mercoledì 22 febbraio 2023

“CESSATE IL FUOCO IN UCRAINA”

DIBATTITO PUBBLICO

SABATO 25 FEBBRAIO 2023 alle ore 10.00

presso Missionari Saveriani, viale Trento 119, Vicenza

(ampio parcheggio interno)


Ne parliamo con

Prof. MARCO MASCIA
Centro Ateneo per i Diritti Umani "Antonio Papisca", Università di Padova
 
 
Dr. MIRKO SOSSAI
Comunità di Sant’Egidio di Roma
 
YURII SHELIAZHENKO
Pacifista ucraino e Segretario esecutivo del “Movimento Pacifista Ucraino”
 
Gestisce il collegamento con Kiev
 
ZAIRA ZAFARANA
International Fellowship of Reconciliation (IFOR)
 
In collegamento con l’Ucraina 
NELLO SCAVO
Inviato speciale di “Avvenire”, scrittore e autore del libro “KIEV”
 
 
Promotori: MIR (Movimento Internazionale Riconciliazione), ANPI, PAXCHRISTI, GRUPPO MARCIA MONDIALE

Adesioni: A.N.E.D., CGIL, UIL, PRESIDIO PER LA PACE DELL'ALTO VICENTINO, GIURISTI DEMOCRATICI, LEGAMBIENTE VICENZA APS, PAPA GIOVANNI XXIII

 
Info : Tel. 335.6429807 – mail: mirifor.vi@gmail.com
 

Vicenza 24/02, Veglia di preghiera per la Pace


 

sabato 18 febbraio 2023

Vicenza 24/02, Fiaccolata per la Pace in Ucraina

 
FIACCOLATA PER LA PACE IN UCRAINA
Se vuoi la PACE prepara la PACE
 
VENERDI’ 24 FEBBRAIO 2023
ALLE ORE 19
IN PIAZZA DEI SIGNORI
 
DA CUI SI RAGGIUNGERA’ IL BUSTO DI GANDHI 
IN PIAZZALE ESEDRA (VIALE ROMA)
 
Chiediamo il cessate il fuoco, il dialogo e i negoziati di pace per costruire un’Europa sicura e pacifica per tutti. Esprimiamo solidarietà al popolo ucraino e alle vittime di tutte le guerre, le violenze, le repressioni e le discriminazioni nel mondo.
 
La pace è la vittoria di cui abbiamo bisogno!

Di fronte a un continuo allargamento della guerra, con impatti sempre più devastanti sulla popolazione, e un pericolo di escalation anche nucleare chiediamo assieme alle organizzazioni della società civile, ai gruppi di cittadini, alle Amministrazioni, ai comitati di tutta Italia di mobilitarsi promuovendo Marce di Pace, Presidi e sit-in di fronte ai Municipi, Assemblee, momenti di silenzio e preghiera.
 
Aderiscono: MIR (Movimento Internazionale Riconciliazione), ANPI, CGIL, PAXCHRISTI, MARCIA MONDIALE; ASS. COM. PAPA GIOVANNI XXIII , M.N., A.V.L., ANED, LEGAMBIENTE VICENZA APS, MEDITERRANEA VICENZA, FIOM-CGIL, ANS-XXI, PRESIDIO PER LA PACE ALTO VICENTINO, AZIONE CATTOLICA VICENTINA, SCOUT AGESCI VICENZA, DIOCESI DI VICENZA.
 
Info : Tel. 335.6429807 – mail: mirifor.vi@gmail.com
 

“Uguaglianza sostanziale e Costituzione della Terra"

 

Richiedere il link a: anpivicenza@alice.it

ANPI Vicenza, Associazione Giuristi Democratici, AVL, ANED, CGIL, FIOM CGIL Veneto, Fornaci Rosse, MIR, Libera, Pax Christi, Movimento nonviolento, Legambiente, Ans XXI - nel quadro di un percorso sulle tematiche delle disuguaglianze - organizzano un convegno sul tema: 

"Uguaglianza sostanziale e Costituzione della Terra"
 
il giorno: Giovedì 23 febbraio 2023 alle ore 18 su piattaforma ZOOM
Relatore sarà il prof. Luigi FERRAJOLI. 
 
Luigi Ferrajoli è un relatore d’eccezione: filosofo del diritto di fama internazionale e allievo di Norberto Bobbio, vanta numerosissime pubblicazioni tra cui molte dedicate al tema dell’uguaglianza. In particolare per Ferrajoli - che alla questione ha dedicato il suo ultimo libro - solo una Costituzione della Terra, che tuteli i beni vitali della natura, bandisca le armi a cominciare da quelle nucleari e introduca un fisco e idonee istituzioni globali di garanzia in difesa dei diritti di libertà e in attuazione dei diritti sociali di tutti può realizzare l’universalismo dei diritti umani, assicurare la pace e, prima ancora, la vivibilità del pianeta e la sopravvivenza dell’umanità.

mercoledì 8 febbraio 2023

Lavorare di più per consumare di più: il dogma che sta distruggendo la Terra

dalla pagina https://valori.it/lavorare-consumare-dogma-distruzione-terra/

Per decenni siamo stati spinti ad aumentare le ore di lavoro, per guadagnare di più e per consumare di più. Un modello insostenibile

© Helsinki sticker/Flickr

Andrea Barolini 

Lavorare di più per avere più denaro a disposizione e per consumare di più. È uno dei dogmi del nostro modello di sviluppo. Per decenni siamo stati (noi: parliamo ovviamente del mondo ricco) invitati in tutti i modi a comprare, utilizzare e se possibile buttare anziché riparare ogni tipo di oggetto, prodotto alimentare, abito, strumento, mezzo di trasporto, materiale di consumo. Spesso inducendo le nostre menti ad avvertire bisogni di cui, senza il bombardamento di spot e pubblicità, potremmo fare serenamente a meno. 

Un modello di sviluppo sbagliato

Non è una teoria complottista quella che vede i consumatori ultimi ingranaggi di un meccanismo che punta a massimizzare produzione e profitti (per pochi) impoverendo la maggior parte di noi. L’esplosione di servizi finanziari, anche particolarmente rischiosi, per rateizzare in ogni modo i pagamenti ne rappresentano il suggello. 

Un rapporto di un’associazione e un think tank francesi, pubblicato nello scorso mese di ottobre, sottolinea come tutto ciò sia non soltanto incompatibile con una gestione sostenibile delle risorse del Pianeta. Ma in totale contraddizione con ciò che oggi ci viene richiesto: austerità (nel senso buono del termine), sobrietà, lotta agli sprechi, sacrifici. 

Più pubblicità e più consumi

Il documento, firmato da Comunicazione e democrazia e dall’Istituto Veblen, mostra, basandosi su uno studio universitario, gli impatti economici delle spese in marketing effettuate in Francia. I dati sono estremamente interessanti, ed è facilmente immaginabile che siano simili anche in altre nazioni occidentali, Italia inclusa. In primo luogo, gli investimenti complessivi in comunicazioni commerciali sono stati pari in Francia a 30 miliardi di euro all’anno, dal 2003 ad oggi. Parliamo dello stesso quantitativo stanziato per ricerca e sviluppo nelle aziende private.

