mercoledì 24 marzo 2021

Cosa significa essere “sostenibile”?

dalla pagina https://valori.it/investimenti-sostenibili-tassonomia-ue-2/

Cosa significa essere “sostenibile”? L’importanza di fare chiarezza e gli ostacoli per l’Ue

Nel mondo della finanza il termine "sostenibile" vale miliardi. L'Ue è al lavoro per stabilire regole precise e definizioni univoche. Con molti intoppi

La Commissione europea sta cercando di fare chiarezza tra le definizioni di economia e finanza sostenibile
© RomoloTavani/iStockPhoto


“Sostenibile”. Un termine alquanto inflazionato di questi tempi, di gran moda si potrebbe dire. Ormai non c’è azienda che non usi questo aggettivo sui propri canali informativi. Dichiarare di essere “sostenibili”, verso l’ambiente in particolare, sembra essere un must degli ultimi anni, dell’ultimo anno forse ancora di più. 

Ma che cosa significa esattamente essere “sostenibili”? Significa non inquinare? O inquinare poco? Ma quanto poco? O anche solo un po’ meno dell’anno scorso? Significa usare lampadine a led nei propri uffici? O forse pagare per piantare alberi dall’altro capo del mondo per compensare le emissioni inquinanti che si rilasciano in Italia? Significa anche rispettare i diritti umani delle popolazioni dove si produce o quelli dei lavoratori dell’azienda? E magari anche pagare le tasse nel proprio paese?

Difficile rispondere a queste domande. O diciamo che ognuno potrebbe rispondere a modo suo. E così è stato, almeno per ora. Perché, fino ad ora, non esiste una definizione ufficiale di sostenibilità. E ogni azienda può usare questo termine come le pare e piace. Creando ovviamente una gran confusione nel consumatore. Facendo promesse, spesso generiche (e non verificabili). Tutto, nella maggior parte dei casi, come ennesimo “stratagemma” di marketing. 

La confusione attorno agli investimenti sostenibili

Ma parliamo di un ambito specifico, la finanza. Perché qui, ancor più, il termine “sostenibile” ha un peso. E una responsabilità. Perché chi propone un investimento “sostenibile” sta facendo una promessa che vale miliardi. Nel 2020 in Europa i fondi di investimento sostenibile hanno raccolto 223 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto al 2019.

Ma, anche in questo caso, il termine “sostenibile” non ha definizioni ufficiali. Fino ad oggi, infatti, non esisteva una definizione univoca di “investimento responsabile”. Ogni agenzia di rating Esg, ogni gestore finanziario, ogni fondo di investimento applicava i suoi criteri e la sua metodologia nella selezione del portafoglio di imprese sostenibili.

Dietro agli investimenti sostenibili c’era una gran “confusione”. Termine ideato dai ricercatori del celebre Mit, il Massachusetts Institute of Technology, in una ricerca pubblicata intitolata proprio “Aggregate Confusion: The Divergence of Esg Ratings”, ovvero “Confusione aggregata: la divergenza dei rating Esg”. E questa, per il Mit,  non è una buona cosa. È una situazione che, causa notevoli problemi: «L’ambiguità attorno ai rating Esg è un ostacolo a un processo decisionale prudente che contribuirebbe a un’economia sostenibile».

Commissione europea al lavoro

Ed ecco, quindi, perché la Commissione europea da oltre 4 anni sta lavorando per fare chiarezza in questo mercato. Nel marzo del 2018 ha lanciato un enorme piano per creare un corpo di regole attorno alla finanza sostenibile: l’Action plan on sustainable finance. Il motivo alla base di questo impegno lo aveva esplicitato chiaramente: per salvare il Pianeta l’economia deve ridurre il proprio impatto, deve avvenire una vera rivoluzione. Una trasformazione costosa: 180 miliardi di euro all’anno. Tanto costerà la transizione a un’economia low carbon, secondo Bruxelles. E i fondi pubblici non basteranno: è necessario il contributo dei capitali privati, che dovranno essere orientati verso la finanza etica e sostenibile, investiti in attività economiche sostenibili. Fondamentale quindi definire chiaramente quali attività possano “meritarsi” questo attributo. Così è nato il lavoro attorno alla “tassonomia delle attività economiche sostenibili”.

Il perno del lavoro della Commissione europea attorno alla finanza sostenibile è proprio la tassonomia, la classificazione delle attività economiche che possono essere definite, appunto, “sostenibili” per l’ambiente. «Una guida pratica – scrive la Commissione  – per politici, imprese e investitori su come investire in attività economiche che contribuiscano ad avere un’economia che non impatti sull’ambiente».

La strada tortuosa per il “vocabolario” degli investimenti sostenibili

Dopo 4 anni di lavoro, il regolamento sulla tassonomia c’è. Ed è entrato in vigore il 22 giugno 2020. Questo “vocabolario” della sostenibilità ambientale sarà un riferimento per il mondo della finanza responsabile, per indicare quanto sostenibile sia effettivamente un investimento; per i governi, per stabilire gli incentivi ad aziende green; per le aziende, per rendicontare il proprio impatto sull’ambiente. 

Il 31 dicembre 2021 il primo blocco di criteri tecnici di selezione delle attività da considerare sostenibili diventerà operativo. Da quel momento chi proporrà investimenti sostenibili e responsabili (SRI) dovrà indicare la percentuale di allineamento alla tassonomia del proprio portafoglio investito.

Ma in realtà mancano ancora alcuni (importanti) dettagli, cioè i criteri tecnici per stabilire a quali condizioni un’attività possa essere definita sostenibile. Avrebbero dovuto essere pubblicati a fine 2020 sotto forma di Atti delegati, ma non è stato possibile

Una prima bozza di questi atti delegati era stata redatta, dai 35 esperti del Tecnical expert Group (il Teg). Poi è arrivata la bozza definitiva scritta dalla Piattaforma per la finanza sostenibile, che si è insediata a settembre per iniziativa della Commissione europea. È stata sottoposta a una consultazione pubblica fino al 18 dicembre scorso. Ma è stata letteralmente sommersa da una valanga di commenti e critiche (oltre 46.000).  E una decina di Stati hanno poi chiesto e ottenuto il rinvio degli atti delegati. Per cui al momento non c’è una data precisa.

Dall’ambiente ai diritti, i tasselli mancanti

Uno dei punti che ha ricevuto più critiche riguarda il gas come fonte energetica: in base ai criteri tecnici contenuti nella bozza degli atti delegati, non potrebbe essere considerato un combustibile di “transizione”. E, senza l’etichetta verde dell’Ue, le centrali elettriche a gas potrebbero perdere miliardi di euro di finanziamenti privati. Un problema in particolare per i Paesi dell’Europa orientale, dove gli impianti a gas a ciclo combinato stanno favorendo la transizione dal carbone. 

