domenica 10 novembre 2019

Azione Nonviolenta, “Diritti dell’infanzia”

dalla pagina https://www.azionenonviolenta.it/azione-nonviolenta-5-2019-anno-56-n-635/

Azione nonviolenta, 5 – 2019 (Anno 56, n. 635)

Numero monografico sulla “Diritti dell’infanzia” – E’ uscito il numero 5-2019 (settembre-ottobre) di “Azione nonviolenta”, rivista del Movimento Nonviolento, fondata da Aldo Capitini nel 1964, bimestrale di formazione, informazione e dibattito sulle tematiche della nonviolenza in Italia e nel mondo.
L’Editoriale di Mao Valpiana
La festa dell’infanzia che cambia il mondo
Vita e pace, diritti dei bambini
La Convenzione Onu sui Diritti dell’infanzia, in vigore da 30 anni, rappresenta un testo giuridico di eccezionale importanza poiché riconosce tutti i bambini e tutte le bambine del mondo come titolari di diritti civilisocialipoliticiculturali ed economici. Le conseguenze pratiche di questa nuova visione sono fondamentali: – nessun minore può essere discriminato per nazionalità, sesso, lingua, religione, opinione personale o dei genitori; – in ogni legge, provvedimento, iniziativa pubblica o privata, l’interesse del bambino deve avere la priorità; – gli Stati devono impegnare il massimo delle risorse disponibili per tutelare la vita e il sano sviluppo dei bambini; – i bambini devono essere ascoltati in tutti i processi decisionali che li riguardano, e gli adulti devono tenerne in considerazione le opinioni.
Per il diritto internazionale questa è una conquista recente ed importante, sancita nei codici, ma ancora lontana dall’essere applicata in tutto il suo potenziale rivoluzionario.
Ma per la nonviolenza il rispetto e l’attenzione ai minori, agli ultimi, ai più piccoli, è un fatto costitutivo originale. Mi ha sempre colpito la durezza che il Vangelo riserva a chi fa del male al mondo dell’infanzia. Gesù arriva addirittura ad augurare la morte a chi fa violenza ad un bambino. “Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare”. Una sentenza impietosa, una condanna capitale e senza appello. Parole che fanno da contraltare alla dolcezza riservata ai bambini: Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro appartiene il Regno di Dio”. E poi: “Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli. Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me”. Ed infine: “Chi si fa piccolo come questo bambino, quello è il più importante nel Regno di Dio”.
Questa benevolenza verso il mondo dell’infanzia, la ritroviamo ugualmente nello sviluppo del pensiero filosofico e pedagogico di Aldo Capitini, che pone i fanciulli al centro del processo di liberazione nonviolenta: “il bambino è il figlio della festa; ogni data di nascita è un natale che non è soltanto un incremento della compresenza, ma è anche una prova del portare al massimo il nostro impegno al valore, al quale segue qualche cosa della realtà liberata“.
La nonviolenza rovescia i ruoli. Gli adulti non hanno il compito di educare i bambini, ma devono invece portare il mondo all’altezza del fanciullo, cioè rendere il mondo degno dei bambini e della festa che solo loro sanno celebrare in pienezza: “Non c’è cosa più ingannevole dell’accettazione abitudinaria di un ritmo immutabile; mentre fin ai fanciulli bisogna mostrare che questo tempo è quello dell’intensificarsi del ritmo degl’impegni straordinari alle aperture e alle aggiunte: credo che per millenni si siano perdute le occasioni di liberazione dell’uomo che i fanciulli portavano, appunto per aver imposto loro come assoluto e immodificabile quel ritmo che era lo schema di un’età adulta, chiusa, meccanica e presuntuosa. Da qui lo sforzo di Gesù di rendere tutti come fanciulli”.
E dunque, se saranno i piccoli a liberare l’uomo, se il mondo deve diventare degno della festa che i fanciulli sanno fare, il grande ostacolo da rimuovere è quello della guerra: là dove c’è guerra muoiono i diritti delle bambine e dei bambini. Il primo diritto è quello alla vita. Il secondo diritto è quello ad un futuro amico. Ma oggi questi diritti vengono loro negati: un mondo inquinato, la crisi ambientale, l’emergenza climatica, gli oceani invasi dalla plastica, scandalizzano i bambini. Per gli adulti che hanno compiuto questi crimini tremendi, che hanno rovinato il mondo dei bimbi, meglio sarebbe fosse loro appesa al collo una macina girata da asino, e fossero gettati negli abissi del mare.
IL DIRETTORE

sabato 9 novembre 2019

Alternanza scuola-lavoro nella fabbrica di munizioni

dalla pagina https://ilmanifesto.it/alternanza-scuola-lavoro-nella-fabbrica-di-munizioni/

Oggi la protesta. «C’è un problema etico», denunciano gli studenti delle superiori di Lecco. L’azienda Fiocchi esporta prodotti anche in Turchia, «ma solo per importi ridotti e solo con aziende private» assicura il presidente



