Conservatorio Pedrollo, contra' San Domenico 33 a Vicenza
#Palestina #PalestinaLibera #Palestine #FreePalestine #PalestinianLivesMatter #musicforall #equalityforall #amwajchoir #soundsofpalestine
Conservatorio Pedrollo, contra' San Domenico 33 a Vicenza
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dalla pagina https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/in-dialogo-con-marco-tarquinio-scelte-belliche-quesiti-silenziati
Marco Tarquinio
Tornano a farsi sentire lettori che cercano il dialogo sulla capitale questione del ripudio o dell’accettazione della guerra, della sua logica e della sua pratica. E che lo fanno a partire dalla tragedia d’Ucraina, conflitto di tipo primonovecentesco che continua a straziare in questo terzo decennio del XXI secolo il cuore orientale d’Europa e che ha un colpevole principale, il presidente russo Putin, e diversi correi. Molti congiurano a far più grave questo scontro armato. E la congiura prevede pure supponenti silenzi sui referendum anti-armi e pro-salute, che i professori Mastruzzo e Tutino ricordano, spiegano e brevemente e caldeggiano nelle loro lettere. Avviene snobbando o sminuendo la coraggiosa resistenza pacifista russa, il cui vessillo è oggi tenuto alto da Gregory Javlinskij, leader del partito Jabloko. Ma se la armi sono l’unico modo per battersi, è “logico” dare più spazio agli attacchi di gruppi armati neonazisti russi che alle iniziative dei liberal nonviolenti anti-Putin... Ma la congiura avviene anche con le continue e assordanti propagande pro-escalation, straparlando e inseguendo una vittoria schiaccia-ucraini (a Mosca) e scaccia-Putin e spacca-Russia (a Kiev, e un po’ si può capire, e in mezzo Occidente). Ripeto, perciò, ancora una volta ciò che constato, dico e scrivo da molti anni: tutta la storia che abbiamo vergato col sangue dal 1945 in poi dimostra che le vittorie belliche non esistono più, esistono solo le sconfitte dei popoli che subiscono le guerre e l’incancrenirsi delle guerre stesse che, lo dico con rispetto ma con decisione al signor Signorini, continuano a produrre disastri sulla pelle dei «più deboli» anche quando vengono dichiarate finite. Corea, Vietnam, Congo, Sudan, Corno d’Africa, Israele e Palestina, Libano, Afghanistan, Iraq, Siria, Caucaso, Balcani, Africa Subsahariana, Libia... L’elenco dei popoli e dei territori piagati dal bellicismo è lungo e potrebbe esserlo assai di più, proprio come l’elenco delle ferite mai richiuse: stragi, distruzioni, stupri, persecuzioni per motivi religiosi, politici, etnico-linguistici, miseria, sradicamenti e diaspore, calcoli e azzardi cinici di governi e di speculatori... Al lettore che mi rimprovera, vorrei far notare che documentare, condividere e denunciare tutto questo non è solo «vedere l’oltre» di ciò che sta accadendo anche in Ucraina, ma è vedere per davvero il «qui e ora» della guerra. Una guerra che stanno perdendo disastrosamente tutti coloro che la conducono e la subiscono: l’umanità investita da questa «folle» e «sacrilega» (papa Francesco) tempesta assassina i russi mandati a invadere da Putin e gli ucraini, schierati da Zelensky a resistere in armi e di armi riempiti dall’America e dall’Europa che anche noi siamo. Siamo a quasi sedici mesi di nuovi massacri di persone, città e ambiente e il cerchio di morte e di sofferenza si allarga e travolge confini definiti intoccabili e trasformati in tragiche linee di battaglia. Tutto ciò dovrebbe aiutarci a capire. a Bruxelles, a Mosca, a Kiev e altrove. Eppure continua a pesare il partito della “guerra dei mondi”.
Anche un uomo pacato come Mario Draghi, al pari di altri esperti e potenti, invoca ora la vittoria militare totale della “parte giusta” ucraina. E l’Europarlamento stabilisce addirittura che produrre armi e munizioni è attività necessaria nella ripresa post-Covid e per il futuro della Next Generation Eu, la «prossima generazione» della Ue. Confermo di essere in fermo e dolente disaccordo con entrambi. Sono sostanzialmente d’accordo, invece, con Lucio Caracciolo, direttore di “Limes”, che tra l’aggressiva Russia e l’Ucraina (oggi sostenuta, ma ieri non aiutata a dovere quando la politica poteva ancora evitare la guerra) vede profilarsi, e come male minore un po’ spera, quel «pareggio confuso» che Draghi giudica invece una sconfitta. Credo anch’io che sarebbe bene se venisse sancito presto un «pareggio », anche se inizialmente un po’ «confuso» dal punto di vista dei torti (dell’aggressore) e delle ragioni (dell’aggredito), perché questo significherebbe il cessate-il-fuoco e lo stop alla corsa sempre più forsennata verso la “sconfitta al quadrato” che si sta realizzando e che, in aggiunta agli orrori che continuano a indignarci, minaccia di precipitare il mondo in incubi già visti (disgregazioni di Stati) o che non vogliamo né vedere né pensare (uso di armi di distruzione di massa). I buoni cambi di regime avvengono solo per via civile e chi pensa che viaggino in carro armato prende atroci cantonate. Proprio come Putin e certi suoi avversari...
Ogni vittima di più, perciò, è intollerabilmente di troppo. E bisogna stare accanto a chi vuol tagliare gli artigli a quanti, nelle cerchie del potere moscovita, spingono per un’ancora più feroce «guerra d’attrito» russa e a chi s’entusiasma per la controffensiva ucraina (altre decine di migliaia di morti) e prevede e quasi reclama gli “scarponi a terra” dei soldati di un «volenteroso» (ricordate l’Iraq?) gruppo di Paesi Nato. L’Europa e l’Italia si sveglino! E lavorino finalmente per contribuire ad allargare il sentiero di pace aperto dalla missione voluta dal Papa e affidata al cardinale Zuppi. Missione che continua e che, se Dio vuole e se coscienza e ragione dei potenti (e dei prepotenti) torneranno a farsi sentire, riuscirà a dare frutto.
lunedì 5 giugno 2023, ore 20:30
Diretta streaming
Il sistema della guerra
Francesco Vignarca
coordinatore campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo
Info: primolunedidelmese@ans21.org
Se vuoi, puoi scaricare (e diffondere) la locandina
dalla pagina https://www.azionenonviolenta.it/2-giugno-2023-festa-della-repubblica-che-ripudia-la-guerra/
Celebriamo la Festa della Repubblica perché ci riconosciamo nei principi
fondamentali della Costituzione: lavoro, diritti, uguaglianza e dignità
sociale, cultura, ricerca, tutela dell’ambiente, ripudio della guerra.
