giovedì 15 aprile 2021

Estinzione, è per sempre

dalla pagina https://comune-info.net/estinzione-e-per-sempre/


Il ritmo di distruzione del pianeta con cui viviamo non conosce rallentamento. La distruzione avviene passo dopo passo, ora dopo ora, metro quadro per metro quadro, e anche quando sarebbe possibile contrastarla questa, si devono fare i conti con alterazioni climatiche che riducono ulteriormente le possibilità di invertire la rotta in tempo utile. La filosofa francese Corine Pelluchon dice che i limiti tra Natura e Cultura sono stati superati, e che abbiamo invaso gli spazi della vita selvatica oltre l’immaginabile. Questa interpenetrazione non porterà che nuove malattie o epidemie come quella che stiamo vivendo ora. Pelluchon chiama a un nuovo illuminismo, che definisce ‘nuovo convivialismo’. Dovrebbe permetterci una nuova era di co-abitazione tra pari in modo democratico, basata sulla tutela del pianeta quale pre-condizione della vita insieme. Quanto tempo abbiamo però per questo ‘renouveau culturel’, per invertire la rotta? Altro che ‘Ripartenza’… Può forse il capitano di una nave che ha ormeggiato in una baia di rifugio, dopo una tempesta improvvisa, riaccendere i motori e riprendere il largo se non sa verso dove dirigersi? Quello che dovremmo fare è molto semplice: ritirarci fisicamente, indietreggiare la linea dei nostri eserciti avidi di risorse e lasciare che la Natura riprenda terreno

Photo by Ehimetalor Akhere Unuabona on Unsplash

Questo fine-settimana, mi sono lasciato distrarre dai titoli dei faits divers [fatti vari], sovente inutili ma curiosi, per tirarmi su di morale dopo giorni di letture delle sezioni “ambiente” delle testate del mondo intero.

Le notizie che giungono sono a dir poco allarmanti, o meglio deprimenti, perché non si nota inversione di tendenza. Il ritmo di distruzione del mondo in cui viviamo non conosce rallentamento.

L’unico momento in cui abbiamo sperato in una inversione di tendenza è stato con l’arrivo del  Coronavirus. Ci ha costretti a stare fermi, a non esagerare, a risparmiare, a osservare, e per la prima volta dall’inizio della rivoluzione industriale, le emissioni annuali di CO2 sono diminuite, invece di aumentare, si è visto il cielo sopra Pechino e New Delhi, e ricci e volpi hanno attraversato strade e ferrovie senza essere schiacciati da un’auto in corsa.

Una gravidanza dura dieci mesi lunari prima che un essere umano possa vedere la luce, ma bastano pochi secondi per soffocare la vita dello stesso. La cattedrale gotica di Reims venne costruita in sessantaquattro anni (1211-75), ma bastarono pochi bombardamenti durante il primo conflitto mondiale per sventrarla. Un albero come la quercia, per raggiungere la propria maestosità, ha bisogno di crescere almeno un secolo; bastano però poche ore di lavoro per segarlo alla base.

La natura vivente costruisce sistemi complessi e dinamici, sistemi che trasformano il tempo in organizzazione, che scambiano energia, materia ed informazione, e generano ordine e armonia.

Vi è un principio in natura che è l’entropia, che si rifà al ciclo dell’energia, e che misura il passaggio dallo stato di ordine a quello di disordine, ovvero di trasformazione irreversibile, di dissipazione irreversibile dell’energia in calore. Secondo alcuni fisici, come l’universo ha avuto inizio con un big bang, così è destinato a “morire” dissipando la propria energia in calore. Ebbene, che cosa fa la Natura?

La vita sul pianeta si basa su un continuo processo di rigenerazione dove l’energia viene assorbita e rivalorizzata, pensiamo alla fotosintesi, per renderla sorgente di vita.

Il tempo, in fondo, è una misura del passaggio tra ordine e disordine, dell’avanzamento del processo di dissipazione e di degrado, e la Natura vivente contrasta questo processo, ne rallenta i ritmi, producendo ecosistemi complessi, auto-organizzati, generando un effetto neg-entropico.

Lo stesso sequestro e immagazzinamento dei combustibili fossili quale prodotto della decomposizione di materia organica nel sottosuolo o sul fondo del mare da parte del pianeta ha rappresentato la soluzione che ha permesso di ridurre la CO2 atmosferica, e mantenere la composizione dell’atmosfera compatibile con la vita organica[1]. Il padre di questa lettura ecologica dei principi della termodinamica è stato Ilya Prigogine, seguito da Francisco Varela[2].

Che cosa fa invece l’Uomo? Distruggendo gli ecosistemi e rilasciando sostanze inquinanti nell’ambiente è diventato un produttore netto di entropia a scala planetaria al pari di un cataclisma.


Quando una catastrofe naturale o quando la pressione antropica accelerano i tempi del degrado, la Natura fatica a ritrovare la sua funzione di riorganizzazione e di assorbimento dell’entropia, e il tempo scorre dunque implacabile.

È incredibile come questo principio della distruzione abbia un corrispettivo anche nella storia della civiltà. In fondo, la quercia e la cattedrale di Reims o la vita di una persona sono l’espressione della stessa cosa: di quanto tempo sia richiesto per raggiungere la maturità, la bellezza, la complessità, che stanno insieme. E di come basti poco per distruggere tutto questo.

Questo senso della distruzione è qualcosa difficile da misurare, da catalogare e ancor di più da spiegare. Un pilota che sgancia bombe su un quartiere sa che sta distruggendo la vita e quel complesso reticolato di relazioni umane e spazi sociali che producono bellezza, eppure lo fa.

Un taglialegna che abbatte una foresta secolare ai Tropici sa che sta distruggendo un tesoro di diversità biologica e deturpando i caratteri distintivi della meraviglia che genera, eppure lo fa. Perché? È questo un mistero forse irrisolvibile.

Con l’arrivo dell’emergenza climatica, tutto sembra assumere una finalità ineluttabile, un corso definitivo, superiore alle nostre volontà, legato a un destino trascendente, dove la vita perde pezzi giorno dopo giorno.

Quanto sta avvenendo non è comparabile agli effetti della collisione con un meteorite o di uno sconvolgimento tellurico di grandi proporzioni. La distruzione avviene infatti passo dopo passo, ora dopo ora, metro quadro per metro quadro, e anche quando sarebbe possibile contrastare questa distruzione, si devono fare i conti con alterazioni climatiche che riducono ulteriormente le possibilità di invertire la rotta in tempo utile.

Ecco che la distruzione si manifesta nella scomparsa di specie animali e vegetali, ma anche di culture legate ad esse, e con esse dei saperi e delle arti che tali culture hanno elaborato.

Pensiamo ai nostri fiumi e laghi, alle civiltà legate ad essi, in quanto tutte le grandi antiche culture sono nate lungo dei fiumi, e le città sono state costruite attorno a corsi o sorgenti di acqua dolce.

Anche questo fa parte dei misteri della vita, perché gli ecosistemi di acqua dolce non rappresentano che lo 0,01% della superficie acquea della Terra. Pensiamo a quanto la vita sia legata a qualcosa di infinitamente raro e prezioso! E per avere un’idea della ricchezza biologica di quegli spazi così ridotti, pensiamo che il 51% di tutte le specie di pesci vive in acque dolci.

Tutto questo potrebbe far parte di una bella favola, ma la realtà si sta dimostrando più crudele di qualsiasi racconto, e il segnale di tale crudeltà sta nella scomparsa fisica di questo capitale di ricchezza.


Oggi, ben ottanta specie di pesci di acqua dolce sono già state dichiarate estinte dall’IUCN (International Union for Conservation of Nature) e altre dieci sopravvivono solo in cattività.

