martedì 25 ottobre 2016

Sosteniamo la Vallonia per fermare CETA!

dalla pagina https://act.wemove.eu/campaigns/sostegno-vallonia-ceta?utm_campaign=20161025_IT_a

PER FIRMARE: 
https://act.wemove.eu/campaigns/sostegno-vallonia-ceta?utm_campaign=20161025_IT_a

Al Commissario europeo per il commercio, Cecilia Malmström, e ai Capi di Stato e di governo europei

Petizione

Sosteniamo la Vallonia come anche il suo primo ministro Paul Magnette nella loro coraggiosa resistenza al CETA. Chiediamo di porre fine agli atti di prepotenza nei confronti della Vallonia e della regione di Bruxelles per la loro opposizione democratica al CETA. L'accordo commerciale tra l'Ue e il Canada dovrebbe essere rinegoziato affinché, come minimo, ne vengano esclusi i diritti speciali per le multinazionali.

Perche è importante?

La regione di Bruxelles si unisce alla Vallonia, rifiutando il gigantesco accordo commerciale tra Canada e Unione europea.
La scorsa settimana, il primo ministro vallone, Paul Magnette, ha fatto ciò che nessun altro politico europeo ha avuto il coraggio di fare e ha dichiarato che il suo governo non sosterrà il CETA. Ha lottato per la democrazia ed è diventato il difensore dei milioni di europei che si oppongono all’accordo.
La Commissione europea e i maggiori Stati membri europei non intendono arrendersi e stanno facendo un’enorme pressione su Paul Magnette affinché ceda in tempo per la cerimonia della firma fissata in uno dei prossimi giorni di questa settimana. Ora solo una cosa li ostacola: Paul Magnette e le coraggiose regioni belghe.
Paul Magnette ha difeso la democrazia dal potere delle aziende, ma potrebbe cedere sotto la pressione che riceve da ogni parte, a meno che non gli mandiamo un’enorme dimostrazione di sostegno da tutta Europa. Ma non abbiamo molto tempo per agire: l’UE e il Canada sperano di costringere la Vallonia a ritrattare la sua posizione nelle prossime 48 ore. Quindi dobbiamo sostenere ora la Vallonia!

[1] https://www.euractiv.com/section/trade-society/news/belgium-cannot-sign-ceta-pm-michel-admits/
[2] http://www.reuters.com/article/us-eu-canada-trade-idUSKCN12B17S

David Swanson: “Dobbiamo unirci per un’opposizione globale all’istituto della guerra”

dalla pagina http://www.pressenza.com/it/2016/10/david-swanson-dobbiamo-unirci-unopposizione-globale-allistituto-della-guerra/ 