Noi cittadini, civili e disarmati per definizione, abbiamo il compito di difenderla, lo dice la Costituzione stessa, che ci affida questo “sacro dovere” (articolo 52).
Il 2 giugno festeggiamo la Repubblica democratica, cioè la cosa pubblica governata dalla sovranità popolare.
No, Presidente Mattarella, non è la parata militare che rappresenta questa Festa civile. Non sono le divise e i mezzi militari che sfileranno ai Fori Imperiali. Non sono le armi che mandate nei teatri di guerra.
Lei, Presidente Mattarella, pochi giorni fa ha sostato davanti alla tomba di don Lorenzo Milani che in piena coerenza costituzionale diceva: “le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto”.
Noi vogliamo portare la nostra aggiunta nonviolenta affinchè la Repubblica faccia propria la Difesa civile non armata e nonviolenta, sintesi tra gli articoli 11 e 52 della nostra Carta antifascita.
Per tutto questo noi celebreremo in modo civile e disarmato il 2 giugno.
Saremo in alcune piazze italiane a sostegno delle nostre Campagne “Un’altra difesa è possibile” e “Obiezione alla guerra” per chiedere meno spese per le armi e più investimenti per la salute, la scuola, il lavoro, l’ambiente, per il riconoscimento del diritto umano universale all’obiezione di coscienza.
Movimento Nonviolento
scarica qui il volantino “2 giugno 2023: Festa della Repubblica che ripudia la guerra”
dalla pagina https://www.avvenire.it/mondo/pagine/papa-francesco-affida-al-cardinale-zuppi-la-missio
Il Pontefice ne aveva parlato sul volo di ritorno dall’Ungheria. Il segretario della Cei Baturi invita le comunità ecclesiali e i monasteri d’Italia ad accompagnare la missione con la preghiera

Il cardinale Matteo Zuppi - Agenzia Romano Siciliani
Dopo le voci circolate nei giorni scorsi arriva la conferma
ufficiale. Sarà il cardinale Matteo Zuppi l’incaricato di Papa Francesco
nella missione di pace per cercare di mettere fine alle ostilità in
Ucraina. Missione della quale lo stesso Pontefice aveva parlato per la
prima volta il 30 aprile scorso, durante la conferenza stampa in aereo,
sul volo di ritorno dal viaggio in Ungheria.
Ieri, nel tardo pomeriggio è stato il direttore della Sala Stampa della Santa Sede a dare l’annuncio ufficiale, rispondendo alle domande dei giornalisti. Tra l’altro, a una settimana esatta dalla visita del presidente ucraino Volodymyr Zelensky a Papa Bergoglio. «Posso confermare - queste le parole del portavoce vaticano - che Papa Francesco ha affidato al cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza Episcopale Italiana, l’incarico di condurre una missione, in accordo con la Segreteria di Stato, che contribuisca ad allentare le tensioni nel conflitto in Ucraina, nella speranza, mai dimessa dal Santo Padre, che questo possa avviare percorsi di pace. I tempi di tale missione, e le sue modalità, sono attualmente allo studio», ha concluso Bruni.
A seguire è arrivata una dichiarazione di Giuseppe Baturi, Arcivescovo di Cagliari e Segretario Generale della Cei: «Accogliamo come un segno di grande fiducia e con i migliori auspici la decisione di Papa Francesco. Invitiamo le comunità ecclesiali e, in particolare, i monasteri presenti sul territorio nazionale ad accompagnare sin d’ora con la preghiera questa missione che il Santo Padre ha voluto conferire al Presidente della Cei, affinché porti frutto e aiuti a costruire processi di riconciliazione».
Considerate l’importanza e la delicatezza dell’incarico – ha fatto inoltre sapere il direttore dell’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali, Vincenzo Corrado – il cardinale non rilascerà interviste né dichiarazioni fino a quando non sarà ritenuto opportuno, d’intesa con il Papa e la Santa Sede. Come si ricorderà, il sito il Sismografo aveva lanciato l’indiscrezione secondo cui Zuppi si sarebbe dovuto recare a Kiev e il prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, l’arcivescovo Claudio Gugerotti, avrebbe dovuto raggiungere Putin a Mosca. Quest’ultimo, però, venerdì aveva fatto diffondere una nota di smentita: «Si comunica che al prefetto nulla consta di quanto affermato a suo riguardo».
Infine, ieri la notizia del ruolo di incaricato per la missione di pace attribuito dal Papa al cardinale Zuppi. Il quale, quando era un “semplice” sacerdote, ha già svolto con successo il compito di mediatore, nel processo di pacificazione che portò alla fine della guerra civile in Mozambico. Il 4 ottobre 1992, dopo 16 anni di conflitto fratricida e oltre 2 di negoziato, nella sede della Comunità di Sant’Egidio a Roma venne siglata la fine delle ostilità. Un precedente beneaugurante.
L’annuncio di ieri sera cambia comunque anche lo schema ipotizzabile per la missione di pace. Finora, infatti, i media avevano ragionato sulla falsariga di quanto avvenne al tempo di san Giovanni Paolo II, quando gli inviati del Papa furono due: il cardinale Pio Laghi a Washington e il cardinale Roger Etchegaray a Baghdad, al fine di scongiurare la seconda guerra del Golfo.
Anche se l’organizzazione della missione è
ancora in fase embrionale (e pur non essendo escluso che il presidente
della Cei possa recarsi non solo a Kiev), il primo step sarà davvero
quello di mettersi in ascolto, a servizio della pace, per tornare a
ragionare in termini di pace.
Una parola che al momento purtroppo non viene pronunciata spesso dalle parti contendenti. Sicuramente non dovrà mancare la preghiera, come ha ricordato Baturi. E infatti il Papa, ricevendo ieri i Missionari Monfortani riuniti per il loro 38.mo capitolo generale, è tornato a invocare l’intercessione della Vergine al cui Cuore Immacolato - ha ricordato - ha voluto consacrare Ucraina e Russia, chiedendo «di rinnovare questo atto di affidamento e questa supplica».
dalla pagina https://comune-info.net/lucraina-e-don-lorenzo/
A cento anni dalla sua nascita, possiamo provare a leggere la guerra che
avanza in Europa con il pensiero di don Milani? Naturalmente no, spiega
Francesco Gesualdi, che del priore di Barbiana è stato allievo.
