venerdì 20 dicembre 2019

Cammino di Pace 2020


dalla pagina

Mercoledì 1˚ gennaio 2020, ore 15.00
ritrovo in via Torino (ex Domenichelli) Vicenza

Quando si usa il termine Pace molte possono essere le accezioni e le sfumature. Nella Parola di Dio noi incontriamo la parola “Shalom” annunciata dai Profeti, frutto della Legge, dono del Risorto ai suoi discepoli: non si tratta di semplice assenza di conflitti ma ordine e armonia tra i popoli, con la Natura e con Dio. Ecco allora il nostro sogno di un “clima” di Pace tra i popoli ma anche tra le generazioni, tra chi è agli inizi del cammino della vita e chi invece ha a disposizione il dono dell’esperienza di un percorso già compiuto, con la nostra Terra spesso sfruttata e abusata.             

Ufficio per la pastorale sociale e del lavoro 0444 226561   sociale@vicenza.chiesacattolica.it
 

mercoledì 18 dicembre 2019

Admirabile signum
DEL SANTO PADRE
FRANCESCO

SUL SIGNIFICATO E IL VALORE DEL PRESEPE

1. Il mirabile segno del presepe, così caro al popolo cristiano, suscita sempre stupore e meraviglia. Rappresentare l’evento della nascita di Gesù equivale ad annunciare il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio con semplicità e gioia. Il presepe, infatti, è come un Vangelo vivo, che trabocca dalle pagine della Sacra Scrittura. Mentre contempliamo la scena del Natale, siamo invitati a metterci spiritualmente in cammino, attratti dall’umiltà di Colui che si è fatto uomo per incontrare ogni uomo. E scopriamo che Egli ci ama a tal punto da unirsi a noi, perché anche noi possiamo unirci a Lui.
Con questa Lettera vorrei sostenere la bella tradizione delle nostre famiglie, che nei giorni precedenti il Natale preparano il presepe. Come pure la consuetudine di allestirlo nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, nelle carceri, nelle piazze... È davvero un esercizio di fantasia creativa, che impiega i materiali più disparati per dare vita a piccoli capolavori di bellezza. Si impara da bambini: quando papà e mamma, insieme ai nonni, trasmettono questa gioiosa abitudine, che racchiude in sé una ricca spiritualità popolare. Mi auguro che questa pratica non venga mai meno; anzi, spero che, là dove fosse caduta in disuso, possa essere riscoperta e rivitalizzata.
2. L’origine del presepe trova riscontro anzitutto in alcuni dettagli evangelici della nascita di Gesù a Betlemme. L’Evangelista Luca dice semplicemente che Maria «diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (2,7). Gesù viene deposto in una mangiatoia, che in latino si dice praesepium, da cui presepe.
Entrando in questo mondo, il Figlio di Dio trova posto dove gli animali vanno a mangiare. Il fieno diventa il primo giaciglio per Colui che si rivelerà come «il pane disceso dal cielo» (Gv 6,41). Una simbologia che già Sant’Agostino, insieme ad altri Padri, aveva colto quando scriveva: «Adagiato in una mangiatoia, divenne nostro cibo» (Serm. 189,4). In realtà, il presepe contiene diversi misteri della vita di Gesù e li fa sentire vicini alla nostra vita quotidiana.
Ma veniamo subito all’origine del presepe come noi lo intendiamo. Ci rechiamo con la mente a Greccio, nella Valle Reatina, dove San Francesco si fermò venendo probabilmente da Roma, dove il 29 novembre 1223 aveva ricevuto dal Papa Onorio III la conferma della sua Regola. Dopo il suo viaggio in Terra Santa, quelle grotte gli ricordavano in modo particolare il paesaggio di Betlemme. Ed è possibile che il Poverello fosse rimasto colpito, a Roma, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, dai mosaici con la rappresentazione della nascita di Gesù, proprio accanto al luogo dove si conservavano, secondo un’antica tradizione, le tavole della mangiatoia.
Le Fonti Francescane raccontano nei particolari cosa avvenne a Greccio. Quindici giorni prima di Natale, Francesco chiamò un uomo del posto, di nome Giovanni, e lo pregò di aiutarlo nell’attuare un desiderio: «Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello».[1] Appena l’ebbe ascoltato, il fedele amico andò subito ad approntare sul luogo designato tutto il necessario, secondo il desiderio del Santo. Il 25 dicembre giunsero a Greccio molti frati da varie parti e arrivarono anche uomini e donne dai casolari della zona, portando fiori e fiaccole per illuminare quella santa notte. Arrivato Francesco, trovò la greppia con il fieno, il bue e l’asinello. La gente accorsa manifestò una gioia indicibile, mai assaporata prima, davanti alla scena del Natale. Poi il sacerdote, sulla mangiatoia, celebrò solennemente l’Eucaristia, mostrando il legame tra l’Incarnazione del Figlio di Dio e l’Eucaristia. In quella circostanza, a Greccio, non c’erano statuine: il presepe fu realizzato e vissuto da quanti erano presenti.[2]
È così che nasce la nostra tradizione: tutti attorno alla grotta e ricolmi di gioia, senza più alcuna distanza tra l’evento che si compie e quanti diventano partecipi del mistero.
Il primo biografo di San Francesco, Tommaso da Celano, ricorda che quella notte, alla scena semplice e toccante s’aggiunse anche il dono di una visione meravigliosa: uno dei presenti vide giacere nella mangiatoia Gesù Bambino stesso. Da quel presepe del Natale 1223, «ciascuno se ne tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia».[3]
3. San Francesco, con la semplicità di quel segno, realizzò una grande opera di evangelizzazione. Il suo insegnamento è penetrato nel cuore dei cristiani e permane fino ai nostri giorni come una genuina forma per riproporre la bellezza della nostra fede con semplicità. D’altronde, il luogo stesso dove si realizzò il primo presepe esprime e suscita questi sentimenti. Greccio diventa un rifugio per l’anima che si nasconde sulla roccia per lasciarsi avvolgere nel silenzio.
Perché il presepe suscita tanto stupore e ci commuove? Anzitutto perché manifesta la tenerezza di Dio. Lui, il Creatore dell’universo, si abbassa alla nostra piccolezza. Il dono della vita, già misterioso ogni volta per noi, ci affascina ancora di più vedendo che Colui che è nato da Maria è la fonte e il sostegno di ogni vita. In Gesù, il Padre ci ha dato un fratello che viene a cercarci quando siamo disorientati e perdiamo la direzione; un amico fedele che ci sta sempre vicino; ci ha dato il suo Figlio che ci perdona e ci risolleva dal peccato.
Comporre il presepe nelle nostre case ci aiuta a rivivere la storia che si è vissuta a Betlemme. Naturalmente, i Vangeli rimangono sempre la fonte che permette di conoscere e meditare quell’Avvenimento; tuttavia, la sua rappresentazione nel presepe aiuta ad immaginare le scene, stimola gli affetti, invita a sentirsi coinvolti nella storia della salvezza, contemporanei dell’evento che è vivo e attuale nei più diversi contesti storici e culturali.
In modo particolare, fin dall’origine francescana il presepe è un invito a “sentire”, a “toccare” la povertà che il Figlio di Dio ha scelto per sé nella sua Incarnazione. E così, implicitamente, è un appello a seguirlo sulla via dell’umiltà, della povertà, della spogliazione, che dalla mangiatoia di Betlemme conduce alla Croce. È un appello a incontrarlo e servirlo con misericordia nei fratelli e nelle sorelle più bisognosi (cfr Mt 25,31-46).
4. Mi piace ora passare in rassegna i vari segni del presepe per cogliere il senso che portano in sé. In primo luogo, rappresentiamo il contesto del cielo stellato nel buio e nel silenzio della notte. Non è solo per fedeltà ai racconti evangelici che lo facciamo così, ma anche per il significato che possiede. Pensiamo a quante volte la notte circonda la nostra vita. Ebbene, anche in quei momenti, Dio non ci lascia soli, ma si fa presente per rispondere alle domande decisive che riguardano il senso della nostra esistenza: chi sono io? Da dove vengo? Perché sono nato in questo tempo? Perché amo? Perché soffro? Perché morirò? Per dare una risposta a questi interrogativi Dio si è fatto uomo. La sua vicinanza porta luce dove c’è il buio e rischiara quanti attraversano le tenebre della sofferenza (cfr Lc 1,79).
Una parola meritano anche i paesaggi che fanno parte del presepe e che spesso rappresentano le rovine di case e palazzi antichi, che in alcuni casi sostituiscono la grotta di Betlemme e diventano l’abitazione della Santa Famiglia. Queste rovine sembra che si ispirino alla Legenda Aurea del domenicano Jacopo da Varazze (secolo XIII), dove si legge di una credenza pagana secondo cui il tempio della Pace a Roma sarebbe crollato quando una Vergine avesse partorito. Quelle rovine sono soprattutto il segno visibile dell’umanità decaduta, di tutto ciò che va in rovina, che è corrotto e intristito. Questo scenario dice che Gesù è la novità in mezzo a un mondo vecchio, ed è venuto a guarire e ricostruire, a riportare la nostra vita e il mondo al loro splendore originario.
5. Quanta emozione dovrebbe accompagnarci mentre collochiamo nel presepe le montagne, i ruscelli, le pecore e i pastori! In questo modo ricordiamo, come avevano preannunciato i profeti, che tutto il creato partecipa alla festa della venuta del Messia. Gli angeli e la stella cometa sono il segno che noi pure siamo chiamati a metterci in cammino per raggiungere la grotta e adorare il Signore.
«Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere» (Lc 2,15): così dicono i pastori dopo l’annuncio fatto dagli angeli. È un insegnamento molto bello che ci proviene nella semplicità della descrizione. A differenza di tanta gente intenta a fare mille altre cose, i pastori diventano i primi testimoni dell’essenziale, cioè della salvezza che viene donata. Sono i più umili e i più poveri che sanno accogliere l’avvenimento dell’Incarnazione. A Dio che ci viene incontro nel Bambino Gesù, i pastori rispondono mettendosi in cammino verso di Lui, per un incontro di amore e di grato stupore. È proprio questo incontro tra Dio e i suoi figli, grazie a Gesù, a dar vita alla nostra religione, a costituire la sua singolare bellezza, che traspare in modo particolare nel presepe.
6. Nei nostri presepi siamo soliti mettere tante statuine simboliche. Anzitutto, quelle di mendicanti e di gente che non conosce altra abbondanza se non quella del cuore. Anche loro stanno vicine a Gesù Bambino a pieno titolo, senza che nessuno possa sfrattarle o allontanarle da una culla talmente improvvisata che i poveri attorno ad essa non stonano affatto. I poveri, anzi, sono i privilegiati di questo mistero e, spesso, coloro che maggiormente riescono a riconoscere la presenza di Dio in mezzo a noi.
I poveri e i semplici nel presepe ricordano che Dio si fa uomo per quelli che più sentono il bisogno del suo amore e chiedono la sua vicinanza. Gesù, «mite e umile di cuore» (Mt 11,29), è nato povero, ha condotto una vita semplice per insegnarci a cogliere l’essenziale e vivere di esso. Dal presepe emerge chiaro il messaggio che non possiamo lasciarci illudere dalla ricchezza e da tante proposte effimere di felicità. Il palazzo di Erode è sullo sfondo, chiuso, sordo all’annuncio di gioia. Nascendo nel presepe, Dio stesso inizia l’unica vera rivoluzione che dà speranza e dignità ai diseredati, agli emarginati: la rivoluzione dell’amore, la rivoluzione della tenerezza. Dal presepe, Gesù proclama, con mite potenza, l’appello alla condivisione con gli ultimi quale strada verso un mondo più umano e fraterno, dove nessuno sia escluso ed emarginato.
Spesso i bambini – ma anche gli adulti! – amano aggiungere al presepe altre statuine che sembrano non avere alcuna relazione con i racconti evangelici. Eppure, questa immaginazione intende esprimere che in questo nuovo mondo inaugurato da Gesù c’è spazio per tutto ciò che è umano e per ogni creatura. Dal pastore al fabbro, dal fornaio ai musicisti, dalle donne che portano le brocche d’acqua ai bambini che giocano…: tutto ciò rappresenta la santità quotidiana, la gioia di fare in modo straordinario le cose di tutti i giorni, quando Gesù condivide con noi la sua vita divina.
7. Poco alla volta il presepe ci conduce alla grotta, dove troviamo le statuine di Maria e di Giuseppe. Maria è una mamma che contempla il suo bambino e lo mostra a quanti vengono a visitarlo. La sua statuetta fa pensare al grande mistero che ha coinvolto questa ragazza quando Dio ha bussato alla porta del suo cuore immacolato. All’annuncio dell’angelo che le chiedeva di diventare la madre di Dio, Maria rispose con obbedienza piena e totale. Le sue parole: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38), sono per tutti noi la testimonianza di come abbandonarsi nella fede alla volontà di Dio. Con quel “sì” Maria diventava madre del Figlio di Dio senza perdere, anzi consacrando grazie a Lui la sua verginità. Vediamo in lei la Madre di Dio che non tiene il suo Figlio solo per sé, ma a tutti chiede di obbedire alla sua parola e metterla in pratica (cfr Gv 2,5).
Accanto a Maria, in atteggiamento di proteggere il Bambino e la sua mamma, c’è San Giuseppe. In genere è raffigurato con il bastone in mano, e a volte anche mentre regge una lampada. San Giuseppe svolge un ruolo molto importante nella vita di Gesù e di Maria. Lui è il custode che non si stanca mai di proteggere la sua famiglia. Quando Dio lo avvertirà della minaccia di Erode, non esiterà a mettersi in viaggio ed emigrare in Egitto (cfr Mt 2,13-15). E una volta passato il pericolo, riporterà la famiglia a Nazareth, dove sarà il primo educatore di Gesù fanciullo e adolescente. Giuseppe portava nel cuore il grande mistero che avvolgeva Gesù e Maria sua sposa, e da uomo giusto si è sempre affidato alla volontà di Dio e l’ha messa in pratica.
8. Il cuore del presepe comincia a palpitare quando, a Natale, vi deponiamo la statuina di Gesù Bambino. Dio si presenta così, in un bambino, per farsi accogliere tra le nostre braccia. Nella debolezza e nella fragilità nasconde la sua potenza che tutto crea e trasforma. Sembra impossibile, eppure è così: in Gesù Dio è stato bambino e in questa condizione ha voluto rivelare la grandezza del suo amore, che si manifesta in un sorriso e nel tendere le sue mani verso chiunque.
La nascita di un bambino suscita gioia e stupore, perché pone dinanzi al grande mistero della vita. Vedendo brillare gli occhi dei giovani sposi davanti al loro figlio appena nato, comprendiamo i sentimenti di Maria e Giuseppe che guardando il bambino Gesù percepivano la presenza di Dio nella loro vita.
«La vita infatti si manifestò» (1 Gv 1,2): così l’apostolo Giovanni riassume il mistero dell’Incarnazione. Il presepe ci fa vedere, ci fa toccare questo evento unico e straordinario che ha cambiato il corso della storia, e a partire dal quale anche si ordina la numerazione degli anni, prima e dopo la nascita di Cristo.
Il modo di agire di Dio quasi tramortisce, perché sembra impossibile che Egli rinunci alla sua gloria per farsi uomo come noi. Che sorpresa vedere Dio che assume i nostri stessi comportamenti: dorme, prende il latte dalla mamma, piange e gioca come tutti i bambini! Come sempre, Dio sconcerta, è imprevedibile, continuamente fuori dai nostri schemi. Dunque il presepe, mentre ci mostra Dio così come è entrato nel mondo, ci provoca a pensare alla nostra vita inserita in quella di Dio; invita a diventare suoi discepoli se si vuole raggiungere il senso ultimo della vita.
9. Quando si avvicina la festa dell’Epifania, si collocano nel presepe le tre statuine dei Re Magi. Osservando la stella, quei saggi e ricchi signori dell’Oriente si erano messi in cammino verso Betlemme per conoscere Gesù, e offrirgli in dono oro, incenso e mirra. Anche questi regali hanno un significato allegorico: l’oro onora la regalità di Gesù; l’incenso la sua divinità; la mirra la sua santa umanità che conoscerà la morte e la sepoltura.
Guardando questa scena nel presepe siamo chiamati a riflettere sulla responsabilità che ogni cristiano ha di essere evangelizzatore. Ognuno di noi si fa portatore della Bella Notizia presso quanti incontra, testimoniando la gioia di aver incontrato Gesù e il suo amore con concrete azioni di misericordia.
I Magi insegnano che si può partire da molto lontano per raggiungere Cristo. Sono uomini ricchi, stranieri sapienti, assetati d’infinito, che partono per un lungo e pericoloso viaggio che li porta fino a Betlemme (cfr Mt 2,1-12). Davanti al Re Bambino li pervade una gioia grande. Non si lasciano scandalizzare dalla povertà dell’ambiente; non esitano a mettersi in ginocchio e ad adorarlo. Davanti a Lui comprendono che Dio, come regola con sovrana sapienza il corso degli astri, così guida il corso della storia, abbassando i potenti ed esaltando gli umili. E certamente, tornati nel loro Paese, avranno raccontato questo incontro sorprendente con il Messia, inaugurando il viaggio del Vangelo tra le genti.
10. Davanti al presepe, la mente va volentieri a quando si era bambini e con impazienza si aspettava il tempo per iniziare a costruirlo. Questi ricordi ci inducono a prendere sempre nuovamente coscienza del grande dono che ci è stato fatto trasmettendoci la fede; e al tempo stesso ci fanno sentire il dovere e la gioia di partecipare ai figli e ai nipoti la stessa esperienza. Non è importante come si allestisce il presepe, può essere sempre uguale o modificarsi ogni anno; ciò che conta, è che esso parli alla nostra vita. Dovunque e in qualsiasi forma, il presepe racconta l’amore di Dio, il Dio che si è fatto bambino per dirci quanto è vicino ad ogni essere umano, in qualunque condizione si trovi.
Cari fratelli e sorelle, il presepe fa parte del dolce ed esigente processo di trasmissione della fede. A partire dall’infanzia e poi in ogni età della vita, ci educa a contemplare Gesù, a sentire l’amore di Dio per noi, a sentire e credere che Dio è con noi e noi siamo con Lui, tutti figli e fratelli grazie a quel Bambino Figlio di Dio e della Vergine Maria. E a sentire che in questo sta la felicità. Alla scuola di San Francesco, apriamo il cuore a questa grazia semplice, lasciamo che dallo stupore nasca una preghiera umile: il nostro “grazie” a Dio che ha voluto condividere con noi tutto per non lasciarci mai soli.
Dato a Greccio, nel Santuario del Presepe, 1° dicembre 2019, settimo del pontificato.
 