Nel 2020, solamente nelle Filippine sono state dichiarate estinte quindici specie di pesci di acqua dolce. Anche paesi avanzati come gli Stati uniti, la Svizzera o Israele registrano estinzioni. In Israele, uno di questi, la Tristamella sacra, era un piccolo pesce della famiglia dei Ciclidi legato ad un luogo che mi è particolarmente caro, il lago di Tiberiade, il luogo della moltiplicazione dei pani e dei pesci da parte di Cristo, ma anche del suo discorso delle Beatitudini[3], una dei massimi momenti di poesia della storia dell’Umanità.

Questo pesce è scomparso con la scomparsa dei margini acquitrinosi dove si riproduceva, dovuta ai massicci prelievi idrici. Ricordo di aver assistito al più rosso dei tramonti che i miei occhi abbiano mai visto, seduto proprio su una rocca della costa nord-orientale di quel lago, quella stessa rocca da dove secondo i Vangeli si buttarono nel lago i porci in cui si erano rifugiati gli spiriti immondi cacciati dal corpo di un indemoniato da Cristo[4].

Dunque, anche i luoghi più sacri non vengono risparmiati dallo spettro dell’estinzione. Forse, quei pesci moltiplicati dal Figlio di Dio erano proprio delle Tristamella Sacra, e la loro scomparsa un ‘segno dei tempi nuovi’. Nuovi e spaventosi.

Per restare nel mondo dei pesci di acqua dolce, un terzo di loro sono a rischio di estinzione. Anche la banale anguilla, che risale i fiumi per raggiungere la maturità e poi cerca il mar dei Sargassi per deporre le uova, è sulla via del declino irreversibile.

Tra il 1980 ed il 2000, vi è stato un calo del reclutamento delle ceche[5] nei fiumi compreso tra il 95 ed il 99% rispetto alla situazione precedente al 1980. L’inquinamento dei fiumi, le barriere (dighe, centrali idroelettriche, ecc.) che impediscono la risalita, e la pesca per l’esportazione o l’allevamento intensivo hanno segnato il loro destino. Ricordo quelle notti passate sul molo del porto sul lago di Garda, con la canna immobile protesa verso l’acqua ed un campanello sulla sua punta, sperando che abboccasse.

E quella volta che abboccò, la mia prima anguilla, ma inesperto me la feci sfuggire tra le mani perché non sapevo quanto fosse straordinariamente scivolosa. Se Anguilla anguilla si riprenderà, non lo sa nessuno, neppure i vecchi pescatori del lago.

È il suo destino di pesce migratore, incapace di restare nello stesso luogo, in un’epoca di nuove frontiere e fili spinati, ad averla condannata a morire. Raggiungerà le acque dolci o salmastre europee solo dopo tre anni di peripezie, alla pari di molti profughi afghani o subsahariani. E come per loro, stiamo forse assistendo anche alle ultime stagioni migratorie per questo animale.

La filosofa francese Corine Pelluchon dice che i limiti tra Natura e Cultura sono stati superati, e che abbiamo invaso gli spazi della vita selvatica oltre l’immaginabile, e questa interpenetrazione non porterà che nuove malattie o epidemie come quella che stiamo vivendo ora.

Il tessuto della vita è fatto di lotte, pericoli, ristrettezze e strategie di sopravvivenza, e il superamento dei limiti espone a tali rischi non solo gli animali, ma anche l’Homo sapiens sapiens.

La filosofa chiama a un nuovo illuminismo, che definisce il ‘nuovo convivialismo’ , che ci permetta di superare questa crisi per una nuova era di co-abitazione tra pari in modo democratico, che si basi sulla tutela del pianeta quale pre-condizione della vita insieme.

Quanto tempo abbiamo però per questo ‘renouveau culturel’? Abbiamo aspettato un secolo e mezzo perché i principi della ‘Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino’ del 1789 fossero riconosciuti dalla comunità delle nazioni nella sua carta fondamentale. Ora, non abbiamo tutti questi decenni per invertire la rotta.

Altro che ‘Ripartenza’… Può forse il capitano di una nave che ha ormeggiato in una baia di rifugio, dopo una tempesta improvvisa, riaccendere i motori e riprendere il largo se non sa verso dove dirigersi?

Avremmo bisogno di un brutale arresto di tutte le azioni distruttive, entropiche, dalle grandi dighe ai pozzi di estrazione petrolifera, dalla moltiplicazione del traffico motorizzato alle nuove città, dalla zootecnia industriale al taglio delle foreste.

Area in Amazon Forest deforested for cattle and remaining forest.

Chi ha il coraggio di dire: “Stop!”? Chi? Nemmeno il neo-ministro italiano della Transizione ecologica è stato capace di questo, e uno dei suoi primi atti è stato di dare il via libera a undici autorizzazioni all’apertura di nuovi pozzi per idrocarburi per terra e per mare.

A chi interessa se abbiamo perso per sempre un centinaio di specie di pesce, e con essi bellezza, diversità genetica e risorse ittiche? Se non mangeremo più il Capitone che ha sempre dato sapore alle nostre Vigilie natalizie? Se non potremo più bagnarci nei nostri fiumi, laddove le nostre nonne avevano strofinato i panni?

Estinzione, è per sempre, e con essa scompaiono i nostri ricordi, le nostre storie, le radici della nostra cultura, dai cibi che consumiamo, al modo in cui abitiamo, alle poesie che recitiamo. Quello che dovremmo fare è molto semplice: ritirarci fisicamente, indietreggiare la linea dei nostri eserciti avidi di risorse e lasciare che la Natura riprenda terreno.

Come ha proposto il biologo E.O. Wilson, secondo il quale l’Umanità dovrebbe cedere il 50% degli spazi alla Natura, in un accordo di pace di portata storica, un vero e proprio trattato che comporti il ritorno di praterie, lagune, coste e foreste alla Natura in cambio della sopravvivenza delle civiltà per come le abbiamo conosciute finora.

Forse, ci dovremo affidare a degli sconosciuti eroi, persone di frontiera, entità visionarie, personaggi originali, che non riescono ad accettare di sottostare a questa accelerazione irreversibile verso l’entropia.

Questi personaggi esistono, ma quanti siano non lo sappiamo con esattezza. Di quanti Noé abbiamo bisogno per evitare l’estinzione di massa delle specie viventi sul pianeta? Di quante arche? Vorrei qui raccontarvi di almeno due di loro.


Uno di loro si chiama laboratorio Avantea, e sta a Cremona. È lì che nel dicembre dell’anno scorso vennero trasferiti 14 ovociti appena prelevati dall’ultimo esemplare femmina vivente di rinoceronte bianco settentrionale.

In quel laboratorio, sono stati portati a maturità e fecondati con lo sperma congelato dell’ultimo maschio, deceduto nel 1980. Questi embrioni, ora conservati a basse temperature, verranno presto impiantati nell’utero di una femmina di rinoceronte bianco meridionale, un’altra sottospecie, sperando che possa partorire dei cuccioli.

Se l’impresa riuscirà, il rinoceronte bianco settentrionale sarà geneticamente salvo, anche se i cuccioli non avranno genitori da cui imparare come si vive nella savana e come si bruca bene l’erba. La ‘conoscenza sociale’ della specie è già andata perduta, ma la specie forse no.

Un altro è un cuoco di Cadice, Ángel Léon, che sta sperimentando la commestibilità dei semi di una pianta marina, la Zostera marina.  Questa pianta, che nel Mediterraneo è presente solo in alcune zone circoscritte, produce dei semi alla sua base che hanno un potere nutritivo altamente superiore a quello del riso, e che, se coltivata, permetterebbe di offrire un prodotto proteico straordinario per l’alimentazione umana senza dover ricorrere al disboscamento, né ai pesticidi, né all’irrigazione, e che ricostituirebbe praterie sommerse che rappresentano l’habitat di molte specie dei bassi fondali. Inoltre, tali praterie marine hanno una capacità di cattura del CO2 trentacinque volte più veloce di quella delle foreste tropicali. L’idea venne al cuoco leggendo di una popolazione indigena del Messico, i Seri, che utilizzavano grani di una pianta marina nella loro alimentazione. È un cerchio magico che potrebbe chiudersi, nel quale gli indigeni e la loro sapienza antica salvano la civiltà moderna dall’autodistruzione.