Dopo i fast food, l’alternanza scuola-lavoro arriva anche in un’azienda di munizioni. È quanto succede a Lecco dove la Fiocchi Munizioni, storica fabbrica della città lariana, con oltre seicento lavoratori attualmente impiegati nello stabilimento in Via Santa Barbara, e tra le più importanti aziende di armamenti in Italia, accoglie gli studenti delle scuole superiori per attività in vari ambiti, da quello amministrativo a quello tecnico. A denunciarlo l’Unione degli Studenti di Lecco che oggi scenderà in piazza anche per chiedere di interrompere i legami tra le scuole pubbliche, in particolare del Liceo Scientifico-Musicale Grassi, e la Fiocchi Munizioni dove alcuni studenti lecchesi hanno già svolto e potranno svolgere nei prossimi mesi il loro periodo di alternanza scuola-lavoro.
IL PRESIDENTE Stefano Fiocchi con i suoi collaboratori ha già incontrato un gruppo di studenti un paio di settimane fa in occasione dell’iniziativa del Liceo Scientifico e Musicale Grassi A manager for a day che, attraverso gli incontri con imprenditori del territorio, ha lo scopo di far conoscere le aziende con cui poter svolgere i «Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento» come da settembre è chiamata l’alternanza scuola-lavoro.
COSA PRODUCE? Quali sono i mercati di riferimento e la concorrenza e quali gli investimenti per il futuro? sono state le domande a cui ha risposto la dirigenza della Fiocchi Munizioni, azienda di pallottole per la caccia e che esporta materiali di armamento in vari paesi. Compresa la Turchia, ma solo per importi ridotti e solo con aziende private, ha assicurato a ottobre il presidente Stefano Fiocchi, rispondendo alle accuse di partiti e società civile che, nei giorni dell’attacco turco al Rojava, denunciava gli «ingenti carichi di armi e munizioni» partiti per la Turchia dall’azienda lecchese negli ultimi anni.
«Non si può tralasciare il fattore etico nel momento in cui le scuole, soprattutto se pubbliche, scelgono i propri partner per l’alternanza», afferma decisa Aurora dell’UdS di Lecco, «Non ci sta bene che gli studenti delle scuole superiori possano trascorrere alcune ore in un’azienda leader della produzione di munizioni a livello mondiale».
PER RIBADIRLO, gli studenti hanno indetto lunedì scorso un presidio di fronte ai cancelli della storica fabbrica lecchese in vista del corteo di oggi. «La scuola è il primo posto dove si produce il cambiamento», spiega Aurora, convinta che la scelta delle scuole di «collaborare con la Fiocchi Munizioni invece, vada in tutt’altra direzione: è un modo per lasciare la situazione immutata, alimentando consapevolmente un sistema che viola diritti umani fondamentali. Senza risparmiare neppure i ragazzi più giovani». Opinione condivisa anche da alcuni docenti. «C’è chi minimizza dicendo che la Fiocchi Munizioni sia solo un’azienda storica lecchese che da lavoro a molte famiglie. Ma la scuola dovrebbe pensare in modo diverso, dando la precedenza all’etica e non al business», dice un insegnante dell’istituto. Da parte sua il preside del Liceo Scientifico e Musicale Grassi ha respinto le accuse, spiegando come la Fiocchi figuri semplicemente tra le imprese disponibili a far svolgere l’alternanza agli studenti e come il programma di collaborazione non riguardi solo il suo istituto ma anche altre scuole della provincia.
Nei mesi scorsi la Fiocchi Munizioni era finita al centro delle cronache anche per la controversa pubblicazione di un calendario aziendale in cui alcune dipendenti dell’azienda erano in posa con le munizioni prodotte nella fabbrica. Al binomio donne e pallottole, sembra essersi aggiunto quello studenti e munizioni.

giovedì 7 novembre 2019

Diminuire l’anidride carbonica? Piantare alberi! Fermare la deforestazione e proteggere le piante

dalla pagina https://focustech.it/2019/02/18/alberi-anidride-carbonica-clima-232591

Un modo per diminuire l’anidride carbonica? Piantare miliardi di alberi



Tra i vari gas serra quello più comune, anche se non è esattamente quello più pericoloso, c’è l’anidride carbonica, quella che produciamo anche noi come scarto del processo della respirazione. Ovviamente c’è un bisogno di ridurre tutti i gas, ma per ognuno di esso ci sono dei procedimenti diversi. Nel caso della CO2 una delle possibilità è quella di piantare un gran numero di alberi e con gran numero si intende 1.2 bilioni di nuovi alberi, o almeno è quello che il ricercatore Zurigo Thomas Crowther ha stabilito.
Il ricercatore dell’ETH ha dichiarato a The Independent che tale numero è frutto di un’analisi e che si tratta del modo migliore per combattere il cambiamento climatico. Questo piano, a detta sua, sarebbe più impattante di qualsiasi altro progetto in merito, dalla costruzione di turbine eoliche o dalle più semplici diete vegetariane.
Un mondo più verde-letteralmente
Ecco una dichiarazione dello scienziato: “Ora ci sono 400 gigatoni nei 3 bilioni di alberi e se dovessi aumentare di un altro bilione di alberi si aumenterà l’assorbimento di CO2 di altre centinaia di gigatoni – almeno 10 anni di emissioni antropogeniche completamente spazzate via. È una cosa bellissima perché tutti possono essere coinvolti. Gli alberi rendono letteralmente le persone più felici negli ambienti urbani, migliorano la qualità dell’aria, la qualità dell’acqua, la qualità del cibo, il servizio ecosistemico, è una cosa così facile e tangibile“.
In tutto il mondo ci sono storie di singole persone ed organizzazioni che piantano intere foreste. Non è un processo esattamente facile e anche abbastanza dispendioso, ma se interi governi si mettessero a seguire tale progetto potrebbe risultare molto più facile raggiungere il numero prefissato.
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Potremmo ricoprire di alberi un'area estesa quanto gli Stati Uniti
Sarebbe la nostra assicurazione sulla vita contro il riscaldamento globale: le nuove foreste potrebbero abbassare i livelli di CO2 in atmosfera del 25%, un beneficio molto più importante di quanto immaginassimo.





Si sente spesso dire che le previsioni catastrofiste sul futuro del nostro Pianeta rischiano di lasciare tiepidi, nelle azioni concrete contro il global warming. Tutt'altro effetto dovrebbe avere, quindi, un nuovo studio pubblicato su Science, che al problema noto dell'accumulo di gas serra in atmosfera contrappone "la migliore soluzione disponibile" (e la più semplice): gli alberi.

Secondo l'analisi - la prima a quantificare quanti nuovi alberi la Terra potrebbe ospitare, dove potrebbero essere piantati, e con quali effetti - l'area disponibile alla riforestazione è più estesa di quanto si pensasse, e le nuove piante potrebbero arrivare a tagliare i livelli di CO2 in atmosfera del 25%, riportandoli a concentrazioni che non si vedevano da più di un secolo.

Gli stati uniti degli alberi. Per i ricercatori del Crowther Lab del Politecnico Federale di Zurigo, l'attuale copertura forestale globale potrebbe essere estesa di un terzo senza togliere spazio alle città o ai campi coltivati, fino a riforestare un'area grande come gli USA, o più estesa del Brasile. Soprattutto, non si tratterebbe di destinare a nuove foreste aree altrimenti occupate da altri ecosistemi, come le paludi, ma di dare una nuova vocazione a terreni oggi degradati, attualmente poco utili dal punto di vista ecologico.