FRANCESCO



[1] Tommaso da Celano, Vita Prima, 84: Fonti francescane (FF), n. 468.
[2] Cf. ibid., 85: FF, n. 469.
[3] Ibid., 86: FF, n. 470.

Il rapporto Istat sull'immigrazione: "Più italiani emigrati, meno arrivi dall'Africa"

dalla pagina 
https://www.repubblica.it/cronaca/2019/12/16/news/il_rapporto_istat_sulle_migrazioni_piu_italiani_emigrati_meno_arrivi_dall_africa_-243613030/

Sono 816mila quelli che si sono trasferiti all'estero negli ultimi 10 anni, in calo del 17% chi viene dal continente africano

ROMA - Aumentano gli italiani che si trasferiscono all'estero, diminuiscono invece gli immigrati dall'Africa. A rivelarlo sono i dati dell'Istat. Nel 2018 le cancellazioni anagrafiche per l'estero sono 157 mila (+1,2% sul 2017). Di queste, quasi tre su quattro riguardano emigrati italiani (117 mila, +1,9%). Le iscrizioni anagrafiche dall'estero sono circa 332 mila, per la prima volta in calo rispetto all'anno precedente (-3,2%) dopo i costanti incrementi registrati tra 2014 e 2017.

Sono dunque 816 mila gli italiani che si sono trasferiti all'estero negli ultimi 10 anni.Oltre il 73% ha 25 anni e più; di questi, quasi tre su quattro hanno un livello di istruzione medio-alto. Il calo, invece, degli immigrati in Italia provenienti dal continente africano nel 2018 è pari al -17%.

Gli italiani emigrati

Nel decennio 1999-2008 gli italiani che hanno trasferito la residenza all'estero sono stati complessivamente 428 mila a fronte di 380 mila rimpatri, con un saldo negativo di 48 mila unità. Dal 2009 al 2018 si è registrato un significativo aumento delle cancellazioni per l'estero e una riduzione dei rientri (complessivamente 816 mila espatri e 333 mila rimpatri); di conseguenza, i saldi migratori con l'estero dei cittadini italiani, soprattutto a partire dal 2015, sono stati in media negativi per 70 mila unità l'anno.

La regione da cui emigrano più italiani, in valore assoluto, è la Lombardia con un numero di cancellazioni anagrafiche per l'estero pari a 22 mila, seguono Veneto e Sicilia (entrambe oltre 11 mila), Lazio (10 mila) e Piemonte (9 mila). In termini relativi, rispetto alla popolazione italiana residente nelle regioni, il tasso di emigratorietà più elevato si ha in Friuli-Venezia Giulia (4 italiani su 1.000 residenti), Trentino-Alto Adige e Valle d'Aosta (3 italiani su 1.000), grazie anche alla posizione geografica di confine che facilita i trasferimenti con i paesi limitrofi. Tassi più contenuti si rilevano nelle Marche (2,5 per 1.000), in Veneto, Sicilia, Abruzzo e Molise (2,4 per 1.000). Le regioni con il tasso di emigratorietà con l'estero più basso sono Basilicata, Campania e Puglia, con valori pari a circa 1,3 per 1.000.

