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dalla pagina https://ilmanifesto.it/tutti-giu-per-terra-niente-transizione-con-il-suolo-malato/
Clima. L’ecosistema più fragile è il più trascurato quando si parla di contrasto ai cambiamenti climatici. Tra consumo, perdita di fertilità, erosione e inquinamento
Il suolo è l’ecosistema che in questi ultimi decenni ha subito le maggiori modificazioni. Eppure viene spesso trascurato quando si affronta il tema dei cambiamenti climatici e si cercano soluzioni per contrastare il riscaldamento del pianeta. Il 5 dicembre di ogni anno si celebra il World Soil Day, la giornata mondiale del suolo, per ricordare quanto è importante preservare la sua salute.
NEL SUOLO SI PRODUCE IL 95% del nostro cibo, ma secondo la Fao il 33% dei suoli è degradato a causa della perdita di fertilità, inquinamento, erosione. Sono necessari tra i 500 e i 1000 anni per formare un centimetro di suolo, ma sono sufficienti pochi anni per degradarlo in modo irreversibile. Quest’anno l’attenzione viene puntata sugli effetti che derivano dal processo di salinizzazione dei suoli. Si tratta di un fenomeno che determina un degrado fisico, chimico e biologico dei suoli, rappresentando una delle principali minacce alla loro funzionalità. I suoli salini si stanno estendendo in tutti i continenti, soprattutto nelle regioni aride e semi-aride del pianeta.
LA FAO CALCOLA CHE OGNI ANNO la salinizzazione rende improduttivi fino a 1,5 milioni di ettari di terreni agricoli. Ci può essere una salinità naturale dei suoli se si sono formati partendo da rocce ad alto contenuto di sali, oppure per l’infiltrazione di acqua marina e per l’aerosol marino che si verificano nelle zone costiere. Ma c’è ed è sempre più esteso il fenomeno della salinità secondaria legata ad una gestione scorretta dei suoli: sfruttamento di falde ad alto contenuto di sodio, metodi di irrigazione non adeguati, eccesso di fertilizzanti, insufficiente drenaggio del terreno. I suoli salini diventano inospitali per le piante e per i microrganismi che costruiscono la sostanza organica da cui dipende la fertilità. La Fao ha costruito la carta mondiale dei suoli interessati dalla salinizzazione sulla base dei dati forniti da 118 paesi che rappresentano l’85% della superficie terrestre.
SI E’ ANALIZZATA LA SALINITA’ A DUE DIVERSI livelli di profondità, il topsoil (0-30 cm) e il subsoil (30-100 cm). La carta mostra che sono circa 425 milioni gli ettari di terreno che presentano una elevata salinità nello strato superiore (l’8,5% delle terre coltivate del pianeta), mentre sono circa 833 milioni gli ettari compromessi dalla salinità nello strato più profondo (il 17% delle terre coltivate). Le aree interessate dal fenomeno sono presenti in nord Africa, penisola arabica, zone costiere e centrali dell’Asia, Australia, ovest degli Stati Uniti, area andina del sud America, paesi che si affacciano sul Mediterraneo.
IN ITALIA TUTTE LE REGIONI COSTIERE presentano situazioni in cui i suoli hanno una elevata salinità. Si calcola che il 2% del territorio nazionale, pari a 5000 kmq, è compromesso dal punto di vista agricolo a causa dell’allargamento del cuneo salino nelle falde dell’entroterra. L’intrusione delle acque marine nel territorio è favorita dall’attività umana: lo sfruttamento delle falde acquifere per le produzioni agricole e industriali lascia spazio all’infiltrazione di acqua marina, determinando un aumento della concentrazione di sali nel terreno.
I CAMBIAMENTI CLIMATICI STANNO favorendo questo processo. I lunghi periodi di siccità fanno diminuire la portata dei fiumi, favorendo la risalita dell’acqua marina, mentre l’aumento medio delle temperature favorisce l’evaporazione dell’acqua contenuta nel terreno, aumentando la concentrazione di sali. In Italia le aree dove si manifesta il fenomeno della salinizzazione sono anche quelle a rischio di desertificazione. Si tratta, secondo l’Ispra, di un 10% del territorio italiano, considerato molto vulnerabile, concentrato soprattutto in Calabria, Sicilia, costa adriatica, Toscana, Lazio, Puglia, Emilia-Romagna, Veneto.
LA SALINIZZAZIONE E’ UN FENOMENO globale che favorisce i processi di desertificazione e ha come conseguenza l’abbandono delle terre non più coltivabili da parte di intere popolazioni. Tuttavia, la consapevolezza che dalla salute del suolo dipendono i sistemi alimentari e gli equilibri climatici tarda a farsi strada. Anche nella Cop26 di Glasgow l’agricoltura e l’uso del suolo sono rimasti ai margini del dibattito. Eppure l’attività agricola contribuisce per il 20% alle emissioni globali di gas serra, arrivando al 25% se si considera il sistema alimentare nel suo complesso e si includono lavorazioni dei prodotti, imballaggio e trasporto.