Un altro dei punti dolenti  riguarda la bioenergia prodotta con la combustione di alberi, che, in base alla tassonomia, sarebbe “sostenibile”. Ma per gli ambientalisti no. Lo stesso vale per le centrali idroelettriche, incluse tra le categorie sostenibili, ma che per molte Ong dovrebbero esserne escluse a causa dei danni per la biodiversità. Un altro punto dolente riguarda la plastica, considerata sostenibile dalla Tassonomia se “completamente prodotta mediante riciclaggio meccanico dei rifiuti di plastica” o mediante processi di riciclaggio chimico se vengono rispettati gli standard minimi di emissione. 

Ma nel lungo lavoro della Commissione europea per definire la finanza sostenibile non c’è traccia (o quasi) di criteri sociali (uno dei 3 fattori chiave dell’ESG, environmental, social, governance). Viene solo specificato che dovranno essere rispettate soglie di salvaguardia minime in ambito sociale: l’allineamento alle linee giuda dell’Ocse per le multinazionali e ai Guiding Principles on Business and Human Rights delle Nazioni Unite.

E non vengono considerati neanche fattori la speculazione e l’evasione (o elusione) fiscale. «Il fattore sociale è fondamentale per un’economia sostenibile, quanto quello ambientale. Oggi questo è ancora più vero – aveva dichiarato a Valori Francesco Bicciato, presidente del Forum per la Finanza Sostenibile – Il coronavirus ha messo in luce l’importanza del fattore sociale anche per gli strumenti finanziari».

anche Banca Etica, si sta battendo per ottenere un riconoscimento dei fattori sociali, accanto a quelli ambientali. Perché non può esistere una finanza sostenibile che non consideri tutti e tre i pilastri della sostenibilità, quindi ambiente, sociale e governance aziendale.

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dalla pagina https://valori.it/gas-aerei-nucleare-idrogeno-tassonomia-investimenti-sostenibili/

Gas e aerei nella bozza di classificazione europea degli investimenti sostenibili
Trapelata una bozza degli atti delegati sulla tassonomia degli investimenti sostenibili. Ecco le novità per gas, riscaldamenti, aerei, idrogeno, nucleare

In una bozza di atti delegati sulla tassonomia europea degli investimenti sostenibili, il gas sembra considerato a pieno titolo un combustibile di transizione © Barbar Facemire/Pixy.org

Andrea Barolini

Le regole dall’Unione europea per la definizione degli attività economiche considerate “sostenibili” potrebbero presentare diverse “concessioni” alle industrie. Anche a quelle responsabili di importanti emissioni di gas ad effetto serra, che potrebbero così captare ingenti investimenti (quelli indirizzati al mercato della finanza sostenibile). È quanto emerge da una bozza degli atti delegati, ovvero dei testi sulla cui base si dovrà applicare concretamente la tassonomia delle attività “verdi”.

Tassonomia degli investimenti sostenibili: il nodo dell’energia

Il documento – inviato da Bruxelles ai rappresentanti dei Ventisette Stati membri – è stato ottenuto e pubblicato dal giornale online francese Contexte.  Va ricordato che il regolamento sulla tassonomia verdepubblicato sulla Gazzetta Ufficiale Europea nel giugno del 2020, ha posto sei obiettivi ambientali che occorre rispettare per poter essere compresi nella lista delle attività economiche che possono essere oggetto di investimenti sostenibili. Due riguardano l’energia: la capacità di attenuare i cambiamenti climatici e quella di favorire l’adattamento alle conseguenze del riscaldamento globale. I due obiettivi fanno parte di un unico atto delegato (e di due allegati) che, appunto, Contexte ha pubblicato. 

Nel novembre del 2020 una prima bozza di atti delegati aveva già sollevato ampie critiche da parte, in particolare, del mondo associativo. Quella rivelata ora è una seconda versione proposta ai governi europei. Come sottolineato dal giornale transalpino, «l’obiettivo dell’adattamento (secondo allegato) è poco dettagliato. L’attività economica deve aver adottato delle soluzioni per ridurre i rischi climatici. La Commissione chiede una valutazione della pertinenza di tali soluzioni. In questo caso, i testi pubblicati a novembre hanno subito pochi cambiamenti». Al contrario, per l’attenuazione (primo allegato) sono state effettuate numerose modifiche, in particolare per quanto riguarda il capitolo energia. 

Il gas potrebbe essere considerato un combustibile di transizione

Per il gas, in particolare, sono state create due nuove categorie di attività che potrebbero rientrare nella tassonomia. Da un lato, la sostituzione di sistemi di riscaldamento urbano alimentati da un combustibile fossile diverso dal gas. Dall’altro, la sostituzione di impianti di cogenerazione. Ciò sulla base di una serie di obiettivi che il nuovo sistema deve rispettare: avere almeno la stessa capacità del precedente impianto, essere installato entro il 2025, ridurre di almeno il 50% le emissioni di gas ad effetto serra per chilowattora prodotto. E, ancora, essere compatibile con il gas meno impattante, non superare in ogni caso i 270 grammi di CO2 equivalente per kWh, essere installato in mancanza di alternative praticabili ed economiche e basse emissioni.

Una nuova via di accesso, dunque, da parte delle industrie fossili a fondi pubblici e investimenti privati. Con il gas che diventerebbe, di fatto, un combustibile di transizione. In cambio, non sono state modificate le soglie proposte dal TEG, il gruppo tecnico di esperti che ha steso un rapporto ad hoc sulla tassonomia, per le centrali elettriche a gas. Ovvero, in particolare, 100 grammi di CO2 equivalente per kWh. 

Escluso dagli investimenti il nucleare, per ora. Criteri snelliti per l’idrogeno

Sembrerebbe escluso invece il nucleare (a differenza di quanto deciso invece, ad esempio, dalla Russia). Ciò in base alla regola secondo la quale ciascuna attività non soltanto deve giovare alle politiche di adattamento e attenuazione. Ma non deve neppure nuocere agli altri obiettivi (biodiversitàeconomia circolare, protezione degli oceani, limitazione dei tassi di inquinamento). Ciò sulla base del principio di innocuità (“do no significant harm principle”). Ma secondo Greenpeace «si è scelto di lasciare comunque una porta aperta all’atomo, poiché la Commissione si è riservata di rivedere il testo».