Ma soprattutto, il rapporto indica che tale ammontare di denaro ha dato i suoi frutti. L’aumento complessivo dei consumi, tra il 1992 e il 2019 è stato del 5,3%. «Per molto tempo – spiega Mathilde Dupré, economista e co-direttrice dell’Istituto Veblen, secondo quanto ripotato dal quotidiano Novethic – non c’è stato un dibattito sul tema. Perché si considerava la pubblicità come puramente informativa. Si pensava che il solo effetto fosse una ripartizione delle quote di mercato tra i diversi soggetti che promuovevano i loro prodotti. Ma numerosi studi ne sottolineano la natura persuasiva. L’aumento del 5% potrebbe sembrare contenuto, ma considerando che parliamo di dati aggregati molto importanti, la realtà è che si tratta di un dato decisamente significativo». 

La strategia dell’obsolescenza psicologica per aumentare i consumi

L’analisi evidenzia in particolare quella che viene definita “obsolescenza psicologica”. Ovvero la strategia dei pubblicitari che punta ad aumentare la sensazione di insoddisfazione rispetto a ciò che si possiede. Un esempio per tutti: secondo l’Ademe, l’Agenzia per l’ambiente e la gestione dell’energia, l’88% dei telefoni cellulare sostituiti in Francia funziona ancora al momento del cambio. 

Ma come facciamo a permetterci questo continuo turnover di prodotti? Lavorando di più. Nello stesso periodo di tempo (1992-2019) le ore lavorate nella nazione europea sono aumentate del 6,6%. Una crescita, prosegue Dupré, «necessaria per seguire i consumi, a spese del nostro tempo libero così come del Pianeta». La maggior parte dell’aumento dei consumi si concentra infatti su prodotti particolarmente nocivi per clima e ambiente: è il caso di automobili (in particolare Suv), viaggi aerei, fast-food

E per capire quanto tutto ciò sia incompatibile con le sfide che abbiamo di fronte, nel 2020 la carbon footprint media di un cittadino francese è stata di 8,2 tonnellate di CO2 equivalenti. Quanto emesso, cioè, in un anno per via dei propri consumi e delle proprie attività. Per rimanere allineati agli obiettivi dell’Accordo di Parigi, occorrerebbe rimanere sulle 2 tonnellate.

 

domenica 29 gennaio 2023

pldm: "Autonomia differenziata: e se si disfa l'Italia?"

dalla pagina https://ans21.org/semina-e-raccolto/primolunedidelmese/598-prossimo-pldm

primolunedìdelmese
Anno XXV - Incontro n. 199 / 24° virtuale

lunedì 6 febbraio  2023, ore 20:30

diretta streaming Facebook e YouTube

Autonomia differenziata:
e se si disfa l'Italia?

Cosa prevede il progetto di riforma in discussione.
Il rischio di aggravare le disuguaglianze sociali
e fomentare "piccole patrie".

Gli ostacoli sul piano costituzionale e politico.

Relatore
Massimo Villone
Professore emerito di Diritto Costituzionale all'Università di Napoli

Discussant
Mario Faggionato
Giuristi Democratici Vicenza

 
Il pldm è frutto di un coordinamento ad hoc promosso, a Vicenza, da Alternativa Nord/Sud per il XXI secolo (ANS-XXI) cui aderiscono le associazioni vicentine:

Associazione Centro Astalli; Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI); Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL); Gruppo di Iniziativa Territoriale (GIT) Banca Etica; Progetto sulla soglia (Cooperativa Insieme, Cooperativa Tangram, Rete Famiglie Aperte); Ufficio Migrantes.

Si ringrazia per la collaborazione
il Comitato vicentino per la Democrazia Costituzionale.

Info: primolunedidelmese@ans21.org

Se vuoi, puoi scaricare (e diffondere) la locandina nei formati jpg e/o pdf

 

lunedì 23 gennaio 2023

"TAV a Vicenza", incontro a San Pio X

 

Giovedì 26 gennaio ore 20:30

Centro Parrocchiale San Pio X

Incontro sul progetto TAV a Vicenza: il tema non riguarda solo i quartieri colpiti dagli espropri e dove sorgerebbero i cantieri, ma tutta Vicenza e tutti i cittadini di Vicenza.

Un'occasione per comprendere gli effetti che i cantieri TAV avrebbero per molti anni - forse due decenni - in termini economici, di salute, inquinamento ambientale (polveri sottili, CO2, ...), disagi negli spostamenti, occupazione di suolo, inquinamento acustico ... 



venerdì 20 gennaio 2023

Per il lavoro che cambia, cambiare lo Stato

dalla pagina Per il lavoro che cambia, cambiare lo Stato (volerelaluna.it)

Franco Guaschino 

L’articolo della nostra Costituzione citato con maggiore frequenza è proprio il primo, che definisce l’Italia «una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Democrazia e lavoro: due concetti ormai piuttosto vaghi. Per restituire loro la centralità che meritano, occorre riflettere sul fatto che, se queste fondamenta si sono modificate nel tempo, anche l’edificio che sorreggono dovrebbe modificarsi. Mentre la democrazia è la forma auspicabile della nostra convivenza, il lavoro ne è la sostanza, in quanto modalità principale di partecipazione alla costruzione del benessere collettivo. Ma il lavoro in settant’anni è cambiato, nella pratica e nella propria funzione economica e sociale; dunque, la gestione democratica dello Stato deve tenerne conto, adattando le istituzioni, le forme organizzative e le leggi. Il cittadino, unità fondamentale e indivisibile dello Stato, deve essere coinvolto in questo difficile processo, che è, prima di tutto, culturale: quella da avviare è infatti una vera rivoluzione culturale.

E chi può farsi carico di una rivoluzione se non la Sinistra (quella vera, s’intende)? Quindi bisogna lavorare per produrre idee, da mettere a punto attraverso un confronto serrato. Occorre però partire da un modo di ragionare al quale abbiamo perso l’abitudine, dopo tanti anni passati a piangerci addosso, ridotti a un’opposizione ininfluente, mentre il capitalismo finanziario spadroneggiava nel mondo. Dobbiamo ricostruire una Sinistra capace di dimostrarsi “in grado di governare”, cosa ben diversa dalla cosiddetta “sinistra di governo”: questa formula trita ha infatti coinciso con il progressivo degrado di partiti che di sinistra non sono più, avendo accettato, insieme alle logiche del capitalismo, ogni compromesso utile alla spartizione del potere. Essere “in grado di governare” vuol dire trovare le strade per coniugare i nostri ideali di libertà, giustizia e uguaglianza con progetti e soluzioni capaci di funzionare. Questo non ha niente a che fare con il timido riformismo che propongono i cosiddetti “democratici”: le soluzioni efficaci in un mondo che cambia rapidamente, avviandosi verso un possibile disastro, sono decisamente rivoluzionarie. Distinguere le cose che funzionano da quelle che non funzionano implica la conoscenza dei meccanismi economici e sociali, la lucida analisi del passato, la valutazione critica degli sviluppi scientifici e tecnologici e, soprattutto, la conoscenza delle persone, coi loro bisogni, aspirazioni e debolezze. Occorre anche sviluppare una diversa capacità di comunicare, partecipando alla ricostruzione del linguaggio comune, che è ormai pieno di equivoci generati da un apparato mediatico al servizio delle strutture di potere. Quando le parole, quelle importanti, sono usate diffusamente con significati ambigui, ogni gruppo sociale tende a interpretarle diversamente, in base ai preconcetti che gli sono stati inculcati. Si cade in una Babele politica che isola ancora di più le persone, già ridotte a individui consumatori, aumentando la sfiducia nella democrazia e nei suoi strumenti. Il confronto tra le idee viene sostituito dall’adesione acritica a ciò che appare più vicino ai propri interessi personali, senza alcun approfondimento e senza strumenti di valutazione.