Rimettere indietro gli orologi del tempo è operazione rischiosa e spesso
strumentale, anche perché in tempo di guerra la prima vittima è sempre
l’informazione. Eppure, nelle parole di don Lorenzo troviamo riflessioni
e insegnamenti che ci aiutano in modo essenziale a interpretare ancora
la realtà contemporanea. Da quelli espressi nella Lettera ai cappellani militari sulla loro accusa di viltà agli obiettori di coscienza fino
alla rilettura critica del concetto di “patria”, parola chiave nella
retorica della prosa dei destinatari di quella lettera così come in
quella dei massimi esponenti del governo italico dei giorni nostri. Il
punto da cui partire per capire le ragioni e le dinamiche della guerra
scoppiata in Europa, guerra che nessun governo cerca davvero di fermare
pensando solo a come poterla vincere, scrive Gesualdi, è che
l’aggressione russa non è un fulmine a ciel sereno, ma il risultato di
30 anni di rapporti logoranti fra paesi occidentali e Russia. Il vero
oggetto del contendere non è l’Ucraina ma il dominio del mondo. Il che
ci porta su un altro piano, quello economico, la madre di tutti i
nazionalismi

Foto tratta dal Fb Rete Italiana Pace e Disarmo
Nel centenario della sua nascita, in quanto ex-allievo, mi sento chiedere da molte persone cosa avrebbe detto il Priore, alias don Lorenzo Milani, rispetto alla guerra in Ucraina. Mettere parole in bocca ai defunti è sempre sconveniente, per cui rispondo che è impossibile dirlo e che tocca ad ognuno di noi assumerci la responsabilità di trovare le risposte agli avvenimenti in corso.
Ma nel contempo aggiungo che il Milani può esserci d’aiuto per individuare il metodo utile a formarci un’opinione. Il testo di riferimento è la Lettera ai cappellani militari scritta per contestare la leggerezza con cui quest’ultimi avevano condannato gli obiettori di coscienza.
Il comunicato dei cappellani militari era intriso della parola “patria”, un concetto che don Milani non condivide, ma che affronta solo marginalmente perché capisce che per dimostrare l’infondatezza di quanto affermavano i cappellani non deve restringere il campo di osservazione, bensì allargarlo in una prospettiva storica, politica, morale.
Così decide di passare in rassegna le guerre che hanno coinvolto l’Italia dal 1860 in poi, per dimostrare che la patria si serviva obiettando, non obbedendo. Rispetto alla guerra in Ucraina, se vogliamo formarci un’idea il più possibile vicina alla verità, dobbiamo fare la stessa operazione: dobbiamo abbandonare l’ambito ristretto degli avvenimenti contingenti e allargare lo sguardo alle origini del conflitto.
Che significa fare un viaggio a ritroso nella storia e analizzare gli interessi di tutte le parti in causa sotto ogni profilo: militare, politico, economico. Ricordandoci che in tempo di guerra la prima vittima è l’informazione, che non ci viene data proprio o ci viene data distorta e amputata.
Per ammissione generale la guerra in Ucraina non è solo fra russi e ucraini, ma fra Russia e Nato. Lo dicono gli sforzi profusi dai paesi Nato per sostenere l’Ucraina e le ragioni espresse da Mosca a giustificazione della sua aggressione. Secondo i calcoli del Keil Institute, dal gennaio 2022 al febbraio 2023, i paesi occidentali hanno stanziato a favore dell’Ucraina aiuti complessivi per 143 miliardi di euro, di cui 73 da parte degli Stati Uniti e 55 da parte dell’Unione Europea unitamente ai paesi che la compongono. Oltre un terzo dell’aiuto è stato per armi fornite principalmente da Stati Uniti (44 miliardi di euro) seguiti da Gran Bretagna (4,89 miliardi), Polonia (2,43 miliardi), Germania (2,36 miliardi).
Per di più alcuni paesi Nato ospitano soldati ucraini per corsi di addestramento e garantiscono servizi di intelligence nel teatro di guerra. Tanto impegno è giustificato con l’argomentazione che è doveroso intervenire a fianco di chi è aggredito.
Ma la credibilità viene meno quando pensiamo che molti di quegli stessi paesi che mostrano tanta solerzia verso l’Ucraina non hanno mosso un dito a sostegno di altri popoli aggrediti.
Peggio ancora hanno permesso alle proprie industrie di fornire armi agli aggressori. Tipico il caso del governo italiano che per anni ha autorizzato la fornitura di bombe e missili ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti che le utilizzavano per bombardare lo Yemen.
Del resto come dimenticare la guerra in Iraq, i bombardamenti in Serbia e altre aggressioni perpetuate nel recente passato dai paesi occidentali singolarmente o come alleanza Nato?
Il punto da cui partire per capire le ragioni e le dinamiche della guerra scoppiata nel cuore dell’Europa è che l’aggressione russa non è un fulmine a ciel sereno, ma il risultato di 30 anni di rapporti logoranti fra paesi occidentali e Russia.
A inizio anni ’90 del secolo scorso, quando l’impero sovietico cominciò a sgretolarsi, molti pensarono che la guerra fredda sarebbe finita considerato che i rapporti di tensione fino allora esistenti erano conseguenza di blocchi economici e politici contrapposti.
Ma se il sistema economico adottato da entrambi le parti ora è lo stesso, perché continuare a ritenersi nemici?
La variabile non considerata, però, erano i nazionalismi in agguato in entrambi gli schieramenti. Finché si configura con la tutela delle proprie tradizioni culturali, il nazionalismo si può anche ritenere un sentimento positivo, ma molto più spesso ha il connotato del senso di superiorità ed allora diventa mortale perché sfocia nell’egemonia e nella supremazia.
Nel desiderio, cioè, di dominare gli altri popoli. Non a caso un prodotto tipico dei nazionalismi sono gli eserciti, anche se la ragione addotta a loro giustificazione è la sicurezza. L’esigenza, cioè, di tutelarsi dall’istinto di egemonia altrui. Così crescono le spese militari in un mondo dominato dallo spirito di sopraffazione. Ed è stato proprio il tema della sicurezza uno dei principali elementi di frizione che ha condotto alla guerra in Ucraina.