Una volta mature, le nuove foreste potrebbero catturare 205 miliardi di tonnellate di carbonio, i due terzi delle 300 miliardi di tonnellate "extra" immesse in atmosfera dalle attività umane dalla Rivoluzione Industriale in poi.

Forza, c'è spazio! I ricercatori hanno calcolato la percentuale naturale di copertura forestale nel mondo (dalla tundra alle foreste pluviali equatoriali) analizzando 80 mila foto satellitari ad alta risoluzione di distese di alberi ancora "sane", non devastate dall'attività umana. Con l'aiuto di Google Earth e di un sistema di apprendimento automatico, hanno poi identificato 10 variabili del suolo o del clima che favoriscono la copertura forestale nei vari tipi di ecosistemi.

Con questi dati, sono riusciti a prevedere dove le condizioni ambientali e la lontananza dall'uomo potrebbero consentire di piantare nuovi alberi. Senza toccare le aree urbane, le zone agricole e gli alberi già esistenti, il nostro pianeta potrebbe supportare altri 0,9 miliardi di ettari di copertura forestale; se invece destinassimo a questo scopo anche parte dei territori delle città e degli attuali terreni agricoli, si potrebbero aggiungere altri 0,7 miliardi di ettari.

Se vogliamo rimanere entro quel grado e mezzo di riscaldamento dall'era pre-industriale auspicato dagli Accordi di Parigi, anche tagliando le emissioni di trasporti e produzione energetica, servirebbe un miliardo di ettari extra di foreste per assorbire parte delle emissioni che già respiriamo. Il nuovo studio ci dice che, volendo, è possibile.

martedì 5 novembre 2019

Giovani in fuga, quanto ci perdiamo… Immigrati, quanto ci guadagniamo

dalla pagina http://www.fondazioneleonemoressa.org/2019/10/30/giovani-in-fuga-quanto-ci-perdiamo/

Negli ultimi 10 anni abbiamo perso una città come Verona: 250 mila giovani [italiani] emigrati e non rientrati (saldo migratorio). Se fossero rimasti, produrrebbero 16 miliardi di PIL.

Nel periodo 2009-2018 oltre 23mila giovani hanno lasciato il Veneto.

Leggi l’articolo di Vladimiro Polchi su Repubblica del 29.09.2019 
Leggi l’articolo di Beppe Severgnini sul Corriere della Sera del 30.10.2019

dalla pagina http://www.fondazioneleonemoressa.org/2019/10/01/rapporto-2019-sulleconomia-dellimmigrazione/

Presentato martedì 8 ottobre presso la Presidenza del Consiglio il nono Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione. L’edizione 2019 si concentra sui giovani: “la cittadinanza globale della generazione millennial“.

Gli immigrati stranieri producono il 9% del Pil italiano.

INFOGRAFICAPRESENTAZIONE DEL RAPPORTORASSEGNA STAMPATABELLE REGIONALI 2019

venerdì 1 novembre 2019

Italia-Libia, intesa e segreti. Tra diritti violati e contrabbando di petrolio

dalla pagina https://www.avvenire.it/attualita/pagine/italia-libia-i-segreti-di-una-intesa

Nello Scavo 
venerdì 1 novembre 2019

Nell'inchiesta spuntano due documenti che confermano il finanziamento alle milizie libiche. Ecco cosa non si dice degli accordi siglati in questi anni con i governi nordafricani

Ogni conflitto ha il suo tariffario. In Libia si paga nella valuta sudicia dei diritti umani calpestati, in quella sporca del petrolio contrabbandato a tonnellate verso un’Europa che lascia sbarcare i barili di frodo ma abbandona in mare i naufraghi. E negli euro che ricoprono d’oro i capi milizie.

Solo a settembre sono stati assegnati per la sola area che va da Tripoli al confine con la Tunisia oltre 5,7 milioni di euro ai combattenti che sostengono il governo del premier al-Serraj contro l’avanzata del generale Haftar. Tra i principali beneficiari le brigate al Nasr, del clan a cui appartiene Bija, guardacoste e presunto trafficante, guidato dai fratelli Koshlaf. Una cifra colossale in un Paese dove il carburante costa 10 cent.

Alcune fonti in loco sostengono che, per come viene spesa quella montagna di soldi, bastano appena per qualche settimana di scontri. Un cortocircuito che mostra come Tripoli sia diventato un labirinto senza uscita per i governi europei che finanziano indirettamente i clan libici. I documenti visionati da Avvenire - vedi le due foto - confermano l’accordo nero su bianco e risalgono all’estate appena trascorsa.

Ma non è l’unico segreto sull’asse Bruxelles-Roma-Tripoli. Anche sulle relazioni tra le guardie costiere europee e quella libica continua a prevalere la linea d’ombra. Ancora una volta, dopo una delle numerose richieste di accesso agli atti indirizzata alle autorità italiane, la risposta è quella solita: segreto di Stato.

L’avvocato Alessandra Ballerini, per conto dell’Associazione Diritti e Frontiere, aveva chiesto chiarimenti sul caso "Ocean Viking", la nave di Medici senza frontiere e Sos Mediterranée, rimasta in ostaggio del solito flipper tra cancellerie europee. E così dal Comando delle Capitanerie di porto fanno sapere che la documentazione «investe rapporti con altri Stati, in specie Libia e Malta, i quali potrebbero sentirsi lesi nelle proprie prerogative dalla scelta italiana di ostendere atti recanti informazioni che possono in qualche modo riguardarli con il conseguente concreto pregiudizio ai rapporti che intercorrono tra Stati ed alle relazioni tra soggetti internazionali (Governo libico e maltese)».

Cosa ci sia da nascondere, se le norme internazionali sono state rispettate, non è dato da sapere. In altre parole, «le ragionevoli aspettative di confidenzialità dei diretti interessati» prevalgono ancora una volta sulla trasparenza.

Anche gli accordi tra Roma e Tripoli, in corso di imminente rinnovo, hanno molti capitoli coperti dal segreto nella parte attuativa. Si sa, ad esempio che «la parte italiana si impegna a fornire supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l’immigrazione clandestina, e che sono rappresentati dalla guardia di frontiera e dalla guardia costiera del Ministero della Difesa, e dagli organi e dipartimenti competenti presso il Ministero dell’Interno».

