lunedì 8 febbraio 2021

Non c’è più tempo. Per il pianeta, per il nostro mondo, per le nostre vite. Noi siamo la cura

dalla pagina https://ilmanifesto.it/non-ce-piu-tempo-per-il-pianeta-per-il-nostro-mondo-per-le-nostre-vite-noi-siamo-la-cura/

DOCUMENTI. Pubblichiamo il documento elaborato e redatto da numerose donne e associazioni - di cui in calce riportiamo integralmente le firme - che a luglio hanno dato vita all'Assemblea della Magnolia, su iniziativa della Casa Internazionale delle Donne di Roma. Chi ha aderito si interroga politicamente sulla pandemia a partire dalla cura del vivere che riguarda tutte e tutti

L’immagine del documento è di IACA Studio

Siamo le donne dell’Assemblea della Magnolia che si incontrano dal mese di luglio su iniziativa della Casa Internazionale delle Donne di Roma. Una pluralità di donne, tantissime e diverse, con le loro competenze e soggettività, da sempre impegnate per la libertà e l’autonomia delle donne e a praticare “la cura del vivere”, nelle esperienze personali e sociali, e nella politica.

E’ in ragione di questa forza che vogliamo prendere parola e contribuire alle scelte da fare oggi, per affrontare l’epidemia Covid-19, non come una “guerra da vincere” e per tornare alla “normalità”, ma come occasione per cambiare in radice noi, donne e uomini, ed il mondo in cui viviamo. Costruendo qui e ora un futuro a misura delle necessità e all’altezza dei nostri desideri.

Con la pandemia il pianeta ha fatto sentire la sua voce.

Per la prima volta milioni e milioni di donne e di uomini hanno contemporaneamente condiviso paure, angosce, dolore, isolamento, solitudine. E’ esplosa la fragilità dei corpi e delle nostre vite, l’interdipendenza delle relazioni, i bisogni della cura del vivere. Ma questa esperienza collettiva oggi non trova significato.

Continuano le inerzie delle vecchie idee, restano indiscussi i modelli che hanno dimostrato il fallimento, si ripetono stereotipi che accettano la divisione sessuale del lavoro come ordine naturale, lasciando le donne senza libertà. Il Covid smentisce invece ogni continuismo, rimettendo al centro i bisogni della cura, dell’altro/a, di noi stesse, delle condizioni della vita, della natura e della democrazia, dichiarandoli definitivamente non compatibili con l’interesse di un’economia del profitto.

Il Covid si è manifestato infatti innanzitutto come crisi della cura, prima ancora che crisi sociale ed economica, persino sanitaria. La pandemia ci ha dimostrato quanto siano fondamentali quei grandi beni comuni come la scuola, la salute, la tutela dell’ambiente, la dignità del lavoro, i servizi sociali. Ha mostrato l’incapacità e la fragilità dei sistemi pubblici impoveriti dai tagli, drammaticamente insufficienti anche in tempi normali.

Come sarebbe stato diverso vivere questa pandemia se ci fosse stata una medicina di comunità, ospedali sicuri, personale sanitario e sociale presente in numero adeguato ed in modo costante, servizi per l’infanzia, scuole accoglienti e sicure, servizi di sostegno alle persone fragili.

Se la capacità di cura del paese fosse stata più forte, meno drammatico sarebbe stato l’impatto sui nostri ospedali, sui servizi di assistenza agli anziani, sui trasporti, sulla scuola e infine sulla nostra economia.

Se la violenza contro le donne fosse stata veramente considerata come un fenomeno strutturale e come una reale drammatica emergenza, aggravata e allo stesso tempo oscurata dalla pandemia, non sarebbe stato così alto il prezzo pagato dalle donne.

Se avessimo avuto una rete adeguata di trasporti, servizi sociali forti e presenti, scuole ben tenute e classi non affollate, le conseguenze della pandemia sarebbero state più affrontabili e sostenibili.

Se il sistema dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori fosse stato più forte e più equo, oggi avremmo meno poveri, meno persone senza lavoro e senza prospettiva.

Se avessimo avuto politiche di apertura e inclusione verso tutti e tutte, nativi e migranti, se non avessimo pensato che la sicurezza fosse alzare muri e chiudere frontiere, se avessimo lavorato per costruire una società pienamente multiculturale e decoloniale, oggi vivremmo tutte e tutti in una condizione più ricca, civile ed umana.

Se non avessimo avuto un sistema di produzione agricola al servizio delle multinazionali, oggi potremmo controllare vecchi e nuovi spillover, costruire prospettive nuove di lavoro compatibile, difendere il territorio dall’abbandono.

Se non avessimo investito così tante risorse nella produzione e nella vendita di armi, se non avessimo scelto modelli di sicurezza militaristi a scapito della vera sicurezza umana, non avremmo sistemi sociali e di relazioni così indeboliti e fragili.

Le parole, cura come vulnerabilità e dipendenza ricorrono certo nel discorso pubblico sulla pandemia, ma spesso in modo riduttivo, o retorico. Come se riguardassero solo le terapie, sanitarie e sociali, della malattia del virus. E potessero essere messe da parte, quando la salute tornerà ad essere la condizione normale di vita. Magari investendo più risorse ed energie, per garantirla, senza spingersi oltre un moderato riassetto dell’organizzazione esistente. Senza cambiare le priorità, senza affrontare le cause di fondo sia della malattia che ha contagiato il mondo, sia delle altre malattie, altrettanto contagiose e profonde, che sono divenute manifeste con il diffondersi del virus, e con le difficoltà e incapacità, sempre più evidenti e pericolose, a contrastarne la diffusione e gli effetti.