24.10.2016 - Anna Polo

(Foto di Ragesoss, Wikimedia Commons)
Nel tuo sito http://worldbeyondwar.org/ è scritto: “Puntiamo a sostituire una cultura della guerra con una cultura della pace, in cui i mezzi nonviolenti di risoluzione dei conflitti prendano il posto degli eccidi”. Che ruolo e valore quindi può avere la nonviolenza nella costruzione di una simile cultura?
L’azione nonviolenta può svolgere almeno tre funzioni.
1. Può dimostrarsi un metodo superiore di resistenza alla tirannia, un metodo che provoca meno sofferenze e ha maggiori e più durature probabilità di successo. La maggior parte degli esempi, come quello della Tunisia nel 2011, riguarda il rovesciamento di una tirannia in un paese, ma esiste anche una serie crescente di azioni di resistenza nonviolenta che hanno avuto successo contro un’invasione o un’occupazione straniera. Aumenta inoltre la comprensione riguardo al modo di applicare le lezioni della nonviolenza all’interno di un paese alla resistenza a un attacco straniero.
2. Può mostrare un mondo che ha superato la guerra. Le nazioni possono dare il buon esempio, entrando a far parte di istituzioni internazionali, firmando trattati, rispettando la legge e facendola applicare. Il Tribunale Penale Internazionale potrebbe incriminare un non-africano. Gli Stati Uniti, che hanno smesso di produrre bombe a grappolo, potrebbero sottoscrivere la loro messa al bando. Le Commissioni per la verità e la riconciliazione potrebbero diffondersi. I colloqui per il disarmo, gli aiuti umanitari su una nuova scala e la chiusura delle basi straniere potrebbero essere il cambiamento che vogliamo vedere.
3. Gli strumenti della protesta e della resistenza nonviolenta possono essere usati dagli attivisti per opporsi alle basi, alle fabbriche d’armi, al reclutamento militare e a nuove guerre. Non abbiamo potuto fermare la base Dal Molin a Vicenza, ma non per questo dobbiamo accettarla. Non si dovrebbe permettere all’apparato militare degli Stati Uniti di usare strutture in Sicilia per gli omicidi con i droni  in Asia e in Africa. Un anno di servizio al proprio paese non dovrebbe significare la partecipazione ad azioni militari. Le fabbriche d’armi non devono essere finanziate da fondi pubblici e privati, eccetera.
Cosa si può fare a tuo parere per trasformare la cultura basata sulla violenza e la vendetta che provoca tante vittime negli Stati Uniti?  
Abbiamo bisogno di una riforma strutturale dei mass media, dell’industria dello spettacolo, dei notiziari e delle scuole. Possiamo cominciare fornendo alla gente l’informazione che le manca. Spesso quello di cui c’è bisogno sono i fatti, non le ideologie. Quando una vincitrice del concorso di Miss Italia ha dichiarato che le sarebbe piaciuto vivere durante la seconda guerra mondiale la gente ha riso di lei, ma potrei trovarti milioni di americani che direbbero la stessa cosa. Nessuno di loro ha idea di cosa significava vivere sotto le bombe, altrimenti non farebbe un’affermazione del genere. Pochi di loro hanno idea di cosa significhi vivere oggi sotto le bombe degli Stati Uniti o della Nato in Afghanistan, Pakistan, Iraq, Somalia, Siria, Libia, o Yemen.
Quando vado a parlare in un’università (video ripreso questo weekend: http://davidswanson.org/node/5319 ) cerco di fornire alla gente i fatti che le sfuggono. Media indipendenti, social media, film stranieri: tutti questi possono essere strumenti efficaci. E lo stesso vale per i viaggi. Quando ho passato un anno in Italia dopo il liceo, in un programma di scambio tra studenti, questo mi ha permesso più di ogni altra cosa di vedere la cultura americana da una prospettiva nuova. E quest’abitudine mi consente di vedere e mettere in discussione le usanze culturali condivise da Italia e Stati Uniti. Ciò che cambierebbe davvero le cose, comunque, sarebbe la possibilità di produrre, ottenere e diffondere ampiamente video delle vittime dei guerrafondai occidentali, così come oggi condividiamo i video delle vittime della brutalità poliziesca negli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti spendono ogni anno un trilione di dollari in guerre e armi e né i democratici, né i repubblicani, né i media mettono in discussione questa scelta. Cosa pensi si possa fare per sensibilizzare l’opinione pubblica su queste enormi spese miliari e sulle possibili alternative?
Ecco un video che ha proprio questo scopo:  http://worldbeyondwar.org/moneyvideo/  e questa è un’organizzazione che invitiamo a sostenere http://worldbeyondwar.org/individual/ per raggiungerlo. Un altro utile strumento, se ben presentato con un’introduzione o un dibattito dopo la proiezione, è il film di Michael Moore Where To Invade Next.
Molti temono che, se eletta presidente, Hillary Clinton possa scatenare una guerra con la Russia usando la Siria come pretesto. Il movimento pacifista negli Stati Uniti cercherà di fermare questo piano? E cosa potrebbero fare i movimenti di altri paesi per aiutarlo?
Purtroppo non siamo affatto preparati. Gli attivisti americani soffrono di settarismo e per tradizione si oppongono di più alle guerre repubblicane che a quelle democratiche. Soffriamo anche di ossessione elettorale. Il giorno dopo le elezioni migliaia di persone crollano esauste, convinte di aver completato quello che c’era da fare. Su di noi pesano anche l’ideologia della guerra, i problemi di comunicazione e una divisione sulla Siria di una profondità mai vista a memoria d’uomo. Alcuni sono a favore della guerra all’Isis, altri della guerra alla Siria, altri ancora sostengono entrambe, oppure la guerra fatta dai siriani o dai russi. Chiunque si opponga a un intervento militare degli Stati Uniti viene accusato di sostenere i guerrafondai siriani e  vice versa. Dobbiamo unirci per un’opposizione globale all’istituto della guerra, chiunque la faccia, senza lasciarsi dissuadere dalla stupida accusa secondo cui dovremmo mettere sullo stesso piani i crimini di guerra minori di una parte con i crimini di guerra di massa di un’altra fazione. Abbiamo bisogno di concentrarci sul commercio delle armi. Le armi vengono dagli Stati Uniti e dall’Europa e in secondo luogo dalla Russia e dalla Cina. Le nazioni che soffrono per le guerre non producono armi. Tocca a noi fermare la produzione, la vendita e la fornitura di questi strumenti di morte. Negli ultimi 15 anni la vendita di armi leggere e le morti da esse causate sono triplicate. Dobbiamo porre l’accento su aiuti umanitari su una scala enorme, che non abbiamo mai osato sognare, ma che comunque costerebbero molto meno di una guerra. E di certo non dobbiamo cadere un’altra volta nella trappola dei cambiamenti di facciata, immaginando che una donna presidente, come un presidente afro-americano, siano per magia migliori nonostante quello che hanno dimostrato finora. Otteniamo un solido accordo di pace in Ucraina entro gennaio e se possibile anche in Siria. E per l’amor di Dio che nessuno pensi di darle il Premio Nobel per la Pace l’anno prossimo, mentre farà di tutto per intensificare le guerre!


lunedì 24 ottobre 2016

No all'invio dei soldati italiani al confine della Russia (Lettonia)

dalla pagina https://www.change.org/p/firma-la-petizione-per-dire-no-ai-militari-italiani-al-confine-con-la-russia

L'articolo 11 della Costituzione recita: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo."

Visto e considerando che l'invio di soldati italiani in Lettonia è una provocazione implicita alla Russia, tale azione dovrebbe essere vietata per una nazione che sulla carta costituzionale dice di ripudiare la guerra.

