclivicenza.it/notizie/item/969-emergenza-pfas-la-relazione-dell-inviato-onu-marcos-a-orellana-sulla-recente-visita-condotta-in-italia-e-nel-veneto

Oltre 300.000 persone coinvolte dall’inquinamento dell’acqua nella nostra regione, con conseguenze gravi e durature.

Oltre agli interventi già avviati è necessario definire criteri precisi e restrittivi sugli inquinanti organici persistenti, a livello nazionale.

Il 13 dicembre 2021 Marcos A. Orellana, Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulle implicazioni per i diritti umani nella gestione e nello smaltimento ecocompatibile di sostanze e rifiuti pericolosi, a conclusione della visita condotta in Italia dal 30 novembre al 13 dicembre, ha stilato la sua relazione di fine visita. Il documento dà ampio Spazio e attenzione al problema dell'inquinamento dell'acqua e dei terreni da PFAS.

Da gennaio 2020 è in corso presso il tribunale di Vicenza il processo per il più grave inquinamento da Pfas in Europa. I numeri del processo sono molto significativi: sono imputati 15 ex vertici della Mitemi, fabbrica di Trissino fallita nel 2018, accusata di avere inquinato per vari anni con sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) l’acqua che arriva nelle abitazioni di 300mila famiglie venete; oltre 300 le parti civili, tra cui le Mamme no Pfas, il movimento che per primo e più di ogni altro si è esposto e si sta impegnando, la Regione, Comuni, Ministeri, Istituzioni, privati cittadini, ex lavoratori e numerose associazioni ambientaliste; circa 150 sono i testimoni chiamati al processo.

Il documento riporta alcune note positive in merito alle collaborazioni e disponibilità incontrate durante la visita.  “Vorrei esprimere la mia sincera gratitudine al governo italiano per l’invito e per l’eccellente cooperazione e gli sforzi profusi nel garantire che questa visita potesse apportare tutte le informazioni possibili. Sono molto grato per le discussioni franche e costruttive avute con i funzionari del governo nazionale e delle amministrazioni regionali… Ho apprezzato l’opportunità di visitare Porto Marghera a Venezia, la zona rossa contaminata da sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) in Veneto, il quartiere Tamburi vicino all’impianto ILVA a Taranto, l’area conosciuta come Terra dei Fuochi in Campania e l’impianto di termovalorizzazione di San Vittore nel Lazio… Sono anche molto grato per  gli scambi avuti con i rappresentanti della vibrante ed attiva società civile italiana.”

E qui finiscono le buone notizie, si perché, almeno per quanto riguarda in particolare il territorio della provincia vicentina, i risultati non sono positivi, non solo quelli relativi alla qualità della vita, ma soprattutto per la governance ambientale; e se non ci siamo riusciti noi, abituati da decenni a tenere alta l’attenzione su certi temi, forse è giunto il momento di cambiare non solo il modello di governo del suolo, ma anche gli strumenti di controllo.

Continua Orelliana: “…L’Italia ha dimostrato una forte leadership in materia ambientale, come quando nel 1992 è diventata pioniere nella proibizione dell’amianto. In questo contesto invito l’Italia a ratificare la Convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti e ad intraprendere un’azione decisiva per risolvere il problema legato alla contaminazione da PFAS…”. Ad oggi, dunque, Italia con Haiti, Israele, Malesia e Stati Uniti non l’hanno ancora ratificata. Per completezza di informazione, la “Convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti”, stabilita in occasione di un convegno tenutosi a Stoccolma dal 22 al 23 maggio 2001, è stata firmata dall’Italia (anche da USA e Israele), perché si poneva come obiettivo l’eliminazione e la diminuzione di alcune sostanze nocive per la salute umana e per l’ambiente, definite come inquinanti organici persistenti. Ma non è stata ratificata forse perché fin da subito è partita la corsa agli emendamenti… ogni paese può chiedere di escludere o includere una sostanza.

 Venendo al dettaglio dei PFAS, il relatore così continua: “Sono seriamente preoccupato dall’entità dell’inquinamento da PFAS (anche noti come prodotti chimici eterni perché persistono e non si degradano completamente nell’ambiente) in alcune aree della regione Veneto. Più di 300.000 persone nella regione sono state colpite dalla contaminazione dell’acqua da PFAS, compresa l’acqua potabile. I residenti della zona hanno sofferto gravi problemi di salute, come infertilità, aborti e diverse forme di tumori, tra gli altri. La dimensione umana del problema ci è stata presentata da una delle madri che abbiamo incontrato durante la visita: “Potete immaginare cosa significa per una madre rendersi conto di aver avvelenato i propri figli attraverso il latte materno?”.

Per diversi decenni, l’azienda chimica Miteni ha prodotto PFAS a Trissino (Vicenza) e ha rilasciato i suoi rifiuti senza controllo, inquinando le acque superficiali e sotterranee e la catena alimentare, colpendo zone di Verona, Vicenza e Padova. Mentre i responsabili dell’azienda sembravano essere consapevoli dello scarico di rifiuti e dell’inquinamento conseguente; tuttavia, non hanno offerto adeguate misure di protezione ai lavoratori, né hanno divulgato informazioni sulla gravità dell’inquinamento da PFAS”.

“Nel 2013, il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) ha informato le autorità regionali della presenza degli inquinanti PFAS. Le autorità regionali del Veneto hanno intrapreso una serie di azioni, come l’installazione di filtri a carbone per purificare l’acqua potabile nelle aree più inquinate e la segnalazione del caso alla procura. Nel tempo, altre misure hanno incluso la revisione delle autorizzazioni delle aziende che usano PFAS per stabilire i limiti di scarico dei PFAS, oltre che investire in un sistema di opere pubbliche per portare acqua non inquinata nella zona”.

“Tuttavia, le autorità non hanno informato i residenti delle aree colpite né hanno dato informazioni sull’inquinamento da PFAS e sui rischi sulla salute della popolazione. Alcuni residenti sono venuti a conoscenza del problema della contaminazione tossica nel 2016-2017, quando la regione ha avviato un piano di sorveglianza sanitaria per la popolazione esposta ai PFAS nella critica zona rossa”.

“Le autorità regionali stanno anche monitorando la situazione sanitaria di alcuni abitanti e di alcuni prodotti alimentari in relazione all’inquinamento da PFAS. Tuttavia, questo monitoraggio è limitato alla zona più inquinata, il che solleva serie preoccupazioni per coloro che vivono nelle altre zone colpite circa il livello di inquinamento da PFAS nei loro organismi e la sicurezza dei prodotti alimentari che consumano”.