Con un linguaggio chiaro e con ragionamenti concreti, quel poco che sopravvive della “sinistra organizzata” potrebbe evitare di crearsi, per incomprensioni, ancora più avversari di quelli naturali, che sono già numerosi e potenti. Ciò vale nei confronti di coloro che, espulsi in vario modo dalla condizione operaia e/o dipendente, si sono dovuti adattare a diventare imprenditori di sé stessi o a vivere al margine del mondo produttivo. E vale anche per l’ampia “sinistra diffusa”, composta da una moltitudine di persone indirizzate al bene comune, ma che non riescono a compattarsi intorno a un progetto politico a cui dare fiducia.

Ecco allora alcuni spunti di ragionamento attorno al tema del lavoro, al quale, come detto in apertura, va ridata la centralità che merita, non soltanto con le normali rivendicazioni di tipo sindacale o insistendo nel proporre la crescita come soluzione di tutti i mali, ma con idee e pratiche del tutto nuove.

Il punto da cui partire è l’adattamento del lavoro, in termini quantitativi e qualitativi, agli sviluppi scientifici e tecnologici, ma soprattutto alle condizioni necessarie per salvare l’umanità dall’incombente degrado ambientale, col cambiamento climatico e l’esaurimento delle risorse. Quando, nel 1995, fu pubblicato il saggio di Jeremy Rifkin La fine del lavoro, le sue teorie furono accolte con interesse. Rifkin sosteneva che dopo la radicale riduzione degli addetti all’agricoltura, con la prima rivoluzione industriale, e di quelli dell’industria, con l’automazione, anche il terziario si sarebbe ridotto in seguito alla diffusione dei computer; previsione che si è dimostrata totalmente fondata. L’autore concludeva con messaggi di speranza, collegati alla riduzione dell’orario di lavoro, al contenimento della globalizzazione sfrenata e allo sviluppo del cosiddetto terzo settore: il no-profit applicato ai servizi di utilità sociale. In seguito, però, lo stesso Rifkin, diventato consulente di numerosi Paesi e organizzazioni internazionali come profeta del “green new deal”, ha adattato le proprie previsioni, sostenendo che lo sviluppo di nuovi settori di lavoro “verde” avrebbero ampiamente compensato la perdita di posti di lavoro tradizionali.

Ma chi oggi valuta i dati oggettivi, a partire dagli scienziati più seri, è costretto ad affermare che la produzione di energia rinnovabile, cavallo di battaglia della “green economy”, non è in grado di sostituire le fonti tradizionali nel poco tempo rimasto, prima che il cambiamento climatico raggiunga livelli insostenibili. Quindi l’unica strada percorribile con efficacia è l’intervento drastico, con le leggi e il cambiamento dei modelli di consumo, sui settori maggiormente inquinanti ed energivori. Sono tutti settori, o meglio filiere produttive, che comportano una grande quantità di posti di lavoro e che sono accomunati da un enorme sovradimensionamento rispetto alle reali necessità. Un elenco approssimativo comprende: il turismo di massa, l’industria agraria (allevamento, mangimi, fertilizzanti, …) e alimentare, il tessile e l’abbigliamento, i trasporti di merci e semilavorati via mare e via terra, gli armamenti, l’automobile, l’edilizia, i dispositivi tecnologici e i grandi data center. A questi campi di attività, vanno accostati i due motori principali della frenesia consumistica e della folle corsa alla crescita: pubblicità e marketing, da un lato, e finanza speculativa, dall’altro.

Se riconducessimo questi meccanismi impazziti al servizio dei bisogni reali delle persone, la loro dimensione si ridurrebbe drasticamente, facendo diminuire, oltre all’impatto distruttivo sull’ambiente, anche i posti di lavoro richiesti. Ne potrebbe derivare una situazione ancora più sbilanciata di quella attuale, con relativamente pochi occupati in ruoli specialistici e gestionali, e un’enorme massa di persone senza sbocco, a disposizione del peggiore sfruttamento per spartirsi lavori a bassissima qualificazione. Chi ha ancora un impiego parzialmente tutelato, si schiera (come sta già succedendo) con fronti di reazione per difendere i posti di lavoro attuali e, con questi, il sistema produttivo che li genera. Ma i proclami, per lo più di fonte confindustriale, in base ai quali esiste una forte richiesta di lavoro insoddisfatta, non fanno altro che mascherare la predominanza di posizioni a termine, precarie e sottopagate. L’unica vera alternativa è un ripensamento complessivo, che collochi con chiarezza il lavoro nella relazione con il ruolo sociale delle persone, la partecipazione a una comunità, l’insieme dei diritti e dei doveri di ogni cittadino.

Il tema è di una tale ampiezza che occorre procedere per accenni, rimandando agli indispensabili approfondimenti e confronti. Ma una considerazione preliminare può essere utile: il cambiamento del lavoro richiede passaggi e adattamenti successivi. Dunque, quella flessibilità, richiesta ipocritamente dai fautori dell’onnipotenza del mercato, va reinterpretata come un’elasticità generale del sistema, al servizio del soddisfacimento dei bisogni fondamentali e di quelli individuali. Specializzazioni e gerarchie vanno riviste, verso una mobilità lavorativa nuova e, al tempo stesso, antica.

Per cambiare il lavoro bisogna partire dalla scuola, ribaltando l’impostazione degli ultimi decenni, che ha privilegiato la subordinazione a presunte opportunità di occupazione, con le richieste delle grandi imprese a fare da bussola. Se il lavoro e i ruoli delle persone devono essere più elastici, anche in funzione degli sviluppi tecnologici, la specializzazione precoce deve lasciare il posto alla formazione continua e alla capacità di connettere conoscenze ed esperienze. Dunque, il compito principale della scuola, insieme alla trasmissione delle conoscenze basilari, è quello di “insegnare a imparare”. Questo è tutt’altro che un gioco di parole: implica la curiosità per il nuovo, individuare il nocciolo delle questioni, coordinare mezzi e fini, impegnarsi a distinguere il vero dal falso, gestire i confronti in modo efficace, adattarsi alle novità e agli imprevisti. Si tratta di compiti non facili per gli studenti, ma ancora di più per la maggioranza degli insegnati che dovranno prepararsi al ruolo sempre più importante della formazione.

Bisogna promuovere, nel percorso lavorativo di ciascuno, l’alternanza di ruoli e funzioni. Sommare teoria e pratica, in un’interpretazione attuale dell’antico motto “mens sana in corpore sano”, porta all’arricchimento degli individui e a relazioni più produttive. Il lavoro manuale e il “saper fare le cose” hanno la stessa dignità del lavoro intellettuale e, anzi, aiutano a pensare meglio e a cavarsela in situazioni impreviste. Senza bisogno di regole rigide, questo modo di operare può diventare il diretto complemento di orari di lavoro ridotti. Il superamento della monotonia quotidiana si è dimostrato in più occasioni un fattore favorevole all’aumento della produttività e della soddisfazione individuale. L’alternanza tra attività sedentarie e manuali, insieme a pratiche sportive adatte a tutti, può diventare una cura essenziale per la salute mentale della nostra società.