Inoltre, nella bozza figura anche l’aviazione tra le attività di transizione, «benché – prosegue l’associazione ambientalista – l’aereo sia il mezzo di trasporto a più alto impatto climatico». Briglie allentate anche per l’idrogeno: la soglia da rispettare per la produzione è stata alzata a 3 chilogrammi di CO2 equivalente per chilogrammo realizzato (nella prima versione erano 2,256). Anche in questo caso, si tratta di una richiesta giunta specificatamente dalle industrie. Più stringenti, invece, le regole per la fabbricazione delle batterie: esse devono considerare anche le possibilità di riciclo.

Greenpeace: «Del “rilancio verde” così rimarrà solo il nome»

Secondo Ariadna Rodrigo, di Greenpeace, «la bozza indica che la Commissione europea sta abbandonando ogni volontà di far avanzare il Green Deal attraverso le regole sulla finanza sostenibile. Anziché concentrarsi su soluzioni dall’efficacia provata come l’isolamento termico o le rinnovabili, vuole veicolare il denaro dei contribuenti e gli investimenti privati verso industrie distruttive. Così, del “rilancio verde” rimarrà solo il nome. Ci sembra che quello che si prospetta sia unicamente un esercizio di greenwashing». Un testo definitivo degli atti delegati è atteso per la metà di aprile.


lunedì 22 marzo 2021

«Cari utenti Amazon, siate con noi»

dalla pagina https://ilmanifesto.it/cari-utenti-amazon-siate-con-noi/

Lettera aperta dei sindacati sullo sciopero di lunedì [22/03/2021]: ecco in che condizioni lavora chi rende possibile che i pacchi arrivino a casa vostra

Un magazzino Amazon © Foto LaPresse

Cercare di spiegare agli utenti il perché del primo sciopero al mondo dell’intera filiera dei lavoratori Amazon. Provano a farlo Fit Cisl, Filt Cgil e Uilt in vista di lunedì.

«Voi che ricevete un servizio siete le persone cui chiediamo attenzione e solidarietà, perché continui ad essere svolto nel migliore dei modi possibili. Scioperano – scrivono ai consumatori le organizzazioni sindacali – le persone che, mai come in questo ultimo anno, ci hanno permesso di ricevere nelle nostre case ogni tipologia di merce in piena comodità. Quelli e quelle che consegnano i pacchi, quelli e quelle che ancora prima lo preparano per la spedizione. Un esercito composto da circa 40 mila lavoratori e lavoratrici che non si ferma mai. Quelli e quelle che hanno consentito il boom di ordini e conseguentemente portato alle stelle i profitti di Amazon. Lavoratori e lavoratrici indispensabili, così vengono continuamente definiti da tutti, ma come tali non vengono trattati. I driver che consegnano la merce – scrivono Filt Cgil, Fit Cisl e Uilt – arrivano a fare anche 44 ore di lavoro settimanale e molto spesso per l’intero mese, inseguendo le indicazioni di un algoritmo che non conosce né le norme di regolazione dei tempi di vita né tanto meno quelli del traffico. Si toccano punte di 180, 200 pacchi consegnati al giorno. Dentro i magazzini – proseguono nell’appello i sindacati – si lavora 8 ore e mezza con una pausa pranzo di mezz’ora, ma nessuna verifica dei turni di lavoro, nemmeno nei magazzini di smistamento. Nessuna contrattazione, nessun confronto sui ritmi di lavoro e per il riconoscimento dei diritti sindacali. Nessuna clausola sociale né continuità occupazionale, per i driver, in caso di cambio fornitore. Nessuna indennità contrattata per covid-19, in costanza di pandemia. È una questione di rispetto del lavoro, di dignità, di sicurezza per loro e per voi. Per vincere questa battaglia di giustizia e civiltà abbiamo bisogno della solidarietà di tutte le clienti e i clienti di Amazon». [...]

venerdì 19 marzo 2021

“La dittatura delle armi”. Presadiretta, puntata di lunedì 22 marzo 2021

dalla pagina http://www.tuttotv.info/2021/03/16/presadiretta-puntata-di-lunedi-22-marzo-2021/

Lunedì 22 marzo 2021, alle 21.20 su Rai3 torna PresaDiretta con Riccardo Iacona (settima puntata di 8 totali)

*** LE PRIME ANTICIPAZIONI – IN AGGIORNAMENTO ***

L’inchiesta della puntata è “La dittatura delle armi”: Riccardo Iacona propone un’inchiesta dedicata all’industria militare e al suo peso negli equilibri geopolitici. L’industria che produce le armi è un settore che non conosce crisi. Neanche la pandemia è riuscita a fermarla. Un viaggio tra inchieste della magistratura, scenari di guerra, testimonianze esclusive e traffici illegali.


lunedì 15 marzo 2021

Intervista a ​Papa Francesco, ecologia e solidarietà per il nuovo mondo

dalla pagina https://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/intervista-papa-francesco-ecologia-solidarieta-per-il-nuovo-mondo-5cfbe445-0d88-4a0d-b979-b7779612e1f8.html?refresh_ce

"Il mondo non sarà più come prima". Lo dice Papa Francesco a La Stampa, che propone alcuni brani del nuovo libro del pontefice, in una conversazione con Domenico Agasso, vaticanista del quotidiano. 

"La via per la salvezza dell'umanità passa attraverso il ripensamento di un nuovo modello di sviluppo", afferma il Pontefice che auspica una "svolta economica verso il verde". A suo avviso "cambiando gli stili di vita che costringono milioni di persone, soprattutto bambini, alla morsa della fame potremo condurre un'esistenza più austera che renderebbe possibile una ripartizione equa delle risorse". 

Cosa si aspetta dai governanti? "Ora si tratta di ricostruire dalle macerie", risponde il Papa che poi aggiunge: "Ma ciascuno di noi, non solo i governanti, è chiamato a debellare indifferenza, corruzioni e connivenze con la delinquenza". "E' tempo di rimuovere le ingiustizie sociali e le emarginazioni", esorta. 

Parlando della finanza, afferma: "Se si riuscirà a sanarla dalla mentalità speculativa dominante e ristabilirla 'con un'anima', secondo criteri di equità, si potrà puntare all'obiettivo di ridurre il divario tra chi ha accesso al credito e chi no". 

Per Papa Francesco "non è più sopportabile che si continuino a fabbricare e trafficare armi, spendendo ingenti capitali che dovrebbero essere usati per curare le persone, salvare vite". 

Un pensiero anche alle donne, che non devono essere "discriminate sul piano retributivo e professionale, o con la perdita del lavoro in quanto donne. Anzi". 

Ai giovani il pontefice consiglia di "non darla vinta alla congiuntura sfavorevole. A non smettere di sognare ad occhi aperti".

