venerdì 20 novembre 2015
giovedì 19 novembre 2015
Francia: almeno smettiamola con le chiacchiere
15/11/2015 Da anni, ormai, si sa che cosa bisogna fare per fermare l'Isis e i suoi complici. Ma non abbiamo fatto nulla, e sono arrivate, oltre alle stragi in Siria e Iraq, anche quelle dell'aereo russo, del mercato di Beirut e di Parigi. La nostra specialità: pontificare sui giornali.
E’ inevitabile, ma non per questo meno insopportabile, che dopo
tragedie come quella di Parigi si sollevi una nuvola di facili sentenze
destinate, in genere, a essere smentite dopo pochi giorni, se non ore, e
utili soprattutto a confondere le idee ai lettori. E’ la nebbia
di cui approfittano i politicanti da quattro soldi, i loro
fiancheggiatori nei giornali, gli sciocchi che intasano i social
network. Con i corpi dei morti ancora caldi, tutti sanno già
tutto: anche se gli stessi inquirenti francesi ancora non si
pronunciano, visto che l’unico dei terroristi finora identificato, Omar
Ismail Mostefai, 29 anni, francese, è stato “riconosciuto” dall’impronta
presa da un dito, l’unica parte del corpo rimasta intatta dopo
l’esplosione della cintura da kamikaze che indossava.
Mentre gli intellettuali balbettano
sui giornali e in Tv, la realtà fa il suo corso. Dell’Isis e delle sue
efferatezze sappiamo tutto da anni, non c’è nulla da scoprire. E’ un movimento terroristico che ha sfruttato le repressioni del dittatore siriano Bashar al Assad
per presentarsi sulla scena: armato, finanziato e organizzato dalle
monarchie del Golfo (prima fra tutte l’Arabia Saudita) con la
compiacenza degli Stati Uniti e la colpevole indifferenza dell’Europa.
Quando l’Isis si è allargato
troppo, i suoi mallevadori l’hanno richiamato all’ordine e hanno
organizzato la coalizione americo-saudita che, con i bombardamenti, gli
ha messo dei paletti: non più in là di tanto in Iraq, mano libera in Siria per far cadere Assad.
Il tutto mentre da ogni parte, in Medio Oriente, si levava la richiesta
di combatterlo seriamente, di eliminarlo, anche mandando truppe sul
terreno. Innumerevoli in questo senso gli appelli dei vescovi e dei
patriarchi cristiani, ormai chiamati a confrontarsi con la possibile
estinzione delle loro comunità.
Abbiamo fatto qualcosa di tutto
questo? No. La Nato, ovvero l’alleanza militare che rappresenta
l’Occidente, si è mossa? Sì, ma al contrario. Ha assistito senza fiatare alle complicità con l’Isis della Turchia di Erdogan, ma si è indignata quando la Russia è intervenuta a bombardare i ribelli islamisti di Al Nusra e delle altre formazioni.
Nel frattempo l’Isis, grazie a Putin finalmente in difficoltà sul terreno, ha esportato il suo terrore. Ha abbattuto sul Sinai un aereo di turisti russi
(224 morti, molti più di quelli di Parigi) ma a noi (che adesso diciamo
che quelli di Parigi sono attacchi “conto l’umanità”) è importato poco.
Ha rivendicato una strage in un mercato di Beirut, in Libano, e ce n’è importato ancor meno. E poi si è rivolto contro la Francia.
Abbiamo fatto qualcosa? No. Abbiamo provato a tagliare qualche canale tra l’Isis e i suoi padrini? No.
Abbiamo provato a svuotare il Medio Oriente di un po’ di armi? No, al
contrario l’abbiamo riempito, con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi
Uniti ai primi posti nell’importazione di armi, vendute (a loro e ad
altri) dai cinque Paei che siedono nel Consiglio di Sicurezza
(sicurezza?) dell’Onu: Usa, Francia, Gran Bretagna, Cina e Russia.
Solo l’altro giorno, il nostro
premier Renzi (che come tutti ora parla di attacco all’umanità) era in
Arabia Saudita a celebrare gli appalti raccolti presso il regime
islamico più integralista, più legato all’Isis e più dedito al sostegno
di tutte le forme di estremismo islamico del mondo. E nessuno, degli
odierni balbettatori, ha speso una parola per ricordare (a Renzi come a
tutti gli altri) che il denaro, a dispetto dei proverbi, qualche volta puzza.
Perché la verità è questa: se vogliamo eliminare l’Isis, sappiamo benissimo quello che bisogna fare e a chi bisogna rivolgersi. Facciamoci
piuttosto la domanda: vogliamo davvero eliminare l’Isis? E’ la nostra
priorità? Poi guardiamoci intorno e diamoci una risposta. Ma che sia
sincera, per favore. Di chiacchiere e bugie non se ne può più.
mercoledì 18 novembre 2015
Il male che anche noi nutriamo
da Avvenire, Martedì 17 novembre 2015
di Luigino Bruni
"Basta armare la guerra!"
[...]
L'Italia assieme alla Francia è tra i maggiori esportatori di armi da guerra nelle regioni arabe, nonostante ci sia nel nostro Paese una legge del 1990 che vieta la vendita di armi a Paesi in guerra. I politici che piangono, magari sinceramente, e dichiarano lotta senza quartiere al terrorismo, sono gli stessi che non fanno nulla per ridurre l'export di armi, e che difendono queste industrie nazionali che muovono grosse quote di Pil e centinaia di di migliaia di posti di lavoro.
[...]
Non si può nutrire il male che si vuole combattere. Noi lo stiamo facendo e da molti anni.
[...]
ad esempio, vedi Report di Domenica 15 novembre 2015
http://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv.html?day=2015-11-15&ch=3&v=591092&vd=2015-11-15&vc=3#day=2015-11-15&ch=3&v=591092&vd=2015-11-15&vc=3
vedi anche http://socialevicenza.blogspot.it/2015/11/quella-zona-grigia-che-minaccia-la-pace.html
di Luigino Bruni
"Basta armare la guerra!"
[...]
L'Italia assieme alla Francia è tra i maggiori esportatori di armi da guerra nelle regioni arabe, nonostante ci sia nel nostro Paese una legge del 1990 che vieta la vendita di armi a Paesi in guerra. I politici che piangono, magari sinceramente, e dichiarano lotta senza quartiere al terrorismo, sono gli stessi che non fanno nulla per ridurre l'export di armi, e che difendono queste industrie nazionali che muovono grosse quote di Pil e centinaia di di migliaia di posti di lavoro.
[...]
Non si può nutrire il male che si vuole combattere. Noi lo stiamo facendo e da molti anni.
