venerdì 19 giugno 2020

Energie rinnovabili, gli investimenti pubblici necessari

dalla pagina https://ilmanifesto.it/energie-rinnovabili-gli-investimenti-pubblici-necessari/



vicepresidente Legambiente


Le comunità energetiche non trovano spazio tra le 120 schede del Piano Colao, ma neanche tra le priorità del programma di rilancio di cui si sta discutendo da qualche giorno agli Stati generali dell’Economia a Villa Pamphili.
Eppure, non esiste un tema altrettanto capace di tenere assieme le sfide del rilancio economico nei territori, con quelle ambientali e sociali. È semplice da spiegare, se si eliminano i divieti che oggi impediscono di scambiare energia prodotta da pannelli solari in un condominio o in un distretto produttivo, diventa possibile promuovere investimenti in ogni parte d’Italia, da Bolzano a Ragusa.
Questo scenario è raccontato nel Rapporto «Comunità Rinnovabili» presentato ieri da Legambiente, nel quale si riportano 32 progetti, in ogni Regione italiana, ai nastri di partenza e che raccontano i vantaggi di un modello di condivisione e autoproduzione di energia da tecnologie sempre più economiche ed efficienti. Sono cooperative energetiche «storiche» delle Alpi o nuove che nasceranno a Roseto Val Fortore, in Puglia, sfruttando l’energia eolica. Troviamo condomini di edilizia popolare che con la riqualificazione energetica e la condivisione di energia solare puntano a ridurre drasticamente le bollette nelle periferie di Bologna, Prato e Alessandria.
Ma sono interessanti anche le esperienze di comunità energetiche che puntano a valorizzare le risorse locali, come a Berchidda in Sardegna con una rete di impianti solari condivisi o in Trentino con la gestione sostenibile dei boschi.
Le innovazioni non si fermano qui, perché i risparmi che le rinnovabili consentono di realizzare diventano un motore di investimenti sia sociali che in efficienza, reti e mobilità elettrica.
L’errore di tutta la discussione intorno al rilancio del Paese sta proprio nel pensare che l’Italia abbia bisogno di progetti grandi, che le risorse del recovery fund debbano servire a smuovere infrastrutture che costano miliardi di euro, come autostrade e centrali a gas, da accelerare con il «modello Genova» per gli appalti. Non è così, abbiamo bisogno di aprire cantieri in ogni parte d’Italia che aiutino direttamente famiglie e imprese, che migliorino la vita nelle città e nei territori, com’è possibile oggi puntando su un rilancio green. Che poi è quanto già in parte è avvenuto negli ultimi dieci anni con le rinnovabili, perché nel nostro Paese sono oggi installati oltre un milione di impianti, distribuiti in ogni Comune, che contribuiscono per oltre il 35% dei consumi elettrici.
Il passo in avanti che dobbiamo compiere ora è politico, il Parlamento deve infatti recepire una Direttiva europea che toglie le barriere per la condivisione di energia da rinnovabili e l’autoproduzione. Ed è per questo che stupisce la totale assenza di questo impegno nella discussione di queste settimane, come di proposte capaci di rilanciare gli investimenti nelle rinnovabili, che procedono a ritmi del tutto inadeguati rispetto alle potenzialità e agli stessi impegni europei.
Cambiare questa situazione deve diventare una priorità del piano che l’Italia manderà a Bruxelles per accedere ai fondi europei per l’uscita dalla crisi del Covid. Perché intorno a un modello energetico distribuito e condiviso si possono costruire progetti che permettono a imprese e famiglie di ridurre la spesa energetica e creare opportunità di sviluppo locale e lavoro. Da noi come in ogni parte del mondo. In Tunisia come in Grecia, dove d’estate quando le scuole sono chiuse gli impianti solari distribuiscono energia alle famiglie in difficoltà economica. Cosa aspettiamo ancora?
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dalle pagine:

PIANO COLAO, ERESIA ACCOSTARE INFRASTRUTTURE E AMBIENTE
Il piano Colao per il rilancio del paese cita una rivoluzione verde per proteggere e migliorare il capitale naturale, ma gli entusiasmi sono subito smorzati dalla quantità di contraddizioni in piena continuità con il passato sviluppista.

