lunedì 8 febbraio 2021
Non c’è più tempo. Per il pianeta, per il nostro mondo, per le nostre vite. Noi siamo la cura
domenica 7 febbraio 2021
La minaccia nucleare: dal TNP al TPNW
dalla pagina https://www.pressenza.com/it/2021/02/la-minaccia-nucleare-dal-tnp-al-tpnw/
Maurizio Simoncelli - Rete Italiana Pace e Disarmo
Migliaia di testate nucleari nel mondo continuano a minacciare silenziosamente la sopravvivenza del genere umano. Capaci di colpire obiettivi anche lontanissimi, queste testate nucleari possono essere trasportate sull’obiettivo soprattutto da missili ed aerei con un CEP (errore circolare probabile) di pochi metri, anche a distanze ragguardevoli.
Missili strategici possono colpire da un continente all’altro, mentre quelli non strategici o da teatro (a corto raggio 300-1.000 km o a medio raggio 1.000-3.000 km) sono destinati ad una guerra più ravvicinata, come ad esempio è ipotizzata nel Vecchio Continente, cioè a casa nostra.
Qui, tra l’altro, sono stanziate le bombe B61, trasportabili dagli aerei F-16 e Tornado, nonché a breve anche dagli F35 predisposti ad hoc. Dove sono dislocate queste bombe statunitensi? Per l’esattezza sono presenti in cinque paesi e in sei basi: Belgio (Kleine Brogel, 20 bombe). Germania (Büchel, 20 bombe), Italia (Aviano, 50 bombe; Ghedi, 20 bombe), Olanda (Volkel, 20 bombe), Turchia (Incirlik, 50 bombe).
In Italia, mentre Aviano è base statunitense, quella di Ghedi, vicino Brescia, è dell’Aeronautica Militare, che ha a disposizione (con la clausola della doppia chiave) queste bombe per i nostri apparecchi e i nostri equipaggi. Pertanto l’Italia, che ha firmato un’intesa bilaterale con Washington e ha peraltro ratificato il Trattato di Non Proliferazione – TNP (con un protocollo ad hoc), può contemporaneamente dichiararsi favorevole al disarmo nucleare ed avere un piccolo arsenale di tal genere. Le B61, residui della vecchia Guerra Fredda tra NATO e Patto di Varsavia, stanno però per essere ammodernate dal Pentagono per la modica spesa stimata tra i 7 e i 10 miliardi di dollari per diventare il modello B61-12, più potente, preciso e tecnologicamente avanzato.
La spesa globale per gli arsenali dei nove paesi dotati di armi nucleari è stimata intorno ai 72,9 miliardi di dollari per le loro oltre 13.000 armi nucleari nel 2019, cioè pari a 138.699 ogni minuto, con un aumento di $ 7,1 miliardi rispetto al 2018.
Testate nucleari nel mondo – Stime al settembre 2020
Nazione | Strategiche | Non strategiche | Riserva / Non | Inventario totale |
Russia | 1.572 | 0 | 2.740 | 6.372 |
Stati Uniti | 1.600 | 150 | 2.050 | 5.800 |
Francia | 280 | nd | 10 | 290 |
Cina | 0 | ? | 320 | 320 |
Regno Unito | 120 | nd | 75 | 195 |
Israele | 0 | nd | 90 | 90 |
Pakistan | 0 | nd | 160 | 160 |
India | 0 | nd | 150 | 150 |
Corea del nord | 0 | nd | 35 | 35 |
Totale | ~ 3.720 | ~ 150 | ~ 5.630 | ~ 13.410 |
N.B.: Per la Russia e gli Stati Uniti nei depositi vi sono altre testate obsolete da smantellare (2.000 circa cadauno), computate nell’inventario totale. Sono da considerarsi strategiche le testate con raggio d’azione superiore a 3.000 km, non strategiche (o di teatro) quelle con raggio inferiore. In riserva sono altre testate da rendere operative.