[...]
ad esempio, vedi Report di Domenica 15 novembre 2015
http://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv.html?day=2015-11-15&ch=3&v=591092&vd=2015-11-15&vc=3#day=2015-11-15&ch=3&v=591092&vd=2015-11-15&vc=3
vedi anche http://socialevicenza.blogspot.it/2015/11/quella-zona-grigia-che-minaccia-la-pace.html
lunedì 16 novembre 2015
“Chi ci guadagna con queste guerre?”
dalla pagina http://formiche.net/gallerie/gino-strada-monsignor-galantino-della-guerra-contro-isis-le-foto/
“Faccio una domanda: quale guerra è stata finita e conclusa grazie a un’altra guerra? Questa domanda dobbiamo farcela. Quale guerra ha risolto i problemi? Questo Papa (Papa Francesco, ndr), ma non è stato l’unico, si è chiesto “Chi ci guadagna con queste guerre?”.
Monsignor Nunzio Galantino, segretario generale
della Conferenza Episcopale Italiana, ha espresso – dopo Gino Strada,
che era in collegamento – tutte le sue perplessità su una possibile
guerra contro Isis, contro gli jihadisti che negli scorsi giorni hanno
attaccato la città di Parigi uccidendo 129 persone. Si è chiesto,
ospitato nello studio di In mezz’ora, la trasmissione condotta da Lucia Annunziata su Rai3,
a chi possa giovare la prosecuzione del conflitto: “Mi piacerebbe che
quelli che stanno adesso al g20 si guardassero in faccia e si dicessero:
‘Chi di noi ha venduto le armi a questi qua? Chi le ha vendute? Chi ci
ha guadagnato con queste armi?’. Queste sono domande alle quali si deve
rispondere. Papa Francesco ha detto che l’unico modo per vincere la
guerra è non farla”.
da In 1/2 ora del 15 novembre 2015 http://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv.html?day=2015-11-15&ch=3&v=591082&vd=2015-11-15&vc=3#day=2015-11-15&ch=3&v=591082&vd=2015-11-15&vc=3
Gino Strada: "Vorrei ricordare che abbiamo una Costituzione, l'articolo 11. Vorrei ricordare che esiste uno Statuto dell'ONU... Che non è che un Presidente può alzarsi una mattina e dire Io vado in guerra... Mi sembra che ci stiamo dimenticando un po' del passato. Questa guerra [...] è incominciata poco dopo l'11 settembre... Ci è stato detto che era iniziata la guerra al terrorismo e sarebbe durata cinquant'anni. Quindici sono già passati: con quali risultati?". "Quante palle sono state raccontate ai cittadini del mondo...". continua...
da Famiglia Cristiana n. 27, 5 luglio 2015
dalla pagina http://www.famigliacristiana.it/articolo/l-isis-sta-vincendo-non-e-vero.aspx
[...] Nata in Iraq (il nome del suo capo, Al Baghdadi, vuol dire appunto “di Baghdad”) nel periodo in cui gli sciiti iracheni erano bersagliati dagli attentati, cresciuta in Siria nella lotta contro il regime sciita degli Assad, la milizia [ISIS] è stata aiutata in ogni modo da Paesi come Arabia Saudita, Turchia, Kuwait, Qatar e USA.
dalle pagine:
http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/ESTERI/g20_sanzioni_isis_russia_occidente_diviso/notizie/1683150.shtml
http://www.repubblica.it/esteri/2015/11/16/news/g20_turchia_terrorismo_putin_renzi-127458286/
http://www.presstv.ir/Detail/2015/11/16/437909/Putin-Russia-Daesh-G20-US-Saudi-Arabia-Turkey
https://www.rt.com/news/322305-isis-financed-40-countries/
I terroristi sono finanziati da 40 diversi paesi, fra cui alcuni membri del G20
G20 - Durante il summit Vladimir Putin ha detto ai giornalisti: "Ho fornito esempi basati sui nostri dati relativi al finanziamento di vari gruppi dello Stato Islamico (IS o ISIS o ISIL) da parte di cittadini privati. Questi soldi, come abbiamo potuto determinare, vengono da 40 paesi e fra questi ce ne sono alcuni che sono membri del G20.
“Faccio una domanda: quale guerra è stata finita e conclusa grazie a un’altra guerra? Questa domanda dobbiamo farcela. Quale guerra ha risolto i problemi? Questo Papa (Papa Francesco, ndr), ma non è stato l’unico, si è chiesto “Chi ci guadagna con queste guerre?”.
Monsignor Nunzio Galantino, segretario generale
della Conferenza Episcopale Italiana, ha espresso – dopo Gino Strada,
che era in collegamento – tutte le sue perplessità su una possibile
guerra contro Isis, contro gli jihadisti che negli scorsi giorni hanno
attaccato la città di Parigi uccidendo 129 persone. Si è chiesto,
ospitato nello studio di In mezz’ora, la trasmissione condotta da Lucia Annunziata su Rai3,
a chi possa giovare la prosecuzione del conflitto: “Mi piacerebbe che
quelli che stanno adesso al g20 si guardassero in faccia e si dicessero:
‘Chi di noi ha venduto le armi a questi qua? Chi le ha vendute? Chi ci
ha guadagnato con queste armi?’. Queste sono domande alle quali si deve
rispondere. Papa Francesco ha detto che l’unico modo per vincere la
guerra è non farla”.da In 1/2 ora del 15 novembre 2015 http://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv.html?day=2015-11-15&ch=3&v=591082&vd=2015-11-15&vc=3#day=2015-11-15&ch=3&v=591082&vd=2015-11-15&vc=3
Gino Strada: "Vorrei ricordare che abbiamo una Costituzione, l'articolo 11. Vorrei ricordare che esiste uno Statuto dell'ONU... Che non è che un Presidente può alzarsi una mattina e dire Io vado in guerra... Mi sembra che ci stiamo dimenticando un po' del passato. Questa guerra [...] è incominciata poco dopo l'11 settembre... Ci è stato detto che era iniziata la guerra al terrorismo e sarebbe durata cinquant'anni. Quindici sono già passati: con quali risultati?". "Quante palle sono state raccontate ai cittadini del mondo...". continua...
da Famiglia Cristiana n. 27, 5 luglio 2015
dalla pagina http://www.famigliacristiana.it/articolo/l-isis-sta-vincendo-non-e-vero.aspx
[...] Nata in Iraq (il nome del suo capo, Al Baghdadi, vuol dire appunto “di Baghdad”) nel periodo in cui gli sciiti iracheni erano bersagliati dagli attentati, cresciuta in Siria nella lotta contro il regime sciita degli Assad, la milizia [ISIS] è stata aiutata in ogni modo da Paesi come Arabia Saudita, Turchia, Kuwait, Qatar e USA.