NON PUO’ ESSERCI «TRANSIZIONE ecologica» senza una politica di salvaguardia dei suoli e una agricoltura sostenibile. L’ecosistema suolo rappresenta il più importante serbatoio di carbonio. Si calcola che nei primi 30 cm di suolo sono immagazzinati 680 miliardi di tonnellate di carbonio, più del doppio della quantità presente nell’atmosfera e superiore anche a quella contenuta nella vegetazione terrestre. Attraverso pratiche agricole corrette e salvaguardando foreste, zone umide e torbiere è possibile sequestrare nel suolo grandi quantità di carbonio. Al contrario, l’uso sconsiderato dei suoli, perdita di fertilità, desertificazione, deforestazione stanno determinando una situazione in cui il suolo emette più gas serra di quanto riesca ad assorbirne.
LE POLITICHE AGRICOLE PORTATE AVANTI dai vari paesi non sono andate nella direzione di favorire le coltivazioni agricole sostenibili, la conservazione della biodiversità e il sequestro del carbonio. In un recente rapporto dell’Onu sono stati quantificati i sussidi destinati in questi anni a livello globale all’agricoltura. La cifra è di 540 miliardi di dollari, ma il 90% ha foraggiato l’agricoltura di vasta scala, coltivazioni e allevamenti intensivi che hanno prodotto gravi alterazioni degli ecosistemi e contribuito alla crisi climatica, senza risolvere il problema di più di 800 milioni di persone che soffrono la fame e dei due miliardi che vivono in una situazione di insicurezza alimentare. Anche la Politica agricola comune (Pac) ha privilegiato in questi decenni le grandi aziende e l’agricoltura intensiva, con l’80% dei contributi destinato al 20% delle aziende, piuttosto che favorire produzioni agricole sostenibili, in primo luogo l’agricoltura biologica e l’agroecologia.
LA NUOVA PAC, APPROVATA IN QUESTI giorni, non va nella direzione sperata e non modifica il sistema dei sussidi agricoli finora adoperato. Il suolo non ha ricevuto la necessaria attenzione non solo nel dibattito sui cambiamenti climatici, ma nemmeno rispetto all’altro devastante fenomeno che è il «consumo di suolo», con i suoi effetti irreversibili. Il suolo come bene comune e risorsa limitata e non rinnovabile è un concetto che non si è mai affermato. La Commissione Europea nella direttiva del 2007 definisce il consumo di suolo «una variazione di copertura non artificiale (suolo non consumato) a una copertura artificiale (suolo consumato)».
L’UNIONE EUROPEA HA FISSATO come obiettivo l’azzeramento del consumo di suolo entro il 2050. Ma basta analizzare i dati di questi anni per comprendere che si tratta di un obiettivo destinato a rimanere sulla carta. Ogni anno in Europa spariscono quasi 45 mila ettari di suolo e solo alcuni paesi (Francia, Germania, Regno Unito) hanno una legislazione per regolarne il consumo. L’Italia è il paese europeo a più alto indice di occupazione di suolo e non ha una legge che possa ostacolare la devastazione del territorio. Nel 2012 il governo Monti, sulla spinta dei movimenti che invocavano lo stop al consumo di suolo, approvava un disegno di legge che aveva come obiettivo il «contenimento» del fenomeno. Doveva essere l’inizio di una nuova fase, ma il governo Monti e i governi che si sono succeduti non hanno avuto la volontà di portare a termine l’iter legislativo.
NEL 2016 LA CAMERA APPROVAVA un testo che fissava di arrivare nel 2050 al consumo di suolo zero, ma senza definire una gradualità e con discutibili criteri di monitoraggio nel rilevare il fenomeno. La legge si è poi arenata al Senato. Nel gennaio del 2018 un gruppo di 75 esperti, in collaborazione col Forum Salviamo il paesaggio, difendiamo i territori, ha preparato un testo che è arrivato alle Commissioni Ambiente e Agricoltura per poi finire in qualche cassettoi. Il consumo di suolo non è solamente sottrazione di terreno agricolo, ma va a incidere su clima, ecosistemi, capacità di assorbimento dell’acqua, erosione del territorio. Intanto sta prendendo corpo il Pnrr con i suoi progetti di nuove infrastrutture. Ma senza una normativa nazionale che fissi limiti e criteri si profila all’orizzonte una ripresa accelerata del consumo di suolo.
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dalla pagina https://comune-info.net/la-vita-dipende-dal-suolo/
Non saranno la geoingegneria né altri interventi dall’alto degli Stati a fare la differenza. La lotta contro il cambiamento climatico passa prima di tutto per la nostra vita di tutti i giorni, anche da nostro “non fare”, ad esempio dal non aggredire il suolo. Del resto esiste già un dispositivo in grado di affrontare la questione delle emissioni di CO2, anzi lo ha risolto eoni fa, trasformando completamente l’atmosfera in cui viviamo: si chiama rete fungina micorrizica, funziona da mezzo miliardo di anni, assorbe incessantemente CO2 e non costa nulla
Come sanno ormai anche i proprietari di fuoristrada, è in corso un pericoloso cambiamento climatico, strettamente legato alle emissioni di CO2 nell’atmosfera. Finché il Covid non li ha rimandati tutti a scambiarsi messaggi su Whatsapp, qualche milione di giovani ha protestato per le strade del mondo al grido, “Fate qualcosa!”. Non ne fate una colpa a nessuno, la nostra specie è così: l’ultima manifestazione per il clima a cui ho assistito, pioveva, era il Black Friday, e mentre una decina di attivisti megafonavano in Piazza della Repubblica, qualche migliaio di ragazzi che avevano fatto forca a scuola sono entrati nel negozio della Apple per vedere l’ultimo modello di smartofono. Le buone intenzioni sono indubbie, e infatti l’Inferno, essendone lastricato, gode di modernissime infrastrutture.