Ma come avvengano i finanziamenti e chi ne controlli l’effettiva destinazione finale nessuno lo sa. Ancora più anomalo che il Memorandum Italia-Libia non sia stato mai votato dal Parlamento.

«Sono stati usati i soldi dei contribuenti della cooperazione per l’Africa per creare una guardia costiera che fa quello che noi, Paese occidentale, non possiamo fare: violazione sistematica dei diritti umani», dice Antonello Ciervo, dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi).

Un capitolo riguarda, a parole, il contrasto al contrabbando di petrolio. Davanti alle coste di Zuara e Zawyah, intanto, ci sarebbero 236 navi adoperate per l’export illegale di idrocarburi. La notizia, rivelata da Euronews, non sembra allarmare le autorità Ue.

I sequestri di greggio esportato illegalmente sono una rarità. La cosiddetta guardia costiera libica, infatti, è più impegnata a catturare migranti da riportare nei campi di prigionia, anziché concentrarsi sulle continue rapine di oro nero. Forse, come sostengono gli investigatori Onu, perché a gestire gli affari sporchi sono i clan.


A pagare sono sempre i più deboli. Per l’Alto commissariato Onu per i diritti umani, una volta «intercettati in mare dalla Guardia costiera libica i migranti vengono rimpatriati in quel Paese. Vengono trasferiti in centri di detenzione sia ufficiali che ufficiosi». E lì sono sottoposti «non solo alla detenzione arbitraria indefinita, ma anche – si legge nel report della settimana scorsa – a gravi violazioni dei diritti umani come tortura e maltrattamenti, estorsioni, abusi e sfruttamento sessuale, tratta e traffico di esseri umani».
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dalla pagina https://ilmanifesto.it/le-ong-contro-il-governo-inaccettabile-rinnovare-memorandum-con-la-libia/

Ong contro il governo: «Rinnovare il memorandum libico è inaccettabile»

Migranti. Mediterranea, Open Arms, Sea-Watch, Sea-Eye, Medici Senza Frontiere attaccano l'esecutivo e le proposte avanzate dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio

Giansandro Merli

Dopo la lettera delle associazioni che compongono il Tavolo asilo, anche le Ong attive nelle missioni umanitarie nel Mediterraneo e nei campi di prigionia libici attaccano duramente l’esecutivo sul rinnovo del memordandum d’intesa con la Libia. Mediterranea, Open Arms, Sea-Watch e Sea-Eye hanno diffuso ieri un comunicato congiunto in cui chiedono di approfittare di «questa importante scadenza per dimostrare un cambio di passo».

Le modifiche annunciate dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio durante il question time parlamentare di mercoledì scorso non hanno convinto nessuno. «Riteniamo grave l’intenzione da parte del governo italiano di voler confermare un accordo che ha avuto come unico risultato quello di aumentare in modo indiscriminato la violenza e la violazione dei diritti in territorio libico», scrivono le Ong.

Nel documento smontano punto per punto le asserzioni avanzate dal capo politico dei 5 Stelle sull’affidabilità dell’interlocutore libico e sull’equazione, di salviniana memoria, tra meno partenze e meno morti. In termini assoluti la diminuzione degli arrivi ha causato un aumento delle violenze e delle torture delle persone bloccate o riportate in Libia. In termini relativi i dati di Unhcr e Oim dimostrano che il rapporto tra partenze e decessi nel 2018 era di 1 a 29, mentre nel 2019 è divenuto di 1 a 6.

«Maquillage umanitario» è invece la definizione utilizzata da Medici senza frontiere (Msf) per le proposte di Di Maio. Le équipes dell’organizzazione sono attive lungo la rotta mediterranea centrale e forniscono assistenza medica nei centri di detenzione libici. «L’unica soluzione umanitaria possibile è superare il sistema di detenzione arbitraria, accelerare l’evacuazione di migranti e rifugiati dai centri favorendo alternative di protezione e porre fine al supporto ad autorità e guardia costiera libica che alimenta sofferenze, violazioni del diritto internazionale e traffico di esseri umani», afferma Marco Bertotto, responsabile advocacy Msf.

martedì 29 ottobre 2019

primolunedìdelmese: "La politica dei muri"

primolunedìdelmese
Anno XXII - Incontro n. 170

4 Novembre 2019 - ore 20:30
presso Cooperativa Insieme, via Dalla Scola 253, Vicenza


domenica 27 ottobre 2019

29 ottobre: "Donne, Diritti Umani e Processi di Pace"


Questo incontro di Vicenza è inserito nel progetto “Donne Diritti Umani e Processi di Pace” che sostiene l’attuazione del Terzo Piano d’Azione Nazionale dell’Italia su “Donne Pace Sicurezza” (2016-2019) nei suoi aspetti più innovativi e originali, che riguardano il ruolo delle donne e della società civile nella promozione della pace e dei diritti umani nelle aree di conflitto e post conflitto, per la piena espressione del potenziale trasformativo della Risoluzione 1325 “Donne Pace Sicurezza” del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
A tal fine, il progetto si articola in una pluralità di attività: formazione, informazione e comunicazione attraverso iniziative ed eventi che si svolgono in diverse aree del territorio nazionale, con il coinvolgimento di partner attivi a livello locale per la promozione dei diritti umani e della pace.
Il progetto è sostenuto dalle principali organizzazioni impegnate in attività di protezione e peacebuilding in aree di conflitto.
Il progetto è promosso dal Centro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca” dell’Università di Padova e dal Centro Studi Difesa Civile, con il sostegno del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Nota Bene: per motivi organizzativi si prega cortesemente di comunicare il proprio interesse e la partecipazione


Informazioni e Comunicazioni a: casaperlapace@gmail.com / tel. 0444 327395

venerdì 25 ottobre 2019

Dossier Statistico Immigrazione 2019: con i decreti sicurezza aumenta il numero di stranieri irregolari

dalle pagine 

Immigrazione. Richiedenti asilo e migranti tornati nella clandestinità. La denuncia del Rapporto Idos: «Con le norme salviniane più esclusione sociale»