Se è vero che il virus è il prodotto, non unico, non isolato, dell’Antropocene, ovvero del modo in cui gli uomini – sì il sesso maschile – hanno dominato sul pianeta, devastandolo, ed hanno fatto del potere e del dominio il principio cardine delle vicende della propria specie, è altresì vero che da sempre le donne hanno condiviso l’esperienza della cura della vita.

Un’esperienza in cui si sono intrecciati al destino naturale e al ruolo obbligato saperi e competenze. Abbiamo appreso, noi donne, ad avvalerci di questo patrimonio, rompendo la gabbia di un’identità femminile che tutte ci accomunerebbe, in ragione di una stessa condizione. La cura è il guadagno più prezioso che abbiamo tratto dal nostro lavoro politico. Ed è la ricchezza che vogliamo investire per un futuro diverso per le donne, per l’umanità tutta e per il pianeta.

Per questo affermiamo che le donne sono le protagoniste necessarie e centrali della politica. A partire dal Piano di ripresa e resilienza. E’ positivo che nel Piano non vi sia un capitolo specifico di politiche per le donne. Ma non basta la trasversalità; è lo stesso concetto di “politiche di genere” che ci sta stretto. Tutte le politiche devono essere “di genere”, pensate, costruite e finanziate sapendo che nel mondo e nella società esistono donne e uomini e tante sono le differenze. Tutte le politiche, tutte le scelte vanno monitorate, valutate per il loro impatto sulle differenze, prima, durante e dopo la loro attuazione.

Non vi è dubbio che le donne abbiano pagato il prezzo più alto alla pandemia, e che le disuguaglianze tra i sessi devono essere una priorità del Piano. Ma non siamo più il “secondo sesso bisognoso di tutele”; non siamo solo discriminate, o peggio eternamente a rischio di essere respinte indietro.

Se il lavoro di cura femminile è penalizzato, sia quello gratuito e invisibile che ognuna di noi svolge, sia quello sociale, sfruttato, malpagato, deprivato di diritti, soprattutto se svolto da migranti; se il sistema economico, privato e pubblico mira ad appropriarsi della cura, negando qualità e riconoscimento a chi la pratica, noi non vogliamo ridurre la cura a una questione di migliore redistribuzione di compiti tra uomini e donne, né tra servizi sociali e famiglie.

La cura che mettiamo al centro della politica è qualità dei corpi e delle menti, delle differenti soggettività, del legame sociale e della interdipendenza. E’ cura dell’ambiente, dei territori urbani, dei beni comuni. E’ cura del linguaggio, della ricchezza del multiculturalismo, dei saperi, dell’educazione ed istruzione, dalla prima infanzia alla vecchiaia. E’ cura del lavoro, della sua dignità e della sua qualità. Nessuno sviluppo, nessuna crescita può essere costruita svalorizzando e deprezzando il lavoro.

Non possiamo più sopportare spese per gli armamenti o grandi opere inutili e devastanti.

Dobbiamo affrontare le nostre vere fragilità, altrimenti i provvedimenti di sostegno e aiuto che verranno presi rischiano di provocare effetti paradossali o di non riuscire ad essere efficaci.

Senza affrontare la questione dei contratti precari, la decontribuzione per i nuovi assunti rischia di incentivare il licenziamento di lavoratrici e lavoratori stabili, per assumere lavoratrici e lavoratori precari, che non godono più delle tutele precedenti al job act e che costano meno.

Senza affrontare la questione delle assunzione nella pubblica amministrazione e nei servizi pubblici, le misure di rafforzamento e di investimento nei servizi, possono tradursi in una ulteriore privatizzazione e esternalizzazione di funzioni pubbliche, con la conseguenza di un ulteriore impoverimento della PA, di una crescente precarietà dei lavoratori e delle lavoratrici dei servizi, di una mancanza di unitarietà, trasparenza e efficacia nell’azione dell’amministrazione, di una crescente incapacità di gestire le funzioni di prevenzione, di salute pubblica, di programmazione e di controllo.

Rilanciare la capacità di intervento pubblico a garanzia dei diritti fondamentali deve essere la priorità delle priorità. Quello che fino ad oggi è stato considerato residuale ed a cui sono state dedicate briciole di risorse da parte delle politiche economiche e sociali che si sono succedute, devono essere invece centrali nell’agenda politica e considerate motore dello sviluppo economico e sociale. Le risorse vanno accompagnate da profondi mutamenti nelle politiche, che superino le politiche di austerità non solo nella possibilità di indebitamento nell’emergenza, ma come ricostituzione di un sistema di tutele, diritti delle cittadine e dei cittadini e capacità di intervento e iniziativa delle istituzioni pubbliche.

Il cambio di paradigma deve essere radicale, da subito. E’ in gioco la vita e la convivenza di tutti e tutte noi. Per questo non intendiamo delegare a sedi ristrette tecnopolitiche le scelte da fare. Tantissime donne si stanno misurando in queste settimane sulla pandemia e sulle sue conseguenze. Le donne sanno mettere a confronto le loro differenze, sanno costruire condivisione e consenso. Proprio questa nostra capacità e volontà vogliamo e dobbiamo condividere. Per questo riteniamo urgente costruire un confronto pubblico sulle proposte nostre e di altri soggetti, coinvolgendo i rappresentanti politico-istituzionali che si impegnano ad ascoltare e recepire, a condividerne l’attuazione. Senza rinunciare a praticare il conflitto.

