venerdì 5 giugno 2020

Covid-19, non torniamo alla normalità. La normalità è il problema

dalla pagina https://ilmanifesto.it/covid-19-non-torniamo-alla-normalita-la-normalita-e-il-problema/

Il pericolo principale è pensare al Coronavirus come un fenomeno isolato, senza storia, senza contesto sociale, economico o culturale. Non c’è normalità alla quale ritornare quando quello che abbiamo reso normale ieri ci ha condotto a quel che oggi abbiamo. Il problema che affrontiamo non è solo il capitalismo in sé, ma anche il capitalismo in me




1.
Nell’ottobre del 2016 i suini neonati degli allevamenti della provincia di Guangdong, nel sud della China, cominciarono ad ammalarsi per il virus della diarrea epidemica suina (PEDV), un coronavirus che colpisce le cellule che ricoprono l’intestino tenue dei maiali. Quattro mesi dopo, tuttavia, i piccoli suini smisero di risultare positivi al PEDV, anche se continuavano ad ammalarsi e a morire.
Come confermarono gli esami, si trattava di un tipo di malattia mai visto prima e che fu battezzata come Sindrome della Diarrea Acuta Suina (SADS-CoV), provocata da un nuovo coronavirus che uccise 24 mila suini neonati fino al maggio del 2017, precisamente nella stessa regione in cui tredici anni prima si era scatenata l’epidemia di polmonite atipica conosciuta come SARS.
Nel gennaio del 2017, nel pieno dello sviluppo dell’epidemia suina che devastava la regione di Guangdong, vari ricercatori in virologia degli Stati uniti pubblicarono uno studio sulla rivista scientifica “Virus Evolution” in cui si indicavano i pipistrelli come la maggiore riserva animale di coronavirus del mondo.
Le conclusioni della ricerca sviluppata in Cina furono coincidenti con lo studio nordamericano: l’origine del contagio fu localizzata, con precisione, nella popolazione di pipistrelli della regione.
Ma come fu possibile che una epidemia tra i maiali fosse scatenata dai pipistrelli? Cos’hanno a che fare i maiali con questi piccoli animali con le ali?
La risposta arrivò un anno dopo, quando un gruppo di ricercatori cinesi pubblicò un rapporto sulla rivista “Nature” in cui, oltre a segnalare al loro paese il focolaio rilevante di apparizione di nuovi virus ed enfatizzare l’alta possibilità di una loro trasmissione agli esseri umani, facevano notare come la crescita dei macro-allevamenti di bestiame avesse alterato le nicchie vitali dei pipistrelli.
Inoltre, lo studio rese chiaro che l’allevamento industriale ha incrementato le possibilità di contatto tra la fauna selvatica e il bestiame, facendo esplodere il rischio di trasmissione di malattie originate da animali selvatici i cui habitat sono drammaticamente aggrediti dalla deforestazione.
Tra gli autori di questo studio compare Zhengli Shi, ricercatrice principale dell’Istituto di virologia di Wuhan, la città da cui proviene l’attuale Covid-19, il cui ceppo è identico per il 96 per cento al tipo di coronavirus trovato nei pipistrelli per mezzo dell’analisi genetica.
2.
Nel 2004, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), l’Organizzazione mondiale della salute animale (Oie) e l’Organizzazione delle Nazioni unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), segnalarono l’incremento della domanda di proteina animale e l’intensificazione della sua produzione industriale come principali cause dell’apparizione e propagazione di nuove malattie zoonotiche sconosciute, ossia di nuove patologie trasmesse dagli animali agli esseri umani.
Due anni prima, l’organizzazione per il benessere degli animali Compassion in World Farming aveva pubblicato sull’argomento un interessante rapporto. Per redigerlo, l’associazione britannica aveva utilizzato dati della Banca mondiale e dell’Onu sull’industria dell’allevamento che erano stati incrociati con rapporti sulle malattie trasmesse attraverso il ciclo mondiale della produzione alimentare.
Lo studio concluse che la cosiddetta “rivoluzione dell’allevamento”, ossia l’imposizione del modello industriale dell’allevamento intensivo legato ai macro-allevamenti, stava provocando un incremento globale di infezioni resistenti agli antibiotici, rovinando i piccoli allevatori locali e promuovendo la crescita delle malattie trasmesse attraverso alimenti di origine animale.
Nel 2005, esperti della Oms, della Oie e del Dipartimento dell’agricoltura degli Stati uniti e il Consiglio nazionale del maiale di questo paese elaborarono uno studio nel quale si tracciava la storia della produzione negli allevamenti dal tradizionale modello delle piccole fattorie familiari fino all’imposizione delle macro-fattorie industriali.
Tra le sue conclusioni, il rapporto segnalava, come uno dei maggiori impatti del nuovo modello di produzione agricola, la sua incidenza nell’amplificazione e mutazione di patogeni, così come il rischio crescente di disseminazione di malattie.
Inoltre, lo studio notava come la sparizione dei modi tradizionali di allevamento a favore dei sistemi intensivi si stava producendo nella percentuale del 4 per cento l’anno, soprattutto in Asia, Africa e Sudamerica.
Nonostante i dati e gli allarmi, non si è fatto nulla per frenare la crescita dell’allevamento industriale intensivo.
Oggi, Cina e Australia concentrano il maggior numero di macro-fattorie del mondo. Nel gigante asiatico la popolazione degli animali allevati si è praticamente triplicata tra il 1980 e il 2010.
La Cina è il produttore di animali allevati più importante del mondo, e concentra nel suo territorio il maggior numero di “landless systems” (sistemi senza terra), macro sfruttamento di allevamenti in cui si affollano migliaia di animali in spazi chiusi.
Nel 1980 solo il 2,5 per cento degli allevamenti cinesi era costituito da questo tipo di fattoria, nel 2010 raggiungeva il 56 per cento.
Come ci ricorda Silvia Ribeiro, ricercatrice del Gruppo di azione su erosione, tecnologia e concentrazione (ETC), una organizzazione internazionale che si concentra nella difesa della diversità culturale e ecologica e dei diritti umani, la Cina è la fabbrica del mondo.
La crisi scatenata dall’attuale pandemia provocata dal Covid-19 rivela il suo ruolo nell’economia globale, particolarmente nella produzione industriale di alimenti e nello sviluppo dell’allevamento intensivo.
