martedì 9 marzo 2021

Tre economiste innovatrici

dalla pagina https://www.pressenza.com/it/2021/03/tre-economiste-innovatrici/

Fiorella Carollo

(Foto di Gerd Altmann from Pixabay)

Oggi nel mondo sono in atto degli esperimenti a livello politico ed economico che avrebbero bisogno della massima attenzione e considerazione. Da una parte la ragione per cui non hanno ricevuto la dovuta attenzione è da imputarsi all’interesse di mantenere lo status quo, dall’altra mi chiedo se la ragione non sia perché hanno come protagoniste delle donne, da una parte le economiste e dall’altra le politiche. 

Le tre economiste in oggetto sono Esther Duflo, Julia Steinberger e Kate Rawhorth i fatti in oggetto sono: il 20 aprile 2020 la sindaca di Amsterdam stringe un accordo con l’economista Kate Raworth per conformare le nuove politiche economiche a quelle dell’economista britannica. L’altro fatto è in corso da quattro anni in Nuova Zelanda da quando nel 2016 è stata eletta la prima ministra Jacinda Ardern, la più giovane prima ministra mai nominata nel mondo, la quale ha dichiarato che le politiche e i bilanci della Nuova Zelanda non si sarebbero più uniformate al principio della crescita economica ma bensì ad assicurarsi il benessere nella qualità della vita dei suoi cittadini. Se questi due esperimenti dovessero funzionare cioè se fra qualche anno i dati raccolti dimostreranno che effettivamente le emissioni di CO2 sono diminuite in Olanda e questo non ha comportato alcuna recessione economica e che in Nuova Zelanda l’economia sia riuscita a “prosperare senza crescita” beh a quel punto i sostenitori della crescita a oltranza avrebbero dei dati su cui riflettere.

Da quando ho pubblicato il mio libro “Extinction Rebellion e la rivoluzione ambientale”1 ne parlo con le persone e ho notato che quando affronto criticamente l’argomento “economia” le persone reagiscono come se toccassi una vacca sacra. Mi rendo conto che molti hanno paura di perdere i privilegi e il benessere economico che hanno grazie all’economia, a questa economia. Personalmente, sono d’accordo con quanti dicono che l’economia è troppo importante per lasciarla solo agli economisti. Non dobbiamo sentirci impotenti perché non siamo laureate in economia! Quello che è importante è usare il proprio buon senso e documentarsi costantemente, diventare cittadine partecipi del nostro sistema democratico.

Alla fin fine penso che molto si riduca alla necessità di educare le persone ad una nuova prospettiva sociale, di stimolare il dibattito su un’economia più giusta per tutti, sulla necessità di reclamare un sistema economico diverso che pone al centro non più gli interessi del 1% della popolazione mondiale ma bensì la salute, l’interesse di tutti. Alle persone che temono una economia diversa perché temono di perdere i loro privilegi, dico loro che un’economia che mette in primis il benessere di tutti i cittadini e la loro salute, che vuole tutelare i lavoratori nella transizione alle energie rinnovabili e che vuole rispettare l’ambiente, significherà vivere in una società dove le tensioni sociali, la violenza, la povertà, il crimine saranno alquanto ridimensionate se non scomparse e questo inevitabilmente porterà una qualità di vita migliore per tutti. Allora forse questo è uno scambio che può essere equo per quelle persone benestanti che hanno timore di guardare a un’economia diversa da quella neoliberista.

Le economiste

Esther Duflo, 37enne è in assoluto la più giovane persona ad aver ricevuto un Nobel, l’ha ricevuto per l’economia assieme al marito A. Banerjee, e a un collega del M.I.T. M. Kramer dove insegnano economia dello sviluppo. Esther Duflo assieme al marito ha scritto un libro di grande interesse “Una buona economia in tempi difficili”. Da anni portano avanti progetti nei paesi non industrializzati partendo, non da una ricetta economica che vogliono mettere in atto, come di solito ha fatto la Banca Mondiale in questi decenni per affrontare e sradicare la povertà, ma al contrario partono dal “metodo sperimentale” quello che si usa in medicina e in generale nelle scienze per testare la validità di un farmaco o di un metodo, di una nuova sperimentazione. Al M.I.T. hanno un laboratorio dove insegnano a 200 sperimentatori in tutto il mondo come testare i programmi per affrontare la povertà. A questo progetto si è affiliata anche la Bocconi. Il metodo schematicamente consiste nel a) andare sul luogo per verificare qual è la situazione, b) ascoltare le richieste di quella popolazione, dall’aprire una scuola, costruire un acquedotto, introdurre il vaccino anti-malaria, oppure mettere le zanzariere alle finestre, c) per implementare queste richieste adottano due progetti pilota in due villaggi diversi per poter comparare i risultati e vedere che cosa funziona e che cosa non funziona e poter poi adottare il progetto modificato e funzionante. Io credo non sia un caso se il comitato svedese abbia scelto questo trio di economisti; evidentemente vuole dare un segnale alle scelte economiche perché si indirizzino verso posizioni opposte rispetto a quelle che sono state adottate in questi ultimi 50 anni. E vuole anche dare un segnale perché i governi si muovano in modo efficace nell’affrontare il problema della povertà che oggi è anche delle economie più industrializzate come conseguenza delle politiche neoliberiste degli ultimi trent’anni.

Queste politiche sono state avviate nella seconda metà degli anni ‘80 quando le grandi compagnie, le multinazionali sono riuscite a convincere i governi a adottare delle politiche liberiste che comportano da una parte pochissime tasse e dall’altra la circolazione delle merci in tutto il globo e la loro produzione dislocata, con la promessa che questo avrebbe portato dei benefici a tutti. Questa vera e propria rivoluzione ha preso piede grazie alla Thatcher in Inghilterra e Reagan negli Stati Uniti. È vero che questa liberalizzazione delle merci ha portato benefici per tutti? Le tre economiste di cui vi voglio parlare lo confutano con dati alla mano.

Julia Steinberger2, 47enne, economista ecologica, professoressa all’università di Losanna, studia per trovare vie d’accordo tra le esigenze dei mercati e quelli dell’ecologia. E’ figlia di un premio Nobel per la fisica.

L’attuale sistema economico produce ricchezza a spese del pianeta senza riguardo per i rifiuti tossici che produce, senza riguardo per lo sfruttamento delle risorse naturali, e senza riguardo per gli effetti che hanno le attività estrattive. Il nostro sistema economico produce ricchezza a spese delle lavoratrici e dei lavoratori gli stipendi sono bloccati da più di vent’anni mentre il costo della vita non è certo rimasto quello di vent’anni fa. Questo sistema economico produce ricchezza a spese della salute dei cittadini, la pandemia ha reso evidente a tutti noi, anche a quelli che non volevano crederci, quanto questo sia vero.

Critica alla crescita

Le critiche alla crescita ad ogni costo non sono nuove anzi hanno iniziato qualche decennio fa e sono diventate progressivamente sempre più numerose da isolate che erano però non hanno mai fatto parte della “conversazione” ora invece che la pandemia ha fatto saltare delle certezze e si rende necessario un nuovo assetto economico queste proposte incominciano diventare parte della conversazione mainstream.

Julia Steinberger afferma che la prima ragione per cui le nostre economie sono ossessionate con la crescita è perché i politici non avranno mai il coraggio di adottare politiche che non si uniformino a bilanci che devono crescere di anno in anno nessuno di loro vuole chiamarsi fuori dalla competizione.