La salvaguardia ambientale non è compatibile con la continua aggiunta di infrastrutture. Bisognerebbe avere il coraggio di investire sulla manutenzione dell'esistente.

L'ambiente ha bisogno di una scheda tutta per sé,non subordinata alle infrastrutture"

Luca Mercalli a #SonoLeVenti

Per rivedere gratuitamente la puntata di ieri sera:
https://bit.ly/sonoleventi107

giovedì 18 giugno 2020

La dignità del lavoro al centro di una nuova economia sostenibile

dalla pagina https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/tornare-ai-diritti-per-ritrovare-la-dignita-del-lavoro/

OLTRE IL NEOLIBERISMO

Per tornare a un lavoro dignitoso (e magari anche davvero libero, creativo, intellettuale/di conoscenza), occorre un virtuoso ritorno al passato: non a quello ottocentesco invocato dall’industrialismo e dal post-industrialismo o dal digitale, ma a quel virtuoso “tempo dei diritti sociali” che tanta parte ha avuto nel ‘900

18/06/2020
Lelio Demichelis
Docente di Sociologia economica Dipartimento di Economia - Università degli Studi dell’Insubria

Indice degli argomenti



La pandemia e il disastro occupazionale e sociale che sta provocando è solo l’ultima tappa di un processo iniziato ormai quarant’anni fa.
Quando il lavoro tornò ad essere considerato ottocentescamente una “merce” – da “diritto” che era faticosamente diventato dalla metà del “900 – per di più a costo (per l’impresa) da ridurre sempre di più; quando iniziarono ad essere progressivamente smontate, in nome della flessibilità e del “nuovo che avanza e che non si può fermare” offerto dalle nuove tecnologie, le tutele al lavoro e ai lavoratori e vennero incentivati i contratti atipici perché appunto flessibili e quindi flessibilizzanti il management del lavoro.

La flessibilità del lavoro. Ma poi?

Dal Pacchetto Treu del 1997 fino al Jobs Act in Italia, per non dire delle riforme del “socialdemocratico” Schroeder in Germania (ad esempio i mini-jobs) e altro ancora, è stata una corsa continua alla flessibilizzazione del mercato del lavoro (e si rilegga il fondamentale saggio di Luciano Gallino del 2007, “Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità’). Il tutto dentro a un processo di trasformazione neoliberale e tecnica della società ben sintetizzato da Joseph Stiglitz, Premio Nobel per l’Economia nel 2001:
  • le regole economiche neoliberiste hanno creato maggiori disuguaglianze “con un calo dei soggetti che condividono i benefici dell’attività economica e una crescita più lenta dell’economia in generale e persino degli investimenti”;
  • la finanza non è più al servizio dell’intera economia ma solo di sé stessa;
  • i sistemi fiscali incoraggiano la speculazione e l’elusione fiscale da parte delle multinazionali, invece del lavoro;
  • “le politiche monetarie e fiscali, troppo incentrate sulla difesa da certi rischi (deficit di bilancio e inflazione) ignorano le vere minacce alla prosperità economica, ovvero la crescente disuguaglianza e il sotto-investimento e hanno prodotto più disoccupazione, più instabilità e meno crescita”;
  • “nel mercato del lavoro, i cambiamenti delle istituzioni, delle leggi, delle norme e dei regolamenti hanno indebolito il potere dei lavoratori, che ora hanno più difficoltà a contrapporsi agli eccessi di potere di mercato delle imprese”;
  • la disuguaglianza è stata una scelta politica” (J. Stiglitz, “Le nuove regole dell’economia”, 2016).