In Italia tra il 2017 e il 2018 è crollato dell’80% il numero di migranti sbarcati, passato da circa 119 mila due anni fa a 23.370 lo scorso anno. Un trend al ribasso proseguito anche nei primi mesi del 2019, con 7.710 sbarchi registrati. Il dato italiano è 5 volte inferiore ai 39mila migranti arrivati in Grecia e di circa 2 volte e mezzo più basso rispetto ai 19mila approdati in Spagna. È quanto emerge dal Dossier statistico immigrazione 2019, a cura di Idos – Centro studi e ricerche sull’immigrazione. Nonostante i numeri in calo la propaganda politica ha continuato ad agitare il tema dell’invasione fino ad approvare i due decreti Sicurezza, poi convertiti in legge dall’allora maggioranza giallo verde. Quello tra il 2018 e il 2019, spiega il dossier, è stato un «annus horribilis per l’immigrazione».
Il primo decreto Sicurezza ha causato maggiore esclusione sociale, contribuendo a fare aumentare il numero di stranieri irregolari: nel 2018 erano 530mila, entro il 2020 potrebbero arrivare a oltre 670mila. A incidere è stata l’abolizione della protezione umanitaria. L’introduzione di permessi speciali, più labili e difficilmente rinnovabili, hanno reso più precaria la platea dei beneficiari.
Nel 2018 il numero degli ospiti nei centri di accoglienza è calato di circa 51mila unità rispetto al 2017, arrivando a 135.800. Nel primo semestre 2019 è diminuito di altre 27mila persone. In 82.600 si trovano nei Cas, solo 26.200 nei centri Siproimi (gli ex Sprar). Il taglio dei fondi ha cancellato migliaia di posti di lavoro nel settore. Ha anche indotto la diserzione dei bandi prefettizi da parte degli enti che non hanno ritenuto congruo il ridotto massimale economico, rispetto al livello minimo di accoglienza da garantire. I migranti adesso in gran parte restano confinati «in strutture prive di figure per il sostegno e l’integrazione, senza possibilità di fruire di tali percorsi. Destinati a rimanerci per mesi e anni, sono maggiormente esposti al reclutamento della criminalità».
Sul fronte sbarchi, dal 2017 il drastico calo degli arrivi in Italia è stato conseguito a danno dei migranti, afferma il Dossier, a cominciare dagli accordi con la Libia, per proseguire con la riduzione dei salvataggi in mare, sulla scia di una campagna ostile nei confronti delle ong. Nel 2018 un elevato numero di migranti è stato fermato dalla Guardia costiera libica (finanziata da Italia e Ue) oppure riportato nei campi di detenzione libici o ancora sono morti nel Mediterraneo centrale, la rotta più letale al mondo. Dal 2000 ad oggi, i morti e dispersi accertati sono stati più di 25mila, il 50% di tutti quelli calcolati nelle rotte marittime a livello mondiale.
Se nel 2017 il numero di annegati registrato dall’Oim è stato più del doppio (oltre 2.800) rispetto a quello del 2018, con più di 1.300 vittime lungo il tratto di mare italo libico, è invece aumentato il rapporto «morti-partenze», passato da 1 a 50 a 1 a 35. Una conseguenza diretta della riduzione dei salvataggi di ong: ai loro interventi erano ascrivibili, nel 2017, il 35% di tutti i salvataggi; oggi sono circa l’8% per effetto della politica dei «porti chiusi», formalizzata nel decreto Sicurezza bis.
Durante il governo giallo verde si sono registrati 20 casi di navi umanitarie alle quali è stato vietato l’attracco, con a bordo una quota di migranti minoritaria rispetto alle migliaia che, nel frattempo, sono approdate con i «barchini fantasma». Con la politica dei «porti chiusi» l’Italia ha evitato appena 2mila persone sbarcate a Malta e, due volte, in Spagna.
Nel 2018 quasi il 70% delle richieste di asilo sono state respinte: su 95mila domande, solo il 32,2% ha ottenuto protezione. I minori non accompagnati sbarcati in Italia nel 2018 sono stati 3.500, pari al 15,1% degli arrivi. In Italia l’anno scorso la popolazione straniera è cresciuta del 2,2%, con 5,2 milioni di residenti (l’8,7% della popolazione) e da almeno sei anni non è in espansione. Un flusso che solo parzialmente compensa la quantità di giovani italiani che vanno all’estero, al ritmo di 300mila all’anno. Nel 2018 sono stati 112.500 gli stranieri che hanno acquisito la cittadinanza italiana, in netto calo rispetto ai due anni precedenti, mentre crescono politiche di esclusione e discriminazione.

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dalla pagina https://www.onuitalia.it/dossier-statistico-immigrazione-2019-lannus-horribilis-per-i-migranti/