“Prendo atto che il Tribunale di Vicenza ha avviato un procedimento penale per reati ambientali a carico di 15 imputati coinvolti nelle operazioni della Miteni, e intendo seguirlo da vicino. Prendo anche atto che diverse parti civili si sono costituite nel procedimento. Nell’ipotesi in cui il tribunale dovesse dichiarare la responsabilità civile degli imputati, confido che l’Italia possa cooperare con quelle giurisdizioni in cui gli imputati hanno dei beni, al fine di rimediare alla decisione del Tribunale, assicurare il risarcimento alle vittime e soddisfare il principio “chi inquina paga”. Sottolineo che l’inquinamento da PFAS non si limita all’attività dell’impianto Miteni. Esso risulta altresì dall’attività di piccole e medie imprese all’interno e all’esterno della regione che utilizzano i PFAS nei loro processi produttivi e scaricano acque contaminate, tra cui per esempio l’industria tessile e del cuoio”.

“Inoltre, vorrei evidenziare che l’inquinamento legato ai PFAS non si limita al Veneto. Tra le altre aree interessate, la contaminazione da PFAS è preoccupante lungo il principale bacino italiano, la valle del Po. Sono particolarmente preoccupato per la produzione di PFAS da parte della società Solvay, attualmente in corso a Spinetta Marengo, in provincia di Alessandria, in Piemonte. Questa operazione potrebbe creare un disastro ambientale simile a quello sofferto dalle comunità colpite in Veneto. Prendo atto della mancanza di regolamentazione dei PFAS a livello nazionale. Invito l’Italia ad adottare le misure necessarie per la restrizione dell’uso di queste sostanze a livello nazionale, e ad esercitare la sua leadership a livello regionale, mentre l’Unione Europea si prepara ad affrontare le gravi minacce per la salute e l’ambiente poste dai PFAS”.


lunedì 28 febbraio 2022

Smilitarizzare le menti per disarmare il conflitto. La prima cosa da fare contro la guerra in Ucraina

dalla pagina https://www.pressenza.com/it/2022/02/smilitarizzare-le-menti-per-disarmare-il-conflitto-la-prima-cosa-da-fare-contro-la-guerra-in-ucraina/

(Foto di Laika)


Nessuna delle caste al potere voleva una grande guerra in Europa

nel senso di perseguirla attivamente.

Al contempo esse, sia pure con finalità e interessi diversi,

neppure volevano rinunciare alla guerra, agli armamenti

e alla politica delle minacce come mezzo della politica internazionale,

per questo vi scivolarono dentro”

[Ekkehart Krippendorf, Lo stato e la guerra. L’insensatezza delle politiche di potenza]


Se per comprendere le ragioni di un conflitto è necessario allargare lo sguardo, nello spazio e nel tempo , a maggior ragione quando il conflitto si trasforma colpevolmente in guerra aperta è necessario sottrarsi alla logica perversa dello scontro amico/nemico e assumere un punto di vista più generale e complesso, per cercarne le possibili vie d’uscita. A questo scopo, condannare l’aggressione militare di Vladimir Putin all’Ucraina è necessario, ma non sufficiente. E se a farlo sono quelli che hanno condotto occupazioni militari ventennali in Afghanistan ed Iraq (per tacere delle altre), provocando immani catastrofi umanitarie, non è neanche credibile: sono parte del problema, non della soluzione. Anziché inviare altre armi sul terreno di guerra, come stanno facendo i governi occidentali, bisogna uscire dalla logica bellica sulla quale si fondano tutte le politiche di potenza che hanno portato, come con-cause, a questa incredibile e anacronistica situazione ed entrare nelle ragioni profonde del conflitto, riconoscendo ragioni e torti dei diversi attori in campo, per trovare un punto di mediazione sostenibile per tutti. Sottrarsi alla logica dell’escalation, farsi “costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera”, come scriveva Alex Langer, renitenti alla banalità del male della guerra che, ovunque, è già dentro la maggior parte delle menti consentendo agli arsenali di traboccare di armi, alle guerre di moltiplicarsi sul pianeta, ai profitti delle industrie degli armamenti di crescere senza fine. O smilitarizziamo le menti e impariamo a risolvere i conflitti senza violenza – con un lavoro paziente, costante e quotidiano – o la violenza della guerra distruggerà l’umanità, più prima che poi.

Esito previsto della “seconda guerra fredda”

Poiché – come ribadisce il vecchio saggio Edgar Morin – “la condanna di Putin non deve impedirci di comprendere attraverso quali insiemi di interazioni e retroazioni siamo arrivati al grado di radicalizzazione che produce disastri”, andiamo a vedere qualcuna di queste interazioni e retroazioni, dando la parola ad alcuni di coloro che hanno studiato con attenzione l’assetto geopolitico dell’Europa dopo l’abbattimento del muro di Berlino. Già nel 1997 il diplomatico USA George F. Kennan, profondo conoscitore dell’ex Unione Sovietica, si era espresso così sul New York Time: “L’allargamento della Nato è il più grave errore della politica americana dalla fine della guerra fredda. Si può prevedere che una simile decisione potrebbe infiammare le tendenze nazionaliste, antioccidentali e militariste nell’opinione pubblica russa, avere un effetto avverso sullo sviluppo della democrazia russa, ripristinare l’atmosfera della Guerra Fredda nelle relazioni Est-Ovest e spingere la politica estera russa in direzioni a noi decisamente sgradite”. E solo pochi giorni fa l’ex ambasciatore italiano alla Nato ed a Mosca, Sergio Romano, ha fatto le seguenti dichiarazioni in un’intervista a il fatto quotidiano (23 febbraio 2022): “A mio avviso, dopo la Guerra Fredda, l’Occidente avrebbe dovuto avviare la smobilitazione della Nato. Era una struttura nata al tempo della contrapposizione con il Patto di Varsavia. Collassato quest’ultimo non aveva senso tenere in piedi un assetto militare che sarebbe stato visto come struttura di pura aggressione”. Del resto già Johan Galtung – fondatore dell’International Peace Research, di Transcend, network per la pace e lo sviluppo, e consulente per anni dell’ONU – aveva avvertivo che la “seconda Guerra Fredda tra USA/NATO/AMPO (l’accordo militare tra USA e Giappone) e Russia/India/Cina non durerà a lungo”, che “una nazione globale con interessi globali (USA) ha le sue ragioni per portare le alleanze a linee di rottura radicali ed esplosive, per esempio tra cattolici/protestanti e slavi/ortodossi” e che “un incidente minore lungo il confine tra Polonia e Ucraina e queste faglie erutteranno lava come vulcani, con potenze nucleari dappertutto e senza alcun paese neutrale in mezzo a fare da cuscinetto, come furono Finlandia, Svezia, Austria e Jugoslavia durante la prima Guerra Fredda. Un’Eurasia dominata dagli USA è un’ipotesi folle: avere il mondo intero come propria sfera d’interesse può essere definito come megalomania” (Affrontare il conflitto. Trascendere e trasformare, 2008).