Per dirla in parole semplici i governi vedono la loro reputazione legata alla reputazione della loro economia: se abbandoni la crescita economica come obiettivo politico ti stai letteralmente togliendo dal club delle paesi che contano.
I governi focalizzati alla crescita non sono necessariamente malintenzionati suppongono che la crescita economica permetta a loro  di avere i soldi per portar avanti obiettivi come il benessere sociale, attuare delle riforme per affrontare la crisi climatica eccetera.  Infatti, anche Duflo e Banerjee in un recente saggio per il Ministero degli Esteri, notavano che dal 1990 il numero delle persone che vivono con meno di un dollaro e 90 al giorno, la definizione di povertà estrema secondo la banca mondiale, è sceso da 2 miliardi a circa 700 milioni. “Oltre ad aumentare il reddito delle persone l’espansione regolare del PIL ha permesso ai governi di spendere di più per le scuole, gli ospedali, le medicine e trasferire reddito ai poveri”. Tuttavia, quando i benefici della crescita sono principalmente acquisiti da una elite, avvertono, il disastro sociale può esserne la conseguenza.

La politica della crescita ad ogni costo, ha portato a risultati malsani.  Un esempio lo abbiamo proprio in questi tempi di pandemia: i governi all’inizio della pandemia si sono rifiutati di attuare delle veloci misure per contenere la diffusione, come vietare gli spostamenti aerei, vietare grandi eventi, chiudere scuole e i posti di ritrovo. I governi hanno dichiarato che non potevano attuare queste misure preventive perché sarebbe andato a scapito della economia dicendo questo hanno apertamente affermato che il primato non è la salute dei cittadini.

Le alternative positive non vengono prese in considerazione perché la crescita viene propagandata come il mito fondante necessario e benefico per tutti. Nella realtà sta diventando sempre più evidente negli ultimi 20 anni come i benefici non sono assolutamente per tutti, si stanno assottigliando sempre più le schiere dei beneficiari, con la perdita della classe media e il suo impoverimento generale.  La crescita non è una panacea contro la povertà al contrario ci distrae dal prendere misure e che sarebbero veramente efficaci per eliminare la povertà, come ad esempio, il reddito di base universale che farebbero da cuscinetto alle crisi economiche e alla transizione ecologica.  L’imperativo della crescita ha reso il mercato potente tale da sostituire le azioni del governo mentre invece abbiamo bisogno di uno stato, e la pandemia l’ha dimostrato, che sia sempre più presente per attutire gli effetti della crisi.

Kate Raworth britannica, 51enne, come vedete sono tutte donne giovani, si è formata ad Oxford dove ancora insegna, oltre a Cambridge, il suo libro del 2017 dal titolo provocatorio “L’economia della ciambella. Sette mosse per pensare come un economista del ventunesimo secolo” ha avuto molta attenzione.

Già da tempo il modello di crescita è messo sotto accusa da due economisti premi Nobel, Joseph Stiglitz e Amartya Sen, ma Kate Raworth fa un passo in avanti e propone un modello alternativo di economia che prende in considerazione l’emergenza climatica. Le politiche economiche che noi abbiamo correntemente vedono i governi dare sussidi alle energie del fossile alle loro industrie, in realtà quello che sarebbe giusto accadesse è che prima di varare una legge un bilancio si dovrebbe prendere in considerazione gli effetti che quella operazione/sovvenzione ha sull’ambiente; perché l’acidificazione degli oceani deve essere tenuta in considerazione quando immetto più floro, più fosforo nelle acque degli oceani o dei fiumi. Se devo sovvenzionare un progetto per un’industria estrattiva devo tenere in considerazione quanto CO2 in più sto immettendo nell’atmosfera. Con il trattato di Parigi del 2015 i governi di 190 nazioni del mondo industrializzato si sono impegnate a mantenere il tasso di inquinamento atmosferico dell’anidride carbonica [in modo da limitare l'aumento della temperatura media globale] sotto i 2°, se vogliamo che questo si traduca in realtà, ogni azione deve essere monitorata, tenendo presente questi limiti.

Chi ha deciso di dare ascolto a Kate Raworth è la sindaca di Amsterdam la quale il 20 aprile dell’anno scorso, quindi non solo in piena pandemia ma anche in pieno lockdown, ha stretto un accordo per cui da quel momento la città di Amsterdam avrebbe uniformato le sue politiche al progetto economico di Kate che chiede da una parte, di tenere in considerazione i limiti ambientali nelle scelte economiche, e dall’altra di tenere in considerazione i diritti dei cittadini di avere una casa, un reddito, accesso alle cure sanitarie, all’educazione, al tempo libero, al benessere fisico e psicologico.

Non è un caso, a mio avviso, che proprio la città di Amsterdam abbia fatto questo cambio di rotta significativo perché c’è un precedente. Cinque anni prima un’associazione ambientalista olandese Urgenda- anche questa ha per presidente una donna- ha intentato una causa allo stato sulla base che il governo deve prendersi cura dei suoi cittadini ma continuando a sovvenzionare le industrie estrattive e quindi continuando ad aumentare la percentuale di anidride carbonica nell’atmosfera non lo stava facendo. Dopo tre udienze in appello, l’ultima e definitiva nel dicembre del 2019, il giudice dava ragione all’associazione Urgenda a cui nel frattempo si erano unite anche altre associazioni. Ma il giudice ha fatto una cosa ancora più grande cioè ha obbligato il governo a porre rimedio entro il dicembre 2020. I politici si sono ritrovati con appena un anno di tempo per ridurre l’emissione di CO2. A questo punto cosa hanno fatto? Si sono rivolti al loro nemico, l’associazione Urgenda, che ha contattato 800 associazioni del territorio chiedendo di approntare un piano. Cioè i politici si sono rivolti alla società civile e si sono rivolti a quelle associazioni che lavorano sul territorio perché sono quelle che hanno la mano in pasta con i problemi e le realtà oggettive. A mio avviso questo è l’antefatto che spiega perché la città di Amsterdam abbia adottato un cambiamento di rotta nella direzione della giustizia e dell’ambiente.

Ho voluto scrivere di queste tre economiste per farvi sapere che anche se non appaiono nei nostri talk show, non le trovate citate negli articoli dei nostri quotidiani, sono comunque di tutto rispetto. Seguiamole, leggiamo i loro libri, monitoriamo i loro sviluppi, partecipiamo al cambiamento necessario del nostro sistema economico studiando le economiste che lo meritano.

1# Fiorella Carollo, Extinction Rebellion e la rivoluzione ambientale 2019, Multimage

2# Fonti https://www.opendemocracy.net/en/oureconomy/pandenomics-story-life-versus-growth/


lunedì 8 marzo 2021

Donne che costruiscono il futuro: Vandana Shiva

dalla pagina https://www.pressenza.com/it/2021/03/donne-che-costruiscono-il-futuro-vandana-shiva/

Trascrizione dell’intervista

Juana Perez, Pressenza

Benvenuta a Pressenza, benvenuta a “Donne che costruiscono il futuro”, benvenuta a casa, Vandana. Molte grazie per la tua presenza qui con noi. Amiche e amici, come potete vedere siamo con Vandana Shiva, nota pensatrice e scrittrice, fisica, attivista, eco-femminista, con milioni di persone che seguono le sue proposte in tutto il pianeta. Parleremo dei progetti in cui si è impegnata e continua a impegnarsi. Lavora con la base sociale, con organizzazioni, ma anche con governi. Ha affrontato il potere denunciando grandi compagnie. E’ difficile elencare tutto quello che hai costruito, però per sintetizzarlo in qualche modo mi piacerebbe che ci raccontassi che cosa hanno in comune tutte le cause che difendi.