Legenda: ~ = circa; nd = dati non disponibili; ? = dati ignoti
Fonte: https://fas.org/issues/nuclear-weapons/status-world-nuclear-forces/
Eppure nel lontano 1970 entrò in vigore il TNP, con lo scopo dichiarato di perseguire la non proliferazione, il disarmo e l’uso del nucleare solo a scopi civili. Se la non proliferazione ha avuto abbastanza successo con solo quattro paesi (Israele, India, Pakistan e poi Corea del Nord) che al di fuori del TNP si sono dotati di tali armi, il punto dolente è il disarmo che sì ha visto decrescere il totale da 70.000 testate alle attuali 13.000, ma tutto ciò è avvenuto con estrema lentezza, dato che è già trascorso mezzo secolo.
Per di più l’uso ipotetico di queste armi rimane nelle dottrine strategiche dei paesi possessori e dei loro alleati per cui all’orizzonte non si vedono processi di disarmo totale veri e propri.
Anzi in questi ultimi anni erano venuti meno quei colloqui e negoziati portati avanti negli anni del bipolarismo, molti accordi erano saltati e ci si è rapportati a colpi di comunicati stampa e di messaggi via Twitter.
Nel prossimo febbraio scade anche il trattato New Start, l’unico vigente tra USA e Russia dopo l’annullamento statunitense dell’ABM (antimissilibalistici) nel 2002, dell’accordo sul nucleare iraniano Joint Comprehensive Plan of Action JCPOA nel 2018, del Trattato sulle forze nucleari intermedie (INF) nel 2019, dell’Open Skies (trasparenza reciproca sulle attività militari attraverso l’osservazione aerea) nel maggio 2020.
Il New Start, firmato da Obama e Medvedev nel 2010, limita a 1.550 il numero di testate nucleari a disposizione di ciascuna delle due potenze, nonché il numero di vettori (missili, bombardieri e sottomarini). La decisione del neopresidente statunitense Joe Biden di estenderne la validità per altri cinque anni ha ricevuto un’immediata e formale risposta positiva da parte russa.
Rimane comunque il fatto della persistenza degli arsenali nucleari, tanto che da parte sia dell’ex presidente sia di quello nuovo comunque si sarebbe voluto coinvolgere nel New Start anche la Cina, che però si mantiene defilata con il suo “ridotto” arsenale.
Per questo, dopo anni di incertezze e anche di insuccessi delle periodiche Conferenze di Revisione del TNP, numerosi governi e la società civile internazionale si sono mossi, partendo da un documento della Croce Rossa Internazionale e della Mezza Luna Rossa Internazionale, che ha messo in evidenza che un conflitto nucleare non avrebbe prodotto né vinti né vincitori, ma solo una catastrofe umanitaria.
Dopo una serie d’incontri preparatori e nonostante l’opposizione dei paesi armati nuclearmente e dei loro alleati (Italia compresa), si è arrivati nel 2017 all’approvazione all’ONU del TPNW – Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons. Su 124 paesi partecipanti alla votazione, 122 si espressero favorevolmente, Singapore si astenne e solo i Paesi Bassi votarono contro: gli altri paesi oppositori non parteciparono neppure. Superata nel 2020 la soglia delle 50 ratifiche, esso è entrato in vigore il 22 gennaio scorso. Il TPNW richiede non solo un impegno immediato nella distruzione degli arsenali, ma anche a non ospitarle, a non minacciarne l’uso, a non richiederne la protezione e così via.
Va ricordato inoltre che a partire dal 1967 vaste aree del nostro pianeta, dall’intera America Latina all’Africa ed oltre, si sono dichiarate nel tempo NWFZ Nuclear Weapons Free Zones (Zone libere da armi nucleari), di fatto già precedendo quanto richiesto ora proprio dal TPNW.
Se dal TPNW restano fuori i paesi armati nuclearmente e i loro alleati, tale trattato comunque ad oggi rappresenta la volontà espressa in termini giuridicamente vincolanti di governi e di popoli che non si vogliono rassegnare alle decisioni di un ristretto club, ma vogliono sempre più far sentire la propria voce, così come sono riusciti a farlo già ottenendo il divieto internazionale di produzione e di uso di mine antiuomo (1997) e di cluster bombs (2008), facendo approvare leggi per il controllo del commercio delle armi, in Italia la 185/90, in UE la Posizione Comune e la Direttiva Europea (2007-2008), all’ONU l’ATT (2013).