Solo la Mudanjiang Ciy Mega Farm, una fattoria gigante situata nel nord-est della Cina, che contiene centomila vacche la cui carne e il cui latte sono destinati al mercato russo, è cinquanta volte più grande della più grande fattoria bovina dell’Unione europea.
3.
Le epidemie sono un prodotto dell’urbanizzazione. Quando circa cinquemila anni fa gli esseri umani cominciarono a raggrupparsi in città con una certa densità di popolazione, le infezioni poterono colpire simultaneamente grandi quantità di persone e i loro effetti mortali si moltiplicarono.
Il pericolo di pandemie come quella attuale si generalizzò quando il processo di urbanizzazione è diventato globale.
Se applichiamo questo ragionamento all’evoluzione della produzione di carne le conclusioni sono realmente inquietanti. In un periodo di cinquanta anni l’allevamento industriale ha “urbanizzato” una popolazione animale che prima si distribuiva in piccole e medie fattorie familiari. Le condizioni di affollamento di questa popolazione in macro-fattorie convertono ciascun animale in una sorta di potenziale laboratorio di mutazioni virali suscettibili di provocare nuove malattie e epidemie.
Questa situazione è tuttavia più inquietante se consideriamo che la popolazione globale di animali allevati è quasi tre volte maggiore di quella di esseri umani.
Negli ultimi decenni, alcune delle infezioni virali con maggiore impatto si sono prodotte grazie a infezioni che, oltrepassando la barriera delle specie, hanno avuto origine nello sfruttamento intensivo dell’allevamento.
Michael Greger, ricercatore statunitense sulla salute pubblica e autore del libro “Flu: A virus of our own hatching” (influenza aviaria: un virus che abbiamo incubato noi stessi), spiega che prima della domesticazione degli uccelli, circa 2500 anni fa, l’influenza umana di certo non esisteva.
Allo stesso modo, prima della domesticazione degli animali da allevamento non si hanno tracce dell’esistenza del morbillo, del vaiolo e di altri morbi che hanno colpito l’umanità da quando sono apparsi in fattorie e stalle intorno all’anno ottomila prima della nostra era.
Una volta che i morbi saltano la barriera tra specie possono diffondersi nella specie umana provocando conseguenze tragiche, come la pandemia scatenata da un virus dell’influenza aviaria nel 1918 e che in un solo anno uccise tra 20 e 40 milioni di persone.
Come spiega il dottor Greger, le condizioni di insalubrità nelle trincee della prima guerra mondiale sono solo una delle variabili che causarono una rapida propagazione del contagio del 1918, e sono a loro volta replicate oggi in molti dei mega-allevamenti che si sono moltiplicati negli ultimi venti anni con lo sviluppo dell’allevamento industriale intensivo.
Miliardi di polli, per esempio, sono allevati in questa macro-imprese che funzionano come spazio di contenimento suscettibile di generare una tempesta perfetta di carattere virale.
Da quando l’allevamento industriale si è imposto nel mondo, la medicina sta rilevando morbi sconosciuti e un ritmo insolito: negli ultimi trent’anni si sono identificati più di trenta patogeni umani, la maggior parte dei quasi virus zoonotici come l’attuale Covid-19.
4.
Il biologo Robert G. Wallace ha pubblicato nel 2016 un libro importante per tracciare la connessione tra i modelli della produzione capitalista di bestiame e l’eziologia delle epidemie esplose negli ultimi decenni: “Big Farms Make Big Flu” (le mega-fattorie producono macro-influenze).
Alcuni giorni fa, Wallace concesse una intervista alla rivista tedesca Marx21, nella quale sottolinea una idea chiave: concentrare l’azione contro il Covid-19 su mezzi d’emergenza che non combattano le cause strutturali dell’epidemia è un errore dalle conseguenze drammatiche. Il principale pericolo che fronteggiamo è considerare il nuovo coronavirus come un fenomeno isolato.
Come spiega il biologo statunitense, l’incremento degli incidenti con virus, nel nostro secolo, così come l’aumento delle loro pericolosità, sono direttamente legati alle strategie delle corporazioni agricole e dell’allevamento,  responsabili della produzione industriale intensiva di proteine animali.
Queste corporazioni sono così preoccupate per il loro profitto da assumere come un rischio proficuo la creazione e propagazione di nuovi virus, esternalizzando così i costi epidemiologici delle loro operazioni agli animali, alle persone, agli ecosistemi locali, ai governi e, proprio come mostra la pandemia attuale, allo stesso sistema economico mondiale.
Nonostante l’origine esatta del Covid-19 non sia del tutto chiara, essendo possibili cause dell’infezione virale tanto i maiali delle macro-fattorie quanto il consumo di animali selvatici, questa seconda ipotesi non scagiona gli effetti diretti della produzione intensiva di animali.
La ragione è semplice: l’industria dell’allevamento è responsabile dell’epidemia di influenza suina africana (ASP) che ha devastato le fattorie cinesi che allevano maiali l’anno scorso.
Secondo Christine McCracken, la produzione cinese di carne di maiale potrebbe essere crollata del 50 per cento alla fine dell’anno passato. Considerato che, almeno prima dell’epidemia di ASf nel 2019, la metà dei maiali che esistevano nel mondo veniva allevata in Cina, le conseguenze per l’offerta di carne di maiale sono state drammatiche, particolarmente nel mercato asiatico.
E’ precisamente questa drastica diminuzione dell’offerta di carne di maiale che avrebbe motivato un aumento della domanda di proteina animale proveniente dalla fauna selvatica, una delle specialità del mercato della città di Wuhan, che alcuni ricercatori hanno segnalato come l’epicentro dell’epidemia di Covid-19.
5.
Frédéric Neyrat ha pubblicato nel 2008 il libro “Biopolitique des catastrophes” (biopolitica delle catastrofi), una definizione con la quale egli indica una maniera di gestire il rischio che non mette mai in questione le cause economiche e antropologiche, precisamente le modalità di comportamento dei governi, delle élites e di una parte significativa delle popolazioni mondiali in relazione alla pandemia attuale.
