giovedì 19 agosto 2021

16ª Giornata Nazionale per la Custodia del Creato

dalla pagina https://lavoro.chiesacattolica.it/16a-giornata-nazionale-per-la-custodia-del-creato/

I Vescovi delle due Commissioni, per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, e dell’Ecumenismo e il dialogo, hanno elaborato un Messaggio per la celebrazione della 16ª Giornata Nazionale per la Custodia del Creato (1° settembre). Quest’anno la celebrazione nazionale sarà ospitata dalla diocesi di Montepulciano - Chiusi - Pienza nei giorni 4 e 5 settembre 2021

 

«Camminare in una vita nuova» (Rm 6,4)
La transizione ecologica per la cura della vita

La 16ª Giornata Nazionale per la Custodia del Creato vede la Chiesa che è in Italia in cammino verso la 49ª Settimana Sociale dei cattolici italiani, che avrà per titolo «Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. #tuttoèconnesso».

La strada che conduce a Taranto richiede a tutti un supplemento di coinvolgimento perché sia un percorso di Chiesa che intende camminare insieme e con stile sinodale.

Articoli stampa

Celebrazione nazionale

Celebrazioni diocesane

 

 

ALLEGATI


lunedì 16 agosto 2021

Merce e non più servizi. Davvero il lavoro ci ha stancato non per soldi ma per amore

dalla pagina https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/davvero-il-lavoro-ci-ha-stancato-non-per-soldi-ma-per-amore

Sono stati a lungo esposti, nel Battistero della città di Parma – capolavoro di Benedetto Antelami, XII secolo – le statue raffiguranti 'I Mesi'. Nessuna immagine sacra, nessun santo e nessuna Madonna (come è avvenuto invece in altre consimili costruzioni) ma semplicemente statue, veramente splendide, di uomini al lavoro: chi con la zappa e chi con l’aratro, chi giovane, guarda alla primavera e chi, anziano, guarda all’inverno (ma senza perdere la speranza che verrà).

Guardando quelle immagini e scorrendo le pagine dei giornali di queste ultime settimane (con le malinconiche notizie da una parte degli sfruttati del lavoro e dall’altra dei 'furbetti' dei sussidi statali) mi sono domandato se esista ancora, oggi, una vera e propria passione per il lavoro, per la costruzione della 'Città di Dio' (per i credenti) o almeno della 'Città dell’uomo' (per i non credenti). In pagine famose, il grande sociologo tedesco Max Weber si era posto il problema se, con l’avvento della società borghese, il lavoro fosse ancora una «vocazione» o fosse diventato semplicemente una «professione», se fosse realizzato cioè essenzialmente ai fini di una gratificazione personale, monetaria od onoraria.

Non citava, e forse non conosceva, le splendide pagine di Charles Pèguy sul senso e la bellezza del lavoro, sul contributo che esso arreca al miglioramento del mondo e degli stessi uomini, sulla sua capacità di realizzare in pienezza ogni essere umano. Chi, oggi, ama il lavoro? Pochi e sparuti gruppi di persone, ritengo. Ciò che prevalentemente si ama è soltanto il frutto del lavoro, il suo corrispettivo monetario: tanto più alta è la retribuzione del lavoro quanto più alta è la considerazione in cui esso è tenuto (e viceversa). Se questo è vero, perché mai dovrebbe stupirci il fatto – del resto comune a tutte le società industriali – che non vi sia, o quasi, nessuna affezione al lavoro e che ci si consideri tanto più fortunati, e potenzialmente felici, lavorando poco e guadagnando molto? Il lavoro, invece, è un grande fattore di umanizzazione, di costruzione di rapporti reali fra le persone, di valorizzazione degli impegni e delle attitudini. Né è sempre vero che le soddisfazioni del lavoro sono direttamente proporzionali alla sua resa monetaria.

Non mancano, per fortuna, oasi di lavoro gratuito, di disinteressato impegno per gli altri, di umile e semplice servizio agli altri (basterebbe pensare alle donne che 'non lavorano' fuori casa, diventate quasi delle paria nella società borghese). Come ridurre la distanza che intercorre fra il lavoro come 'merce' che vale tanto più quanto più alto è il suo costo, e il lavoro come 'servizio', seppure a volte pesante e gravoso? Per fortuna non mancano donne e uomini che sanno cogliere, del lavoro umano, questo importante aspetto; ma, guardando alla disoccupazione giovanile, e pensando al rigido collegamento che viene fatto fra lavoro e guadagno (al punto che 'non vale la pena' di lavorare se non si è 'giustamente' pagati...), non stupisce troppo che esista uno sconcertante divario fra disoccupazione e lavori non accettati (evidentemente, si intende, quando si tratti di lavori 'umani' ed equamente retribuiti). Il problema italiano non è quello del lavoro che non c’è, ma quello del lavoro che si accetta e si rende accettabile.

È un fatto, però, che l’idea che il lavoro contribuisca al bene dell’umanità, alla bellezza di una regione, alla vita di una pur umile famiglia non passa per la testa di una parte di coloro che appaiono disponibili soltanto al lavoro breve e ben pagato. Non erano di questa idea gli antichi lavoratori del Medioevo, consapevoli – già molto prima di Marx – che «il lavoro non è una merce» e che, anche partendo dalla vita semplice è possibile costruire la città e, per il credente, costruire la città di Dio.