Nel 1991, assieme all’impero sovietico si dissolse anche il Patto di Varsavia, l’alleanza dei paesi dell’Est, ma non si dissolse la Nato, l’alleanza dei paesi occidentali. Il che era elemento di preoccupazione per i dirigenti della nuova Federazione russa, che fin dai primi scricchioli del proprio declino avevano chiesto assicurazioni sulla non espansione della Nato.
Assicurazione data a più riprese dagli Stati Uniti come testimonia la storica frase pronunciata dal segretario di stato James Baker il 9 febbraio 1990 in un incontro col leader sovietico Mikhail Gorbachev.
La promessa era che la Nato non si sarebbe spostata ad est neanche di un centimetro, ma nel 1999 la troviamo arricchita di tre nuovi paesi dell’Europa dell’Est e successivamente di altri 11, contando, nel 2020, un totale di 30 membri rispetto ai 16 del 1998.
La grande nazione dell’est che ancora mancava era l’Ucraina, che però aveva iniziato le procedure di ammissione. Con grande ira della Russia che chiedeva la neutralità per questo paese confinante. In conclusione l’Ucraina è diventato un paese strattonato da ambedue le parti, ciascuna utilizzando l’argomentazione che più le è funzionale per il raggiungimento dei propri obiettivi.
L’Occidente sostenendo il diritto dell’Ucraina a scegliere con quale parte stare; la Russia sostenendo il diritto alla propria sicurezza e il diritto all’autonomia da parte delle minoranze russofone presenti soprattutto nella regione del Donbass.
Quanto alle sommosse popolari avvenute in ambedue i campi, solo fra qualche decennio gli storici potranno dirci se si è trattato di iniziative spontanee o di fenomeni alimentati dalle potenze straniere. Di certo c’è che la guerra in Ucraina poteva essere evitata se le due parti l’avessero voluto.
Lo dimostra l’esistenza di una bozza di accordo presentata nel dicembre 2022 dalla Russia. Che però non fu neanche presa in considerazione dalle forze occidentali. Ed oggi che la guerra è in atto, seminando morte e distruzione, non c’è la volontà di fermarla, bensì di vincerla, perché il vero oggetto del contendere non è l’Ucraina ma il dominio del mondo. Il che ci porta su un altro piano, quello economico, la madre di tutti i nazionalismi.
E’ interessante notare come l’allargamento della Nato iniziò nello stesso decennio in cui venne istituita l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). Che sembra una contraddizione, ma solo in apparenza. In realtà il rafforzamento della Nato faceva da polizza assicurativa contro i rischi posti dall’OMC. In fondo l’OMC è stato lo strumento giuridico per liberalizzare il mondo, ossia per farne un unico mercato dentro il quale le imprese potessero competere alla conquista del mercato mondo.
Una prospettiva fortemente voluta dai paesi occidentali, patria delle multinazionali sicure di uscirne vincitrici. Ma dovettero ricredersi, perché il nuovo contesto favoriva la crescita di imprese collocate in nazioni prima insignificanti dal punto di vista economico. In particolare cinque paesi racchiusi nella sigla Brics, i più temuti dei quali sono Cina e Russia che l’Occidente vuole frenare.
E sapendo che la partita economica sarà vinta da chi sarà in grado di controllare le nuove tecnologie e le nuove risorse ad esse funzionali, gli Sati Uniti da anni si stanno organizzando per limitare il progresso tecnologico e l’accesso alle materie prime strategiche da parte delle potenze emergenti.
Con due strumenti chiave: sanzioni commerciali e impegno militare. In un caso per isolarle sul piano tecnologico, nell’altro per fiaccarle in modo da limitare la loro capacità di penetrazione nei paesi del Sud del mondo ricchi di materie prime. Principalmente Africa e America Latina.
Tanta complessità dovrebbe insegnarci ad evitare le tifoserie incondizionate e a chiederci sempre se le scelte che stiamo sostenendo sono a difesa dei diritti e della vita o al servizio di logiche di sopraffazione.
dalla pagina https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/05/08/ripudiare-la-pace-e-giocare-a-scacchi-con-la-morte/
L’annunzio di pace della Resistenza è stato fatto proprio dai Costituenti che, con votazione quasi unanime, hanno decretato la cancellazione dello jus ad bellum dalle prerogative della sovranità espellendo la guerra, non dalla storia (non avrebbero potuto), ma almeno dall’ordinamento giuridico. Qui la Costituzione opera un’innovazione decisiva rispetto allo Statuto albertino, invadendo il campo della politica estera, che le Costituzioni dell’Ottocento avevano sempre considerato dominio riservato del sovrano. E lo fa gettando sul piatto il peso di valori e princìpi (il ripudio della guerra e la costruzione della pace e la giustizia fra le Nazioni) di grande spessore politico e morale, attraverso i quali viene costruita l’identità della Repubblica, il volto dell’Italia nelle relazioni internazionali. Non a caso nel testo dell’art. 11 compare il termine “Italia”, per indicare che il ripudio della guerra è un bene originario che appartiene allo Stato-comunità, di cui lo Stato-apparato non può disporre. L’apertura alla Comunità internazionale viene sancita stabilendo la supremazia del diritto internazionale generale sull’ordinamento interno («L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute» art. 10) e consentendo le limitazioni di sovranità necessarie «ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni» (art. 11). È stato proprio questo principio che ha costituito la porta attraverso la quale l’Italia è entrata in Europa e l’Europa è entrata in Italia attraverso la costruzione della Comunità/Unione Europea. Tuttavia le limitazioni di sovranità, anche se possono raggiungere livelli molto intensi, espropriando il Parlamento del potere di adottare le norme di legge riservate alla legislazione comunitaria, non possono scalfire il nucleo duro della Costituzione, quello che non può essere neppure sottoposto al potere di revisione costituzionale, vale a dire i princìpi fondamentali e i diritti inalienabili della persona umana (Corte costituzionale, 19 novembre 1987, n. 399). Il ripudio della guerra è riconosciuto dalla dottrina giuridica come uno dei principi supremi dell’ordinamento costituzionale ed è quindi annoverabile tra quelli che prevalgono su ogni eventuale vincolo internazionale, da qualsiasi fonte provenga (trattato, decisione di organi internazionali di cui facciamo parte, Comunità europea). Come tale dovrebbe se del caso essere garantito, se violato, dalla giurisdizione costituzionale e non può essere oggetto di revisione costituzionale.