Nella proposta analitica del filosofo francese, le catastrofi implicano una interruzione disastrosa che sommerge il presunto corso normale dell’esistenza. Nonostante il suo carattere di evento, si tratta di processi in marcia che mostrano, qui e ora, gli effetti di qualcosa che è già in corso.
Come segnala Neyrat, una catastrofe sempre si origina da qualche parte, è stata preparata, ha una storia.
La pandemia che ci devasta disegna con efficacia la sua caratteristica di catastrofe, tra l’altro nell’incrocio tra epidemiologia e economia politica. Il suo punto di partenza è saldamente ancorato nei tragici effetti dell’industrializzazione capitalista del ciclo alimentare, particolarmente nell’allevamento.
Oltre alle caratteristiche biologiche intrinseche dello stesso coronavirus, le condizioni della sua propagazione includono gli effetti di quattro decenni di politiche neoliberiste che hanno eroso drammaticamente le infrastrutture sociali che aiutano a sostenere la vita. In questa deriva, i sistemi sanitari pubblici sono stati particolarmente colpiti.
Da giorni circolano nelle reti sociali e nei telefoni mobili testimonianze del personale sanitario che sta combattendo con la pandemia negli ospedali. Molti coincidono con la descrizione di una condizione generale catastrofica caratterizzata da una drammatica mancanza di risorse e di personale sanitario.
Come annota Neyrat, la catastrofe possiede sempre una storicità e dipende da un principio di causalità.
Dagli inizi del secolo, differenti collettivi e reti cittadine hanno denunciato il profondo deterioramento del sistema pubblico della salute che, per mezzo di una politica reiterata di sottrazione di capitali, ha condotto praticamente al collasso la sanità in Spagna.
Nella Comunidad (Regione) di Madrid, territorio particolarmente colpito dal Covid-19, l’investimento pro capite destinato al sistema sanitario si è andato riducendo in modo critico negli ultimi anni, mentre si scatenava un parallelo processo di privatizzazione. Sia la cura primaria come i servizi di urgenza della regione erano già saturi e con gravi carenze di risorse prima dell’arrivo del coronavirus.
Il neoliberismo e i suoi agenti politici hanno seminato su di noi temporali che un microorganismo ha trasformato in tempesta.
6.
Nel pieno della pandemia ci sarà sicuramente chi si affannerà nella ricerca di un colpevole, si tratti di un capro espiatorio o di un furfante. Si tratta di certo di un gesto inconscio per mettersi in salvo: trovare qualcuno a cui attribuire la colpa tranquillizza perché depista sulle responsabilità.
Tuttavia più che impegnarsi nello smascherare un soggetto solo, è più opportuno identificare una forma di soggettivizzazione, ossia interrogarsi su uno stile di vita capace di scatenare devastazioni così drammatiche come quelle che oggi investono le nostre esistenze.
Si tratta senza dubbio di una domanda che non ci salva né ci conforta e meno ancora ci offre una via d’uscita. Sostanzialmente perché questo stile di vita è il nostro.
Un giornalista si è avventurato qualche giorno fa ad offrire una risposta sull’origine del Covid-19: “Il coronavirus è una vendetta della natura”. Al fondo non gli manca una ragione. Nel 1981 Margaret Thatcher depose una frase per i posteri che rivelava il senso del progetto cui lei partecipava: “L’economia è il metodo, l’obiettivo è cambiare l’anima”.
La prima ministra non ingannava nessuno. Da tempo la ragione neoliberista ha convertito ai nostri occhi il capitalismo in uno stato di natura. L’azione di un essere microscopico, tuttavia, non solo sta riuscendo di arrivare anche alla nostra anima, ma ha spalancato una finestra grazie alla quale respiriamo l’evidenza di quel che non volevamo vedere.
Ad ogni corpo che tocca e fa ammalare, il virus reclama che tracciamo la linea di continuità tra la sua origine e la qualità di un modo di vita incompatibile con la vita stessa. In questo senso, per paradossale che sembri, affrontiamo un patogeno dolorosamente virtuoso.
La sua mobilità aerea sta mettendo allo scoperto tutte le violenze strutturali e le catastrofi quotidiane là dove si producono, ossia ovunque.
Nell’immaginario collettivo comincia a diffondersi una razionalità di ordine bellico: siamo in guerra contro un coronavirus. Eppure sarebbe forse più esatto pensare che è una formazione sociale catastrofica quella che è in guerra contro di noi già da molto tempo.
Nel corso della pandemia, le autorità politiche e scientifiche dicono che sono le persone gli agenti più decisivi per arginare il contagio.
Il nostro confinamento è inteso in questi giorni come il più vitale esercizio di cittadinanza. Tuttavia, abbiamo bisogno di essere capaci di portarlo più lontano.
Se la clausura ha congelato la normalità delle nostre inerzie e dei nostri automatismi, approfittiamo del tempo sospeso per interrogarci su inerzie e automatismi.
Non c’è normalità alla quale ritornare quando quello che abbiamo reso normale ieri ci ha condotto a quel che oggi abbiamo.
Il problema che affrontiamo non è solo il capitalismo in sé, ma anche il capitalismo in me. Chissà che il desiderio di vivere non ci renda capaci della creatività e della determinazione per costruire collettivamente l’esorcismo di cui abbiamo bisogno.
Questo, inevitabilmente, tocca a noi persone comuni.
Grazie alla storia sappiamo che i governanti e i potenti si affanneranno a fare il contrario.
Non permettiamo che ci combattano, dividano o mettano gli uni contro gli altri.
Non permettiamo che, travolti una volta ancora dal linguaggio della crisi, ci impongano la restaurazione intatta della struttura stessa della catastrofe.
Benché apparentemente il confinamento ci abbia isolato gli uni dagli altri, tutto questo lo stiamo vivendo insieme.
Anche in questo il virus appare paradossale: si mette in una condizione di relativa eguaglianza. In qualche modo riscatta dalla nostra amnesia il concetto di genere umano e la nozione di bene comune. Forse i fili etici più efficaci da cui cominciare a tessere un modo di vita diverso a un’altra sensibilità.
Articolo pubblicato in italiano per gentile concessione dell’autore. Traduzione dal castigliano di Pierluigi Sullo. Edizione originale su El Diario.