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dalla pagina https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2021-03/papa-francesco-intervista-libro-agasso-dio-mondo-che-verra.html

Il Papa: non possiamo continuare a fabbricare armi invece di salvare vite

Esce martedì in libreria “Dio e il mondo che verrà”, il libro-intervista di Papa Francesco in conversazione con il vaticanista della Stampa Domenico Agasso (Edizioni Piemme-LEV). Ne pubblichiamo un estratto

DOMENICO AGASSO

Santità, come interpreta il “terremoto” che nel 2020 si è abbattuto sul mondo sotto forma di coronavirus? 

«Nella vita ci sono momenti di buio. Troppo spesso pensiamo che possano capitare non a noi, ma solo a qualcun altro, in un altro paese, magari di un continente lontano. Invece, nel tunnel della pandemia ci siamo finiti tutti. Dolore e ombre hanno sfondato le porte delle nostre case, hanno invaso i nostri pensieri, aggredito i nostri sogni e programmi. E così nessuno oggi può permettersi di stare tranquillo. Il mondo non sarà più come prima. Ma proprio dentro questa calamità vanno colti quei segni che possono rivelarsi cardini della ricostruzione. Non bastano gli interventi per risolvere le emergenze. La pandemia è un segnale di allarme su cui l’uomo è costretto a riflettere. Questo tempo di prova può così diventare tempo di scelte sagge e lungimiranti per il bene dell’umanità. Di tutta l’umanità».

Quali urgenze intravede? 

«Non possiamo più accettare inerti le diseguaglianze e i dissesti nell’ambiente. La via per la salvezza dell’umanità passa attraverso il ripensamento di un nuovo modello di sviluppo, che ponga come indiscutibile la convivenza tra i popoli in armonia con il Creato. Consapevoli che ogni azione individuale non resta isolata, nel bene o nel male, ma ha conseguenze per gli altri, perché tutto è connesso. Tutto! Cambiando gli stili di vita che costringono milioni di persone, soprattutto bambini, alla morsa della fame, potremo condurre un’esistenza più austera che renderebbe possibile una ripartizione equa delle risorse. Non significa diminuire diritti ad alcuni per un’equiparazione verso il basso, ma dare maggiori e più ampi diritti a coloro ai quali non vengono riconosciuti e tutelati».

Scorge segni incoraggianti? 

«Oggi stanno già tentando di promuovere queste nozioni e operazioni vari movimenti popolari “dal basso”, ma anche alcune istituzioni e associazioni. Provano a concretizzare un modo nuovo di guardare la nostra Casa comune: non più come un magazzino di risorse da sfruttare, ma un giardino sacro da amare e rispettare, attraverso comportamenti sostenibili. E poi, c’è una presa di coscienza tra i giovani, in particolare nei movimenti ecologisti. Se non ci tiriamo su le maniche e non ci prendiamo cura immediatamente della Terra, con scelte personali e politiche radicali, con una svolta economica verso il “verde” e indirizzando in questa direzione le evoluzioni tecnologiche, prima o poi la nostra Casa comune ci butterà fuori dalla finestra. Non possiamo più perdere tempo».

Che cosa pensa della finanza e del rapporto con le amministrazioni pubbliche? 

«Credo che se si riuscirà a sanarla dalla mentalità speculativa dominante e ristabilirla con un’”anima”, secondo criteri di equità, si potrà intanto puntare all’obiettivo di ridurre il divario tra chi ha accesso al credito e chi no. E se un giorno non troppo lontano ci saranno i presupposti per cui ogni operatore investirà seguendo principi etici e responsabili, si otterrà il risultato di limitare il supporto a imprese dannose per l’ambiente e per la pace. Nello stato in cui versa l’umanità, diventa scandaloso finanziare ancora industrie che non contribuiscono all’inclusione degli esclusi e alla promozione degli ultimi, e che penalizzano il bene comune inquinando il Creato. Sono i quattro criteri per scegliere quali imprese sostenere: inclusione degli esclusi, promozione degli ultimi, bene comune e cura del Creato». 

Stiamo affrontando una delle peggiori crisi umanitarie dalla Seconda guerra mondiale. I paesi stanno adottando misure d’urgenza per affrontare la pandemia e una drammatica recessione economica globale. Che cosa si aspetta dai governanti? 

«Ora si tratta di ricostruire dalle macerie. E questa incombenza grava enormemente su chi ha incarichi di governo. In un’epoca di preoccupazione per l’avvenire che si presenta incerto, per il lavoro che si rischia di perdere o si è perso, per il reddito che basta sempre meno, e per le altre conseguenze che l’attuale crisi porta con sé, è fondamentale amministrare con onestà, trasparenza e lungimiranza. Ma ciascuno di noi, non solo i governanti, è chiamato a debellare indifferenza, corruzioni e connivenze con la delinquenza».

A quale principio possiamo ispirarci? 

«Ciò che sta avvenendo può risvegliare tutti. È tempo di rimuovere le ingiustizie sociali e le emarginazioni. Se cogliamo la prova come un’opportunità, possiamo preparare il domani all’insegna della fratellanza umana, a cui non c’è alternativa, perché senza una visione d’insieme non ci sarà futuro per nessuno. Mettendo a frutto questa lezione, i leader delle nazioni, insieme a chi ha responsabilità sociali, possono guidare i popoli della Terra verso un avvenire più florido e fraterno. I capi di stato potrebbero parlarsi, confrontarsi di più e concordare strategie. Teniamo tutti bene a mente che c’è qualcosa di peggio di questa crisi: il dramma di sprecarla. Da una crisi non si esce uguali: o usciamo migliori o usciamo peggiori».

Con quale atteggiamento la sprecheremmo? 

«Chiudendoci in noi stessi. Invece, edificando un nuovo ordine mondiale basato sulla solidarietà, studiando metodi innovativi per debellare prepotenze, povertà e corruzione, tutti insieme, ognuno per la propria parte, senza delegare e deresponsabilizzarci, potremo risanare le ingiustizie. Lavorare per offrire cure mediche a tutti. Così, praticando e manifestando coesione, potremo risorgere». 

Concretamente da dove si potrebbe cominciare? 

«Non è più sopportabile che si continuino a fabbricare e trafficare armi, spendendo ingenti capitali che dovrebbero essere usati per curare le persone, salvare vite. Non si può più far finta che non si sia insinuato un circolo drammaticamente vizioso tra violenze armate, povertà e sfruttamento dissennato e indifferente dell’ambiente. È un ciclo che impedisce la riconciliazione, alimenta le violazioni dei diritti umani e ostacola lo sviluppo sostenibile. Contro questa zizzania planetaria che sta soffocando sul nascere il futuro dell’umanità serve un’azione politica frutto di concordia internazionale. Fraternamente uniti, gli esseri umani sono in grado di affrontare le minacce comuni, senza più controproducenti recriminazioni reciproche, strumentalizzazioni di problemi, nazionalismi miopi, propagande di chiusure, isolazionismi e altre forme di egoismo politico». 