L’art. 11 della Costituzione è una disposizione complessa: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». È formata da tre proposizioni collegate all’interno dello stesso periodo. Essa contiene una norma di scopo (che vincola la Repubblica italiana a perseguire la pace e la giustizia fra le Nazioni) e tre norme strumentali (il ripudio della guerra, l’accettazione di limitazioni di sovranità finalizzate alla pace e alla giustizia e il favore per le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo). Il ripudio della guerra, come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, non è separabile dall’impegno per la pace e la giustizia fra le Nazioni, o meglio la costruzione di un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni presuppone il ripudio della guerra, in conformità allo Statuto delle Nazioni Unite che obbliga gli Stati membri ad astenersi dall’uso e dalla minaccia dell’uso della forza.
Sebbene sia intimamente legato all’identità dell’Italia, il principio pacifista di cui all’art. 11 è andato incontro a un progressivo deperimento, di pari passo con il progressivo imbarbarimento delle relazioni internazionali. Seguendo una naturale tendenza a giustificare i fatti e ad allinearsi alle scelte prevalse per opera dei poteri reali, scrittori, politici e giuristi hanno banalizzato sempre di più il principio pacifista, fino ad ipotizzare la “decostituzionalizzazione” delle norme sulle relazioni internazionali (Motzo). Con la prima guerra del Golfo (1991) si è cominciato a separare il ripudio della guerra dal resto della disposizione, leggendo il fine di favorire le organizzazioni internazionali come prevalente sul ripudio della guerra, e la guerra stessa è stata mascherata come operazione di “polizia internazionale”. Dopo lo scoppio della guerra, iniziata il 24 febbraio dello scorso anno con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, è stato tirato in ballo il principio pacifista, letto alla luce dell’art. 51 dello Statuto ONU, che riconosce il diritto naturale di autotutela, individuale e collettiva, nel caso in cui abbia luogo un attacco armato contro uno Stato, e dell’art. 52 della Costituzione, che pone la difesa della Patria come unica eccezione al ripudio della guerra. Quando l’Italia ha deciso di rompere la neutralità e inviare le armi all’Ucraina, molti giuristi, come l’ex Presidente della Corte costituzionale Giuliano Amato, si sono levati per darci l’interpretazione giusta del principio pacifista e spiegarci che la partecipazione indiretta dell’Italia alla guerra è consentita, se non costituisce addirittura un obbligo costituzionale. Peccato che quando la NATO ha aggredito l’ex Jugoslavia nel 1999, bombardandola per 78 giorni, coloro che adesso impugnano l’art. 11 per legittimare le armi italiane, sono rimasti assolutamente silenti, hanno steso un velo pietoso sul principio pacifista, dimenticandosi persino della sua esistenza nel dibattito pubblico. Del resto, il Governo dell’epoca ha nascosto accuratamente la partecipazione dell’Italia alle missioni di bombardamento sulla Serbia. Soltanto qualche anno dopo il Ministro della Difesa dell’epoca, ci ha informato del contributo del nostro paese alla guerra. L’Italia ha partecipato ai bombardamenti con l’utilizzo di 50 velivoli dell’aeronautica militare che hanno impiegato «115 missili Harm, 517 bombe GB MK82, 39 bombe a guida IR Opher, 79 bombe a guida laser GBU 16» (così Carlo Scognamiglio Pasini, La guerra del Kosovo, Rizzoli 2002). Peccato che un rapporto così dettagliato abbia omesso di indicare quanti morti sono stati provocati dalle nostre bombe umanitarie e quanti da quelle dei nostri alleati.
Da quando è iniziata la tragedia della guerra il 24 febbraio, non è esploso soltanto un conflitto fondato sulla violenza delle armi, è dilagato in tutt’Europa lo spirito nefasto della guerra, si è materializzata l’immagine del nemico ed è iniziata una mobilitazione bellica della comunicazione, della cultura, delle coscienze. Dalla condanna unanime, secca e senza appello dell’aggressione russa all’Ucraina, si è passati velocemente all’acritica accettazione della logica della guerra. Di fronte a questo disastro, segno tangibile del fallimento della politica di sicurezza e cooperazione in Europa, le principali forze politiche, non solo in Italia, con il conforto del fuoco di sbarramento unanime dei mass media, hanno assunto il linguaggio della guerra e si sono esercitate in una guerra delle parole contro il nemico. Lo spirito di guerra comporta una divisione manichea dell’umanità, per cui tutto il male sta dalla parte del nemico e tutto il bene dall’altra. Il dissenso non è tollerato perché giova al nemico. La narrazione ufficiale della guerra, imposta come pensiero unico è quella dello scontro di civiltà, dei regimi autocratici che odiano la democrazia e vogliono distruggerla.
La guerra non si combatte solo con le armi, da noi si combatte soprattutto con le parole della politica e dei media. Così l’ANPI, Associazione italiana dei partigiani, colpevole di non essersi accodata al coro bellico, viene tradotta dal Corriere della Sera in Associazione Nazionale Putiniani d’Italia. L’ANPI è fastidiosa perché tramanda il patrimonio morale della resistenza, ci ricorda il principio costituzionale del ripudio della guerra, una petizione di principio che Galli della Loggia non sapeva se qualificare «più bizzarra o più patetica», osservando sul primo numero di Limes (1993) che la norma sul ripudio della guerra: «cerca di cancellare il dato storico di ovvia evidenza che vede da sempre la guerra come il fuoco concettuale e pratico della politica internazionale […]. È come dire l’Italia ripudia l’esistenza dell’ossigeno». La favola della guerra come scontro fra la Democrazia e l’Autocrazia, ha come posta l’obiettivo di sdoganare la guerra come strumento ordinario e necessario della politica e quindi di ripudiare il ripudio della guerra: la guerra come ossigeno dei popoli, secondo Galli della Loggia.