Cuoco di Cadice, Ángel Léon

Non so se queste buone notizie basteranno a risollevarci il morale, e anche i faits divers, a un certo punto, perdono il loro potere su di noi. La capacità di rettificazione nell’Umanità esiste, e si manifesta in mille buoni esempi, ma non è sufficientemente veloce, non quanto il corrente ritmo di estinzione e distruzione degli ecosistemi.

Potremmo dire: è colpa del Capitalismo, questa selvaggia ideologia del profitto ad ogni costo, del primato dei beni materiali e dei capitali in valuta sulle condizioni di sopravvivenza di uomini ed esseri viventi, e di giustizia sociale.

Questo, però, non è sufficiente. Ogni nostra scelta incide sugli equilibri del sistema, e la somma delle nostre scelte incide sulle politiche dei nostri governi.

Saranno i nostri debiti o crediti verso il pianeta – come consumatori, imprenditori, educatori o politici – a fare la differenza, e per questi si misurerà la nostra responsabilità. Se ce ne sarà il tempo.

Tunisi, 13 aprile 2021.


[1] Il ciclo del carbonio è stato studiato e spiegato in termini moderni da Laura Conti fin dagli anni ’70.

[2] Vi consiglio di leggere La fine delle certezze, di Prigogine, e Autopoiesi e cognizione, di Varela.

[3] Vangelo secondo Matteo, 5, 1-12.

[4] Episodio raccontato nei vangeli di Marco, Luca e Matteo.

[5] Le ceche sono le anguille di piccole dimensioni (60–90 mm), che risalgono, colonizzano le acque interne, dove raggiungeranno lo stadio maturo.


martedì 13 aprile 2021

La stupidità umana e il nostro futuro

dalla pagina La stupidità umana e il nostro futuro (pressenza.com)

Rocco Artifoni

(Foto di  Sharon McCutcheon on Unsplash)

“Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, ma riguardo l’universo ho ancora dei dubbi”. Se ci si sofferma a pensare a ciò che sta accadendo nel mondo è inevitabile giungere alla stessa conclusione alla quale è giunto Albert Einstein. Stiamo distruggendo il pianeta. In termini più metaforici stiamo segando l’albero sul quale siamo seduti. Abbiamo privatizzato le risorse naturali, l’acqua e la terra, che dovrebbero essere beni comuni. Abbiamo permesso che ogni cosa sia soggetta a proprietà e a brevetti, persino i farmaci salva-vita e i vaccini. Tutto si può comprare nel mercato globalizzato, ogni cosa è merce, anche gli organi umani dei poveri per i trapianti dei ricchi. L’unico “dio” davvero venerato è il profitto: siamo di fronte a un monoteismo che surclassa ogni fanatismo.

La pandemia del Covid-19 ha sottolineato ancora di più che esiste un’intollerabile diseguaglianza, che gli uomini e i popoli non sono tutti uguali: gli Stati più ricchi si sono accaparrati i vaccini, mentre i Paesi più poveri ne sono quasi totalmente privi e solo tra alcuni anni potranno vaccinare tutte le loro popolazioni. L’accaparramento avviene anche grazie ai brevetti, esito di ricerche spesso finanziate con fondi pubblici. Occorrerebbe, nell’immediato, procedere quindi almeno alla loro sospensione, come hanno proposto Sudafrica e India. Una moratoria dei brevetti permetterebbe infatti agli Stati più poveri di produrre i vaccini, evitando la morte di milioni di persone e nel contempo promuovere una più ampia e rapida vaccinazione in tutto il mondo eviterebbe ai Paesi più ricchi quantomeno di subire altre ondate di contagi ad opera di varianti del virus sempre più aggressive.

Questo ci riporta a una più ampia riflessione sul fatto che abbiamo stabilito regole per ogni cosa, ad eccezione di quella fondamentale: la casa in cui tutti abitiamo. Manca una Costituzione della Terra, nella quale oltre ai principi, ai doveri e ai diritti fondamentali, siano stabilite effettive istituzioni internazionali, con reale potere legislativo, esecutivo e giudiziario, con funzioni di garanzia attraverso una Corte Suprema Mondiale. Oggi più che mai abbiamo assoluta necessità di organismi pubblici globali, che garantiscano a tutti gli abitanti del pianeta un servizio sanitario, un’organizzazione mondiale dell’istruzione, un demanio planetario che sottragga al mercato beni comuni come l’acqua potabile e protegga le foreste, i mari e i ghiacciai, il monopolio pubblico della forza in capo ad una polizia internazionale e la conseguente messa al bando delle armi e degli eserciti nazionali.

Il bilancio del biennio 2020-2021 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) è di 4,8 miliardi di dollari, cioè circa 2 miliardi di euro l’anno, cifra che corrisponde alla spesa sanitaria annuale dei cittadini della provincia di Bergamo, tenendo conto che la spesa sanitaria della Regione Lombardia è di 21,9 miliardi l’anno. Affinché l’azione dell’OMS sia realmente efficace e significativa bisognerebbe moltiplicare almeno per mille i fondi in bilancio, cioè 2.000 miliardi l’anno. Servirebbero fondi maggiori per fare ricerca, per prevenire e fronteggiare le pandemie, nonché per portare uguali cure ai malati in tutto il mondo. In definitiva, per garantire il diritto di tutti alla salute e alla vita, senza distinzioni né di ricchezza né di nazionalità. Per realizzare questo sarebbe utile un’imposta mondiale sulle ricchezze, un fisco sovranazionale di carattere realmente progressivo su tutti i patrimoni.

La FAO, l’Organizzazione mondiale per l’alimentazione e l’agricoltura, raccoglie dati e analizza le situazioni dei vari Paesi, predispone studi e progetti, ma non è certo in grado di porre fine alla fame nel mondo. Questa incapacità di intervenire in modo adeguato a livello globale purtroppo si osserva in tutte le istituzioni internazionali. Perciò occorre trasformare le attuali organizzazioni mondiali (prima tra tutte l’ONU, ma anche la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, ecc.) in vere istituzioni di garanzia, indipendenti dal controllo dei Paesi più ricchi, mettendole così in grado di attuare in modo concreto le finalità enunciate nei loro stessi statuti come la garanzia dei diritti fondamentali per tutti, la promozione dello sviluppo dei Paesi più poveri, la riduzione degli squilibri e delle attuali enormi disuguaglianze. La Dichiarazione universale dei diritti umani assume significato e trova vero senso se questi diritti risultano di tutti, cioè uguali e indivisibili; altrimenti di fatto anche i diritti rischiano di diventare solo i privilegi di chi ha la forza di affermarli.

Non stiamo considerando utopie, ma scelte basate sulla ragione e sul buon senso, cioè sul nesso imprescindibile tra la salute degli umani e la salute del pianeta, cioè sugli interessi vitali di tutti. Riecheggia, osservando la storia attuale, la risposta al dilemma affrontato quattro secoli fa da Thomas Hobbes: la generale insicurezza determinata dalla libertà selvaggia dei più forti, oppure il patto di convivenza pacifica sulla base del divieto della guerra e la garanzia della vita. Questa si presenta oggi però con due differenze e aggravanti di fondo: la capacità distruttiva degli odierni poteri globali, che è incomparabilmente maggiore di quella nello stato di natura hobbesiano, e il carattere irreversibile delle devastazioni da essi prodotte. Le alternative esistono. Il pregiudizio che esse non esistano è un’ideologia di legittimazione dell’esistente che è totalmente artificiale, prodotta dalle attività e irresponsabilità della politica e dell’economia. Non c’è nulla di naturale in quello che sta accadendo. Ad eccezione della stupidità umana.


sabato 10 aprile 2021

primolunedìdelmese: Povertà, disuguaglianze, pandemia, crisi, ammortizzatori sociali, politiche, consumi, reddito, lavoro...

dalla pagina Primolunedidelmese | Facebook 

Povertà, disuguaglianze, pandemia, crisi, ammortizzatori sociali, politiche, consumi, reddito, lavoro...
Ne parliamo con: Valeria De Martino, ricercatrice ISTAT; Maurizio Franzini, docente di Politica Economica all'Università di Roma; Cristian Rosteghin, portavoce dell'Alleanza contro la povertà in Veneto; Giulia Miglioranza, CGIL Vicenza; Giovanna Coin, volontaria; Danilo Rizzotto, volontario CRI Vicenza; Vladimiro Soli, sociologo.

diretta del primolunedìdelmese

su Facebook  e YouTube


venerdì 9 aprile 2021

Le armi e la guerra come Pil assoluto

dalla pagina https://ilmanifesto.it/le-armi-e-la-guerra-come-pil-assoluto/

Pacifismo. È venuto a mancare Giovanni Sarubbi, direttore del “Il Dialogo” e pacifista militante. La pace oggi ha un colore in meno. Proponiamo il suo ultimo scritto che ci ha lasciato prima di andarsene.