Sulle spalle delle donne continua a gravare il peso di tutte le recessioni: che cosa ne pensa? 

«Le donne hanno urgente bisogno di essere aiutate nella gestione dei figli e non essere discriminate sul piano retributivo e professionale, o con la perdita del lavoro in quanto donne. Anzi. Sempre di più la loro presenza è preziosa al centro dei processi di rinnovamento sociale, politico, occupazionale, istituzionale. Se saremo bravi a metterle in queste condizioni positive, potranno dare un apporto determinante alla ricostruzione dell’economia e delle società che verranno, perché la donna fa il mondo bello e rende i contesti più inclusivi. E poi, stiamo provando tutti a rialzarci, dunque non possiamo tralasciare che la rinascita dell’umanità è cominciata dalla donna. Dalla Vergine Maria è nata la salvezza, ecco perché non c’è salvezza senza la donna. Se abbiamo a cuore il futuro, se desideriamo un domani rigoglioso, occorre dare il giusto spazio alla donna». 

Che cosa consiglierebbe in particolare ai genitori? 

«Il gioco con i propri figli è il tempo migliore che si possa perdere. Conosco una famiglia che ha creato un elemento “istituzionale” in casa: “Il programma”. Ogni sabato o domenica il papà e la mamma prendono un foglio e, con i bambini, concordano e scrivono tutti gli appuntamenti di gioco tra figli e genitori nella settimana successiva, e poi lo appendono sulla lavagnetta in cucina. Ai bambini brillano gli occhi di contentezza al momento di scrivere “il programma”, che è diventato ormai un rito. Questa mamma e questo papà seminano educazione. Io ho detto così a loro: “Seminate educazione”. Giocando con il padre e la madre il figlio impara a stare insieme alla gente, apprende l’esistenza di regole e la necessità di rispettarle, acquisisce quella fiducia in sé che lo aiuterà nel momento di lanciarsi nella realtà esterna, nel mondo. Allo stesso tempo i figli aiutano i genitori, soprattutto in due cose: dare maggiore valore al tempo della vita; e restare umili. Per loro sono prima di tutto papà e mamma, il resto viene dopo: il lavoro, i viaggi, i successi e le preoccupazioni. E questo protegge dalle tentazioni del narcisismo e dell’ego smisurato, in cui si rischia di cadere ogni giorno».

La violenza del Covid ha falcidiato le già precarie prospettive di milioni di ragazzi in tutto il mondo. I giovani arrancano in una cappa di incertezze, ridimensionamenti scolastici, professionali, sociali, economici e politici che li stanno privando del diritto a un futuro. Che cosa vorrebbe dire alle “generazioni Covid”? 

«Li incoraggio a non darla vinta alla congiuntura sfavorevole. A non smettere di sognare a occhi aperti. Non abbiano paura di sognare in grande. Lavorando per i propri sogni, possono anche proteggerli da chi glieli vuole sfilare: i pessimisti, i disonesti e gli approfittatori. Certo, forse mai come in questo terzo millennio le nuove generazioni sono quelle che pagano il prezzo più alto della crisi economica, lavorativa, sanitaria e morale. Ma piangersi addosso non porta a nulla, anzi, così la crisi avrà la meglio. Invece continuando a battersi come tanti stanno già facendo, i ragazzi non rimarranno inesperti, acerbi e immaturi. Non si fermeranno nella ricerca di occasioni. E poi, c’è la conoscenza. Nella Genesi leggiamo (cap. 2) che il Signore, dopo avere creato il cielo e la terra, prende l’uomo e lo pone nel giardino di Eden, perché lo coltivi e lo conosca. Non lo mette in pensione, o in vacanza, o in villeggiatura, o sul divano: lo manda a studiare e a lavorare. 

Dio ha fatto l’uomo capace e desideroso di sapere e di lavorare. E di amare. “Amerai il prossimo tuo come te stesso”, non c’è altro comandamento più importante di questo, dice Gesù ai discepoli (Mc 12, 31). Ecco, i ragazzi hanno la freschezza e la forza per rilanciare i compiti fondamentali assegnati da Dio, e diventare così uomini e donne della conoscenza, dell’amore e della carità. Aprendosi all’incontro e alla meraviglia, potranno gioire per le bellezze e i doni della vita e della natura, le emozioni, l’amore in tutte le sue declinazioni. Andando sempre avanti per apprendere qualcosa da ogni esperienza, divulgando la conoscenza e amplificando la speranza insita nella giovinezza, prenderanno in mano le redini della vita e allo stesso tempo metteranno in circolo la vitalità che farà progredire l’umanità, rendendola libera. Perciò, anche se la notte sembra non abbia fine, non bisogna perdersi d’animo. E, come diceva san Filippo Neri, non dimenticare di essere allegri, il più possibile».


domenica 14 marzo 2021

IV Domenica di Quaresima - Laetare

 


La nostra cecità

dalla pagina https://comune-info.net/la-nostra-cecita/

Marco Aime


Cosa hanno mostrato i dodici mesi trascorsi dal primo lockdown? Che la crescita infinita è un mito: poche settimane di arresto e tutto si è paralizzato perché non abbiamo riserve, non abbiamo il senso del limite. Che la socialità è già impoverita da tempo, schiacciata dalla comunicazione digitale. Che le trasformazioni del lavoro avviate accentuano le disuguaglianze. Scrive Marco Aime: “Il virus ci ha colpiti come specie, ma non lo abbiamo capito. Condizionati dai nostri identitarismi prima abbiamo puntato il dito contro i cinesi, poi gli untori siamo divenuti noi italiani, fino a che tutti sono caduti vittime del contagio. Allora c’è stato un momento di apparente solidarietà, ma non è durato molto: subito è partita la corsa a chi si accaparra più vaccini… Siamo passeggeri di uno stesso treno, che improvvisamente si è arrestato e a questo punto dobbiamo scegliere cosa fare…”

Joanna. Foto di Ferdinando Kaiser

Un anniversario che forse non vorremmo ricordare, questo del lockdown, o forse che speravamo di ricordare al passato e invece, dopo un anno di chiusure e aperture alterne, il virus è ancora tra di noi. Niente da festeggiare, quindi, ma le ricorrenze possono essere un’occasione per fare i conti e trarre qualche conclusione. Cosa ci ha insegnato (se qualcosa ci ha insegnato) questa esperienza?