Giornata Mondiale dell'Ambiente. Ci sono progressi, ma non bastano

dalla pagina https://www.huffingtonpost.it/entry/giornata-mondiale-dellambiente-ora-passiamo-ad-azioni-concrete_it_5ed90c93c5b69dc7bc0a6fa4


МАКСИМ ШМАКОВ VIA GETTY IMAGES
Lo stato di salute dell’ambiente che ci circonda è dal 1974 il tema centrale della Giornata Mondiale dell’Ambiente, istituita dalle Nazioni Unite, e che cade ogni anno il 5 giugno. Mai come negli ultimi anni, tuttavia, quello della cura dell’ambiente è un “topic” che genera ampie discussioni, soprattutto perché è legato a doppio filo al futuro del nostro Pianeta. Il 2020, che passerà alla storia come l’anno del Covid19, non farà eccezione, perché proprio la convivenza con il virus ha riportato paradossalmente i cieli ad essere più limpidi, l’aria più sana da respirare e i mari più puliti, visto il blocco totale delle attività a livello globale.
Gli effetti, in termini statistici, si leggeranno più avanti. Intanto come sta l’ambiente in Italia ce lo racconta l’Annuario dei dati ambientali 2019 di Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale del Ministero dell’Ambiente. Qualcosa di più di una pubblicazione, arrivata alla sua 17° edizione: una serie di materiali (in tutto 8 prodotti), da tabelle a schede sintetiche, anche un fumetto, resi disponibili a operatori economici, ricercatori, studenti, insegnanti, decisori politici.
Una marea di numeri, tabelle e grafici, quest’anno particolarmente interessanti per il ricorso in molti settori a trend storici (dagli anni ’90 al 2018) che esprimono in modo molto chiaro i numerosi progressi fatti. Intervenendo alla presentazione del rapporto, il presidente Giuseppe Conte ha tenuto a specificare che l’Italia ha tra le sue priorità tre capisaldi del Programma di azione europeo per l’ambiente: protezione del capitale naturale, economia a basse emissioni di carbonio e che sia efficiente nell’impiego delle risorse ed eviti gli sprechi, salvaguardia della salute e del benessere dei cittadini. Impegni importanti, che però necessitano di azioni forti perché davvero la salvaguardia ambientale in generale diventi un pilastro delle politiche di sviluppo del nostro Paese.
Tornando all’Annuario, Ispra prende in esame tutti i principali indicatori e matrici ambientali, oggetto da tempo di specifiche politiche pubbliche, di cui valutare i risultati ogni anno.
Il tema “cambiamenti climatici” desta allarme. Il 2018 è stato di nuovo l’anno più caldo da quando abbiamo osservazioni, con un aumento della temperatura media nazionale superiore alla media globale (1,71 gradi conto i 0,98 a scala mondo). Aumenta anche la temperatura del mare e sono in aumento anche le precipitazioni e gli eventi estremi. Un dato che ci dice che i buoni risultati ottenuti nella riduzione di gas serra, specie in Italia, non sono sufficienti.
L’Italia ha ridotto le emissioni di gas climalteranti del 17,4% (dal 1990 al 2017), raggiungendo e superando l’obiettivo definito per il nostro Paese nelle politiche europee. Ormai da anni il fenomeno del disaccoppiamento fra crescita economica ed emissioni di gas serra è consolidato anche nel nostro Paese. I consumi energetici sono però tornati a risalire, con il conseguente aumento delle emissioni.
Il tema “inquinamento atmosferico” ci offre dati di segno opposto. Da un lato è molto netta la riduzione di tutte le forme di inquinamento atmosferico in Italia dagli anni ’90 ad oggi: ossidi di carbonio, di zolfo e di azoto, ozono. Al tempo stesso le misurazioni degli inquinanti specie nelle aree urbane e nella pianura padana continuano a segnare continui “sforamenti” ai limiti individuati dalle norme europee e nazionali. Se quindi le politiche di riduzione dell’inquinamento hanno dato buoni risultati negli ultimi decenni, al tempo stesso l’inquinamento atmosferico rimane il principale problema ambientale cui siamo esposti, con conseguenze gravi in termini sanitari e di morti prematuri.
Le condizioni delle nostre risorse idriche tendono a migliorare. E’ in condizioni ecologiche “buone o elevate” il 43% dei fiumi, ma solo il 20% dei laghi. E’ in condizioni chimiche buone o elevate il 75% dei fiumi e il 48% dei laghi, ma il 75% delle falde sotterranee. L’89% delle nostre acque di balneazione marine è considerato eccellente.  Il 98% dei reflui è correttamente convogliato e mandato a trattamento. 
Nel settore rifiuti urbani, nel 2018 al dato di incremento della produzione complessiva (+2%, siamo tornati oltre le 30 milioni di tonnellate), fa riscontro un ulteriore aumento delle raccolte differenziate (58,1%) e dell’avvio a riciclo (50,8%, raggiunto l’obiettivo europeo previsto al 2020). Restano forti squilibri territoriali fra le performance delle regioni del centro nord e quelle del centro sud. La discarica resta ancora una forma di smaltimento troppo utilizzata, con il 22% dei rifiuti. Anche nei rifiuti speciali si segnala un aumento della produzione, ma la forma di gestione più utilizzata è l’avvio a recupero e riciclaggio oltre il 65% del totale, più di 100 milioni di tonnellate. L’Italia si conferma uno dei Paesi europei con la miglior performance di riciclaggio dei rifiuti (urbani e speciali) e una ottima efficienza nell’uso della materia.
Continua a crescere il consumo di suolo in Italia, anche se a ritmi molto più rallentati rispetto agli anni scorsi. Nel complesso è stato impermeabilizzato il 7,64% del suolo (23.000 kmq), e dopo un forte rallentamento nel 2017, nel 2018 il tasso di consumo è tornato ad aumentare in modo preoccupante, specie in alcune regioni. Le conseguenze sono molteplici: perdita di biodiversità, rischi idrogeologici, perdita di servizi ecosistemici. Quasi 11.000 km2 (oltre il 3% del territorio nazionale) sono stati degradati da più di un fattore ponendo questi territori tra le aree da tenere maggiormente sotto controllo.
Fenomeni alluvionali e frane continuano a crescere nel 2018, indicando il rischio idrogeologico come l’altro grande problema ambientale, accanto all’inquinamento atmosferico. Un quadro di luci ed ombre, con molti risultati ottenuti in questi anni, e obiettivi raggiunti. Ma ancora elementi di criticità che devono essere oggetto di più efficaci politiche pubbliche, nazionali e locali, alle quali devono seguire azioni concrete per garantirci davvero un futuro migliore e più sostenibile.


giovedì 4 giugno 2020

Tornare alla terra è l’alternativa alla fuga su Marte

dalla pagina https://ilmanifesto.it/ornare-alla-terra-e-lalternativa-alla-fuga-su-marte/