dalle pagine:
http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/ESTERI/g20_sanzioni_isis_russia_occidente_diviso/notizie/1683150.shtml
http://www.repubblica.it/esteri/2015/11/16/news/g20_turchia_terrorismo_putin_renzi-127458286/
http://www.presstv.ir/Detail/2015/11/16/437909/Putin-Russia-Daesh-G20-US-Saudi-Arabia-Turkey
https://www.rt.com/news/322305-isis-financed-40-countries/
I terroristi sono finanziati da 40 diversi paesi, fra cui alcuni membri del G20
G20 - Durante il summit Vladimir Putin ha detto ai giornalisti: "Ho fornito esempi basati sui nostri dati relativi al finanziamento di vari gruppi dello Stato Islamico (IS o ISIS o ISIL) da parte di cittadini privati. Questi soldi, come abbiamo potuto determinare, vengono da 40 paesi e fra questi ce ne sono alcuni che sono membri del G20.
“Non per alcuni, né per pochi, né per molti, ma per tutti”
dalla pagina http://www.cittadellaeditrice.com/munera/non-per-alcuni-ne-per-pochi-ne-per-molti-ma-per-tutti/
"Siamo qui a Firenze, città della bellezza. Quanta bellezza in questa città è stata messa a servizio della carità! Penso allo Spedale degli Innocenti, ad esempio. Una delle prime architetture rinascimentali è stata creata per il servizio di bambini abbandonati e madri disperate. Spesso queste mamme lasciavano, insieme ai neonati, delle medaglie spezzate a metà, con le quali speravano, presentando l’altra metà, di poter riconoscere i propri figli in tempi migliori. Ecco, dobbiamo immaginare che i nostri poveri abbiano una medaglia spezzata. Noi abbiamo l’altra metà. Perché la Chiesa madre ha in Italia metà della medaglia di tutti e riconosce tutti i suoi figli abbandonati, oppressi, affaticati. E questo da sempre è una delle vostre virtù, perché ben sapete che il Signore ha versato il suo sangue non per alcuni, né per pochi né per molti, ma per tutti."
La conclusione, inequivoca, giunge solo alla fine di una lunga digressione, che permette al testo di collocarsi nella carne viva di una “relazione materna”. La interpretazione delle parole della eucaristia non si può fare nella diffidenza verso ogni altro, ma solo nella speranza materna verso ogni figlio. Una interpretazione delle “parole eucaristiche” che punti alla “lettera” e non allo “spirito” cadrebbe proprio in una di quelle tentazioni che Francesco ha così ben descritto in un altro passo del suo discorso:
Il pelagianesimo ci porta ad avere fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni,nelle pianificazioni perfette perché astratte. Spesso ci porta pure ad assumere uno stile di controllo, di durezza, di normatività. La norma dà al pelagiano la sicurezza di sentirsi superiore, di avere un orientamento preciso. In questo trova la sua forza, non nella leggerezza del soffio dello Spirito. Davanti ai mali o ai problemi della Chiesa è inutile cercare soluzioni in conservatorismi e fondamentalismi, nella restaurazione di condotte e forme superate che neppure culturalmente hanno capacità di essere significative. La dottrina cristiana non è un sistema chiuso incapace di generare domande, dubbi, interrogativi, ma è viva, sa inquietare, sa animare. Ha volto non rigido, ha corpo che si muove e si sviluppa, ha carne tenera: la dottrina cristiana si chiama Gesù Cristo.
articolo di Andrea
Grillo
Pubblicato il 10
novembre 2015 nel blog: Come
se non
Nel monumentale discorso di
Firenze, papa Francesco ha toccato oggi moltissimi aspetti della vita
cristiana. Ma un passaggio, verso la fine del testo, ha dato anche
una splendida conclusione alle inutili discussioni sul “pro
multis”, che avevano caratterizzato gli ultimi anni del pontificato
di Benedetto XVI. Sul tema erano intervenuti molti autorevoli pastori
e anche teologi, tra cui vorrei ricordare la lucida posizione di
Francesco Pieri. Oggi il papa ha superato ogni discussione, con una
splendida ripresa del tema, sul piano della sapienza pastorale. Ecco
il passaggio da considerare:"Siamo qui a Firenze, città della bellezza. Quanta bellezza in questa città è stata messa a servizio della carità! Penso allo Spedale degli Innocenti, ad esempio. Una delle prime architetture rinascimentali è stata creata per il servizio di bambini abbandonati e madri disperate. Spesso queste mamme lasciavano, insieme ai neonati, delle medaglie spezzate a metà, con le quali speravano, presentando l’altra metà, di poter riconoscere i propri figli in tempi migliori. Ecco, dobbiamo immaginare che i nostri poveri abbiano una medaglia spezzata. Noi abbiamo l’altra metà. Perché la Chiesa madre ha in Italia metà della medaglia di tutti e riconosce tutti i suoi figli abbandonati, oppressi, affaticati. E questo da sempre è una delle vostre virtù, perché ben sapete che il Signore ha versato il suo sangue non per alcuni, né per pochi né per molti, ma per tutti."
La conclusione, inequivoca, giunge solo alla fine di una lunga digressione, che permette al testo di collocarsi nella carne viva di una “relazione materna”. La interpretazione delle parole della eucaristia non si può fare nella diffidenza verso ogni altro, ma solo nella speranza materna verso ogni figlio. Una interpretazione delle “parole eucaristiche” che punti alla “lettera” e non allo “spirito” cadrebbe proprio in una di quelle tentazioni che Francesco ha così ben descritto in un altro passo del suo discorso:
Il pelagianesimo ci porta ad avere fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni,nelle pianificazioni perfette perché astratte. Spesso ci porta pure ad assumere uno stile di controllo, di durezza, di normatività. La norma dà al pelagiano la sicurezza di sentirsi superiore, di avere un orientamento preciso. In questo trova la sua forza, non nella leggerezza del soffio dello Spirito. Davanti ai mali o ai problemi della Chiesa è inutile cercare soluzioni in conservatorismi e fondamentalismi, nella restaurazione di condotte e forme superate che neppure culturalmente hanno capacità di essere significative. La dottrina cristiana non è un sistema chiuso incapace di generare domande, dubbi, interrogativi, ma è viva, sa inquietare, sa animare. Ha volto non rigido, ha corpo che si muove e si sviluppa, ha carne tenera: la dottrina cristiana si chiama Gesù Cristo.
domenica 15 novembre 2015
Ed eccola qui la guerra: ora, nonviolenza o barbarie!