Dobbiamo cambiare gli occhi e il cuore con cui guardare alla nostra vita, alla società e al mondo.

La cura del vivere è il punto di vista da cui partire per costruire una società nuova.

6 Febbraio 2021
Le donne e le associazioni dell’Assemblea della Magnolia
Maura Cossutta, Michela Cicculli, Simona Ammerata, Anita Sonego, Floriana Lipparini, Ada Donno, Nicoletta Dentico, Maria Luisa Boccia, Giulia Rodano, Livia Turco, Susanna Camusso, Lella Palladino, Marta Bonafoni, Maria Luisa Celani, Maria Fermanelli, Laura Onofri, Angela Ronga, Giorgia Serughetti, Dalila Novelli, Valeria Valente, Monica di Sisto, Anna Pizzo, Francesca Koch, Laura Storti, Titta Vadalà, Oria Gargano, Anna Vernarelli, Irene Giacobbe, Rosa Mendez, Silvana Galassi, Gabriella Anselmi, Giovanna Martelli, Laura Ferrari Ruffino, Giulia Minoli, Monica Cirinnà, Rosaria De Matteis, Bianca Pomeranzi, Antonia Sani, Costanza Fanelli, Barbara Piccininni, Maria Paola Costantini, Gabriella Rossetti, Milena Boccadoro, Nadia Palozza Natolli, Susanna Stivali, Isabella Peretti, Mariagrazia Rossilli, Maria Palazzesi, Maria Fabbricatore, Maddalena Fierro, Marina Del vecchio, Anna Maria Carloni, Ippolita Alberti, Stefania Fintecilla, Luisa Menniti, Loretta Bondi, Laura Fortini, Maria Rosa Cutrufelli, Maria Grazia Ruggerini, Paola Mastrangeli, Beatrice Pisa, Susanna Crostella, Benedetta Rinaldi Ferri, Roberta Agostini, Maristella Urru, Paola Frezzamonia Marturano, Luigia Giovannini, Luciana Marzillo, Daniela Carlá, Sara Lilli, Alessandra Mecozzi, Rosa Amodei, Stefania Vulterini, Nadia Pizzuti, Donatella Artese, Anna Maria Gallivanone, Rosaria Lettieri, Enrica Manna, Maria Pierri, Maria Pia Ponticelli, Maria Rosaria Pulli, Teresa Santilli, Margherita Strigelli, Giovanna Cuminatto, Rosaria DeMatteis, Marina Cavallini, Enrica Manna, Milena Fiore, Nadia Boaretto, Carla Bottazzi, Erica Rodari, Lucha y siesta, Casa delle Donne di Milano, Casa delle Donne di Torino, Centro Internazionale Alma Sabatini, Be free, Cooperativa Eva, Forum Disuguaglianze Diversità, No.di e ADBI, Assolei, Differenza Donna, Senonoraquando?Torino, Archivia scuole, Muovileidee Associazione Culturale, Associazione Leadership e Empowerment Femminile, ReteRosa, Società Italiana delle Storiche, Azucar Family Lab, Le Funambole, Cattive Ragazze, Associazione Le Nove, Donne meridiane Napoli, Cora Roma, Coordinamento donne ANPI Roma, Rete Città delle donne Nazionale e Roma, Dalla stessa parte, UDI Nazionale, Power and Gender.


domenica 7 febbraio 2021

La minaccia nucleare: dal TNP al TPNW

dalla pagina https://www.pressenza.com/it/2021/02/la-minaccia-nucleare-dal-tnp-al-tpnw/

Maurizio Simoncelli Rete Italiana Pace e Disarmo


Migliaia di testate nucleari nel mondo continuano a minacciare silenziosamente la sopravvivenza del genere umano. Capaci di colpire obiettivi anche lontanissimi, queste testate nucleari possono essere trasportate sull’obiettivo soprattutto da missili ed aerei con un CEP (errore circolare probabile) di pochi metri, anche a distanze ragguardevoli.

Missili strategici possono colpire da un continente all’altro, mentre quelli non strategici o da teatro (a corto raggio 300-1.000 km o a medio raggio 1.000-3.000 km) sono destinati ad una guerra più ravvicinata, come ad esempio è ipotizzata nel Vecchio Continente, cioè a casa nostra.

Qui, tra l’altro, sono stanziate le bombe B61, trasportabili dagli aerei F-16 e Tornado, nonché a breve anche dagli F35 predisposti ad hoc. Dove sono dislocate queste bombe statunitensi? Per l’esattezza sono presenti in cinque paesi e in sei basi: Belgio (Kleine Brogel, 20 bombe). Germania (Büchel, 20 bombe), Italia (Aviano, 50 bombe; Ghedi, 20 bombe), Olanda (Volkel, 20 bombe), Turchia (Incirlik, 50 bombe).

In Italia, mentre Aviano è base statunitense, quella di Ghedi, vicino Brescia, è dell’Aeronautica Militare, che ha a disposizione (con la clausola della doppia chiave) queste bombe per i nostri apparecchi e i nostri equipaggi. Pertanto l’Italia, che ha firmato un’intesa bilaterale con Washington e ha peraltro ratificato il Trattato di Non Proliferazione – TNP (con un protocollo ad hoc), può contemporaneamente dichiararsi favorevole al disarmo nucleare ed avere un piccolo arsenale di tal genere. Le B61, residui della vecchia Guerra Fredda tra NATO e Patto di Varsavia, stanno però per essere ammodernate dal Pentagono per la modica spesa stimata tra i 7 e i 10 miliardi di dollari per diventare il modello B61-12, più potente, preciso e tecnologicamente avanzato.