Maurizio Simoncelli, Archivio Disarmo
sabato 6 febbraio 2021
Clima globale, di male in peggio
dalla pagina https://comune-info.net/clima-globale-di-male-in-peggio/
Come sta il Pianeta? Mentre la salute globale dell’umanità è messa a dura prova dall’insorgere di un virus largamente previsto e prevedibile, quella della Terra non dà alcun segnale di miglioramento. Le emissioni di anidride carbonica segnalano un’accelerazione dell’inquinamento spaventosa, di quelle derivanti dal metano nell’Artico meglio non parlare
![]() |
| Foto di JuergenPM da Pixabay |
Negli ultimi mesi del 2020 sono apparsi su fonti autorevoli alcuni dati complessivi che è importante tenere presenti. Nel periodo 1990-2015 è stata emessa una quantità di anidride carbonica equivalente a quella prodotta dall’attività umana in tutto il passato, segno questo certo della maggiore intensità e della accelerazione dei fenomeni di inquinamento dell’atmosfera.
Inoltre, nell’Artico il metano emesso negli ultimi 20 anni è 80 volte superiore alle emissioni di CO2, a causa principalmente dello scioglimento del permafrost sottomarino durante la sempre più lunga estate artica.
Le bolle di metano salgono anche da 350 metri di profondità e ciò significa che sono le acque del mare a veicolare il riscaldamento.
E’ stata inoltre segnalata la presenza nelle vicinanze dell’Isola della Georgia del Sud, territorio inglese d’oltremare nel Pacifico meridionale, di un grande iceberg staccatosi nel 2017 dall’Antartide, denominato A68, che ha continuato a muoversi sui mari risentendo molto poco della corrosione esercitata dalle onde e che ora è ancora grande quanto l’isola.
E’ poi da notare che l’anno in corso è molto caldo malgrado la presenza della Nina, la corrente che in genere esercita una azione rinfrescante durante tutto il suo percorso.
Alcune ricerche hanno inoltre elaborato delle analisi socioeconomiche delle emissioni di anidride carbonica, sottolineando che il 10% della popolazione più ricca (730 milioni di persone) ne ha emesso la metà (49%), e tutti gli altri , 6,6 miliardi di persone, la parte restante. Infine, sempre a livello planetario, il 20 ottobre sono stati registrati i dati minimo e massimo delle temperature, e precisamente meno 62,7 gradi centigradi a Vostok, in Antartide, e più 45,2 gradi centigradi nella città di Rivadavia, in Argentina.
In tutto il periodo considerato, inoltre , si sono manifestati con sempre maggior virulenza i cosiddetti eventi estremi, influenzati direttamente dagli andamenti climatici globali. In primo luogo, è importante notare che la crisi climatica rende gli uragani più distruttivi.
Limitando le rilevazioni agli ultimi 50 anni, si è notato che alla fine degli anni ‘60 quelli che provenivano dai Caraibi perdevano circa il 75% della loro intensità il giorno dopo aver toccato la terraferma negli Stati Uniti; negli ultimi anni perdono solo il 50% della loro potenza e quindi arrecano danni molto più rilevanti su distanze molto maggiori.
Inoltre mantengono quasi intatta la loro umidità ed emanano quindi maggiori quantità di calore. I ricercatori che hanno fornito queste indicazioni avvertono che si tratta ancora di una ipotesi da verificare, ma i danni arrecati in Stati come il Texas sembrano costituire una verifica empirica sufficiente.
Cicloni: tra la fine di ottobre e i primi di novembre l’uragano Eta ha colpito il Nicaragua con venti a 240 chilometri orari, e sembra non abbia causato vittime a causa delle misure di sicurezza adottate.