venerdì 13 agosto 2021

Un riscaldamento cosmico

dalla pagina https://comune-info.net/un-riscaldamento-cosmico/

Alberto Castagnola

Il fuoco divampa ovunque e l’intero pianeta è in fiamme. Dalla Sardegna alla Siberia, dal Canada alla Grecia, impazza la stagione dei roghi più estrema e più lunga degli ultimi 50 anni, alimentata – naturalmente – da lunghi periodi di caldo estremo e dalla mancanza di piogge. Varrebbe la pena, tuttavia, di provare ogni tanto a sfuggire alla tentazione di considerare queste tragedie come emergenze episodiche (o annuali) e calamità “naturali” (o comunque inevitabili) solo nei due o tre giorni in cui le loro drammatiche immagini conquistano i titoli di apertura dei tg e dei quotidiani web. Anche a questo serve la lettura “a distanza di tempo” che periodicamente ci invia Alberto Castagnola. Non si basa mai sul grido del momento ma prende in esame, in questo caso, soprattutto i dati relativi al 2020. Di più: leggere che tra il 1994 e il 2017 il pianeta ha perso 28mila miliardi di tonnellate di ghiaccio, vuol dire allontanarsi dall’ultimo disastro “della settimana” e forse riuscire a comprendere meglio – magari però esageriamo, chissà – la portata di quel che sta accadendo e il suo carattere progressivo


I dati relativi all’anno 2020 non lasciano dubbi e la tendenza è piuttosto chiara. L’aumento della temperatura media rispetto al 1981-2010 è di 1,6 gradi centigradi, analoga a quella registrata nel 2016, l’anno più caldo dell’ultimo quinquennio. È però da tenere presente che durante quell’anno record era attiva la corrente calda de El Nino, mentre nell’anno 2020  è stata registrata una Nina, che ha un effetto rinfrescante. Rispetto al periodo preindustriale, l’aumento della temperatura è stato del 1,25%.    

Le emissioni complessive di CO2  sono aumentate del 2,3 %, malgrado la riduzione del 7% nelle zone colpite dalla pandemia a partire dal mese di marzo 2020. Se qualcuno si era illuso che la riduzione delle attività industriali avrebbe inciso molto sulle emissioni climalteranti, questi dati dovrebbero aver fatto capire che l’inquinamento atmosferico è causato da una serie di componenti che permangono attivi anche in presenza di milioni di morti e malati in forte aumento. Nell’Artico sono state immesse nell’atmosfera 244 mega tonnellate di C02, un terzo in più rispetto al 2019.

In diverse regioni la situazione può essere diversa dalla media: in Europa si registra un +0,4% nella temperatura, in Siberia invece si sono superati i 6 gradi centigradi a causa della presenza di grandi incendi. Nel Nord  Atlantico si è verificato un numero record di tempeste tropicali, mentre sul monte Fiji in Giappone le neve non è mai stata così scarsa.

Il ghiaccio continua a scomparire. Tra il 1994 e il 2017 il pianeta ha perso 28mila miliardi di tonnellate di ghiaccio. La banchisa artica ne ha persi quasi 8mila  miliardi di tonnellate, mentre il ghiaccio marino antartico si è ridotto di oltre 6mila miliardi di tonnellate, e la stessa quantità è scomparsa nei ghiacciai montani. Altre forti perdite si sono registarte in Groenlandia e nell’Antatrtide continentale. 

Le rilevazioni via satellite confermano che lo scioglimento sta accelerando e dagli anni ’90 è aumentato del 57%.  Lo scioglimento dei ghiacci sulla terraferma ha fatto aumentare di 35 millimetri il livello dei mari, mentre quello dei ghiacci marini riduce la capacità di riflettere i raggi solari, rafforzando la tendenza al riscaldamento del pianeta. Yn’altra fonte rende noto che in India è crollato un ghiacciaio nel fiume Dhanliganga e ha invaso una intera valle nello stato di Uttarakhand, causando 32 morti e 170 dispersi.

Ogni tanto si sente parlare del permafrost, in italiano si potrebbe tradurre “permagelo”, cioè un qualunque geo-materiale  (detriti, terreno, roccia o suolo), e non necessariamente con acqua ghiacciata, che si trva ad una temperatura di 0 gradi o inferiore, per almeno due anni consecutivi.

Lo stato superficiale di permafrost è il più sensibile ai cambiamenti climatici. E può sciogliersi nel periodo estivo sia nelle regioni artiche che su monti più alti di 2600 metri nelle Alpi.

Circa la metà del carbonio organico sotterraneo del mondo si trova nelle regioni settentrionali del permafrost, però rappresenta circa il doppio della quantità di cabonio presente nell’atmosfera sotto forma di gas serra, biossido di carbonio e gas metano.

Quindi sono chiari i motivi della preocupazione che circonda lo scioglimento del permafrost a causa del riscaldamento globale, anche perchè potrebbe rilasciare nell’atmosfera grandi quantità di gas metano rimasto intrappolato nel terreno per millenni.

In Siberia il permafrost arriva anche alla profondità di 1500 metri, e questo strato non ha subito alcun decongelamento dall’ultima era glaciale, cioè diecimila anni fa. Sempre in Siberia, nel 2009 è stata scoperta la carcassa di un puledro risalente molto probabilmente all’Olocene. L’altra preoccupazione riguarda la possibilità di trovare negli strati profondi di permafrost dei microrganismi, virus e batteri, che potrebbero anche ritornare attivi e quindi pericolosi. Nell’agosto del 2016, nella penisola di Yamal, in Siberia, un ragazzo di 14 anni mori di antrace e una ventina di persone furono contagiate.  

Antichi microorganismi intrappolati nel ghiaccio e nel permafrost potrebbero in effetti liberarsi nell’aria e riattivarsi con conseguenze imprevedibili. Nel permafrost delle Alpi Svizzere sono stati individuati un migliaio di microorganismi, buona parte sconosciuti.

Nei pressi di luoghi di sepoltura siberiani è stato scoperto un virus intatto dell’influenza spagnola del 2018 e si teme che ciò possa accadere anche per il vaiolo o addirittura per la peste bubbonica. 