“Fare qualcosa” significa fare la guerra, la guerra significa immense quantità di soldi pubblici versati in tasche private in condizioni di controllo minimo (“che stai a cincischiare, è un’emergenza!”). I più entusiasti statalisti, appassionati di novità rivoluzionarie, sono da sempre i grandi capitalisti.
Una serie di proposte riguarda la geoingegneria, con soluzioni creative quanto la bomba su Hiroshima. Ad esempio, visto che il bianco riflette, rendiamo più candido il mondo abbattendo tutti i boschi nelle zone nevose, oppure riempiamo i campi di grano modificato geneticamente per renderlo albino. Un’altra proposta consiste nell’oscurare letteralmente il cielo, riempiendo l’atmosfera di particelle di anidride solforosa sparate con i cannoni o lanciate da aerei militari. Progetti lontani per ora dal realizzarsi, ma che rivelano un atteggiamento mentale che si riconosce subito.
Ora, esiste già un dispositivo in grado di affrontare la questione delle emissioni di CO2: anzi lo ha risolto eoni fa, trasformando completamente l’atmosfera in cui viviamo. Si chiama rete fungina micorrizica, funziona da mezzo miliardo di anni, assorbe ogni anno tanto CO2 quanto ne producono gli Stati Uniti e non costa nulla. Ne parla un bell’articolo di Toby Kiers e Merlin Sheldrake su The Guardian.
Confesso una cosa: anche se a scuola ci hanno insegnato che i funghi sono un regno a parte, io almeno quando sento natura penso a un alberello dalle foglie tutte verdi. Con magari sotto qualche piccolo funghetto colorato. Invece, i funghi non sono piante e non sono nemmeno verdi, e vivono quasi totalmente sottoterra, per cui li ignoriamo totalmente. Non sono sicuro che mi ricorderò domani il termine rete fungina micorrizica, che indica l’intima associazione tra funghi (mykos) e le radici delle piante, da cui dipende praticamente tutto.
Quindi apprendo a bocca aperta che nei dieci centimetri superiori del suolo, questa rete è lunga quanto la metà della nostra galassia. E assorbe incessantemente carbonio, nutrendo l’intero sistema di vita dell’unico pianeta nell’universo in cui sappiamo esserci (per ora) vita.
Il nostro pianeta sembra molto grande, ma la vita dipende dal suolo, e il suolo è una crosta sottilissima, e di cui non sappiamo quasi nulla.
Tranne che lo stesso tecnosistema che si propone di bombardare il cielo lo sta avvelenando con pesticidi, fertilizzanti e fungicidi, lo sta cementificando, sta eliminando le innumerevoli varietà di piante che interagiscono con la rete fungina. E se salta la rete fungina micorrizica, tutto ciò che vi cresce sopra è destinato a finire male, compresi OGM superproduttivi o foreste di alberi-soldatino rigorosamente identici piantati a milioni.
La maggior parte dei suoli del mondo è oggi profondamente degradato; e il rilascio dello 0,1 per cento del carbonio immagazzinato dal suolo europeo equivale alle emissioni di cento milioni di automobili.
A quel punto comprendiamo che è assurdo bombardare il cielo e annientare i boschi siberiani, o al contrario piantare un trilione di alberi, come propone qualcuno; è assurdo anche pensare di affrontare la questione partendo dalla sola riduzione delle emissioni delle auto. È assurda tutta la logica della guerra.
Mi viene in mente un giorno, nelle campagne vicino a Siracusa, che c’era un pastore che faceva la ricotta. Che è una faccenda lunga e complessa; e un uomo di città cercò di aiutarlo. Allora il pastore gli disse, “lassa u munnu com’è”.
dalla pagina https://jacobinitalia.it/la-fine-del-mondo-allo-specchio/
Lorenzo Zamponi 30 Dicembre 2021
«Un gigantesco meteorite sta per colpire la Terra, moriremo tutti, ma non frega niente a nessuno. Questa è la premessa. Gli scienziati sono sempre più arrabbiati e urlano in tv ‘Moriremo tutti!’. E su internet li odiano perché continuano a dire questa cosa. E poi alla fine un’azienda scopre che il meteorite ha dei minerali di valore al suo interno. E allora vogliono che davvero colpisca la Terra!».
Così si chiudeva, due anni fa, l’intervista di Jacobin al regista Adam McKay, tradotta per il numero 5 di Jacobin Italia. Quel film è uscito nei cinema di tutto il mondo poche settimane fa, e oggi è in cima alla classifica globale di Netflix. Don’t look up, pensato come metafora della reazione del mondo di fronte all’emergenza climatica, parla di scienza, politica, media e capitalismo, e non poteva che far discutere dopo due anni di pandemia e le fratture profonde prodotte proprio dalla combinazione tra questi elementi nelle nostre società. Ed è proprio quella sul ruolo perverso del capitalismo nel rendere totalmente tossiche, e in ultima istanza dannose per la vita stessa dell’umanità, la politica, i media, e anche la scienza, la riflessione più importante che esce dal film. Il dibattito scatenatosi in questi giorni, purtroppo, lo conferma: quella che vediamo sullo schermo è la nostra realtà, riflessa da uno specchio che non la distorce se non in minimi dettagli.