Dal lavoro come diritto al lavoro come merce

Dalla fine degli anni ’70 del ‘900 avviene cioè il passaggio da un insieme di politiche economiche e sociali legate all’intervento attivo dello stato per regolare mercati, re-distribuire redditi (politiche keynesiane) e indirizzare le politiche economiche e industriali a fini di sviluppo sociale a politiche (o a non politiche) di puro mercato (appunto il neoliberalismo), finalizzate alla deregolamentazione in particolare dei mercati del lavoro e finanziari e alla privatizzazione dell’economia e di ciò che prima era pubblico/statale. L’idea di “governare” i mercati e l’economia in nome della “utilità sociale” (il “fine”, secondo l’articolo 41 della nostra Costituzione), lascia il posto al dogma neoliberale che ha rovesciato come un calzino lo stato sociale, promettendo maggiore ricchezza per tutti e producendo invece impoverimento per tutti, tranne che per i ricchi sempre più ricchi. Il neoliberalismo si proponeva soprattutto di “liberare” l’impresa dai “lacci e lacciuoli” (diceva Guido Carli) della democrazia, del politico e del sociale; di potenziare l’individuo alla sua massima prestazione/produttività; e di annullare il contratto sociale keynesiano-socialdemocratico dei trenta anni precedenti, de-strutturando/de-socializzando la società (soprattutto indebolendo i corpi intermedi, come i sindacati che avevano permesso di dare invece “dignità” al lavoro), per sostituirla con mercato e competizione tra imprese e soprattutto tra individui attivati a credersi impresa/imprenditori di se stessi, capitale umano e merci – cioè non “persone” ma” fattori di produzione” a flessibilità/produttività crescenti. Il neoliberalismo avendo come obiettivo esplicito (secondo Walter Lippmann che sintetizzava così i “Colloqui” svoltisi a Parigi nel 1938 per la “rifondazione del liberalismo”) quello di “far adattare incessantemente gli individui e le collettività alle “esigenze”, sempre mutevoli, della rivoluzione industriale e della divisione del lavoro”. E se le imprese “esigevano” di essere più flessibili, gli uomini dovevano “adattarsi”, negandosi come soggetti liberi e autonomi e “piegandosi” a un potere superiore, quello di nuovo del capitalismo.

Quale modello di impresa (e di capitalismo)

E se pochi giorni fa si sono celebrati (in verità molto in sordina, quasi fosse scandaloso farlo) i 50 anni dallo Statuto dei lavoratori – una legge storica per la legittimazione (tra le altre cose) della democrazia e della dignità del lavoro all’interno dei luoghi di lavoro per un lavoro considerato come diritto dell’uomo e non pura merce (la “forza lavoro’) – con il neoliberalismo e le nuove tecnologie l’impresa è tornata ad essere autocratica e monocratica, libera di fare ciò che vuole senza più appunto “lacci e lacciuoli’. Come scriveva un altro neoliberale come Röpke, così definendo il giusto modello di impresa: “L’imprenditore può paragonarsi a un navigatore, il cui compito principale è quello di navigare senza sosta sul mare del mercato (…) Sarà ragionevole, da parte dell’equipaggio, di non accampare richieste di “partecipare alle decisioni” o di “democratizzazione” della guida della nave. La democrazia è qui fuori luogo, come in una sala operatoria” – Röpke dimenticando che l’impresa “non è una sala operatoria’.
Ovvero, era negli obiettivi espliciti del neoliberalismo post-anni ’70 escludere di nuovo la democrazia dalle imprese (dove era faticosamente entrata nei decenni precedenti), flessibilizzare il lavoro e il lavoratore (quindi togliendogli dignità e soggettività), trasformandolo di nuovo in “oggetto” dell’azione del management, da far “adattare” in tutti i modi alle esigenze dell’impresa, del mercato, della competizione diventata globale. Che poi le retoriche e le tecniche di organizzazione del lavoro di questi quarant’anni abbiano chiamato tutto questo “economia della conoscenza”, “lavoro immateriale”, “libera auto-imprenditorialità”, “capitalismo cognitivo”, “capitalismo personale”, “management empatico”, lavoro non più come “prestazione subordinata” ma come “libera collaborazione” con l’impresa, “creatività e autonomia”, “Industria 4.0” – ciò ha riguardato una parte minima del mondo del lavoro mentre è stata piuttosto parte della neolingua neoliberale e tecnica funzionale alle “esigenze” della flessibilizzazione. Che ha fatto sembrare ancora una volta come “nuovo” e “innovativo” ciò che è invece da sempre la “legge ferrea” del tecno-capitalismo: suddividere il lavoro per poi integrarlo meglio e di più in una organizzazione maggiore della semplice somma delle parti precedentemente suddivise; accrescere la produttività e il plusvalore per l’impresa attraverso l’accrescimento del pluslavoro dei lavoratori e l’estensione alle 24 ore dalla giornata lavorativa, eliminando tutti quelli che l’impresa considera “tempi morti” nei “tempi ciclo” predeterminati scientificamente o digitalmente; evitare il conflitto sindacale; realizzare sempre più la forma della “fabbrica integrata’; mascherare l’alienazione di un “collaboratore” che comunque non ha la proprietà né il controllo dei mezzi di produzione e dei prodotti del suo lavoro (perché non basta avere uno smartphone personale per credere di avere la proprietà dei mezzi di produzione e del proprio lavoro, se poi è un algoritmo centralizzato che dà le istruzioni di “cosa si deve fare” e “come” e con quali “tempi ciclo’).