Sono disponibili dei nuovi e più accurati dati relativi alla temperatura degli oceani, elaborati da 13 istituti di ricerca di tutto il mondo. Il contenuto di calore complessivo dei mari è stato stimato in 21 zettajoule. Per far meglio comprendere questa unità di misura, nota solo agli scienziati del settore, la ricerca suggerisce di pensare a 630 miliardi di asciugacapelli tenuti accesi per un anno. Inoltre viene segnalato che in ciascuno degli ultimi decenni il mare è risultato più caldo del precedente e che i 5 anni più caldi sono quelli che iniziano nel 2015. I ricercatori fanno tuttavia notare che le rilevazioni non si sono spinte oltre i 2000 metri di profondità e  che quindi queste primi indicazioni andranno riviste man mano che saranno disponibili altri dati,  specie quelli riguardanti le correnti dei mari più profondi.

Sempre in relazione all’anno 2020, una grande società di assicurazioni, la Munich Re, ha reso noto il valore dei danni causati da disastri naturali, 210 miliardi di euro, dei quali 17 in Cina, e 13 negli Stati Uniti a seguito dell’uragano Laura, mentre il ciclone Amphan ne ha causati 14  in Thailandia, Bangladesh, India  e Srilanka. In questi calcoli non sono incluse le vittime umane.

Gli eventi estremi continuano a verificarsi

Nel corso del 2020, la tempesta Chalane ha colpito il Mozambico e poi il Madagascar e lo Zimbabwe, gli incendi in Brasile sono stati 222.798, metà dei quali in Amazzonia, con un aumento del 12,7 rispetto  al 2019, e facendo registrare il dato più elevato degli ultimi 10 anni.

Le frane, in genere a seguito di piogge torrenziali hanno colpito il sud della Norvegia, Papua-New Guinea e  la Colombia, mentre le valanghe si sono verificate in Iran, con undici sciatori morti sui monti Elburz e altri in Svizzera e a Norilsk in Russia. Dati sempre più impressionanti riguardano le foreste, secondo il Wwf sono a rischio 43 milioni di ettari in 24 aree più esposte, mentre sono 8400 i chilometri quadrati coperti da vegetazione distrutti nel 2020, anche se questo dato è inferiore del 8% rispetto al 2019. Infine, anche la barriera corallina di Taiwan è a rischio per almeno un terzo della sua estensione  a seguito del riscaldamento dei mari.

Dati più recenti riguardanti la grande barriera corallina nel nord-est dell’Australia evidenziano una volta di più i danni arrecati dal riscaldamento globale, che si accompagnano a quelli legati al deflusso degli scarichi agricoli, allo sviluppo urbano costiero e alla pesca. La lunghezza della barriera è di 2300 chilometri, l’area coperta misura 344.400 chilometri  quadrati.

Le specie che vivono sulla barriera:  più di 3000 molluschi, 2000 spugne, 1625 pesci, 1300 crostacei, 720 tunicati, 630 echinodermi, 500 vermi, 450 coralli duri, 150 coralli molli, 133 squali e razze, più di 100 meduse, 40 anemoni di mare, 31 mammiferi marini e più di 45 specie  tra insetti marini, serpenti marini, tartarughe marine e ragni marini.

Come è noto, i coralli sono degli animali, ogni corallo è una colonia di numerosi piccoli polipi. Il gruupo include gli organismi costruttori, anemoni di mare e coralli molli. I coralli producono carbonato di calcio sotto forma di calcite e formano il tipico scheletro calcareo.

Le barriere sono colpite da una molteplicità di fenomeni climatici. Il riscaldamento degli oceani causa stress termico e spiancamento del corallo, l’innalzamento dei mari aumenta le sedimentazioni e causa il soffocamento dei coralli e ambedue questi fenomeni aumentano le malattie infettive.

Le variazioni delle tempeste, sempre più violente e frequenti, distruggono le strutture coralline; le variazione nelle precipitazioni aumentano il deflusso delle acque pulite e dei sedimenti inquinanti e causano la riduzione della luce per fioritura delle alghe e intorbidimento.

E ancora, le modifiche nelle correnti cambiano tutti gli equilibri ambientale e causano dispersione delle larve e carenza di cibo; l’acidificazione degli oceani riduce il livello di ph e causa riduzione dei tassi di crescita e e della integrità delle strutture. In sostanza i pesci della barrira corallina danno da mangiare a miliardi persone ma la pesca eccessiva e sregolata e i danni ambientali incidono in misura gravissima sulla sopravvivenza delle barriere coralline. 

Un ampio articolo, apparso su Internazionale, a firma di D. Quammen, l’autore dei testi fondamentali per la conoscenza dello “spillover”, cioè il passaggio dagli animali all’uomo di virus come il Covid 19, descrive in modo magistrale il ruolo dei pipistrelli, che a loro volta sono oggi colpiti da un virus per loro letale diffuso da esseri umani.

La dinamica delle pandemie di questo tipo dovrà essere studiata con molta attenzione anche dopo la fine di quella che stiamo cercando di debellare da oltre un anno e mezzo, con perdite e sofferenze che colpiscono tutte le generazioni oggi presenti sul pianeta.

Fenomeni economici dannosi per l’ambiente

E’ sempre impegnativo evidenziare singoli meccanismi economici che dovrebbero essere modificati profondamente per poter finalmente cominciare a incidere su danni che ormai da molti anni continuiamo a infliggere al pianeta. Però i dati e le analisi  resi disponibili negli ultimi tempi forniscono preziose indicazioni, non più trascurabili.