Don’t look up è una parodia tragicomica del genere disaster, di film come Deep Impact, Armageddon, 2012 o The Day After Tomorrow, in cui catastrofi più o meno naturali minacciano l’umanità, non a caso di gran moda negli anni Novanta e Duemila, dopo la fine della Guerra Fredda, quando Hollywood cercava nuovi antagonisti per l’egemonia americana globale. Un tentativo ambizioso, da parte di McKay, di combinare le due parti della sua carriera: quella comico-demenziale di autore televisivo al Saturday Night Live e regista di commedie di culto con Will Ferrell come Anchorman – La leggenda di Ron Burgundy e quella di filmmaker impegnato in progetti come La grande scommessa, sulla crisi finanziaria del 2008, e Vice, biografia dell’ex vicepresidente americano Dick Cheney, che gli hanno fruttato cinque nomination all’Oscar, per non parlare di Succession, serie tv HBO da lui prodotta, che ritrae con sguardo spietato l’élite globale dei super-ricchi. Ambizioso anche nella scala: un film da 75 milioni di dollari, prodotto dallo stesso McKay, e infarcito di star, da Leonardo Di Caprio a Meryl Streep, da Jennifer Lawrence a Cate Blanchett, da Timothée Chalamet ad Ariana Grande. Un affollamento che forse non aiuta la tenuta del film: tanti temi, tante star, tanti registri diversi, dal sentimentale al grottesco passando per la commedia, forse in totale troppa roba tutta insieme perché la narrazione risulti lineare e non straniante a un pubblico educato alla perfetta sequenzialità disneyana dei film Marvel. Ma avrebbe senso un film come questo, così radicato nei drammi fondamentali della nostra epoca, e così grottescamente e paradossalmente realistico, senza un certo straniamento dello spettatore?
Il tema della scienza e dei suoi oppositori è al centro del film fin dalla premessa: cosa succederebbe se, nella scena iniziale di ogni disaster movie, gli scienziati autori di una scoperta terribile si trovassero di fronte, alla Casa Bianca, una presidente ossessionata dai sondaggi e priva di qualunque scrupolo nell’ingannare la sua base ultraconservatrice? Pur trattandosi di una storia scritta prima della pandemia, è difficile non vedere riflesse sullo schermo le battaglie negazioniste delle destre di Trump e Bolsonaro sul Covid-19, dietro allo slogan «Don’t look up!» («Non guardare in alto») lanciato dalla presidente quando la cometa destinata a colpire la Terra risulta visibile a occhio nudo. La tendenza diffusa delle destre più reazionarie a costruire violente campagne propagandistiche antiscientifiche per distogliere l’attenzione da realtà concrete e pericolosissime come la pandemia da Covid-19 e l’emergenza climatica è un tema centrale del film, che darebbe spesso la sensazione di calcare troppo la mano sugli aspetti parossistici e grotteschi della vicenda, se non si trattasse di scene che abbiamo visto tutti e tutte con i nostri occhi in questi anni.
Ma letture alla Idiocracy reggono poco. L’idea che la battaglia del nostro tempo sia quella tra la scienza «peer-reviewed», come ripetono spesso i protagonisti, e un popolo di zoticoni ignoranti che non accetta le verità ufficiali, è una lettura, per quanto diffusa tra i commentatori liberal anche in Italia, piuttosto superficiale di Don’t look up. Nel film la scienza è tutt’altro che una pura verità intoccabile difesa da scienziati-sacerdoti incorruttibili ed elitari, alla Roberto Burioni: dalle contraddizioni tra popolarità televisiva e rigore della ricerca ai tentativi di cooptazione da parte della politica, fino all’implicita ma evidente corruzione da parte di Big Tech, la vicenda è costellata di episodi che invitano a riflettere sulla scienza come campo soggetto a forze diverse e attraversato da violenti conflitti. Tanto che la stessa giovane dottoranda interpretata da Jennifer Lawrence, pur rappresentando nella vicenda la scienza «peer-reviewed», finisce accusata di complottismo dalle stesse narrazioni ufficiali. A sabotare le soluzioni proposte dai protagonisti per salvare il pianeta, del resto, non è l’ignoranza delle persone, o la loro incapacità di accedere alla scienza «peer-reviewed», ma, molto banalmente, il capitalismo. Nella distopia reale di Don’t look up, come in quella in cui viviamo, il vero problema della ricerca scientifica è chi la manovra e chi la finanzia, vedi Great Barrington Declaration, negazionismo climatico e molte altre questioni di cui ci siamo già occupati.