La spesa globale per gli arsenali dei nove paesi dotati di armi nucleari è stimata intorno ai 72,9 miliardi di dollari per le loro oltre 13.000 armi nucleari nel 2019, cioè pari a 138.699 ogni minuto, con un aumento di $ 7,1 miliardi rispetto al 2018.


Testate nucleari nel mondo – Stime al settembre 2020

Nazione

Strategiche

Non

strategiche

Riserva / Non
dispiegate

Inventario

totale

 Russia

 1.572 

 2.740 

6.372 

 Stati Uniti

 1.600 

150

 2.050 

5.800

 Francia

 280 

nd

10

290

 Cina

 0

?

320

320 

 Regno Unito

120

nd

75

195 

 Israele

 0

nd

90

90

 Pakistan

 0

nd

160

160

 India

 0

nd

150

150 

 Corea del nord

 0

nd

35

35

Totale 

 ~ 3.720

~ 150

~ 5.630

 ~ 13.410

 

N.B.: Per la Russia e gli Stati Uniti nei depositi vi sono altre testate obsolete da smantellare (2.000 circa cadauno), computate nell’inventario totale. Sono da considerarsi strategiche le testate con raggio d’azione superiore a 3.000 km, non strategiche (o di teatro) quelle con raggio inferiore. In riserva sono altre testate da rendere operative.

Legenda: ~ = circa; nd = dati non disponibili; ? = dati ignoti

Fonte: https://fas.org/issues/nuclear-weapons/status-world-nuclear-forces/

Eppure nel lontano 1970 entrò in vigore il TNP, con lo scopo dichiarato di perseguire la non proliferazione, il disarmo e l’uso del nucleare solo a scopi civili. Se la non proliferazione ha avuto abbastanza successo con solo quattro paesi (Israele, India, Pakistan e poi Corea del Nord) che al di fuori del TNP si sono dotati di tali armi, il punto dolente è il disarmo che sì ha visto decrescere il totale da 70.000 testate alle attuali 13.000, ma tutto ciò è avvenuto con estrema lentezza, dato che è già trascorso mezzo secolo.

Per di più l’uso ipotetico di queste armi rimane nelle dottrine strategiche dei paesi possessori e dei loro alleati per cui all’orizzonte non si vedono processi di disarmo totale veri e propri.

Anzi in questi ultimi anni erano venuti meno quei colloqui e negoziati portati avanti negli anni del bipolarismo, molti accordi erano saltati e ci si è rapportati a colpi di comunicati stampa e di messaggi via Twitter.

Nel prossimo febbraio scade anche il trattato New Start, l’unico vigente tra USA e Russia dopo l’annullamento statunitense dell’ABM (antimissilibalistici) nel 2002, dell’accordo sul nucleare iraniano Joint Comprehensive Plan of Action JCPOA nel 2018, del Trattato sulle forze nucleari intermedie (INF) nel 2019, dell’Open Skies (trasparenza reciproca sulle attività militari attraverso l’osservazione aerea) nel maggio 2020.

Il New Start, firmato da Obama e Medvedev nel 2010, limita a 1.550 il numero di testate nucleari a disposizione di ciascuna delle due potenze, nonché il numero di vettori (missili, bombardieri e sottomarini). La decisione del neopresidente statunitense Joe Biden di estenderne la validità per altri cinque anni ha ricevuto un’immediata e formale risposta positiva da parte russa.

Rimane comunque il fatto della persistenza degli arsenali nucleari, tanto che da parte sia dell’ex presidente sia di quello nuovo comunque si sarebbe voluto coinvolgere nel New Start anche la Cina, che però si mantiene defilata con il suo “ridotto” arsenale.

Per questo, dopo anni di incertezze e anche di insuccessi delle periodiche Conferenze di Revisione del TNP, numerosi governi e la società civile internazionale si sono mossi, partendo da un documento della Croce Rossa Internazionale e della Mezza Luna Rossa Internazionale, che ha messo in evidenza che un conflitto nucleare non avrebbe prodotto né vinti né vincitori, ma solo una catastrofe umanitaria.

Dopo una serie d’incontri preparatori e nonostante l’opposizione dei paesi armati nuclearmente e dei loro alleati (Italia compresa), si è arrivati nel 2017 all’approvazione all’ONU del TPNW – Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons. Su 124 paesi partecipanti alla votazione, 122 si espressero favorevolmente, Singapore si astenne e solo i Paesi Bassi votarono contro: gli altri paesi oppositori non parteciparono neppure. Superata nel 2020 la soglia delle 50 ratifiche, esso è entrato in vigore il 22 gennaio scorso. Il TPNW richiede non solo un impegno immediato nella distruzione degli arsenali, ma anche a non ospitarle, a non minacciarne l’uso, a non richiederne la protezione e così via.

Va ricordato inoltre che a partire dal 1967 vaste aree del nostro pianeta, dall’intera America Latina all’Africa ed oltre, si sono dichiarate nel tempo NWFZ Nuclear Weapons Free Zones (Zone libere da armi nucleari), di fatto già precedendo quanto richiesto ora proprio dal TPNW.