Un primo meccanismo da descrivere comprende tutte le produzioni di prodotti alimentari, che contribuiscono per oltre un terzo al flusso delle emissioni inquinanti e sulle quali sarà necessario intervenire anche in presenza di politiche incisive sulle fonti di energia fossile (delle quali al momento non vi è traccia), poichè scalderanno il pianeta di oltre 1,5 gradi nei prossimi 30-40 anni e di oltre 2 gradi entro il 2100. I ricercatori sottolineano il fatto che il settore alimentare è quello che ha visto i minori interventi di cambiamento verso una maggiore tutela ambientale, e sollecitano quindi una attenzione molto maggiore verso questa consistente fonte di inquinamento.

Un secondo settore finora piuttosto trascurato è quello del traffico navale, anzi l’Agenzia dell’Onu per la navigazione marittima ha di recente autorizzato di fatto  un aumento delle emissioni del 15% nei prossimi 10 anni.

Per la precisione, un inquinamento di queste dimensioni era la stima fatta dai tecnici, e l’IMO l’ha portata al 14% per i prossimi dieci anni, in pratica  un via libera alla crescita del settore, che rappresenta circa il 3% delle emissioni globali.

Un dato relativo all’anno 2018 stima in 8,7 milioni di morti le vittime dei fossili derivati del petrolio; in Italia la cifra arriva a 89.000, circa un quinto dei morti registrati in quell’anno, in gran parte causando rilascio di polveri sottili.

Negli Stati Uniti dall’inizio dell’anno, l’acqua è quotata in borsa, con la sigla NQH20. Il prezzo base è fissato in relazione al costo dell’acqua per irrigazione in California, in realtà è un derivato finanziarioche può essere venduto e comprato a seconda dei livelli della siccità e della pioggia, ma può diventare oggetto di qualunque speculazione.

Non si può inoltre dimenticare che almeno un miliardo di persone nel mondo già oggi soffre per la scarsità d’acqua e sono almeno otto milioni ogni anno le vittime dovute alla carenza di acqua.

Non possiamo nemmeno dimenticare un traffico illegale, che incide in misura spesso sottovalutata sugli equilibri ambientali, il commercio di animali selvatici.  Secondo uno studio condotto dall’Università di Sheffield, in Inghilterra, il mercato miliardario del contrabbando di animali selvatici è la principale ragione dell’estinzione delle specie.

I metodi adottati per far passare uova ed esemplari attraverso le varie dogane e la vita spericolata di un noto trafficante, J. Zillinger, ora pentito e che sta progettando uno zoo, sono descritti in un altro numero di Internazionale, ma ciò che impressiona di più sono le cifre altissime di questo mercato così trascurato.

Un meccanismo economico e sanitario piuttosto interessante, quello dei livelli di inquinamento di certe città, riguarda l’Italia e precisamente la città di Brescia, seguita da Bergamo, Vicenza e Saronno. Sono comprese tra le 10 città europee dove si muore per eccesso di polveri sottili, le Pm 2,5, che presentano un’elevata capacità di penetrazione nelle vie respiratorie.

La fonte è Lancet, che pubblica un rapporto sulla Salute del Pianeta 2021, che ha elaborato i dati relativi a circa un migliaio di città europee. Da alcuni mesi è in corso una ricerca condotta da Istituto Superiore di Sanità e e Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente che ha lo scopo di verificare se l’aria fortemente inquinata abbia reso il sistema respiratorio umano più suscettibile all’infezione e alle complicazioni  del coronavirus.

Continua la corsa al litio, un materiale essenziale per le batterie delle auto elettriche e per i Pc portatili. Si è scoperto che il Portogallo dispone di importanti giacimenti, stimati in 280 mila tonnellate di questo metallo alcalino. Finora il 55%  degli scambi relativi proviene dall’Australia.

Metà delle riserve mondiali si trova ad Atacama, in Cile, euna parteè anche in Argentina, dove però i giacimenti sono in salamoia e quindi deve prima essere eliminata l’acqua. L’Unione Europe ha deciso che cercherà di aumentare l’offerta di litio di 18 volte entro il 2030. Si parla anche di come recuperare il litio già utilizzato, in quanto almeno mezzo milione di tonnellate è già impiegato in diversi settori industriali, però i costi di queste operazioni di riutilizzo sono ancora piuttosto elevati.

Alcuni studi hanno rivelato che la crisi climatica incide anche sulla fertilità umana, per l’inquinamento e le radiazioni, i telefonini, l’alcool, la dieta, il fumo e le droghe, la plastica specie in microparticelle, i pesticidi ancora largamente utilizzati, imetalli pesanti, gli additivi e i conservanti.

La concentrazione di spermatozoi si è molto ridotta, da 90 a 47, cioè del 52,4%. In Italia risulta diminuità del 30%. Quindi la riduzione delle nascite, oltre che da fattori sociali ed economici, è fortemente influenzata da meccanismi ambientali.

Una notizia interessante riguarda i cavi sottomarini. Sembra che il 90% dipenda da Facebook, e quindi anche dalle grandi multinazionali della comunicazione, mentre Google controlla il cavo Dunant tra Virginia Beach e Nantes, e Orange sta coscruendo un cavo verso l’India, attraversando l’Arabia Saudita ed israele.

Infine, una notizia “cosmica”. Sembra che la sparizione dei dinosauri 66 milioni di anni fa, sia dovuta non ad un meteorite ma ad una cometa che ha colpito lo Yucatan creando un cratere dove recenti scavi hanno scoperto della “condrite carboniosa”, sostanza tipica delle comete.