Reddito o lavoro di cittadinanza? Se le inquadriamo correttamente, queste due soluzioni non sono in contraddizione tra loro. Mentre è evidente che un reddito di base va garantito a tutti coloro che non sono in grado di lavorare, per gli altri, a partire dai giovani, il lavoro deve essere reso possibile e necessario, andando al di là delle limitate richieste del settore privato. Oltre al terzo settore, i cui servizi di utilità sociale vanno sostenuti, esiste una fortissima necessità di interventi per la cura del territorio e per affrontare grandi problemi da tempo irrisolti nel nostro Paese: burocrazia, giustizia, salute pubblica, ricerca… La richiesta di posti di lavoro che ne potrebbe provenire è estremamente consistente e può coinvolgere attitudini, età e livelli di competenza molto diversificati. Sarebbe del tutto sbagliato considerare la spesa pubblica di questo tipo come un costo assistenziale: si tratta invece di un investimento che, se gestito bene, avrebbe una grande efficacia nel migliorare le attrattive, la credibilità internazionale e l’efficienza complessiva del sistema.

Occorre riformare i Centri per l’impiego e l’insieme delle politiche attive del lavoro. Il ritornello sul loro compito di incrociare domanda e offerta non ha più alcun senso pratico. Se il lavoro non c’è, o è inaccettabile per le condizioni proposte, resta ben poco da incrociare. Mentre i Centri per l’impiego svolgono, a spese dello Stato, un compito di monitoraggio, informazione e orientamento, le Agenzie interinali private lucrano sulla fornitura di lavoro temporaneo, gravando sull’effettivo guadagno dei lavoratori e con pratiche che a volte sconfinano nel caporalato. Se si accetta l’idea che molte attività non garantiranno più la continuità a cui si aspirava in passato, bisogna promuovere un sistema che protegga i lavoratori e faciliti il loro adattamento, senza gravare sul bilancio dello Stato; bisogna cioè interrompere l’inaccettabile pratica, sempre più estesa, in base alla quale i guadagni sono privati e i costi sono pubblici. Dunque, i Centri per l’impiego, coordinati dall’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro (ANPAL), di cui ora non si comprende bene l’utilità, dovranno essere i fornitori diretti del lavoro discontinuo, garantendone la valutazione corretta e le condizioni generali. Dal costo delle prestazioni fornite potranno essere così direttamente prelevate le quote di imposte e costi previdenziali, oltre agli adeguati margini per garantire la formazione continua. Sarebbe anche possibile intervenire sul lavoro sommerso e su quello schiavizzato, iscrivendo automaticamente gli adulti immigrati ai Centri pubblici per l’impiego: oltre a pretendere paghe e condizioni di lavoro accettabili, si garantirebbe un introito fiscale che oggi si annulla nella giungla del lavoro nero.

Va riportato alla sua importanza e dignità storica il lavoro cooperativo. Da qualche decennio, nuove norme di legge hanno annacquato la specificità delle cooperative, assimilandole alle normali società di persone o di capitali. Il risultato, sotto gli occhi di tutti, è il proliferare di false cooperative, soprattutto in risposta alla esternalizzazione di funzioni, messa in atto non solo dalle aziende private, ma anche dal settore pubblico. Tra queste, si evidenziano con frequenza situazioni di forte sfruttamento e di lavoro non pagato, insieme ad astuzie formali che permettono di accaparrarsi con facilità gli incarichi su appalto. Si perde quindi l’antica dignità del lavoro con responsabilità condivise, o quantomeno gestite democraticamente, e che sostituiva la finalità del profitto con quella della giusta remunerazione per tutti gli associati. L’autentica forma cooperativa è anche la più adatta a recuperare aziende ancora efficienti, ma avviate alla prematura chiusura da parte di proprietari interessati soltanto a intascare facili utili sulle spalle dei lavoratori e a scappare con la cassa di fronte alle prime difficoltà.

Bisogna evitare contrapposizioni infondate tra le categorie di lavoratori. In una situazione generale di redditi insufficienti per la maggior parte degli occupati, le informazioni fuorvianti sui guadagni reali sono fonte di rancori pericolosi. Partendo dalla ovvia necessità di ridurre gli squilibri e di garantire a tutti un livello dignitoso di remunerazione, bisogna adottare dei criteri di valutazione corretti. Dai media vengono continuamente forniti dati sui guadagni di questa o quella categoria senza specificare se si tratta di cifre nette o lorde. E, in modo ancora più irresponsabile, si confrontano le entrate di lavoratori dipendenti con quelle di autonomi, artigiani e piccoli imprenditori, confondendo persino fatturato, valore aggiunto e reddito spendibile. Il rapporto con l’iniziativa privata va urgentemente chiarito, da parte della Sinistra, per smentire quelle affermazioni tendenziose che indicano i “comunisti” come irriducibili nemici delle imprese. La nostra battaglia, contro le posizioni dominanti delle grandi lobby e dei poteri finanziari, non riguarda le aziende di piccola e media dimensione, di cui riconosciamo il valore economico e sociale, se inquadrate nel giusto rapporto con l’interesse pubblico e con una politica capace di riappropriarsi del ruolo di guida e orientamento generale.

Protagonismo e senso di responsabilità dei cittadini devono essere il fulcro della rinnovata concezione del lavoro: un diritto, prima ancora che un dovere. L’elasticità auspicata dovrebbe permettere a ciascuno di dare il proprio contributo in corretta relazione con le aspirazioni e le capacità individuali. Anche l’uscita dal lavoro, con il pensionamento, potrebbe essere graduale, favorendo attività a tempo parziale, finché la salute e le energie rimanenti lo permettono. Cambiare lavoro o mettere a disposizione della comunità la propria esperienza può essere un’ottima medicina contro l’improvvisa sensazione di inutilità che a volte colpisce chi è avanti con gli anni, oltre ad attenuare il peso sulle finanze pubbliche dell’insieme dei pensionati, sempre più numerosi nella proporzione con chi è occupato.

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Franco Guaschino, laureato in Scienze Politiche, ha lavorato soprattutto nella comunicazione visiva. Prima fotografo, poi regista e produttore, ha realizzato documentari, filmati promozionali e qualche opera di finzione. Negli ultimi dieci anni di attività si è dedicato alle montagne, nel quadro di quello che si chiamava “Laboratorio dello sviluppo sostenibile”. Da qualche anno in pensione, vive in una casa in mezzo ai boschi, sulla montagna sopra Torre Pellice.

 

giovedì 22 dicembre 2022

“Disarmare i cuori per seminare Pace”, 14° Cammino di Pace, Diocesi di Vicenza

 
video "Voce e Parola"
 
 

Il Cammino di Pace nella diocesi di Vicenza è giunto alla sua quattordicesima edizione. Dopo i due anni segnati dall’esperienza della pandemia, con tutte le relative restrizioni legate alla necessaria attenzione per evitare il contagio, torniamo a proporre il Cammino per le strade della città, fino alla nostra Cattedrale in centro a Vicenza. 

Purtroppo i motivi per cui riflettere, pregare e decidere di impegnarci per la Pace non sono venuti meno nel frattempo. Circa un anno fa è iniziato anche il conflitto in Ucraina che è venuto a complicare ulteriormente la situazione e a far crescere la preoccupazione e la necessità di impegno da parte di tutti su questo tema. 