A un maggior dettaglio territoriale, i flussi di cittadini italiani diretti verso l'estero provengono principalmente dalle prime quattro città metropolitane per ampiezza demografica: Roma (8 mila), Milano (6,5 mila), Torino (4 mila) e Napoli (3,5 mila); in termini relativi, tuttavia, rispetto alla popolazione italiana residente nelle province, sono Imperia e Bolzano (entrambe 3,6 per 1.000), seguite da Vicenza, Trieste e Isernia (3,1 per 1.000) ad avere i tassi di emigratorietà provinciali degli italiani più elevati; quelli più bassi si registrano invece a Parma e Matera (1 per 1.000).

Nel 2018 il Regno Unito continua ad accogliere la maggioranza degli italiani emigrati all'estero (21 mila), seguono Germania (18 mila), Francia (circa 14 mila), Svizzera (quasi 10 mila) e Spagna (7 mila). In questi cinque paesi si concentra complessivamente il 60% degli espatri di concittadini. Tra i paesi extra-europei, le principali mete di destinazione sono Brasile, Stati Uniti, Australia e Canada (nel complesso 18 mila).

Gli spostamenti interni

Si continua a spostarsi per i lavoro dal Sud verso il Settentrione e il Centro Italia e il fenomeno è in lieve aumento. Secondo il rapporto Istat sulle iscrizioni e cancellazioni anagrafiche della popolazione residente | nel 2018, sono oltre 117 mila i movimenti da Sud e Isole che hanno come destinazione le regioni del Centro e del Nord (+7% rispetto al 2017). A soffrire sono soprattutto Sicilia e Campania, che nel 2018  perdono oltre 8.500 residenti italiani laureati di 25 anni e più per trasferimenti verso altre regioni.
 

I flussi di cittadini stranieri

Tra gli italiani che espatriano si contano anche i flussi dei cittadini di origine straniera : si tratta di cittadini nati all'estero che emigrano in un paese terzo o fanno rientro nel luogo di origine, dopo aver trascorso un periodo in Italia e aver acquisito la cittadinanza italiana. Le emigrazioni di questi "nuovi" italiani, nel 2018, ammontano a circa 35 mila (30% degli espatri, +6% rispetto al 2017). Di questi, uno su tre è nato in Brasile (circa 12 mila), il 10% in Marocco, il 6% in Germania, il 4% nella ex Jugoslavia e in Bangladesh, il 3,5% in India e in Argentina.

I paesi dell'Unione europea si confermano le mete principali anche degli espatri dei "nuovi" italiani (55% dei flussi degli italiani nati all'estero). In particolare, con riferimento al collettivo dei connazionali diretti nei paesi dell'Ue, si osserva che il 17% è nato in Marocco, il 16% in Brasile, il 7% nel Bangladesh. Ancora più in dettaglio, i cittadini italiani di origine africana emigrano perlopiù in Francia (62%), quelli nati in Asia nella stragrande maggioranza si dirigono verso il Regno Unito (90%) così come fanno, ma in misura molto più contenuta, i cittadini italiani nativi dell'America Latina (26%). I cittadini nati in un paese dell'Ue invece emigrano soprattutto in Germania (42%).

Età e livello di istruzione

Nel 2018, gli italiani espatriati sono prevalentemente uomini (56%). Fino ai 25 anni, il contingente di emigrati ed emigrate è ugualmente numeroso (entrambi 18 mila) e presenta una distribuzione per età perfettamente sovrapponibile. A partire dai 26 anni fino alle età anziane, invece, gli emigrati iniziano a essere costantemente più numerosi delle emigrate: dai 75 anni in poi le due distribuzioni tornano a sovrapporsi. L'età media degli emigrati è di 33 anni per gli uomini e 30 per le donne. Un emigrato su cinque ha meno di 20 anni, due su tre hanno un'età compresa tra i 20 e i 49 anni mentre la quota di ultracinquantenni è pari al 13%.

Considerando il livello di istruzione posseduto al momento della partenza, nel 2018 più della metà dei cittadini italiani che si sono trasferiti all'estero (53%) è in possesso di un titolo di studio medio-alto: si tratta di circa 33 mila diplomati e 29 mila laureati. Rispetto all'anno precedente le numerosità dei diplomati e laureati emigrati sono in aumento (rispettivamente +1% e +6%). L'incremento è molto più consistente se si amplia lo spettro temporale: rispetto a cinque anni prima gli emigrati con titolo di studio medio-alto crescono del 45%, rispetto a 10 anni prima sono 182 mila.

Quasi tre cittadini italiani su quattro trasferitisi all'estero hanno 25 anni o più: sono poco più di 84 mila (72% del totale degli espatriati); di essi 27 mila (32%) sono in possesso di almeno la laurea. In questa fascia d'età si riscontra una lieve differenza di genere: nel 2018 le italiane emigrate sono circa il 42% e di esse oltre il 35% è in possesso di almeno la laurea, mentre, tra gli italiani che espatriano (58%), la quota di laureati è pari al 30%. Rispetto al 2009, l'aumento degli espatri di laureati è più evidente tra le donne (+10 punti percentuali) che tra gli uomini (+7%), Tale incremento risente in parte dell'aumento contestuale dell'incidenza di donne laureate nella popolazione (dal 5,3% del 2008 al 7,5% del 2018).

I rimpatri

L'altra faccia della medaglia è costituita dai rimpatri: nel 2018, considerando il rientro degli italiani di 25 anni e più con almeno la laurea (13 mila), la perdita netta (differenza tra rimpatri ed espatri) di popolazione "qualificata" è di 14 mila unità. Tale perdita riferita agli ultimi dieci anni ammonta complessivamente a poco meno di 101 mila unità.

La ripresa delle emigrazioni di cittadini italiani è da attribuire in parte alle difficoltà del nostro mercato del lavoro, soprattutto per i giovani e le donne e, presumibilmente, anche al mutato atteggiamento nei confronti del vivere in un altro Paese - proprio delle generazioni nate e cresciute in epoca di globalizzazione- che induce i giovani più qualificati a investire con maggior facilità il proprio talento nei paesi esteri in cui sono maggiori le opportunità di carriera e di retribuzione . I programmi specifici di defiscalizzazione, messi in atto dai governi per favorire il rientro in patria delle figure professionali più qualificate, non si rivelano quindi del tutto sufficienti a trattenere le giovani risorse che costituiscono parte del capitale umano indispensabile alla crescita del Paese.

Le iscrizioni anagrafiche dall'estero registrate nel corso del 2018 ammontano a 332.324, in calo del 3,2% rispetto all'anno precedente; di queste, 286 mila riguardano cittadini stranieri (86% del totale). A livello nazionale il tasso di immigratorietà è pari a 4,7 immigrati stranieri ogni 1.000 abitanti.

I flussi migratori verso l'Italia

L'andamento dei flussi migratori in ingresso nell'ultimo decennio per macro-aree di provenienza evidenzia un calo generale delle immigrazioni per tutti i paesi esteri: dopo l'incremento dovuto alle regolarizzazioni e all'ingresso di Romania e Bulgaria nell'Unione europea osservato nei primi anni Duemila, i trasferimenti dall'estero hanno avuto un lento declino. Dal 2015 al 2017 le immigrazioni sono tornate ad aumentare per via dei flussi numerosi provenienti dai paesi che si affacciano sul Mediterraneo, caratterizzati prevalentemente da cittadini in cerca di accoglienza per asilo e protezione umanitaria . Nel 2018, questi ingressi hanno subito una battuta d'arresto.