Le armi sono il PIL assoluto, il PIL dei PIL. Il PIL che genera PIL. Genera PIL nel momento in cui le armi vengono vendute. Genera PIL nel momento in cui vengono usate.
Pensate ad una bomba che distrugge una città. Ogni casa distrutta con tutto ciò che contiene è PIL che va in fumo e che deve essere ripristinato.

Bisognerà allora ricostruire le città, accogliere i profughi, ridargli speranza, rimettere su le scuole, i mercati, le industrie, i teatri. Tutto PIL che sorge da una distruzione.
E quando c’è PIL ci sono persone che fanno affari e ridono al telefono mentre si spartiscono gli appalti.

Vi ricordate le telefonate intercettate degli industriali che banchettavano e ridevano subito dopo il terremoto dell’Aquila? Ecco le armi sono come un terremoto distruttivo.
Generano PIL. Generano fatturato per le aziende delle armi e poi per le aziende che dovranno ricostruire ciò che le armi distruggono.

È così dalla grande crisi del 1929. Per fronteggiare la crisi, che avrebbe poi portato alla seconda guerra mondiale, il presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt promosse il New Deal che si basò essenzialmente sulle industrie degli armamenti, aerei, navi, carri armati, armi di tutti i tipi prodotte in quantità mai viste prima.

Armi che furono determinanti nella sconfitta del nazismo che non riuscì a tenere lo stesso passo.
E dopo la guerra la ricostruzione. PIL e ancora PIL, e ancora guerre.
Questa è l’essenza del sistema imperialista mondiale che si è manifestato per la prima volta nel 1914 con la prima guerra mondiale.

E sarà così fino a quando non ce ne libereremo.


mercoledì 7 aprile 2021

Il lavoro, cura della casa comune

dalla pagina https://comune-info.net/il-lavoro-come-cura-della-casa-comune/

Paolo Cacciari


C’è un altro modo per intendere e praticare il lavoro? Sì, ma occorre cambiargli lo scopo. Per voltare radicalmente pagina si può attingere al patrimonio, creato dal pensiero femminista, della cura. Ci sono due condizioni fondamentali per ridare dignità e senso sociale al lavoro: primo, il lavoro deve essere una libera scelta sganciata dal ricatto del reddito (che fa del “sistema salariale la peggiore schiavitù”, come ricordava Paul Lafargue); secondo, ci deve essere una condivisione collettiva su cosa, come, quanto, dove e per soddisfare quali bisogni produrre

Ci sarebbe un altro modo per intendere e praticare il lavoro: cambiargli lo scopo. Da prestazione finalizzata alla produzione di merci da collocare sul mercato, ad attività orientata alla cura di sé stessi/e, degli/lle altri/e, dell’ambiente. Insomma, transitare Dal lavoro alla cura, come recita il titolo dell’ultimo libro di Guido Viale (Edizioni Interno 4, di cui Comune ha pubblicato un paragrafo). Un agile, spumeggiante scritto militante, ma assai impegnativo poiché affronta di petto il senso comune ontologico attribuito, a destra come a sinistra, al concetto di lavoro, inteso come principio regolatore della cooperazione e dell’ordine sociale. Il lavoro è il campo di battaglia culturale e politica su cui prende forma l’idea moderna di società.

Per voltare radicalmente pagina Guido Viale fa sua l’idea, creata dal pensiero femminista, della cura. La Caring economy ridefinisce le azioni umane nel loro complesso a partire dalle attività fondamentali dalla riproduzione sociale della vita e dalla rigenerazione dei cicli vitali naturali. Al contrario del “pensiero unico” moderno, per Viale, al centro delle preoccupazioni umane, non vi dovrebbe essere la massimizzazione della “potenza trasformatrice della moderna produzione”, sospinta dal mito prometeico del superamento dei limiti biofisici per affermare il dominio dell’uomo (maschio, adulto, occidentale e possidente) sulla natura. Il sottotitolo del libro di Viale è, appunto: “Risanare la terra per guarire insieme”. Dove la guarigione non si riferisce solamente alle numerose patologie biochimiche e funzionali dei corpi viventi inquinati e maltrattati dalle produzioni industriali, ma anche alla hybris psicosociale di cui è affetta la mente dell’Homo Oeconomicus. In particolare il pensiero ecofemminista considera la cura come l’oggetto principale dell’economia. È quindi giusto ricordare qui i lavori di alcune stidiose: Ida Praetorius, L’economia è cura. La riscoperta dell’ovvio, Altreconomia, 2019; Riane Elisler, La vera ricchezza delle nazioni. Creare un’economia di cura, Forum Udine, 2015; Bruna Bianchi, L’arma più potente del dominio maschile. Il Lavoro non pagato delle donne nella riflessione femminista, in Femen, 2013; Veronika Bennholdt-Thomsen, Il denaro o la vita, Asterios, 2020.

Guido Viale rovescia l’idea antica, mitologica e religiosa del lavoro come condanna e sacrificio che conduce lavoratori e lavoratrici ad accettare come inevitabili forme di coercizione, sfruttamento, alienazione, sofferenze. Un’etica del lavoro astratta, che in nome delle “magnifiche sorti e progressive” dello “sviluppo delle forze produttive”, prescinde tanto dalle condizioni concrete del “lavoro vivo” impiegato come mero “strumento” nei cicli produttivi, quanto dall’effettiva utilità sociale dei beni prodotti. “Il lavoro – scrive Viale – ha una sua dignità solo quando concorre alla cura della casa comune”. Produrre pane o bombe è indifferente per il capitale investito nelle borse valori, un po’ meno per chi li riceve. Avere un’occupazione qualsiasi non è sufficiente a realizzare il pieno sviluppo della persona umana. È quindi necessario liberare il lavoro dalle regole del mercato.

Le encicliche e i discorsi sociali di papa Bergoglio sono per Viale una fondamentale voce di conferma. “Quando il lavoro non è più espressivo della persona, perché essa non comprende più il senso di ciò che sta facendo, il lavoro diventa schiavitù”. Anche nelle proposte per fuoriuscire dalla dittatura economicista papa Francesco è straordinariamente chiaro e avanzato, come nel rilancio della proposta della “Retribuzione universale di base”, fissa e incondizionata a tutti e a tutte, finanziata attraverso la fiscalità generale, che “darebbe alle persone la sicurezza basilare e cancellerebbe lo stigma dell’assistenzialismo” (Papa Francesco, Ritornare a sognare, 2020).

Vi sono due condizioni fondamentali per ridare dignità e senso sociale al lavoro: primo, il lavoro deve essere una libera scelta sganciata dal ricatto del reddito (che fa del “sistema salariale la peggiore schiavitù”, secondo la nota definizione di Paul Lafargue); secondo, vi deve essere una condivisione collettiva su cosa, come, quanto, dove e per soddisfare quali bisogni produrre. Viale quindi torna sul tema del lavoro come bene comune: “Affermare che il lavoro è un bene comune è proposizione che riguarda in primo luogo la salvaguardia della dignità del lavoro (…), ma significa anche, e soprattutto, che le modalità in cui il lavoro viene impiegato, le finalità di questo impiego e, conseguentemente, il prodotto stesso di quel lavoro sono questioni che possono, e dovrebbero, vedere coinvolti innanzitutto i lavoratori stessi, ma anche tutta la comunità che insiste sul territorio con cui quel lavoro si intreccia” (La conversione ecologica, NdA Press, 2011).