DOSSIER STATISTICO IMMIGRAZIONE 2019

COMUNICATO STAMPA
Roma, 24 ottobre 2019 – Le nuove generazioni protagoniste del nuovo Dossier Statistico Immigrazione 2019 “L’ANNUS HORRIBILIS PER I MIGRANTI” realizzato dal Centro Studi e Ricerche Idos in partenariato con il Centro Studi Confronti. Giovani protagonisti tanti sono stati gli studenti degli istituti scolastici, licei e istituti tecnici, presenti all’evento di lancio del Dossier, che si è svolto questa mattina, lunedì 24 ottobre, al Nuovo Teatro Orione a Roma. Ma attenzione sui giovani anche perchè il tema della cittadinanza per le “seconde generazioni” di immigrati, la discussione sullo ius soli e lo ius culturae, è uno dei punti al centro del dossier.
L’incontro odierno, moderato da Maria Paola Nanni di Idos e Stefania Sarallo di Confronti si è aperto con il video che riassume i contenuti del Dossier, realizzato da Vibes-Radio Beckwith.
Numeri che descrivono appunto un “annus horribilis” per l’immigrazione: 68.845 arrivi in Europa attraverso il Mediterraneo, dal 1° gennaio al 1° ottobre 2019, 1.314 morti e dispersi nella rotta centrale: una drastica riduzione degli arrivi via mare alla quale si aggiunge la sostanziale chiusura, come si legge nella scheda di sintesi del Dossier, dei canali regolari di ingresso. Intanto, i residenti stranieri in Europa sono 39,9 milioni, in Italia 5.255.503, l’8,7 per cento della popolazione residente (2018). 2.445.000 sono gli occupati stranieri in Italia, il 10,6 per cento del totale lavoratori e 602.180 le imprese condotte da stranieri in Italia, il 9,9 per cento delle aziende complessive.
“Nell’anno trascorso – ha dichiarato Luca Di Sciullo, presidente Idos – c’è stato il tentativo di portare la nostra società a fasi storiche passate, abbiamo visto realizzarsi un’eclissi del senso dell’umano, dinanzi a quella che è stata chiamata la crisi dei migranti, che a essere onesti, dovremmo chiamare crisi dell’Europa”. Serve allora “riabilitare il principio della fratellanza umana, di là della retorica, perchè abbiamo, immigrati e italiani, comuni bisogni e fragilità. Allo scontro tradizionale tra poveri e ricchi abbiamo sostituito una guerra tra poveri e impoveriti: non facciamo quest’errore, sarebbe il più grande favore a un potere inetto che vuole conservare il proprio status”.
Luciano Manicardi, priore della Comunità di Bose, ha focalizzato l’attenzione su “la parola, il volto dell’altro e la memoria” come “tre elementi per ricostruire un’umanità degna di questo nome”, di fronte a quella che Ernst Bloch negli anni Trenta, a proposito del consenso di massa al nazismo, chiamava “la metamorfosi in demoni di gente comune”. E contro questo odio “dobbiamo riconoscere in noi l’alterità, lo straniero ci aiuta a restituirci a noi stessi, è una rivelazione che dice qualcosa di “noi”.
Una metamorfosi che è basata spesso su luoghi comuni, quei “luoghi comuni spesso slegati dalla realtà dei fatti, contro i quali”, come ha dichiarato Elly Schlein, già parlamentare europea, “il Dossier è come una bibbia laica, una fonte essenziale per costruire politiche migliori, mentre spesso le politiche sono state frutto della propaganda”. Politiche come la legge Bossi-Fini, “una legge criminogena, che va cambiata” perchè ha costruito “irregolarità e caos” e i decreti sicurezza, che “vanno cancellati”, e infine occorre riformare la legge per ottenere la cittadinanza italiana.
Takoua Ben Mohamed, graphic journalist, “tunisina di Roma”, usa il fumetto per raccontare le sue “battaglie quotidiane e l’immaginario sulle donne musulmane, costruito dall’informazione mainstream, che non mi rappresenta per niente”. L’autrice ha raccontato anche la storia della sua famiglia, una storia che ha disegnato anche nei suoi libri “La rivoluzione dei gelsomini” e “Sotto il velo” (editi da Becco Giallo), della sua vita in Italia, della costruzione dell’identità, da “musulmana che porta il velo” e che ha incontrato anche un'”umanità che viene prima dell’ideologia”.
“Fugare le percezioni sbagliate – ha concluso Alessandra Trotta, moderatora della Tavola valdese – è un obiettivo che il Dossier persegue e realizza. Percezione errata di cui anche noi, evangelici, siamo stati vittima: ci “accusano” di occuparci solo di migranti. Una percezione alla quale noi resistiamo fortemente: non dobbiamo mai mettere in competizione i diritti, perchè devono essere tutti tutelati. E fra le pieghe di questo Dossier c’è un fenomeno che mi preoccupa molto, a fronte del taglio dei progetti di accoglienza ed integrazione, ovvero la mutata percezione da parte dei migranti della possibilità di vivere nel nostro Paese, una perdita di fiducia che comincia a realizzarsi. Ma c’è anche un’altra Italia, che crede nell’inclusione e nel pluralismo, che vorremmo diventasse più visibile, attraverso il dialogo paziente con chi la pensa diversamente”.
La scheda di sintesi e il video sono scaricabili dal sito www.dossierimmigrazione.it (video a fondo pagina)
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mercoledì 23 ottobre 2019

Pat Patfoort a Vicenza



dalla pagina https://it.wikipedia.org/wiki/Pat_Patfoort

Pat Patfoort (Belgio1949) è un'antropologa e biologa belga. È nota come formatrice alla nonviolenza.


Nella sua formazione, è stata segnata dai numerosi contatti con le associazioni gandhiane fondate da Giuseppe Giovanni Lanza del Vasto, nonché dalla formazione religiosa e la lunga permanenza (otto anni) in Africa Occidentale.
Ha lavorato, a livello nazionale e internazionale, come trainer e mediatrice sulle tematiche della trasformazione e della gestione nonviolenta dei conflitti, ideando un originale approccio teorico (denominato "Mme-model"), che ha applicato nell'educazione dei suoi due figli e verificato in questi trent'anni di formazione.
Dirige il Centro per la gestione nonviolenta del conflitto "De Vuurbloem" ("Il fiore di fuoco") a Bruges, in Belgio, di cui è anche cofondatrice.
La sua attività l'ha vista impegnata sia nelle principali Università del mondo (in Belgio, ItaliaPaesi BassiSveziaSpagnaStati UnitiRussia, ecc.), così come in associazione con varie realtà pacifiste e nonviolente, religiose (QuaccheriPax Christi) o istituzionali (OSCEConsiglio d'EuropaNazioni Unite). Il suo approccio le permette di lavorare con una grande varietà di gruppi (bambini, adolescenti, genitori, insegnanti, educatori), nelle più diverse situazioni di conflitto (relazioni familiari, professionali, culturali).
Importante è stata la sua attività di facilitazione nell'intervento di dialogo e riconciliazione tra gruppi etnici in conflitto, come in CaucasoKossovoRuandaCongo e Senegal.

domenica 20 ottobre 2019

Francesco ai cristiani: i fratelli non vanno selezionati ma abbracciati

dalla pagina https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2019-10/papa-francesco-messa-93-giornata-missionaria-mondiale.html

Santa Messa nella Basilica di San Pietro per la 93.ma Giornata mondiale missionaria. Il cristiano, afferma Francesco nell'omelia, va con amore verso tutti, perché la missione “non è un peso da subire, ma un dono da offrire”

Michele Raviart – Città del Vaticano

“Monte”, “salire”, “tutti”. Sono queste le tre parole che Papa Francesco ha scelto di dedicare ai missionari di tutto il mondo nella Santa Messa in San Pietro per la loro 93.ma Giornata mondiale (Ascolta il servizio con la voce del Papa). Dalle parole del profeta Isaia al luogo dove Gesù chiede agli apostoli di incontrarsi dopo la resurrezione, il monte è sempre stato il “luogo dei grandi incontri tra Dio e l’uomo”, spiega nell'omelia.