Storia contro-fattuale e storia reale

Del resto con un esercizio di storia contro-fattuale non è difficile immaginare che cosa accadrebbe a parti invertite: ossia se una potenza militare nucleare, come la Cina o la stessa Russia, stringessero un’alleanza strategica con il Canada o il Messico, capace di portare la minaccia nucleare ai confini degli Stati Uniti. In realtà non è strettamente necessario questo esercizio di fantasia, visto che nel 1962 si sfiorò davvero una guerra nucleare – a posizionamenti contrapposti – perché, dopo il fallito tentativo della CIA di far cadere la rivoluzione cubana di Fidel Castro e Che Guevara con il tentativo di invasione della cosiddetta “Baia dei porci”, l’Unione Sovietica aveva dispiegato alcuni missili nucleari a Cuba, a 90 miglia della coste della Florida, anche in risposta a quelle statunitensi dispiegate in Turchia, Italia e Gran Bretagna, e gli USA minacciarono la guerra se non fossero state rimosse. L’arte della diplomazia che seppero mettere allora in campo i presidenti Kennedy e Chruščёv, con la mediazione di papa Giovanni XXIII, portarono invece allo smantellamento dei missili sovietici a Cuba, all’impegno USA di non invadere l’isola e allo smantellamento di quei missili statunitensi in Europa. Non finirono invece le ingerenze USA in quell’America Latina che considerano – da sempre e per sempre – non solo la loro “sfera d’influenza”, ma un vero e proprio “cortile di casa”: dal supporto della CIA al colpo di stato in Cile contro il governo socialista di Salvador Allende al sostegno economico alla “contra” nella rivoluzione in Nicaragua, dalle armi agli squadroni della morte in Salvador e nel Guatemala alle molte altre ingerenze storicamente documentate (vedi, per esempio, Noam Chomsky, Anno 501, la conquista continua, 1993; Daniele Ganser, Breve storia dell’impero americano, 2021).

Una guerra iniziata nel 2014

Inoltre, gli stessi mezzi di informazione che ci comunicano, momento per momento, l’evoluzione della guerra dopo l’aggressione russa all’Ucraina, si era dimenticati di raccontarci in questi anni che la guerra era già in corso nell’Ucraina dell’est, dove la maggioranza russofona della regione del Donbass – con le auto-proclamate repubbliche indipendenti di Doneck e Lugansk, oggi riconosciute unilateralmente da Mosca – voleva l’autonomia fin dal 2014 dal resto del paese, dopo la rivoluzione (o il colpo di stato?) filo-occidentale, contro la volontà del governo centrale il quale non ha mai messo in pratica i cosiddetti “protocolli di Minsk” 1 e 2, che prevedono l’autonomia a statuto speciale di quelle provincie, ma – al contrario – si è servito di milizie neoaziste per reprimerne l’insubordinazione. Una guerra cosiddetta “a bassa intensità”, ma che aveva fatto già 14.000 vittime e decine di migliaia profughi accolti dalla Russia. Del resto, la stessa Europa che non ha fatto niente per agevolare una composizione pacifica del conflitto in Ucraina (ma ha venduto armi sia all’Ucraina che alla Russia) – solo trent’anni fa – riconoscendo immediatamente l’autoproclamata indipendenza della Croazia dalla Federazione Jugoslava – aveva agevolato la rinascita dei nazionalismi europei e la decennale guerra fratricida che ne scaturì nei Balcani, aprendo la stura ai fascismi contrapposti, fino al bombardamento di USA e alleati (governo D’Alema in Italia) sulla Serbia, anche perché questa non voleva riconoscere l’analogo indipendentismo nazionalista albanese della regione del Kosovo. Quando si dice “due pesi e due misure”…

L’Ucraina come pedina

Quindi, per riassumere, la situazione è quella descritta efficacemente d Ray Acheson scrittrice e attivista statunitense della Women’s International League for Peace and Freedom, nell’intervista a Altreconomia: “Dietro la crisi attuale c’è una storia di violenza militarizzata ed economica. La Russia e gli Stati Uniti hanno un approccio imperialista al di fuori dei propri confini interferendo, attraverso azioni militari ed economiche, in Paesi che ritengono essere all’interno delle loro “sfere di influenza”. Entrambi usano il militarismo, l’aggressione e i legami economici forzati per guidare la loro condotta nelle relazioni internazionali, ed entrambi affrontano l’ineguaglianza interna, la povertà e la resistenza attraverso azioni di polizia e punizione. I governi di entrambi i Paesi si criticano a vicenda per lo stesso tipo di comportamento: la Russia critica l’imperialismo statunitense, eppure invade e occupa i suoi vicini, bombarda i civili e si impegna in attacchi informatici contro infrastrutture critiche che danneggiano le persone comuni. Gli Stati Uniti criticano la Russia come un’autocrazia, ma negli ultimi decenni hanno rovesciato governi democraticamente eletti se solo minacciavano gli interessi degli Stati Uniti, costruiscono basi e si impegnano in guerre e operazioni militari in centinaia di Paesi in tutto il mondo, e investono miliardi di dollari in spese militari mentre molti dei cittadini statunitensi vivono senza assistenza sanitaria, alloggi o sicurezza alimentare. Entrambi i Paesi hanno rinforzato eserciti, alleanze militari e arsenali nucleari per sfidare l’altro. L’Ucraina, in questo contesto, è una pedina utilizzata da entrambe le parti”.

A questo punto, che fare?