 

giovedì 12 agosto 2021

Un mondo alternativo prima del punto di non ritorno

"SAREBBE NECESSARIO un progetto politico animato da una visione del mondo alternativa a quella basata su profitto, accumulazione, competizione, valutazione ai fini dell’esclusione della diversità. Se non si condivide un’idea di società che tuteli la natura, di cui siamo parte, è difficile costruire soluzioni diverse dal capitalismo"

 

dalla pagina https://ilmanifesto.it/un-mondo-alternativo-prima-del-punto-di-non-ritorno/

Tempi presenti. «AI-Work» di Sergio Bellucci (pubblicato da Jaca Book) è un’audace riflessione sui cambiamenti del lavoro digitale

Dopo più di quindici anni dal suo libro E-Work (DeriveApprodi, 2005), Sergio Bellucci torna sul rapporto tra tecnologia e lavoro con un nuovo testo corale che viene introdotto da un articolo sulle sue analisi più recenti. AI-Work (Jaca Book, pp. 312, euro 25) offre una panoramica riflessione corale sul lavoro che cambia modello di estrazione del plusvalore usando la dimensione immateriale dell’informazione.

LA TESI AUDACE del progetto è che le innovazioni dei processi produttivi come il capitalismo della sorveglianza e delle piattaforme, su cui si discute spesso, sarebbero in atto da tempo e non sarebbero che la punta dell’iceberg di un cambiamento più profondo, una vera e propria transizione. Tale passaggio consentirebbe perfino di eliminare il riferimento al capitale per la produzione e di rivitalizzare pratiche artigianali o le relazioni di scambio senza riferimento al denaro tradizionale.
Per costruire tale esito della transizione sarebbe necessario un grande progetto di revisione politica delle relazioni per la produzione e il trasferimento delle merci. Il ragionamento interessante di Bellucci è che il ruolo dell’immateriale sarebbe così rilevante nella nuova forma digitale della produzione da permettere di evitare il possesso dei mezzi industriali, finora necessari al funzionamento delle strutture capitalistiche.
Non si rinuncia a elencare le modalità dell’attuale stato del mondo del lavoro nel quale a vari livelli si assiste a forme di sfruttamento nuove di clienti e partecipanti ai servizi delle piattaforme che mettono a lavoro tante pratiche prima escluse dalla mercificazione. Dall’acquisto dei biglietti aerei alle attività sociali online, ogni gesto viene usato per alimentare il plusvalore. Tutto ciò, però, potrebbe essere solo l’effetto di uno sguardo miope sulla transizione in corso, che potrebbe anche essere quella definitiva, che renderebbe impossibile una riconversione dello status quo. Un ultimo stadio dello sfruttamento, in attesa che il sistema sia in grado di riorganizzarsi con pratiche di cooperazione, sottraendosi alla morsa del capitale.

AL CENTRO DEL CAMPO discorsivo c’è una diversa interpretazione del futuro del lavoro salariato. La sinistra non dovrebbe limitarsi a difenderlo. È evidente che questo tipo di contrattualizzazione della prestazione lavorativa si offre allo sfruttamento perché si fonda su una asimmetria inequivocabile tra chi offre il lavoro e le relative tutele e chi ne accetta le condizioni. L’attività sindacale del Novecento si è concentrata sulla costruzione delle tutele dei salariati, mentre l’equivoco del capitalismo era la previsione che lo sviluppo avrebbe prodotto anche la piena occupazione con la conseguente protezione di tutti i lavoratori.
Così non è avvenuto anche a causa di una sottovalutazione della componente della finanziarizzazione del capitale che non è stata sottoposta né a vincoli, né a processi di redistribuzione. Al centro dell’azione sindacale c’era il lavoro salariato, che prevedeva di cedere le proprie capacità lavorative in cambio di una garanzia sulla sicurezza dell’occupazione e sulla socializzazione dei rischi del lavoratore.
Un elemento ulteriore messo al centro della scena è la necessità di un reddito di esistenza o di cittadinanza, una volta accertato che il capitale non produce la piena occupazione e quindi una parte sarà sempre esclusa dalle tutele, talvolta anche quando è parzialmente inclusa in attività lavorative.

NE SONO UN ESEMPIO i rider, che rappresentano solo la punta a vista di un fenomeno complesso di parzializzazione, standardizzazione e spezzettamento dei lavoretti prodotto dalla tecnologia. Questo risultato produce un doppio sfruttamento: da parte dei datori di lavoro che richiedono prestazioni senza una vera e propria contrattualizzazione e da parte di piattaforme, di cui Mechanical Turk di Amazon è solo l’esempio più famoso. Sappiamo che l’intelligenza artificiale si nutre del lavoro di etichettatori sottopagati e invisibili spesso collocati nel sud globale, mentre i suoi frutti si colgono nel mondo industrializzato.
Tra chi propone di andare oltre il capitalismo e chi chiede una tassazione più equa di piattaforme e ricchezze finanziarie non c’è un vero conflitto, ma solo una diversa visione strategica sui tempi delle rivendicazioni e delle azioni da esercitare.
Su un punto ci sarebbero da sollevare alcune perplessità, la digitalizzazione con conseguente distanziamento e dematerializzazione di molte funzioni di lavoro datoriali non significa che manchi una forte infrastruttura industriale, che invece è geo-politicamente globalizzata e si avvantaggia della propria delocalizzazione. Il fatto che una parte di questa infrastruttura consista di conoscenze tecniche, informazioni – aggiungerei di ideologia dominante – non rende questi conglomerati più scalabili dal basso, ancorché tecnicamente sarebbe forse possibile.

SAREBBE NECESSARIO un progetto politico animato da una visione del mondo alternativa a quella basata su profitto, accumulazione, competizione, valutazione ai fini dell’esclusione della diversità. Se non si condivide un’idea di società che tuteli la natura, di cui siamo parte, è difficile costruire soluzioni diverse dal capitalismo. Ma forse l’obiettivo del libro è mettere un tassello teorico in favore di un progetto di convivenza antagonista a quello vigente.