Viale pensa quindi a lavori “eco-autonomi” (come li avrebbe definiti Lucia Bertell, Lavoro ecoautonomo. Dalla sostenibilità del lavoro alla praticabilità della vita, Elèuthera, 2018, leggi anche Si vive con meno di quanto si pensi) inerenti alle attività di cura delle persone, di manutenzione del patrimonio ambientale, di produzioni artigianali, contadine, anche industriali, ma a determinate condizioni, riprendendo Keynes che era favorevole ad una “certa autarchia” territoriale.

Nella seconda parte del libro Viale passa a trattare i temi a lui più cari delle conseguenze ecologiche del produttivismo lavorista. La logica espansiva e predatoria del mercato (“bulimia del mercato”) rende impossibile immaginare un modello di economia sostenibile (green, circolare, smart… a dir si voglia) restando all’interno di un regime dominato dall’impresa capitalista. Attenzione, quindi, a una “transizione ecologica” (leggi i programmi del nuovo superministro Cingolani) senza una profonda trasformazione degli assetti socioeconomici, senza “un cambio di paradigma e una nuova struttura delle relazioni degli esseri umani sia con l’ambiente nel suo complesso – la madre Terra – sia con l’assetto dei rapporti sociali ed economici che intercorrono tra le persone”. Gli stessi Sustainable Development Goals delle Nazioni Unite sono destinanti a rimanere un miraggio senza una “conversione ecologica”. Niente di meno che un “superamento dell’approccio antropocentrico”. Un superamento dell’antico dualismo (cartesiano) tra materia e anima, tra corpo e mente. Bisogna tornare a Spinoza, quindi, alla complessità inseparabile delle funzioni biologiche e mentali, emozionali e razionali. Riscopriremo che la natura non è solo la nostra “casa comune”, ma che noi siamo incorporati nella natura, che “la natura è dentro di noi”. Questo modo di pensarci nel rapporto con gli altri e con il “creato” ci permetterebbe di sviluppare una conoscenza meno meccanicistica, “frammentata e scomposta” della rete che connette ogni forma di vita e, soprattutto, ci permetterebbe di acquisire una coscienza del “noi”, planetaria, anzi universale. Allora – e solo allora – capiremmo che suolo, acqua, materiali ed energia non sono “risorse”, “materie prime”, “capitale naturale”, “servizi ecosistemici”… ma, come bene scrive Guido Viale a proposito dell’atmosfera: “L’aria è, dalle origini dell’umanità, pneuma, respiro, spirito, vita”.

Chi può prendersi cura di Gaia? Di nuovo Viale è ispirato da papa Francesco. In particolare dal Sinodo sull’Amazzonia e dai tre incontri con i movimenti popolari mondiali (Tierra, Techo, Trabajo). La conversione ecologica è una lotta dei popoli che si fanno “comunità agenti”, fraterne, portatrici di una “cultura pratica” ecosostenibile. Viale sposa la “prospettiva territorialista”. Ipotizza (con Alberto Magnaghi) “una serie di accordi tra governances locali che esautorino da molte delle loro prerogative le autorità nazionali, per organizzare un coordinamento multilaterale e costruire nuove entità che restituiscano ai governi locali il massimo delle competenze gestibili al loro livello. Non quindi Regioni o super-regioni, ma soprattutto municipalità”. E ancora: “Un rapporto autentico tra l’umanità e la Terra ha due dimensioni fondamentali: locale, per costruire e gestire comunità aperte entro il raggio operativo dell’azione diretta di ognuno; e globale, per promuovere e imporre misure che ne prevengano il collasso climatico, ambientale e sociale”. Lo scontro per risanare il pianeta e guarire l’umanità non ha confini.


lunedì 5 aprile 2021

«Green New Deal», sotto il verde spunta la lobby fossile

dalla pagina https://ilmanifesto.it/green-new-deal-sotto-il-verde-spunta-la-lobby-fossile/

Greenwashing. Nell’ultima bozza della Commissione Ue sui criteri di sostenibilità il finanziamento delle centrali a gas, il nucleare e la deforestazione

Alla Cop21 di Parigi © Ap

«Un’operazione di puro greenwashing. Che rischia di minare la leadership climatica dell’Unione Europea a livello globale e di screditare la presidente von der Leyen. Questa proposta sulla tassonomia delle attività economiche sostenibili non ha niente a che fare con gli obiettivi del Green Deal, non è allineata all’Accordo sul clima di Parigi, e non ha nessuna base scientifica. Così come è formulata permette solo a poche persone di fare molti soldi».

È DURISSIMO IL GIUDIZIO sulla bozza del Taxonomy Delegated Act circolato in questi giorni a Bruxelles, espresso ieri in una conferenza stampa da Sebastien Godinot, economista e responsabile del Wwf Europa, anche a nome di numerose Ong e associazione ambientaliste. Con lui c’erano Andreas Hoepner, professore ordinario di Rischio Operativo, Bancario e Finanziario dell’University College di Dublino e Ariel Brunner, responsabile per Europa e Asia centrale di BirdLife International. Tutti e tre sono membri della Piattaforma UE sulla finanza sostenibile.

La tassonomia dell’Unione Europea dovrebbe diventare il sistema in base al quale classificare quali attività possono essere ritenute sostenibili in termini climatici, quali possono essere finanziate o incentivate come tali, per cosa si possano emettere green bond. Nel momento in cui l’Europa ci chiede di spendere il 30% del Next Generation EU per attività per il clima (per l’Italia sono circa 80 miliardi), è alla tassonomia UE che si dovrà fare riferimento per calcolare quali azioni rientrino in questa categoria.

LO SGOMENTO DI VARIE associazioni, espresso anche in una lettera sottoscritta da 226 tra scienziati e responsabili di vari organismi, deriva dal fatto che nella ultima versione del provvedimento sono comparsi tra i settori «sostenibili» anche il gas e il nucleare, che non c’erano nella versione di qualche mese fa, elaborata dopo circa 3 anni di consultazioni tra esperti. Così com’è formulata, scrivono i 226, contiene «affermazioni infondate che sono contrarie alla scienza del clima. La tassonomia UE per la finanza sostenibile era stata concepita come un punto di riferimento scientifico per evitare il greenwashing. Con questa proposta diventa essa stessa uno strumento di greenwashing».

SDOGANATO IL GAS, si sdogana anche l’idrogeno prodotto con il gas e il procedimento CCS (cattura e stoccaggio del carbonio), quello che in gergo viene chiamato idrogeno grigio o blu, che niente ha a che fare con l’idrogeno verde che si produce mediante elettrolisi con elettricità rinnovabile. «È una resa totale nei confronti della lobby del gas, tanto più pericolosa perché, nel momento in cui altri paesi nel mondo stanno mettendo a punto i loro sistemi concorrenti di classificazione degli investimenti sostenibili, abbassare l’ambizione europea significa creare un procedente che rischia di trascinare al ribasso tutti gli altri», chiosa la lettera.

PER ANDREAS HOEPNER, unico esponente della scienza nella commissione dei 32 che ha contribuito a stilare il contestato documento, fare una tassonomia «è un esercizio di etichettatura di certe attività. Non è come una decisione politica che può essere più o meno giusta. Questa è semplicemente falsa». Dunque, anche finanziare una centrale nucleare rientra nelle attività sostenibili. La pezza di appoggio per tale affermazione è contenuta in un documento elaborato dal JRC (Joint Reserch Center) che è l’organismo scientifico di riferimento della Commissione Europea, di cui costituisce una delle Direzioni Generali (DG). Lì si dice il nucleare è paragonabile all’idroelettrico, se non si tiene conto degli effetti radioattivi è inconcepibile – ha detto Godinot – Comunque vada a finire, questa tassonomia non salverà il nucleare.