Nel 2018 le iscrizioni anagrafiche dall'estero più numerose provengono, in valore assoluto, da paesi europei: la Romania con 37 mila ingressi (11% del totale) si conferma il principale paese di origine seppur in deciso calo (-10% rispetto al 2017). Meno numerosi i flussi provenienti dall'Albania (oltre 18 mila) ma in forte aumento rispetto all'anno precedente (+16%).

Seguono le iscrizioni da Ucraina (8 mila, -2%), Germania (oltre 7 mila, +9%) e Regno Unito (poco meno di 7 mila, +12%). Per gli ultimi due flussi si tratta prevalentemente di cittadini italiani che fanno rientro in patria dopo un soggiorno all'estero.

Sempre consistenti, ma nettamente in diminuzione, le immigrazioni provenienti dal continente africano, in particolare quelle provenienti da Nigeria (18 mila, -24%), Senegal (9 mila, -20 %), Gambia (6 mila, -30%), Costa d'Avorio (5 mila, -27%) e Ghana (5 mila, -25%) che durante il 2017 avevano fatto registrare aumenti record. Il Marocco è l'unico paese africano che segna una variazione positiva rispetto all'anno precedente (17 mila, +9%).

Tra i flussi provenienti dall'area asiatica, i più cospicui sono quelli da Bangladesh e Pakistan (entrambi 13 mila, ma in calo rispettivamente di 8% e 12%), le immigrazioni dall'India invece ammontano a oltre 11 mila e aumentano del 42% rispetto al 2017. In aumento anche le iscrizioni dall'America: dal Brasile si contano circa 24 mila iscritti (+18%), dal Venezuela circa 6 mila (+43%) e dagli Stati Uniti oltre 4 mila (+16%).

Le immigrazioni di cittadini italiani ammontano a 47 mila nel 2018 (14% del totale iscritti dall'estero). Si tratta di flussi provenienti in larga parte da paesi che sono stati in passato mete di emigrazione italiana. Ai primi posti della graduatoria per provenienza si trovano, infatti, Brasile e Germania (che insieme originano complessivamente un quarto dei flussi di immigrazione italiana), Regno Unito (10% sul totale immigrati italiani), Svizzera (9%) e Venezuela (7%). Per alcuni di essi è plausibile l'ipotesi del rientro in patria dopo un periodo di permanenza all'estero.


lunedì 16 dicembre 2019

Giovedì 19 dicembre ore 19.00

dalla pagina https://www.facebook.com/mediterraneavicenza/


Giovedì 19 dicembre alle 19.00 riempiamo ancora Piazza Matteotti a #Vicenza.
Perché i Decreti della vergogna sono ancora là. Perché vogliamo lo #IusSoli e lo #IusCulturae. Perché le navi ONG sono sotto sequestro e gli equipaggi sotto processo. Perché l'UE non sta nel mare e non viene permesso alla società civile di andare e testimoniare sui naufragi e sui lager libici, ad operare i salvataggi. Perché l'Italia (noi) finanziamo i torturatori e chiamiamo "Guardia Costiera" dei criminali.
Perché non si parla più del Cimitero che è il Mar Mediterraneo.
Per tutto questo ritroviamoci in #PiazzaMatteotti

venerdì 13 dicembre 2019

Lettera ai Consigli Pastorali della Diocesi di Vicenza


Vicenza, 13 dicembre 2019

Care sorelle e fratelli dei Consigli Pastorali della Diocesi di Vicenza,

Con il Meeting diocesano di Sabato 5 ottobre scorso è iniziato un percorso che vedrà la nostra Chiesa diocesana impegnata per due anni a camminare alla luce dell’invito a vivere da “Battezzati e Inviati PER la vita del mondo”.
Il nostro vescovo Beniamino nell’ultima Lettera pastorale alle pp. 24-27 non si limita a enunciare linee di principio o riflessioni di massima,  ma elenca possibili proposte e suggerimenti concreti da realizzare,  suddivisi in quattro ambiti: 1) annuncio, 2) spiritualità e liturgia, 3) carità, 4) cultura e relazione con il territorio. Anche la Bozza del Regolamento del Consiglio Pastorale Unitario fa riferimento agli stessi ambiti e in particolare indica al §7.2 che “Una parte significativa dei membri del CPU è costituita da laici in rappresentanza delle quattro dimensioni pastorali”.
Tutti, in quanto battezzati, siamo chiamati a vivere e coltivare queste quattro dimensioni e ogni Consiglio Pastorale è chiamato a tenerle presenti e armonizzate fra loro.
Il Vescovo stesso più volte ha sottolineato come il cosiddetto quarto ambito sia quello più difficile da affrontare e quindi il più trascurato.

La nostra Commissione diocesana, “Pastorale sociale e del lavoro, Giustizia e pace, Salvaguardia del Creato”, è legata principalmente a quest’ultimo ambito: sociale e culturale, in relazione con il territorio, e perciò “politico” nel senso più nobile del termine.
Come Commissione di Pastorale Sociale ci mettiamo a disposizione dei Consigli Pastorali e in particolare di chi fra voi seguirà il quarto ambito.

Papa Francesco ci ricorda: “che il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà. E senza paura di compiere l’esodo necessario ad ogni autentico dialogo” (dal Discorso di papa Francesco, Cattedrale di Santa Maria del Fiore, Firenze, 10 novembre 2015 in occasione del Convegno ecclesiale di Firenze, 2015).

Innanzitutto, per prima cosa vi suggeriamo di:

1. non preoccuparvi di “fare” o “dire” subito qualcosa, ma piuttosto di “essere” in ascolto e attenti a bisogni e problemi nel vostro territorio, soprattutto di: giovani, anziani, stranieri, poveri, persone, famiglie in difficoltà

2. conoscere ed entrare in contatto con persone e realtà della vostra zona - istituzionali e non (in particolare non-ecclesiali) - che operino nel sociale e solo con gradualità pensare, progettare e sperimentare insieme possibili azioni comuni

3. far conoscere e valorizzare le attività costruttive e positive a sfondo sociale, culturale, politico che già esistono nel vostro territorio, senza preoccuparvi di proporne di nuove né tantomeno di esserne sempre i promotori; è importante “fare qualcosa insieme”.

Nell’affrontare questo ambito, buona volontà ed entusiasmo sono importanti, ma un po’ di metodo sicuramente aiuta.
Nella Octogesima Adveniens Paolo VI scrive: “Spetta alle comunità cristiane analizzare obiettivamente la situazione del loro paese” (n. 403).
Pertanto, “come commissione diocesana riteniamo che riprendere il metodo Vedere, Giudicare (nel senso di discernere), Agire possa aiutare anche noi, oggi, nelle comunità a leggere la realtà complessa e sviluppare atteggiamenti e risposte coerenti” (dal nostro sussidio Il sociale nella pastorale – la pastorale nel sociale, che alleghiamo a questa lettera assieme a un altro sussidio, Otri nuovi).