In Honduras era meno forte, ha causato 74 morti e ha coinvolto mezzo milione di famiglie, cioè almeno 3 milioni di persone. In Guatemala le perdite sono state altrettanto gravi, con 46 morti e 96 dispersi, colpendo qui mezzo milione di persone distruggendo le coltivazioni sulle quali vivevano almeno 700mila persone. Eta ha poi raggiunto la Florida
Il 15 novembre, quando ancora gli interventi di soccorso non erano terminati, un nuovo uragano, Iota, il più potente mai visto, ha colpito il Nicaragua, causando 16 morti e 4 dispersi.
Una parte degli sfollati è stata accolte in 230 Case Solidali, da tempo individuate, sono esondati tre fiumi e 3400 ettari di coltivazioni di caffè sono stati distrutti. Questo denominato Iota era il trentesimo uragano verificatosi durante l’anno, più dei 28 registrati nel 2005.
Anche le Filippine sono state colpite da un tifone, chiamato Goni, con venti a 225 chilometri orari. Le vittime sono state 9 2 25mila le case distrutte.
Incendi: In California nuovi incendi a sud di Los Angeles, 5900 ettari di vegetazione distrutti e almeno 90mila persone costrette alla fuga. A Tuipasa, in Algeria, un incendio definito doloso ha causato due morti. Nell’Assam, sud ovest dell’India, da almeno cinque mesi è stato in fiamme un pozzo di petrolio, ora faticosamente estinto.
Frane: la pioggia ha causato frane in una miniera illegale di carbone a Sumatra, Indonesia, facendo 11 vittime. Alluvioni: coinvolte almeno 83mila persone in Congo. Epidemie: per evitare il rischio di diffusione della influenza aviaria, in Olanda sono stati uccisi 215mila polli. In Congo è stata dichiarata conclusa l’epidemia di Ebola nella provincia dell’Equatore, che ha causato 55 vittime. Infine, la plastica, ormai considerata onnipresente in natura: ogni anno, 230mila tonnellate di plastica sono state riversate nel Mediterraneo, con gli effetti dannosi che ben si conoscono.
Questa cifra è destinata a raddoppiare in breve tempo se non si adottano misure adeguate di contenimento degli usi.
Nel quadro globale è poi importante inserire alcuni dati relativi all’Italia Durante la Conferenza Nazionale sul Clima, organizzata a metà del mese di ottobre dalla Fondazione per lo Sviluppo sostenibile e da un gruppo di imprese, sono emersi dei dati interessanti sul ritardo con il quale l’Italia affronta i problemi climatici.
Negli ultimi cinque anni sono stati tagliate le emissioni di sole 1,4 mega tonnellate di anidride carbonica equivalente, mentre ne dovremmo tagliare 17 da qui al 2030 per rispettare le indicazioni dell’Unione Europea. Inoltre è allarmante i dato relativo alle energie rinnovabili, che tra il 2014 e il 2018 sono cresciute meno del 7%, mentre la media europea è del 14%, quella della Francia, della Spagna e della Germania è aumentata del 16-18%.
L’industria sembra aver ridotto le sue emissioni solo perché sui dati incide la crisi dovuta alla pandemia, mentre i trasporti negli ultimi trenta anni non hanno ridotto le loro emissioni. I consumi di energia delle abitazioni sono aumentati del 23%.
Il settore terziario ha aumentato del 58% le sue emissioni dal 1990, mentre l’agricoltura genera il 10% dei gas serra ed è il primo settore per emissioni di metano, a causa delle deiezioni animali ma anche dell’uso dei fertilizzanti di sintesi che producono protossido di azoto.
Per concludere, un riferimento al primo paese in campo economico, gli Stati Uniti, per sottolineare ancora una volta gli effetti sul clima causati dal quadro politico. Nei suoi ultimi giorni al potere, il presidente Trump sta tentando di vendere contratti per prospezioni petrolifere in una pianura di 6500 chilometri quadrati situata all’interno del Parco Nazionale Artico, che ospita una pluralità di specie protette.
Tra le altre decisioni gravide di conseguenze non solo per il paese spicca l’uscita anche formale dall’Accordo di Parigi per l’ambiente, verificatasi in data 4 novembre, dopo essere stata annunciata oltre due anni fa. Il nuovo Presidente ha già espresso la sua intenzione di aderire nuovamente al Trattato, ma questi comportamenti del secondo paese grande inquinatore hanno svolto un ruolo non indifferente nel ridurre il peso di questa sede internazionale nella lotta per l’ambiente.