Ovviamente non possiamo ignorare, il «diritto naturale di autotutela nel caso abbia luogo un attacco armato contro un membro delle Nazioni Unite», riconosciuto dall’art. 51 della Carta dell’ONU. Lo Statuto dell’ONU riconosce il diritto di resistenza con le armi a fronte di un’aggressione in atto, ma ciò non legittima una guerra senza fine e senza limiti. Infatti il diritto di resistenza è valido «fintantoché il Consiglio di Sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale». In questo caso, in mancanza di un intervento autoritativo del Consiglio di Sicurezza, tutti gli attori internazionali, a cominciare dai contendenti, devono attivarsi per restaurare la pace, poiché la guerra – secondo il Preambolo della Carta – resta, pur sempre un flagello che procura indicibili afflizioni all’umanità. Invece noi sappiamo (l’ha rivelato l’ex premier israeliano Bennet) che, dopo nemmeno due settimane dall’inizio del conflitto, il 5 marzo le parti stavano per concludere un accordo di pace. Tant’è vero che il 16 marzo 2022 il Financial Times svelava il piano di pace in 15 punti che le parti avevano concordato nel corso dei negoziati russo-ucraini in Turchia. Ebbene quella possibilità di restaurare la pace nella regione è stata sventata dal veto di Biden e Johnson, che hanno istigato l’Ucraina a respingere ogni mediazione, incoraggiandola a puntare sulla sconfitta militare della Russia, realizzabile con il massiccio sostegno finanziario, militare e di intelligence di USA, GB, UE e di altri paesi occidentali.
Dal 17 marzo 2022, il conflitto ha perso la natura di una resistenza legittima dell’Ucraina a un’aggressione altrui, ed è diventata una guerra in cui un’alleanza di oltre 30 Stati cerca di infliggere una batosta militare alla Russia, utilizzando il sangue degli ucraini. Una resistenza militare a un’aggressione si è trasformata in una guerra di posizione, come la Prima guerra mondiale, in cui i belligeranti cercano di distruggersi a vicenda. Eppure la Prima guerra mondiale dovrebbe averci insegnato che, a fronte di un conflitto così violento, spietato e prolungato nel tempo, non esiste la “vittoria”, perché una tale guerra è un male in sé, è un evento diabolico che produce sofferenze indicibili a tutte le parti in conflitto, che nessun obiettivo politico può giustificare. La pretesa della NATO, dell’UE e degli altri paesi della Santa alleanza occidentale di fornire un crescendo di aiuti militari all’Ucraina per consentirle di vincere rapidamente la guerra ha come unico sbocco la continuazione di una strage insensata e senza fine. Ciononostante ci stiamo muovendo verso un’intensificazione dello scontro militare. Gli ucraini prevedono il lancio di una controffensiva di primavera con l’obiettivo di travolgere le forze d’occupazione russe e di recuperare tutti i territori persi nel 2014, ivi compresa la Crimea, che da 9 anni è una Repubblica autonoma inserita nella Federazione russa. Stiamo fornendo l’Ucraina di sistemi d’arma sempre più performanti, ma se le forze armate ucraine dovessero dilagare in Crimea, insidiando la base della marina russa a Sebastopoli, chi ci può assicurare che la Russia si arrenderà, e accetterà di essere smembrata, senza porre mano all’arsenale nucleare? Pretendere di sconfiggere ed umiliare una superpotenza dotata di 6.000 testate nucleari è come giocare a scacchi con la morte. Senza volerlo e senza rendercene conto ci stiamo avviando sulla via per Harmageddon. Secondo l’Apocalisse gli spiriti maligni partoriti dalla Bestia andarono dai Re di tutta la terra per radunarli «per la battaglia del gran giorno del Dio onnipotente». Essi radunarono i Re nel luogo che in ebraico si chiama Harmageddon (Apocalisse, 16,1). L’apocalisse segnerà la fine della storia, ma noi vogliamo fermamente che la storia continui. Per arrestare questa marcia verso Harmageddon, la cosa più urgente è fermare il conflitto in Ucraina, spegnere l’incendio prima che si estenda al resto del mondo.
dalla pagina https://ans21.org/semina-e-raccolto/primolunedidelmese
lunedì 8 maggio 2023, ore 20:30
Centro "A. Onisto", Via Rodolfi 14, Vicenza
Ne parliamo con:
Stefano Allievi
Professore
ordinario di Sociologia all’Università di Padova, dove ha promosso e
diretto due lauree magistrali e diversi master. È nato a Milano, dove si
è diplomato all’Istituto per la Formazione al Giornalismo e laureato in
Scienze Politiche. Quindi, a Trento, ha conseguito il dottorato in
Sociologia e Ricerca Sociale. Vive in Veneto da un quarto di secolo. È
specializzato in sociologia delle religioni, nello studio dei fenomeni
migratori e dei mutamenti culturali e politici. Blogger e conferenziere,
collabora con i principali quotidiani del Nordest. Ha pubblicato una
quarantina di volumi, in varie lingue, tra cui - ultima sua fatica - il Dizionario del Nordest. Contributi per l'analisi di un immaginario (Ronzani Editore, 2023), da cui abbiamo tratto la "nuvola di parole" che trovate sopra.
Moderatore:
Marco Cantarelli
Associazione Centro Astalli; Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI); Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL); Gruppo di Iniziativa Territoriale (GIT) Banca Etica; Progetto sulla soglia (Cooperativa Insieme, Cooperativa Tangram, Rete Famiglie Aperte); Ufficio Migrantes.
dalla pagina https://ilmanifesto.it/perche-non-posso-tacere
Come missionario comboniano, dopo aver vissuto per 12 anni nella baraccopoli di Korogocho, sperimentando sulla mia pelle l’immensa sofferenza degli impoveriti dell’Africa, non posso tacere sulle politiche razziste e criminali dell’attuale governo italiano nei confronti dei nostri fratelli e sorelle africane, in cerca di una speranza di vita. Politiche che sono, purtroppo, il continuum della Turco- Napolitano, della Fini-Bossi, del Memorandum Italia -Libia di Minniti e dei noti Decreti Sicurezza di Salvini: siamo davvero davanti a un razzismo di Stato.
Sono indignato per la strage di Cutro, dove un centinaio di profughi sono periti in mare, a pochi metri dalla spiaggia calabrese: potevano e dovevano essere salvati. Sono indignato perché la presidente del Consiglio nella sua visita a Cutro, non abbia sentito il bisogno di andare a stringere la mano ai familiari delle vittime in mare.