Se dal TPNW restano fuori i paesi armati nuclearmente e i loro alleati, tale trattato comunque ad oggi rappresenta la volontà espressa in termini giuridicamente vincolanti di governi e di popoli che non si vogliono rassegnare alle decisioni di un ristretto club, ma vogliono sempre più far sentire la propria voce, così come sono riusciti a farlo già ottenendo il divieto internazionale di produzione e di uso di mine antiuomo (1997) e di cluster bombs (2008), facendo approvare leggi per il controllo del commercio delle armi, in Italia la 185/90, in UE la Posizione Comune e la Direttiva Europea (2007-2008), all’ONU l’ATT (2013).

Maurizio Simoncelli, Archivio Disarmo

sabato 6 febbraio 2021

Clima globale, di male in peggio

dalla pagina https://comune-info.net/clima-globale-di-male-in-peggio/

Alberto Castagnola


Come sta il Pianeta? Mentre la salute globale dell’umanità è messa a dura prova dall’insorgere di un virus largamente previsto e prevedibile, quella della Terra non dà alcun segnale di miglioramento. Le emissioni di anidride carbonica segnalano un’accelerazione dell’inquinamento spaventosa, di quelle derivanti dal metano nell’Artico meglio non parlare

Foto di JuergenPM da Pixabay

Negli ultimi mesi del 2020 sono apparsi su fonti autorevoli alcuni dati complessivi che è importante tenere presenti. Nel periodo 1990-2015 è stata emessa una quantità di anidride carbonica equivalente a quella prodotta dall’attività umana in tutto il passato, segno questo certo della maggiore intensità  e della accelerazione dei fenomeni di inquinamento dell’atmosfera.

Inoltre, nell’Artico il metano emesso negli ultimi 20 anni  è 80 volte superiore alle emissioni di CO2, a causa principalmente dello scioglimento del permafrost sottomarino durante la sempre più lunga estate artica.

Le bolle di metano salgono anche da 350 metri di profondità e ciò significa che sono le acque del mare a veicolare il riscaldamento.

E’ stata inoltre segnalata la presenza nelle vicinanze dell’Isola della Georgia del Sud, territorio inglese d’oltremare nel Pacifico meridionale, di un grande iceberg staccatosi nel 2017 dall’Antartide, denominato A68, che ha continuato a muoversi sui mari risentendo molto poco della corrosione esercitata dalle onde  e che ora è ancora grande quanto l’isola.

E’ poi da notare che l’anno in corso è molto caldo malgrado la presenza della Nina, la corrente che in genere esercita una azione rinfrescante durante tutto il suo percorso.

Alcune ricerche hanno inoltre elaborato delle analisi socioeconomiche delle emissioni di anidride carbonica, sottolineando che il 10% della popolazione più ricca (730 milioni di persone) ne ha emesso la metà (49%), e tutti gli altri , 6,6 miliardi di persone, la parte restante.  Infine, sempre a livello planetario, il 20 ottobre sono stati registrati i dati minimo e massimo delle temperature, e precisamente  meno 62,7 gradi centigradi a Vostok, in Antartide, e più 45,2 gradi centigradi nella città di Rivadavia, in Argentina.

In tutto il periodo considerato, inoltre , si sono manifestati con sempre maggior virulenza i cosiddetti eventi estremi, influenzati direttamente dagli andamenti climatici globali. In primo luogo, è importante notare che la crisi climatica rende gli uragani più distruttivi.

Limitando le rilevazioni agli ultimi 50 anni, si è notato che alla fine degli anni ‘60 quelli che provenivano dai Caraibi perdevano  circa il 75% della loro intensità  il giorno dopo aver toccato la terraferma negli Stati Uniti; negli ultimi anni perdono solo il 50% della loro potenza e quindi arrecano danni molto più rilevanti su distanze molto maggiori.

Inoltre mantengono quasi intatta la loro umidità ed emanano quindi maggiori quantità di calore. I ricercatori che hanno fornito queste indicazioni avvertono che si tratta ancora di una ipotesi da verificare, ma i danni arrecati in Stati come il Texas sembrano costituire una verifica empirica sufficiente.

Cicloni: tra la fine di ottobre e i primi di novembre l’uragano Eta ha colpito il Nicaragua con venti a 240 chilometri orari, e sembra non abbia causato  vittime a causa delle misure di sicurezza adottate.

In Honduras era meno forte, ha causato 74 morti  e ha coinvolto mezzo milione di famiglie, cioè almeno 3 milioni di persone.  In Guatemala le perdite sono state altrettanto gravi, con 46 morti e 96 dispersi, colpendo  qui mezzo milione di persone  distruggendo le coltivazioni sulle quali vivevano almeno 700mila persone. Eta ha poi raggiunto la Florida

Il 15 novembre, quando ancora gli interventi di soccorso non erano terminati, un nuovo uragano, Iota, il più potente mai visto, ha colpito il Nicaragua,  causando 16 morti e 4 dispersi.

Una parte degli sfollati è stata accolte in 230 Case Solidali, da tempo individuate, sono esondati tre fiumi e 3400 ettari di coltivazioni di caffè sono stati distrutti. Questo denominato Iota era il trentesimo uragano verificatosi  durante l’anno, più dei 28 registrati nel 2005.

Anche le Filippine sono state colpite da un tifone, chiamato Goni, con venti a 225 chilometri orari. Le vittime sono state 9 2 25mila le case distrutte.

Incendi: In California nuovi incendi a sud di Los Angeles, 5900 ettari di vegetazione distrutti e almeno 90mila persone costrette alla fuga. A Tuipasa, in Algeria, un incendio definito doloso ha causato due morti. Nell’Assam, sud ovest dell’India, da almeno cinque mesi è stato in fiamme un pozzo di petrolio, ora faticosamente estinto.