Le armi decisive contro ogni tentativo di prendere seriamente l’emergenza, in Don’t look up, sono la politica, con la sua capacità di dividere le persone in guerre culturali prive di contatto con la realtà concreta e materiale, e i media, che cavalcano queste guerre culturali per costruire nicchie di consumo da nutrire e mobilitare in un chiacchiericcio senza costrutto. Ma il supervillain del film non è la presidente trumpiana interpretata da Meryl Streep, né i due host televisivi rappresentati da Tyler Perry e Cate Blanchett: il vero antagonista è chi finanzia, compra e, in ultima istanza, manovra politica e media, e cioè il capitale, incarnato da un multimiliardario delle telecomunicazioni con l’aria da guru interpretato da Mark Rylance, una specie di somma vettoriale tra Steve Jobs, Mark Zuckerberg, Jeff Bezos e Elon Musk. Gli interessi economici di Big Tech sovrastano tutto e tutto manovrano, compresa la scienza, in parte asservita, per amore o per forza, a quegli stessi interessi. Del resto, se la cometa rappresenta l’emergenza climatica, chi più dei miliardari della Silicon Valley sta investendo sulla creazione di fantasmagoriche soluzioni tecnologiche che le permettano di continuare a inquinare e fare profitti, invece di affrontare le contraddizioni del capitalismo fossile? A sconvolgere continuamente la giovane dottoranda interpretata da Jennifer Lawrence non è l’ignoranza degli americani o la loro presunta stupidità, ma l’arroganza meschina del potere. A tormentarla fino alla fine è il ricordo del generale che, durante una lunga attesa alla Casa Bianca, ha chiesto dei soldi per portare degli snack in realtà disponibili gratuitamente: pura espressione di potere e del modo gretto e miope con cui viene esercitato. Gli stupidi ignoranti che mettono in pericolo la vita sulla Terra sono i membri dell’élite, di cui la stessa dottoranda dirà: “Non sono abbastanza intelligenti per essere cattivi”.
Nel film, come nella distopia reale in cui viviamo, è il capitalismo a minacciare la vita sulla Terra, con una forza d’impatto su media, politica e scienza che ricorda, più che Burioni o l’élite liberal, il pessimismo critico di Noam Chomsky, o, più classicamente, il marxismo. Adam McKay, del resto, è un socialista convinto, militante dei Democratic Socialists of America e sostenitore di Bernie Sanders, così come il coautore della sceneggiatura è David Sirota, giornalista investigativo, firma di Jacobin e tra i più stretti collaboratori di Sanders durante la campagna presidenziale del 2020. Più che un’allegoria hanno firmato una rappresentazione grottescamente speculare della realtà in cui viviamo. Chiedersi se convincerà o meno il pubblico a fare qualcosa rispetto all’emergenza climatica ha senso fino a un certo punto: se parlasse anche solo a uno zoomer disincantato come quello interpretato da Chalamet, convincendolo a scambiare il cinismo con l’azione, avrebbe fatto molto più del dovuto. Nel frattempo, ha messo in scena una distopia talmente identica al nostro mondo che è difficile non risultarne inquietati.
Il quadro spietato del ruolo tossico dei media che Don’t look up tratteggia, oltre che l’ostilità che McKay con Vice e Sirota con il suo lavoro per Sanders si sono attirati nel commentariato liberal, spiegano in parte le critiche raccolte dal film negli Stati uniti e altrove, nonostante il successo di pubblico. E del resto il dibattito scatenatosi in questi giorni conferma in gran parte la diagnosi del film: tra chi liquida il film come fazioso, chi si concentra su dettagli insignificanti come la pettinatura di Di Caprio, chi si sdilinquisce per Ariana Grande senza dedicare un attimo al resto, chi tuona contro le star hollywoodiane che si permettono di farci la morale, chi dice che è troppo arrogante e non convincerà nessuno, le reazioni social sono molto simili a quelle che vediamo nel film stesso. Nella realtà come nella narrazione cinematografica, meccanismi politici e mediatici strutturalmente costruiti per segmentare la popolazione in nicchie culturali autoreferenziali che si concentrano su aspetti totalmente marginali della realtà impediscono alle persone di fare i conti con la realtà stessa, anche quando ha la forma di una gigantesca cometa diretta verso il nostro pianeta.
Anche di fronte al film che ci racconta questo, reagiamo riproponendo in maniera pavloviana ciò che la nostra bolla si aspetta, o ciò che ci distingue, o ciò che tira acqua al mulino di una o dell’altra delle nicchie della guerra culturale del ventunesimo secolo, cercando in Don’t look up una conferma o meno del nostro posizionamento rispetto alla gestione della pandemia, ai vaccini, alla politica americana, al populismo, o al ruolo di Netflix nell’industria dell’intrattenimento. E, come i personaggi del film, ignoriamo il punto, cioè la gigantesca cometa che si sta fiondando verso di noi. Il capitalismo mette a rischio la nostra vita, come persone e come specie. Il giorno in cui decideremo di guardare in alto e prendere atto di questa semplice realtà non sarà mai troppo presto.
*Lorenzo Zamponi, ricercatore in sociologia, si occupa di movimenti sociali e partecipazione politica. È coautore di Resistere alla crisi (Il Mulino).
dalla pagina https://www.focus.it/cultura/storia/2020-2021-guerre
Dal 2020 tutto il mondo ha combattuto contro un nemico comune, il coronavirus della covid, ma diversi Paesi hanno anche affrontato guerre o conflitti interni più o meno gravi. I dati raccolti dall'Armed Conflict Location & Event Data Project (ACLED) mostrano che gran parte del Pianeta è stato (o è) impegnato in una qualche forma di conflitto, dove per conflitto non si intende solo una guerra vera e propria - come poteva essere quella in Siria - ma in modo più ampio una qualche forma di protesta o lotta armata.