 

mercoledì 11 agosto 2021

Il legame tra sprechi alimentari e allevamenti: nuovo report

dalla pagina https://www.essereanimali.org/2021/08/report-spreco-alimentare-allevamenti-animali/

Maria Mancuso

Secondo l’ultimo report del WWF la carne e i prodotti animali sprecati ogni anno a causa degli allevamenti equivalgono a 153 milioni di tonnellate. Un enorme problema etico e ambientale.

Quando si parla di spreco alimentare poca importanza viene data a quello che si registra prima che i prodotti vengano messi in vendita, vale a dire quando si trovano ancora nell’azienda agricola o nell’allevamento. Eppure è qui che si concentrano le perdite maggiori. 

Secondo The global impact of food loss and waste on farms, un recente report del WWF, in Europa e Nord America lo spreco di cibo nelle aziende agricole e negli allevamenti superano di gran lunga quello che avviene in casa. Andando più nello specifico: 1,2 miliardi di tonnellate di cibo viene sprecato prima di lasciare l’azienda, contro le 931 milioni di tonnellate sprecate dalla vendita al dettaglio, dai servizi di ristorazione e dalle famiglie. Quantità sufficienti per sfamare ben quattro volte tutte le 870 milioni di persone denutrite nel mondo.

Il volume e il valore dello spreco globale di cibo. © WWF

Impronta carbonica, idrica e altre problematiche causate dagli sprechi

L’impronta carbonica complessiva degli sprechi alimentari nella fase agricola è di 2.2 gigatonnellate di CO2: circa il 4% di tutte le emissioni di gas serra antropiche (GHG) e il 16% delle emissioni agricole. Questo equivale alle emissioni del 75% di tutte le auto guidate negli Stati Uniti e in Europa in un anno.

Come spiega lo studio, l’allevamento e l’agricoltura, inclusa quindi anche la produzione di mangime destinato agli allevamenti intensivi, sono responsabili del 30% di tutte le emissioni di gas serra di origine antropica e dell’80% della deforestazione. La produzione alimentare comporta il disboscamento di vaste aree di terreno, contribuendo alla perdita di biodiversità, all’estinzione di specie animali e al degrado del suolo. Attualmente il suolo fertile viene perso fino a cento volte più velocemente di quanto non venga prodotto, e questo fa diminuire i raccolti, aumentando la pressione per convertire più terra in terreni agricoli. 

La carne e i prodotti animali hanno un’impronta idrica molto elevata che deriva dalle colture destinate agli animali e dall’acqua che gli animali devono bere durante la loro vita. Lo spreco di fonti idriche dipende soprattutto dal latte, che costituisce oltre l’80% del totale delle perdite dovute a carne e prodotti animali. Quasi l’80% dello spreco di latte ha luogo nel sud e sud-est asiatico e l’8% in Europa. La carne suina costituisce l’8% del totale, di cui circa la metà proviene dall’Asia industrializzata.

Emissioni di gas serra per ogni prodotto. © WWF

Il caso del pollo broiler

Ma in cosa consistono questi sprechi nello specifico? Un esempio è l’alta mortalità degli animali all’interno degli stabilimenti dovuta alle condizioni di vita, ma anche alla genetica stessa degli animali. Facciamo l’esempio del pollo.

Nella storia recente abbiamo visto un enorme aumento del consumo di pollo a livello globale. Per far fronte a questa domanda si è iniziato ad allevare il pollo “broiler”, un ibrido il cui tasso di crescita è superiore del 400% rispetto al suo predecessore allevato negli anni ‘50. Questo animale è stato ibridato per avere un petto enorme, anche se questo comporta gravi problemi di salute, come l’incapacità di reggersi sulle zampe, che spesso ne causano la morte.

Anche i bassi standard di vita degli animali, gli incidenti, i guasti alle apparecchiature e i problemi di benessere, le condizioni di trasporto contribuiscono alla loro morte e, usando le parole del report, a “sprechi ingenti”. Ma non solo, anche i focolai di malattie, come l’influenza aviaria, hanno causato negli anni livelli catastrofici di avicoli morti negli allevamenti.

Inoltre, anche il mangime di per sé può essere considerato uno spreco, perché quello stesso cibo è molto spesso adatto al consumo umano: parliamo di soia, avena, mais che potrebbero essere consumati direttamente dalle persone. L’industria del pollo è quella che consuma più mangimi vegetali in Asia, Europa e Nord America: nel 2009 ne ha consumato il 41,5% a livello globale.

A causa della loro genetica, i polli broiler sono soggetti a deformazioni e difficoltà nei movimenti, malattie cardiovascolari e respiratorie, anemie e difese immunitarie deboli. © Essere Animali

Per il bene di tutti: bisogna cambiare

Secondo il WWF, il benessere degli animali non è solo una questione etica, è anche una necessità ambientale. Difatti la produzione animale ha un enorme impatto anche sul Pianeta: la distruzione degli habitat — dovuta ad esempio alla produzione di soia come mangime o alla conversione di foreste in pascoli —, la persecuzione dei predatori degli animali allevati, il degrado dell’ambiente dovuto al pascolo eccessivo, nonché l’inquinamento derivante sia direttamente dagli animali che quello dovuto alla cattiva gestione del letame, sono tutti elementi che rappresentano un’ulteriore minaccia alla biodiversità.

Quando il cibo viene sprecato, lo sono anche tutte le emissioni associate alla produzione agricola, la crescita delle colture o degli animali, la raccolta e la lavorazione — senza parlare del suo smaltimento, che provoca emissioni aggiuntive.

È ora di cambiare il nostro sistema alimentare, basato sulla sofferenza degli animali e che parte agente nella distruzione del Pianeta. Togli la crudeltà dal tuo piatto, scegli un’alimentazione vegetale.