* Presidente di Navdanya International

Il 31 maggio scorso, mentre molte persone morivano a causa della pandemia del coronavirus, mentre milioni di famiglie avevano perso i propri mezzi di sussistenza a causa del confinamento forzato, mentre milioni di individui scendevano per le strade delle città degli Stati Uniti per pretestare contro le violenze e la brutalità della polizia dopo l’assassinio di George Floyd, Elon Musk lanciava il suo progetto Space X.
Come ho scritto nel mio libro Il pianeta di tutti (Feltrinelli), l’idea di Musk è di creare città autosufficienti su Marte per un numero esiguo di privilegiati. Nella sua visione del futuro esistono solo due alternative per l’umanità: l’estinzione o la fuga su Marte. Egli non considera che la Terra, Gaia, è l’unico pianeta vivente che conosciamo. Non c’è un “pianeta B”. La sesta estinzione di massa a cui stiamo andando incontro è un fenomeno causato dall’azione umana e da scelte precise di impatto globale, basate sull’avidità di pochi individui, quali l’estrazione incessante delle risorse e del patrimonio naturale, che hanno portato alla distruzione della biodiversità, degli ecosistemi e dei processi ecologici.
Nella visione del mondo di Musk e di altri multimiliardari e in un’economia basata sull’ingordigia di pochi, non esistono alternative all’estrattivismo e allo sfruttamento, perciò l’estinzione diventa l’unico futuro possibile. Quando le risorse disponibili della Terra vengono sfruttate, quando i limiti planetari” vengono infranti, quando gli ecosistemi che rendono possibile la vita vengono distrutti, non c’è più sopravvivenza, non è più possibile produrre nulla. Solo questo vede un’economia che considera unicamente l’accumulo ed è cieca ai processi ecologici.
Questa visione è presente anche nel caso in cui la si dipinga falsamente di verde. Prediamo il caso del litio, che è una risorsa essenziale per l’industria delle auto elettriche di Musk, che ha visto l’espandersi delle miniere nel nord del Tibet, in Cile e in Bolivia, a causa dell’incremento della richiesta di mercato di auto elettriche, che si prevede raddoppi entro il 2025.
Secondo Evo Morales le cause del colpo di stato subito dalla Bolivia durante il suo mandato presidenziale sono da ricercarsi precisamente nel litio. Il colpo di stato è infatti avvenuto dopo una settimana che Morales aveva nazionalizzato il litio, affermando che questa risorsa apparteneva al popolo boliviano, non alle multinazionali. Nello stesso periodo, egli aveva cancellato anche l’accordo Acisa con la Germania, dopo settimane di proteste da parte degli abitanti della zona di Potosí, dove si trovano dal 50 al 70% delle riserve mondiali di litio, nelle saline di Salar de Uyuni.
Acisa fornisce batterie a Tesla. Dopo il colpo di stato, il valore delle azioni Tesla in borsa è aumentato considerevolmente. Nel passaggio a un’economia post Covid, dobbiamo tenere conto di tutti i costi ecologici, sociali e politici di ciò che ci viene offerto e delle scelte che facciamo. Rendere invisibili i costi alla terra e alle persone è stato il modo attraverso il quale la ricchezza si è accumulata nelle mani di coloro che sfuggono alla responsabilità sociale ed ecologica, lasciando che questi costi siano sostenuti dalla terra e dalle comunità vulnerabili; ecco perché il degrado ecologico e la disuguaglianza economica stanno aumentando.
Invece di prendersi cura della propria casa e di creare giustizia ecologica, sociale ed economica obbedendo alle leggi ecologiche e rispettando i limiti ecologici e condividendo la ricchezza che la terra e le comunità creano, i colonizzatori scappano costantemente dai luoghi e dagli spazi che hanno distrutto e inquinato, per trovare nuove colonie da occupare ed estrarre, altri luoghi e altre persone da dominare e saccheggiare.
Questo modello di colonizzazione della natura e dell’uomo è ormai al limite ed è necessario considerare altre opzioni.
Invece di fare piani per fuggire dal questo pianeta, la strada che dovremmo seguire è quella di ritornare alla Terra, come un’unica comunità che ha il potenziale di creare e coprodurre con la natura per rigenerarla e provvedere ai bisogni di tutti.
Il ritorno alla Terra inizia nella nostra mente, liberandoci dalle illusioni che ci hanno spinto sull’orlo dell’estinzione, che l’1% ha creato e sta creando. È ancora possibile recuperare il nostro potenziale creativo per plasmare le nostre economie e democrazie dal basso verso l’alto. È ancora presente nelle nostre menti, nei nostri cuori e nelle nostre mani.

Terra, acqua e cielo: lo stato di salute è preoccupante

dalla pagina https://ilmanifesto.it/terra-acqua-e-cielo-lo-stato-di-salute-e-preoccupante/

Ambiente. Dall’Annuario Ispra la radiografia da nord a sud dal punto di vista ambientale, tra riscaldamento climatico, consumo di suolo e veleni




C’erano anche Giuseppe Conte, presidente del Consiglio, David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, e Sergio Costa, ministro dell’Ambiente, alla presentazione dell’«Annuario dei dati ambientali 2019» dell’Ispra. Quest’anno le informazioni sull’ambiente in Italia si confrontano con i trend europei elaborati dall’Agenzia europea dell’ambiente (Eea) e illustrati lo scorso dicembre a Bruxelles, nel «Soer 2020 – State of the Environment Report».
IL RAPPORTO ISPRA, che offre il quadro aggiornato sullo stato di salute del nostro Paese, è stato presentato nel corso di una diretta streaming. E il quadro che emerge, che si prenda l’acqua o il suolo, l’aria o la biodiversità, è assai compromesso.
PARTIAMO DALLO STATO di salute di fiumi e laghi, lontani dagli obiettivi europei. Neanche la metà dei 7.493 corsi d’acqua raggiunge uno «stato ecologico buono o elevato» (appena il 43%), mentre è se possibile ancora più grave la situazione dei laghi (solo il 20%). Va meglio la situazione se si analizza lo stato chimico: è buono per il 75% dei fiumi (anche se il 18% non è ancora classificato), e per il 48% dei laghi.
PER QUANTO RIGUARDA la biodiversità, con le sue 60 mila specie animali e 12 mila vegetali l’Italia è uno dei Paesi europei più ricchi, che presenta livelli elevatissimi di endemismo (specie esclusive del nostro territorio). Ma questo patrimonio vede alti livelli di minaccia per flora e fauna. Forte argine al degrado sono la Rete Natura 2000 e il Sistema delle aree protette italiane: quelle terrestri sono 843 e coprono il 10,5% del territorio nazionale, 29 le aree marine protette, 2.613 i siti della Rete Natura 2000 (19,3% del territorio nazionale).
«QUANTO ALLO STATO di salute della fauna in Italia, tra i vertebrati sono i pesci d’acqua dolce quelli più minacciati (48%), seguiti dagli anfibi (36%) e dai mammiferi (23%). Tra le piante più tutelate dalle norme Ue, il 42% è a rischio» spiega un comunicato dell’Ispra.
LE MINACCE PIÙ GRAVI vengono, però, dal costante aumento delle specie esotiche in Italia – più di 3.300 nell’ultimo secolo – dal degrado, dall’inquinamento e dalla frammentazione del territorio. Sì, è anche il consumo di suolo a gravare sulla perdita di biodiversità. E in Italia ormai la superficie antropizzata è pari a 23.000 km2, con una velocità di trasformazione di quasi 2 m2/sec tra il 2017 e il 2018. Sembrava che il fenomeno mostrasse segnali di rallentamento, ma probabilmente era solo a causa della congiuntura economica: dal 2018 il consumo di suolo ha ripreso a crescere, e nel 2018 è stato sottratto anche il 2% delle aree protette.
Il territorio italiano è fortemente esposto al dissesto idrogeologico. La popolazione a rischio frane che risiede in aree a ‘pericolosità elevata e molto elevata’ ammonta a 1.281.970 abitanti, pari al 2,2% del totale.
QUANTO ALLA QUALITÀ dell’aria, il Bacino padano è una delle aree dove l’inquinamento atmosferico e più rilevante in Europa. Guardando ai dati del 2019, il valore limite giornaliero del PM10 è stato superato nel 21% delle stazioni di monitoraggio (50 microgrammi per metro cubo, da non superare più di 35 volte l’anno). Rispettati invece i limiti per i PM2,5 maggior parte delle stazioni di rilevamento. Uno degli effetti del lockdown è stata la riduzione del biossido di azoto tra il 40 e 50% nelle regioni del Nord e nella Pianura padana.
UNO DEI DATI PIÙ ALLARMANTI che emergono dal rapporto, ed è il portato della pressione antropica sul Paese, è che ormai la temperatura media cresce in Italia più che in altre parti del mondo. Il riscaldamento globale picchia più forte. Nel 2018 è stata registrata un’anomalia media pari a +1,71°C rispetto alla media climatologica 1961-1990, a quella globale sulla terra ferma (+0,98 °C). È stato calcolato un aumento della temperatura media pari a circa 0,38 °C ogni dieci anni periodo 1981-2018. Elemento che porta l’Italia ad allontanarsi dagli obiettivi di contrasto dei cambiamenti climatici.
Nel 2018 si è poi registrato un uovo picco per la temperatura dei mari italiani (+1,08°C), il secondo dopo il 2015, rispetto al periodo 1961-1990. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha detto a margine della presentazione che le analisi dell’Ispra rappresentano «nuova linfa» per «ispirare la nostra azione», per «lavorare ancora con maggiore impegno per trasformare l’economia, la società del nostro Paese».
IN PARTICOLARE, HA SPIEGATO il premier, il lavoro è verso «un indirizzo politico che faccia della transizione ecologica anche la cifra culturale del nostro impegno». Non possono restare parole. «Dai rapporti emerge che senza un intervento urgente nei prossimi 10 anni non riusciremo a cogliere gli obiettivi che ci siamo prefissati» ha detto il presidente Ispra Stefano Laporta. E il 2030 è già domani.