Chiediamo all'unisono che sia ritrattata questa decisione scellerata, che oltre ad esser pericolosa per possibili conflitti, rischia di danneggiarci anche sotto l'aspetto economico, essendo le nostre aziende già penalizzate dalle sanzioni alla Russia.

Per firmare questa petizione vai alla pagina

mercoledì 19 ottobre 2016

Seminario di studio e confronto promosso dal Comune di Vicenza - COMUNICATO STAMPA


L'Amministrazione Comunale di Vicenza promuove un incontro di approfondimento per portare all’attenzione del pubblico informazioni e dati che riguardano la produzione e la diffusione delle armi a livello nazionale ed europeo con attenzione particolare alla sicurezza pubblica. Il convegno ha l’obiettivo di fare il punto sulle questioni che attengono alla produzione, alla commercializzazione e al controllo della diffusione delle armi comuni.

Le armi comuni in Italia e
nell’Unione Europea: dati, analisi e prospettive

Giovedì 20 Ottobre 2016, ore 15:00
 Sala Stucchi in Palazzo Trissino, corso Palladio 98, Vicenza

Intervengono:

Jacopo Bulgarini d'Elci
Vicesindaco di Vicenza

Filippo Bubbico
Viceministro dell'Interno

Eugenio Soldà
Prefetto di Vicenza

Gaetano Giampietro
Questore di Vicenza

Nicola Perrotti
Vicepresidente dell’Ass. Naz. Produttori di Armi e Munizioni Sportive e Civili (ANPAM)

Matteo Marzotto
Presidente Fiera di Vicenza

Giorgio Beretta
Analista dell'Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere (OPAL) di Brescia

Modera:
Isabella Sala
Assessora alla Comunità e alle Famiglie

scarica il pdf


COMUNICATO STAMPA
“Il seminario sulle armi comuni promosso dalla
Amministrazione Comunale di Vicenza 
è un passo significativo: auspichiamo possa 
contribuire anche a definire presto un 
regolamento generale della fiera HIT Show”
Martedì 18 ottobre 2016

La Rete Italiana per il Disarmo e l’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e le Politiche di Sicurezza e Difesa (OPAL) di Brescia considerano il seminario promosso dall’Amministrazione Comunale di Vicenza sulle armi comuni un passo significativo ed auspicano che possa contribuire anche a definire presto un regolamento generale di HIT Show (Hunting, Individual Protection and Target Sports): un regolamento, cioè, sia per gli espositori che per i visitatori, capace di concretizzare l’assunzione di responsabilità etica e sociale che tale manifestazione fieristica implica. HIT Show è la fiera che da due anni si tiene a febbraio presso il quartiere fieristico vicentino a seguito di un accordo tra Fiera di Vicenza e Associazione Nazionale Produttori Armi e Munizioni Sportive e Civili (ANPAM). 

Giovedì 20 ottobre si tiene a Vicenza il seminario di studio e confronto “Le armi comuni in Italia e nell’Unione Europea: dati, analisi e prospettive” (dalle ore 15,00 nella Sala Stucchi in Palazzo Trissino, corso Palladio 98). Il convegno è promosso dall’Amministrazione Comunale di Vicenza e, dopo i saluti del Vicesindaco Jacopo Bulgarini d’Elci, vede gli interventi di Filippo Bubbico (Viceministro dell’Interno), Eugenio Soldà (Prefetto di Vicenza), Gaetano Giampietro (Questore di Vicenza), Nicola Perrotti (Vicepresidente dell’Associazione Nazionale Produttori di Armi e Munizioni Sportive e Civili, ANPAM), Matteo Marzotto (Presidente Fiera di Vicenza) e di Giorgio Beretta (Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere di Brescia). Il dibattito sarà moderato da Isabella Sala (Assessora alla Comunità e alle Famiglie).
 
«Già dal gennaio 2015 – dichiara Francesco Vignarca, coordinatore nazionale della Rete Italiana per il Disarmo – in occasione della prima edizione del salone nazionale HIT Show le nostre associazioni insieme a numerose realtà vicentine hanno intrapreso un’interlocuzione con l’Amministrazione Comunale per mettere in evidenza quelle che a nostro avviso rappresentano delle criticità della manifestazione fieristica e per avanzare due proposte: promuovere un momento di studio e confronto sulla diffusione e commercializzazione delle armi comuni e predisporre delle regole più stringenti riguardo all’accesso del pubblico, ed in particolare dei minori, e riguardo alle armi ed ai materiali esposti».
 
In particolare, in diversi comunicati e incontri pubblici svoltisi a Vicenza, Rete Disarmo e OPAL Brescia hanno evidenziato che HIT Show, esponendo in un unico evento fieristico armi per la difesa personale insieme a quelle per le attività venatorie, per il tiro sportivo e per il collezionismo, consentendo l’accesso al pubblico senza limiti di età (anche ai minori purché accompagnati) e la diffusione di materiali propagandistici senza alcuna restrizione, sta facendo, consapevolmente o meno, un’operazione di tipo ideologico-culturale che si configura come una promozione delle armi di ogni tipo, escluse quelle per specifico impiego militare. Le due associazioni ritengono questa operazione inammissibile se non viene associata ad un’approfondita riflessione culturale sulla diffusione delle armi e sulle normative che regolamentano il settore e soprattutto ad una regolamentazione da parte di HIT Show: in tal senso sono state avanzate all’Amministrazione Comunale specifiche proposte.
 