Quarta rivoluzione industriale? No

Ovvero, non siamo nella quarta rivoluzione industriale, aspettando febbrilmente la quinta; ma siamo in una unica e lunga rivoluzione industriale, iniziata a metà del “700 e mai cambiata appunto nella sua “legge ferrea’. Cambia solo il mezzo di connessione, ieri la catena di montaggio, oggi la rete; ieri la fabbrica fisica fordista e oggi la rete come fabbrica fordista integrata globale e virtuale/digitale; e cambia la quantità/qualità di vita umana messa al lavoro/profitto capitalistico: cioè, ieri il lavoro era in gran parte distinto e separato dalla vita, oggi il lavoro è confuso/sovrapposto/integrato alla vita; ieri si metteva a valore la forza-lavoro fisica (stringere bulloni, come in “Tempi moderni” di Chaplin), oggi è la vita intera dell’uomo (corpo, mente, relazioni, informazioni, emozioni,) ad essere diventata forza-lavoro capitalistica. Ovvero, siamo alla sussunzione totale della vita nel sistema di mercato e tecnico (a questo serve il digitale: che non è una discontinuità rispetto a ieri, ma la “prosecuzione del capitalismo con altri modi e forme’). E quindi, l’Industria 4.0 è soprattutto taylorismo digitale e non il “nuovo che avanza’; il capitalismo delle piattaforme è lavoro a cottimo e caporalato (il caso recentissimo di Uber Eats, commissariata dal Tribunale di Milano appunto per caporalato – anche se dovremo aspettare gli sviluppi dell’indagine); lo smart working è il vecchio lavoro a domicilio più il pc; Amazon è il vecchio Postal Market più un algoritmo. E via discorrendo. Un continuo “regresso”, venduto però come “progresso” che “non si può e non si deve fermare”, altrimenti si diventa luddisti, antimoderni, irrazionali.