mercoledì 3 giugno 2020

Non date la colpa al pipistrello

dalla pagina https://comune-info.net/non-date-la-colpa-al-pipistrello/

Claudia Korol

Nulla di ciò che si sta facendo in questo momento è in grado di prevenire la prossima pandemia. Quello di cui si discute è come affrontare questa particolare pandemia, fino a quando il virus stesso, si spera, troverà un punto di arresto, perché ci sarà una resistenza acquisita in una porzione significativa della popolazione. Allora questo particolare virus potrà scomparire, come sono scomparsi quelli della SARS e della MERS. Non infetterà più, ma ne compariranno altri, o lo stesso Covid 19 si trasformerà nel Covid 20 o nel Covid 21, in virtù di un’altra mutazione, perché tutte le condizioni rimangono le stesse. È un meccanismo perverso. Si dovrebbe mettere in discussione il sistema alimentare agroindustriale, dal modo in cui si coltiva al modo in cui si processa il cibo. Tutto questo circolo vizioso, che non si sta prendendo in considerazione, fa sì che si stia preparando un’altra pandemia. Intervista con Silvia Ribeiro, direttrice per l’América Latina del Gruppo Etc 



Silvia Ribeiro, ricercatrice nata in Uruguay che vive in Messico è da tre decenni direttrice per l’América Latina del Gruppo di Azione su Erosión, Tecnología y Concentración (ETC), con status consultivo di fronte al Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite. La sovranità alimentare e l’impatto dello sviluppo biotecnologico sulla salute e l’ambiente sono due dei temi sui quali lavora e che l’hanno condotta a mettere in discussione, fin dall’inizio della pandemia, l’assenza non solo della descrizione delle cause della diffusione del virus ma anche di proposte per intervenire a rimuoverle. In questa intervista fa riferimento in particolare a questo punto essenziale: è al sistema capitalista di produzione che dobbiamo guardare se pensiamo al confinamento obbligatorio come futuro.


Anche se stiamo parlando da mesi di questo virus, vale la pena chiedere ancora una volta: che cos’è il Covid-19?
Quello che ha dato origine all’attuale dichiarazione di pandemia è un ceppo della famiglia dei coronavirus, che provoca malattie respiratorie generalmente lievi, ma che possono essere gravi per una percentuale di persone contagiate, a causa della loro vulnerabilità. Fa parte di una grande famiglia di virus, che come tutti i virus muta molto rapidamente. È lo stesso tipo di virus che ha dato origine alla sindrome respiratoria acuta grave (SARS) in Asia e alla sindrome respiratoria acuta del Medio Oriente (MERS).
Da dove viene?
Anche se c’è un ampio consenso scientifico sul fatto che è di origine animale, e la sua origine è attribuita ai pipistrelli, non è chiaro da che luogo provenga, perché la mutazione dei virus è molto rapida, e ci sono molte località in cui potrebbe aver avuto origine. Con l’intercomunicazione che esiste oggi a livello globale, avrebbe potuto essere trasportato da un posto all’altro molto rapidamente. Quello che si sa è che ha cominciato ad essere un’infezione significativa in una città della Cina. Tuttavia questa non è l’origine, ma il luogo in cui l’infezione si è manifestata per la prima volta.
Rob Wallace, un biologo che per 25 anni ha studiato un secolo di pandemie, ed è anche filogeografo, perché ha seguito la traiettoria geografica delle pandemie e dei virus, dice che tutti i virus infettivi degli ultimi decenni sono fortemente correlati all’allevamento industriale di animali. Con la comparsa dell’influenza aviaria in Asia, dell’influenza suina (che in seguito è stata chiamata A H1N1 per darle un nome più asettico) e anche della SARS, che è collegata all’influenza aviaria, noi – del Gruppo ETC e di GRAIN – avevamo già visto che si tratta di virus che emergono in una situazione in cui c’è quella sorta di officina di replicazione e mutazione di virus che è l’allevamento industriale di animali. Il motivo è che ci sono molti animali ammassati tutti insieme. Questo avviene sia con i polli che con i maiali, stretti gli uni agli altri tanto da non potersi muovere, per cui tendono a sviluppare molte malattie. Ci sono diversi ceppi di virus e di batteri, che si propagano tra molti individui in uno spazio ridotto. Gli animali sono sottoposti a regolari trattamenti con pesticidi, per eliminare un’altra serie di problematiche che ci sono all’interno dell’allevamento. Ci sono anche veleni nel loro cibo – generalmente si tratta di mais geneticamente modificato. Il tutto è molto legato al business della vendita di prodotti geneticamente modificati come mangime. Si somministra agli animali una buona dose di antibiotici e antivirali per prevenire le malattie, il che genera resistenze sempre più forti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha esortato le industrie zootecniche, in particolare l’industria del pollo e del maiale, ma anche quella del pesce e del tacchino, a smettere di somministrare così tanti antibiotici, perché dal 70 all’80% degli antibiotici nel mondo sono utilizzati nella zootecnia industriale. Poiché hanno un sistema immunitario depresso, questi animali sono sempre esposti a malattie, per cui si danno loro anche farmaci antivirali. Gli antibiotici vengono somministrati non tanto per prevenire le malattie, quanto per farli ingrassare più rapidamente. Questi centri di allevamento industriale, dai recinti per l’ingrasso alle aree destinate alla riproduzione di suini, polli e tacchini, sono molto affollati e creano una situazione patologica di riproduzione di virus e batteri resistenti. Oltre a tutto questo, gli animali sono in contatto con esseri umani che li portano nelle città.
Ma questo virus viene oppure no dai pipistrelli?
Alcuni si chiedono: “Se si dice che è stato trovato in un mercato e che proviene da pipistrelli, come arriva agli animali degli allevamenti?”. Quello che succede è che pipistrelli, zibetti e altri animali che si suppone abbiano dato origine a vari virus (c’è anche una teoria secondo cui il virus dell’AIDS deriva da una mutazione di un virus che era presente nelle scimmie) li diffondono a causa della distruzione degli habitat naturali di quelle specie, che sono costrette a spostarsi in altri luoghi. Gli animali selvatici possono essere portatori di un serbatoio di virus che all’interno della loro specie sono controllati, esistono ma non li fanno ammalare; poi improvvisamente si spostano in un ambiente dove diventano una macchina produttrice di virus, perché incontrano molti altri ceppi e altri virus. Arrivano in quei luoghi perché scacciati dai loro habitat naturali. Questo ha a che fare soprattutto con la deforestazione, che paradossalmente è dovuta anche all’espansione della frontiera agricola. La FAO riconosce che il 70% della deforestazione ha a che fare con l’espansione della frontiera agricola e zootecnica. La FAO dice inoltre che in paesi come il Brasile, dove abbiamo appena visto tutto quello che è successo con gli incendi, in seguito alla deforestazione per incrementare la zootecnia, la causa della deforestazione è l’espansione dell’agroindustria e degli allevamenti industriali, con un aumento di oltre l’80 per cento.
Ci sono diversi fattori che si combinano tra loro. Fra gli animali che lasciano il loro habitat naturale (pipistrelli o altri) possono anche esserci molti tipi di zanzare che vengono generate e diventano resistenti a causa dell’uso di agrotossici. L’intero sistema dell’agricoltura industriale tossica e chimica crea anche altri virus che producono malattie. Ci sono molti vettori di malattie che raggiungono aree sovraffollate nelle città, soprattutto nelle zone marginali, dove vivono persone che sono state sfollate dai loro territori e che non dispongono di condizioni igieniche e abitative adeguate. Si crea così un circolo vizioso di circolazione tra i virus.
Che cosa pensi delle modalità con cui si sta affrontando la pandemia nel mondo?
Nulla di ciò che si sta facendo in questo momento è in grado di prevenire la prossima pandemia. Quello di cui si discute è come affrontare questa particolare pandemia, fino a quando il virus stesso, si spera, troverà un punto di arresto, perché ci sarà una resistenza acquisita in una porzione significativa della popolazione. Allora questo particolare virus potrà scomparire, come sono scomparsi quelli della SARS e della MERS. Non infetterà più, ma ne compariranno altri, o lo stesso Covid 19 si trasformerà nel Covid 20 o nel Covid 21, in virtù di un’altra mutazione, perché tutte le condizioni rimangono le stesse. È un meccanismo perverso. Si dovrebbe mettere in discussione il sistema alimentare agroindustriale, dal modo in cui si coltiva al modo in cui si processa il cibo. Tutto questo circolo vizioso, che non si sta prendendo in considerazione, fa sì che si stia preparando un’altra pandemia.