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martedì 10 agosto 2021

Basta aria fritta, è il momento di fare sul serio

dalla pagina https://ilmanifesto.it/basta-aria-fritta-e-il-momento-di-fare-sul-serio/

Scenari. Se la gravità della situazione viene nuovamente certificata sul piano scientifico con nuova analisi e dati, su diverse testate il nuovo negazionismo continua a seminare dubbi sulla gravità della situazione e a suggerire che comunque il cambiamento richiesto è peggio della malattia

Direttore Greenpeace Italia


Laguna de Suesca, Colombia © Ap

Il sesto rapporto della Commissione intergovernativa sui cambiamenti climatici dell’Onu (Ipcc) è stato lanciato mentre le ondate di calore e gli incendi devastano il pianeta dall’Amazzonia alla Siberia, dalla Grecia alla California.

Si tratta del primo dei tre volumi del sesto rapporto di valutazione, una sorta di summa delle scienze del clima pubblicata a otto anni dal rapporto precedente e a trentuno dal primo. La temperatura globale media registrata nel periodo 2010-19 risulta 1,07°C superiore a quella del periodo preindustriale mentre le concentrazioni di CO2 del 2020 sono quelle massime raggiunte negli ultimi 2 milioni di anni.

Rispetto al quinto rapporto, le evidenze della correlazione tra crisi climatica innescata dalle emissioni di gas serra e i fenomeni climatici estremi sono più forti così come il possibile crollo della corrente del Golfo giudicata solo otto anni fa «poco probabile» ora invece viene valutata con una probabilità media.

Si confermano i risultati presentati nel 2018 quando l’Ipcc aveva analizzato i diversi impatti tra uno scenario con l’aumento globale della temperatura media a 1,5°C e uno a 2°C e dunque dando un senso preciso alla formulazione degli obiettivi dell’Accordo di Parigi, di limitare «ben al di sotto dei 2°C e preferibilmente a 1,5°C» la temperatura media globale.

Per riuscirci, e dunque per evitare le conseguenze peggiori, è necessario un dimezzamento delle emissioni globali entro il 2030 e un loro azzeramento entro il 2050: ed è ancora possibile farlo, questa la buona notizia negli scenari presentati dal rapporto.

La difficoltà – e i conflitti – stanno proprio nei tempi stretti per agire. Che la transizione richieda grandi investimenti e non sia una passeggiata è certo. Ma è solo metà della storia. Non c’è infatti solo il «bagno di sangue» evocato a ogni piè sospinto dal ministro Cingolani: i nuovi settori rinnovabili sono infatti a maggior intensità di lavoro e dunque richiederanno più occupati e, semmai, in qualifiche che richiedono politiche di formazione e di riconversione dei lavoratori dei settori fossili.

Questi sono dominati da un oligopolio globale fatto di poche majors (come per petrolio e gas) e di alcuni (importanti) stati proprietari delle risorse. I nuovi settori vedono invece una pluralità di soggetti anche di dimensioni medie e piccole e una concorrenza globale nelle tecnologie che, per alcune di queste, vede avanti la Cina. La cui linea pro-carbone va bloccata offrendo di cooperare sulle tecnologie pulite: una ripresa della collaborazione europea e americana col colosso asiatico, colpito anch’esso da alluvioni distruttive in queste settimane, rimane una condizione necessaria per combattere sul serio la crisi climatica.

Se la gravità della situazione viene nuovamente certificata sul piano scientifico con nuova analisi e dati, su diverse testate il nuovo negazionismo continua a seminare dubbi sulla gravità della situazione e a suggerire che comunque il cambiamento richiesto è peggio della malattia.

Alcuni sono tra quei promotori del nucleare poi bloccato dal referendum nel 2011: i reattori francesi (e quelli nippo-americani) proposti avrebbero creato solo altrettanti «buchi neri finanziari» senza aver prodotto un solo kilowattora. Oggi corrono solerti nel gruppetto dei nuovi negazionisti in soccorso degli interessi dei «padroni del vapore» per bloccare o ritardare i cambiamenti necessari, mentre aziende come Eni cercano di intimidire la stampa con querele temerarie come è successo al Fatto Quotidiano e di recente al Domani.

Eni che insiste con obiettivi largamente inadeguati sulle rinnovabili e a promuovere «soluzioni» incerte e rischiose come stoccare la CO2 nel sottosuolo o vendere il Gpl presentato come «verde» solo perché Eni ha acquistato gli equivalenti crediti di CO2 forestali in Zambia. Operazioni cartacee di assorbimenti forestali di CO2 a copertura di emissioni certe (quelle emesse dal Gpl «verde») che potrebbero andare in fumo al prossimo incendio, come è avvenuto per i crediti di CO2 acquisiti da altre grandi multinazionali proprio con gli incendi di questi giorni. Sarebbe ora di smetterla con l’aria fritta e iniziare a fare sul serio per combattere la crisi climatica.

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La folle corsa al consumismo elettronico scatena gli appetiti dell’industria fossile

dalla pagina https://ilmanifesto.it/la-folle-corsa-al-consumismo-elettronico-scatena-gli-appetiti-dellindustria-fossile/

Il report di Sea At Risk. La produzione di soli 7 metalli comporta il 7% di tutte le emissioni di gas serra nel mondo.

L’Europa deve porsi obiettivi vincolanti per ridurre l’utilizzo di metalli primari, altrimenti il passaggio all’energia rinnovabile, alle auto elettriche e alla digitalizzazione, causerà un nuovo boom dell’industria estrattiva, sia sulla terra ferma sia in mare, con conseguenze devastanti. A chiederlo è Sea at Risk, una Ong molto attiva sul fronte della protezione del mare che ha pubblicato il Report Breaking Free From Mining – A 2050 blueprint for a world without mining on land and in the deep sea, con dati attuali e proiezioni future.