A seguito di diversi incontri con la referente dell’Amministrazione Comunale, l’Assessora alle Comunità e alle Famiglie, Isabella Sala, a cui hanno partecipato rappresentanti di Rete Disarmo, OPAL Brescia e varie associazioni vicentine, lo scorso 11 febbraio l’Assessora Sala ha comunicato con atto ufficiale l’intenzione dell’Amministrazione di farsi promotrice, da un lato, «presso Fiera di Vicenza dell’opportunità della predisposizione di un codice di responsabilità sociale relativo all’evento HIT Show per l’edizione 2017, da condividere con i diversi portatori di interesse in una interlocuzione costruttiva che coinvolga le associazioni impegnate sul tema del controllo delle armi», e dall’altro, di un convegno di approfondimento sul tema.
 
«Ci siamo rivolti all’Amministrazione Comunale – spiega Piergiulio Biatta, presidente di OPAL Brescia – sia perché essa detiene, insieme alla Provincia, un’importante quota azionaria in Fiera di Vicenza sia, soprattutto, in considerazione dello Statuto del Comune di Vicenza che impegna l’Amministrazione a promuovere, con il sostegno delle associazioni, la cultura della pace e dei diritti umani per mezzo di iniziative culturali e di ricerca. La riflessione e il confronto ampio e pubblico sul controllo della diffusione delle armi comuni con una specifica attenzione alla sicurezza pubblica è un importante passo in questa direzione: per questo salutiamo positivamente ed invitiamo a partecipare al seminario che si tiene giovedì a cui abbiamo contribuito, insieme a diverse associazioni vicentine, sia in fase di ideazione sia con l’intervento che terrà un relatore del nostro Osservatorio».
 
Come riporta il programma diffuso dall’Amministrazione Comunale di Vicenza, il seminario di “studio e confronto” di giovedì 20 ottobre rappresenta un momento di approfondimento per portare all’attenzione del pubblico informazioni e dati che riguardano la produzione e la diffusione delle armi a livello nazionale ed europeo con attenzione particolare alla sicurezza pubblica. Il convegno ha perciò l’obiettivo di fare il punto sulle questioni che attengono alla produzione, alla commercializzazione e al controllo della diffusione delle armi comuni.
 

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Per contatti:

Francesco Vignarca - Email: segreteria@disarmo.org - Cellulare: 328-3399267
Piergiulio Biatta – Email: piergiulio.biatta@gmail.com - Cellulare: 338.8684212
Giorgio Beretta - Email: berettagiorgio@gmail.com - Cellulare: 338-3041742
 
La Rete Italiana per il Disarmo è un organismo nazionale di coordinamento sulle tematiche della spesa militare e del controllo degli armamenti. Fondata nel 2004 è composta da: ACLI, Archivio Disarmo, ARCI, ARCI Servizio Civile, Associazione Obiettori Nonviolenti, Associazione Papa Giovanni XXIII, Associazione per la Pace, Beati i costruttori di Pace, Campagna Italiana contro le Mine, Centro Studi Difesa Civile, Conferenza degli Istituti Missionari in Italia, Coordinamento Comasco per la Pace, FIM-Cisl, FIOM-Cgil, Fondazione Culturale Responsabilità Etica, Gruppo Abele, Libera, Movimento Internazionale della Riconciliazione, Movimento Nonviolento, Osservatorio Permanente sulle armi leggere (OPAL) di Brescia, Osservatorio sul commercio delle armi (Os.C.Ar.) di Ires Toscana, Pax Christi Italia, PeaceLink, Un ponte per.… Tutte le informazioni sono disponibili sul sito: www.disarmo.org

L’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e Difesa (OPAL) di Brescia è un’associazione attiva dal 2004, promossa da diverse realtà dell’associazionismo bresciano e nazionale (Collegio Missioni Africane dei Missionari Comboniani, Associazione Brescia Solidale, Commissione Giustizia e Pace della Diocesi di Brescia, Ufficio Missionario Diocesano della Diocesi di Brescia, Associazione per l’Ambasciata della Democrazia Locale di Zavidovici, Camera del Lavoro Territoriale di Brescia “CDLT”, Pax Christi, Centro Saveriano Animazione Missionaria dei Missionari Saveriani, S.V.I. – Servizio Volontario Internazionale) e da singoli aderenti, per diffondere la cultura della pace ed offrire alla società civile informazioni di carattere scientifico circa la produzione e il commercio delle armi con approfondimenti sull’attività legislativa di settore. Membro della Rete Italiana per il Disarmo, l’Osservatorio ha pubblicato sei Annuari: nell’ultimo “Commerci di armi, proposte di pace. Ricerca, attualità e memoria per il controllo degli armamenti, GAM, 2014” sono presenti due ampi studi sulla produzione e esportazione di armi italiane e bresciane. Tutte le informazioni sono disponibili sul sito: www.opalbrescia.org.

lunedì 17 ottobre 2016

Rapporto Caritas 2015 sulla povertà e l'esclusione sociale

dalla pagina http://www.caritasitaliana.it/home_page/area_stampa/00006048_Rapporto_sulla_poverta_e_l_esclusione_sociale.html