Standard & Poor ha già detto che non è competitivo, dal punto di vista economico non ha senso. Eppure nella commissione c’è chi, come Thierry Breton difende il nucleare e dice di andarne fiero. Io credo che la Germania non accetterà mai questa posizione». Nel settore della gestione forestale, «il lavoro delle lobby dei paesi del nord Europa dà carta bianca a chi ha interesse ad uno sfruttamento indiscriminato delle foreste – ha denunciato Ariel Brunner di Bird-Life International – viene accettato come sostenibile ogni tipo di disboscamento; ogni appezzamento inferiore ai 25 ettari, il che equivale al doppio della dimensione media delle proprietà europee, è escluso dall’analisi dei benefici climatici; viene ammesso l’uso dei fertilizzanti; le tecniche di gestione forestale ammesse sono quelle nazionali, il che significa che non vengono introdotte buone pratiche, ma tutto rimane così com’è; viene accettato qualunque sistema di certificazione, mentre l’FSC non viene nemmeno menzionato. Semplicemente inaccettabile».

FINO AL 21 APRILE la Commissione avrà tempo per ripensare a questa bozza. Poi saranno il Parlamento europeo e il Consiglio ad approvarla o rispedirla al mittente.


domenica 4 aprile 2021

Urbi et Orbi, il Papa: l’annuncio di Pasqua aiuti a vincere la mentalità della guerra

dalla pagina https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2021-04/papa-francesco-urbi-et-orbi-pasqua-2021.html

Dopo la Messa Francesco ha impartito la tradizionale benedizione del giorno di Pasqua. Nel suo messaggio un forte appello a condividere i vaccini con i Paesi più poveri, a rimuovere le limitazioni alla libertà di religione e contro le troppe guerre e violenze che “ancora ci sono nel mondo”: è “scandaloso” che malgrado la pandemia con tutte le difficoltà che ha portato, non cessino i conflitti armati

Debora Donnini – Città del Vaticano

“Gesù, il crocifisso, è risorto”. Questo annuncio che oggi riecheggia in tutto il mondo “non mostra un miraggio, non rivela una formula magica, non indica una via di fuga” ma racchiude un avvenimento che dona la speranza che non delude, anche di fronte alla complessa realtà attuale. "La pandemia - ricorda - è ancora in pieno corso; la crisi sociale ed economica è molto pesante, specialmente per i più poveri; malgrado questo – ed è scandaloso – non cessano i conflitti armati e si rafforzano gli arsenali militari".  “Questo - rimarca - è lo scandalo di oggi”.

Nel suo Messaggio dall'Altare della Cattedra nella Basilica di San Pietro rivolto prima di impartire la Benedizione Urbi et Orbi con l'indulgenza plenaria, il Papa indica dunque la via: quella di poter essere sanati dalle piaghe di Cristo risorto, esortando anche, con forza, a “vincere” quella che chiama “la mentalità della guerra”. 

Dove c’era morte, ora c’è vita

Intense le parole del Papa che rimarca, infatti, come l’annuncio di Pasqua non parli di “fantasmi” ma di un uomo in carne e ossa, Gesù  che risorto “porta impresse le piaghe delle mani, dei piedi e del costato” così che “chiunque soffre una dura prova, nel corpo e nello spirito, può trovare rifugio in queste piaghe, ricevere attraverso di esse la grazia della speranza che non delude”.

Tra le molteplici difficoltà che stiamo attraversando, non dimentichiamo mai che noi siamo sanati dalle piaghe di Cristo. Alla luce del Risorto le nostre sofferenze sono trasfigurate. Dove c’era morte ora c’è vita, dove c’era lutto, ora c’è consolazione. Nell’abbracciare la Croce Gesù ha dato senso alle nostre sofferenze e ora preghiamo che gli effetti benefici di questa guarigione si espandano in tutto il mondo.

Condividere i vaccini e sostenere chi è in difficoltà

Cristo è dunque “speranza per quanti soffrono ancora a causa della pandemia”, per i malati e per chi ha perso una persona cara, rimarca il Papa che entra nel vivo della realtà presente. Il suo pensiero va, prima di tutto, alla questione dei vaccini:

Nello spirito di un “internazionalismo dei vaccini”, esorto pertanto l’intera Comunità internazionale a un impegno condiviso per superare i ritardi nella loro distribuzione e favorirne la condivisione, specialmente con i Paesi più poveri.

Nel suo cuore sono presenti anche quanti hanno perso il lavoro e soffrono le difficoltà economiche attuali a causa della pandemia, che ha aumentato “drammaticamente” la disperazione di migliaia di persone. “Il Signore - afferma - ispiri l’agire delle autorità pubbliche perché a tutti, specialmente alle famiglie più bisognose, siano offerti gli aiuti necessari a un adeguato sostentamento”.

Troppe guerre e violenze nel mondo

A proposito dell’odierna Giornata mondiale contro le mine antiuomo, “subdoli e orribili ordigni” che uccidono e mutilano tanti innocenti, esclama: “Come sarebbe meglio un mondo senza questi strumenti di morte!”. Centrale, dunque, nel suo Messaggio la questione delle guerre e delle armi:

Troppe guerre e troppe violenze ci sono ancora nel mondo! Il Signore, che è la nostra pace, ci aiuti a vincere la mentalità della guerra. Conceda a quanti sono prigionieri nei conflitti, specialmente nell’Ucraina orientale e nel Nagorno-Karabakh, di ritornare sani e salvi alle proprie famiglie, e ispiri i governanti di tutto il mondo a frenare la corsa a nuovi armamenti.

Haiti guardi al futuro con fiducia

Papa Francesco rivolge anche un pensiero speciale al popolo haitiano: “Vi sono vicino”, afferma, e “vorrei che i problemi si risolvessero definitivamente per voi”. Si richiama, quindi, alle parole di San Giovanni Paolo II nel suo viaggio a Haiti: «Occorre che i poveri di tutti i tipi riprendano a sperare». E esprime quindi il suo incoraggiamento al popolo haitiano: non sia sopraffatto dalle difficoltà, auspica, ma guardi al futuro con fiducia.

I giovani del Myanmar

Cristo risorto è speranza anche per tanti giovani che sempre a causa della pandemia non hanno potuto per lunghi periodi frequentare la scuola. In particolare il Papa esprime la sua vicinanza a quelli del Myanmar che, sottolinea, “si impegnano per la democrazia, facendo sentire pacificamente la propria voce, consapevoli che l’odio può essere dissipato solo dall’amore”.

Migranti e Libano

Il suo sguardo abbraccia anche i migranti nei cui volti, afferma, “riconosciamo il volto sfigurato e sofferente del Signore che sale al Calvario”. Il Papa chiede verso di loro segni concreti di fraternità. Non manca, in proposito, il suo ringraziamento verso i Paesi che accolgono con generosità i sofferenti che cercano rifugio, specialmente il Libano e la Giordania. Esorta, dunque, la Comunità internazionale a sostenere il popolo libanese, che sta attraversando difficoltà e incertezze, nella sua vocazione a essere “una terra di incontro, convivenza e pluralismo”.

Siria, Yemen e Libia

Quindi si leva l’invocazione della pace con il cessare del fragore delle armi “nell’amata e martoriata Siria, dove milioni di persone vivono in condizioni disumane”, in Yemen “le cui vicende – nota – sono circondate da un silenzio assordante e scandaloso” e in Libia, dove si intravede la via d’uscita da anni di scontri cruenti.

Israeliani e palestinesi

Per Gerusalemme, poi il Papa implora pace e sicurezza per rispondere alla chiamata a essere luogo dove tutti possano sentirsi fratelli e dove, afferma, “Israeliani e Palestinesi ritrovino la forza del dialogo per raggiungere una soluzione stabile, che veda due Stati vivere fianco a fianco in pace e prosperità”.