Sono indignato, ancora di più perché questo governo abbia risposto a questa tragedia con il Decreto Cutro: uno schiaffo ai naufraghi di Cutro e alla Costituzione italiana che garantisce il «diritto di asilo» (art.10). Sono indignato perché il Parlamento ha trasformato il Decreto Cutro in legge, smantellando così la protezione speciale (nota come protezione umanitaria in gran parte dei paesi europei) che farà precipitare migliaia di migranti nella clandestinità e poi nel ‘mercato nero’, aumentando il numero degli orribili Cpr (Centri di Rimpatrio). La politica del governo è ormai più che chiara: no ai migranti e rimpatrio per chi è giunto in Italia. Eppure, Confindustria insiste che l’Azienda Italia, dato l’«inverno demografico», ha bisogno di 250.000 nuovi operai all’anno.
Sono altresì indignato della stupefacente affermazione del ministro Lollobrigida: «Non possiamo arrenderci all’idea della sostituzione etnica», iIl ministro ritiene che l’arrivo dei migranti sia parte di un piano studiato a tavolino per rimpiazzare la ‘tribù bianca’. Questa teoria, fatta propria oggi da tanti politici come Trump, Orbán, Kaczynsky…, è diventata il cavallo di battaglia dei suprematisti bianchi.
Ancora più sono indignato per le affermazioni del ministro degli Interni, Piantedosi come «sbarchi selettivi», «viaggi a rischio», «carichi residuali», «la disperazione non giustifica viaggi a rischio», «io non partirei se fossi disperato, perché sono stato educato alla responsabilità», «“è immorale per i genitori portare il loro bambini in tali viaggi a rischio»: un linguaggio cinico oltreché razzista.Ma sono indignato soprattutto per le politiche migratorie criminali di Piantedosi. La più plateale è la guerra che sta conducendo contro le navi salva-vita delle Ong, imponendo loro di effettuare un solo salvataggio, rispedendole poi nei porti più lontani d’Italia. E così ci sono sempre meno navi salva vita nelle rotte critiche del Mediterraneo. Siamo di fronte a veri e propri crimini!
Sono indignato per l’ultima nefandezza compiuta nel golfo della Sirte il 30 maggio scorso, quando il mercantile Grimstad, su richiesta esplicita rivolta al comandante da parte delle autorità italiane, ha consegnato 30 migranti soccorsi in mare alle milizie libiche per essere riportati nei paurosi lager della Libia.
Sono indignato infine delle politiche migratorie sia del governo italiano sia della Ue, perché responsabili di così tanti morti nel Mediterraneo.
Nel 2022 sono morti nel Mare Nostrum 2.365 migranti e altri 1.508 risultano dispersi. Negli ultimi quattro mesi ben 639 esseri umani sono periti nelle nostre acque. Il Mediterraneo è diventato la più grande tomba a cielo aperto del mondo. Temo che nel Mare Nostrum vi siano sepolti oltre 50.000 persone.
Come missionario, come cristiano, ma soprattutto come essere umano, mi vergogno di questa disumanizzazione in atto. Se non sentiamo la sofferenza dell’‘altro’ significa che siamo diventati delle belve. Dobbiamo cambiare rotta: per salvarci dobbiamo ritornare ad umanizzarci.
dalla pagina https://www.pressenza.com/it/2023/04/non-ci-sono-alternative-alla-guerra-un-dogma-da-mettere-in-discussione/
E’ verosimilmente doloroso per tutti constatare quanto nel corso degli anni i nostri modi di pensare si siano allontanati non solo tra di loro, ma anche da quanto davamo per scontato, forse avventatamente, in un periodo di intenso coinvolgimento collettivo, non solo politico, ma anche personale ed esistenziale. Certo, dopo il dissolvimento di quella stagione, ciascuno ha preso la sua strada; strade differenti e spesso divergenti, contrassegnate per anni da figure e personaggi inconsistenti e spesso ridicoli, incapaci di creare incomprensioni reciproche radicali. Anche perché poi di fatto il loro operare non divergeva granché. Ma ora che di mezzo c’è il massacro dei migranti, la guerra mondiale alle porte e l’imminente distruzione della vita umana sulla terra, ritrovare quell’afflato che ci aveva tenuti uniti è più difficile per tutti. Ora ci viene detto di difendere i valori occidentali contro la barbarie che viene dall’est.
Nel frattempo, sul fronte sud che ci separa dal mondo dei sommersi, facciamo valere quegli stessi valori affidando la soppressione di migliaia e migliaia di vite ai silenzi del deserto e del mare (il quale a volte urla, inascoltato, quando i naufragi avvengono troppo vicino alle “nostre” coste). Mentre sulla “rotta” dei Balcani affidiamo a polizie nazionali, intergovernative (Frontex) e private un corpo a corpo con quei nemici dei nostri valori fatto di bastonate, furto di soldi e miseri valori, distruzione di documenti e cellulari, abbandono nella neve di gente nuda e scalza, graffiata dal filo spinato che ha già cercato decine di volte di passare, insieme a mogli e figli, a vecchi e bambini. Siamo pieni di lager, non solo in Libia, ma anche ai confini interni dell’Europa e facciamo finta di non vederli.
Do comunque per scontata – c’è chi lo richiede – la regola di non ridurre ciò che precede a causa di ciò che segue; altrimenti – si è detto – dovremmo risalire a Caino (che forse aveva i suoi “buoni motivi”, ma non per questo una giustificazione) e Abele (che forse qualcosa avrà fatto pure lui…). Quindi, tabula rasa del passato, anche se per me il primo aggressore in questo conflitto non è stata la Russia di Putin contro l’Ucraina, ma questa contro la sua stessa popolazione del Donbass, perché di lingua, cultura e sentimenti filorussi. Dal 2014 ci sono state in Donbass 14mila vittime di guerra. Alcune, certo, tra le milizie (naziste) di Kiev, altre nel suo esercito, molte tra le milizie (non esenti da presenze naziste anch’esse) delle regioni che aspiravano all’autonomia e altre ancora tra le truppe russe di supporto. Ma la maggior parte tra la popolazione civile di quei territori, ucraina ma russofona, costretta per otto anni a vivere come topi nella cantine di case bombardate un giorno sì e l’altro anche. E da chi?
Da chi stava aspettando, anzi, si stava adoperando, perché la Russia di Putin scendesse in guerra. D’altronde la Nato stava da tempo armando l’Ucraina come se fosse già un suo membro e la stessa Merkel (non una “guerrafondaia”) ha ammesso che gli accordi di Minsk, che prevedevano una forte, ancorché indeterminata, autonomia del Donbass, erano stati sottoscritti e disattesi “per prendere tempo”: in attesa di una guerra provocata dagli Stati già inclusi nella Nato, “abbaiando” ai confini della Federazione Russa.