Arrivati a questo punto, con l’Europa tornata – suo malgrado, non avendo una politica comune autonoma dalla Nato – teatro di guerra al centro di politiche di potenza contrapposte, che cosa c’è da fare? Di sicuro non aggiungere armi su armi, come i paesi della Nato hanno scelto sciaguratamente di fare, inviandone ancora all’Ucraina. Dopodiché, come singoli, nell’immediato, possiamo supportare gli obiettori di coscienza russi al servizio militare che chiedono ai soldati russi di “non partecipare alle ostilità, non divenire criminali di guerra e di rifiutare il servizio militare” e, contemporaneamente, supportare i pacifisti ucraini che chiedono ancora, ripetutamente, “alle leadership di entrambi gli stati e alle forze militari di fare un passo indietro e sedere al tavolo delle negoziazioni”, che ribadiscono che “la pace in Ucraina e nel mondo può essere ottenuta solo in modo nonviolento, che la guerra è un crimine contro l’umanità” e che sono “determinati a non supportare nessun tipo di guerra sforzandosi per l’eliminazione di tutte le cause di guerra”, diffondendo la loro voce, anziché quella di chi soffia – da un lato e dall’altro – sul fuoco della guerra. Come organizzazioni, chiedere, insieme a Rete Italiana Pace e Disarmo al governo italiano ed all’Unione europea di “prodigarsi per una cessazione degli scontri con tutti i mezzi della diplomazia e della pressione internazionale, con principi di neutralità attiva ed evitando qualsiasi pensiero di avventure militari insensate; chiedere alla Russia il ritiro delle proprie forze militari da tutto il territorio ucraino e la revoca immediata del riconoscimento dell’indipendenza delle Repubbliche del Donbass; attivarsi per garantire un passaggio sicuro alle agenzie internazionali e alle organizzazioni non governative al fine di garantire assistenza umanitaria alla popolazione coinvolta dal conflitto; chiedere il riconoscimento da parte dell’Ucraina dell’autonomia del Donbass prevista dagli accordi di Minsk ma mai attuata, il rispetto della popolazione russofona, la cessazione dei bombardamenti in Donbass, lo scioglimento delle milizie di matrice nazista; una volta arrivati al cessate il fuoco prodigarsi per una conseguente de-escalation della crisi nel pieno rispetto del diritto internazionale, affidando alle Nazioni Unite il compito di gestire e risolvere i conflitti tra Stati con gli strumenti della diplomazia, del dialogo, della cooperazione, del diritto internazionale; cessare qualsiasi tipo di ingerenza indebita nella vita interna dell’Ucraina; favorire l’avvio di trattative per un sistema di reciproca sicurezza che garantisca sia l’UE che la Federazione Russa”.

La guerra chiede il conto: prima, dov’erano tutti?

Le cose da fare sono tante, dunque, ma non bastano ancora, perché non è sufficiente attivarsi per la pace quando cadono le bombe. Quel che mi colpisce di più leggendo commenti ed editoriali di intellettuali, scrittori e commentatori (al netto degli immancabili con l’elmetto in testa permanente) è l’incredulità, lo smarrimento e lo spaesamento rispetto al ritorno della guerra vera, non lontana e digitale, ma analogica e vicina, anche nel cuore dell’Europa, con tutte le imprevedibili conseguenze che può portare con se. E allora mi domando dov’erano tutti mentre, per esempio, il Bollettino degli scienziati atomici da tre anni, consecutivamente, ci ricorda che siamo a soli 100 secondi dall’apocalisse nucleare? Dov’erano tutti mentre la Campagna per la proibizione delle armi nucleari (che ha vinto anche il Nobel per la pace) cercava di fare sottoscrivere il Trattato approvato all’ONU da tutte le potenze nucleari? Dov’erano tutti mentre gli scienziati premi Nobel di tutto il mondo, ancora poche settimane fa, hanno chiesto di ridurre almeno del 2% le spese militari globali, raddoppiate negli ultimi vent’anni, dall’Afghanistan in avanti? Dov’erano tutti mentre si ammodernavano gli arsenali con le almeno 13.000 testate nucleari di ultimissima generazione puntate contro le teste di tutti e aumentavano incredibilmente le spese militari mondiali che hanno raggiunto – in piena pandemia – la cifra record di 2000 miliardi di dollari, sottratti, per esempio, alla sanità e all’istruzione? Dov’erano tutti mentre le campagne per il disarmo e la nonviolenza, nazionali e internazionali, denunciavano tutto questo, dimostrandone l’insensatezza (come facevo, nel mio piccolo, anche in Disarmare il virus della violenza)? Se vuoi la pace, prepara la pace, insegnava Aldo Capitini, invece abbiamo lasciato che – nel silenzio e nell’indifferenza – si preparassero a tutte le latitudini politiche di potenza fondate sulla violenza delle armi. Il tema del disarmo è stato rimosso dall’agenda della cultura, della politica, dell’informazione. Ed oggi, che la guerra chiede il conto, siamo increduli, smarriti, spaesati e non capiamo come questo sia di nuovo possibile.

Dunque, per essere realisti

Dunque, per essere realisti, o ci decidiamo a smilitarizzare le menti, disarmare gli arsenali a cominciare da quelli nucleari, a dismettere le politiche di potenze e ad archiviare la guerra e fare – finalmente e definitivamente – un salto di civiltà, imparando a risolvere i conflitti con la nonviolenza, oppure la guerra archivierà l’umanità. Tertium non datur.

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Sergio Romano, ex ambasciatore italiano alla NATO e a Mosca, ha rilasciato la seguente dichiarazione durante una intervista a Il Fatto Quotidiano (23 febbraio 2022): “A mio avviso, dopo la Guerra Fredda, l’Occidente avrebbe dovuto avviare la smobilitazione della NATO. Era una struttura nata al tempo della contrapposizione con il Patto di Varsavia. Collassato quest’ultimo non aveva senso tenere in piedi un assetto militare che sarebbe stato visto come struttura di pura aggressione”.

 

 

domenica 27 febbraio 2022

PUTIN E GLI INIZI DELLA “CRISI UCRAINA”

dalla pagina https://www.laciviltacattolica.it/articolo/putin-e-gli-inizi-della-crisi-ucraina/

Quaderno 4028

pag. 162 - 176

Anno 2018

Volume II

 
21 Aprile 2018
 

Putin tra nazionalismo e crisi economica

Vladimir Putin, dopo la «campagna di Siria» in appoggio a Damasco e dopo il vertice di Sochi[1] del 22 novembre 2017 – definito, con grande soddisfazione del padrone di casa, la «Yalta mediorientale» –, è considerato, in ambito internazionale, uno dei leader mondiali più importanti e influenti, dal quale dipenderà in buona parte il futuro del nuovo assetto mediorientale.

In patria ha continuato a mantenere alto «l’indice di gradimento» tra la popolazione, avendo raggiunto il massimo di consenso dopo l’occupazione della Crimea. Infatti, secondo un sondaggio del 2016 del centro Levada – l’unico istituto di ricerche demoscopiche indipendente della Russia –, egli sarebbe sostenuto dall’82% dei cittadini russi, anche se, secondo le indagini più recenti, questa percentuale sarebbe più bassa, ma in ogni caso notevole[2].

Nelle recenti elezioni presidenziali (18 marzo 2018), che si sono svolte strategicamente nel quarto anniversario dell’annessione della Crimea, la riconferma per la quarta volta di Putin alla guida del Pae­se è stata «quasi plebiscitaria» (76,7%), come non era mai avvenuto in precedenza (nel 2012 Putin riportò il 63,6% dei voti)[3]. Anche l’affluenza alle urne è stata più alta che nelle votazioni passate (67%)[4], sebbene il suo avversario storico Aleksej Navalny, al quale i giudici russi hanno impedito di candidarsi alle presidenziali, avesse condotto una battaglia per convincere l’elettorato giovanile a boicottare le urne.