Tutto ciò su cui lavoro viene dal mio amore per la vita e dall’amore per la libertà, qualunque cosa sia, che sia la protezione dei semi o lo stare con le mie sorelle contadine a difendere la terra, il territorio, il suolo. Tutto ha a che fare con la difesa della vita da un luogo d’amore o con la difesa della libertà da un luogo di resistenza contro la mancanza di libertà.

Tu parli della decolonizzazione, dell’ecofemminimo, del patriarcato capitalista e della decolonizzazione della natura, delle donne e del futuro.

Se ci pensi, gli stessi processi di colonizzazione, ossia il progetto del patriarcato capitalista, colonizzano la natura, trasformano la terra da un bene comune a una proprietà privata, trasformano i semi da bene comune a proprietà intellettuale, trasformano le persone da esseri umani autonomi in utenti di algoritmi e macchine. L’appropriazione dei beni comuni è al centro della colonizzazione e la colonizzazione della natura è molto legata a quella della donna. Nello stesso modo in cui la Madre Terra è diventata sterile, la donna come creatura autonoma, produttiva, creativa, che sosteneva e sostiene attualmente l’economia e la società è diventata un corpo vuoto, un oggetto da sfruttare. Tutto il lavoro che facciamo, tutta la creatività e la conoscenza che abbiamo è stata trasformata in non-conoscenza, in non-lavoro, ma il processo stesso di colonizzazione della natura e delle donne ha minato le basi stesse della vita.

Quando sfruttate un fiume e lo sovrasfruttate lo state uccidendo e quel fiume è l’acqua della gente di oggi e della gente di domani, quando per avidità e cecità bruciate combustibili fossili, usate pesticidi nell’agricoltura e generate il 50% in più dei gas serra che promuovono il riscaldamento globale, state rubando il futuro delle nuove generazioni. Per questo la gioventù è molto consapevole della crisi climatica e abbiamo movimenti come Fridays For Future. Ma ciò che manca ancora è l’interconnessione di queste tre colonizzazioni. Il giorno in cui l’umanità si sveglierà e lo capirà, il potere della terra, il potere delle persone sarà un potere creativo, completamente impossibile da fermare.

Torneremo su questo punto. Nella prima risposta dicevi che tutto quello su cui lavori viene da te, dalla tua difesa della vita. Ci sono state esperienze concrete, interne, di rapporti con la gente, nella tua azione, che ti hanno portato all’attivismo, all’impegno per la vita, qualcosa che ti ha cambiato in un certo momento e ti ha spinto a impegnarti con diversi movimenti?

La mia formazione di base è come fisica, ho fatto un dottorato in teoria quantistica, quindi la mia formazione intellettuale ha a che fare con la non separazione, con l’idea che tutto è interconnesso. Ha a che fare con il potenziale; l’idea che le donne siano biologicamente inferiori è stata creata dal patriarcato capitalista. Le donne dovrebbero essere agenti importanti nell’economia, nella democrazia, nella cultura, nella politica, per questo la non separazione dei diversi potenziali fa parte della mia educazione.

Il mio coinvolgimento nei temi ecologici, la consapevolezza della violenza del patriarcato capitalista e la creazione di una filosofia che riconosce che la natura e le donne sono creative, tutto questo è cominciato con un’esperienza personale. Stavo partendo per il Canada per il mio dottorato di ricerca. Mio padre era stato una guardia forestale e io le ho visitato per tutta la mia infanzia; un particolare bosco di querce era scomparso e un fiume che veniva da questa antica foresta era diventato un rivolo, solo poche gocce d’acqua. Mi sentivo come se mi avessero tagliato un braccio perché ero cresciuta là e questo mi turbava molto. Ho iniziato a parlarne e quando sono tornata a Delhi ho saputo di questo nuovo movimento di Chipko, nella mia zona. Stavo andando in Canada, ma mi sono impegnata a tornare nelle vacanze e a fare volontariato con questo movimento. Ho poi fatto il mio dottorato di ricerca in teoria quantica all’Università dell’Ontario, in Canada, ma ho fatto un dottorato sull’ambientalismo e l’attivismo ecologista all’Università di Chipko, nelle montagne della mia regione. Questo è ciò che ha formato il mio impegno di attivista per l’ambiente e nel rimanere sempre informata. Dovunque avvenisse una distruzione ecologica, erano le donne a sollevarsi e non perché i loro geni dicevano di essere più vicine alla natura, ma perché erano state lasciate a prendersi cura delle cose basilari, a fornire cibo e carburante e acqua e tutte quelle cose che non sono considerate lavoro, che non sono considerate parte dell’economia. Quindi avevano ricevuto il compito di prendersi cura di queste cose di base di cui si ha bisogno e sono diventate esperte di sostenibilità, ecologia, sopravvivenza.

Un altro grande cambiamento è avvenuto nel 1984, quando in India si sono verificati due eventi molto violenti. Una è stata una rivolta contadina nello stato del Punjab, dove la rivoluzione verde è stata introdotta per la prima volta nel terzo mondo. Fino ad allora era presente solo nel primo mondo industrializzato.

Ma questa rivoluzione verde, come è stata chiamata, non era rivoluzionaria e non era verde, era semplicemente violenta, era una tecnologia militare introdotta nell’agricoltura, che ha rovinato lo stato del Punjab. Per questo c’è stata una rivolta dei contadini. Lo stesso anno nella città di Bhopal nella stessa azienda che aveva introdotto questi pesticidi c’è stata una fuoriuscita di gas letale e sono morte migliaia di persone. Stavo lavorando in quel periodo con l’Università delle Nazioni Unite, in un programma sulla pace e la trasformazione globale con un particolare focus sul consumo delle risorse e ho detto: “Ehi, qui sta succedendo qualcosa”. Così ho scritto un libro sulla rivoluzione verde o la violenza della rivoluzione verde, perché per me la conoscenza non è una carriera, per me la ricerca non è aggiungere un’altra pubblicazione al mio curriculum. La conoscenza è una guida per l’azione; se sappiamo che qualcosa è sbagliato allora faremo di tutto per impedire che quel male continui, sia attraverso la conoscenza che attraverso l’azione. Per questo mi sono impegnata a continuare la ricerca sulla violenza del cartello dei veleni e dell’agricoltura industriale. E così sono diventata un’esperta di questo argomento, proprio per evitare quel danno e dall’84 mi sono impegnata a promuovere un’agricoltura senza violenza. Come risultato di questo lavoro nel 1987 sono stata invitata a una riunione in cui il cartello dei veleni voleva appropriarsi dei semi. Volevano un trattato globale per imporre questo al mondo.  E così ho iniziato a difendere i semi.

Dunque ognuno dei miei grandi cambiamenti è stato innescato da una grande ingiustizia e una grande violenza contro la terra e contro le persone, soprattutto le donne.

Abbiamo parlato di cause, di movimenti. Quando queste cause si uniranno saremo in un’altra situazione. Si stanno formando molte reti in tutto il mondo, ma a tuo parere di cosa abbiamo bisogno per generare la massa critica sufficiente a cambiare la direzione degli eventi a livello globale? Che cosa dobbiamo introdurre perché questo avvenga? Come possiamo contribuire perché arrivi questo momento?