Prima di tutto che quello della crescita continua e irrefrenabile altro non era che un mito creato dai seguaci folli dello sviluppo a oltranza. La pandemia ha messo in luce l’estrema fragilità di questo nostro sistema globale: poche settimane di arresto e tutto si è paralizzato, ci siamo accorti che non avevamo riserve. Perché per averle occorre pensare al futuro e avere il senso del limite, cosa che nessuno sembra più in grado di fare e di avere. I montanari di un tempo trascorrevano mesi d’inverno isolati, ma avevano delle scorte, noi no.

Incapaci di pensare al futuro, perché impegnati in una eterna competizione, che vive e si nutre solo di presente e di corsa cieca, di assoluta fiducia nella capacità di controllare la natura. Poi accade che tutto si fermi, che la quotidianità venga sospesa e che non abbiamo nessuno strumento, perché non era prevista. E quella natura (anche il virus è un prodotto della natura) che credevamo di avere soggiogato rivela la nostra cecità.

Molte di quelle popolazioni che spesso chiamiamo “primitive” pensavano al futuro molto più di quanto facciamo ora noi. I cacciatori-raccoglitori non raccoglievano mai tutti i frutti o le bacche di una pianta, ma nel lasciavano un po’ perché la pianta potesse riprodursi; in moltissime regioni dell’Africa possiamo vedere i boschetti sacri, aree di foresta che venivano preservate dal taglio del legname, per non impoverire troppo il patrimonio boschivo; lo stesso concetto di totem serviva a limitare la caccia di certi animali. Nel deserto del Sahara mi è capitato più volte di osservare come i tuareg prendessero pezzi di legno dai pochi alberi reperibili, senza mai intaccare troppo la pianta, perché sopravvivesse. Semplicemente pensavano al domani, per rispetto verso la natura e per garantirsi la sopravvivenza, visto che le due cose sono strettamente legate.

La sospensione ha posto fine anche a quella socialità a cui non avevamo forse dato mai troppa importanza, troppo spesso impegnati a comunicare digitalmente, preferendo al “faccia a faccia” lo “schermo a schermo”. La distanza (fisica, non sociale) ci ha reso più soli e più estranei. Sono scomparsi i sorrisi dai nostri volti, nascosti da una fascetta azzurrina. Abbiamo provato a ricostruire un’immagine di comunità, inventando piccoli rituali sui balconi, ma la stanchezza ha preso il sopravvento.

La Rete è entrata pesantemente nelle nostre vite, aiutandoci a fare andare avanti la macchina collettiva, ma spingendoci anche in una dimensione sempre più solitaria e filtrata dal medium. E sempre più controllata. Una trasformazione si è innescata nel mondo del lavoro e non si tornerà indietro. Il nuovo modello metterà sempre più in luce le diseguaglianze sociali ed economiche tra chi avrà accesso e chi no.

Il virus ci ha colpiti come specie, ma non lo abbiamo capito. Condizionati dai nostri identitarismi prima abbiamo puntato il dito contro i cinesi, poi gli untori siamo divenuti noi italiani, fino a che tutti sono caduti vittime del contagio. Allora c’è stato un momento di apparente solidarietà, ma non è durato molto: subito è partita la corsa a chi si accaparra più vaccini, di chi tenta di arrivare prima degli altri e non tanto per motivi umanitari, quanto economici e geopolitici. Anche a livello sociale non è scattata quella solidarietà che sarebbe stato giusto attendersi tra le persone.

La sospensione imposta da questa pandemia, lo stallo a cui ci ha costretti tutti, impone una riflessione profonda. Siamo stretti in una morsa terribile, e qualsiasi via di uscita impone comunque qualche rinuncia. Non è il tanto amato win win degli economisti finanziari, questo è un gioco a somma zero, dove il limite è dato dalle risorse del pianeta. Il Sars Cov 2 sembra averci lanciato un segnale: non ci sono confini, né barriere che tengano, siete tutti ugualmente vulnerabili di fronte a questa piccola espressione della natura.

A volere guardare da un’altra prospettiva, l’ammonimento potrebbe indurci a ripensare al fatto che apparteniamo a una stessa umanità – cosa di cui ci dimentichiamo troppo spesso, condizionati come siamo da etnocentrismi, sovranismi e pensieri di Stato vari – e che abbiamo un destino comune. Un fatto, questo, che l’accecamento generale ci ha troppo spesso impedito di vedere. Siamo passeggeri – spesso litigiosi – di uno stesso treno, che improvvisamente si è arrestato e a questo punto dobbiamo scegliere cosa fare, quale viaggio intraprendere. È ora di prenderci la responsabilità del futuro.


Marco Aime, antropologo, insegna all’Università di Genova e vive a Torino. Tra i suoi ultimi libri Guida minima all’Italia cattivista (con Luca Borzani) per èleuthera e Il domani che avrete (con Adriano Favole e Francesco Remotti), UTET.. Questo articolo è apparso su un blog del fattoquotidiano con il titolo completo Un anno di lockdown per scoprire quanto siamo ciechi

venerdì 12 marzo 2021

11 marzo 2021. Presentazione "Oltre il virus", XVII rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione

dalla pagina https://www.antigone.it/appuntamenti/3357-11-marzo-2021-presentazione-oltre-il-virus-xvii-rapporto-di-antigone-sulle-condizioni-di-detenzione

"Oltre il virus" è il titolo del XVII Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione che presenteremo giovedì 11 marzo alle ore 11.00 in diretta sulla nostra pagina facebook e il nostro canale youtube.

Il Covid-19 ha colpito duro anche il sistema penitenziario. Abbiamo assistito a migliaia di contagi, sia tra i detenuti che gli operatori; allo scoppio di focolai; ad alcuni decessi. La pandemia ha messo in risalto tutte le criticità che da tempo denunciavamo. Ha isolato ancora di più il carcere dal resto della società. Gli sforzi delle istituzioni, come ovvio che sia, si sono concentrati in questa fase sul contenimento del coronavirus. Tuttavia bisogna guardare oltre il Covid-19. Con la sua scomparsa, che ci auguriamo avverrà presto, anche grazie alla somministrazione dei vaccini, non spariranno i problemi del sistema penitenziario e la pandemia deve rappresentare, in questo senso, l'occasione per non tornare indietro.

OLTRE IL VIRUS XVII Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione [pdf]

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dalla pagina https://ilmanifesto.it/carceri-lessere-straniero-e-ancora-unaggravante/

Carceri, l'essere straniero è ancora un'aggravante

Diritti. Si riduce di un terzo la componente rumena ma i non italiani sono sempre più penalizzati. Meno omicidi ma aumentano gli ergastoli. Presentato il rapporto Antigone «Oltre il virus». Ancora al 115% il sovraffollamento.