Dal 30 luglio 2020 al 30 luglio 2021 il nostro Pianeta ha vissuto quasi
100.000 situazioni di conflitto, tra sommosse, scontri armati, proteste,
violenze contro civili, attentati. Per l'Italia, l'ACLED ha registrato
184 scontri totali - ma nessuna vittima. Ben diversa la situazione in
altri Paesi, come il Myanmar,
dove oltre 3.200 situazioni di conflitto hanno causato quasi 3.500
morti dopo il colpo di stato della giunta militare, o il Messico, dove
la violenza è di casa e nell'ultimo anno ha causato oltre 8.000 morti. [...]
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leggi anche:
Commento ai vangeli di Avvento a cura di Donatella Mottin
I domenica - Luca 21,25-28.34-36
Una domenica,
questa prima di avvento, in cui le letture che la chiesa ci propone
sono strettamente collegate tra loro, soprattutto se ‘cambiamo’ l’ordine
di lettura e meditazione.
Per primo il vangelo: “In quel tempo Gesù disse: Verranno giorni…”.
In quel tempo… tempo, che si ripete costantemente, di annuncio e,
insieme, di lettura della realtà. Un tempo e una realtà difficili che
ormai, da anni, viviamo anche noi, che ci parla
di angoscia di popoli (come non pensare alle immagini di cancellazione
di umanità che la televisione e i giornali ci mostrano in questi
giorni...) e di una realtà densa di incertezza, paura e ansia. Sono
emozioni che accompagnano spesso le nostre giornate
e che a volte, oltre ad appesantire – come dice il testo di Luca – il
nostro cuore, rischiano di schiacciarlo. Eppure, la seconda lettura dal
libro di Geremia, ci ricorda che “Ecco verranno giorni...nei quali io realizzerò le promesse di bene”.
Proprio quando il buio sembra coprire ogni possibilità di luce, è
necessario scoprire il bene che c’è. Se crediamo che il Signore cammina
con noi nella storia, lo sta facendo anche quando non riusciamo a
scorgere la sua presenza. Non ci resta che attendere
di vedere meglio continuando a guardare e leggere il presente, di
ricordare la promessa di Gesù “Io sono con voi” (Mt 28,20) custodendo la Parola, “sovrabbondando – come ci dice Paolo nella seconda lettura –
nell’amore verso tutti” e verso il nostro tempo, osando spostare sempre un po’ i limiti dell’amore, per “rendere saldi i nostri cuori”.
II domenica - Luca 3,1-6
Giovanni il Battista non sa come sarà davvero l’inviato di Dio, anzi è ancora – almeno in parte – intriso delle attese di forza e potenza del popolo d’Israele in un tempo di oppressione da parte di un altro popolo, quello romano. Nelle sue parole spesso emergono annunci di castighi, di punizioni, ma si rende conto che il nuovo che sta venendo, richiede da una parte di lasciare il vecchio e dall’altra di rivestirsi di vita nuova. Lui stesso dopo il silenzio, la solitudine e l’ascolto dello Spirito nel deserto, si mette in cammino proclamando “un battesimo di conversione per il perdono dei peccati”. La conversione prevede il ritorno a Dio attraverso un cambiamento nel modo di pensare e di agire. Questo è necessario, afferma il Battista, per il perdono dei peccati: è una sfida all’autorità religiosa, visto che i sacerdoti insegnavano che il perdono si otteneva attraverso offerte e sacrifici al Tempio. Il ritorno a Dio chiede invece di fare spazio alle relazioni vissute in modo nuovo, dove ci è chiesto di prenderci cura del mondo e di ogni essere umano: raddrizzando sentieri, riempiendo burroni, abbassando le alture, cercando di eliminare tutto ciò che impedisce o rallenta il cammino verso relazioni autentiche con Dio e con tutti gli esseri viventi, perché solo queste permettono a ciascuna e a ciascuno di ricevere la salvezza che viene dal Signore (3,6).
III domenica - Luca 3,10-18
I versetti di
questa domenica sono la continuazione, nel vangelo di Luca, di quelli
di domenica scorsa. Sono ancora protagonisti il Battista e coloro che lo
ascoltano. Sono persone che si sentono interrogate
dalle sue parole e dalla sua vita e che, a loro volta, interrogano
ponendo la domanda che, di fronte a situazioni che non comprendiamo fino
in fondo o che non pensiamo di riuscire ad affrontare, tutti noi ci
poniamo:
che cosa dobbiamo fare?
Nel testo si parla della folla, di esattori delle tasse e di soldati:
categorie di persone che possono in tempi diversi – come nei nostri –
essere facilmente sostituibili. A sorprendere, infatti, sono le risposte
di Giovanni il Battista: non pentimenti più
o meno plateali, non sacrifici, non aumenti di liturgie o digiuni; ma
azioni umanissime che fanno parte della semplicità della vita. Gesti di
solidarietà, di giustizia, di rifiuto di soprusi o violenze nei
confronti dei più deboli.
Le risposte del Battista ci indicano la strada del riappropriarci ed
immergerci totalmente nella nostra vita di ogni giorno, compiendo
piccoli gesti che aiutano a far emergere il Regno che è in mezzo a noi,
per poter essere battezzati non solo con l’acqua,
ma anche con lo Spirito.