Lettera aperta del Movimento Nonviolento, 14 novembre 2015
Ed eccola qui, la guerra. E’ arrivata anche alla porta accanto. Con il suo orrore, il terrore, il sangue, i corpi morti. Quando la vedi con i tuoi occhi capisci davvero perché è “il più grande crimine contro l’umanità”.
E’ un’unica guerra che si mimetizza in varie forme, che si ciba dello stesso odio e defeca la stessa violenza. E’ sempre la stessa cosa, compiuta da eserciti addestrati, ben armati, finanziati, le cui vittime sono soprattutto i civili innocenti.
Ormai è una matassa ingarbugliata. Il bandolo non lo si trova più. Non serve sapere chi ha iniziato per primo, le ragioni sono scomparse e rimangono solo i torti.
E’ una spirale perversa che si autoalimenta:
guerra-terrorismo-violenza-odio-vendetta-terrorismo-guerra …
Ieri a Parigi abbiamo assistito in diretta ad un’operazione militare: un gruppo di soldati in armi che ha agito come un plotone di esecuzione, attaccando civili inermi, sequestrandoli, decimandoli, come facevano i nazisti nella Francia del 1940, violando ogni convenzione internazionale, fuori da ogni regola… d’altronde la guerra, non ha regole, se non quella di eliminare fisicamente il nemico.
Ed è proprio questo che i mercenari dell’odio vogliono: che ognuno di noi si senta nemico all’altro, per innalzare il livello dello scontro, dove alla fine rimarrà solo chi è più spietato, chi spara l’ultimo colpo.
Già troppe volte abbiamo detto “mai più!”. Dopo la guerra del Golfo, dopo le Torri Gemelle, dopo l’attacco in Iraq, dopo gli attentati di Londra e di Madrid, dopo la strage di Charlie Hebdo, dopo quella del Bardo, dopo i bombardamenti su Libia e Siria, dopo il raid sull’ospedale di Kunduz in Afganistan, dopo il massacro all’Università di Garissa in Kenya, dopo le bombe sul corteo pacifista di Ankara … ed oggi dopo gli attentati suicidi di Beirut e di Parigi.
Piangere i morti ed esprimere solidarietà è importante, ma non basta se poi tutto continua come prima. Dobbiamo reagire. Non farci piegare dal dolore e dalla paura. Non accettare lo stato delle cose. Reagire. Reagire per spezzare la spirale, ed aprire una strada nuova. La violenza ha fallito e se perpetuata peggiorerà ulteriormente una situazione già tragica.
La via da seguire è quella della nonviolenza. Sul piano personale e su quello politico. La via del diritto, della cooperazione, del dialogo, delle alleanze con chi in ogni luogo cerca la pace, della riduzione drastica della produzione e del traffico di armi, dei Corpi civili di pace per affrontare i conflitti prima che diventino guerre, della polizia internazionale per fermare chi si pone fuori dal contesto legale dell’Onu.
Il terrorismo e la guerra (che è una forma di terrorismo su vasta scala) si contrastano con strumenti altrettanto forti, ma con spinta contraria. Siamo anche noi dentro il conflitto, e lo dobbiamo affrontare con soluzioni opposte a quelle perseguite finora. L’alternativa oggi è secca: nonviolenza o barbarie.
Ed eccola qui, la guerra. E’ arrivata anche alla porta accanto. Con il suo orrore, il terrore, il sangue, i corpi morti. Quando la vedi con i tuoi occhi capisci davvero perché è “il più grande crimine contro l’umanità”.
E’ un’unica guerra che si mimetizza in varie forme, che si ciba dello stesso odio e defeca la stessa violenza. E’ sempre la stessa cosa, compiuta da eserciti addestrati, ben armati, finanziati, le cui vittime sono soprattutto i civili innocenti.
Ormai è una matassa ingarbugliata. Il bandolo non lo si trova più. Non serve sapere chi ha iniziato per primo, le ragioni sono scomparse e rimangono solo i torti.
E’ una spirale perversa che si autoalimenta:
guerra-terrorismo-violenza-odio-vendetta-terrorismo-guerra …
Ieri a Parigi abbiamo assistito in diretta ad un’operazione militare: un gruppo di soldati in armi che ha agito come un plotone di esecuzione, attaccando civili inermi, sequestrandoli, decimandoli, come facevano i nazisti nella Francia del 1940, violando ogni convenzione internazionale, fuori da ogni regola… d’altronde la guerra, non ha regole, se non quella di eliminare fisicamente il nemico.
Ed è proprio questo che i mercenari dell’odio vogliono: che ognuno di noi si senta nemico all’altro, per innalzare il livello dello scontro, dove alla fine rimarrà solo chi è più spietato, chi spara l’ultimo colpo.
Già troppe volte abbiamo detto “mai più!”. Dopo la guerra del Golfo, dopo le Torri Gemelle, dopo l’attacco in Iraq, dopo gli attentati di Londra e di Madrid, dopo la strage di Charlie Hebdo, dopo quella del Bardo, dopo i bombardamenti su Libia e Siria, dopo il raid sull’ospedale di Kunduz in Afganistan, dopo il massacro all’Università di Garissa in Kenya, dopo le bombe sul corteo pacifista di Ankara … ed oggi dopo gli attentati suicidi di Beirut e di Parigi.
Piangere i morti ed esprimere solidarietà è importante, ma non basta se poi tutto continua come prima. Dobbiamo reagire. Non farci piegare dal dolore e dalla paura. Non accettare lo stato delle cose. Reagire. Reagire per spezzare la spirale, ed aprire una strada nuova. La violenza ha fallito e se perpetuata peggiorerà ulteriormente una situazione già tragica.
La via da seguire è quella della nonviolenza. Sul piano personale e su quello politico. La via del diritto, della cooperazione, del dialogo, delle alleanze con chi in ogni luogo cerca la pace, della riduzione drastica della produzione e del traffico di armi, dei Corpi civili di pace per affrontare i conflitti prima che diventino guerre, della polizia internazionale per fermare chi si pone fuori dal contesto legale dell’Onu.
Il terrorismo e la guerra (che è una forma di terrorismo su vasta scala) si contrastano con strumenti altrettanto forti, ma con spinta contraria. Siamo anche noi dentro il conflitto, e lo dobbiamo affrontare con soluzioni opposte a quelle perseguite finora. L’alternativa oggi è secca: nonviolenza o barbarie.