Il nuovo sempre uguale

Ammettiamolo: davanti a ciò che ci viene offerto come “nuovo” – un prodotto nuovo, una tecnologia nuova, un leader politico nuovo – reagiamo come bambini. Ha scritto Ginevra Bompiani (in “L’altra metà di Dio”, 2019): “La distruzione che nasce dal gioco infantile ha il suo contrappasso o via d’uscita in una pratica che ha qualcosa di magico nell’universo infantile: la “ripetizione’. Come dice Walter Benjamin, niente il bambino ama ed esige di più che “ancora una volta’. Il suo gioco è per natura infinto e comporta un’infinità di interruzioni e variazioni. La formula magica che la designa è: “di nuovo” (…), in un rapporto virtuoso tra ripetizione e “novum’. (…). Il bambino si crea tutto ex novo, ricomincia ancora una volta da capo (…). Il bambino crea ripetendo. Ogni ripetizione è una nuova creazione. (…) [“Di nuovo’] è la formula che trasforma la ripetizione in novità”. Ed è su questo “di nuovo” e sulla “ripetizione apparentemente creatrice che a sua volta diventa gioco” che agiscono appunto l’organizzazione eteronoma/eterodiretta del lavoro di produzione/innovazione, di consumo, di lavoro gratuito di produzione di dati (navigare in rete è gioco, scoperta continua, ripetizione e insieme “di nuovo”, anche se le rotte sono prestabilite da social, motori di ricerca, algoritmi per estrarre dal nostro giocare quanti più dati/informazioni possibili). Una sorta di “eterno ritorno dell’uguale sempre uguale” (produrre, consumare, generare dati), ma offerto/venduto dal sistema tecno-capitalista come “sempre nuovo” (i “nuovi” prodotti, i “nuovi” modi di organizzare il lavoro, l’uberizzazione “che non si può e non si deve fermare’). Ma “di nuovo” non è un “vero nuovo’.

Tornare ai diritti per andare avanti

mercoledì 17 giugno 2020

Articoli sul Reddito di Base Universale, suddivisi per Paese

dalla pagina https://www.facebook.com/groups/IstituzioneRedditoDiBaseUniversalePetizione/permalink/676620203182461/

Argentina

Reddito di Base Universale, un'alternativa progressista e praticabile per ridurre le disuguaglianze

Australia

È tempo di un Reddito di Base Universale?

Brasile

L'ora del reddito di base

Canada

Delle munizioni per il reddito di base universale
Il Parlamentare Cannings: è ora di guardare seriamente al reddito di base in Canada
Vescovo: il Reddito di base è "ciò che è giusto fare per le persone"
Come il reddito di base universale salverà l'economia
La Columbia Britannica valuta il reddito di base universale per il mondo post-pandemia

Colombia

Reddito di Base Universale?

Corea del Sud

I pesi massimi della politica discutono del reddito di base

Germania

Mezzo milione di firme per un Reddito di Base di 6 mesi

Finlandia

I Risultati dell'esperimento di Reddito di Base: effetti limitati sull'occupazione, aumento della sicurezza economica e del benessere mentale percepiti

Francia

Una donna delle Indie occidentali ha testato il reddito di base: "Per la prima volta nella mia vita, ho vissuto normalmente"
Coronavirus: verso l'istituzione di un reddito universale in Corsica?
Coronavirus: di fronte a tale crisi, è necessario un reddito universale
Reddito di base: l'urgenza di una società più unita

Galles

La povertà uccide, potrebbe essere proprio il reddito di base universale la cura?
La Commissaria per le Generazioni Future chiede con urgenza un Reddito di Base Universale

Hawaii

Le Hawaii valutano un piano esplicitamente femminista per la ripresa economica dell'era COVID

India

Uday Kotak si schiera per il passaggio graduale al reddito di base universale
La Commissione Nazionale per i Diritti Umani (NHRC) ha comunicato alle Nazioni Unite che l'India sta prendendo in considerazione il reddito di base universale

Irlanda

Come sarebbe un'Irlanda con un reddito di base universale?
Il Covid-19 e il futuro dell'economia europea

Italia

Il tempo del reddito di base
Il reddito universale: da utopia a strumento di coesione e trasformazione sociale
Reddito di base in Italia: una misura oramai inevitabile?
Urge trasformare in realtà, l’idea di un reddito di base