Quest’anno ci troveremo Domenica 1° Gennaio 2023 alle ore 14.45 presso la piazza di Araceli vecchia per iniziare un cammino che abbiamo intitolato: “Disarmare i cuori per seminare la Pace”. Concluderemo il Cammino in Cattedrale verso le 16.30 con l’ultima tappa del percorso. 

Proveremo a riflettere, a partire dal racconto biblico dell’incontro tra Giacobbe ed Esaù, circa la necessità di diventare sempre più capaci di relazioni e di riconciliazione tra di noi e con il creato, consapevoli di essere tutti sulla stessa barca e chiamati a seminare Pace in questo nostro tempo, come ci ricorda anche Papa Francesco nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2023.

Inoltre avremo con noi anche il Vescovo Giuliano e alcuni amici che ci parleranno di iniziative ed esperienze di Pace già in corso, per condividere questo impegno con tutta la Chiesa vicentina e ogni altro uomo e donna di buona volontà.

 
don Matteo Zorzanello 
Pastorale Sociale e del Lavoro, Giustizia e Pace, Cura del Creato
Diocesi di Vicenza
 
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dalla pagina https://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/peace/documents/20221208-messaggio-56giornatamondiale-pace2023.html

MESSAGGIO
DI SUA SANTITÀ

FRANCESCO
PER LA
LVI GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

1° GENNAIO 2023

Nessuno può salvarsi da solo.
Ripartire dal Covid-19 per tracciare insieme sentieri di pace

 

«Riguardo poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; infatti sapete bene che il giorno del Signore verrà come un ladro di notte» (Prima Lettera di San Paolo ai Tessalonicesi 5,1-2).

1. Con queste parole, l’Apostolo Paolo invitava la comunità di Tessalonica perché, nell’attesa dell’incontro con il Signore, restasse salda, con i piedi e il cuore ben piantati sulla terra, capace di uno sguardo attento sulla realtà e sulle vicende della storia. Perciò, anche se gli eventi della nostra esistenza appaiono così tragici e ci sentiamo spinti nel tunnel oscuro e difficile dell’ingiustizia e della sofferenza, siamo chiamati a tenere il cuore aperto alla speranza, fiduciosi in Dio che si fa presente, ci accompagna con tenerezza, ci sostiene nella fatica e, soprattutto, orienta il nostro cammino. Per questo San Paolo esorta costantemente la Comunità a vigilare, cercando il bene, la giustizia e la verità: «Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri» (5,6). È un invito a restare svegli, a non rinchiuderci nella paura, nel dolore o nella rassegnazione, a non cedere alla distrazione, a non scoraggiarci ma ad essere invece come sentinelle capaci di vegliare e di cogliere le prime luci dell’alba, soprattutto nelle ore più buie.

2. Il Covid-19 ci ha fatto piombare nel cuore della notte, destabilizzando la nostra vita ordinaria, mettendo a soqquadro i nostri piani e le nostre abitudini, ribaltando l’apparente tranquillità anche delle società più privilegiate, generando disorientamento e sofferenza, causando la morte di tanti nostri fratelli e sorelle.

Spinti nel vortice di sfide improvvise e in una situazione che non era del tutto chiara neanche dal punto di vista scientifico, il mondo della sanità si è mobilitato per lenire il dolore di tanti e per cercare di porvi rimedio; così come le Autorità politiche, che hanno dovuto adottare notevoli misure in termini di organizzazione e gestione dell’emergenza.

Assieme alle manifestazioni fisiche, il Covid-19 ha provocato, anche con effetti a lungo termine, un malessere generale che si è concentrato nel cuore di tante persone e famiglie, con risvolti non trascurabili, alimentati dai lunghi periodi di isolamento e da diverse limitazioni di libertà.

Inoltre, non possiamo dimenticare come la pandemia abbia toccato alcuni nervi scoperti dell’assetto sociale ed economico, facendo emergere contraddizioni e disuguaglianze.Ha minacciato la sicurezza lavorativa di tanti e aggravato la solitudine sempre più diffusa nelle nostre società, in particolare quella dei più deboli e dei poveri. Pensiamo, ad esempio, ai milioni di lavoratori informali in molte parti del mondo, rimasti senza impiego e senza alcun supporto durante tutto il periodo di confinamento.

Raramente gli individui e la società progrediscono in situazioni che generano un tale senso di sconfitta e amarezza: esso infatti indebolisce gli sforzi spesi per la pace e provoca conflitti sociali, frustrazioni e violenze di vario genere. In questo senso, la pandemia sembra aver sconvolto anche le zone più pacifiche del nostro mondo, facendo emergere innumerevoli fragilità.

3. Dopo tre anni, è ora di prendere un tempo per interrogarci, imparare, crescere e lasciarci trasformare, come singoli e come comunità; un tempo privilegiato per prepararsi al “giorno del Signore”. Ho già avuto modo di ripetere più volte che dai momenti di crisi non si esce mai uguali: se ne esce o migliori o peggiori. Oggi siamo chiamati a chiederci: che cosa abbiamo imparato da questa situazione di pandemia? Quali nuovi cammini dovremo intraprendere per abbandonare le catene delle nostre vecchie abitudini, per essere meglio preparati, per osare la novità? Quali segni di vita e di speranza possiamo cogliere per andare avanti e cercare di rendere migliore il nostro mondo?

Di certo, avendo toccato con mano la fragilità che contraddistingue la realtà umana e la nostra esistenza personale, possiamo dire che la più grande lezione che il Covid-19 ci lascia in eredità è la consapevolezza che abbiamo tutti bisogno gli uni degli altri, che il nostro tesoro più grande, seppure anche più fragile, è la fratellanza umana, fondata sulla comune figliolanza divina, e che nessuno può salvarsi da solo. È urgente dunque ricercare e promuovere insieme i valori universali che tracciano il cammino di questa fratellanza umana. Abbiamo anche imparato che la fiducia riposta nel progresso, nella tecnologia e negli effetti della globalizzazione non solo è stata eccessiva, ma si è trasformata in una intossicazione individualistica e idolatrica, compromettendo la garanzia auspicata di giustizia, di concordia e di pace. Nel nostro mondo che corre a grande velocità, molto spesso i diffusi problemi di squilibri, ingiustizie, povertà ed emarginazioni alimentano malesseri e conflitti, e generano violenze e anche guerre.

Mentre, da una parte, la pandemia ha fatto emergere tutto questo, abbiamo potuto, dall’altra, fare scoperte positive: un benefico ritorno all’umiltà; un ridimensionamento di certe pretese consumistiche; un senso rinnovato di solidarietà che ci incoraggia a uscire dal nostro egoismo per aprirci alla sofferenza degli altri e ai loro bisogni; nonché un impegno, in certi casi veramente eroico, di tante persone che si sono spese perché tutti potessero superare al meglio il dramma dell’emergenza.

Da tale esperienza è derivata più forte la consapevolezza che invita tutti, popoli e nazioni, a rimettere al centro la parola “insieme”. Infatti, è insieme, nella fraternità e nella solidarietà, che costruiamo la pace, garantiamo la giustizia, superiamo gli eventi più dolorosi. Le risposte più efficaci alla pandemia sono state, in effetti, quelle che hanno visto gruppi sociali, istituzioni pubbliche e private, organizzazioni internazionali uniti per rispondere alla sfida, lasciando da parte interessi particolari. Solo la pace che nasce dall’amore fraterno e disinteressato può aiutarci a superare le crisi personali, sociali e mondiali.