Come ho detto ho iniziato il mio lavoro con l’ecologia dopo Chipko nei primi anni 70; il mio lavoro intellettuale è naturalmente molto più vecchio e la mia storia femminista è iniziata dal momento in cui sono nata. Ho avuto la fortuna di avere dei genitori meravigliosi e una madre femminista meravigliosa ancora prima che il termine fosse introdotto nel vocabolario. Abbiamo delle debolezze. Il colonialismo e la sua espressione come patriarcato capitalista ha generato concentrazione di potere, avidità, ricerca del profitto e dominazione nei confronti delle donne, ma questo è anche legato all’antropocentrismo. L’idea che gli esseri umani siano superiori alle altre specie è legata a quello che io chiamo apartheid ecologico, alla separazione dalla natura.

Allo stesso tempo gli stessi processi hanno creato un nuovo razzismo, secondo cui le persone di colore sono inferiori ai bianchi perché il colonialismo doveva essere giustificato con la superiorità di una certa pelle, quella bianca, di una religione, il cristianesimo, di un genere, gli uomini. Tutto questo era un pacchetto. Quando lo guardiamo come un sistema si tratta di un unico pacchetto. I movimenti sono sorti nel tempo concentrandosi su diversi aspetti di questa entità comune, ma si tratta di una guerra contro la vita, contro l’autonomia e l’auto-organizzazione, una guerra contro la diversità.

Tutti questi aspetti erano interconnessi con la causa e la forma alla radice, ossia il colonialismo e il patriarcato capitalista. Le forze trainanti erano l’avidità e l’estrazione e la generazione di profitto in qualsiasi modo e con qualsiasi mezzo; così hanno creato narrazioni per giustificare il loro sfruttamento come una missione civilizzatrice, dicendo, no, non vi stiamo sfruttando, vi stiamo civilizzando, senza di noi siete dei barbari, siete dei primitivi, siete inferiori. E questa narrazione ha rotto e frammentato i movimenti. Così abbiamo il movimento Black Lives Matter, il movimento delle donne e poi abbiamo i Fridays for Future. Abbiamo un movimento per i diritti della Madre Terra totalmente separato dalla giustizia di genere, dall’antirazzismo e dall’interesse delle generazioni future, quindi cosa dobbiamo fare ora che sappiamo che abbiamo una finestra di dieci anni per la transizione? Sappiamo che se nei prossimi dieci anni non produrremo un cambiamento, ci distruggeremo, distruggeremo le condizioni per la vita umana sulla terra, proprio come abbiamo fatto con altre specie. E questa non è un’ipotesi, è estrapolazione: ciò è stato fatto ad altre specie e ad altre culture, gli ecocidi di specie diverse, i genocidi dei popoli nativi sono tutti qui, il femminicidio delle donne, sono lì. Così per quelli che parlano di scienza basata sull’evidenza, questa è l’evidenza, la scienza basata sull’evidenza; siamo sulla strada del collasso e dell’estinzione, ma loro pensano di essere così superiori da poter scappare su Marte in qualche modo e sopravvivere mentre rovinano questo pianeta.

Quindi, prima dobbiamo svegliarci rispetto a questa finestra di dieci anni, poi svegliarci sulla radice comune delle ingiustizie, non le diverse espressioni, ma le radici che sono comuni. La prima cosa che dobbiamo fare è renderci conto che abbiamo la creatività, abbiamo il potere creativo di fare il cambiamento che vogliamo vedere, non dobbiamo aspettare che qualcuno venga a dirci: svegliati! No, il risveglio viene da dentro, questo è un potere che è dentro di noi e la separazione è stata imposta. La non separazione è la realtà della nostra vita, la nostra non separazione dalla natura, la nostra non separazione come esseri umani e la nostra non separazione con le altre generazioni.

Questa è una legge come le leggi di non separazione della teoria quantistica; dobbiamo capire anche la teoria quantistica dell’unità tra la specie umana e le altre specie e all’interno della stessa specie umana. Una volta che cambiamo questa consapevolezza si aprono tutti i tipi di possibilità e di nuovo lo dico sulla base della scienza basata sull’evidenza. E abbiamo già visto che salvando un solo seme abbiamo un intero sistema che può risolvere i problemi climatici, affrontare quelli del suolo e le catastrofi sanitarie, che non crea pandemie come questa tecnologia agricola invasiva, che con gli OGM si infiltra ovunque in Amazzonia.  Ci può dare una buona salute e creare giustizia a ogni livello… E’ tutto fattibile, sta nella nostra storia; per questo i popoli indigeni devono essere ponti importanti verso il futuro.

Ha a che fare con quelle donne che nonostante difficoltà e problemi continuano a guidare le generazioni verso il futuro. Dunque le donne devono essere a capo di questa transizione. Dobbiamo renderci conto che siamo una cosa sola, con la natura, come umanità e abbiamo una vita comune, come umanità e come pianeta. Questo risveglio apre finestre che sono state chiuse dal patriarcato capitalista e ci impediscono di muoverci, ci impediscono di cambiare, ci impediscono di essere agenti di cambiamento.

Vuoi aggiungere qualche altro elemento tangibile o intangibile che ci aiuti a costruire il futuro nonviolento a cui aspiriamo?

Tutto il mio attivismo, come ho già detto, è iniziato a Chipko e tutte le mie azioni sono state ispirate dalla nonviolenza contro le forze della violenza; per esempio le forze della violenza che hanno distrutto l’agricoltura nel Punjab con la rivoluzione verde, le forze della violenza dei pesticidi dello stabilimento della Union Carbide, le forze della violenza della Monsanto che voleva appropriarsi dei semi.

Quindi ci sono tre lezioni che ho sperimentato e imparato. La prima è l’auto-organizzazione. Dobbiamo renderci conto che siamo esseri autonomi, non siamo oggetti e come esseri auto-organizzati e come soggetti autonomi siamo connessi agli altri nella mutualità. Siamo autonomi ma interconnessi, siamo auto-organizzati ma diversi e vedendo questo allora l’auto-organizzazione diventa sia un diritto che un dovere e comincia a formare politiche diverse. Ovunque nel mondo il voto è diventato una crisi, perché il voto è stato sequestrato dal denaro. E i governi invece di essere della gente e per la gente dovunque lavorano per le multinazionali o per i milionari. Allora la rappresentanza democratica è un fallimento della terra e dell’umanità, non sta dalla parte del popolo; abbiamo bisogno di una democrazia molto più partecipativa. E questa viene da tutti quelli che si rendono conto che possono fare la differenza. Non dobbiamo aspettare quelli che abbiamo eletto, perché oggi l’influenza che abbiamo attraverso il voto è molto piccola rispetto alle grandi lobby. Dunque dobbiamo essere il cambiamento nel luogo dove stiamo.

Poi, in secondo luogo, la globalizzazione degli ultimi trent’anni è stata una ricolonizzazione e se guardiamo le cifre delle emissioni di gas serra, se guardiamo l’estinzione delle specie, la crisi dell’acqua, la crisi dei rifugiati, questi ultimi trent’anni sono stati devastanti per la società e il pianeta, quindi dobbiamo ri-localizzare l’economia e ri-ecologizzare l’economia. Io questo lo chiamo creare un’economia della vita.