Regno Unito

Un pavimento di Reddito di Base dovrebbe far parte di un programma di recupero
Aumento della povertà infantile a Oldham - chi è responsabile?
La Finlandia ha dimostrato perché una risposta alla pandemia dovrebbe includere un reddito di base
Il Reddito di Base Universale sta raccogliendo consenso. Ha mai funzionato - e potrebbe funzionare nel Regno Unito?
È ora di un reddito di base garantito per tutti
Il reddito universale di base dovrebbe essere preso in considerazione durante la crisi, afferma il sindaco
Coronavirus e reddito di base universale
Le ragioni del Reddito di Base Universale dopo COVID-19
Risultati del sondaggio su Reddito di Base Universale, garanzie di lavoro e limitazioni degli affitti per rispondere alla pandemia di coronavirus
Il laburista Alex Sobel: «Senza Reddito di Base, il Covid porterebbe al disastro»

Scozia

La pandemia mostra la necessità di rivedere il sistema di sicurezza sociale - Alison Johnstone
Una settimana enorme per il reddito di base
Coronavirus - e ora: i due terzi degli Scozzesi sono a favore del Reddito di Base Universale, secondo un sondaggio
Il virus evidenzia la necessità di un cambiamento radicale tramite un Reddito di Base Universale
È giunto il momento del reddito base universale: Ewan Aitken
Nicola Sturgeon pressa Boris Johnson sul reddito di base universale

Spagna

Un orizzonte femminista: il reddito di base
La Rete Spagnola per il Reddito di Base (RRB) pubblica un nuovo sondaggio

Stati Uniti

Le ragioni di un Reddito di Base Universale a livello locale e nazionale
Il declino del potere dei lavoratori
Dopo il coronavirus, possiamo costruire un'economia che funzioni per tutti gli americani
Il Reddito di Base Universale riceve sempre più attenzione sulla scia della crisi COVID-19
Il futuro degli Stati Uniti dipende dall’adozione immediata del Reddito di Base Incondizionato

Sudafrica

Sudafrica - Usate i parastatali per dare una spinta per creare occupazione

Svizzera

Reddito Universale - "Per diligenza e obbedienza, ci sono delle macchine"

sabato 13 giugno 2020

Armi all’Egitto, informativa di Conte durante il Cdm: via libera alla vendita delle due fregate


dalla pagina https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/06/12/armi-allegitto-informativa-di-conte-durante-il-cdm-via-libera-alla-vendita-delle-due-fregate/5832524/