E' stato presentato a Expo Milano il 17 ottobre, Giornata internazionale contro la povertà, il Rapporto Caritas 2015 sulla povertà e l'esclusione sociale, dal titolo "Povertà plurali". La presentazione è avvenuta presso il Conference Centre Expo Milano all'interno del Convegno "Diritto al cibo. Interventi di prossimità e azioni di advocacy", incentrato sul tema della povertà alimentare a Milano, in Italia e in Europa.
L'incontro ha consentito di approfondire il tema del diritto al cibo in contesti europei, vedere le azioni poste in essere da Caritas per contrastare il fenomeno della povertà alimentare, dai pacchi viveri agli Empori della Solidarietà, ma anche un momento di riflessione sulle politiche necessarie a garantire tutele adeguate affinché ciascuno possa provvedere autonomamente a sé e alla propria famiglia. Nella stessa occasione Caritas Europa ha presentato l’azione di advocacy sul diritto al cibo e le sue ricadute sulle istituzioni europee.

Dépliant di sintesi del Rapporto (.pdf)

venerdì 14 ottobre 2016

In Italia si spendono ogni ora 2,5 milioni per la Difesa

dalla pagina http://www.azionenonviolenta.it/in-italia-si-spendono-ogni-ora-25-milioni-per-armamenti-meglio-saperlo/

«Dobbiamo vigilare contro l’acquisizione di un’ingiustificata influenza da parte del complesso militare-industriale, sia palese che occulta. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione di poteri metta in pericolo le nostre libertà e processi democratici. Soltanto un popolo di cittadini allerta e consapevole può trovare un adeguato compromesso tra l’enorme macchina industriale e militare di difesa e i nostri metodi e fini pacifici, in modo che sicurezza e la libertà possano prosperare assieme».
Presidente degli Stati Uniti d’America Dwight D. Eisenhower,
Discorso di addio alla nazione del presidente, 17 gennaio 1961


«Il denaro che oggi si sperpera a costruire ordigni di morte che recano in essi la fine dell’umanità, serva, invece, a combattere la fame nel mondo. Mentre io parlo migliaia di creature umane lottano contro la fame e di fame muoiono. Si svuotino gli arsenali e si colmino i granai».
 

Presidente della Repubblica Italiana Sandro Pertini,
Discorso di Città del Messico, 27 marzo 1981


In Italia si spendono ogni ora 2,5 milioni di euro per la Difesa. Mezzo milione all’ora solo per l’acquisto di nuovi armamenti: missili, bombe, blindati, cacciabombardieri, navi da guerra. Acquisti finanziati in gran parte con fondi destinati allo sviluppo economico del Paese, i 3/4 dei quali finiscono così a sostegno dell’industria bellica nazionale penalizzando altri settori industriali. Strumenti militari costosissimi destinati a rimanere inutilizzati per mancanza dei fondi necessari alla loro manutenzione e addirittura al loro uso, per cui si ricorre ai fondi per le missioni all’estero, generando un inquietante meccanismo di mezzi che giustificano il fine dell’impegno bellico. Mezzi che, salvo qualche raro utilizzo in missione, finiscono cannibalizzati per i pezzi di ricambio o ad arrugginire in qualche deposito (il gigantesco cimitero di carri armati di Lenta, nel Vercellese, è l’emblema di tutto questo).
Nonostante ciò, lo Stato italiano continua a comprare nuovi armamenti, non in base a effettive esigenze di sicurezza nazionale (le bombe non servono a contrastare le minacce odierne, semmai a fomentarle) ma ai desiderata dei vertici militari, tradizionalmente refrattari a sottoporre questa materia al vaglio del Parlamento e dell’opinione pubblica e anche solo a fornire informazioni chiare e dettagliate in materia di spese militari. La scarsa trasparenza della Difesa nei confronti dei parlamentari, che queste spese dovrebbero approfonditamente valutare e dibattere prima di autorizzare, crea una situazione di voluta opacità funzionale a ostacolare un efficace controllo democratico sulle spese militari, una cortina fumogena dietro la quale si celano oscuri affari, scandalosi sprechi e inquietanti intrecci politico-affaristici.
Questa situazione è emersa chiaramente quando – a seguito dell’introduzione nel 2012 di poteri di supervisione parlamentare sulle spese militari – le Camere hanno provato a esercitare la loro funzione di controllo democratico, tra gli altri, sul programma F-35 scontrandosi con le lobby politico-militari-industriali che hanno fatto muro respingendo quella che giudicano come indebita intrusione in una materia di loro esclusiva competenza. Quella vicenda, grazie anche ad alcune campagne di sensibilizzazione e al lavoro di alcuni giornalisti, ha comunque risvegliato l’interesse pubblico rispetto alla tematica delle spese militari, la cui riduzione risulta una delle urgenze più sentite dalla cittadinanza.