4. Al tempo stesso, nel momento in cui abbiamo osato sperare che il peggio della notte della pandemia da Covid-19 fosse stato superato, una nuova terribile sciagura si è abbattuta sull’umanità. Abbiamo assistito all’insorgere di un altro flagello: un’ulteriore guerra, in parte paragonabile al Covid-19, ma tuttavia guidata da scelte umane colpevoli. La guerra in Ucraina miete vittime innocenti e diffonde incertezza, non solo per chi ne viene direttamente colpito, ma in modo diffuso e indiscriminato per tutti, anche per quanti, a migliaia di chilometri di distanza, ne soffrono gli effetti collaterali – basti solo pensare ai problemi del grano e ai prezzi del carburante.

Di certo, non è questa l’era post-Covid che speravamo o ci aspettavamo. Infatti, questa guerra, insieme a tutti gli altri conflitti sparsi per il globo, rappresenta una sconfitta per l’umanità intera e non solo per le parti direttamente coinvolte. Mentre per il Covid-19 si è trovato un vaccino, per la guerra ancora non si sono trovate soluzioni adeguate. Certamente il virus della guerra è più difficile da sconfiggere di quelli che colpiscono l’organismo umano, perché esso non proviene dall’esterno, ma dall’interno del cuore umano, corrotto dal peccato (cfr Vangelo di Marco 7,17-23).

5. Cosa, dunque, ci è chiesto di fare? Anzitutto, di lasciarci cambiare il cuore dall’emergenza che abbiamo vissuto, di permettere cioè che, attraverso questo momento storico, Dio trasformi i nostri criteri abituali di interpretazione del mondo e della realtà. Non possiamo più pensare solo a preservare lo spazio dei nostri interessi personali o nazionali, ma dobbiamo pensarci alla luce del bene comune, con un senso comunitario, ovvero come un “noi” aperto alla fraternità universale. Non possiamo perseguire solo la protezione di noi stessi, ma è l’ora di impegnarci tutti per la guarigione della nostra società e del nostro pianeta, creando le basi per un mondo più giusto e pacifico, seriamente impegnato alla ricerca di un bene che sia davvero comune.

Per fare questo e vivere in modo migliore dopo l’emergenza del Covid-19, non si può ignorare un dato fondamentale: le tante crisi morali, sociali, politiche ed economiche che stiamo vivendo sono tutte interconnesse, e quelli che guardiamo come singoli problemi sono in realtà uno la causa o la conseguenza dell’altro. E allora, siamo chiamati a far fronte alle sfide del nostro mondo con responsabilità e compassione. Dobbiamo rivisitare il tema della garanzia della salute pubblica per tutti; promuovere azioni di pace per mettere fine ai conflitti e alle guerre che continuano a generare vittime e povertà; prenderci cura in maniera concertata della nostra casa comune e attuare chiare ed efficaci misure per far fronte al cambiamento climatico; combattere il virus delle disuguaglianze e garantire il cibo e un lavoro dignitoso per tutti, sostenendo quanti non hanno neppure un salario minimo e sono in grande difficoltà. Lo scandalo dei popoli affamati ci ferisce. Abbiamo bisogno di sviluppare, con politiche adeguate, l’accoglienza e l’integrazione, in particolare nei confronti dei migranti e di coloro che vivono come scartati nelle nostre società. Solo spendendoci in queste situazioni, con un desiderio altruista ispirato all’amore infinito e misericordioso di Dio, potremo costruire un mondo nuovo e contribuire a edificare il Regno di Dio, che è Regno di amore, di giustizia e di pace.

Nel condividere queste riflessioni, auspico che nel nuovo anno possiamo camminare insieme facendo tesoro di quanto la storia ci può insegnare. Formulo i migliori voti ai Capi di Stato e di Governo, ai Responsabili delle Organizzazioni internazionali, ai Leaders delle diverse religioni. A tutti gli uomini e le donne di buona volontà auguro di costruire giorno per giorno, come artigiani di pace, un buon anno! Maria Immacolata, Madre di Gesù e Regina della Pace, interceda per noi e per il mondo intero.

Dal Vaticano, 8 dicembre 2022

 Francesco

 

lunedì 19 dicembre 2022

Landini: «Cambiamo modello sociale». La Cgil in udienza da papa Francesco

dalla pagina https://www.avvenire.it/attualita/pagine/intervista-di-avvenire-a-landini-cgil-udienza-da-papa-francesco

 

Lunedì il segretario e 5.000 attivisti e dirigenti del sindacato in Vaticano. «Grande consonanza su pace, valore della persona e dignità del lavoro. Sui temi bioetici ascolto senza diffidenze» 

 

Il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, in una foto di qualche giorno fa, a Perugia contro la manovra - Fotogramma

«Abbiamo bisogno di ascoltare, vogliamo confrontarci, costruire percorsi unitari perché nessuno si salva da solo. Stiamo vivendo tempi davvero difficili con la guerra nel cuore dell’Europa, la minaccia di uno scontro nucleare che rischia di diventare reale, la crisi ambientale e la povertà che aumenta». Tempi eccezionali, sfide enormi che hanno sollecitato un avvenimento di per sé “storico”: domani, per la prima volta, 5.000 tra delegati, attivisti e dirigenti della Cgil varcheranno le porte del Vaticano per essere ricevuti in udienza dal Papa. Un incontro che il segretario generale Maurizio Landini e il sindacato tutto hanno fortemente desiderato, dopo l’udienza privata con alcuni dirigenti avvenuta nel 2019.

Segretario, su quali temi sentite maggiore vicinanza al magistero del Papa?

Nelle sue encicliche Laudato si’ e Fratelli tutti abbiamo trovato una riflessione comune: questione ambientale e questione sociale sono strettamente connesse. E per affrontarle occorre cambiare il modello di sviluppo e promuovere una nuova fratellanza tra le persone, un nuovo rapporto tra l’uomo e la natura. Siamo un sindacato che ha l’ambizione di essere un soggetto di trasformazione della società e quindi sentiamo particolarmente consonanti le parole del Papa che invitano a costruire una vera e propria rivoluzione, anche culturale, in termini di valori e di azione. Lottando contro le diseguaglianze, mettendo al centro le persone e il lavoro dignitoso, un’economia non fondata solo sul profitto. E, a unire tutti questi temi, un impegno forte, prioritario, per affermare la pace e superare la logica stessa della guerra.

In questi mesi avete manifestato per la pace, assieme a molta parte del mondo cattolico, attirandovi pure accuse di “ambiguità”. Ma come difendere gli ucraini?

Noi non siamo mai stati neutrali, siamo stati fin dall’inizio contro la guerra, contro chi l’ha scatenata, la Russia, e dalla parte di chi è stato aggredito: gli ucraini. E a loro abbiamo fornito aiuti umanitari, abbiamo accolto le donne e i bambini che scappavano dai bombardamenti. Oggi non riusciamo a vedere ancora la conclusione della guerra, mentre si fa purtroppo più concreto il pericolo di un allargamento del conflitto, fino allo scenario peggiore: quello di uno scontro nucleare. Ora c’è bisogno di un cessate il fuoco, di una tregua per il Natale cattolico e ortodosso come ha proposto Andrea Riccardi, di aprire un vero negoziato di pace.