L’Iraq continui il cammino di pacificazione

Il suo pensiero torna anche all’Iraq, visitato da Papa Francesco il mese scorso. La sua preghiera è che possa continuare il cammino di pacificazione intrapreso “perché si realizzi il sogno di Dio di una famiglia umana ospitale e accogliente verso tutti i suoi figli”.

Violenze interne e terrorismo internazionale

La sua attenzione va anche alle popolazioni africane che vedono il loro avvenire compromesso da “violenze interne e dal terrorismo internazionale”, specialmente nel Sahel e in Nigeria, come pure nella regione del Tigray e di Cabo Delgado. E torna, quindi, l’auspicio che ci si sforzi per trovare “soluzioni pacifiche ai conflitti” nel rispetto dei diritti umani e della sacralità della vita.

Siano rimosse limitazioni a libertà di culto e di religione

Quindi, un forte pensiero per i molti cristiani che nel mondo hanno celebrato la Pasqua con tante limitazioni e, talvolta, nota “senza nemmeno poter accedere alle celebrazioni liturgiche”:

Preghiamo che tali limitazioni, come ogni limitazione alla libertà di culto e di religione nel mondo, possano essere rimosse e a ciascuno sia consentito di pregare e lodare Dio liberamente.

Un Messaggio forte, dunque, quello di Francesco che indica al mondo la via per la guarigione profonda.


Pasqua di resurrezione

 




sabato 3 aprile 2021

Sotto il Crocifisso, nella piazza vuota, la carezza del Papa ai piccoli

dalla pagina https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2021-04/papa-francesco-via-crucis-2021-san-pietro-piazza-bambini-covid.html

La Via Crucis in Piazza San Pietro, con le meditazioni, le preghiere e i disegni dei bambini e i ragazzi di quattro realtà educative. Dopo la riflessione di una bimba che si sente abbandonata nella solitudine da "zona rossa", Francesco prega: “Illuminaci in questa notte buia, perché non ci smarriamo in questo periodo difficile”



Guarda il video integrale della Via Crucis in Piazza San Pietro


venerdì 2 aprile 2021

Il Recovery Plan armato del governo Draghi: fondi UE all’industria militare

dalla pagina https://retepacedisarmo.org/2021/il-recovery-plan-armato-del-governo-draghi-fondi-ue-allindustria-militare/


Decisione che RIPD ritiene inaccettabile: non solo contraddice le finalità del Piano europeo per la ripresa, ma accantonando le proposte delle organizzazioni della società civile (e del mondo del lavoro) considera il settore militare, già ampiamente finanziato, come fattore di ripresa per il Paese.

Sorpresa nell’uovo di Pasqua: una parte dei fondi del Recovery Plan verrebbe destinata per rinnovare la capacità e i sistemi d‘arma a disposizione dello strumento militare. Un tentativo di greenwashing, di lavaggio verde, dell’industria delle armi che la Rete Italiana Pace e Disarmo stigmatizza e rigetta.

Ad aprire a questa possibilità è stato il Parlamento, a quanto risulta dalle Relazioni definite e votate in questi giorni dalle Commissioni competenti. Nel testo licenziato dalla Camera si raccomanda di “incrementare, considerata la centralità del quadrante mediterraneo, la capacità militare dando piena attuazione ai programmi di specifico interesse volti a sostenere l’ammodernamento e il rinnovamento dello strumento militare, promuovendo l’attività di ricerca e di sviluppo delle nuove tecnologie e dei materiali, anche in favore degli obiettivi che favoriscano la transizione ecologica, contribuendo al necessario sostegno dello strategico settore industriale e al mantenimento di adeguati livelli occupazionali nel comparto”.

Per il Senato “occorre, inoltre, promuovere una visione organica del settore della Difesa, in grado di dialogare con la filiera industriale coinvolta, in un’ottica di collaborazione con le realtà industriali nazionali, think tank e centri di ricerca”. Viene inoltre ipotizzata la realizzazione di cosiddetti “distretti militari intelligenti” per attrarre interessi e investimenti.

Diversamente dalle bozze implementate dal precedente Governo, in cui l’ambito militare veniva coinvolto nel PNRR solo per aspetti secondari come l’efficienza energetica degli immobili della Difesa e il rafforzamento della sanità militare, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) potrebbe quindi destinare all’acquisizione di nuove armi i fondi europei per la rinascita dell’Italia dopo la pandemia. Un comparto che, è bene ricordarlo, già riceverà almeno il 18% (quasi 27 miliardi di euro) dei Fondi pluriennali di investimento attivi dal 2017 al 2034.

Le indicazioni inviate al Governo derivano da dibattiti nelle Commissioni Difesa della Camera e del Senato che hanno approvato all’unanimità i pareri consultivi relativi. Ciò evidenzia un sostegno trasversale all’ipotesi di destinare i fondi del PNRR anche al rafforzamento dello strumento militare. Addirittura alla Camera i Commissari hanno concentrato il loro dibattito sulla “opportunità” di accrescere ulteriormente i fondi a favore della spesa militare fornita dal Piano. Da notare come il rappresentante del Governo abbia sottolineato come i pareri votati “corrispondano alla visione organica del PNRR” dello stesso esecutivo Draghi, che dunque ritiene che la ripresa del nostro Paese  realizzare anche favorendo la corsa agli armamenti.

Anche se green le bombe sono sempre strumenti di morte, non portano sviluppo, non producono utili, non garantiscono futuro. La Rete italiana Pace e disarmo denuncia la manovra dell’industria bellica per mettere le mani sui una parte dei fondi europei destinati alla Next Generation.

Inascoltate le associazioni pacifiste, spazio solo ai produttori di armi.

Nel corso della discussione di queste settimane sono stati auditi rappresentanti dell’industria militare (AIAD, Anpam, Leonardo spa) mentre non sono state prese in considerazione le "12 Proposte di pace e disarmo per il PNRR" elaborate dalla Rete Italiana Pace e Disarmo e inviate a tutte le Commissioni competenti. Per tale motivo chiediamo ora al Governo che le proposte della società civile fondate sulla costruzione della convivenza e della difesa civile nonviolenta (con un impegno esteso alla difesa dell’occupazione in un’economia disarmata e sostenibile) siano ascoltate, valutate e rese parte integrante del nuovo PNRR che l’esecutivo dovrà elaborare, spostando dunque i fondi dalla difesa militare.

La produzione e il commercio delle armi impattano enormemente sull’ambiente. Le guerre (oltre alle incalcolabili perdite umane) lasciano distruzioni ambientali che durano nel tempo. Ne consegue che la lotta al cambiamento climatico può avvenire solo rompendo la filiera bellica e che il lavoro per la pace è anche un contributo al futuro ecologico.

Occorre quindi una nuova politica estera italiana ed europea che abbia come obiettivo la costruzione di una comunità globale con un futuro condiviso, riprendendo il progetto delle Nazioni Unite volto “a salvare le future generazioni dal flagello della guerra” e di collaborazione tra i popoli come elemento dominante delle relazioni internazionali.

La nonviolenza politica è lo strumento e il fine che bisogna assumere. Per questo è prioritario orientare il rilancio del nostro Paese ai principi ed ai valori della pace: il Piano deve essere l’occasione per investire fondi in processi di sviluppo civile e non sulle armi. “Non c’è un mondo di ieri a cui tornare, ma un mondo di domani da far nascere rapidamente”: così è scritto nell’introduzione al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). La Rete Italiana Pace e Disarmo vuole davvero che Il mondo di domani, per garantire un futuro alle nuove generazioni, sia basato su uno sviluppo civile e non militare.