Inoltre, la narrazione di una Russia accerchiata dai nemici esterni, cioè da alcuni Paesi occidentali come gli Stati Uniti, la Francia e l’Inghilterra, è stata ulteriormente favorita dall’ultimo scontro diplomatico con il Regno Unito: il primo ministro Theresa May, infatti, ha accusato direttamente Putin di essere il mandante del tentato omicidio (avvelenamento con un agente nervino, il «novichok») di una ex spia e di sua figlia, che si trovavano a Salisbury. Anche questo fatto – duramente condannato da tutte le cancellerie occidentali –, abilmente sfruttato dalla propaganda, potrebbe aver contribuito alla strepitosa vittoria di Putin.

In realtà, già prima delle elezioni il problema di Putin non era tanto quello di vincere, quanto di «come vincere senza esagerare» in modo da allontanare dalle elezioni presidenziali ogni sospetto di brogli: un rischio inutile, visto il successo scontato[5]. Secondo alcuni analisti, la grande popolarità del Presidente, oltre che ai risultati ottenuti in ambito internazionale, è dovuta all’attività di controllo esercitata nei confronti di ogni opposizione. Nonostante le difficoltà economiche nel quale il Paese versa – anche a causa delle sanzioni economiche (di recente ulteriormente inasprite) poste dagli Usa e dall’Ue –, Putin è considerato dalla maggioranza dei russi come colui che è in grado di garantire una certa stabilità economica al Paese. «L’alto grado di approvazione per le politiche di Putin si basa – secondo il sociologo Lev Gudkov, direttore del centro Levada –, oltre che sull’attuale ondata di entusiasmo patriottico-militare, anche sulla mancanza di alternative e su alcune illusioni»[6]. Tra i russi, osserva lo studioso, c’è la convinzione che il loro Presidente continuerà a garantire al popolo l’attuale livello di benessere.

Sotto il profilo politico non vanno però sottovalutate le limitazioni imposte dalla dirigenza russa alle libertà delle persone e dei gruppi sociali. Di fatto, a partire dal 2012, Putin ha imposto dei limiti sia alla libertà di stampa, sia al diritto di manifestare il dissenso politico. Inoltre, nel 2016 ha creato la Rosgvardija (Guardia nazionale della Federazione), una forza di polizia sotto il suo diretto controllo, che ha il compito di reprimere ogni forma di opposizione[7]. A quanto pare, però, questi elementi di criticità non hanno avuto molto peso sul voto delle presidenziali.

Va ricordato che la situazione economica della Russia attualmente non è troppo florida, sebbene il Presidente, nella conferenza stampa di fine anno (14 dicembre 2017), abbia dichiarato che «ormai il peggio è passato», e che anzi l’inflazione nel prossimo anno sarebbe scesa del 2,2% e il Pil sarebbe cresciuto dell’1,6%[8]. Ma alcuni fatti di non secondaria importanza continuano a intralciare la ripresa economica del Paese: tra essi segnaliamo la persistenza delle sanzioni economiche comminate principalmente dagli Usa e dall’Ue inizialmente in relazione all’annessione della Crimea (18 marzo 2014), il crollo del prezzo del petrolio sul mercato internazionale e le recenti spese militari per la guerra in Siria.

Secondo il Fondo monetario internazionale, il Pil russo è passato dai 2.200 miliardi di dollari del 2013 ai 1.200 dello scorso anno, facendo scendere il Paese all’ottavo posto tra le grandi potenze economiche del pianeta, dietro l’Italia, la Spagna e la Corea del Sud. La Russia insomma è un gigante con i piedi di argilla, la cui potenza economica – come pure quella militare –, secondo lo statista Henry Kissinger, è stata sempre sopravvalutata per motivi politici.

Va però ricordato che nel marzo 2017 la Russia è stata attraversata da un’ondata di proteste giovanili, attivata dal blogger Aleksej Navalny. I giovani hanno manifestato in molte piazze, in maniera pacifica, contro la corruzione del Governo e della sua amministrazione[9]. Ciò indica che in Russia si sta sviluppando una nuova generazione – quella cresciuta sui social network –, che non si sente pienamente rappresentata da Putin e che probabilmente ha disertato le urne elettorali[10].

Come si spiega allora il fenomeno della popolarità di Putin nel suo Paese? Infatti, nonostante le difficoltà economiche di cui si è detto, i russi continuano a credere in lui e a rieleggerlo alla guida dello Stato. Secondo gli analisti, questo sostegno è aumentato di un terzo dopo l’annessione della Crimea, cioè nel momento in cui la crisi economica si è fatta sentire in modo più forte. «Noi russi stiamo peggio di prima, ma questo non significa che stiamo malissimo – ha risposto a un giornalista occidentale uno dei tanti sostenitori del Presidente –. Putin ha restituito ai russi la fiducia in se stessi. Siamo un Paese grande e forte»[11].

Dopo il crollo dell’Urss, e dopo le umiliazioni subite negli anni passati dalla Russia, Putin ha saputo ridare al suo Paese l’orgoglio di essere una grande nazione. Un sentimento patriottico che ha raggiunto il suo culmine con l’annessione della Crimea, considerata dai russi come parte integrante della nazione. Inoltre, la ricomparsa della Russia sullo scacchiere politico internazionale – ad esempio, in Medio Oriente e in Siria –, dopo anni di assenza e di esclusione, è considerata dai russi come un fatto giusto e dovuto. La vita delle persone potrà anche essere miserabile, «ma l’importante è che la Russia torni ad essere una grande nazione rispettata o, meglio ancora, temuta»[12].

Vale la pena di ripercorrere gli eventi che spinsero Putin all’annessione della Crimea. Queste vicende si intrecciarono con complesse questioni geopolitiche e geostrategiche – in particolare, con i rapporti sempre più tesi tra l’Ue e la Russia – e, in ultima analisi, con i fatti della cosiddetta «seconda rivoluzione di Kiev» e con i suoi esiti non ancora del tutto definiti.

La «seconda rivoluzione» ucraina

La «seconda rivoluzione» ucraina, dopo quella «arancione» del 2004 capeggiata dalla pasionaria Julija Tymošenko, scoppiò nel 2013, non appena terminarono le trattative tra il Governo ucraino e l’Unione Europea per la firma di un «accordo commerciale di associazione», finalizzato a creare una zona di libero scambio tra Bruxelles e Kiev. La firma del trattato era prevista per la fine di novembre, ma il presidente ucraino, filorusso, Viktor Janukovyč, in un primo tempo favorevole all’accordo, alla fine decise di rimandarla. Egli cambiò idea dopo l’incontro che ebbe con Putin il 9 novembre 2013 all’aeroporto militare di Mosca. Questo cambiamento però non è da attribuire soltanto agli «argomenti convincenti» circa l’opportunità di scegliere un’altra strada, che il Presidente russo seppe presentare al suo interlocutore, ma anche alla responsabilità dello stesso Governo di Janukovyč di aver portato l’Ucraina a una grave crisi economica, dovuta pure al diffuso sistema di corruzione e al malgoverno. Questo fatto mise in fibrillazione l’opposizione e le forze filo-occidentali del Paese, che concordarono di fare pressione sul Governo perché sottoscrivesse l’accordo; perciò mobilitarono migliaia di persone, che per settimane occuparono piazza dell’Indipendenza (Maidan), nel centro di Kiev, come era avvenuto in altre importanti circostanze.