Aldo
Capitini, il fondatore del Movimento Nonviolento, lo aveva
profetizzato già nel
secolo scorso ... non sappiamo se già prefigurava l'orrore dei
tagliatori di
teste, ma le sue parole sono rivolte a noi oggi:
“Tanto
dilagheranno violenza e materialismo, che ne verrà stanchezza
e disgusto; e
dalle gocce di sangue che colano dai ceppi della decapitazione
salirà l’ansia
di sottrarre l’anima ad ogni collaborazione con quell’errore,
e di instaurare
subito, a cominciare dal proprio animo (che è il primo
progresso), un nuovo modo
di sentire la vita: il sentimento che il mondo ci è estraneo
se ci si deve
stare senza amore, senza un’apertura infinita dell’uno verso
l’altro, senza una
unione di sopra a tante differenze e tanto soffrire. Questo è
il varco attuale
della storia.”
Aldo Capitini, 1936, Elementi di un'esperienza
religiosa
sabato 14 novembre 2015
Quali risposte agli attacchi terroristici a Parigi
Possiamo superare quanto c’è di oscuro nel mondo e in particolare il fondamentalismo che porta al terrorismo solo lavorando insieme, costruendo ponti e non muri. È un cammino lungo e faticoso, ma è l’unica strada che abbiamo davanti a noi...
Accogliamo questo dialogo cerchiamo di andare avanti insieme verso un nuovo umanesimo, perché non si può andare avanti da soli...
Conosciamoci, perché siamo un'unica famiglia.
domenica 8 novembre 2015
A Firenze per riscoprire l'umano
da La
Voce dei Berici, 8 novembre 2015
di mons. Roberto Tommasi
direttore dell'Ufficio cultura e
delegato al Convegno ecclesiale
Non è difficile cogliere nella
sequenza dei convegni ecclesiali italiani di metà decennio (dal
primo a Roma del 1976 fino all'ultimo di Verona del 2006) una serie
di eventi che hanno accompagnato e disegnato il recente cammino della
chiesa italiana e il suo rapporto con la società. Da essi emerge lo
sforzo di tradurre il Concilio in italiano. E insieme rappresentano
un significativo per quanto fragile convergere delle diocesi italiane
in un'assemblea che in qualche modo visibilizza e attualizza la
chiesa che è in Italia. La presenza dei papi ai diversi Convegni
dice del necessario legame della chiesa italiana con la chiesa
universale e viceversa.
![]() |
| firenze2015 |
Il 5º Convegno ecclesiale (Firenze, 9
– 13 novembre 2015) sarà un nuovo passo di questo cammino,. Il
tema "In Gesù Cristo il nuovo umanesimo" invita la chiesa
che è in Italia – sulla scia del Concilio che afferma che "Cristo
svela l'uomo all'uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione"
(GS 22) – a farsi serva e testimone di un umanesimo pieno e
rinnovato in Cristo Gesù. Tutto questo in un momento in cui la
visione / realtà di uomo è in un profondo travaglio per una
molteplicità di motivi, mentre il ministero di papa Francesco offre
stimoli nuovi alla chiesa e alla società. In questo senso le parole
della Evangelii Gaudium
costituiscono per il Convegno un rilevante motivo ispiratore:
«Usciamo, usciamo ad offrire a tutti la vita in Cristo Gesù. (...)
Preferisco una chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita
per le strade piuttosto che una chiesa malata per la chiusura e la
comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. (...) Più della
paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle
strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci
trasformano in giudici implacabili (...) mentre fuori c'è una
moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta: "Voi stessi
date loro da mangiare"» (n. 49).
Il Convegno non intende disegnare in
astratto i termini di un nuovo umanesimo, quanto ascoltare in
proposito l'esperienza della fede cristiana viva nelle diocesi
italiane.
Il creato, la famiglia, la scuola, la
città, il lavoro, i poveri, l'universo digitale e la rete
emergeranno così come quelle "periferie esistenziali" che
si offrono alla chiesa italiana di oggi quali spazi vitali in cui,
camminando nelle cinque vie (uscire, annunciare, abitare, educare,
trasfigurare) sulle quali i delegati sono chiamati a riflettere,
accogliere e vivere l'urgenza missionaria di Gesù.
venerdì 6 novembre 2015
La Chiesa italiana si prepara al Convegno Ecclesiale Nazionale: Firenze 2015
![]() |
| firenze2015.it |
Da lunedì 9 a venerdì 13 novembre si svolgerà a Firenze il 5° Convegno Ecclesiale Nazionale: “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”.
Saranno presenti la quasi totalità dei Vescovi italiani, sacerdoti, religiose e religiosi, laici, per un totale di oltre duemila delegati delle Diocesi e delle altre realtà ecclesiali italiane.
Martedì 10 novembre il Santo Padre Francesco farà dono ai convegnisti della sua presenza e della sua parola.
Per Domenica 8 novembre – “Giornata nazionale del ringraziamento” – la Conferenza Episcopale Italiana invita ad accompagnare tale evento ecclesiale con la preghiera.
giovedì 5 novembre 2015
Card. Turkson: sulla terra il peso di un "terribile degrado"
La
Francia è stata ufficialmente nominata paese ospitante della
ventunesima Conferenza Parigi 2015 sul Clima (Conferenza delle
Parti - COP 21 - della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui
cambiamenti climatici - UNFCCC).
La COP21, in breve Parigi 2015, si terrà dal 30 novembre all'11 dicembre 2015 e sarà una delle più importanti conferenze internazionali organizzate sul territorio francese.
dalla pagina http://www.news.va/it/news/card-turkson-sulla-terra-il-peso-di-un-terribile-d
La COP21, in breve Parigi 2015, si terrà dal 30 novembre all'11 dicembre 2015 e sarà una delle più importanti conferenze internazionali organizzate sul territorio francese.
dalla pagina http://www.news.va/it/news/card-turkson-sulla-terra-il-peso-di-un-terribile-d
“A
metà della “Laudato si’” troviamo questa domanda: che tipo di
mondo vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi, per i bambini che
ora stanno crescendo?”. Il cardinale Peter Turkson gira il quesito
di fondo dell’ultima Enciclica del Papa al pubblico del campus
della Columbus Ohio State University, che lo ha invitato per una
discussione sulla sostenibilità globale.
Lacrime del pianeta terra
L’intervento del presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace sintetizza, elencandole, le preoccupazioni di Francesco sulla difficile situazione complessiva che vive la “casa comune” planetaria. “Oggi la terra, nostra sorella – afferma – è maltrattata e abusata, si lamenta, e le sue grida si uniscono a quelle di tutto il mondo abbandonato e ‘scartato’”. Ci sono le emissioni di gas serra “in forte aumento”, che minacciano di spezzare gli equilibri climatici e lo sviluppo sostenibile in tutto il mondo. “La terra – osserva il cardinale Turkson – geme sotto il peso terribile dell’inquinamento e del degrado. Si piange per la perdita di biodiversità, di intere specie che scompaiono per la disattenzione dell’uomo”. E ci sono poi le “lacrime asciutte”, quelle che si piangono per la mancanza e lo spreco d’acqua, mentre i “deserti aumentano”.