Vi invitiamo a segnalarci, all’indirizzo sociale@vicenza.chiesacattolica.it:
  • il nominativo e un indirizzo di posta elettronica di un membro del Consiglio Pastorale referente per il quarto ambito
  • esperienze significative di buone pratiche e reti sociali esistenti nel vostro territorio, che potremmo divulgare tramite il nostro blog socialevicenza.blogspot.com
  • particolari vostre esigenze o difficoltà incontrate nell’affrontare il quarto ambito
  • suggerimenti riguardanti possibili momenti di confronto o formativi che potrebbero essere proposti nel futuro. 
Consapevoli che le indicazioni offerte sono insufficienti e limitate, confermiamo la nostra disponibilità a condividere il cammino, e facciamo nostra l’esortazione di papa Francesco “a prendere il largo, a lasciare i lidi confortevoli dei nostri porti sicuri per addentrarci in acque profonde: non nelle acque paludose delle ideologie, ma nel mare aperto in cui lo Spirito invita a gettare le reti”.

Con i migliori auguri per un buon cammino di Avvento, vi invitiamo al prossimo Cammino di Pace che si svolgerà il primo gennaio 2020.


don Matteo Zorzanello
e la Commissione Diocesana di Pastorale Sociale, 
Lavoro, Giustizia e Pace, Cura e salvaguardia del Creato


Per approfondire:

Il Cap. IV della Evangelii Gaudium, “La dimensione sociale dell’evangelizzazione”, fornisce preziose indicazioni di fondo:

  • “Il tempo è superiore allo spazio” (n. 222ss): “significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi”, tantomeno cattolici
  • “L’unità prevale sul conflitto” (n. 226ss): “Il conflitto non può essere ignorato o dissimulato. Dev’essere accettato”, quindi accolto come opportunità di crescita e testimonianza e gestito con metodi nonviolenti
  • “La realtà è più importante dell’idea” (n. 231ss): “[…] questo criterio ci spinge a mettere in pratica la Parola”, essendo più concreti e quindi vicini alle persone e alle loro situazioni
  • “Il tutto è superiore alla parte” (n. 234ss): “[…] attenzione alla dimensione globale […] non perdere di vista ciò che è locale”; criterio importante anche per non chiuderci nel nostro ambito – che diventerebbe così un compartimento stagno – ma vivere insieme le quattro “dimensioni” ricordate sopra.


I Documenti:




martedì 10 dicembre 2019

Milano. 600 sindaci contro l'odio. Segre: «Ora parliamo d'amore»

dalla pagina https://www.avvenire.it/attualita/pagine/600-sindaci-per-segre

Viviana Daloiso martedì 10 dicembre 2019

Le parole della senatrice a vita sopravvissuta all'Olocausto nella grande manifestazione di Milano


Li chiama figli, i 600 sindaci assiepati davanti al palco allestito a un passo dalla meraviglia illuminata della Scala, e per una volta «parlo da madre, qui, e non da nonna come sono solita fare nelle scuole, dove racconto ai ragazzi l'orrore dell'odio». Quando Liliana Segre prende la parola, il cuore di Milano si ammutolisce. «Io l'odio l'ho conosciuto, ho sentito le parole dell'odio, odiose e insultanti, che ti fanno sentire un rifiuto della società. Quando ho trovato la forza di raccontare guardavo e guardo ora gli occhi dei giovani che mi ascoltano e vedo in loro future candele della memoria. Stasera guardo negli occhi questi meravigliosi sindaci in fascia tricolore. Basta odio, parliamo d'amore, l'odio lasciamolo agli anonimi da tastiera».

La gente applaude, urla "Liliana, siamo noi la tua scorta". A migliaia si sono accodati al corteo partito da piazza Mercanti in occasione della manifestazione "L'odio non ha futuro", che ha raccolto primi cittadini da ogni parte d'Italia per rilanciare la solidarietà a una delle ultime sopravvissute all'Olocausto, divenuta negli ultimi mesi bersaglio di odio antisemita. Ed è a loro, ai sindaci, che Liliana Segre vuole lanciare il suo più accorato appello: «Noi che siamo stati testimoni dell'odio non potremo fare memoria per sempre». Il pensiero vola a Piero Terracina, che s'è spento appena due giorni fa a Roma. «E allora tocca a voi - continua Segre -. Voi sindaci, con la vostra carica, avete una missione molto difficile e apprezzo molto che abbiate voluto lasciare per qualche ora i vostri compiti per questa stupenda occasione: il vostro impegno può essere decisivo per la memoria».


«Nell'Italia degli 8mila Comuni c'è un giacimento straordinario di storia che può essere tramandata alla comunità. Una storia che resta relegata a musei, istituti, vie, pietre di inciampo. Sta alla sensibilità delle amministrazioni comunali fare in modo che questo giacimento non venga abbandonato» esorta la senatrice a vita. «Fate sì che quelle fredde lastre di pietra si trasformino in occasioni antiretoriche per rinnovare un patto tra generazioni», conclude.

Il corteo dei 600 sindaci attraversa la Galleria Vittorio Emanuele II; al loro passaggio le persone schierate ai lati della Galleria applaude la senatrice a vita, affiancata dai sindaci di Milano e Pesaro, Giuseppe Sala e Matteo Ricci, i due organizzatori della manifestazione. Ci sono anziani, disabili, famiglie coi passeggini. Proprio nel mezzo della Galleria qualcuno intona "Bella ciao": le strofe si rincorrono tra le vetrine, persino nei negozi affollati per gli acquisti natalizi. «Avevamo detto nessun colore politico» bofonchia qualcuno tra la folla, ma il canto è contagioso, commovente.

«È una giornata molto importante. Il Paese che vogliamo ha il volto di Liliana Segre: lo abbiamo dimostrato. E da oggi saremo noi la sua scorta» rimarca Matteo Ricci, mentre il sindaco di Milano Giuseppe Sala, sottolinea la «grande partecipazione» all'evento: «Ai fomentatori di odio diciamo che noi sindaci siamo pronti a tornare in continuazione in piazza fino a quando questo clima non cambierà».

[continua]


giovedì 5 dicembre 2019

La Legge del Mare: incontro dialogo per la Giornata Mondiale dei Diritti Umani


INVITO

9 dicembre 2019

Vigilia della 71a Giornata Mondiale dei Diritti Umani

I Diritti sono Universali
Anche i migranti sono persone, volti, vite umane

Incontro Testimonianze Dialogo

ore 18.00

Palazzo delle Opere Sociali (Salone d’onore)
piazza Duomo 2, Vicenza

Ne parleranno
Avv. Mario Faggionato (Giuristi Democratici) Il “diritto del mare”
Achille Variati (Sottosegretario all’Interno) Gli interventi del Governo

Testimonianze
Dott. Emilio Schirru (medico del Corpo italiano di soccorso dell’Ordine di Malta )
Don Mattia Ferrari (presbitero della diocesi di Modena. Ha partecipato a due salvataggi da parte della nave Mare Jonio di "Mediterranea Saving Humans")

Modera
Franco Balzi (sindaco di Santorso)

Organizzano
Casa per la Pace, Giuristi Democratici, Migrantes Vicenza, Mediterranea Saving Humans di Vicenza, Non Dalla Guerra, Centro Astalli Vicenza, Centro Culturale San Paolo-Vicenza, Cittadini per Costituzione, La Voce dei Berici, Cooperativa Pari Passo, Incursioni di Pace-Rete Progetto Pace Vicenza, Movimento dei Focolari Veneto, Pax Christi, Presenza Donna, Vicenza Solidale