Sbaglia quindi il governo attuale, come quello precedente, a inviare ancora armi?

Di armi, nel conflitto in Ucraina e in generale nel mondo, ce ne sono già troppe. La vera sicurezza viene dall’affermare la cultura della pace, non dall’aumento delle spese militari. L’Europa e il nostro governo dovrebbero agire con maggior forza perché sia convocata una seria conferenza di pace. L’altra strada, quella del conflitto infinito, porta solo distruzione e morte.

Francesco ha denunciato molte volte la “logica dello scarto”: è un rischio che avvertite anche voi?

Non è un rischio, è una realtà concreta in molti ambiti. Si diffondono le carestie nel mondo, crescono le diseguaglianze fra le nazioni e in ogni nazione, il lavoro viene considerato come una merce qualsiasi e con esso le stesse persone finiscono per perdere valore. Questa è la logica dello scarto: quella che misura tutto in base ai soldi anziché ai bisogni e al valore della persona.

Il sindacato, però, appare a volte come un soggetto conservatore, più attento alla difesa di chi è già tutelato, che non ai più deboli come i disoccupati e i precari.

Diciamo anzitutto che la produzione legislativa dei diversi governi negli ultimi decenni ha aumentato la precarietà nel lavoro e favorito una frantumazione dei diritti dei lavoratori. Aumentando la competizione tra le persone che per vivere hanno bisogno di lavorare. Occorre quindi ripristinare un principio di equità e di uguaglianza con un nuovo Statuto dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, che sancisca uguali diritti e tutele per tutti, a prescindere dal tipo di rapporto di lavoro: a tempo indeterminato o a termine, autonomo o a partita Iva. Questo penso sia il compito primario del sindacato e della politica: mettere al centro la persona ed evitare che chi per vivere deve lavorare debba accettare qualsiasi condizione. Dopodiché, anche le organizzazioni sindacali, a partire da quella che io rappresento, devono cambiare, essere sempre più in grado di rappresentare l’intero mondo del lavoro e le sue diverse forme. Per questo, però, è necessario anche un sostegno legislativo alla contrattazione collettiva, che cancelli i “contratti pirata” e dia valore generale ai contratti nazionali, sancisca così anche un salario minimo e gli altri diritti normativi. Penso alla malattia, gli infortuni, le ferie, il Tfr, solo per citarne alcuni, che debbono essere garantiti a tutti i lavoratori e le lavoratrici.

La dottrina sociale della Chiesa auspica un lavoro che sia «libero, creativo, partecipativo e solidale». Vi riconoscete in questa definizione? Come si realizza tale obiettivo?

Sì, il lavoro è lo strumento fondamentale per la realizzazione della persona. Ma oggi purtroppo il lavoro è precario e non di rado chi lavora è comunque povero, è aumentato lo sfruttamento, manca la sicurezza tanto che si continua a morire in maniera tragica e scandalosa. L’obiettivo di un lavoro migliore si può realizzare introducendo per legge e nei contratti un diritto alla formazione, perché ciò che fa la differenza oggi è la conoscenza. Anche l’impresa deve ripensarsi come luogo nel quale imprenditore e lavoratori possano discutere e realizzare accordi non solo su salari e orari ma anche su ciò che fanno e di come lo fanno, con quale sostenibilità ambientale, sociale. I lavoratori devono avere il diritto di essere informati preventivamente sulle scelte di investimento e su queste poter esprimere un parere, poter partecipare alla fase decisionale, visto che tutto ciò riguarda anche le condizioni e il futuro degli stessi lavoratori.

Ecco, appunto: il futuro delle relazioni industriali può essere ancora caratterizzato dal conflitto e non dalla partecipazione? Verso quale modello evolve il sindacato?

Noi proponiamo un’idea di impresa nel quale tutti i soggetti possono essere protagonisti attivi, in cui venga superato il modello del comando, unico ed esclusivo, in cui il sindacato è ammesso solo se assume a prescindere gli obiettivi dell’impresa. Per questo io penso che contrapporre il sindacato conflittuale e quello partecipativo come due modelli antitetici non ha senso, perché questi due momenti – conflitto e partecipazione – sono sempre necessariamente intrecciati e insieme determinano un equilibrio, che può di volta in volta variare a seconda delle situazioni concrete. Per questo io penso a un sindacato confederale fondato sulla rappresentanza e la democrazia, nel senso del diritto delle persone che lavorano di poter votare, di poter partecipare. E allo stesso tempo fondato sulla contrattazione, intesa come mediazione tra due soggetti portatori di interessi – il lavoro e l’impresa – che debbono riconoscersi reciprocamente.

Avete scelto di fare scioperi articolati contro La legge di bilancio: c’è una filosofia sottesa che vi preoccupa, al di là dei singoli provvedimenti?

C’è alla base di questa manovra una filosofia profondamente sbagliata. Sul fisco anzitutto. Con 100 miliardi di evasione all’anno, il 95% dell’Irpef pagato da lavoratori dipendenti e pensionati, non solo non si dà vita alla riforma necessaria per alleggerire il peso sui dipendenti e far crescere i loro salari, ma si va in direzione contraria con la flat tax che diminuisce la progressività dell’imposizione e crea nuove disparità. Ancora, di fronte a giovani che trovano occupazioni sempre più precarie, tanto da emigrare in massa all’estero, reintrodurre i voucher significa penalizzarli ulteriormente. Così come è inaccettabile cancellare il Reddito di cittadinanza in un Paese in cui la povertà è in aumento. Mancano poi veri investimenti per creare lavoro, in particolare nel Mezzogiorno e sono preoccupanti i tagli che si prospettano a sanità, formazione e istruzione.

Torniamo al magistero del Papa e alla Dottrina della Chiesa. Un rischio che corrono tutti – per primi i cattolici – è quello di condividere solo ciò che ci piace, non cogliendo il disegno complessivo sull’uomo. Non rischia di essere così anche per la Cgil: adesione sulle battaglie sociali, ma visione opposta sulla vita, ad esempio con la promozione dell’aborto come diritto e il sostegno alle scelte eutanasiche?

Ma la Cgil non ha mai promosso l’aborto, che rimane un passaggio doloroso e traumatico nella vita di qualsiasi donna. Semmai ha sempre tutelato la salute e la sicurezza delle donne che possono decidere di non portare a termine una gravidanza per diversi motivi. Anche perché l’alternativa è il rischio che si torni agli aborti clandestini, con la morte di migliaia di donne. Per questo noi chiediamo di investire sulla prevenzione delle cosiddette gravidanze indesiderate attraverso una corretta educazione alla sessualità e il potenziamento dei consultori. Quanto ad eutanasia e suicidio assistito, non c’è una posizione formale della Cgil. È un tema sul quale mi interrogo. Certo, occorre anche ascoltare chi vive una condizione di sofferenza insopportabile. Credo sia fondamentale su temi di questa natura e portata l’apertura e la disponibilità all’ascolto reciproco.

La Cgil è un’organizzazione laica, a cui peraltro partecipano anche molti credenti. Se posso entrare nel personale, qual è il suo rapporto con la fede?