Il monte ci riporta all'essenziale
Sul monte siamo chiamati ad avvicinarci a Dio “nel silenzio, nella preghiera, prendendo le distanze dalle chiacchiere e dai pettegolezzi che inquinano”, ma anche ad avvicinarci agli altri, essendo il monte il luogo dove inizia la missione e dove si possono vedere le persone da un’altra prospettiva:

Dall'alto gli altri si vedono nell'insieme e si scopre che l’armonia della bellezza è data solo dall'insieme. Il monte ci ricorda che i fratelli e le sorelle non vanno selezionati, ma abbracciati, con lo sguardo e soprattutto con la vita. Il monte lega Dio e i fratelli in un unico abbraccio, quello della preghiera. Il monte ci porta in alto, lontano da tante cose materiali che passano; ci invita a riscoprire l’essenziale, ciò che rimane: Dio e i fratelli.

Salire vuol dire rinunciare
“Non siamo infatti nati per stare a terra, per accontentarci di cose piatte, siamo nati per raggiungere le altezze”, aggiunge il Papa, e per incontrare Dio e i fratelli sul monte è sempre necessario “salire”. Un’azione che “costa fatica, ma è l’unico modo per vedere tutto meglio” e, come in una dura scalata, si è ricompensati dalla vista del panorama migliore. In montagna, poi, non si può salire bene se si è appesantiti, spiega Francesco, e allo stesso modo bisogna alleggerirsi, “bisogna lasciare una vita orizzontale, lottare contro la forza di gravità”. In questo sta il “segreto della missione”:

Per partire bisogna lasciare, per annunciare bisogna rinunciare. L’annuncio credibile non è fatto di belle parole, ma di vita buona: una vita di servizio, che sa rinunciare a tante cose materiali che rimpiccioliscono il cuore, rendono indifferenti e chiudono in sé stessi; una vita che si stacca dalle inutilità che ingolfano il cuore e trova tempo per Dio e per gli altri.

Il cuore va oltre le “dogane umane”
Il senso della missione è quindi “salire sul monte a pregare per tutti e scendere dal monte per farsi dono a tutti”. Una parola, “tutti”, che il Signore non si stanca mai di ripetere:

Tutti, perché nessuno è escluso dal suo cuore, dalla sua salvezza; tutti, perché il nostro cuore vada oltre le dogane umane, oltre i particolarismi fondati sugli egoismi che non piacciono a Dio. Tutti, perché ciascuno è un tesoro prezioso e il senso della vita è donare agli altri questo tesoro.

Il cristiano va incontro a tutti
Salire e scendere, infatti, sono gli attributi del cristiano, che è “sempre in movimento” e “va verso gli altri”. “Il testimone di Gesù”, spiega ancora il Papa, non è mai, perciò, “in credito di riconoscimento dagli altri, ma in debito di amore verso chi non conosce il Signore” e “va incontro a tutti, non solo ai suoi, nel suo gruppetto”.

Missione è donare aria pura a un mondo inquinato
Una testimonianza che va vissuta in prima persona, comportandosi da discepoli. Questa è infatti l’istruzione che ci dà il Signore per andare verso tutti. La stessa Chiesa “annuncia bene solo se vive da discepola” e il discepolo “segue ogni giorno il Maestro” e condivide con gli altri la gioia di questa condizione:

Non conquistando, obbligando, facendo proseliti, ma testimoniando, mettendosi allo stesso livello, discepoli coi discepoli, offrendo con amore quell'amore che abbiamo ricevuto. Questa è la missione: donare aria pura, di alta quota, a chi vive immerso nell'inquinamento del mondo; portare in terra quella pace che ci riempie di gioia ogni volta che incontriamo Gesù sul monte, nella preghiera; mostrare con la vita e persino a parole che Dio ama tutti e non si stanca mai di nessuno.

Non un peso, ma un dono
Il Signore, conclude poi il Papa, ha infatti una “sorta di ansia per quelli che non sanno ancora di essere figli amati dal Padre, fratelli per i quali ha dato la vita e lo Spirito Santo”. Un’ansia da placare andando con amore verso tutti, perché la missione “non è un peso da subire, ma un dono da offrire”. 

venerdì 18 ottobre 2019

La Fao: «Il sistema alimentare mondiale è al collasso»

dalla pagina https://ilmanifesto.it/la-fao-il-sistema-alimentare-mondiale-e-al-collasso/

L’allarme dell’organizzazione internazionale lanciato durante il congresso convocato in questi giorni a Roma. 2 mld di persone al mondo non hanno accesso al cibo, 820 milioni non sanno se oggi mangeranno, 700 milioni sanno che di certo non avranno cibo per la propria famiglia. Il modo di nutrirci, produrre cibo e distribuirlo causa anche il 40% dei mutamenti climatici