 

martedì 11 ottobre 2016

Giornata mondiale delle bambine e delle ragazze

dalla pagina http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/unicef-700-milioni-spose-minorenni-208310e0-3b43-4a63-9ac9-6b791a86223a.html
Unicef: nel mondo oltre 700 milioni di spose bambine 
Ogni anno 16 milioni di ragazze tra 15 e 19 anni mettono al mondo un figlio, mentre oltre un milione diventano madri prima di compiere i 15 anni

Film di Khadija Al Salami
"Oggi nel mondo ci sono oltre 700 milioni di donne che si sono sposate in età minorile e che hanno dovuto rinunciare ad avere una crescita normale, fisica e mentale. Ogni anno 15 milioni di matrimoni hanno per protagonista una minorenne; una volta su tre si tratta di una bambina con meno di 15 anni. Hanno dovuto spesso affrontare gravidanze precoci e violenze domestiche", ha sottolineato il Presidente dell`Unicef Italia Giacomo Guerrera in occasione, oggi, della Giornata mondiale delle bambine e delle ragazze. 
"L`Unicef da molti anni si batte per prevenire il fenomeno delle spose bambine e promuove l'istruzione delle bambine come l`investimento più potente che una nazione possa fare, perché accelera la lotta contro la povertà, le malattie, la disuguaglianza e la discriminazione di genere" ha detto Guerrera. 
L'Unicef elenca alcuni dati sui diritti negati delle bambine e delle ragazze: 
  • Almeno 70.000 ragazze tra i 15 e i 19 anni muoiono a causa di complicazioni durante la gravidanza e il parto. Le bambine sotto i 15 anni hanno 5 volte più probabilità di morire durante la gravidanza e il parto rispetto alle donne tra i 20 e i 29 anni. 
  • Le bambine tra i 5 e i 14 anni sono occupate il 40% in più del tempo, circa 160 milioni in più di ore al giorno, in lavori domestici non pagati e nel raccogliere acqua e legna rispetto ai bambini della stessa fascia di età. Le ragazze tra i 10 e i 14 anni in Asia Meridionale, Medio Oriente e Nord Africa sono occupate circa il doppio del tempo in faccende domestiche rispetto ai ragazzi. I paesi in cui le ragazze tra i 10 e i 14 anni subiscono in maniera sproporzionata il peso delle faccende domestiche rispetto ai ragazzi sono: Burkina Faso, Yemen e Somalia. 
  • Un bambino che nasce da una madre minorenne ha il 60% delle probabilità in più di morire in età neonatale, rispetto a un bambino che nasce da una donna di età superiore a 19 anni. E anche quando sopravvive, sono molto più alte le possibilità che possa soffrire di denutrizione e di ritardi cognitivi o fisici. - Le donne rappresentano la metà della popolazione, ma costituiscono il 70% dei poveri. Si stima che un aumento del 10% di ragazze che frequentano la scuola, farebbe aumentare il PIL del 3%. 
  • Solo 1 ragazza ogni 3 maschi frequenta la scuola secondaria. Ogni anno di scuola secondaria aggiuntivo aumenta la retribuzione futura della ragazza del 15-25%.
Continua

Leggi anche:
  

lunedì 10 ottobre 2016

Referendum: Prima del Sì o del No occorre capire la proposta di riforma

Leggi anche:

1) La Costituzione della Repubblica italiana in formato PDF
http://www.quirinale.it/qrnw/costituzione/pdf/costituzione.pdf

2) Il testo di legge costituzionale pubblicato in Gazzetta Ufficiale - Disegno di legge, 12/04/2016, G.U. 15/04/2016
http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2016/04/15/16A03075/sg

3) Testi a confronto: il  testo  vigente  della  Costituzione  e a fronte  quello  modificato dal testo di legge costituzionale, come risultante dall’esame parlamentare 
http://documenti.camera.it/Leg17/Dossier/Pdf/AC0500N.Pdf 

4) "Posizioni a confronto sulla riforma costituzionale", Aggiornamenti Sociali 
http://www.aggiornamentisociali.it/easyne2/LYT.aspx?Code=agso&IDLYT=769&ST=SQL&SQL=ID_Documento=14696 

Il prossimo ottobre gli italiani saranno chiamati a votare il referendum costituzionale per l’approvazione della riforma della Carta fondamentale della Repubblica. Diamo voce alle ragioni del “sì” e del “no” per comprendere come orientarci in questa scelta importante. 

1. "Le ragioni del “sì” alla riforma costituzionale", di Carlo Fusaro, pp. 454-460
2. "I “no” alla riforma costituzionale: retorica, metodo e contenuti", di Filippo Pizzolato, pp. 461-466
Scarica il pdf (a pagamento dal sito di Aggiornamenti Sociali)

5) "Tra riforma costituzionale e referendum. Appunti per il discernimento", Città dell'Uomo
http://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2016/06/Documento-riforma-referendum-2016.pdf


6) "Verso il referendum", Aggiornamenti Sociali 
http://www.aggiornamentisociali.it/easyne2/LYT.aspx?Code=AGSO&IDLYT=769&ST=SQL&SQL=ID_Documento=14939 

L’appuntamento col voto referandario sulla riforma costituzionale si avvicina e Aggiornamenti Sociali continua a dar spazio a diverse voci per far conoscere meglio le ragioni per approvarla e quelle per lasciare invariato il testo costituzionale, dando la possibilità ai lettori di formarsi un proprio giudizio. 