Ufficio Migrantes tel. 0444 226541   e-mail: migrantes@vicenza.chiesacattolica.it


Info: Casa per la Pace, casaperlapace@gmail.com – tel. 0444 327395 / cell. 333 3410606 (Giancarlo) 334 7563705 (Luciano)


lunedì 2 dicembre 2019

Chi semina armi, raccoglie profughi

dalla pagina https://ilmanifesto.it/chi-semina-armi-raccoglie-profughi/

Le parole di Bergoglio e le bombe nucleari. Le parole del papa risvegliano i laici dal «sonno della ragione» e i cristiani dal tradimento del Vangelo: ci siamo arresi alla necessità di una difesa atomica sotto l’egida Nato



«Desidero ribadire che l’uso dell’energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine…L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso tempo è immorale il possesso delle armi atomiche. Saremo giudicati per questo…Come possiamo proporre pace se usiamo continuamente l’intimidazione bellica nucleare come ricorso legittimo per la risoluzione dei conflitti?»
Sono le parole profetiche pronunciate pochi giorni fa a Hiroshima e Nagasaki da Papa Francesco. Parole che vengono a risvegliare i laici dal «sonno della ragione» e i cristiani dal tradimento del Vangelo.
Infatti ci siamo tutti arresi alla necessità di una difesa atomica sotto l’egida della Nato. Il governo gialloverde ha dato il suo beneplacito alle nuove bombe atomiche, le micidiali B61-12 che l’anno prossimo rimpiazzeranno la settantina di vecchie bombe atomiche B61 a Ghedi e ad Aviano.
Altrettanto l’Italia, come membro Nato, ha approvato la decisione di Trump di cancellare il Trattato Inf del 1987, che aveva permesso di smantellare tutti i missili nucleari a gittata intermedia con base a terra, come quelli piazzati a Comiso, per intenderci. E lo scorso anno l’Italia ha approvato altresì che gli Usa possono collocare nel nostro paese i nuovi missili nucleari.
IL GOVERNO GIALLOVERDE (5S e Lega) poi si è rifiutato di firmare il Trattato Onu sulla proibizione delle armi nucleari. (Eppure durante la campagna elettorale sia Di Maio che Fico avevano firmato l’Ican Parlamentary Pledge). Non solo, ma il governo gialloverde ha deciso di continuare con l’acquisto e la produzione degli aerei F-35 attrezzati per portare proprio le nuove bombe atomiche in arrivo in Italia: le B61-12. (Eppure i Cinque Stelle li avevano definiti «strumenti di morte»!) Siamo prigionieri di un sistema di difesa basato sulla Bomba atomica che per Papa Francesco è «immorale e criminale».
«Nella società odierna la base della violenza è data dalla nostra intenzione di utilizzare l’arma nucleare.- afferma il noto teologo USA, R. McSorley – ma una volta accettato questo, qualsiasi altro male è un male minore. Fin quando non ci poniamo di fronte al nostro consenso all’utilizzo delle armi atomiche, ogni speranza di un miglioramento generalizzato della moralità pubblica è condannata al fallimento». Questo Papa Francesco, con quei discorsi a Hiroshima e Nagasaki, l’ha sbattuto in faccia sia alla chiesa che ai popoli del mondo. Davanti a una presa di posizione così netta sulla Bomba Atomica da parte di un Papa, i vescovi italiani (Cei) e le comunità cristiane non possono rimanere in silenzio.
QUANDO AVREMO da parte dei vescovi una presa di posizione sulle Bombe presenti nel nostro territorio, sull’arrivo dei missili nucleari, sulle basi Nato, su Sigonella (Sicilia) capitale mondiale dei droni? (L’abbattimento di un drone italiano nei cieli della Libia conferma che l’Italia è coinvolta in azioni belliche in quel paese).
È mai possibile che i nostri vescovi non abbiano nulla da dire sulle politiche sempre più militariste dei nostri governi? È mai possibile che tutto questo non ci ripugni più, né come cittadini, la cui Costituzione «ripudia la guerra», né come cristiani, per i quali la guerra dovrebbe essere in orrore?
Il governo gialloverde ha approvato: le missioni militari all’estero per un costo di 1.100 milioni, mentre ha stanziato solo 100 milioni per la cooperazione (altro che aiutiamoli a casa loro!); 50 accordi di cooperazione militare bilaterale incluso il Niger e la Corea (aggirando così la legge 185); l’aumento della spesa in difesa, dall’attuale 1,2% al 2% del bilancio, come Trump chiede(così spenderemo 100 milioni di euro al giorno in armi!); il mantenimento della nostra presenza militare in quella guerra ingiusta in Afghanistan; la vendita di armi a paesi in guerra e nei quali sono violati i diritti umani(in barba alla Legge 185!), come in Arabia Saudita.
SAPPIAMO CHE LA LEGA ha uno storico e costante legame con la lobby italiana delle armi, ma mi meraviglia la disinvoltura con cui i pentastellati hanno ripudiato quello che avevano promesso in campagna elettorale. Ora i pentastellati pensano perfino di modificare la Legge 185 (vedi la proposta del senatore G.Ferrara!), una legge che invece ha bisogno solo di un decreto attuativo. Inoltre i 5S hanno lasciato cadere il Disegno di Legge (2013) firmato dalla Montevecchi e da tanti illustri senatori 5S per l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse con il commercio delle armi, soprattutto nel governo e nei partiti.
UN DISEGNO DI LEGGE questo, quanto mai opportuno oggi che si sta parlando dell’approccio «governo a governo» ossia la trasformazione del ministero della Difesa nell’autorità proposta a stipulare direttamente controlli per la fornitura di tecnologia militare con paesi terzi!
Con questo nuovo meccanismo, quanto andrà ai partiti al governo in tangenti alle armi? Quand’ero direttore di Nigrizia negli anni Ottanta, sapevo da fonti sicure che, ai partiti al governo, andava dal 10 al 15%.
«Gridano le persone in fuga ammassate sulle navi- sottolinea Papa Francesco- in cerca di speranze, non sapendo quali porti potranno accoglierli, nell’Europa che però apre i porti alle imbarcazioni che devono caricare sofisticati e costosi armamenti. Questa ipocrisia è peccato»!

Davanti a tutto questo mi stupisce il silenzio della cittadinanza attiva che è sempre stata molto efficace in Italia. Poche anche le azioni provocatorie al riguardo tranne quelle dei lavoratori portuali di Genova e Cagliari per essersi rifiutati di caricare armi su navi dell’Arabia Saudita! Mentre esplode tra i giovani la mobilitazione per salvare il pianeta (e le armi pesano nel disastro ambientale), noi rimaniamo quasi in silenzio. Mi meraviglia ancora di più il silenzio dei vescovi italiani e delle comunità cristiane dove il tema della pace (il cuore del Vangelo!) sembra sia sparito.
COME FA LA CHIESA ITALIANA a stare zitta davanti a politiche governative sempre più fiorenti sia in armi pesanti che leggere che producono sempre più guerre e come conseguenza sempre più profughi?
Diamoci tutti da fare perché vinca la Vita!

venerdì 29 novembre 2019

Tempo di Avvento: Attendere e Accogliere

Grazie a: 
Associazione Presenza Donna
Centro Documentazione e Studi

Brevi commenti ai vangeli di avvento a cura di Donatella Mottin

Per i credenti, le settimane dell’avvento vedranno, come momenti centrali, i testi dei vangeli della domenica. Testi che ci aiuterebbero sicuramente a vivere più in profondità i nostri giorni, se ne “masticassimo” qualche frase ascoltata, se si affacciassero tra tutte le cose, gli incontri e gli scontri delle giornate che ci porteranno al Natale. Ogni frase dei vangeli è stata scelta, meditata, pregata dagli autori prima di confluire nei testi, e non potendo soffermarci su tutte, lo facciamo su una per ognuna delle quattro domeniche di avvento.