Nel suo rapporto sulla qualità dell’aria, Legambiente, colloca la capitale all’ultimo posto a causa dei troppi diesel in circolazione, ma anche le altre province del Lazio non presentano una situazione molto migliore.
L’aria inquinata dalle polveri sottili PM 10 e PM 2,5 sembra sia la causa di circa il 15% delle vittime del Covid 19, la stima ovviamente non è facile ma stabilisce comunque un collegamento tra l’inquinamento dell’aria preesistente specie nei paesi industriali e la diffusione del virus più recente.
Sempre a tale proposito non possiamo dimenticare che l’Italia è stata condannata dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea per aver superato per oltre dieci anni tutti i limiti relativi alle polveri sottili, in particolare il PM10. Inoltre il 14 novembre a Roma sono stati raggiunti i 35 sforamenti concessi proprio per questo tipo di inquinamento, stabilendo così un record negativo di pericolosità
L’Australia è il paese maggiore esportatore di carbone e gas, dai quali trae circa un quarto delle entrate. E’ anche il primo dei paesi grandi inquinatori, con emissioni che nel 2018 raggiungevano le 15,3 tonnellate per persona. A seguire, il Canada con lo stesso quantitativo,
La Cina continua ad ampliare la sua flotta di navi da pesca industriale, che esercita in numerose aree marittime a scala globale. Il totale reso noto di recente è di 16.966 unità, che permettono di realizzare oltre il 35% del pescato mondiali (Taiwan solo il 12%, Giappone 5%).
Nei mari della Corea del Sud sembra siano presenti 800 navi da pesca cinesi illegali, mentre di recente sono stati contati ben 340 pescherecci cinesi intorno alle isole Galapagos, considerate un bene da proteggere per le specie antiche che ospitano.
Nei suoi ultimi giorni al potere, il presidente Trump sta tentando di vendere contratti per prospezioni petrolifere in una pianura di 6500 chilometri quadrati situata all’interno del Parco Nazionale Artico, che ospita una pluralità di specie protette. Tra le altre decisioni gravide di conseguenze per il paese spicca l’uscita anche formale dall’Accordo di Parigi per l’ambiente, verificatasi in data 4 novembre, dopo essere stata annunciata oltre due anni fa. Il nuovo Presidente ha già espresso la sua intenzione di aderire nuovamente al Trattato, ma questi comportamenti del secondo paese grande inquinatore hanno svolto un ruolo non indifferente nel ridurre il peso di questa sede internazionale nella lotta per l’ambiente.
Le api continuano a subire i danni derivanti dai livelli ormai molto pesanti di inquinamento del pianeta. Un dato relativo al 2017, caratterizzato dalla siccità, denuncia una riduzione del miele prodotto dell’ordine dell’80%; ma è noto che il danno maggiore risiede nella forte riduzione della capacità di impollinazione delle api , che può danneggiare gravemente la resa delle coltivazioni utili per gli esseri umani.
Nei giorni scorsi è stato raggiunto il nuovo accordo per il nucleare, che sulla carta potrebbe rappresentare un utile impedimento per la proliferazione degli arsenali. In realtà tutti sanno che le maggiori potenze nucleari ((Stati Uniti, Inghilterra, Russia, Cina e Francia) non lo hanno firmato e nemmeno lo hanno fatto tutti e trenta i paesi aderenti alla Nato.(Italia inclusa).