In alternativa all’accordo, il Governo – su suggerimento di Putin – proponeva l’istituzione di una commissione – formata da Ue, Ucraina e Russia – per discutere le questioni di carattere economico di comune interesse, in modo da creare una sorta di mercato unico euro-asiatico, vantaggioso per tutti i Paesi aderenti. La proposta fu però bocciata da Bruxelles. Nel frattempo, Putin era impegnato a creare un’unione doganale – Unione economica eurasiatica (Uee) – tra la Russia e alcuni ex membri dell’Urss, quali la Bielorussia e il Kazakistan, e voleva che l’Ucraina, che era il suo maggiore partner commerciale nella regione, vi aderisse[13]. L’Uee, che sarebbe sorta un anno dopo, modellata in parte sull’Unione europea, avrebbe favorito gli scambi, il movimento delle persone, delle merci e dei capitali finanziari tra i Paesi aderenti.

Secondo Sergio Romano, questa istituzione aveva anche una finalità politica molto significativa, quella cioè di «creare uno spazio euroasiatico, che avrebbe avuto più o meno le dimensioni dell’Urss». Con la sua adesione, l’Ucraina, secondo Putin, avrebbe convinto altri Paesi della regione a entrare nell’Unione; la sua assenza, invece, avrebbe «regalato all’Ue, e prima o poi alla Nato, una terra slava, legata alla Russia da vincoli storici e religiosi»[14]. L’Ucraina era troppo fragile per essere un Paese indipendente e, abbandonata al suo destino, sarebbe finita nell’orbita della Polonia e degli Stati Uniti. Ciò Putin non poteva in nessun modo permetterlo e, per impedirlo, era disposto perfino a ricorrere alla forza.

Secondo i partiti di opposizione, la firma dell’accordo avrebbe avvicinato l’Ucraina all’Europa e avrebbe ridato forza alla debole economia nazionale, da anni in fase di recessione e ora vicina alla bancarotta. Per essi, l’Europa rappresentava un sogno di benessere e di ordine sociale. Nel frattempo, gli attacchi della polizia contro i manifestanti di piazza dell’Indipendenza sortirono l’effetto di inasprire lo scontro tra i rivoltosi – decisi ad andare avanti anche con la violenza – e il Governo. La piazza era controllata da una sorta di «presidio rivoluzionario», ben organizzato ed efficiente, il quale assicurava che la pressione dei manifestanti fosse continua e non desse tregua al Governo. Grazie a un sofisticato sistema logistico, numerosi autobus trasportavano ogni giorno nella capitale sempre nuovi manifestanti dalle province occidentali (quelle cioè più avverse al Governo in carica).

Per l’Ue e per gli Stati Uniti era importante che l’Ucraina – considerata uno Stato «cuscinetto» tra la Russia, l’Ue e la zona-Nato – venisse strategicamente controllata da Bruxelles piuttosto che da Mosca. In una importante pubblicazione del 1997, il politologo Zbigniew Brzezinski scriveva che l’Ucraina era il cardine geopolitico della regione, «nel senso che la sua stessa esistenza di Stato indipendente contribuiva alla trasformazione della Russia. Senza l’Ucraina, questa avrebbe cessato di essere un impero euroasiatico»[15] per diventare una grande potenza centro-asiatica, cosa che Putin avrebbe voluto scongiurare. Questo però stava a significare che la cosiddetta «nazione di confine» era costretta a scegliere tra i due contendenti, cioè tra due diverse zone di influenza politico-militare: o ripararsi sotto l’ombrello protettivo della Russia, o ripararsi sotto quello della Nato[16].

L’Ucraina tra Europa e Russia

Un vertice dell’Unione Europea, tenutosi a Praga il 7 maggio 2009, aveva fissato i criteri di massima della politica comunitaria nei confronti dei Paesi dell’Est. In quell’occasione fu stilato un ambizioso programma, dal titolo «Partenariato orientale». Con esso si intendeva aiutare le ex Repubbliche sovietiche a progredire sulla via della democrazia, della libertà e del benessere economico, senza escludere un loro futuro ingresso nella Ue. L’adesione a tale programma avrebbe comportato un sostanziale allineamento di quei Paesi alle direttive dell’Unione sia in materia economica sia in materia politica, il che presupponeva una loro presa di distanza da Mosca.

Di fatto l’Unione Europea, soprattutto dopo il conflitto in Geor­gia (agosto 2008), si attivò per stipulare un accordo con l’Ucraina, perché la riteneva il Paese strategicamente più importante tra quelli dell’ex Unione Sovietica. Le due parti decisero di definire la propria collaborazione sottoscrivendo l’«accordo di associazione», che prevedeva una sorta di partenariato tra Kiev e Bruxelles in diversi settori.

In alternativa, o meglio, in opposizione al progetto di Bruxelles, Putin propose ai Paesi ex sovietici la creazione di un’«unione doganale-commerciale» formata dalla nuova Uee e dall’Ue. Queste, a loro volta, su un piano di parità, avrebbero stabilito insieme le regole del mercato comune, valide per uno spazio economico che avrebbe dovuto estendersi da Vladivostok a Lisbona. Questo progetto fu presentato da Putin a Berlino, nel novembre 2009, agli imprenditori tedeschi, senza però trovare il consenso sperato. Secondo il Presidente russo, entrambe le parti avrebbero tratto beneficio da un accordo di questo tipo[17].

Il presidente Janukovyč, fino al novembre 2013, portò avanti i negoziati sia con Bruxelles sia con Mosca, per valutare la proposta più vantaggiosa per il suo Paese. L’Ue propose all’Ucraina aiuti economici pari a 600 milioni di euro in cambio della sottoscrizione dell’«accordo di associazione»: una somma importante, ma non sufficiente per appianare l’enorme debito accumulato negli anni. Nei mesi successivi, infatti, il Paese avrebbe dovuto restituire ai creditori circa 15 miliardi di euro, e le riserve monetarie erano quasi esaurite. Il Fondo monetario internazionale era disposto a concedere un credito all’Ucraina, ma alle stesse condizioni della Grecia: taglio delle sovvenzioni statali, aumento della pressione fiscale, deprezzamento della valuta locale. Per Janukovyč, si trattava di condizioni inaccettabili. Da un punto di vista politico, l’adozione di tali misure restrittive avrebbe pregiudicato certamente una sua riconferma alle elezioni del 2015.