Frane: la pioggia ha causato frane in una miniera illegale di carbone a Sumatra, Indonesia, facendo 11 vittime. Alluvioni: coinvolte almeno 83mila persone in Congo. Epidemie: per evitare il rischio di diffusione della influenza aviaria, in Olanda sono stati uccisi 215mila polli. In Congo è stata dichiarata conclusa l’epidemia di Ebola nella provincia dell’Equatore, che ha causato 55 vittime. Infine, la plasticaormai considerata onnipresente in natura: ogni anno, 230mila tonnellate di plastica sono state riversate nel Mediterraneo, con gli effetti dannosi che ben si conoscono.

Questa cifra è destinata a raddoppiare in breve tempo se non si adottano misure adeguate di contenimento degli usi.

Nel quadro globale è poi importante inserire alcuni dati relativi all’Italia Durante la Conferenza Nazionale sul Clima, organizzata a metà del mese di ottobre dalla Fondazione per lo Sviluppo sostenibile e da un gruppo di imprese, sono emersi dei dati interessanti sul ritardo con il quale l’Italia affronta i problemi climatici.

Negli ultimi cinque anni sono stati tagliate le emissioni di sole 1,4 mega tonnellate di anidride carbonica equivalente, mentre ne dovremmo tagliare 17 da qui al 2030 per rispettare le indicazioni dell’Unione Europea. Inoltre è allarmante i dato relativo alle energie rinnovabili, che tra il 2014 e il 2018 sono cresciute meno del 7%, mentre la media europea è del 14%, quella della Francia, della Spagna e della Germania è aumentata del 16-18%.

L’industria sembra aver ridotto le sue emissioni solo perché sui dati incide la crisi dovuta alla pandemia, mentre i trasporti negli ultimi trenta anni non hanno ridotto le loro emissioni. I consumi di energia delle abitazioni sono aumentati del 23%.

Il settore terziario ha aumentato del 58% le sue emissioni dal 1990, mentre l’agricoltura genera il 10% dei gas serra ed è il primo settore per emissioni di metano, a causa delle deiezioni animali ma anche dell’uso dei fertilizzanti di sintesi che producono protossido di azoto.

Per concludere, un riferimento al primo paese in campo economico, gli Stati Uniti, per sottolineare ancora una volta  gli effetti sul clima causati dal quadro politico. Nei suoi ultimi giorni al potere, il presidente Trump sta tentando di vendere contratti per prospezioni petrolifere in una pianura di 6500 chilometri quadrati situata all’interno del Parco Nazionale Artico, che ospita una pluralità di specie protette.

Tra le altre decisioni gravide di conseguenze non solo per il paese spicca l’uscita anche formale dall’Accordo di Parigi per l’ambiente, verificatasi in data 4 novembre, dopo essere stata annunciata oltre due anni fa. Il nuovo Presidente ha già espresso la sua intenzione di aderire nuovamente al Trattato, ma questi comportamenti del secondo paese grande inquinatore hanno svolto un ruolo non indifferente nel ridurre il peso di questa sede internazionale nella lotta per l’ambiente.

Nel suo rapporto sulla qualità dell’aria, Legambiente, colloca la capitale all’ultimo posto a causa dei troppi diesel in circolazione, ma anche le altre province del Lazio non presentano una situazione molto migliore.


Scelte economiche e danni ambientali

L’aria inquinata dalle polveri sottili PM 10 e PM 2,5 sembra sia la causa di circa il 15% delle vittime del Covid 19, la stima ovviamente non è facile ma stabilisce comunque un collegamento tra l’inquinamento dell’aria preesistente specie nei paesi industriali e la diffusione del virus più recente.

Sempre a tale proposito non possiamo dimenticare che l’Italia è stata condannata dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea per aver superato per oltre dieci anni tutti i limiti relativi alle polveri sottili, in particolare il PM10. Inoltre il 14 novembre a Roma sono stati raggiunti i 35 sforamenti  concessi proprio per questo tipo di inquinamento, stabilendo così un record negativo di pericolosità

L’Australia è il paese maggiore esportatore di carbone  e gas, dai quali trae circa un quarto delle entrate. E’ anche il primo dei paesi grandi inquinatori, con emissioni che nel 2018 raggiungevano le 15,3 tonnellate per persona. A seguire, il Canada con lo stesso quantitativo,  

La Cina continua ad ampliare la sua flotta di navi da pesca industriale, che esercita in numerose aree marittime a scala globale. Il totale reso noto di recente è di 16.966  unità, che permettono di realizzare oltre il 35% del pescato mondiali (Taiwan  solo il 12%, Giappone 5%).

Nei mari della Corea del Sud sembra siano presenti 800 navi da pesca cinesi illegali, mentre di recente sono stati contati ben 340 pescherecci cinesi intorno alle isole Galapagos, considerate un bene da proteggere per le specie antiche che ospitano.

Nei suoi ultimi giorni al potere, il presidente Trump sta tentando di vendere contratti per prospezioni petrolifere in una pianura di 6500 chilometri quadrati situata all’interno del Parco Nazionale Artico, che ospita una pluralità di specie protette. Tra le altre decisioni gravide di conseguenze per il paese spicca l’uscita anche formale dall’Accordo di Parigi per l’ambiente, verificatasi in data 4 novembre, dopo essere stata annunciata oltre due anni fa. Il nuovo Presidente ha già espresso la sua intenzione di aderire nuovamente al Trattato, ma questi comportamenti del secondo paese grande inquinatore hanno svolto un ruolo non indifferente nel ridurre il peso di questa sede internazionale nella lotta per l’ambiente.