Posso dire che credo nella possibilità di lottare, qui ed ora, per affermare la libertà delle persone nel lavoro e credo nella giustizia sociale. E penso che per farlo serva anche superare qualsiasi diffidenza verso i diversi atteggiamenti personali. Fratellanza, per me, significa essere sempre pronti ad aiutare quelli che stanno peggio di te e renderli protagonisti del cambiamento delle loro condizioni.

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dalla pagina https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2022/december/documents/20221219-cgil.html

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
A DIRIGENTI E DELEGATI DELLA
CONFEDERAZIONE GENERALE ITALIANA DEL LAVORO (CGIL)

Aula Paolo VI
Lunedì, 19 dicembre 2022

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Vi do il benvenuto e ringrazio il Segretario Generale per le sue parole. Questo incontro con voi, che formate una delle storiche organizzazioni sindacali italiane, mi invita ad esprimere ancora una volta la mia vicinanza al mondo del lavoro, in particolare alle persone e alle famiglie che fanno più fatica.

Non c’è sindacato senza lavoratori e non ci sono lavoratori liberi senza sindacato. Viviamo un’epoca che, malgrado i progressi tecnologici – e a volte proprio a causa di quel sistema perverso che si definisce tecnocrazia (cfr Laudato si’, 106-114) – ha in parte deluso le aspettative di giustizia in ambito lavorativo. E questo chiede anzitutto di ripartire dal valore del lavoro, come luogo di incontro tra la vocazione personale e la dimensione sociale. Lavorare permette alla persona di realizzare sé stessa, di vivere la fraternità, di coltivare l’amicizia sociale e di migliorare il mondo. Le Encicliche Laudato si’ e Fratelli tutti possono aiutare a intraprendere percorsi formativi che offrano motivi di impegno nel tempo che stiamo vivendo.

Il lavoro costruisce la società. Esso è un’esperienza primaria di cittadinanza, in cui trova forma una comunità di destino, frutto dell’impegno e dei talenti di ciascuno; tale comunità è molto di più della somma delle diverse professionalità, perché ognuno si riconosce nella relazione con gli altri e per gli altri. E così, nella trama ordinaria delle connessioni tra le persone e i progetti economici e politici, si dà vita giorno per giorno al tessuto della “democrazia”. È un tessuto che non si confeziona a tavolino in qualche palazzo, ma con operosità creativa nelle fabbriche, nelle officine, nelle aziende agricole, commerciali, artigianali, nei cantieri, nelle pubbliche amministrazioni, nelle scuole, negli uffici, e così via. Viene “dal basso”, dalla realtà.

Cari amici, se richiamo questa visione, è perché tra i compiti del sindacato c’è quello di educare al senso del lavoro, promuovendo una fraternità tra i lavoratori. Non può mancare questa preoccupazione formativa. Essa è il sale di un’economia sana, capace di rendere migliore il mondo. In effetti, «i costi umani sono sempre anche costi economici e le disfunzioni economiche comportano sempre anche costi umani. Rinunciare ad investire sulle persone per ottenere un maggior profitto immediato è un pessimo affare per la società» (Enc. Laudato si’, 128).

Accanto alla formazione, è sempre necessario segnalare le storture del lavoro. La cultura dello scarto si è insinuata nelle pieghe dei rapporti economici e ha invaso anche il mondo del lavoro. Lo si riscontra ad esempio là dove la dignità umana viene calpestata dalle discriminazioni di genere – perché una donna deve guadagnare meno di un uomo? Perché una donna, appena si vede che incomincia a “ingrassare”, la mandano via per non pagare la maternità? –; lo si vede nel precariato giovanile – perché si devono ritardare le scelte di vita a causa di una precarietà cronica? –; o ancora nella cultura dell’esubero; e perché i lavori più usuranti sono ancora così poco tutelati? Troppe persone soffrono per la mancanza di lavoro o per un lavoro non dignitoso: i loro volti meritano l’ascolto, meritano l’impegno sindacale.

Vorrei condividere con voi in modo particolare alcune preoccupazioni. In primo luogo, la sicurezza dei lavoratori. Il vostro Segretario generale ne ha parlato. Ci sono ancora troppi morti – li vedo sui giornali: tutti i giorni c’è qualcuno –, troppi mutilati e feriti nei luoghi di lavoro! Ogni morte sul lavoro è una sconfitta per l’intera società. Più che contarli al termine di ogni anno, dovremmo ricordare i loro nomi, perché sono persone e non numeri. Non permettiamo che si mettano sullo stesso piano il profitto e la persona! L’idolatria del denaro tende a calpestare tutto e tutti e non custodisce le differenze. Si tratta di formarsi ad avere a cuore la vita dei dipendenti e di educarsi a prendere sul serio le normative di sicurezza: solo una saggia alleanza può prevenire quegli “incidenti” che sono tragedie per le famiglie e le comunità.

Una seconda preoccupazione è lo sfruttamento delle persone, come se fossero macchine da prestazione. Ci sono forme violente, come il caporalato e la schiavitù dei braccianti in agricoltura o nei cantieri edili e in altri luoghi di lavoro, la costrizione a turni massacranti, il gioco al ribasso nei contratti, il disprezzo della maternità, il conflitto tra lavoro e famiglia. Quante contraddizioni e quante guerre tra poveri si consumano intorno al lavoro! Negli ultimi anni sono aumentati i cosiddetti “lavoratori poveri”: persone che, pur avendo un lavoro, non riescono a mantenere le loro famiglie e a dare speranza per il futuro. Il sindacato – ascoltate bene questo – è chiamato ad essere voce di chi non ha voce. Voi dovete fare rumore per dare voce a chi non ha voce. In particolare, vi raccomando l’attenzione per i giovani, spesso costretti a contratti precari, inadeguati, anche schiavizzanti. Vi ringrazio per ogni iniziativa che favorisce politiche attive del lavoro e tutela la dignità delle persone.

Inoltre, in questi anni di pandemia è cresciuto il numero di coloro che presentano le dimissioni dal lavoro. Giovani e meno giovani sono insoddisfatti della loro professione, del clima che si respira negli ambienti lavorativi, delle forme contrattuali, e preferiscono rassegnare le dimissioni. Si mettono in cerca di altre opportunità. Questo fenomeno non dice disimpegno, ma la necessità di umanizzare il lavoro. Anche in questo caso, il sindacato può fare opera di prevenzione, puntando alla qualità del lavoro e accompagnando le persone verso una ricollocazione più confacente al talento di ciascuno.

Cari amici, vi invito ad essere “sentinelle” del mondo del lavoro, generando alleanze e non contrapposizioni sterili. La gente ha sete di pace, soprattutto in questo momento storico, e il contributo di tutti è fondamentale. Educare alla pace anche nei luoghi di lavoro, spesso segnati da conflitti, può diventare segno di speranza per tutti. Anche per le future generazioni.

Grazie per quello che fate e che farete per i poveri, i migranti, le persone fragili e con disabilità, i disoccupati. Non tralasciate di prendervi cura anche di chi non si iscrive al sindacato perché ha perso la fiducia; e di fare spazio alla responsabilità giovanile.

Vi affido alla protezione di San Giuseppe, che ha conosciuto la bellezza e la fatica di fare bene il proprio mestiere e la soddisfazione di guadagnare il pane per la famiglia. Guardiamo a lui e alla sua capacità di educare attraverso il lavoro. Auguro un Natale sereno a tutti voi e ai vostri cari. Il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca. E se potete, pregate per me. Grazie!