domenica 4 novembre 2012

4 novembre

ricordare le vittime delle guerre
costruire la pace e la sicurezza
attraverso il Disarmo


nonviolenti.org

venerdì 2 novembre 2012

Pacem in terris

Cosa dice la Chiesa Cattolica sul disarmo?

dalla enciclica di Giovanni XXIII Pacem in terris (1963)

Disarmo
59. Ci è pure doloroso costatare come nelle comunità politiche economicamente più sviluppate si siano creati e si continuano a creare armamenti giganteschi; come a tale scopo venga assorbita una percentuale altissima di energie spirituali e di risorse economiche; gli stessi cittadini di quelle comunità politiche siano sottoposti a sacrifici non lievi; mentre altre comunità politiche vengono, di conseguenza, private di collaborazioni indispensabili al loro sviluppo economico e al loro progresso sociale.
[...]
Per cui giustizia, saggezza ed umanità domandano che venga arrestata la corsa agli armamenti, si riducano simultaneamente e reciprocamente gli armamenti già esistenti; si mettano al bando le armi nucleari; e si pervenga finalmente al disarmo integrato da controlli efficaci. 
"Non si deve permettere — proclama Pio XII — che la sciagura di una guerra mondiale con le sue rovine economiche e sociali e le sue aberrazioni e perturbamenti morali si rovesci per la terza volta sull’umanità".
61. Occorre però riconoscere che l’arresto agli armamenti a scopi bellici, la loro effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro eliminazione sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica: il che comporta, a sua volta, che al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia. 
Noi riteniamo che si tratti di un obiettivo che può essere conseguito...

giovedì 25 ottobre 2012

24-30 Ottobre, Settimana internazionale per il Disarmo

Se vuoi la pace prepara la pace


Tutti gli anni le Nazioni Unite celebrano dal 24 al 30 ottobre la "Settimana per il disarmo". La giornata di avvio della Settimana non è casuale ma è il giorno in cui cade l'anniversario della fondazione delle stesse Nazioni Unite, il 24 ottobre 1945. La "Settimana per il disarmo" è stata istituita dal'Assemblea Generale nel 1978, con un documento (Risoluzione S-10/2) nel quale si richiama l'attenzione di tutti gli Stati sull'estrema pericolosità della corsa agli armamenti e si incoraggiano a compiere gli sforzi per porvi fine e a sensibilizzare l'opinione pubblica sull'urgenza del disarmo. 10 Tesi per il Disarmo (e un'appendice importante). 
 
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sabato 20 ottobre 2012

Così votano i super ricchi d'America

da http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/10/17/usa-la-dittatura-dell-cosi.html

La dittatura dell' 1%
Così votano i super ricchi d'America 

«I cinquantamila dipendenti e collaboratori del nostro gruppo possono soffrire le conseguenze, se vince un candidato che vuole imporre altre regole al business».
Così recita la lettera inviata dai fratelli David e Charles Koch a tutti i loro dipendenti. E si conclude con l' invito a votare per Mitt Romney. La famiglia Koch, a capo di un vasto conglomerato petrolchimico, controlla la seconda maggiore fortuna privata degli Stati Uniti. Le sue simpatie di destra sono note, ma è la prima volta che i Koch "diffidano" così apertamente i propri dipendenti dal votare democratico. Non sono i soli.
L'America «dell' un per cento», come la definì il celebre slogan di Occupy Wall Street, si è mobilitata per far vincere il suo candidato. E' la riscossa dell' oligarchia, che non accetta responsabilità per questa crisi e vuole consolidare i suoi privilegi. Altri imprenditori sono perfino più espliciti dei Koch.

leggi il resto qui

giovedì 11 ottobre 2012

11 ottobre 1962 ...

... inizia la prima sessione del Concilio Ecumenico Vaticano II durante il pontificato di Giovanni XXIII.

giovedì 4 ottobre 2012

Giornata mondiale del rifiuto della miseria

La notte dei senza dimora a Vicenza
17 ottobre 2012, dalle 6 (pm) alle 6 (am)
Piazza delle poste