Lacrime del pianeta terra
L’intervento del presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace sintetizza, elencandole, le preoccupazioni di Francesco sulla difficile situazione complessiva che vive la “casa comune” planetaria. “Oggi la terra, nostra sorella – afferma – è maltrattata e abusata, si lamenta, e le sue grida si uniscono a quelle di tutto il mondo abbandonato e ‘scartato’”. Ci sono le emissioni di gas serra “in forte aumento”, che minacciano di spezzare gli equilibri climatici e lo sviluppo sostenibile in tutto il mondo. “La terra – osserva il cardinale Turkson – geme sotto il peso terribile dell’inquinamento e del degrado. Si piange per la perdita di biodiversità, di intere specie che scompaiono per la disattenzione dell’uomo”. E ci sono poi le “lacrime asciutte”, quelle che si piangono per la mancanza e lo spreco d’acqua, mentre i “deserti aumentano”.
Cambiare
direzione
Papa Francesco, ricorda il porporato, “ci invita ad ascoltare queste sofferenze. Egli esorta tutti e di ciascuno – gli individui, le famiglie, le comunità locali, le nazioni e la comunità internazionale – a ‘cambiare direzione’ assumendo la bellezza e la responsabilità del compito di ‘prendersi cura per la nostra casa comune’. E qui, il presidente di Giustizia e Pace parla della “conversione” a una “ecologia integrale” cui Francesco esorta, quella che coinvolge tutta l’umanità, figlia di un mondo ormai “interconnesso”. “Nuovi stili di vita”, dunque, accompagnati dall’eliminazione della “cultura dell’usa e getta” e dalla “critica” al “nuovo paradigma tecnocratico” e alle “forme di potere che nascono dalla tecnologia”.
L’appello
alla COP21 Papa Francesco, ricorda il porporato, “ci invita ad ascoltare queste sofferenze. Egli esorta tutti e di ciascuno – gli individui, le famiglie, le comunità locali, le nazioni e la comunità internazionale – a ‘cambiare direzione’ assumendo la bellezza e la responsabilità del compito di ‘prendersi cura per la nostra casa comune’. E qui, il presidente di Giustizia e Pace parla della “conversione” a una “ecologia integrale” cui Francesco esorta, quella che coinvolge tutta l’umanità, figlia di un mondo ormai “interconnesso”. “Nuovi stili di vita”, dunque, accompagnati dall’eliminazione della “cultura dell’usa e getta” e dalla “critica” al “nuovo paradigma tecnocratico” e alle “forme di potere che nascono dalla tecnologia”.
Una settimana fa, ricorda il cardinale Turkson, un gruppi di patriarchi, cardinali e vescovi, in rappresentanza della Chiesa di tutto il mondo, han firmato una dichiarazione che invita i dirigenti della COP21 – la Conferenza delle Parti della Convenzione quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici – a rispondere alla chiamata della “Laudato si’”. L'appello afferma che “il clima e l’atmosfera sono beni comuni globali che appartengono a tutti e sono destinati a tutti” e chiede “un accordo equo”, giuridicamente vincolante, che riconosca “la necessità di vivere in armonia con la natura, garantendo il rispetto dei diritti umani per tutti, compresi quelli dei popoli indigeni, delle donne, dei giovani e dei lavoratori”.
La preghiera per la casa comune
Attraverso “il dialogo, l'unità, e la buona volontà verso gli altri – conclude il cardinale Turkson – possiamo rispondere generosamente e responsabilmente. E che Dio ci usi di noi per contribuire a realizzare la nostra preghiera sulla terra, la casa comune Egli ci ha dato”.
(A cura di Alessandro De Carolis)
(Da Radio Vaticana)
Peter
Kodwo Appiah Turkson è un cardinale e arcivescovo cattolico ghanese.
Papa
Giovanni Paolo II lo ha innalzato alla dignità cardinalizia nel
concistoro del 21 ottobre 2003.
Papa
Benedetto XVI lo ha nominato presidente del Pontificio Consiglio
della Giustizia e della Pace il 24 ottobre 2009.
Nel
2015 collabora alla stesura della seconda enciclica di papa
Francesco, Laudato si'.
martedì 3 novembre 2015
Quella “zona grigia” che minaccia la pace.
Perché nonostante ATT (trattato internazionale cul commercio di armi, l'art. 11 della nostra Costituzione e la Legge 185/1990, l'Italia continua a vendere "bombe e sistemi militari ai Paesi della coalizione guidata dall’Arabia Saudita, che senza mandato internazionale
dallo scorso marzo bombarda lo Yemen"?
(E perché i "media" non ci raccontano cosa succede nello Yemen?)
dalla pagina http://www.unimondo.org/Notizie/Quella-zona-grigia-che-minaccia-la-pace-152899
(E perché i "media" non ci raccontano cosa succede nello Yemen?)
dalla pagina http://www.unimondo.org/Notizie/Quella-zona-grigia-che-minaccia-la-pace-152899
un articolo di Augusto Goio da Vitatrentina.it
Aumentano i conflitti nel mondo e cresce il mercato della compravendita di sistemi d'arma. Il ruolo dell'Italia, che vende armi verso i paesi in stato di conflitto. Che relazione c’è tra traffico d’armi e quella che papa Francesco ha chiamato in più occasioni la terza guerra mondiale “a pezzi”? E qual è il ruolo dell'Italia? L'analisi di Giorgio Beretta della Rete Italiana per il Disarmo e collaboratore di Unimondo
Parlando davanti al Congresso degli Stati Uniti d’America, Papa Francesco ha esortato a fermare il traffico di armi. Non è la prima volta. Perché questa insistenza? Lo chiediamo a Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Difesa e Sicurezza (Opal) di Brescia e della Rete Italiana per il Disarmo.
In numerose occasioni papa Francesco ha puntato l’attenzione sui “fabbricanti di armi che sono mercanti di morte” evidenziando come “tante persone potenti non vogliono la pace perché vivono delle guerre attraverso l’industria delle armi”. L’insistenza del papa non è rivolta – e questa è una novità rilevante proprio nel discorso al Congresso – solo a fermare i traffici illegali di armi, ma l’intero commercio di armamenti. Non è un caso che il papa abbia scelto il Congresso USA per questo suo appello: gli Stati Uniti sono infatti il maggior produttore e esportatore mondiale di armi e sistemi militari e, come noto, non hanno ratificato diversi trattati internazionali da quello di Ottawa per la messa al bando delle mine antipersona a quello di Oslo per l’eliminazione della bombe a grappolo fino a quello recente proprio sul commercio di armi.