BASTI PENSARE CHE la produzione di sette metalli (ferro, alluminio, rame, zinco, piombo, nichel e manganese) è responsabile del 7% di tutte le emissioni di gas serra nonché una delle principali cause di perdita di biodiversità, violazioni dei diritti umani, instabilità politica. Parliamo di una delle attività più inquinanti del mondo e una delle principali cause del cambiamento climatico. Nonostante questi dati allarmanti, centinaia di nuove miniere sono in fase di pianificazione in tutta Europa e diversi paesi europei detengono licenze di esplorazione mineraria in acque internazionali e potrebbero iniziare le operazioni minerarie già nel 2023. «Dalle esplorazioni alle estrazioni il passo è pericolosamente breve – dice Ann Dom di Sea at Risk – anche perché nessuna compagnia investe milioni in esplorazioni senza essere sicura di ricevere un ritorno».

IL DOCUMENTO APPENA PUBBLICATO fornisce dati che danno la dimensione del problema. Cominciando dagli strumenti più diffusi: nel 2020, si contavano circa 15 miliardi di telefoni cellulari, più del doppio della popolazione mondiale, oltre a 2 miliardi di computer. A metà degli anni 2010 il 5% della produzione globale di oro, argento e rame e il 20% della produzione di cobalto e palladio era destinata ai soli telefoni cellulari, mentre tutte le altre apparecchiature elettriche ed elettroniche accumulavano oltre il 40% della produzione mineraria globale di rame, stagno, antimonio, indio, rutenio ed elementi delle terre rare.

DAI CELLULARI AI VEICOLI A MOTORE il quadro certo non migliora: per passare all’elettrificazione delle sole auto, camion e navi si stima siano necessari 790 milioni di tonnellate di batterie agli ioni di litio che richiederebbero 134,3 milioni di tonnellate di rame, 120 di nichel, 63,2 di alluminio, 22 di cobalto, 17,1 di litio e 173,8 milioni di tonnellate di grafite. Cifre incredibili che si riferiscono esclusivamente alle batterie di primo utilizzo escludendo i minerali necessari per costruire i veicoli, gli impianti di energia rinnovabile, quelli di stoccaggio, le successive sostituzioni e le altre batterie agli ioni di litio utilizzate per altri dispositivi.

AL 2020, LO STOCK DI RAME IN SUPERFICIE (già estratto) era il 50% di tutte le riserve di minerale conosciute. Le proiezioni prevedono l’estrazione del restante 50% nei successivi 30 anni – cioè, si estrarrebbe più rame in tre decenni che in tutta la storia dell’umanità. Nel caso di altri metalli, come l’argento e l’oro, le riserve in superficie sono del 70%. Anche se la domanda di minerali prevista per le batterie da utilizzare nei soli veicoli elettrici superasse di gran lunga le riserve mondiali conosciute di nichel (90 milioni di tonnellate di riserve contro i 120 milioni di tonnellate richiesti) e cobalto (3,6 contro 22) ed esaurisse le riserve globali di litio conosciute, secondo Sea at Risk, le riserve continuerebbero ad espandersi attraverso ulteriori esplorazioni – in particolare nei mari – e l’estrazione potrebbe continuare all’infinito con danni incalcolabili per il Pianeta.

IL MESSAGGIO E’ CHIARO: «Se non invertiamo la rotta – spiega Monica Verbeek, direttore esecutivo di Seas At Risk, – i metalli saranno i combustibili fossili del 21° secolo». Ma dobbiamo fare presto. Il Report identifica infatti il 2020 come un anno di svolta per l’estrazione nonché come l’inizio della transizione verso una società post-crescita. Indica inoltre alcuni passi necessari per allontanarsi da modelli così invasivi. Per farlo lo studio proietta il lettore al 2050 in un mondo che si è finalmente allontanato dallo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, dove l’estrazione dei metalli è diventata un lontano ricordo e le profondità marine sono state salvaguardate dalla distruzione.

USANDO UN APPROCCIO SCIENTIFICO e basato sui fatti, approfondisce le alternative esistenti, tra cui, per fare un esempio, la fine dell’obsolescenza pianificata e l’aumento della riparazione e del riutilizzo dei beni; il passaggio alla generazione distribuita dell’energia e a sistemi di mobilità meno dipendenti dalle auto private. Tutto ciò non significa negare l’importanza di tecnologia e innovazione, che anzi rimangono una parte centrale della soluzione, «ma – dice Ann Dom – dobbiamo operare un cambiamento culturale, sociale ed economico profondo e affrontare con decisione la causa principale delle crisi planetarie, cioè il sovraconsumo, l’ossessione per la crescita e lo scarso o nullo impiego di riciclo e circolarità».

SOLO IN EUROPA 160 MILIONI DI TELEFONI cellulari vengono scartati ogni anno e nel 2020 si sono contati più di 500 milioni di telefoni accantonati per un valore di 1,3 miliardi di euro di oro, argento, platino, palladio e rame, tutti recuperabili. Così, se nel 2017 la produzione annuale globale di rifiuti elettronici era già di 44 milioni di tonnellate – l’equivalente di 4.500 torri Eiffel – le stime dicono che entro il 2050 potrebbe raggiungere i 120 milioni di tonnellate all’anno. «Mentre lavoriamo a un mondo senza combustibili fossili – conclude Ann Dom – possiamo anche immaginarne uno senza miniere». Già. Considerata la potenza dell’immaginazione che, diceva Einstein, «è più importante della conoscenza», non ci si può che augurare che chi dovrà prendere le decisioni immagini le stesse cose.