L’Ue, tra le altre condizioni, poneva anche il pieno rispetto dei diritti umani da parte dell’autorità pubblica, e in particolare l’immediata scarcerazione di Julija Tymošenko. L’ex primo ministro ucraino – eroina della rivoluzione arancione e acerrima nemica del Presidente in carica – era stata condannata a 7 anni di reclusione per malversazione di fondi pubblici. Gli europei, invece, facendo proprie le ragioni dell’opposizione, ritenevano tali accuse infondate e dettate soltanto da motivazioni di ordine politico.

Alla fine Janukovyč, per colmare le casse vuote dello Stato e per «motivazioni di sicurezza nazionale», rimandò la sottoscrizione dell’«accordo di associazione» e accettò la generosa offerta di Putin, che comprendeva il versamento di 15 miliardi di dollari e il 30% di sconto sul gas. Da parte sua, l’Ucraina si impegnava a instaurare rapporti più stretti di natura commerciale con la Russia, in modo «da rendere il mercato interno pronto a un rapporto alla pari con quello europeo», che era l’obiettivo che Putin intendeva raggiungere con la summenzionata unione doganale[18].

Con il passare delle settimane le proteste in piazza dell’Indipendenza si sono fatte sempre più accese[19]. La rivolta era capeggiata da alcuni partiti dell’opposizione e dal bellicoso partito nazionalista di destra Pravyj Sektor, che agli attacchi della polizia e delle forze antisommossa rispose con la violenza. Il 18 febbraio, quando la polizia cercò di sgomberare piazza Maidan, lo scontro tra dimostranti e forze dell’ordine si fece più violento; divenne una vera e propria guerra urbana quando i manifestanti, capeggiati dagli ultranazionalisti, si misero in marcia per assaltare l’edificio del Parlamento[20]. In quella circostanza il bilancio delle vittime fu alto: morirono 18 persone, tra cui 7 poliziotti.

Da quando si diffuse la notizia che il Governo aveva dato ordine di sgomberare piazza dell’Indipendenza e di eliminare con la forza i presìdi, la tensione aumentò, causando altre vittime da entrambe le parti. I fatti di piazza Maidan, come previsto, vennero letti e valutati dalle cancellerie e dalla stampa internazionali in modo differente: per gli uni (in particolare per gli alleati di Putin), si trattava di un’insurrezione organizzata da gruppi di estrema destra per rovesciare un Governo legittimamente eletto dagli ucraini; per gli altri (innanzitutto la stampa europea), si trattava di una lotta di popolo per ristabilire in Ucraina la democrazia e il rispetto dei diritti umani, calpestati da un Presidente asservito alla Russia.

La mattina del 20 febbraio infatti, alcuni tiratori scelti, non identificati, spararono sulla folla, uccidendo più di 70 persone e ferendone un centinaio. Tra le vittime vi furono sia dimostranti sia agenti di polizia in servizio. Per conto di chi avevano agito i cecchini? Finora non è stato chiarito[21].

Per evitare una guerra civile, il presidente francese Hollande e la cancelliera tedesca Merkel contattarono telefonicamente Putin, al fine di farsi mediatori tra le parti in lotta, per ristabilire al più presto l’ordine. Nella notte tra il 20 e il 21 febbraio fu firmato un accordo fra l’opposizione e il Governo, con la mediazione dei ministri degli Esteri della Germania, della Francia, della Polonia e della Russia. In esso si chiedeva che il presidente Janukovyč si dimettesse al più presto e che venissero indette nuove elezioni entro il dicembre del 2014. Nei giorni seguenti, inoltre, si sarebbe dovuto formare un Governo di transizione.

Quando due esponenti dell’opposizione che avevano partecipato alle trattative salirono sul palco per annunciarne l’esito, vennero accolti con fischi e insulti, perché avevano trattato con il «tiranno». In quel momento il leader nazionalista Volodimir Parasjuk – capo di un gruppo militante di ex soldati, fondato nelle ultime settimane dal Consiglio di Euromaidan, il movimento sorto dalle proteste di piazza dell’Indipendenza – prese la parola e disse: «Parlo a nome del mio gruppo. Se entro domani alle 10 non si conferma che Janukovyč si è dimesso, con le nostre armi scateneremo una tempesta di fuoco. È una promessa».

Nella notte il presidente Janukovyč fuggì a Mosca e cercò riparo e protezione da Putin. Il giorno seguente, il 22 febbraio, le unità di autodifesa del leader di Euromaidan Andrij Parubij occuparono il centro storico di Kiev e tutti i palazzi del potere, chiedendo le dimissioni del Presidente. Subito dopo, la maggioranza dei deputati (328 su 450), riuniti in seduta straordinaria, votò per la sua destituzione. La sera precedente la Tymošenko, appena liberata dal carcere, aveva annunciato la sua volontà di candidarsi per le elezioni presidenziali.

Putin, da parte sua, ritenne responsabili del «colpo di Stato» soprattutto le potenze occidentali, che avrebbero favorito, e forse anche orchestrato, il cambio di regime a Kiev e avrebbero «stracciato» l’accordo raggiunto la notte precedente tra le parti. Secondo il Presidente russo, l’Europa avrebbe dovuto in ogni caso prendere le distanze dalla rivolta e dalla nuova dirigenza politica delegittimandola, ma ciò non era avvenuto. Per Putin, il «colpo di Stato» in Ucraina rappresentò il superamento della cosiddetta «linea rossa», fissata da tempo dal Cremlino. A tale proposito, il Presidente ricordava come gli Usa e le organizzazioni non governative avessero fomentato l’insoddisfazione popolare in Paesi come la Georgia e l’Ucraina per favorire un cambio di regime di orientamento anti-russo[22].

Sin dall’inizio della sua presidenza Putin aveva ricordato agli occidentali l’intesa raggiunta tra l’Ue e la Russia dopo il crollo del Muro di Berlino, la quale prevedeva che la Nato non avrebbe cercato di estendere la propria influenza oltre i Paesi dell’Unione. Assicurazione che fu ribadita in diverse circostanze e che era una delle condizioni poste dall’ex Unione Sovietica per la riunificazione tedesca[23].

Un altro punto di discussione di Putin con gli occidentali – in particolare con gli Stati Uniti – riguardava lo scudo antimissile installato in Europa. Secondo i dirigenti della Nato, esso sarebbe stato orientato contro l’Iran; agli occhi di Putin, invece, esso rappresentava innanzitutto una minaccia per il suo Paese, dal momento che i missili posizionati in Romania e in Polonia avrebbero potuto raggiungere in pochi minuti obiettivi russi.