IV domenica - Luca 1,39-45
La
Visitazione è, secondo me, l’immagine più bella dell’Avvento. Nei
versetti del vangelo di questa quarta e ultima domenica – anche se si
narra di Maria che con il suo carico di trepidazione e dubbi,
si alza e va in fretta verso la casa di Zaccaria per incontrare
Elisabetta – la protagonista è proprio quest’ultima. Elisabetta aveva
trascorso in casa, “nascostamente” (1,23) i primi mesi di
gravidanza in un dialogo che possiamo immaginare incessante,
con Dio e la creatura che le cresceva nel ventre. Una donna vecchia che
aveva atteso una vita intera (quanto ci interrogano i tempi di Dio…) di
diventare madre e che, ancor prima del cantico di Maria, prorompe in un
inno di lode quando lo Spirito le fa riconoscere,
in quella giovane donna, la madre del suo Signore. Dalle sue labbra
escono solo parole di benedizione e dal suo grembo erompe la gioia.
Sembra quasi di sentire la presenza di Dio aleggiare sopra quelle due
donne.
È proprio la vita che porta in grembo, a farle dimenticare le sofferenze
del passato: può leggerle in modo nuovo senza angustiarsi per il futuro
perché far crescere e offrire spazio di vita nuova fa assaporare, con
pienezza, ogni presente.
“Non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova, non ve ne accorgete?” (Is 43,19)
Donatella Mottin
Associazione Presenza Donna, Centro Documentazione e Studi
dalla pagina https://www.youtube.com/watch?v=hzjxEvkj4zw
Diocesi di Vicenza
Annalinda Zigiotto e Davide Viadarin ci guideranno a conoscere il senso dell’esperienza “Il Vangelo tra le case” e proporranno la riflessione e lo scambio di vita. L’approfondimento della Parola delle domeniche di Avvento sarà arricchito da suggerimenti metodologici.
dalla pagina https://www.presdonna.it/25-novembre-una-mostra-e-un-momento-di-preghiera/
Una mostra e un momento di preghiera
In occasione della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne del 25 novembre 2021, l'associazione Presenza Donna propone un doppio appuntamento - nel segno dell'arte e della preghiera - per dare voce alla consapevolezza di questa piaga che tocca le vite di tante donne maltrattate e tanti uomini maltrattanti.
Domenica 21 novembre presso la sede di Presenza Donna in contrà S. Francesco Vecchio 20 a Vicenza,
è stata inaugurata "Un gioco che non sono io", mostra dell'illustratrice vicentina Alice Walczer Baldinazzo.
"Un gioco che non sono io" è il titolo di
una silloge poetica contro la violenza di genere, scritta da Elisa
Cordovani con le illustrazioni di Alice Walczer Baldinazzo. Una presa di
posizione per ricordarci quanto siamo fragili,
vittime o carnefici dei nostri chiaroscuri e di quelli degli altri. Un
invito a comprendere di quale "gioco", psicologico e fisico, siamo
succubi, e a tirarcene fuori. A dire
no, scegliendo l'amore per se stessi e per gli altri.
La mostra è visitabile dal 21 al 28 novembre, con i seguenti orari: tutti i giorni 10-12; il 23, 24 e 27 novembre: 10-12 e 17-19; il 28 novembre: 10-12 e 15-18.
Gli eventi sono ad ingresso libero ed è richiesto il Green pass.
L'iniziativa è realizzata da Presenza donna
in collaborazione con Centro Culturale San Paolo, Voce dei Berici,
Servizio diocesano di pastorale giovanile, e con il sostegno del
progetto 8xMille della chiesa cattolica.
dalla pagina https://www.milex.org/2021/11/19/nel-2022-spese-militari-oltre-i-25-miliardi-piu-di-82-per-nuove-armi/
Anche per il bilancio previsionale dello Stato per il 2022 continua la robusta crescita del budget per il Ministero della Difesa e della spesa militare complessiva. Le discussioni sui fondi in discussione in Parlamento non intervengono dunque su decisioni di spesa derivanti dal passato (in particolare dai fondi pluriennali di investimento, destinati in grande misura alla Difesa come evidenziato da Sbilanciamoci lo scorso anno) che mettono a disposizione del comparto militare circa 850 milioni di euro in più.
L’aumento per l’anno 2022 ancora una volta netto e rilevante viene trainato dal bilancio proprio del Ministero della Difesa che sfiora complessivamente i 26 miliardi di euro (25.935 milioni per la precisione) con una crescita di 1.352 milioni di euro (+5,4% rispetto al 2021). Ancora più del solito si tratta, come già accennato, di un aumento derivante da decisioni prese in passato: già il bilancio a legislazione vigente prevedeva per il Ministero della Difesa un totale complessivo di 25.904 milioni dunque solamente ritoccato per circa 31 milioni dalle decisioni in discussione in manovra (Sezione I della Legge di Bilancio).
Le voci interne del Bilancio della Difesa vedono aumenti tra i 150 e i 200 milioni di euro per Marina Militare e Carabinieri, una flessione di 90 milioni per l’Aeronautica Militare e una sostanziale conferma del budget per l’Esercito. Ben più robusto l’aumento di stanziamento per i capitoli complessivamente afferenti a Stato Maggiore e Segretariato Generale della Difesa (insieme agli uffici politici e di bilancio): circa un miliardo e duecento milioni di euro in crescita determinati soprattutto, come vedremo, da stanziamenti per il procurement di nuovi sistemi d’armamento.