Ancora due notizie poco rassicuranti: secondo alcune stime recenti, entro il 2050 tre miliardi di persone saranno prive di accesso all’acqua , evento che già oggi colpisce non pochi paesi. La diga di Kariba, costruita 70 anni fa al confine tra Zambia e Zimbabwe, sul fiume Zambesi presenta gravi segnali di rischio. In particolare, le acque che da oltre sessanta anni fluisce giù dalla diga hanno scavato una buca profonda 80 metri che sta indebolendo le strutture in calcestruzzo. Inoltre la facciata di pietra continua a sgretolarsi. E questa è solo una delle circa 2000 grandi dighe realizzate in Africa, mentre in Zimbabwe, uno dei paesi più poveri del mondo ce ne sono 254. I restauri sono sempre più urgenti, ma chi vorrà sostenere gli immani costi previsti?
venerdì 5 febbraio 2021
Auguri Presenza Donna!
giovedì 4 febbraio 2021
La Giornata della Fratellanza e la Regola Aurea
![]() |
| (Foto di Coyau / Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5987718) |
Un documento la cui rilevanza non può essere sottovalutata, peraltro esigente, tanto per i credenti quanto per i laici, i non credenti, gli agnostici, sia come contributo al dialogo e al confronto inter-religioso e inter-culturale, quindi al dialogo tra le fedi come opportunità di relazione e di costruzione di ponti per un mondo più solidale e più giusto, sia come strumento di orientamento per i percorsi di convergenza tra le culture, come occasione, cioè, di incontro nelle differenze, di pluralità delle culture, e, in definitiva, di arricchimento, in termini culturali e in prospettiva politica, della cooperazione e del dialogo come strumenti di prevenzione e di contrasto della violenza e di promozione e di costruzione della «pace con giustizia».
È interessante osservare come taluni presupposti del testo, poi recepiti, nelle loro ispirazioni fondamentali, anche dall’attinente risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, parlino il linguaggio dell’attualità e indichino una prospettiva di futuro. Se, da una parte, il Documento si rivolge esplicitamente agli uomini e alle donne di fede, richiamando principi e precetti che attengono all’approccio e alla condotta, religiosa e morale, richiesti al credente nell’interpretazione e nell’orientamento rappresentati dalle autorità religiose, come nel caso della sollecitazione ai credenti, «partendo dalla nostra responsabilità religiosa e morale», nell’attestazione della «importanza del risveglio del senso religioso e della necessità di rianimarlo nei cuori delle nuove generazioni», e nella reiterata, inaccettabile per la coscienza democratica, condanna dell’aborto; dall’altra, il Documento stesso fa appello all’universo laico dei giusti del nostro tempo, sottolineando con fermezza, da un lato, che «le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano mai sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza», dall’altro, che «il dialogo, la comprensione, la diffusione della cultura della tolleranza, dell’accettazione dell’altro e della convivenza tra gli esseri umani possono contribuire notevolmente a ridurre problemi economici, sociali, politici e ambientali che assediano gran parte del genere umano».
Si tratta di un elemento cruciale, nel momento in cui viene letto in parallelo con una delle affermazioni finali che ribadisce un «invito alla riconciliazione e alla fratellanza tra tutti i credenti, anzi tra i credenti e i non credenti», e un appello a ripudiare «la violenza aberrante e l’estremismo cieco». Sono questi i termini che possono delineare una traiettoria di incontro con quei percorsi, laici e democratici, di innesco delle risorse del dialogo e della riconciliazione, e, in generale, di trascendimento dei conflitti e di costruzione della pace. Nella sua risoluzione (A/75/L.52), infatti, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite richiama sin dall’inizio la risoluzione 67/104 del 17 Dicembre 2012 con la quale è stato varato il Decennio Internazionale per il Riavvicinamento delle Culture 2013-2022, che impegna, tuttora e ancora nel prossimo anno, i nostri sforzi e le nostre iniziative, ed evidenzia l’importanza del Programma di Azione per una Cultura di Pace, quale compito universale per la comunità internazionale, ai fini della «promozione di una cultura di pace e nonviolenza che porti beneficio all’intera umanità», come viene, in maniera estremamente significativa, richiamato nella risoluzione.