Nel contesto delle accese invettive di Mosca contro quanto era successo a Kiev, e delle assicurazioni della stessa che i cittadini russofoni non sarebbero stati abbandonati al loro destino, iniziarono i preparativi per l’annessione della Crimea e per la resistenza di alcune regioni della Donbass – terra di origine del Presidente destituito e tradizionalmente legata alla Russia – al «colpo di Stato» consumato a Kiev.

L’annessione della Crimea alla Russia

Il rapporto tra l’Ucraina e la Russia divenne ancora più teso quando il nuovo Governo, appena costituito, abrogò la legge sulle minoranze linguistiche che era stata approvata nel 2012 dall’esecutivo precedente. Essa prevedeva che la lingua che veniva parlata in una regione da almeno il 10% della popolazione potesse diventare in quel luogo lingua ufficiale. In Crimea, abitata per più della metà da una popolazione di lingua russa, questa era diventata la lingua ufficiale; con la nuova disposizione, invece, essa sarebbe tornata a essere semplicemente una lingua locale[24].

L’abrogazione della legge diede avvio ufficialmente alla protesta. In realtà, sembra che Putin avesse già deciso l’annessione della Crimea in precedenza, in occasione di una riunione d’urgenza, convocata nella notte tra il 22 e il 23 febbraio, alla quale avevano partecipato i capi delle forze speciali russe e il ministro della Difesa, e nella quale egli aveva deciso «di salvare la vita al presidente ucraino» e «di riportare di nuovo la Crimea alla Russia»[25]. La Crimea, infatti, nel 1954 era stata «donata» dal presidente Nikita Krusciov (originario di quel Paese) all’Ucraina, per commemorare il 300° anniversario del trattato di Perejaslav tra i cosacchi ucraini e la Russia[26].

Per la Russia, questa piccola penisola, posizionata sui «mari caldi» – per lungo tempo contesa tra l’Impero russo e quello ottomano –, è molto importante dal punto di vista militare e strategico. In essa si trova la base navale di Sebastopoli, che era stata concessa in «affitto» a Mosca fino al 2042, oltre a una serie di caserme e di importanti postazioni militari. La località consente alla flotta russa di raggiungere rapidamente il Mediterraneo, la penisola balcanica e il Medio Oriente, in particolare Tartus, in Siria, unica base navale posseduta dalla Russia fuori del suo territorio.

Dopo questi fatti, il Parlamento della Crimea fissò per il 16 marzo 2014 un referendum di annessione della penisola alla Russia. Secondo gli organizzatori della consultazione elettorale, più 97% dei votanti (circa un milione e mezzo di persone) si espresse a favore[27].

Gli Stati Uniti e le potenze europee protestarono per la violazione della sovranità dell’Ucraina e delle clausole del Memorandum di Budapest del 1994, con il quale la Russia si era impegnata a non violare l’integrità territoriale delle Repubbliche ex sovietiche. A queste obiezioni Putin si limitò a rispondere che le misure adottate dal suo Governo erano del tutto ragionevoli alla luce dei recenti fatti di Kiev. Alla richiesta di Obama di non procedere all’annessione della Crimea, che avrebbe comportato conseguenze gravi sul piano del diritto internazionale, Putin rispose: «Il voto è stato regolare, lo hanno potuto constatare gli osservatori internazionali e centinaia di giornalisti – anche americani – presenti, che hanno potuto girare liberamente per i seggi». E per rassicurare il presidente Usa, aggiunse: «Tuttavia non ci saranno altre annessioni, e soprattutto mi impegno a trattare con l’Ucraina e a distendere la situazione»[28].

Il 18 marzo 2014, al Cremlino, Putin ratificò l’annessione della Crimea alla Russia. Il 27 marzo l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con la risoluzione numero 68/262, condannò l’annessione della Crimea da parte della Russia e respinse la validità del referendum del 16 marzo. La comunità internazionale, in particolare l’Ue, subito dopo applicò le sanzioni economiche minacciate, che in seguito furono inasprite per i fatti del Donbass. Misure che del resto il Presidente aveva già previsto. A giudicare dai rilevatori economici, esse non risultarono inefficaci: di fatto hanno contribui­to in questi ultimi anni al forte rallentamento dell’economia russa, la quale ora deve fare i conti anche con il crollo del prezzo del petrolio e con la svalutazione del rublo[29].

L’inizio del conflitto nel Donbass

Nel Donbass, cioè nell’Ucraina orientale, nelle regioni di Donesk, Luhansk e Charkiv intanto continuava la lotta tra gli indipendentisti filorussi e i governativi. Il Governo di Kiev accusò Putin di fomentare il conflitto, che aveva già prodotto diverse migliaia di vittime, e di rifornire militarmente i ribelli. Putin ribadì che non avrebbe abbandonato i russi dell’Ucraina, né quelli che abitavano in altri Paesi. I russi che combattevano a fianco degli indipendentisti non indossavano le uniformi militari del loro Paese e dichiaravano agli osservatori occidentali di essere dei volontari. Putin dichiarò di essere favorevole a trovare una soluzione negoziale tra le parti, in modo da porre fine alla guerra.

I rappresentanti dell’Ucraina, della Russia, del movimento separatista e alcuni delegati dell’Osce si ritrovarono a Minsk, capitale della Bielorussia, per discutere un accordo. Il protocollo sottoscritto dai partecipanti il 5 settembre 2014 era piuttosto pretenzioso e fissava gli elementi centrali di un processo finalizzato a portare la pace nella regione. Conteneva 13 punti che, tra l’altro, prevedevano una tregua, lo scambio di prigionieri, il riconoscimento di uno status speciale nelle regioni di Donesk e di Luhansk e l’accordo di far allontanare le armi pesanti al di fuori della linea di contatto. La Commissione tripartita poi continuò a lavorare sul protocollo senza raggiungere un vero accordo.

Nel febbraio del 2015, sempre a Minsk, i colloqui ripresero, con la mediazione della Germania e della Francia. I punti in discussione erano ancora quelli del primo protocollo. Tutto questo mentre il conflitto continuava e il numero dei morti, purtroppo, cresceva. Putin stava inviando alle potenze europee e agli Stati Uniti un messaggio molto chiaro: egli non avrebbe mai accettato l’ingresso dell’Ucraina nella zona d’influenza politica dell’Unione Europea e che venisse difesa dall’ombrello protettivo della Nato. Molteplici voci della comunità internazionale, nel frattempo, hanno più volte ribadito che la pace si ottiene soltanto rispettando il diritto delle popolazioni coinvolte e la legalità internazionale.

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