Le api continuano a subire i danni derivanti dai livelli ormai molto pesanti di inquinamento del pianeta. Un dato relativo al 2017, caratterizzato dalla siccità, denuncia una riduzione del miele prodotto dell’ordine dell’80%; ma è noto che il danno maggiore risiede nella forte riduzione della capacità di impollinazione delle api , che può danneggiare gravemente la resa delle coltivazioni utili per gli esseri umani.

Nei giorni scorsi è stato raggiunto il nuovo accordo per il nucleare, che sulla carta potrebbe rappresentare un utile impedimento per la proliferazione degli arsenali. In realtà tutti sanno che le maggiori potenze nucleari ((Stati Uniti, Inghilterra, Russia, Cina e Francia)  non lo hanno firmato e nemmeno lo hanno fatto tutti e trenta i paesi aderenti alla Nato.(Italia inclusa).

Ancora due notizie poco rassicuranti: secondo alcune stime recenti, entro il 2050 tre miliardi di persone saranno prive di accesso all’acqua , evento che già oggi colpisce non pochi paesi. La diga di Kariba, costruita 70 anni fa al confine tra  Zambia e Zimbabwe, sul fiume Zambesi presenta gravi segnali di rischio. In particolare, le acque che da oltre sessanta anni fluisce giù dalla diga hanno scavato una buca profonda 80 metri che sta indebolendo le strutture in calcestruzzo. Inoltre la facciata di pietra continua a sgretolarsi. E questa è solo una delle circa 2000 grandi dighe realizzate in Africa, mentre in Zimbabwe, uno dei paesi più poveri del mondo ce ne sono 254. I restauri sono sempre più urgenti, ma chi vorrà sostenere gli immani costi previsti?


venerdì 5 febbraio 2021

Auguri Presenza Donna!

dalla pagina https://www.youtube.com/watch?v=0622dfdxQkI

Un video di auguri per il 25° anniversario di fondazione dell'associazione CDS Presenza Donna di Vicenza, con i messaggi di alcuni soci e socie.


giovedì 4 febbraio 2021

La Giornata della Fratellanza e la Regola Aurea

dalla pagina La Giornata della Fratellanza e la Regola Aurea (pressenza.com)

(Foto di Coyau / Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5987718)

Il 4 Febbraio è una data in evidenza nel calendario civile delle ricorrenze internazionali che segnalano alle autorità istituzionali, alla società civile, all’opinione pubblica, il compito di adottare condotte, misure, iniziative coerenti con i principi, i valori, i diritti che il tema della giornata richiama. Si tratta, nel caso della ricorrenza del 4 Febbraio, della Giornata Internazionale della Fratellanza Umana, la quale trae uno dei suoi presupposti da un evento di portata storica, la firma, avvenuta ad Abu Dhabi, del rilevante “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”, per iniziativa congiunta del Pontefice della Chiesa Cattolica Romana, Papa Francesco, e del Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad al-Tayyeb.

Un documento la cui rilevanza non può essere sottovalutata, peraltro esigente, tanto per i credenti quanto per i laici, i non credenti, gli agnostici, sia come contributo al dialogo e al confronto inter-religioso e inter-culturale, quindi al dialogo tra le fedi come opportunità di relazione e di costruzione di ponti per un mondo più solidale e più giusto, sia come strumento di orientamento per i percorsi di convergenza tra le culture, come occasione, cioè, di incontro nelle differenze, di pluralità delle culture, e, in definitiva, di arricchimento, in termini culturali e in prospettiva politica, della cooperazione e del dialogo come strumenti di prevenzione e di contrasto della violenza e di promozione e di costruzione della «pace con giustizia».

È interessante osservare come taluni presupposti del testo, poi recepiti, nelle loro ispirazioni fondamentali, anche dall’attinente risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, parlino il linguaggio dell’attualità e indichino una prospettiva di futuro. Se, da una parte, il Documento si rivolge esplicitamente agli uomini e alle donne di fede, richiamando principi e precetti che attengono all’approccio e alla condotta, religiosa e morale, richiesti al credente nell’interpretazione e nell’orientamento rappresentati dalle autorità religiose, come nel caso della sollecitazione ai credenti, «partendo dalla nostra responsabilità religiosa e morale», nell’attestazione della «importanza del risveglio del senso religioso e della necessità di rianimarlo nei cuori delle nuove generazioni», e nella reiterata, inaccettabile per la coscienza democratica, condanna dell’aborto; dall’altra, il Documento stesso fa appello all’universo laico dei giusti del nostro tempo, sottolineando con fermezza, da un lato, che «le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano mai sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza», dall’altro, che «il dialogo, la comprensione, la diffusione della cultura della tolleranza, dell’accettazione dell’altro e della convivenza tra gli esseri umani possono contribuire notevolmente a ridurre problemi economici, sociali, politici e ambientali che assediano gran parte del genere umano».