Secondo fonti interne, non c'è stata alcuna opposizione interna al Consiglio* sulla decisione di Conte. Adesso manca solo la definitiva autorizzazione tecnica dell'Uama che, dicono, potrebbe arrivare già "nelle prossime ore". Nelle prossime settimane previsto un nuovo meeting tra i pm romani e quelli egiziani in merito alle indagini sull'uccisione di Giulio Regeni
Sono passate poco più di 24 ore da quando, mercoledì pomeriggio, durante il question time alla Camera il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, sembrava rassicurare i deputati di Liberi e Uguali che gli chiedevano conto del via libera del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, alla maxi-commessa da 9-11 miliardi per la vendita di armamenti all’Egitto“La vendita non è ancora stata autorizzata”, aveva detto rispondendo a chi considera l’affare un “tradimento”, come lo ha definito la famiglia stessa, nei confronti di Giulio Regeni. Il giorno dopo, nel corso del Consiglio dei Ministri, con un’informativa il premier ha però confermato, da quanto si apprende senza nessuna opposizione tra i membri del governo, il via libera.
La partita politica è finita qui perché prima della luce verde definitiva manca solo l’ok dell’Uama, l’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento, che dovrà solo certificare che la vendita dei materiali militari, due fregate Fremm a cui dovrebbero in futuro aggiungersi altre 4 navi simili, 20 pattugliatori d’altura di Fincantieri, 24 caccia Eurofighter Typhoon e 20 velivoli da addestramento M346 di Leonardo, più un satellite da osservazione, sia avvenuta nel rispetto delle normative italiane e internazionali. Firma che, dicono, è attesa già “nelle prossime ore”.
Il tutto prima che il presidente Conte riferisca davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, in seguito alla richiesta avanzata dal presidente in quota LeU, Erasmo Palazzotto, dopo le indiscrezioni uscite riguardo alla maxi-commessa. E questo nonostante l’opposizione anche, e solo, interna alla maggioranza sulla decisione di continuare a rifornire il regime di Abdel Fattah al-Sisi di armi. Ultimo a protestare è stato il deputato del Pd, Matteo Orfini, che poco prima della conclusione del Cdm aveva annunciato che “lunedì insieme ad altri presenterò alla direzione del Pd un ordine del giorno che chiede di interrompere la vendita di forniture militari all’Egitto. Spero che molti lo sottoscrivano e che venga approvato senza tentennamenti”. Per quel giorno, probabilmente, l’Uama avrà però già dato il via libera definitivo.
Ma nei giorni scorsi c’erano state anche le proteste di altri deputati di maggioranza che, a Ilfattoquotidiano.it, avevano chiesto in coro il passaggio parlamentare, come previsto dalla legge 185/90 e come avviene per le decisioni riguardanti la politica estera, oltre che dichiarare che una scelta del genere rappresentava uno schiaffo alla memoria di regeni e anche a Patrick George Zaki, lo studente egiziano dell’università di Bologna in carcere al Cairo dal 7 febbraio. La richiesta era arrivata da Laura Boldrini del Pd, Luca Fratoianni di LeU e anche dalla portavoce alla Camera del Movimento 5 Stelle Yana Ehm. Appelli però non ascoltati dall’esecutivo.
E in mattinata sulla questione è intervenuto anche Matteo Renzi. Il leader di Italia Viva, parlando a Circo Massimo, su Radio Capital, ha dichiarato: “Mi permetto di dirle, e scandisco ciò che sto dicendo, che è arrivato il momento che gli inglesi dicano la verità su questa storia, l’atteggiamento di apparati istituzionali inglesi non è più accettabile. È arrivato il momento che tutti tirino fuori le carte sulla vicenda”, ha detto riferendosi alla mancata collaborazione alle indagini, oltre che degli apparati egiziani, anche dell’università di Cambridge, per la quale il ricercatore di Fiumicello era andato in Egitto, e della professoressa Maha Abdelrahman.
Intanto, nelle prossime settimane è previsto un nuovo incontro in videoconferenza tra i magistrati italiani e quelli egiziani per fare il punto sulle indagini relative all’omicidio del ricercatore di Fiumicello. Al centro del meeting anche la rogatoria inviata dai pm di Roma con la quale si chiedono conferme all’autorità giudiziaria del Cairo in merito alla presenza a Nairobi, nell’agosto del 2017, di uno dei cinque indagati a Roma, il maggiore Sharif, che secondo un testimone avrebbe raccontato delle “modalità del sequestro di Giulio” nel corso di un pranzo. I pm hanno inoltre sollecitato agli omologhi egiziani l’elezione di domicilio degli indagati (tutti appartenenti agli apparati di sicurezza) e infine dati sui tabulati telefonici.
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[*] In realtà in quel momento il ministro della Salute Speranza, di Leu, non c'era. Impegnato in una riunione sui vaccini a livello europeo. "A Conte - dice oggi - ho sempre detto che noi eravamo contrari, abbiamo anche fatto una riunione di gruppo dove il no è stato ribadito, non è vero che tutti i capi delegazione erano d'accordo. Abbiamo anche presentato un'interrogazione parlamentare, ma non è bastato".
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dalla pagina https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2020/06/10/news/regeni_cio_che_non_e_stato_fatto-258902241/

Regeni, ciò che non è stato fatto

Nei quattro anni trascorsi dall'omicidio di Giulio l’Italia non ha svolto nessuna seria pressione nei confronti dell’Egitto. Non un solo atto significativo, che comunicasse il senso di una crisi aperta tra i due Paesi, da risolvere attraverso una cooperazione giudiziaria capace di far procedere le indagini e la ricerca della verità