"Ogni anno spieghiamo chi sono i senza dimora. Dove sono. Che storie hanno. Come sostenerli. E dopo dormiamo con loro una notte. Una notte simbolo. Un momento di condivisione. Un’esperienza di protesta. Ogni anno ci rendiamo conto che al lavoro dei servizi sociali serve affiancare un lavoro culturale che ribalti i paradigmi, che umili gli stereotipi, che si schiacci i pregiudizi! Per questo è importante, anche per una sola notte, spiegare ai cittadini cosa significhi finire in strada. Perdere tutto. Restare soli".
A Vicenza lo facciamo con una festa di musica, danze e letture. Ma perché il messaggio sia forte e chiaro serve il contributo di tutti, di ognuno.
Vi aspettiamo!

http://www.facebook.com/#!/pages/Notte-dei-Senza-Dimora-citt%C3%A0-di-Vicenza/413005458756079
Angela Guglielmi

Referente "Giovani e stili di vita"
Caritas Diocesana Vicentina
342.5173672


Il progresso è fallito... di Edgar Morin e Mauro Ceruti

da http://www.scienzesocialiweb.it/node/1481

Reagiamo: ora una nuova civiltà

La nostra crisi è una crisi di civiltà, dei suoi valori e delle sue credenze. Ma è soprattutto una transizione fra un mondo antico e un mondo nuovo. Le vecchie visioni della politica, dell’economia, della società ci hanno resi ciechi, e oggi dobbiamo costruire nuove visioni. Ogni riforma politica, economica e sociale è indissociabile da una riforma di civiltà, da una riforma di vita, da una riforma di pensiero, da una rinascita spirituale. La riuscita materiale della nostra civiltà è stata formidabile, ma ha anche prodotto un drammatico insuccesso morale, nuove povertà, il degrado di antiche solidarietà, il dilagare degli egocentrismi, malesseri psichici diffusi e indefiniti.
Oggi si impone una vigorosa reazione atta a ricercare nuove convivialità, a ricreare uno spirito di solidarietà, a intessere nuovi legami sociali, a fare affiorare dalla nostra e dalle altre civiltà quelle fonti spirituali che sono state soffocate. Questa sfida deve essere integrata nella politica, che deve porsi il compito di rigenerarsi in una politica di civiltà. Le visioni della politica e dell’economia si sono basate sull’idea, che risale al settecento e all’ottocento, del progresso come legge ineluttabile della Storia. Questa idea è fallita. Soprattutto, è fallita l’idea che il progresso segua automaticamente la locomotiva tecno-economica. È fallita l’idea che il progresso sia assimilabile alla crescita, in una concezione puramente quantitativa delle realtà umane. Negli ultimi decenni la storia non va verso il progresso garantito, ma verso una straordinaria incertezza. Così oggi il progresso ci appare non come un fatto inevitabile, ma come una sfida e una conquista, come un prodotto delle nostre scelte, della nostra volontà e della nostra consapevolezza.