Nel 2014 sono aumentati i conflitti nel mondo ed è cresciuto il mercato della compravendita di armi e armamenti, segnala l’ultimo rapporto di Caritas Italiana. Dove sono indirizzati oggi i traffici più consistenti?
Dobbiamo sempre porre attenzione a non confondere il traffico illegale con il “commercio legale” delle armi (legale solo perché è autorizzato dai singoli Stati). Al di là di questa fondamentale distinzione rimane infatti il problema centrale: pur essendo finalmente entrato in vigore lo scorso 24 dicembre il Trattato internazionale sul commercio di armi (ATT: Arms Trade Treaty) le principali nazioni produttrici di armi non lo hanno firmato (Russia, Cina, India, ecc.) mentre Stati Uniti, Israele e Ucraina, pur avendolo firmato, non lo hanno ratificato. Tutto questo, insieme alla poca trasparenza, finisce per favorire quella “zona grigia” fatta di triangolazioni e trasferimenti illeciti in cui si inseriscono i mercanti di armi. Come evidenzia un’importante risoluzione delle Nazioni Unite “l’assenza di uno standard comune internazionale sull’importazione, l’esportazione e il trasferimento di armamenti convenzionali è un fattore che contribuisce ai conflitti, allo sfollamento di persone, al crimine e al terrorismo e di conseguenza minaccia la pace, la riconciliazione, la sicurezza, la stabilità e lo sviluppo sostenibile” (Risoluzione ONU 61/89 del 6 Dicembre 2006). Papa Francesco definisce tutto questo “la terza guerra mondiale a pezzi”.
Che ruolo gioca l’Unione europea, come si colloca l’Italia in questo contesto?
Da diversi anni l’Italia è tra i primi otto paesi nel mondo per esportazioni di sistemi militari e al primo posto nell’export di piccole armi comuni, non militari. Ma se sommati a quelle degli altri paesi dell’Unione europea, le esportazioni internazionali di armamenti dell’UE sono praticamente alla pari di quelle degli Stati Uniti e della Russia. Da qui la grande responsabilità dei paesi dell’Unione che – grazie all’ampia mobilitazione della società civile – hanno firmato e ratificato il Trattato dell’Onu sul commercio di armi. La normativa europea, invece, pur essendo buona è però debole.
L’Italia già dal 1990 si è data una legge, la n. 185, che ha introdotto elementi di trasparenza sull’export di armi.
E’ stato un grande merito della mobilitazione promossa fin dagli anni Ottanta dalle associazioni, soprattutto cattoliche. Ma dal 1990 ad oggi, la costante e occulta azione dell’industria militare ha prodotto una continua erosione della trasparenza: dalla relazione inviata al parlamento dal governo si può sapere solo l’ammontare complessivo dei valori e il generico sistema militare (navi, aerei, veicoli, bombe ecc.) esportati ai singoli paesi. Anche il parlamento è andato esercitando un ruolo sempre più marginale.
Prima faceva notare che le esportazioni di armamenti italiani sono sempre più dirette verso le zone di tensione del mondo: come è possibile considerato che la legge impedisce espressamente esportazioni di armi in contrasto con la Costituzione e verso i paesi in stato di conflitto armato?
Nell’ultimo quinquennio si nota una tendenza in crescita di esportazioni proprio verso le aree di maggior tensione del mondo come il Medio Oriente e l’Asia. Tutto questo avviene perché non si ha intenzione di rivedere radicalmente la funzione dell’industria militare, nazionale ed europea. E la crisi economica ha trasformato diversi ministri della Difesa europei in espliciti promotori delle esportazioni di sistemi militari.
L’ultimo caso segnalato da Opal, Rete Disarmo e Amnesty International Italia riguarda il conflitto in Yemen: al governo avete chiesto di interrompere l’invio di bombe e sistemi militari ai Paesi della coalizione guidata dall’Arabia Saudita che senza mandato internazionale dallo scorso marzo bombarda lo Yemen. Qual è stata la risposta (se c’è stata)?
Il conflitto ha già causato più di 4 mila morti e 20 mila feriti – di cui circa la metà tra la popolazione civile: una “catastrofe umanitaria” con oltre un milione di sfollati e 21 milioni di persone che necessitano di urgenti aiuti. Tra le bombe aree utilizzate dai sauditi ve ne sono anche diverse prodotte nel nostro paese dalla RWM Italia, azienda che fa parte del gruppo tedesco Rheinmetall. Insieme a Amnesty Italia, abbiamo chiesto al governo di sospendere immediatamente l’invio di queste bombe e di tutti i sistemi d’armamento ai paesi coinvolti in questa azione militare: finora però non abbiamo avuto alcuna risposta.
Rispetto a questo conflitto, qual è la posizione europea?
Non vi è stata una presa di posizione europea, ma nel giorno dell’intervento militare della coalizione saudita l’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini ha preso chiaramente le distanze affermando che “l’azione militare non è la soluzione”. Alcuni paesi europei – tra cui Germania e Svezia – avevano già sospeso e cancellato importanti contratti militari con l'Arabia Saudita.
Il 23 settembre scorso una delegazione della Rete italiana per il disarmo ha incontrato alla Farnesina il sottosegretario agli Affari Esteri e alla Cooperazione internazionale, sen. Benedetto Della Vedova. C’era anche lei in rappresentanza di Opal. Che temi avete affrontato?
Abbiamo segnalato il problema della scarsa trasparenza della Relazione annuale della Presidenza del Consiglio e abbiamo avanzato alcune proposte molto semplici, concrete e fattibili, per migliorare il livello di conoscenza delle operazioni autorizzate. Vedremo nei prossimi mesi se vi saranno miglioramenti.
Aumentano i conflitti nel mondo e cresce il mercato della compravendita di sistemi d'arma. Il ruolo dell'Italia, che vende armi verso i paesi in stato di conflitto. Che relazione c’è tra traffico d’armi e quella che papa Francesco ha chiamato in più occasioni la terza guerra mondiale “a pezzi”? E qual è il ruolo dell'Italia? L'analisi di Giorgio Beretta della Rete Italiana per il Disarmo e collaboratore di Unimondo
Parlando davanti al Congresso degli Stati Uniti d’America, Papa Francesco ha esortato a fermare il traffico di armi. Non è la prima volta. Perché questa insistenza? Lo chiediamo a Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Difesa e Sicurezza (Opal) di Brescia e della Rete Italiana per il Disarmo.