«Oggi, 16 ottobre, non dovremmo celebrare la Giornata mondiale dell’alimentazione ma la Giornata mondiale della Fame: il rapporto Fao 2019, infatti, spiega che il numero delle persone che soffrono la fame è tornato a crescere dopo anni di calo. 2 miliardi di persone nel mondo hanno difficoltà nell’alimentarsi, 820 milioni non sanno se oggi mangeranno, 700 milioni sanno che di certo non avranno cibo per sé e la propria famiglia. Un sistema alimentare al collasso anche in termini di impatto ambientale, visto che provoca circa il 40% dei cambiamenti climatici in atto spingendoci ben oltre i limiti del pianeta».
COSÌ PAOLA DE MEO, dell’ong Terra Nuova, introducendo l’incontro tra i delegati della società civile protagonisti del Comitato per la sicurezza alimentare Fao convocato in questi giorni a Roma, i giovani dei Fridays for Future e i parlamentari italiani. Un saluto istituzionale è stato inviato dal presidente della commissione Agricoltura della Camera Filippo Gallinella e dalla vicepresidente della commissione Agricoltura del Senato Elena Fattori. Sono intervenuti alla presentazione il capogruppo di LeU Federico Fornaro, i deputati LeU Rossella Muroni e Stefano Fassina e le deputate del Gruppo Misto Sara Cunial e Silvia Benedetti.
Nel progetto «Nuove Narrazioni per la Cooperazione» l’osservatorio Fairwatch ha prodotto un report sulla coerenza delle politiche italiane su sviluppo rurale e migrazioni, e il quadro emerso è desolante. Riduzione dei fondi di cooperazione, iniziative scoordinate tra governo e del Parlamento, mancanza di valutazione e di visione complessiva che si riflette nell’ultimo Def. A parte alcune iniziative di semplificazione burocratica, per l’agricoltura non ci sono fondi né previsioni di investimento in quella transizione ecologica non rinviabile, se siamo seri nel voler avviare un Green new deal. Anche il Dipartimento sviluppo dell’Ocse il 14 ottobre scorso ha richiamato l’Italia ai suoi impegni internazionali rispetto molte di queste stesse criticità.
«IL MIO PAESE, il Mozambico, lo scorso anno è stato devastato da due cicloni: i giovani e le donne nei campi hanno lavorato per riportare il cibo in tutte le case – ha spiegato Silvia Diwily della World March of Women del Mozambico che rappresenta i giovani nella delegazione non governativa alla Fao -. Noi donne e giovani siamo protagonisti della produzione familiare di cibo a livello globale, portiamo sulle spalle la maggior parte delle aziende, lottiamo per far capire che bisogna affrontare la lotta alla fame in una chiave più ampia di agroecologia e lotta ai cambiamenti climatici. Eppure non ci ascoltano. Esigiamo un cambiamento perché non c’è più tempo da perdere».
«Noi ragazze e ragazze siamo molto preoccupati per il nostro futuro perché fino ad adesso la società umana globale ha avuto una sempre maggiore disconnessione dalla terra – ha rivendicato Riccardo Nanni, portavoce dei Fridays for Future di Roma, che torneranno in piazza per il quarto Sciopero globale per il clima il 29 novembre -. Chiediamo che vengano potenziati i canali di distribuzione alternativi al supermercato, migliorato l’accesso al mercato dei piccoli produttori locali e incentivato il consumo di prodotti stagionali anche grazie alle mense di scuole e ospedali. Vogliamo anche che vengano bocciati in Parlamento tutti gli accordi commerciali come Ceta, nuovo Ttip e Mercosur e protesteremo fino a quando non verranno vincolati alle convenzioni internazionali su ambiente, lavoro e clima».
«Contrariamente a quanto si crede, solo tra il 12%-13% della produzione agricola si muove sul mercato globale (essenzialmente mais e soia) e oltre il 63% del cibo prodotto nel mondo viene consumato entro i 100 km da dove viene prodotto – ha ricordato Mamadou Goita, della rete contadina africana Roppa -. Quindi i mercati locali sono la chiave non solo per combattere la povertà migliorando il reddito dei produttori, ma anche per rendere le filiere agroalimentari più ecologiche e ridurre gli impatti ambientali».
Una prima risposta è arrivata da Fornaro: «Nel mese di novembre la Commissione Agricoltura dovrebbe cominciare l’esame di alcuni progetti di legge sull’Agricoltura contadina, tra cui uno a mia prima firma, per coglierne le peculiarità attraverso il suo riconoscimento. Un segnale che va nella direzione giusta». «Un’ottima notizia – ha commentato la deputata Cunial, firmataria di un Pdl sul tema che raccoglie gli esiti di un’iniziativa popolare partita nel 2009 – spero che possa essere lo spazio in cui fare almeno un primo passo verso la transizione non solo delle aziende, ma anche dei territori italiani tutti verso l’agroecologia».

giovedì 17 ottobre 2019

(Economia non osservata) = (economia sommersa) + (attività illegali)

dalla pagina https://www.istat.it/it/archivio/234323

Nel 2017 il valore aggiunto generato dall’economia non osservata, ovvero dalla somma di economia sommersa e attività illegali, si è attestato a poco meno di 211 miliardi di euro (erano 207,7 nel 2016), con un aumento dell’1,5% rispetto all’anno precedente, segnando una dinamica più lenta rispetto al complesso del valore aggiunto, cresciuto del 2,3%.
L’incidenza dell’economia non osservata sul Pil si è perciò lievemente ridotta portandosi al 12,1% dal 12,2% nel 2016, e confermando la tendenza in atto dal 2014, anno in cui si era raggiunto un picco del 13%. La diminuzione rispetto al 2016 è interamente dovuta alla riduzione del peso della componente riferibile al sommerso economico (dal 11,2% al 11,1%), mentre l’incidenza dell’economia illegale resta stabile (1,1%).
La composizione dell’economia non osservata, ovvero il peso percentuale che ciascuna componente ha sul totale dell’economia non osservata, registra modeste variazioni nell’arco dei quattro anni analizzati. La correzione della sotto-dichiarazione del valore aggiunto risulta essere la componente più rilevante in termini percentuali: nel 2017 pesa il 46,1% (+0,3 punti percentuali rispetto all’anno precedente).
L’insieme delle componenti dell’economia sommersa vale nel 2017 circa 192 miliardi di euro, il 12,3% del valore aggiunto prodotto dal sistema economico: la sotto-dichiarazione vale 97 miliardi, l’impiego di lavoro irregolare 79 miliardi e le componenti residuali 16 miliardi.
Il 41,7% del sommerso economico si concentra nel settore del Commercio all’ingrosso e al dettaglio, trasporti e magazzinaggio, attività di alloggio e ristorazione, dove si genera il 21,4% del valore aggiunto totale.
Nel 2017 sono 3 milioni e 700 mila le unità di lavoro a tempo pieno (ULA) in condizione di non regolarità, occupate in prevalenza come dipendenti (2 milioni e 696 mila unità). L’aumento della componente non regolare (+0,7% rispetto al 2016) segna la ripresa di un fenomeno che nel 2016 si era invece attenuato (-0,7% rispetto al 2015).