Il terzo punto è il potere della coscienza, il potere della verità. Molte persone si sentono impotenti quando i governi al servizio delle multinazionali fanno leggi per togliere le libertà. E poi dicono: bene, cosa facciamo adesso? Gli inglesi hanno cercato di farlo in Sudafrica, in India, di rendere illegale per noi, per esempio, produrre il nostro sale dalla nostra acqua e dal nostro mare. Avevano il monopolio del sale. Gandhi è andato sulla spiaggia e ha detto: “La natura ce l’ha dato gratis. Ne abbiamo bisogno per la nostra sopravvivenza. Continueremo a fare il sale e non obbediremo alle vostre leggi”. E questo è stato chiamato “la forza della verità”. Questo mi ha ispirato. Così quando ho visto che le Monsanto del mondo volevano possedere i semi, noi abbiamo detto: “Voi non avete inventato i semi, quella è la vita. Noi salveremo i semi e non accetteremo leggi che rendano illegale la loro condivisione, perché questo è il nostro dovere verso la terra, verso noi stessi e verso le generazioni future”. Non accettare l’ingiustizia e le leggi brutali è la massima espressione dell’umanità ed è la massima espressione della nostra libertà.

Traduzione dall’inglese di Anna Polo e Thomas Schmid


sabato 6 marzo 2021

Iraq, il Papa alle autorità: tacciano le armi, è l'ora di cooperare in armonia

dalla pagina https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2021-03/papa-francesco-viaggio-iraq-discorso-autorita-baghdad-presidente.html

Nel primo discorso in Iraq, nel palazzo presidenziale di Baghdad, Francesco chiede la fine di “violenze, estremismi, fazioni e intolleranze”, perché dopo guerre e pandemia il futuro del Paese sia costruito sui diritti garantiti a tutti i cittadini: "Nessuno sia considerato cittadino di seconda classe"


Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

Nell’Iraq culla delle grandi religioni, Ebraismo, Cristianesimo e Islam, “Tacciano le armi!”, basta “violenze, estremismi, fazioni e intolleranze”, e le differenze, invece di “dar luogo a conflitti”, cooperino “in armonia nella vita civile”. Papa Francesco, nel primo discorso di una visita “a lungo attesa e desiderata”, a 150 rappresentanti delle autorità irachene, società civile, e corpo diplomatico, nel salone del palazzo presidenziale di Baghdad, ribadisce i grandi temi del Documento sulla fratellanza umana di Abu Dhabi, della più recente enciclica Fratelli tutti, per “costruire il futuro” del Paese, dopo guerre e pandemia, “più su quanto ci unisce che su quanto ci divide”.

Incoraggiamento ai cristiani per la loro testimonianza

Il Papa, accolto dal volo di decine di colombe nel grande piazzale del "Palazzo della Repubblica", prende la parola dopo il presidente iracheno Barham Ahmed Salih Qassim, e ricorda come in Iraq sia nata la civiltà “strettamente legata, attraverso il Patriarca Abramo e numerosi profeti, alla storia della salvezza”. Nel salutare tutti i presenti, sottolinea prima di tutto, di venire “come pellegrino” per incoraggiare pastori, religiosi e fedeli della Chiesa Cattolica “nella loro testimonianza di fede, speranza e carità in mezzo alla società irachena”.

A tutte le fedi: camminare insieme da fratelli e sorelle

Rivolto poi ai rappresentanti delle altre Chiese e comunità ecclesiali cristiane, dell’Islam e delle altre tradizioni religiose, Francesco auspica che “Dio ci conceda di camminare insieme, come fratelli e sorelle”, nella “forte convinzione”, ribadisce, citando il Documento sulla fratellanza, “che i veri insegnamenti delle religioni invitano a restare ancorati ai valori della pace, della reciproca conoscenza, della fratellanza umana e della convivenza comune”.

Pandemia: impegno comune, dai vaccini per tutti

Il Pontefice ricorda poi la lotta mondiale contro la crisi della pandemia da Covid-19, “che non ha solo colpito la salute di tante persone, ma ha anche provocato il deterioramento di condizioni sociali ed economiche già segnate da fragilità e instabilità”. Una crisi che richiede “sforzi comuni” per i “tanti passi necessari”, come “un’equa distribuzione dei vaccini per tutti”. E citando la Fratelli tutti, ribadisce la necessità di “ripensare i nostri stili di vita, il senso della nostra esistenza” per “uscire da questo tempo di prova migliori di come eravamo prima” e “costruire il futuro più su quanto ci unisce che su quanto ci divide”.

Guerre e terrorismo portati dal fondamentalismo

Guarda poi alle sofferenze dell’Iraq, Papa Francesco, che, negli scorsi decenni, “ha patito i disastri delle guerre, il flagello del terrorismo e conflitti settari” spesso causati da “un fondamentalismo” che non accetta “la pacifica coesistenza di vari gruppi etnici e religiosi, di idee e culture diverse”. Ai frutti avvelenati di “morte, distruzione, macerie tuttora visibili”, si aggiungono le “ferite dei cuori di tante persone e comunità, che avranno bisogno di anni per guarire”. Il Papa ricorda il dramma degli yazidi, vittime innocenti “di insensata e disumana barbarie”, “perseguitati e uccisi” per la loro appartenenza religiosa, mettendo a rischio la loro “stessa identità e sopravvivenza”.

"La diversità è una risorsa, non un ostacolo da eliminare"

L’invito pressante di Francesco è a riuscire “a guardarci tra noi, con le nostre differenze, come membri della stessa famiglia umana”, unico modo per poter “avviare un effettivo processo di ricostruzione e lasciare alle future generazioni un mondo migliore, più giusto e più umano”.

A questo riguardo, la diversità religiosa, culturale ed etnica, che ha caratterizzato la società irachena per millenni, è una preziosa risorsa a cui attingere, non un ostacolo da eliminare. Oggi l’Iraq è chiamato a mostrare a tutti, specialmente in Medio Oriente, che le differenze, anziché dar luogo a conflitti, devono cooperare in armonia nella vita civile.

A tutte le comunità religiose "rispetto, diritti e protezione"

Il Pontefice chiarisce quindi che “la coesistenza fraterna ha bisogno del dialogo paziente e sincero, tutelato dalla giustizia e dal rispetto del diritto” e questo richiede l’impegno di tutti “per superare rivalità e contrapposizioni, e parlarsi” a partire dall’identità più profonda e comune “quella di figli dell’unico Dio e Creatore”, come sottolineava il Concilio Vaticano II. E qui Papa Francesco ricorda che la Santa Sede continua ad appellarsi alle autorità, in Iraq come altrove “perché concedano a tutte le comunità religiose riconoscimento, rispetto, diritti e protezione”. Apprezza gli sforzi che il Governo iracheno ha già intrapreso e si augura che “proseguano a beneficio del Paese”.

Contro la povertà, "responsabili della fragilità degli altri"

Guardando poi ai più vulnerabili e bisognosi della società, il Papa chiede di sviluppare la virtù della solidarietà, “che ci porta a compiere gesti concreti di cura e di servizio”, e pensa “a coloro che, a causa della violenza, della persecuzione e del terrorismo hanno perduto familiari e persone care, casa e beni primari”.