In numerose occasioni papa Francesco ha puntato l’attenzione sui “fabbricanti di armi che sono mercanti di morte” evidenziando come “tante persone potenti non vogliono la pace perché vivono delle guerre attraverso l’industria delle armi”. L’insistenza del papa non è rivolta – e questa è una novità rilevante proprio nel discorso al Congresso – solo a fermare i traffici illegali di armi, ma l’intero commercio di armamenti. Non è un caso che il papa abbia scelto il Congresso USA per questo suo appello: gli Stati Uniti sono infatti il maggior produttore e esportatore mondiale di armi e sistemi militari e, come noto, non hanno ratificato diversi trattati internazionali da quello di Ottawa per la messa al bando delle mine antipersona a quello di Oslo per l’eliminazione della bombe a grappolo fino a quello recente proprio sul commercio di armi.
Nel 2014 sono aumentati i conflitti nel mondo ed è cresciuto il mercato della compravendita di armi e armamenti, segnala l’ultimo rapporto di Caritas Italiana. Dove sono indirizzati oggi i traffici più consistenti?
Dobbiamo sempre porre attenzione a non confondere il traffico illegale con il “commercio legale” delle armi (legale solo perché è autorizzato dai singoli Stati). Al di là di questa fondamentale distinzione rimane infatti il problema centrale: pur essendo finalmente entrato in vigore lo scorso 24 dicembre il Trattato internazionale sul commercio di armi (ATT: Arms Trade Treaty) le principali nazioni produttrici di armi non lo hanno firmato (Russia, Cina, India, ecc.) mentre Stati Uniti, Israele e Ucraina, pur avendolo firmato, non lo hanno ratificato. Tutto questo, insieme alla poca trasparenza, finisce per favorire quella “zona grigia” fatta di triangolazioni e trasferimenti illeciti in cui si inseriscono i mercanti di armi. Come evidenzia un’importante risoluzione delle Nazioni Unite “l’assenza di uno standard comune internazionale sull’importazione, l’esportazione e il trasferimento di armamenti convenzionali è un fattore che contribuisce ai conflitti, allo sfollamento di persone, al crimine e al terrorismo e di conseguenza minaccia la pace, la riconciliazione, la sicurezza, la stabilità e lo sviluppo sostenibile” (Risoluzione ONU 61/89 del 6 Dicembre 2006). Papa Francesco definisce tutto questo “la terza guerra mondiale a pezzi”.
Che ruolo gioca l’Unione europea, come si colloca l’Italia in questo contesto?
Da diversi anni l’Italia è tra i primi otto paesi nel mondo per esportazioni di sistemi militari e al primo posto nell’export di piccole armi comuni, non militari. Ma se sommati a quelle degli altri paesi dell’Unione europea, le esportazioni internazionali di armamenti dell’UE sono praticamente alla pari di quelle degli Stati Uniti e della Russia. Da qui la grande responsabilità dei paesi dell’Unione che – grazie all’ampia mobilitazione della società civile – hanno firmato e ratificato il Trattato dell’Onu sul commercio di armi. La normativa europea, invece, pur essendo buona è però debole.
L’Italia già dal 1990 si è data una legge, la n. 185, che ha introdotto elementi di trasparenza sull’export di armi.
E’ stato un grande merito della mobilitazione promossa fin dagli anni Ottanta dalle associazioni, soprattutto cattoliche. Ma dal 1990 ad oggi, la costante e occulta azione dell’industria militare ha prodotto una continua erosione della trasparenza: dalla relazione inviata al parlamento dal governo si può sapere solo l’ammontare complessivo dei valori e il generico sistema militare (navi, aerei, veicoli, bombe ecc.) esportati ai singoli paesi. Anche il parlamento è andato esercitando un ruolo sempre più marginale.
Prima faceva notare che le esportazioni di armamenti italiani sono sempre più dirette verso le zone di tensione del mondo: come è possibile considerato che la legge impedisce espressamente esportazioni di armi in contrasto con la Costituzione e verso i paesi in stato di conflitto armato?
Nell’ultimo quinquennio si nota una tendenza in crescita di esportazioni proprio verso le aree di maggior tensione del mondo come il Medio Oriente e l’Asia. Tutto questo avviene perché non si ha intenzione di rivedere radicalmente la funzione dell’industria militare, nazionale ed europea. E la crisi economica ha trasformato diversi ministri della Difesa europei in espliciti promotori delle esportazioni di sistemi militari.
bombe in partenza per l'Arabia Saudita dall'aeroporto di Elmas-Cagliari
L’ultimo caso segnalato da Opal, Rete Disarmo e Amnesty International Italia riguarda il conflitto in Yemen: al governo avete chiesto di interrompere l’invio di bombe e sistemi militari ai Paesi della coalizione guidata dall’Arabia Saudita che senza mandato internazionale dallo scorso marzo bombarda lo Yemen. Qual è stata la risposta (se c’è stata)?
Il conflitto ha già causato più di 4 mila morti e 20 mila feriti – di cui circa la metà tra la popolazione civile: una “catastrofe umanitaria” con oltre un milione di sfollati e 21 milioni di persone che necessitano di urgenti aiuti. Tra le bombe aree utilizzate dai sauditi ve ne sono anche diverse prodotte nel nostro paese dalla RWM Italia, azienda che fa parte del gruppo tedesco Rheinmetall. Insieme a Amnesty Italia, abbiamo chiesto al governo di sospendere immediatamente l’invio di queste bombe e di tutti i sistemi d’armamento ai paesi coinvolti in questa azione militare: finora però non abbiamo avuto alcuna risposta.
Rispetto a questo conflitto, qual è la posizione europea?
Non vi è stata una presa di posizione europea, ma nel giorno dell’intervento militare della coalizione saudita l’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini ha preso chiaramente le distanze affermando che “l’azione militare non è la soluzione”. Alcuni paesi europei – tra cui Germania e Svezia – avevano già sospeso e cancellato importanti contratti militari con l'Arabia Saudita.
Il 23 settembre scorso una delegazione della Rete italiana per il disarmo ha incontrato alla Farnesina il sottosegretario agli Affari Esteri e alla Cooperazione internazionale, sen. Benedetto Della Vedova. C’era anche lei in rappresentanza di Opal. Che temi avete affrontato?
Abbiamo segnalato il problema della scarsa trasparenza della Relazione annuale della Presidenza del Consiglio e abbiamo avanzato alcune proposte molto semplici, concrete e fattibili, per migliorare il livello di conoscenza delle operazioni autorizzate. Vedremo nei prossimi mesi se vi saranno miglioramenti.
Iscriviti a:
Post (Atom)