Detenuto al lavoro in un laboratorio di sartoria del carcere di Opera  © Ansa

A dare un’occhiata dentro le carceri italiane – tramite il XVII rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione dal titolo «Oltre il virus» presentato ieri alla presenza del capo del Dap Dino Petralia, della sua omologa Gemma Tuccillo, capo Dipartimento per la giustizia minorile, e del Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma – si ha l’impressione che sia passata un’intera era geologica da quando «l’identità nazionale rumena veniva considerata un’aggravante», per usare le parole di Patrizio Gonnella, presidente di Antigone.

E da quando, nell’ottobre 2007 (proprio mentre nasceva il Pd), a Roma l’orribile stupro e omicidio della signora Giovanna Reggiani convinse l’allora sindaco dem Walter Veltroni a lanciare dal Campidoglio una campagna d’odio contro i migranti provenienti dalla Romania. «Mentre la popolazione carceraria è aumentata – ha spiegato ieri Gonnella – negli ultimi anni la componente rumena è diminuita di un terzo, passando da quasi 3 mila del 2009 a circa 2 mila del febbraio 2021». L’integrazione ha viaggiato più velocemente del populismo penale.

È UN PUNTO QUESTO su cui giustamente insiste il rapporto Antigone. Se nell’ultimo anno la popolazione carceraria è diminuita del 12,3% (53.697 detenuti attuali) – «esito più di attivismo della magistratura di sorveglianza che non dei provvedimenti legislativi in materia di detenzione domiciliare» – riportando l’Italia vicina ai livelli del 2015, quando dopo le condanne europee intervennero misure deflattive, il numero di stranieri detenuti rimane invece stabile al 32,5%. Succede però che «il 16,1% degli stranieri si trova in carcere con una condanna non ancora definitiva», mentre «gli italiani nella stessa condizione sono il 14,7%». E che i detenuti stranieri, “confinati” in massa in Sardegna, finiscano per scontare l’intera pena in carcere, usufruendo delle pene alternative molto meno degli italiani. Senza parlare del fatto che dei 67 mediatori culturali previsti in pianta organica, in servizio in tutta Italia ce ne sono solo 3 (tre).

IL TASSO DI SOVRAFFOLLAMENTO – che «è diventato non solo una condizione degradante per l’internato ma anche un problema di salute pubblica», come fa notare Susanna Marietti – è oggi pari a 115% se si considerano i posti realmente disponibili (50.551), e deve ancora scendere. Per stare nella legalità ci vorrebbero almeno 8 mila detenuti in meno.

La buona notizia è che il capo del Dap Petralia ha annunciato che è finita l’era dell’edilizia penitenziaria e che si punta piuttosto all’«architettura carceraria». La cattiva notizia – come ha fatto notare il Garante Mauro Palma che presenterà la sua relazione al Parlamento il 15 giugno prossimo – è che il nuovo corso assomiglia molto al vecchio, perché «spesso il restauro architettonico degli istituti per ottenere un ampliamento degli spazi detentivi è a detrimento delle aree verdi, dei campi di calcio e degli spazi dedicati al trattamento dei detenuti».

Palma insiste poi in particolare sulle misure alternative di cui si parla molto ma senza agire di conseguenza (61.589 le persone che scontano una pena non detentiva, ma in carcere ci sono 19.040 detenuti con un residuo pena inferiore ai tre anni, dunque potenzialmente ammissibili a misure alternative). «Chiunque presenti un’ipotesi legislativa per potenziare le misure alternative – sottolinea il Garante – dica quanti soldi ci mette, quanto personale e come rafforza il tribunale di sorveglianza. Altrimenti taccia, è preferibile».

D’ALTRONDE la contraddizione è palese: se l’omicidio volontario è al minimo storico (271 casi nel 2020, -14% rispetto all’anno precedente), crescono invece le pene lunghe e aumenta il numero degli ergastolani (1.784, rispetto a 5 anni prima sono 560 in più; solo 112 stranieri). A questo proposito vale la pena ricordare che tra pochi giorni – il 23 marzo – la Consulta deciderà sulla costituzionalità dell’ergastolo ostativo e del divieto di concedere la liberazione a chi non collabora con la giustizia.

BEN 851 sono poi gli ultrasettantenni che rimangono in carcere, a fronte di 9.497 infra-trentenni. Da notare anche il dato delle persone sottoposte al carcere duro del 41 bis: 759, di cui 746 uomini e 13 donne. «Una crescita contenuta ma continua negli ultimi anni», fa notare Gonnella. Nel corso dell’anno scorso sono stati 25 i provvedimenti di prima applicazione del carcere duro, il 15% in meno rispetto al 2019.

Eppure il dato pare eccessivo perfino a Franco Mirabelli, capogruppo Pd nella commissione Antimafia: «L’istituto del 41 bis va difeso – scrive in una nota il vicepresidente dei senatori dem – è un istituto straordinario che ha funzionato e funziona. Ma pensare che in Italia ci siano oltre 700 capomafia da sottoporre a quel trattamento appare spropositato. L’eccessivo utilizzo del 41bis è certamente legato alla inefficienza delle attuali strutture di Alta Sicurezza».

VA DETTO PERÒ che è nelle celle di detenzione comune che si registra il maggior aumento di malattie psichiche, di episodi di autolesionismo (23,86 ogni 100 detenuti), e soprattutto di suicidi: 61 nel 2020, un numero tra i più alti degli ultimi venti anni. E sono sempre più giovani, i detenuti che si tolgono la vita: la media dell’anno scorso è stata di 39,6 anni.

Il totale dei morti è 154, di cui 18 di Covid, deceduti insieme a 10 poliziotti penitenziari. In un anno di pandemia non molta strada è stata fatta: da qualche giorno è cominciata la campagna vaccinale con circa mille reclusi e 5 mila agenti che, ad oggi, hanno ottenuto la prima dose. Ed è passato un anno anche da quelle rivolte scoppiate in alcune carceri in risposta alle prime restrizioni anti-Covid. Rivolte durante le quali – o subito dopo – sono morti 12 detenuti. In molti si chiedono ancora perché.

giovedì 11 marzo 2021

Ambiente: Non c’è più tempo per la Pianura Padana

dalla pagina https://www.pressenza.com/it/2021/03/ambiente-non-ce-piu-tempo-per-la-pianura-padana/

09.03.2021 Redazione Sebino Franciacorta

Riportiamo il Manifesto “Non c’è più tempo”, presentato in data 15 febbraio 2021 da Meuccio Berselli, segretario generale dell’Autorità di Bacino Distrettuale del fiume Po. Nonostante sia passato un mese dalla sua redazione è giusto farlo conoscere per le verità che descrive. Questi documenti vanno divulgati il più possibile per far prendere consapevolezza a tutt* della situazione che la nostra pianura ha vissuto e sta vivendo.