Ma penso a tutta la gente che lotta ogni giorno in cerca di sicurezza e di mezzi per andare avanti, mentre aumentano disoccupazione e povertà. Il “saperci responsabili della fragilità degli altri” dovrebbe ispirare ogni sforzo per creare concrete opportunità sia sul piano economico sia nell’ambito dell’educazione, come pure per la cura del creato, nostra casa comune.

In politica, no a corruzione, abusi di potere e illegalità

Una solidarietà fraterna che i responsabili politici e diplomatici sono “chiamati a promuovere”, contrastando “la piaga della corruzione, gli abusi di potere e l’illegalità”, ma anche edificando la giustizia, facendo crescere l’onestà e la trasparenza. Solo così “può crescere la stabilità e svilupparsi una politica sana” che offra a tutti, specialmente ai tanti giovani iracheni, “la speranza di un avvenire migliore”.

Basta violenze, fazioni e intolleranze!

Francesco si dice quindi pellegrino “penitente”, che chiede perdono “per tante distruzioni e crudeltà” e ricorda le tante preghiere “in questi anni, per la pace in Iraq!”. Parla di san Giovanni Paolo II, che “non ha risparmiato iniziative, e soprattutto ha offerto preghiere e sofferenze per questo”, che “Dio ascolta sempre! Sta a noi ascoltare Lui, camminare nelle sue vie”.

Tacciano le armi! Se ne limiti la diffusione, qui e ovunque! Cessino gli interessi di parte, quegli interessi esterni che si disinteressano della popolazione locale. Si dia voce ai costruttori, agli artigiani della pace! Ai piccoli, ai poveri, alla gente semplice, che vuole vivere, lavorare, pregare in pace. Basta violenze, estremismi, fazioni, intolleranze!


continua




Un ponte con l’islam e pace nel paese delle guerre permanenti

dalla pagina https://ilmanifesto.it/un-ponte-con-lislam-e-pace-nel-paese-delle-guerre-permanenti/

Iraq. I messaggi di papa Francesco, in arrivo oggi in Iraq, dove incontrerà la comunità cristiana caldea ma anche l'ayatollah al-Sistani. L'obiettivo finale è un documento comune con la massima autorità sciita come fu nel 2019 con i sunniti

Najaf si prepara all'incontro tra papa Bergoglio e l'ayatollah al-Sistani © Ap

«Fratellanza» e «pace» sono le parole chiave del viaggio apostolico di papa Francesco in Iraq che comincia oggi (arrivo a Baghdad previsto alle 14) e si concluderà lunedì 8 marzo: la prima volta di un pontefice in Iraq, il primo viaggio da quando è esplosa la pandemia, oltre un anno fa.

I cristiani sono una minoranza: meno di 400mila, su una popolazione di quasi 40 milioni di abitanti (vent’anni fa erano il triplo). Il papa va in Iraq sì a incontrare i cristiani, a cominciare dai caldei guidati dal patriarca Louis Sako, che ha spiegato all’agenzia Fides: «Il papa non viene a difendere e proteggere i cristiani, non è il capo di un esercito».

Ma soprattutto va a gettare ponti verso il mondo islamico, a maggioranza sciita: sabato a Najaf, dove è sepolto Alì – secondo la tradizione, genero del profeta Maometto, quarto califfo e primo imam degli sciiti –, ci sarà l’incontro con il grande ayatollah Sayyid Al-Sistani, la più alta autorità dell’islam sciita.

Una «visita di cortesia», precisa il programma ufficiale diffuso dalla sala stampa della Santa sede. L’intento però – ma per questo ci vorrà ancora del tempo – è quello di arrivare alla firma di un documento comune, come quello sulla «fratellanza umana» sottoscritto ad Abu Dhabi nel febbraio 2019 con l’egiziano Ahmed Al-Tayyeb, grande imam di Al-Azhar e massima autorità dell’islam sunnita: un’alleanza fra i capi dei più grandi monoteismi per mettere al bando ogni legittimazione religiosa di violenze e conflitti.

La pace è l’altro tema forte del viaggio del papa. L’Iraq è la terra delle due guerre del Golfo volute dagli Usa, la prima terminata esattamente trent’anni fa (il 28 febbraio 1991), la seconda nel 2003 che il cardinale Fernando Filoni – nunzio apostolico a Baghdad fra il 2001 e il 2006 e che ora accompagna Francesco in Iraq – definisce «fondata sulle bugie delle armi chimiche e batteriologiche» in possesso di Saddam Hussein; ma anche dell’Isis, della distruzione di Mosul (dove il papa andrà domenica, attraversando il Kurdistan iracheno), dei missili e delle bombe che piovono ed esplodono anche in queste settimane.

Il viaggio di papa Francesco, in dubbio fino all’ultimo minuto causa Covid ma anche per la situazione “calda”, «riporta all’attenzione del mondo la lunga lista di violenze e guerre che hanno colpito le comunità in Iraq, provocando morti e migliaia di profughi – spiega una nota di Pax Christi International – Inoltre le sanzioni economiche che alla lunga hanno finito col danneggiare soprattutto le persone comuni, le bombe all’uranio impoverito e il fosforo bianco, la devastazione ambientale, la distruzione delle infrastrutture, le tante uccisioni e i tanti rapimenti da parte dell’Isis che hanno reso e rendono ancora oggi le donne vittime di schiavitù e violenze sessuali. Ci auguriamo che il viaggio di papa Francesco rappresenti una vera svolta nell’impegno per la pace così come una decisa denuncia della guerra».

La sintesi del viaggio ci sarà domani, con l’incontro interreligioso presso la Piana dell’antica città sumera di Ur da dove, secondo la tradizione, Abramo, il «patriarca di tutti i credenti» – a lui si rifanno ebraismo, cristianesimo e islam –, iniziò la sua lunga marcia verso la terra promessa.

«Vengo come pellegrino di pace in cerca di fraternità – ha detto il papa in un videomessaggio inviato ieri al «popolo dell’Iraq» –, animato dal desiderio di pregare insieme e di camminare insieme, anche con i fratelli e le sorelle di altre tradizioni religiose, nel segno del padre Abramo, che riunisce in un’unica famiglia musulmani, ebrei e cristiani».


venerdì 5 marzo 2021

Pandemia sociale, un milione di poveri in più in un solo anno

dalla pagina https://ilmanifesto.it/pandemia-sociale-un-milione-di-poveri-in-piu-in-un-solo-anno/

Il caso. Istat: Ci sono 335 mila famiglie in più in grave disagio. Mai così male da quindici anni. Crollo record della spesa per consumi, siamo tornati ai livelli del Duemila

Manifestazione contro gli sfratti © LaPresse

La povertà assoluta torna a crescere e tocca il record dal 2005, mentre i consumi sono crollati a un livello mai visto da ventuno anni a questa parte. È la stima preliminare fatta ieri dall’Istat del primo anno della pandemia del Covid: il 2020. Sono i numeri crudi che offrono un’idea di cosa è accaduto, davvero, in questo paese. Eccoli: le famiglie in povertà assoluta sono oltre 2 milioni, 335 mila in più. In totale gli individui censiti in questa condizione sono 5,6 milioni, oltre un milione in più rispetto al 2019. Gli effetti economici e sociali innescati dalle quarantene intermittenti decise per contenere la diffusione del virus hanno cancellato gli effetti modesti prodotti da un anno di «reddito di cittadinanza» introdotto in Italia nel 2019. Allora in povertà assoluta erano 4,6 milioni di persone, all’incirca mezzo milione in meno rispetto al 2018. Le famiglie più colpite in misura più rilevante sono quelle con un maggior numero di componenti, con un solo genitore, le coppie con un figlio o con due. La presenza di anziani in famiglia – per lo più titolari di almeno una pensione che garantisce entrate regolari – ha ridotto il rischio di rientrare in povertà.