1. "Perché votare “sì” alla riforma costituzionale", di Roberto Bin, pp. 550-556
2. "Cinque argomenti critici sulla riforma costituzionale: retorica, metodo e contenuti", di Luca Perfetti, pp. 556-562
Scarica il pdf (a pagamento dal sito di Aggiornamenti Sociali)

venerdì 7 ottobre 2016

Vicenza, Italia Base USA per l'Africa

dalle pagine 
https://www.change.org/p/la-pace-ha-bisogno-di-te-sostieni-la-campagna-per-l-uscita-dell-italia-dalla-nato-per-un-italia-neutrale/u/18042593?tk=Zutl0ztFvz3BZ02A5J5FlmawpyEGGdSID3lVNJCG-VA
http://www.globalresearch.ca/litalia-base-usa-per-lafrica/5549360

[...] 
"Stop all'uccisione di baambini yemeniti"
Stati uniti, Arabia Saudita, Qatar, Kuwait ed Emirati – che da cinque anni conducono la guerra in Siria con forze terroriste infiltrate e ora accusano il governo siriano di crimini di guerra sponsorizzando la mostra fotografica Caesar presentata domani a Roma – continuano a fare strage di civili nello Yemen. Alla guerra partecipa il Comando centrale Usa con attacchi «antiterrorismo», ufficialmente documentati, effettuati nello Yemen con droni e cacciabombardieri.

Ancora più in ombra, sui media, restano le operazioni militari Usa in Africa. Esse sono condotte dal Comando Africa (Africom), che ha in Italia due importanti comandi subordinati.

Lo U.S. Army Africa (Esercito Usa per l’Africa), il cui quartier generale è alla caserma Ederle di Vicenza ["Città della Pace"?], «fornisce il comando di missione e impiega forze per il teatro operativo», fornendo allo stesso tempo assistenza militare ai partner africani per stabilire «sicurezza e stabilità» nel continente.

Le U.S. Naval Forces Europe-Africa (Forze navali Usa per l’Europa e l’Africa), il cui quartier generale è nella base di Capodichino a Napoli, sono costituite da sei task force formate dalle navi da guerra della Sesta Flotta basata a Gaeta. La loro «area di responsabilità» copre Russia, Europa e Africa (salvo l’Egitto che rientra in quella del Comando centrale), compresa metà dell’Atlantico dal Polo Nord all’Antartico. Sono agli ordini dell’ammiraglia Michelle Howard, che allo stesso tempo è a capo del Comando della forza congiunta alleata (Jfc-Naples) con quartier generale a Lago Patria (Napoli).

Con queste forze, compresi i caccia delle portaerei e i droni armati con base a Sigonella, gli Usa stanno intensificando le operazioni militari in Africa. I raid aerei, effettuati da agosto in Libia con la motivazione di fermare l’avanzata dell’Isis (la cui minaccia è stata ingigantita), servono in realtà al piano di riconquista e ricolonizzazione della Libia, dove operano da tempo forze speciali statunitensi ed europee. Ma questa è solo la punta emergente del «grande gioco» africano. 

"Perché avete ucciso la mia famiglia?"
Tra le sue molte «missioni», l’Africom sta costruendo in Niger una base di droni armati, ufficialmente in funzione «antiterrorismo». Essa serve alle operazioni militari che gli Usa conducono da anni, insieme alla Francia, nell’Africa del Sahel, soprattutto in Mali, Niger e Ciad. Paesi tra i più poveri del mondo (con un tasso di analfabetismo che in Niger è del 70% tra gli uomini e del 90% tra le donne), ma ricchissimi di materie prime – coltan e oro in Mali, uranio in Niger, petrolio in Ciad – sfruttate da multinazionali statunitensi e francesi che temono la concorrenza delle società cinesi, le quali offrono ai paesi africani condizioni molto più favorevoli.

Un’altra operazione militare Usa, con droni e forze speciali, è in corso in Somalia, paese di primaria importanza geostrategica. 

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giovedì 6 ottobre 2016

Mose, Pedemontana Veneta, tra sperpero e incoscienza

dalla pagina http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2016/10/mose-pedemontana-veneta-tra-sperpero-e-incoscienza/

Mentre si contano i morti che l’ennesimo terremoto ha seminato, distruggendo interi paesini del Centro Italia, in Veneto continua la polemica irreale e indecorosa su come portare a termine lo scempio ambientale chiamato Pedemontana Veneta. Continua

mercoledì 5 ottobre 2016

Nuovo rapporto Greenpeace: "Pesce azzurro al collasso"

dalla pagina http://www.greenpeace.org/italy/it/ufficiostampa/comunicati/Nuovo-rapporto-Greenpeace-abbiamo-finito-anche-le-sardine/#

abbiamo finito anche le sardine

Comunicato stampa


Il pesce azzurro è al collasso. Crollano acciughe e sardine in Adriatico. Lo rivela un'inchiesta realizzata da Greenpeace, "Blu gold in Italy", focalizzata su Chioggia che, insieme al vicino porto di Pila di Porto Tolle, è uno dei porti più importanti in Italia e tra i primi in Mediterraneo per la pesca di pesce azzurro, con una notevole quota della produzione nazionale immessa sul mercato italiano ma anche, in parte, esportata.
 