Qualità dell’aria, urge intervenire con un’ “Intesa per l’Ambiente”. La qualità dell’aria nella Pianura Padana è pessima. I risultato peggiore è dovuto alla mortalità per gli elevati valori di Pm 2,5; inoltre le aree metropolitane si confermano ai primi posti in Europa per biossido di azoto. Secondo uno studio condotto dal Barcelona Institute for Global Health (Isglobal), in collaborazione con i ricercatori del Swiss Tropical and Pubblic Health Institute (1Swiss Tph) e dell’Università di Utrecht, pubblicato su “The Lancet planetary health”, la più alta incidenza di mortalità legata all’esposizione di Pm 2,5 si registra nelle città della Pianura Padana, in Polonia e in Repubblica Ceca. Come già anticipato, i grandi centri urbani europei presentano concentrazioni enormi di biossido di azoto (NO2).

Lo studio suggerisce che se in tutte le città oggetto della ricerca venissero rispettate le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sulla qualità dell’aria, si potrebbero evitare (in Europa) circa 51.900 morti per Pm 2,5 e NO2. Secondo la classifica stilata dalla ricerca si scopre come nelle prime 30 posizioni ci siano ben 19 città del Nord Italia (64%).

Non c’è più tempo. Occorre pianificare da subito una strategia aggressiva di elevata sostenibilità; anche noi, come Autorità di Bacino Distrettuale del Fiume Po, siamo chiamati a una nuova responsabilità, siamo una tessera di un complesso mosaico in cui ognuno deve aggiungere il proprio importante contributo, fino a comporre un nuovo quadro di riferimento innovativo per le nostre Comunità. Questa nuova visione deve essere ispirata alla conoscenza, alla ricerca, alla tutela e al miglioramento ambientale. Le armi che possiamo mettere in campo nella pianificazione e nel recepimento delle direttive comunitarie ci consentono scelte audaci.

Non c’è più tempo. Nel Bacino del Fiume Po si trovano alcune centinaia di cave dismesse che potrebbero essere riutilizzate come superfici galleggianti per i pannelli fotovoltaici, producendo energia 100% green, trovando soluzioni di scambio sul posto con imprese altamente energivore, evitando di bruciare gas fossile e di immettere dai camini tonnellate di inquinanti. Questa rigenerazione fluviale potrebbe diventare una faccia bella e positiva della stessa medaglia in cui l’altra faccia, meno bella, è stata in passato quella di prelevare materiale prezioso (sabbie e ghiaie) in modo spesso discutibile.

Non c’è più tempo. Occorre investire nel miglioramento della qualità delle acque realizzando fito-depuratori, modificando la modalità di manutenzione del sistema dei Consorzi di Bonifica, mettendo a dimora sulle rive dei canali piante ed essenze “utili” ad immagazzinare CO2, migliorando quindi sia la biologia del corpo idrico dei canali stessi (agendo come fasce tampone per gli inquinanti diffusi nel suolo), sia la qualità dell’aria, riqualificando habitat e paesaggi.

Non c’è più tempo. Bisogna realizzare un diffuso e capillare investimento spinto alla gassificazione con pirolisi di impianti in cui il combustibile siano piante e arbusti. Gli impianti di arboricoltura (anche a ciclo breve) possono contribuire al miglioramento dei suoli, a un impatto positivo sulla qualità dell’aria e alla produzione di energia pulita. La pirolisi è una tecnica sostanzialmente differente dalla combustione diretta, un processo di trattamento utilizzabile per la conversione energetica di diversi materiali organici e garantisce rese elevate nella trasformazione di biomassa in energia, senza la produzione di idrocarburi aromatici policiclici, diossine, furani, PM10 e benzofurani. Essa ha un benefico impatto ambientale sulla gestione sostenibile del patrimonio boschivo e forestale (potrebbe essere utilissima nell’Appennino), migliorando così la capacità di assorbimento del carbonio atmosferico con ricadute benefiche per la sistemazione idraulica-forestale e per i terreni agrosilvo pastorali, garantendo così una benefica mitigazione anche del rischio idrogeologico dei bacini. La produzione di energia con pirolisi è un’avanguardia tecnologica che permette rendimenti maggiori, con possibilità di scambio sul posto dell’energia: da un lato si predilige un aspetto economicamente più vantaggioso per il rendimento della biomassa, dall’altro la presenza di impianti tecnologici innovativi rende il territorio un polo di attrazione per aziende innovative e per lavori qualificati.

Non c’è più tempo. Promuoviamo l’introduzione e la sperimentazione sull’idrogeno che potrebbe diventare un green business planetario; il Piano Nazionale Italiano Energia e Clima (PNIEC) costituisce le fondamenta del percorso di decarbonizzazione dell’Italia. Il piano delinea il ruolo anche dell’idrogeno nel raggiungimento degli obiettivi comunitari (riduzione CO2 del 40% entro il 2030) in diversi settori energetici: nei trasporti con camion e treni a celle a combustibile, come vettore energetico e combustibile alternativo alle fonti fossili sia esso “verde” (prodotto con energia elettrica da fonti rinnovabili, sia “blu”, prodotto con processo industriale di riutilizzo di CO2. Ad esempio la lettera di intenti tra Tenaris, Snam ed Edison prevede che il progetto di decarbonizzazione dell’acciaieria di Dalmine (di Tenaris) con l’introduzione di idrogeno verde per alcuni processi produttivi sia già un primo passo in quel percorso.

Non c’è più tempo. Serve una nuova strategia economica e politica per trovare la modalità di trasportare le merci sul Grande Fiume. L’uso commerciale della nostra principale via d’acqua potrebbe diventare una leva per ridurre gli impatti legati alla logistica, ai costi e ai pericoli legati alle manutenzioni stradali ordinarie e straordinarie e alla sicurezza (ambientale e stradale) di interi territori.

Non c’è più tempo. Bisogna ricondurre gli investimenti a un livello di pianificazione in cui il goal sia l’ecosistema e trovare investimenti che, ispirati alla sostenibilità, possano garantire la giusta redditività agli investitori. I finanziamenti ci sono, i percorsi virtuosi sono sostenuti dai fondi europei, dalle banche e dalla nostra coscienza. Finalmente il piano per mettere a dimora migliaia di piante è partito e ognuno di noi è chiamato in causa. La nostra educazione e il nostro senso civico devono portarci a modificare i comportamenti legati alla mobilità, promuovendo parallelamente un grande investimento sui giovani, sulle loro abilità e sui loro talenti per invertire la direzione. Servono progetti concreti e dove ci sono occorre che abbiano la necessaria attenzione e priorità.

Fonte: https://adbpo.gov.it/wp-content/uploads/2021/02/ADBPo_Manifesto_-_NON_CE_PIU_TEMPO.pdf