È possibile individuare chi ha la responsabilità di questa pandemia?
È il meccanismo tipico del sistema capitalistico, che crea enormi problemi che vanno dal cambiamento climatico all’inquinamento delle acque, dei mari, fino all’enorme crisi sanitaria che colpisce i paesi a causa della malnutrizione, ma anche delle sostanze tossiche a cui è esposto il cibo, che mettono in crisi la salute umana. Ovviamente il sistema capitalistico non rivedrà questo meccanismo, perché dovrebbe colpire nei loro interessi le imprese transnazionali che accumulano, che accentrano molto, dall’allevamento industriale di animali e le monocolture, alle imprese forestali e alla deforestazione fatta in modo commerciale. In ciascun anello della catena del sistema agroalimentare industriale troviamo alcune imprese. Stiamo parlando di tre, quattro, cinque imprese che dominano la maggior parte del settore, come nel campo dei transgenici, dove troviamo Bayer, Monsanto, Singenta, Basf, e Corteva. Lo stesso avviene per le imprese che producono i mangimi per gli animali. Qui abbiamo ad esempio Cargill, Bunge, ADM. Tutte hanno interessi nell’allevamento industriale, dove si collocano i loro principali clienti. Molte volte sono co-proprietari di queste fabbriche di virus. Oltre a mettere in discussione le cause… bisognerebbe cambiarle. E cambiarle significa mettere in discussione le basi stesse del sistema capitalistico. È necessario mettere immediatamente in discussione i sistemi di produzione, soprattutto il sistema agroalimentare. Ma questo si ricollega anche a molte altre cose. Ad esempio: chi è più colpito dalla pandemia in questo momento? Le persone più vulnerabili: quelle che non hanno una casa, quelle che non hanno acqua. Sono gli stessi che il sistema ha costretto allo sfollamento, colpiti anche perché non possono accedere ai sistemi sanitari.
Com’è la risposta dei sistemi sanitari?
In questi decenni di neoliberismo non ci si è occupati della necessità di sistemi di prevenzione sanitaria, che sono la cosa fondamentale; ma non ci sono nemmeno sistemi sanitari in grado di dare assistenza oggi a tutta la gente che si sta ammalando in molti paesi. I paesi in cui ci sono stati meno morti rispetto alla popolazione sono quelli che avevano sistemi sanitari relativamente in grado di assistere le loro popolazioni. Quelli che li hanno smantellati si sono trovati in condizioni peggiori di fronte alla pandemia. Il sistema è ingiusto non solo sul piano della produzione. È ingiusto sul piano del consumo, perché non tutti possono consumare allo stesso modo. È ingiusto nei suoi impatti sulla gente più colpita dal virus, che è la più vulnerabile. In alcuni casi si potrà chiamare in causa l’età, ma in molti altri il problema è generato da patologie provocate dal sistema agroalimentare industriale stesso, come ad esempio il diabete, l’obesità, l’ipertensione, le malattie cardiovascolari, tutte le forme di tumori del sistema digestivo. Tutto questo ha a che fare con il medesimo sistema che produce i virus. In mezzo a tutto questo, arrivano i sistemi di ‘salvataggio’ dei governi, e in tutti i paesi del mondo, per quanto si dica di volersi occupare in primo luogo dei poveri – sebbene ci possa essere questa intenzione (in alcuni non c’è nemmeno l’intenzione, come negli Stati Uniti)-, in realtà quello che si cerca di salvare sono le imprese, perché si dice che sono i motori dell’economia. Allora si torna a ripetere il medesimo schema. Si torna a salvare le imprese che hanno creato il problema.
E come si collocano le industrie farmaceutiche di fronte alla pandemia?
Persino di fronte alla pandemia non si parla delle cause, ma si va in cerca di nuovi affari, ad esempio con il vaccino. Basta osservare tutto l’affare dei vaccini, tutta la corsa che si sta svolgendo in questi momenti per vedere chi arriva per primo, chi li brevetta. Le industrie farmaceutiche stanno cercando l’affare. Ed è un affare anche per tutte le imprese dell’informatica, con le comunicazioni virtuali. Già prima della pandemia, le famose società GAFAM (Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft) erano le più quotate in termini di valore di mercato delle loro azioni. Oggi sono le imprese che stanno facendo enormi profitti, perché la comunicazione diretta è stata sostituita, ora più che mai, dalla comunicazione virtuale. I progetti di salvataggio dell’economia sosterranno questo tipo di imprese, quelle farmaceutiche che monopolizzeranno i vaccini e quelle agroindustriali che generano questi virus. È come una ripetizione permanente di questo tipo di sistema capitalistico ingiusto e classista, che colpisce molto di più coloro che già stavano male.
Va anche detto che il 72% delle cause di morte nel mondo è da attribuire a malattie non trasmissibili: diabete, malattie cardiovascolari, tumori, ipertensione. Ci sono malattie respiratorie che non derivano da un contagio infettivo ma dall’inquinamento delle città, con i trasporti. Tutto ciò che si sta facendo ora rispetto al coronavirus, è perché dà l’illusione, nel sistema capitalistico, che lo si possa combattere. Se c’è una pandemia, si tratta di un problema tecnologico, e la risposta è quella di creare situazioni regolamentate in ogni paese, cioè una soluzione tecnologica.
Ma c’è qualche altra possibilità di affrontare questa crisi che non sia quella dell’isolamento sociale?
Voglio chiarire che sono d’accordo sulla necessità di adottare misure di distanziamento fisico, non sociale, ma dovrebbero essere accompagnate da misure che possano sostenere coloro che non sono in grado di attuarlo a causa della loro vulnerabilità. Il fatto di selezionare una particolare malattia, che in questo caso è una malattia infettiva, per scatenare l’intera batteria di quello che sarebbe un attacco globale alla situazione pandemica, da un lato non mette in discussione le cause, ma dall’altro instaura anche una serie di misure repressive molto autoritarie, imposte dall’alto, il che equivale a dire alla gente: “Fai questo, fai quello, perché noi sappiamo quello che devi e quello che non devi fare”. Tutto ciò è legato al fatto di non vedere la radice del problema, le cause, e nello stesso tempo significa dire che gli unici che possono gestire la situazione che oggi viviamo a livello globale sono quelli che stanno in alto, i governi, le imprese: la soluzione saranno loro a darcela, per cui dovremmo accettare tutte le condizioni che ci impongono. Di fronte a questo, credo che sia fondamentale salvaguardare e rafforzare le risposte collettive e dal basso.
Per esempio?
Da un lato abbiamo bisogno di renderci conto che esiste un sistema alimentare che è quello che raggiunge il 70% della popolazione mondiale. Ci sono ricerche molto serie, del Gruppo ETC [vedi, ad esempio, l’opuscolo Chi ci nutrirà?, tradotto in italiano nel nostro blog, ndt] e di GRAIN, che dimostrano che il 70% della popolazione mondiale si alimenta in virtù della produzione su piccola scala da parte di contadini, piccoli agricoltori, anche coltivatori di orti urbani, e attraverso altre forme di interscambio e di raccolta di cibo che sono di dimensioni ridotte, decentralizzate, locali. E non solo è un cibo più sano, ma è quello che arriva alla maggior parte della gente. Bisognerebbe rafforzare e sostenere queste alternative. È una sorta di modello per pensare soluzioni dal basso, decentrate, collettive, di solidarietà, per capire come prenderci cura di noi stessi, di fronte a una minaccia di infezione, ma anche come prenderci cura gli uni degli altri, e continuare a lavorare alla creazione di culture che siano contrarie al sistema capitalistico e lo mettano totalmente in discussione, perché è quello che sta facendo ammalare tutta l’umanità, la natura, gli ecosistemi e il pianeta.