Leggi l'estratto, in italiano, "Pesce azzurro al collasso":
http://www.greenpeace.org//italy/it/ufficiostampa/rapporti/Pesce-azzurro-al-collasso/

lunedì 3 ottobre 2016

Una voce di pace - incontro con Jeff Halper

dalla pagina http://salaam-ragazzidellolivo.blogspot.it/2016/09/una-voce-di-pace-per-la-convivenza.html



Jeff Halper è conosciuto principalmente come il responsabile del Comitato israeliano contro la demolizione delle case  (ICAHD)( Israeli Committee Against House Demolitions)  e come l'autore dei libri Un Israeliano in Palestina (An Israeli in Palestine)  Ostacoli alla pace (Obstacles to Peace), in cui egli porta un’analisi critica, fondata, aggiornata e costruttiva  di ciò che sta accadendo in Palestina/Israele. Jeff ha appena pubblicato il suo nuovo libro Guerra contro il popolo: Israele, i Palestinesi e la pacificazione globale (War Against the People: Israel, the Palestinians and Global Pacification).La sua ultima serie di conferenze allarga la discussione Israelo-Palestinese per includere ciò che egli chiama "la Palestina globale", ossia l’esportazione da parte di Israele dell'occupazione palestinese in ogni angolo del mondo.
 
La presentazione di Jeff affronta due questioni principali. 
La prima parte è intitolata: Dove siamo diretti in Israele/Palestina? Con l’essenziale aiuto di mappe e immagini egli argomenta che la soluzione dei due stati è ormai morta e sepolta e che, di fatto, uno stato, uno stato di apartheid,  già esiste tra il Mediterraneo e il fiume Giordano, poi precisa che uno stato democratico  bi-nazionale sarebbe in fondo l’unica soluzione possibile, e evidenzia quali sono gli ostacoli ad esso da parte israeliana, da parte della comunità internazionale e anche da parte palestinese.
La seconda parte del suo discorso viene introdotta dalla domanda: In che modo, dopo quasi 50 anni di occupazione, Israele riesce a farla ancora franca? Mostrandoci come Israele sfrutta la nicchia di quella che chiama "la guerra securocratica" [n.d.t. Credo che voglia dire dominio, forza, governo della sicurezza essendo formata dall'unione di due termini sicurezza e il greco kratos], la controinsurrezione e la repressione interna in un mondo di neoliberismo militarista Jeff ci conduce verso il suo secondo libro Guerra contro il popolo (War Against the People) indicandoci un fenomeno globale in cui tutti veniamo palestinizzati. Esiste  un microcosmo di conflitti allargati con tentativi da parte dei poteri forti di reprimere e sfruttare i popoli di tutto il mondo; possiamo parlare dunque di una Palestina globalizzata, considerare i territori occupati come un laboratorio e i Palestinesi come cavie. Iin realtà le armi, le tattiche e i modelli di controllo che Israele perfeziona sulla pelle dei Palestinesi sono destinati a noi tutti. Esportando la sua occupazione, Israele si è posta al centro di quello che Jeff chiama l'industria di pacificazione globale.

Questa combinazione dei due temi principali riflette propriamente il movimento politico di Jeff. Pur continuando a fare parte della famiglia del comitato ICAHD (Comitato israeliano contro la demolizione delle case) essendo internazionalmente riconosciuto il suo ruolo di cofondatore, ha aiutato a creare la  nuova organizzazione con l'acronimo TPYN (The People Yes! Network)La gente sì! Rete, che si pone l'obbiettivo di rafforzare il coordinamento, proporre strategie e  campagne tra i gruppi di base progressisti di tutto il mondo. Come il suo nuovo libro globalizza la Palestina, così l'organizzazione TPYN riflette la necessità di globalizzare in modo efficace il cambiamento sociale di base, se vogliamo affrontare le questioni che ci riguardano a livello locale. Il giro di Jeff è perciò sponsorizzato da TPYN, e i fondi raccolti, sia attraverso onorari sia attraverso elargizioni  e contributi volontari andranno al sostenere il lavoro di TPYN.
 
Jeff Halper è un antropologo israeliano, l'ex capo del Comitato israeliano contro la demolizione delle case (ICAHD) e il coordinatore del progetto La guerra contro il popolo organizzato da TPYN. Noto attivista ha insegnato anche nelle università in Israele, Stati Uniti, America Latina e Africa. Tra i suoi scritti accademici e politici annoveriamo The Jewish Yishuv in Jerusalem in the Nineteenth Century (Westview, 1991); Ostacoli alla pace, un manuale risorsa di articoli e mappe sul conflitto israelo/palestinese, pubblicato da ICAHD; Un israeliano in Palestina (Londra: Pluto Press, 2008); e il suo ultimo libro Guerra contro il popolo: Israele, i Palestinesi e la pacificazione globale (War Against the People: Israel, the Palestinians and Global Pacification) (Pluto Press / Università di Chicago, 2015). 
Jeff ha partecipato al primo (e riuscito) tentativo del Free Gaza Movement per rompere l'assedio israeliano di Gaza nel 2008 raggiungendo Gaza in barca a vela. Fa parte del comitato di sostegno internazionale Tribunale Bertrand Russell (Bertrand Russell Tribunal) sulla Palestina, ed è stato proposto insieme all'intellettuale ed attivista palestinese Ghassan Andoni per il Premio Nobel per la Pace per l'anno 2006 dalla American Friends Service Committee.