VEDI ALLA VOCE SVILUPPO
Altrettanto discutibile è la nozione tradizionale di sviluppo, definita in una prospettiva unilateralmente tecno-economica, ritenuta quantitativamente misurabile con gli indicatori di crescita e di reddito. Ha assunto come modello universale la condizione dei Paesi detti appunto «sviluppati», in particolare occidentali, alla quale si dovrebbero ispirare tutti gli altri Paesi del mondo (detti perciò «sotto-sviluppati» o «in via di sviluppo»). Così si è arrivati a credere che lo stato attuale delle società occidentali costituisca lo sbocco e la finalità della storia umana stessa, trascurando i tanti problemi drammatici, le tante miserie, i tanti sotto-sviluppi, non solo materiali, provocati dal perseguimento degli obiettivi di una crescita tecno-economica fine a se stessa. Ma le soluzioni che volevamo proporre agli altri sono diventate problemi per noi stessi. L'iperspecializzazione disciplinare ha frammentato il tessuto complesso dei fenomeni e ha modellato una scienza economica che non riesce a concepire e a comprendere tutto ciò che non è calcolabile e quantificabile: passioni, emozioni, gioie, infelicità, credenze, miserie, paure, speranze, che sono il corpo stesso dell’esperienza e dell’esistenza umana.
Oggi siamo chiamati a respingere quello che continua a essere in primo piano: la potenza della quantificazione contro la qualità, la dissoluzione della pluralità di dimensioni dell’esistenza umana a poche variabili, la razionalizzazione che è l’opposto della razionalità critica e che è il tentativo cieco di rifiutare tutto ciò che le sfugge e che non riesce a comprendere a prima vista. Uno dei tratti più nocivi di questi ultimi decenni è l’esasperazione della competitività, che conduce le imprese a sostituire i lavoratori con le macchine e, ove questo non accada, ad aumentare i vincoli sulla loro attività lavorativa. Allo sfruttamento economico, contro il quale hanno sempre lottato i sindacati, oggi si aggiunge un’ulteriore alienazione in nome della produttività e dell’efficienza. Abbiamo urgente bisogno di una politica di umanizzazione di quella che è ormai un’economia disumanizzata. CAMBIARE STRADA Se si vogliono seriamente realizzare gli obiettivi di «sostenibilità» e di «umanizzazione», non basta spianare la via con qualche levigatura: bisogna cambiare via. La necessità di cambiare via, naturalmente, non ci impone di ripartire da zero. Anzi, ci spinge a integrare tutti gli aspetti positivi che sono stati acquisiti nel nostro difficile cammino, anche e soprattutto nei Paesi occidentali, a cui dobbiamo i diritti umani, le autonomie individuali, la cultura umanistica, la democrazia. E tuttavia la necessità di cambiare via diventa sempre più urgente, nel momento in cui il dogma della crescita all’infinito viene messo drasticamente in discussione dal perdurare della crisi economica europea e mondiale, dai pericoli prodotti di certo sviluppo tecnico e scientifico, dagli eccessi della civiltà dei consumi che rendono infelici gli individui e la collettività.
Certamente, la crescita deve essere misurata in termini diversi da quelli puramente quantitativi del Pil, mettendo in gioco gli indicatori dello sviluppo umano. Ma la cosa più importante è superare la stessa alternativa crescita/decrescita, che è del tutto sterile. Si deve promuovere la crescita dell’economia verde, dell’economia sociale e solidale. Un imperativo ineludibile dei prossimi decenni è l’accelerazione della transizione dal dominio quasi assoluto delle energie fossili a un sempre maggiore sviluppo delle energie rinnovabili. Anche questa transizione impone di cambiare via, paradigma: dall’attuale paradigma imperniato su un sostanziale monismo energetico (le fonti di energia fossile) a un paradigma imperniato su un pluralismo energetico, nella cui prospettiva si deve sostenere simultaneamente la crescita di molteplici fonti rinnovabili di energia (solare, eolico, biogas, idroelettrico, geotermico...), che possono avere un valore non solo additivo ma moltiplicativo, se messe in rete e se condivise da ambiti internazionali sempre più ampi.
In questo senso, la realizzazione di un pluralismo energetico è indissociabile dalla realizzazione di una democrazia energetica: la condivisione energetica risulta un valore fondante delle politiche internazionali, su scala continentale come su scala globale. Nello stesso tempo si deve sostenere la decrescita dei prodotti inutili dagli effetti illusori tanto decantati dalla pubblicità, la decrescita dei prodotti che generano rifiuti ingombranti e non riciclabili, la decrescita dei prodotti di corta durata e a obsolescenza programmata. Si deve promuovere la crescita di un’economia basata sulla filiera corta, e promuovere la decrescita delle predazioni di tutti quegli intermediari che impongono prezzi bassi ai produttori e prezzi alti ai consumatori. E per imboccare una via nuova bisogna concepire una nuova politica economica che possa contrastare l’onnipotenza della finanza speculativa e mantenere nello stesso tempo il carattere concorrenziale del mercato. Nello stesso tempo, si rivela sterile anche l’alternativa globalizzazione/deglobalizzazione. Dobbiamo globalizzare e deglobalizzare in uno stesso tempo. Dobbiamo valorizzare tutti gli aspetti della globalizzazione che producono cooperazioni, scambi fecondi, intreccio di culture, presa di coscienza di un destino comune. Ma dobbiamo anche salvare le specificità territoriali, salvaguardare le loro conoscenze e i loro prodotti, rivitalizzare i legami fra agricoltura e cultura. Questo andrebbe di pari passo con una nuova politica nei confronti delle aree rurali, volta a contrastare l’agricoltura e l’allevamento iperindustrializzati, ormai divenuti nocivi per i suoli, per le acque, per gli stessi consumatori, e a favorire invece l’agricoltura biologica basata su stretti legami con il territorio.
Certo, quando parliamo dell’attuale fase della globalizzazione, non possiamo certo sottovalutare il fatto che Paesi solo poco tempo fa definiti sottosviluppati abbiano decisamente migliorato i loro livelli di vita: sotto questo aspetto le delocalizzazioni della produzione hanno sicuramente svolto un ruolo importante. Ma dinanzi all’eccesso di queste delocalizzazioni, e di conseguenza all’annientamento dell’industria europea, dobbiamo certamente prevedere interventi protettivi. Per quanto riguarda il destino particolare dell’Europa nell’età della globalizzazione, è decisivo il fatto che tutte le nazioni siano oggi diventate multiculturali. L’Italia stessa è entrata appieno in questo processo, anche se con un certo ritardo rispetto ad altre nazioni storicamente più ricche di legami con il mondo intero: Francia, Gran Bretagna, Olanda, Germania...
Le nuove diversità conseguenti alla globalizzazione si sono aggiunte alle diversità etniche e regionali tradizionalmente costitutive dei nostri paesi. Oggi non basta dire che la Repubblica è una e indivisibile, bisogna anche dire che è multiculturale. Concepire insieme unità, indivisibilità e multiculturalità significa far sì che l’unità eviti il ripiegamento delle singole culture su se stesse e nello stesso tempo riconoscere la diversità feconda di tutte le culture. Anche in questo caso dobbiamo superare le alternative rigide. Dobbiamo superare l’alternativa fra l’omologazione che ignora le diversità, che è stata la politica prevalente negli stati nazionali europei degli ultimi due secoli, e una visione del multiculturalismo come semplice giustapposizione delle culture. Per evitare la disgregazione delle nostre società abbiamo bisogno di riconoscere nell’altro sia la sua differenza sia la sua somiglianza con noi stessi. Rendere le diversità interne non un ostacolo, ma una ricchezza per la nazione: questo è un compito essenziale per la ricostruzione civile dell’Italia e di tutte le nazioni europee, nel momento in cui le sfide globali possono essere affrontate solo da società che siano nello stesso tempo aperte e coese.