Il contraccolpo colossale prodotto da questo evento su una società già gravemente impoverita e precarizzata ha fatto precipitare tutti gli indicatori a un livello mai visto anche dopo la crisi del 2008, quando la povertà è esplosa. Da allora non ha mai smesso di crescere, tranne per il breve periodo seguito all’introduzione del «reddito». Un simile aumento dimostra come la misura introdotta sia stata parziale e utile solo in minima parte per contenere l’ondata che continuerà a crescere anche nei prossimi anni. Questo dramma ha colpito più il nord del paese dove la crisi economica sta diventando sempre più forte. Qui l'incremento della povertà assoluta riguarda 218 mila famiglie per un totale di 720 mila persone. I più colpiti in assoluto sono i nuclei che vivono con il salario di un operaio, o lavoratori cosiddetti «assimilati». L’incidenza passa dal 10,2 al 13,3%). E tra le partite Iva è un dramma: la crisi ha colpito i lavoratori autonomi (dal 5,2% al 7,6%).

Questa situazione va inquadrata nel contesto di un calo impressionante della spesa per consumi delle famiglie (su cui si basa l’indicatore della «povertà assoluta»). Secondo l’Istat la spesa media mensile è ai livelli del 2000, 2.328 euro, con un calo del 9,1% rispetto al 2019.


mercoledì 3 marzo 2021

“Digiuno di Giustizia in solidarietà con i migranti” in Italia

dalla pagina https://www.comboni.org/contenuti/112811

Il 3 marzo, primo mercoledì del mese, sarà la giornata di “Digiuno di giustizia in solidarietà con i migranti”. Purtroppo non potremo essere davanti al Parlamento per limitazione da Covid. Questo mese anche Bari sarà in piazza a digiunare insieme a Firenze, Varese e Verona.

Purtroppo sono ancora tante le ragioni che ci spingono a continuare il nostro digiuno mensile. Nei mesi di gennaio e febbraio, ben 160 persone sono morte nel Mediterraneo, mentre le navi delle ONG sono bloccate nei porti perché il loro equipaggio è obbligato a fare la quarantena nonostante la loro negatività al Covid-19. Dissentiamo con forza da questa strategia del Viminale, adottata per contrastare le missioni umanitarie nel Mediterraneo.

Infatti sempre più profughi stanno tentando di fuggire dai lager libici attraversando il mare, ma molti sono intercettati e riportati in Libia dalla Guardia Costiera libica, finanziata dall’Italia e su segnalazione anche della Guardia Costiera italiana. Nei mesi di gennaio e febbraio ben 3.850 profughi hanno subito questa sorte. Mentre il Mare continua a ingoiare sempre più vittime. Ora veniamo a sapere che un barcone carico di 91 giovanissimi (16-17 anni), provenienti dal Darfur (Sudan) e precisamente da El-Fasher e Nyala, è scomparso il 9 febbraio del 2020. È solo adesso che lo sappiamo, perchè le loro famiglie disperate hanno inviato le foto di questi ragazzi chiedendo i loro corpi. 

Ma altrettanto grave è quanto sta avvenendo sulla ‘rotta balcanica’! Paradigmatica la situazione drammatica che stanno vivendo i profughi del campo di Lipa (Bosnia), costretti a sopravvivere nel gelo e nella neve: “Non siamo bestie!” – urlano – “Perchè l’Europa ci lascia così?” Questi profughi sono il frutto amaro della politica migratoria italiana che respinge chi arriva a Trieste dalla Slovenia, e la Slovenia li respinge nella Croazia e la Croazia in Bosnia. Ed ha dell’incredibile quanto è accaduto all’associazione Linea d’Ombra fondata nel 2019, a Trieste, da Gian Andrea Franchi (84 anni, ex professore di filosofia) e sua moglie Lorena Fornasir (68 anni, psicoterapeuta): all’alba del 23 febbraio la Digos, su ordine della Procura di Trieste, ha perquisito la loro casa (sede dell’associazione) perché indagati per ‘favoreggiamento dell’immigrazione clandestina’. Questi ‘ trafficanti di esseri umani’ sono soliti accogliere i migranti della rotta balcanica quotidianamente alla stazione di Trieste: lavano i loro piedi, come faceva Gesù e curano le loro ferite. Il 6 marzo le donne di Linea d’Ombra sulla base di un documento scritto dalla Fornasir “Un ponte di corpi”, manifesteranno al confine tra la Bosnia e la Croazia per chiedere l’apertura delle frontiere.

Ecco perché mercoledì 3 marzo continueremo a digiunare, chi in piazza, chi nelle proprie case o monasteri, contro queste politiche migratorie italiane ed europee, profondamente razziste e disumane.

P. Alex Zanotelli
a nome del Digiuno di Giustizia in solidarietà con i migranti



martedì 2 marzo 2021

Armi, pochi controlli dopo la vendita. Spesso se ne perdono le tracce

dalla pagina Armi, pochi controlli dopo la vendita. Spesso se ne perdono le tracce (valori.it)

Armi da guerra, leggere o informatiche. Dal rapporto del Sipri emerge un settore tracciato, ma con pochi controlli post-vendita. E molti passaggi di mano illegali

Accade, non di rado, che ordigni e armi passino di mano illegalmente dopo la prima vendita, entrando così in circuiti sconosciuti ©-CAR-Conflict-Armament-Research

Il commercio delle armi non conosce crisi, neanche durante una pandemia. E si alimenta perlopiù delle esportazioni, dal momento che il materiale bellico proviene in gran parte da industrie con base in Paesi “di pace”. Paesi sostanzialmente liberi da conflitti militari sul proprio territorio, come Stati Uniti, Russia, Francia, Germania, Cina, Regno Unito, Spagna, Israele, Olanda. E Italia, anch’essa tra i primi 10 fornitori globali di armamenti e affini. E ai big dell’industria bellica, per fare profitti, servono guerre in corso da qualche altra parte, o almeno arsenali pronti a combatterle.

Principali Paesi fornitori di armi 2014-2018 – © Statista su dati Sipri 2020

Se le armi prendono strade impreviste

Ma siamo sicuri che bombe, missili, pezzi d’artiglieria, mortai, blindati e carrarmati, elicotteri, aerei o navi da guerra finiscono davvero nelle mani di chi firma i contratti di acquisto e importazione? E su questi prodotti, ma anche su fucili, lanciarazzi e munizioni, e persino su software e attrezzature militari ad alta tecnologia, o sui cosiddetti materiali Dual use, esiste qualche verifica, preventiva o successiva alle esportazioni? Perché uno dei fenomeni che talvolta si verifica è la cosiddetta “diversion” (in italiano lo tradurremo come “deviazione” o “distrazione”) del materiale bellico. Ovvero, succede che ordigni e armamenti passino di mano illegalmente dopo la prima vendita e consegna, entrando quindi nella disponibilità incontrollata di circuiti e destinatari sconosciuti.