martedì 2 giugno 2020

2 giugno 2020

"Lo spirito costituente rappresentò il principale motore della rinascita dell’Italia. Seppe unire gli italiani, al di là delle appartenenze, nella convinzione che soltanto insieme si sarebbe potuta affrontare la condizione di estrema difficoltà nella quale il Paese era precipitato. Questa sostanziale unità morale è stata il vero cemento che ha fatto nascere e ha tenuto insieme la Repubblica. E’ quel che ci fa riconoscere, ancora oggi, legati da un comune destino".
Sergio Mattarella
1 giugno 2020

lunedì 1 giugno 2020

2 giugno nonviolento

dalla pagina https://www.azionenonviolenta.it/2-giugno-nonviolento/

La buona notizia è che non ci sarà la parata militare. Finalmente.
La cattiva notizia è che non potranno sfilare nemmeno i civili. Purtroppo.
Ma noi vogliamo festeggiare comunque il 2 giugno, compleanno della Repubblica.


Nome: Repubblica
Cognome: Italiana
Nata il: 2 giugno 1946
Luogo: Urna elettorale
Maternità: Resistenza antifascista
Paternità: Referendum istituzionale

Con questi dati anagrafici, figlia della libertà conquistata, di un voto popolare, e con la bella Costituzione che porta in dote, le siamo debitori per il ripudio della guerra e per la pace che ha garantito con la sua vocazione europea. Noi cittadini abbiamo il compito di difenderla, lo dice la Costituzione stessa, che ci affida questo “sacro dovere” (articolo 52). I cittadini sono civili e disarmati, uno status in contrapposizione a quello militare, per definizione.
E poichè la Repubblica è fondata sul lavoro, sui diritti, sulla dignità, sulla cultura, sulla tutela delle minoranze, sulla pace e sulla giustizia, può essere difesa solo con strumenti compatibili con questi principi fondamentali (articoli 1-12). È la difesa civile, non armata e nonviolenta il metodo che i cittadini hanno a disposizione per tutelare la Repubblica.
Oggi gli strumenti simbolo della “difesa della Patria” sono mascherine, guanti, disinfettante, non cacciabombardieri, blindati, corazzate.
La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti (articolo 32). Dobbiamo difenderci dalla malattia, dal contagio, tutelare i più deboli e i fragili. Dopo la pandemia e l’emergenza sanitaria, le forze da mettere in campo sono quelle del lavoro, medici e infermieri, le categorie delle arti e dei mestieri, gli studenti, gli educatori, gli immigrati, i bambini e le bambine, le madri e i padri, le ragazze e i ragazzi del Servizio civile universale. Questa è la vera ricchezze della Repubblica che chiede di rimuovere l’ostacolo delle enormi spese militari ed avere a disposizione risorse per garantire il sistema sanitario a tutti. Ecco perchè la parata militare è ormai anacronistica.
Il 2 giugno festeggiamo la Repubblica democratica, unitaria, parlamentare. Noi vogliamo portare la nostra aggiunta nonviolenta affinchè sia anche disarmata, strumento di pace cheripudia la guerra (articolo 11).
azionenonviolenta.it
nonviolenti.org
@movnonviolento
Movimento Nonviolento
2 giugno 2020