Nel proclamare, infatti, la Giornata della Fratellanza, le Nazioni Unite stabiliscono un collegamento, assai impegnativo e molto esigente, tra i fattori culturali e la promozione della pace, e pongono il tema del dialogo e del rispetto tra le culture come uno dei fattori decisivi nel promuovere comprensione tra le persone, di ogni provenienza geografica e di qualsiasi retroterra culturale, e nel sostenere l’azione per la prevenzione dei conflitti e la costruzione della pace. Viene incoraggiato «il dialogo interculturale al fine di promuovere la pace, il rispetto della diversità e il rispetto reciproco, nonché per generare un ambiente favorevole alla pace e alla comprensione» e viene avanzato l’appello ad «attivare gli sforzi della comunità internazionale al fine di promuovere pace, tolleranza, inclusione, comprensione e solidarietà».
Si torna, per questa via, alla ragione fondamentale del principio di fratellanza così come il processo rivoluzionario lo aveva enucleato nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino: se (art. 1) «gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti», allora (art. 4) « l’esercizio dei diritti naturali di ciascun uomo ha come limiti solo quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento di questi stessi diritti». È appena il caso di richiamare l’assonanza con la celebre «regola aurea», variamente presente e trascritta in pressoché tutti i sistemi morali dell’umanità: amare l’altro/l’altra come te, impegnarsi nel non fare ad altri/ad altre ciò che non si vorrebbe fosse fatto a sé stessi. Il principio di reciprocità, abbattere muri e stendere ponti, costruire empatia e fare comunità, è non a caso il punto di innesco delle iniziative volte alla «pace con giustizia».
_______________________
Gianmarco Pisa
Gianmarco Pisa, operatore di pace. Impegnato in iniziative e ricerca-azione per la trasformazione dei conflitti, nell'ambito di IPRI (Istituto Italiano di Ricerca per la Pace) - Rete Corpi Civili di Pace, si occupa inoltre di inter-cultura e inclusione presso i centri di ricerca RESeT (Ricerca su Economia Società e Territorio) e IRES Campania (Istituto di Ricerche Economiche e Sociali), a Napoli, la sua città. Ha all'attivo pubblicazioni sui temi del conflitto e della pace e azioni di pace nei Balcani, per Corpi Civili di Pace in Kosovo, e, in diversi contesti, nello scenario mediterraneo.
_________________________________
dalla pagina https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2021-02/il-papa-lieto-che-le-nazioni-celebrino-la-fratellanza.html
Il Papa: impegnarsi nella fratellanza ogni giorno dell'anno
lunedì 1 febbraio 2021
La spirale del sottosviluppo. Perché (così) l'Italia non ha futuro
dalla pagina https://stefanoallievi.it/portfolio-articoli/la-spirale-del-sottosviluppo/
L’epidemia di Covid-19 ha assestato un altro duro colpo al nostro paese. Bisogna affrontare con coraggio i problemi strutturali che affliggono l’Italia.
Un pamphlet che mette in evidenza l’inadeguatezza del nostro mercato del lavoro, i ritardi del sistema formativo, il paradosso di un Paese che ignora le decine di migliaia di ragazzi costretti a emigrare ogni anno e continua a non gestire (e forse a non comprendere) l’immigrazione.
Stefano Allievi
Stefano Allievi è professore di Sociologia, presidente del corso di laurea magistrale in “Culture, formazione e società globale” e direttore del Master su “Religions, Politics and Citizenship” presso l’Università di Padova. Si occupa di migrazioni e analisi del cambiamento culturale e del pluralismo religioso, con particolare attenzione alla presenza dell’islam in Europa: temi sui quali ha condotto molte ricerche in Italia e all’estero, pubblicate anche in varie lingue europee, in arabo e in turco.
________________________________
Incontro primolunedìdelmese 14/12/2020: https://www.youtube.com/watch?v=dzLvD05jlRU
Con STEFANO ALLIEVI, docente di Sociologia e direttore del Master in
Religions, Politics and Citizenship presso l’Università di Padova; si
occupa di migrazioni, mutamenti culturali e pluralismo religioso in
Europa; autore di numerosi saggi, tra cui il recente "La spirale del
sottosviluppo. Perché (così) l’Italia non ha futuro";
www.stefanoallievi.it
Discussants in studio: RAFFAELLA BOLINI, Convergenza per la Società della Cura, e ALFIERO BOSCHIERO, redattore di "Venetica" e di "Economia e Società Regionale".