Come da sempre sottolineiamo, l’importo totale del Bilancio della Difesa è solo il punto di partenza per valutare la spesa militare italiana complessiva,
che deve registrare in più cifre iscritte presso altri ministeri
(principalmente il fondo per le Missioni militari all’estero che viene
istituito presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze e i fondi
che il Ministero per lo Sviluppo Economico mette a disposizione per
acquisizione e sviluppo di sistemi d’arma) e deve invece vedere
sottratta per coerenza di destinazione e tipologia di utilizzo la grande
maggioranza del bilancio dell’Arma dei Carabinieri (per lo specifico
ruolo che gioca tale struttura, in particolare la parte forestale) che
viene considerata solo per la componente legata alle missioni
all’estero.
La nuova metodologia dell’Osservatorio Mil€x
sulla spesa militare, aggiornata e migliorata nel 2021, prevede inoltre
altre considerazioni (quota parte costo basi USA, ammortamenti mutui su
spesa armamenti MISE, impatto delle pensioni militari) portando ad una valutazione tendenziale della spesa militare complessiva “diretta” per il 2022 di circa 25,82 miliardi di euro (che diventano 26,49 miliardi con ulteriori costi indiretti). Ciò significa un aumento di 849 milioni rispetto alle medesime valutazioni effettuate sul 2021 con una crescita percentuale del 3,4% rispetto all’anno precedente e di addirittura dell’11,7% sul 2020 e del 19,6% sul 2019.
Il quadro sinottico delle voci principali che compongono la spesa militare previsionale italiana per il 2022 è il seguente:
|
2022 |
2021 |
Aumento % |
|
| MINISTERO DELLA DIFESA | |||
| Stato Maggiore, Segretariato Generale, BilanDIFE |
7.980.894.002 € |
6.783.656.906 € |
17,65% |
| Esercito |
5.551.699.569 € |
5.547.954.688 € |
0,07% |
| Marina Militare |
2.241.884.450 € |
2.020.782.729 € |
10,94% |
| Aeronautica Militare |
2.891.680.221 € |
2.978.096.301 € |
-2,90% |
| Carabinieri |
543.000.000 € |
586.000.000 € |
-7,34% |
| MINISTERO DELLO SVILUPPO ECONOMICO | |||
| Capitoli di spesa acquisizione nuovi sistemi d’armamento |
2.892.498.073 € |
3.258.851.803 € |
-11,24% |
| MINISTERO DELLA DIFESA | |||
| Fondo missioni all’estero (solo parte militare) |
1.257.750.000 € |
1.334.610.000 € |
-5,76% |
| INPS | |||
| Quota pensioni militari |
2.300.000.000 € |
2.300.000.000 € |
0,00% |
| ALTRI FONDI diretti |
164.247.720 € |
164.247.720 € |
0,00% |
| TOTALI |
25.823.654.035 € |
24.974.200.147 € |
3,40% |
Come è evidente dalle voci principali, ancora una volta siamo di fronte ad un aumento legato in particolare a nuovi investimenti in sistemi d’arma con fondi che oltretutto vengono sempre più messi direttamente a disposizione della Difesa, mentre si riduce la quota parte destinata ad investimenti militari sul bilancio del Ministero dello Sviluppo Economico.
Come ogni anno i dati sono raggruppati in macro voci e non forniscono alcun dettaglio su quali siano i sistemi d’armamento che verranno acquisiti (come invece viene poi fatto nel Documento Programmatico Pluriennale del Ministero della Difesa) ma la destinazione è chiara: sui capitoli specificamente legati all’investimento troviamo poco oltre i 5,39 miliardi di euro (in crescita di ben 1,3 miliardi) allocati nel Bilancio del Ministero della Difesa e 2,89 miliardi complessivi (- 350 milioni rispetto allo scorso anno) in quello del Ministero per lo Sviluppo Economico, che comprendono tra gli altri fondi anche 105 milioni per gli interessi sui mutui accesi dallo Stato per conferire in anticipo alle aziende le cifre stanziate per specifici progetti d’arma pluriennale. Ciò porta dunque ad un nuovo record di fondi destinati all’acquisto di nuove armi che arrivano ad un totale di 8,27 miliardi, superiore di un miliardo (+13,8%) alla cifra complessiva del 2021 (che a sua volta costituiva un massimo storico) e con un salto del 73,6% negli ultimi tre anni (+3,512 miliardi rispetto ai 4,767 miliardi del 2019).
Questo ultimo dato è conseguente alla quantità senza precedenti di nuovi programmi di riarmo che il Ministero della Difesa sta sottoponendo al Parlamento a ritmo serrato e che quindi saranno avviati il prossimo anno.
Il trascinamento verso l’alto delle spese militari è dunque determinato dall’acquisto di nuove armi con un effetto sempre più marcato dei fondi pluriennali di investimento definiti con tempistica precedente all’impatto della pandemia (e quindi nemmeno debitori dei soldi derivanti dal PNRR) ma non toccati in alcun modo dal Governo negli ultimi due Bilanci dello Stato.
*MIL€X è l’osservatorio sulle spese militari italiane, fondato nel 2016 su iniziativa di Enrico Piovesana e Francesco Vignarca, con la collaborazione del Movimento Nonviolento, e nell’ambito delle attività della Rete Italiana per il Disarmo poi divenuta Rete Italiana Pace e Disarmo.