Si tratta di un elemento cruciale, nel momento in cui viene letto in parallelo con una delle affermazioni finali che ribadisce un «invito alla riconciliazione e alla fratellanza tra tutti i credenti, anzi tra i credenti e i non credenti», e un appello a ripudiare «la violenza aberrante e l’estremismo cieco». Sono questi i termini che possono delineare una traiettoria di incontro con quei percorsi, laici e democratici, di innesco delle risorse del dialogo e della riconciliazione, e, in generale, di trascendimento dei conflitti e di costruzione della pace. Nella sua risoluzione (A/75/L.52), infatti, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite richiama sin dall’inizio la risoluzione 67/104 del 17 Dicembre 2012 con la quale è stato varato il Decennio Internazionale per il Riavvicinamento delle Culture 2013-2022, che impegna, tuttora e ancora nel prossimo anno, i nostri sforzi e le nostre iniziative, ed evidenzia l’importanza del Programma di Azione per una Cultura di Pace, quale compito universale per la comunità internazionale, ai fini della «promozione di una cultura di pace e nonviolenza che porti beneficio all’intera umanità», come viene, in maniera estremamente significativa, richiamato nella risoluzione.

Nel proclamare, infatti, la Giornata della Fratellanza, le Nazioni Unite stabiliscono un collegamento, assai impegnativo e molto esigente, tra i fattori culturali e la promozione della pace, e pongono il tema del dialogo e del rispetto tra le culture come uno dei fattori decisivi nel promuovere comprensione tra le persone, di ogni provenienza geografica e di qualsiasi retroterra culturale, e nel sostenere l’azione per la prevenzione dei conflitti e la costruzione della pace. Viene incoraggiato «il dialogo interculturale al fine di promuovere la pace, il rispetto della diversità e il rispetto reciproco, nonché per generare un ambiente favorevole alla pace e alla comprensione» e viene avanzato l’appello ad «attivare gli sforzi della comunità internazionale al fine di promuovere pace, tolleranza, inclusione, comprensione e solidarietà».

Si torna, per questa via, alla ragione fondamentale del principio di fratellanza così come il processo rivoluzionario lo aveva enucleato nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino: se (art. 1) «gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti», allora (art. 4) « l’esercizio dei diritti naturali di ciascun uomo ha come limiti solo quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento di questi stessi diritti». È appena il caso di richiamare l’assonanza con la celebre «regola aurea», variamente presente e trascritta in pressoché tutti i sistemi morali dell’umanità: amare l’altro/l’altra come te, impegnarsi nel non fare ad altri/ad altre ciò che non si vorrebbe fosse fatto a sé stessi. Il principio di reciprocità, abbattere muri e stendere ponti, costruire empatia e fare comunità, è non a caso il punto di innesco delle iniziative volte alla «pace con giustizia».

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Gianmarco Pisa, operatore di pace. Impegnato in iniziative e ricerca-azione per la trasformazione dei conflitti, nell'ambito di IPRI (Istituto Italiano di Ricerca per la Pace) - Rete Corpi Civili di Pace, si occupa inoltre di inter-cultura e inclusione presso i centri di ricerca RESeT (Ricerca su Economia Società e Territorio) e IRES Campania (Istituto di Ricerche Economiche e Sociali), a Napoli, la sua città. Ha all'attivo pubblicazioni sui temi del conflitto e della pace e azioni di pace nei Balcani, per Corpi Civili di Pace in Kosovo, e, in diversi contesti, nello scenario mediterraneo.

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dalla pagina https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2021-02/il-papa-lieto-che-le-nazioni-celebrino-la-fratellanza.html

Il Papa: impegnarsi nella fratellanza ogni giorno dell'anno

Una Giornata di impegno globale per il dialogo e la fratellanza: è quella che le Nazioni Unite hanno fissato, da quest'anno, ogni 4 febbraio. Alle celebrazioni domani pomeriggio si unirà virtualmente anche il Papa. L'annuncio al termine dell'udienza generale di oggi con l'incoraggiamento di Francesco a sostenere questi valori con la preghiera e l'impegno quotidiano.
  

lunedì 1 febbraio 2021

La spirale del sottosviluppo. Perché (così) l'Italia non ha futuro

dalla pagina https://stefanoallievi.it/portfolio-articoli/la-spirale-del-sottosviluppo/

L’epidemia di Covid-19 ha assestato un altro duro colpo al nostro paese. Bisogna affrontare con coraggio i problemi strutturali che affliggono l’Italia.

Un pamphlet che mette in evidenza l’inadeguatezza del nostro mercato del lavoro, i ritardi del sistema formativo, il paradosso di un Paese che ignora le decine di migliaia di ragazzi costretti a emigrare ogni anno e continua a non gestire (e forse a non comprendere) l’immigrazione.


Stefano Allievi

Stefano Allievi è professore di Sociologia, presidente del corso di laurea magistrale in “Culture, formazione e società globale” e direttore del Master su “Religions, Politics and Citizenship” presso l’Università di Padova. Si occupa di migrazioni e analisi del cambiamento culturale e del pluralismo religioso, con particolare attenzione alla presenza dell’islam in Europa: temi sui quali ha condotto molte ricerche in Italia e all’estero, pubblicate anche in varie lingue europee, in arabo e in turco.

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Incontro primolunedìdelmese 14/12/2020: https://www.youtube.com/watch?v=dzLvD05jlRU

demografia, immigrazioni, emigrazione, istruzione, lavoro:
idee e proposte

Con STEFANO ALLIEVI, docente di Sociologia e direttore del Master in Religions, Politics and Citizenship presso l’Università di Padova; si occupa di migrazioni, mutamenti culturali e pluralismo religioso in Europa; autore di numerosi saggi, tra cui il recente "La spirale del sottosviluppo. Perché (così) l’Italia non ha futuro";  www.stefanoallievi.it

Discussants in studio: RAFFAELLA BOLINI, Convergenza per la Società della Cura, e ALFIERO BOSCHIERO, redattore di "Venetica" e di "Economia e Società Regionale".