UN NUOVO PENSIERO
Oggi il pensiero politico deve riformularsi sulla base di una diagnosi pertinente del momento storico dell’era planetaria che stiamo vivendo, deve concepire una via di civiltà, e deve di conseguenza trovare un percorso coerente sul piano nazionale, europeo, mondiale. Attualmente, siamo in una situazione contraddittoria: c’è un mondo che vuole nascere e che non riesce a nascere, e nel contempo questa nascita incipiente è accompagnata da uno scatenamento di forze di distruzione. Questa situazione contradditoria ci impone di superare anche un’altra falsa alternativa classica, basata sulla contrapposizione fra conservazione e rivoluzione. Dobbiamo fare nostra l’idea di metamorfosi, combinando insieme conservazione e rivoluzione. Questa metamorfosi ci appare ancora improbabile, anzi quasi inconcepibile. Ma questa constatazione a prima vista disperante comporta un principio di speranza, motivato dalla consapevolezza che ci viene dalla conoscenza delle grandi soglie della storia e dell’evoluzione umana. Sappiamo che le grandi mutazioni sono invisibili e logicamente impossibili prima della loro attuazione; sappiamo anche che esse compaiono quando i mezzi dei quali un sistema dispone sono divenuti incapaci di risolvere i suoi problemi all’interno del sistema stesso. Così siamo inclini a sperare che, pur ancora improbabile e inconcepibile, la metamorfosi non sia impossibile.

Fonte: Edgar Morin e Mauro Ceruti, L'Unità | 13 Settembre 2012

venerdì 28 settembre 2012

28 - 30 settembre: digiuno per la Pace


Verso l'apertura della 
base Usa Dal Molin

Il digiuno individuale avrà una durata variabile da uno a tre giorni.
I promotori ringraziano quanti vorranno accostarsi al gazebo/camper, anche per una breve sosta.
Gazebo e camper saranno in piazza Biade venerdì 28/9, al villaggio americano a Vicenza est sabato 29/9, nel piazzale di Monte Berico domenica 30/9...
  • Venerdì 28 settembre
    • Gazebo in piazza Biade/piazza dei Signori.
      Conferenza stampa, incontro con le autorità (il Prefetto ha già confermato), un reading sugli "atti davvero straordinari del commissario Costa".
      Un'installazione serale luminosa davanti alla Prefettura dalle 19,00.
      Un incontro aperto all'aperto alle 20,15 con don Dario Vivian su "Una base da benedire? Condivisione di percorsi di impegno per... tener vivo un lutto".
  • Sabato 29 settembre
    • In via Da Vinci, nei pressi del Villaggio Americano (zona Vicenza est) incontri aperti all'aperto: ore 9,00.
      Dopo lo strappo del Dal Molin: quale coesistenza fra americani e vicentini? Con Frank Gibson.
      Ore 10,30 la viabilità al Dal Molin: proposte che nascono dal basso, con Valentina Dovigo e Giovanni Marangoni.
      Ore 15,00 "Vicenza 2020": incontriamoci.
      Condivisione di percorsi con gruppi e comitati per liberare il nostro territorio da oltre 60 anni di servitù militari.
       