Il Rapporto SIPRI

Può succedere, ad esempio, che carri armati ucraini, artiglieria, armi leggere e munizioni autorizzate per l’esportazione in Kenya tra il 2006 e il 2008, successivamente siano state inviate in Sud Sudan. O che un elicottero bielorusso Mi24p sia stato trasferito negli Emirati Arabi Uniti nel 2014 e consegnato poi alla milizia del generale Haftar. Cioè il principale gruppo armato non statale in Libia, ad aprile 2015. Ciò senza l’autorizzazione preventiva di riesportazione dalla Bielorussia e in violazione dell’embargo sulle armi delle Nazioni Unite del 2011 nei confronti della Libia. La lunga durata del materiale militare amplifica il rischio di distrazione verso utenti finali non autorizzati, anche a distanza di anni dalla prima spedizione.

casi documentati da CAR di deviazione dal destinatario originale di armi e munizioni © CAR – Conflict Armament Research, 2018

A evidenziare questi movimenti è stato un recente rapporto dell’Istituto di ricerca internazionale sulla pace di Stoccolma (SIPRI), che ha esaminato lo stato dell’arte dei sistemi di monitoraggio post vendita delle armi messi in campo da alcuni Paesi produttori. C’è stato un aumento del numero di Paesi europei che stanno conducendo ispezioni in loco o stanno valutando di farlo o pianificando di adottare tali misure. Motivo per cui «un’ampia gamma di organizzazioni multilaterali già includono l’implementazione in loco ispezioni come parte dei loro documenti guida».

Il sistema delle ispezioni in loco

I programmi di ispezioni in loco sui materiali militari fabbricati negli Stati Uniti ed esportati fanno scuola, con verifiche adottate nell’ambito dei programmi Blue Lantern e Golden Sentry fin dal 1990. L’attività d’ispezione, del resto, è condizione alla base della stipula di molti accordi commerciali e, precisa SIPRI, «si basa su tre obiettivi correlati per lo Stato esportatore: verifica, prevenzione e creazione di fiducia reciproca». Anche l’Europa, seppure a rilento e in ordine sparso, si sta muovendo in questa direzione.

casi documentati da CAR di deviazione dal destinatario originale di armi e munizioni per regione © CAR – Conflict Armament Research, 2018

Infatti «solo pochi Paesi hanno sviluppato e attuato ispezioni in loco delle attrezzature militari come parte delle loro misure di controllo post-spedizione e la portata di tali programmi differisce notevolmente» da quelli USA. Paesi come Svizzera, Repubblica Ceca e Germania stanno già conducendo ispezioni in loco del materiale militare esportato. Altri (SIPRI cita le Fiandre) potrebbero farlo, avendo introdotto disposizioni legali che lo consentono, ma non ne hanno ancora svolte. «Un terzo gruppo di Paesi (ad esempio la Svezia) sta ancora valutando le possibili sfide diplomatiche e pratiche che tali ispezioni comportano. E il loro possibile valore aggiunto nel prevenire la deviazione del materiale militare esportato».

La legge italiana sulle armi e lo stop all’export in Arabia Saudita

In Italia il commercio ufficiale di armamenti è tracciato. Nel 1990 è stata approvata la legge 185 sul «controllo e il monitoraggio delle esportazioni, delle importazioni e del transito di armi». E per questo, quando Roma era nel pieno delle consultazioni per la formazione del nuovo governo a fine gennaio 2021, quello uscente di Giuseppe Conte ha potuto annunciare lo stop alla vendita di bombe all’Arabia Saudita. Una decisione storica, annunciata poche ore dopo il ritorno di Matteo Renzi da Riyadh. Qui il politico toscano aveva appena partecipato ad un evento con il principe ereditario Mohammad Bin Salman, l’accreditato mandante dell’omicidio efferato del giornalista Jamal Kashoggi.

https://soundcloud.com/valori_it/yemen-la-storia-svolta-del-governo-italiano-sulle-armi

Quanto alle verifiche successive alla spedizione del materiale bellico, il rapporto SIPRI specifica competenze e prassi adottate nel nostro Paese. All’UAMA (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento) del ministero degli Affari esteri spetta «l’attività di controllo sulle fasi precedenti e successive all’esportazione di beni militari. Che viene svolta anche attraverso controlli e ispezioni, oltre al processo di certificazione».
Nella pratica, i nostri controlli sulle esportazioni privilegiano la fase preventiva, cioè prima della spedizione: l’UAMA non effettua direttamente ispezioni in loco nei Paesi terzi. E «le verifiche post-export si basano su rapporti, documenti e informazioni raccolte da diverse fonti, come ambasciate, organizzazioni internazionali e istituti di ricerca».

CAR: il fenomeno della deviazione delle armi è sottostimato

In generale, mancano dati certi ampi, aggregati e globali, o stime sulle dimensioni del fenomeno delle deviazioni. Né, di conseguenza, ci sono valutazioni adeguate sull’efficacia delle ispezioni fisiche in loco nel prevenire la deviazione. Tuttavia Edoardo Varisco, tra gli autori del documento di SIPRI, sottolinea che «alcuni Paesi che conducono questo tipo di controlli li considerano in realtà una pratica efficace». Mentre Rob Perkins, responsabile ricerca di un’organizzazione specializzata in simili indagini come Conflict Armament Research (CAR), ritiene che sia «assai probabile che il problema della deviazione dalle azioni governative sia sottostimato. Spesso è difficile per i nostri investigatori attribuire chiaramente la deviazione da questo meccanismo in modo retroattivo».

Una convinzione scaturita dai dati resi disponibili nel sistema di monitoraggio iTrace. Emerge che armi e munizioni vengono «dirottate in conflitti armati, documentati dagli investigatori CAR dopo il recupero da parte delle forze di sicurezza». Mentre il rapporto Diversion Digest 2018 analizza i meccanismi di deviazione più comuni identificati sulla base delle indagini condotte riguardo armi smarrite dalla custodia nazionale. E una sottolineatura meritano le scorte governative, poiché diversi casi riguardano deviazioni a partire «dalla sicurezza fisica e dalla gestione delle scorte inefficaci».

Dual use, massima attenzione preventiva, ispezioni mirate

E poi ci sono i materiali Dual use. Pezzi e componenti che possono contribuire alla costruzione di manufatti per scopi civili ma anche, all’occorrenza, per scopi militari. Tecnologie di cyber surveillance e IT, ad esempio, ma anche elementi chimici o determinati macchinari. Una vasta gamma di prodotti la cui esportazione è vigilata in Europa da una legislazione comune (Dual-use Regulation), in via di revisione nel 2021. «La destinazione e uso finali – spiega Edoardo Varisco – sono considerazioni chiave nel valutare ogni licenza di esportazione. La valutazione considera se vi siano potenziali applicazioni in programmi legati ad armi biologiche, chimiche, o nucleari, tecnologia missilistica e altri usi finali sensibili che possano favorire la proliferazione o capacità militare».

Le regole comuni sui controlli all’esportazione di beni e tecnologie nell’area delle biotecnologie vengono concordate dagli Stati in un forum multilaterale, l’Australia Group. E così «controlli doganali in combinazione con licenze di esportazione, analisi di intelligence e due-diligence da parte degli esportatori contribuiscono a prevenire esportazioni non autorizzate di materiali Dual Use verso destinazioni e usi finali indesiderati». Tuttavia le ispezioni dopo l’esportazione sono molto rare in Europa per questi materiali. «Qualora utilizzate – conclude Varisco – di solito sono applicate solo a particolari attrezzature/macchine di produzione particolarmente sensibili».