Il Mahatma Gandhi indicava l’unica strada possibile “o l’umanità distruggerà gli armamenti, o gli armamenti distruggeranno l’umanità”. Non possiamo tollerare che nemmeno un euro dei fondi destinati al futuro ecologico venga invece impiegato per mettere una maschera verde al volto di morte delle fabbriche d’armi. L’umanità ha bisogno di pace e di un futuro amico.


giovedì 1 aprile 2021

Lavorare nell’epoca delle piattaforme tra alienazione e meccanismi di competizione latenti

dalla pagina https://www.pressenza.com/it/2021/03/lavorare-nellepoca-delle-piattaforme-tra-alienazione-e-meccanismi-di-competizione-latenti/


Immagine di repertorio (Foto di Fabrizio Maffioletti)

Accelerazione e flessibilità sono queste le parole che descrivono la tarda modernità, il cui rapido cambiamento tecnologico e il nuovo modo di produrre e commercializzare beni e servizi hanno determinato conseguenze dirette sulle dinamiche del mercato, cambiando i tipi di lavoro e la vita sociale dei lavoratori. L’attuale crisi pandemica Covid-19 ha portato alla luce e incrementato criticità sistemiche e disuguaglianze socio-economiche già esistenti.

Per amore di concretezza e per evitare di ricorrere a un anglicismo opaco, il neologismo Gig economy può essere tradotto con l’espressione “economia dei lavoretti”, ovvero quelle attività lavorative che permettono di “guadagnarsi da vivere” o integrare il proprio reddito con lavori saltuari incardinati e organizzati dalle piattaforme digitali attraverso il freelancing. Si parla infatti di lavoro su richiesta – on demand – quando è presente una domanda per i propri servizi, prodotti o competenze. Questo modello economico si basa sul lavoro a chiamata, occasionale e temporaneo, e non sul lavoro stabile e continuativo, con maggiori garanzie contrattuali. Le condizioni di lavoro precarie sono mimetizzate da formule che puntano sull’autonomia di scelta e organizzazione dei tempi di lavoro in modo individuale e sulla facilità di accesso e di ottenimento del lavoro offrendo opportunità a tutti/e senza discriminazione di sesso, razza, età, nonché senza colloquio per verificare motivazioni, qualifiche ed esperienze precedenti. Nell’economia dei lavoretti sono tutti/e in proprio e svolgono attività temporanee, interinali, part-time, saltuarie, provvisorie.

Numerose sono le figure professionali che hanno dovuto adattarsi e affidarsi alle piattaforme per trovare lavoro, come docenti, babysitter e addetti/e alle pulizie. Il classico passaparola e l’annuncio lasciato dal panettiere o affisso fuori dalla scuola non funziona più, le piattaforme hanno imposto una nuova tradizione di funzionamento con logiche completamente diverse dalle precedenti. Così, lontani dalla visione di un’occupazione stabile e a fronte dell’emergenza sanitaria, molti si sono ritrovati a consegnare cibo in bicicletta, tanto che le piattaforme si sono riempite di nuova forza lavoro da impiegare.

Il settore del food delivery sembra essere più visibile di altre categorie professionali per due questioni. La prima riguarda la visibilità fisica nei contesti urbani simboleggiata da indumenti fosforescenti e cubi in spalla, diventando inoltre «essenziali» alla ristorazione colpita dalle chiusure disposte per contenere la circolazione di Covid. La seconda si riferisce alla forza di unirsi nelle battaglie su diritti e tutele, l’ultima lanciata venerdì 26 marzo dalla rete nazionale RiderXiDiritti che ha proclamato il #nodeliveryday, lo stop alle consegne invitando i clienti a fare la loro parte rinunciando per un giorno alle chiamate per ricevere pasti o acquisti a domicilio.

Attraverso la facilitazione della situazione di conoscenza e stabilendo le regole che definiscono l’incontro tra domanda e offerta, è quindi possibile parlare di una piattaforma che agisce nel senso che è destinata a produrre effetti sulle persone. Oltre alla disintermediazione che facilita il contatto tra utenti e produttori, si parla anche di re-intermediazione perché le funzioni di intermediazione rimangono e definiscono regole impersonali. Il lavoro è dettato poi da algoritmi che per quanto riguarda i riders impongono percorsi e ritmi. «C’è l’app che dice vai lì, prendi questo e porta lì», afferma un rider intervistato. L’algoritmo è stabilito per l’ottimizzazione del profitto ed è calibrato su condizioni ottimali che non tengono conto «magari di un ascensore rotto» come sostiene ancora il rider. Per cui necessita di essere istruito e a tal proposito esiste una forza lavoro che procede in questo senso dando indicazioni che rendono così l’algoritmo autonomo, inaccessibile, autoritario e categorico (Zellini, 2018).

Nella nostra società, il lavoro ha sempre costituito un’importante componente dell’immagine di sé e «l’interesse verte sullo status socio-economico» come sostiene Goffman ne “La vita quotidiana come rappresentazione” (1959). Alcune professioni, infatti, finiscono per coincidere con l’identità profonda della persona, quando questo accade il mestiere diventa un mero ruolo sociale, fortemente identitario, che induce a presentarci secondo la formula: “Mi chiamo… e sono infermiere”, poiché l’uso del linguaggio veicola aspetti ideologici e identitari. Una simile costruzione della frase non avviene così facilmente in situazioni di precarietà e instabilità lavorativa o in presenza di differenti aspettative lavorative e altri progetti futuri. In questo senso, il rider intervistato si presenta come uno studente universitario, dicendo «Mi chiamo… e quando ho iniziato a lavorare con Deliveroo […]».

Si tratta quindi di una piattaforma che agisce secondo la tipologia weberiana dell’azione razionale rispetto allo scopo, chiara e razionalmente organizza i suoi mezzi per raggiungerlo, ma al di là degli aspetti del quadro giuridico legati alla prospettiva normativa e alle questioni relative al salario minimo orario, esistono rischi meno visibili sulla base delle trasformazioni dell’identità lavorativa. In particolare, due sono i rischi su cui bisogna iniziare a riflettere.

Il primo concerne la competizione latente all’interno del settore delle consegne. La composizione della forza lavoro del food delivery è eterogenea, persone adulte che hanno perso il lavoro o con condizioni giuridiche precarie, ma anche giovani – compresi gli/le studenti/studentesse universitari/e – che si trovano a fare lavori saltuari per costruire la loro indipendenza economica e uscire dal nucleo familiare. In questo modo troviamo quelli che fanno questo lavoro per aumentare le loro risorse economiche e coloro che invece vedono in questa occupazione un ruolo importante per la loro esistenza. Significa quindi connotare diversamente la definizione del sé lavorativo e dare un valore diverso al lavoro.

La piattaforma facilita chiunque all’accesso e in pochi passaggi si ottiene un impiego. Tuttavia, le valutazioni si basano sul meccanismo di feedback e reputazione, un sistema di punteggio che consente la continuità lavorativa. «Non siamo in competizione, anzi, ma è colpa dell’algoritmo», afferma un rider. Una frase che evidenzia le fragilità di un sistema dominato dagli algoritmi, da un nemico immateriale e deresponsabilizzato. Una mancanza di responsabilità tale da generare competizione all’interno della forza lavoro, in quanto si creano distanze e tensioni tra chi vede questo impiego come un’opportunità per aumentare le proprie risorse economiche e coloro la cui unica fonte di reddito è rappresentata da questo lavoro.

Il secondo riguarda l’alienazione e l’assenza di percezione di una sorta di autosfruttamento entrando in un meccanismo perverso tra necessità e autoinganno. Un rider intervistato afferma che «a Roma se ne trovano molti con la bicicletta nonostante la poca percorribilità, soprattutto ragazzi africani, che praticamente stanno tredici ore in bicicletta con un massimale di dieci chilometri, che non sono pochi!» La piattaforma contribuisce a creare la realtà quotidiana, cioè la struttura temporale della vita non solo imponendo sequenze predisposte sull’agenda del singolo individuo, ma anche sulla biografia complessiva. Non esistono turni di lavoro, né perimetri definiti, né confini precisi, ma si assiste a un’erosione del tempo.

E cosa rimane del mio essere lavoratore/lavoratrice come rider? Ne resta la componente meccanica e la perdita di identità professionale.