  • Domenica 30 settembre
    • Piazzale di Monte Berico.
      Installazione di AlbertoPeruffo: Ore 9,30 Vicenza come Gerusalemme: se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace.
      Ore 15,30 Acqua un bene comune da preservare: lo stato della falda a Vicenza con una finestra sul Dal Molin, con Lorenzo Altissimo.
      Ore 17,00 Incontro con i volontari dell'operazione colomba.
Info: coordinamento cristiani per la pace
c/o casa della pace – contrà porta nova 2 - Vicenza
e-mail perlapace@gmail.com
cell. 349-6147685 Paolo
cell. 339-1969310 Giovanni
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giovedì 13 settembre 2012

11 settembre 2001 / 2012 - Corbett Report (doppiato in italiano)

Questo filmato, il Corbett Report, riassume in 5 minuti le principali stranezze della versione ufficiale dell'11 settembre a cui nessuno ha mai saputo dare risposta in 10 anni.

https://www.youtube.com/watch?v=RaNcYqgjwKc

martedì 11 settembre 2012

Campagna contro il potenziamento di Site Pluto

Se vuoi leggere e firmare la petizione fai "click".
Informazioni: "qui" su Site Pluto e "qui" sul gruppo presenza a Longare che con metodi nonviolenti dal 1986 chiede la riconversione ad uso civile della base USA a Longare e delle basi militari USA in territorio italiano.

lunedì 10 settembre 2012

11 settembre 2001

11 anni dopo

A 11 anni dagli attentati dell'11 settembre, questa data sia un'occasione di riflessione, di preghiera (per i credenti) e di azione:
  • per ricordare le vittime innocenti di tutte le guerre e di tutti i terrorismi 
  • per denunciare tutti gli apparati militari-industriali i quali servano a garantire i privilegi di pochissimi contro l'umanità
  • per testimoniare vivendo la nonviolenza e la solidarietà come uniche vie possibili per il futuro dell'umanità e una pacifica interazione fra i popoli
  • per anticipare il Regno di Giustizia e Pace in cui crediamo in quanto cristiani.

Alcuni numeri sono oggi particolarmente preoccupanti:
  • Le spese militari degli Stati Uniti d'America sono passate da 345,0 miliardi di dollari nel 2001 a 711,0 miliardi di dollari nel 2011 pari al 4,7% del loro PIL [1] 
  • In Afghanistan e in Iraq continuano a morire persone e la pace non sembra più vicina ... (2) (3) (4) (5)
  • Aumenta il numero di suicidi fra i militari americani (6, 7
  • Aumenta il numero di morti uccisi dai droni, fra cui civili e bambini (8)
  • Nel 2006 gli USA hanno venduto "armi" per 7,9 miliardi di dollari; nel 2011 gli USA hanno venduto "armi" per 66,3 miliardi di dollari [9] pari a quasi il 78% del totale di un mercato valutato globalmente 85,3 miliardi di dollari nel 2011.

Alcune ipotesi sconvolgenti sull'11 settembre sono ancora aperte:  oltre 1700 fra architetti e ingegneri e altre migliaia di scienziati (10) chiedono commissioni di inchiesta indipendenti, come spiega questo video di 10 minuti (11) o il video completo che verrà mostrato sulla rete televisiva americana CPT - PBS (12). 
Il magistrato Ferdinando Imposimato, già presidente della commissione Antimafia, Presidente onorario aggiunto della Corte di Cassazione, sostiene che nei palazzi del World Trade Center erano collocati una serie di ordigni e che l'intelligence americana non avvisò l'Fbi: “In tal modo lasciarono che gli attentati avvenissero eseguiti l’11 settembre 2001”; pertanto sta preparando una denuncia al Tribunale internazionale penale dell’Aja (13,14,15).

Alla luce del Vangelo, della Dottrina (vedi ad es.) e dei Documenti della Chiesa (vedi ad es.), come cristiani e come cittadini non possiamo rimanere in silenzio.