1a domenica - Matteo 24,37-44
“Vegliate, dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà”
Siamo spesso portati, ascoltando questo brano, a fermare la nostra attenzione sui segni da fine del mondo che vengono nominati e che provocano timore. Rischiamo di perdere di vista l’invito del brano che non è minaccia o giudizio, ma proposta di cammino: “Vegliate...”.
Gesù non presenta come negative le cose che tutte e tutti siamo chiamati a svolgere nel nostro quotidiano, come ricorda negli esempi relativi al diluvio, ma chiede di svolgerle in altro modo, con una consapevolezza diversa, senza lasciarsi prendere dalla ordinarietà della vita al punto tale da chiudere il nostro sguardo e non accorgerci di quanto sta accadendo. Un paio di capitoli dopo, Matteo nel suo vangelo ci racconta un’altra esortazione simile che ci aiuta a leggere anche questa: è l’invito alla veglia che Gesù fa ai suoi discepoli nel Getsemani: “Rimanete qui e vegliate con me” (Mt 26,38), mentre invece i discepoli si rifugiano nel sonno. Il richiamo a vigilare è quindi legato a un essere pronti, a tenere gli occhi aperti, capaci di cogliere il tempo che viviamo, senza lasciarci vincere dallo scoraggiamento e dalla paura. Assumersi la responsabilità di guardare con gli occhi di Dio quanto accade, sapendo che il suo è sempre uno sguardo di misericordia. La nostra attesa non può essere di pericoli, distruzioni, morti, noi attendiamo l’irrompere di Dio nella vita e nella storia, per trasformare le nostre vite e le nostre storie…

2a domenica - Luca 1,26-38
“E l’angelo si allontanò da lei”
Era giovane Maria e sicuramente con tanti sogni e progetti per la sua vita futura con Giuseppe a cui era promessa. In un momento, tutto sbiadiva fino a scomparire, a causa dell’angelo mandato da Dio nella sua casa, a Nazareth, cittadina mai nominata nelle Scritture, terra di confine dove la vita era intrecciata con quella di tanti pagani. L’angelo aveva parlato del concepimento di un figlio che sarebbe stato l’Altissimo, il figlio di Dio, ma era lei a dover scegliere, Dio rispettava la sua libertà.
Aveva chiesto spiegazioni Maria, perché non capiva, era turbata e si chiedeva il senso di quanto stava accadendo. Poi aveva detto il suo . E l’angelo si era allontanato da lei. Non la semplice costatazione di un fatto temporale, ma la descrizione in scarne parole dei giorni futuri: l’angelo non sarebbe più tornato a rispondere alle domande, a chiarire dubbi, a nominare eventi che dimostravano l’intervento di Dio come la gravidanza di Elisabetta. Non ci sarebbero più stati angeli nell’esistenza di Maria.
Come per ciascuna e ciascuno di noi: qualche istante di luce e poi la fatica della fede, a volte la sensazione di una pesante solitudine; chiarezze poche, dubbi tanti.
Maria trascorre tutto il resto della vita a rendere quel primo l’origine e il centro di tutte le scelte; spesso senza capire, custodendo nel cuore i fatti, gli incontri, gli avvenimenti, come ci ricorda l’evangelista Luca con una frase che potrebbe essere tradotta anche con: “Maria prendeva i pezzi e li metteva insieme”. Ci vuole una vita… anche per noi se, come Maria, vogliamo dire: “Ci sono mio Dio, e farò tutto quello che posso perché il tuo sogno per me, accada”.

3a domenica - Matteo 11,2-11
“Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”
Giovanni è in carcere, molto probabilmente consapevole che da lì non uscirà vivo. Aveva passato tutta la sua esistenza a richiamare alla conversione. Aveva battezzato con acqua, anticipando chi lo avrebbe fatto in Spirito. L’ultimo dei profeti che, in quanto tale, cercava di leggere il senso della storia e di dire la visione di Dio sulla realtà, manda a Gesù – tramite i suoi discepoli – una domanda drammatica: “Sei tu…?”. Giovanni aveva presentato il Messia come colui che portava la scure per tagliare ogni albero che non dava frutto e gettarlo nel fuoco, colui che avrebbe battezzato i giusti e distrutto con il fuoco i peccatori. Gesù non si comporta così, lui comunica vita anche ai peccatori, anche ai nemici… e Giovanni non comprende più.
La domanda del Battista è tremenda perché è la nostra stessa domanda: che Dio aspettiamo? In che Dio crediamo? Abbiamo sbagliato tutto?
Gesù prende come risposta, per chi lo ascolta e per Giovanni, parte del discorso di Isaia (35 e 61) solo per quanto riguarda le azioni che tendono a restituire la vita a tutti.
Il Messia è quel bimbo venuto, il Dio fragile, debole, il cui segno principale è la piccolezza e l’assunzione dei nostri limiti. È questa la buona notizia: la liberazione per ogni donna e per ogni uomo, la misericordia per tutte le situazioni, l’accoglienza di tutti i bisogni, le attese, le domande.
E beato chi non si scandalizza di questo Dio.

4a domenica - Matteo 1,18-24
“Giuseppe, suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto”
Mentre Luca racconta l’annunciazione a Maria, Matteo narra l’apparizione dell’angelo a Giuseppe. In un unico versetto il testo ci dice che Maria si trovò incinta, prima di andare a vivere insieme al suo sposo, per opera dello Spirito Santo; poi viene presentato Giuseppe: un uomo giusto e pio. Questo termine “giusto” non era inteso – come è spesso per noi – in senso moralistico, ma veniva usato per indicare un ebreo fedele osservante di tutte le prescrizioni della legge. Proprio per l’osservanza a quella legge, Giuseppe avrebbe dovuto denunciare pubblicamente Maria, che sarebbe così andata incontro alla lapidazione. Ma egli non vuole farlo e pensa di ripudiarla in segreto, perché l’atto di ripudio consisteva in una semplice affermazione scritta che scioglieva il matrimonio.
Il fronte della Legge si incrina di fronte a una scelta d’amore: Giuseppe va contro alle proprie convinzioni e regole religiose e in questa breccia, provocata dalla sua scelta, può farsi spazio la parola e il progetto di Dio che dice a Giuseppe di non temere e prendere con sé Maria e il bambino.
Nel testo del vangelo che precede questo, viene narrata la genealogia di Gesù, con i nomi di tutti gli uomini che “generavano” i figli maschi della propria discendenza, come era usanza dire per gli ebrei. Questa lunga genealogia si interrompe con Giuseppe: egli, infatti, non “generò” Gesù; molto più semplicemente e profondamente, lo accolse.