Ma da oltre un anno le truppe ucraine sparano 9mila cannonate al giorno – tanto da esaurire persino le scorte di proiettili degli Stati Uniti – su un territorio che considerano loro. E le truppe russe ne sparano altrettante al di là del fronte, contro un Paese che considerano nemico, anche se non gli hanno mai dichiarato guerra. Sappiamo, ce lo raccontano ogni giorno TV e quotidiani, i danni e i morti che provocano i russi, anche deliberatamente, ma i 9mila proiettili ucraini (cioè della Nato) colpiscono solo obiettivi militari? Non distruggono anche loro edifici e infrastrutture, non ammazzano persone, non inquinano campi, fiumi e falde, ora anche con proiettili all’uranio impoverito? Proprio quelli che hanno provocato 8mila tumoti e 400 morti ai soldati italiani impegnati a suo tempo in Serbia e chissà quanti – si dice 30mila all’anno, da allora e “per sempre” – tra la popolazione civile. Gli stessi con cui sono stati devastati per sempre anche l’Iraq e la sua popolazione…
Che senso ha allora difendere – anzi, voler riconquistare – i confini di un territorio proprio mentre lo si sta distruggendo? Che “amor di patria” è mai quello che spinge a trasformarne una parte in una gigantesca Chernobyl? Vediamo in TV molti testimoni delle persecuzioni inflitte dai russi, per lo più a popolazioni che anche il governo ucraino si era già premurato di perseguitare. Ma come verranno trattati i profughi ucraini russofoni, “rifugiati” in Russia per amore o per forza, se mai potranno fare ritorno in quei territori martoriati, una volta che restituiti alla loro matrigna madrepatria? E quando? E come?
Si invoca il diritto all’autodifesa. Sacrosanto. Ma difesa di che? Di un territorio che intanto viene distrutto e reso inabitabile da chi lo rivendica, facendo pagare il prezzo di questa distruzione anche a chi, da questa parte del fronte, subisce un trattamento corrispondente a opera dell’artiglieria e dei razzi russi? Che cosa rimarrà dell’Ucraina dopo una vittoria che più viene invocata e più si profila lontana?
Il fatto è che si discute di questo conflitto, che sta costando centinaia di migliaia di morti (Quanti? Non si sa. Abbiamo le stime, spesso farlocche, diffuse dal governo ucraino, ma anche quelle dei servizi segreti Usa trafugate dai russi, anch’esse probabilmente farlocche) come se l’alternativa fosse solo tra “vittoria” e “resa”. Quale vittoria? La resa di Putin? Il suo disarcionamento a opera di Prigozin e soci? La dissoluzione della Federazione Russa e la sua trasformazione in un’immensa Libia a disposizione degli appetiti di Nato, Cina, Turchia, Pakistan e – perché no? – Isis? O, estrema ratio – ma non più tanto estrema – una bomba atomica che scateni l’Armageddon? O quale resa? L’occupazione militare permanente di una popolazione che ci viene raccontata indomita da parte di truppe mercenarie, o inconsapevoli, o insofferenti, reclutate ai margini dell’impero russo? Una Grozny permanente al centro dell’Europa, destinata poi a moltiplicarsi per cento, fino alle coste atlantiche del Portogallo?
E’ fin troppo chiaro, allora, perché nessuno si spinga a spiegare che cosa significa vittoria e che cosa significa resa in questo frangente. Quello che in questo modo non viene messo in discussione è un dogma: non quello della pace perpetua di Kant, ma l’idea che a ogni guerra non ci sia altra alternativa che più guerra.
Invece le alternative ci sono. Intanto il cessate il fuoco: il risparmio di decine se non centinaia di migliaia di altre vite umane e dei pochi habitat ancora vitali e l’allontanamento dell’”opzione” atomica. Poi la mediazione: ieri gli accordi di Minsk, oggi una soluzione che salvaguardi le condizioni minime di vivibilità delle popolazioni restituite ai loro territori. Con una garanzia internazionale della loro autonomia, in attesa che l’ossessione dei confini si allenti. Poi, forse, la ricostruzione. Ma quale, su un suolo irreversibilmente inquinato? E pagata da chi? E come? Con una nuova Versailles a spese della popolazione russa? E le armi? Truppe, mezzi e atomiche lungo questa nuova cortina di ferro che divide l’Europa da se stessa? Ma che non divide più capitalismo (e “democrazia”) da comunismo (e “totalitarismo”), bensì due imperi, non meno nocivi uno dell’altro per le popolazioni a essi soggette dalla Siberia alla Terra del Fuoco.
E poi? Non siamo forse alle soglie di una catastrofe climatica e ambientale? Ed è forse con le bombe, i cannoni, i tanks e i razzi che intendiamo sventarla? E non è forse questo – sventarla – il compito prioritario di chi ci governa? Ovunque e comunque? Ma quanti “convinti ambientalisti” se ne sono dimenticati…
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Guido Viale è nato a Tokyo nel 1943 e vive a Milano. Ha partecipato al movimento degli studenti del ‘68 a Torino e militato nel gruppo Lotta Continua fino al 1976. Si è laureato in filosofia all’università di Torino. Ha lavorato come insegnante, precettore, traduttore, giornalista, ricercatore e consulente. Ha svolto studi e ricerche economiche con diverse società e lavorato a progetti di cooperazione in Asia, Africa, Medioriente e America Latina. Ha fatto parte del comitato tecnico scientifico dell’ANPA (oggi ISPRA). Tra le sue pubblicazioni: Un mondo usa e getta, Tutti in taxi, A casa, Governare i rifiuti, Vita e morte dell’automobile, Virtù che cambiano il mondo. Con le edizioni NdA Press di Rimini ha pubblicato: Prove di un mondo diverso, La conversione ecologica, Si può fare e Rifondare l’Europa insieme a profughi e migranti. Con Interno4 edizioni ha pubblicato nel 2017, Slessico Familiare, parole usurate prospettive aperte, un repertorio per i tempi a venire. Sempre con Interno4 Edizioni nel 2018 ha pubblicato l’edizione definitiva e aggiornata del suo importante libro sul ‘68.