sabato 15 gennaio 2022

Per pace e clima ripartire dalla proposta dei premi Nobel

dalla pagina https://sbilanciamoci.info/per-pace-e-clima-ripartire-dalla-proposta-dei-premi-nobel/

 

Spese militari in forte aumento, nuovi sistemi d’arma basati sull’Intelligenza artificiale, crescenti tensioni, caratterizzano questa seconda guerra fredda. La società civile non è insensibile a fermare la geopolitica del caos, lo dimostra la proposta dei premi Nobel. Ma deve fare più pressione sulla politica, anche in Italia.

Un appello per la riduzione del 2% della spesa militare mondiale è stato lanciato da oltre cinquanta premi Nobel e presidenti di accademie scientifiche. Personalità scientifiche di altissimo valore hanno pubblicamente rilevato la pericolosità di una crescente spesa militare che si avvicina ai 2.000 miliardi con una crescita ininterrotta da diversi anni, in parallelo a tensioni in aumento nell’area del Pacifico asiatico.

La proposta dei Nobel consiste nella richiesta indirizzata ai governi di tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite affinché negozino una riduzione annuale congiunta delle loro spese militari del 2% per cinque anni consecutivi. In questo modo si avrebbe un tesoretto miliardario che potrebbe essere utilizzato al 50% in un fondo globale, sotto la supervisione delle Nazioni Unite, con lo scopo di affrontare le gravi sfide comuni dell’umanità come le pandemie, i cambiamenti climatici e la povertà estrema. L’altra metà potrebbe rimanere a disposizione dei singoli governi, per usarli, ad esempio, per la riconversione industriale delle aziende belliche verso una produzione civile. La cifra complessiva stimata si aggirerebbe intorno ai 1.000 miliardi di dollari entro il 2030. Non poca cosa, insomma.

I premi Nobel inoltre mettono in evidenza che una decisione di tal genere rappresenterebbe un segnale di fiducia, distensivo che aumenterebbe la sicurezza, pur mantenendo la deterrenza e l’equilibrio, riducendo comunque le tensioni e il relativo rischio di guerra.

Nel passato accordi di disarmo in campo nucleare (come gli accordi SALT e START tra USA e URSS) hanno portato non solo ad una riduzione numerica degli armamenti, ma anche ad una clima più disteso tra le due superpotenze. La scelta di diversi Stati di dismettere arsenali nucleari o non dotarsene ha comunque ridotto i rischi della proliferazione. Oggi la minaccia nucleare, ancora presente, purtroppo, si limita a “sole” 13.000 testate a fronte delle 70.000 della prima guerra fredda: si può comunque distruggere il mondo intero, anche se meno volte rispetto al passato!

Esiste anche un’altra campagna internazionale per la riduzione delle spese militari, la Global Campaign on Military Spending (più di 100 organizzazioni di 35 paesi diversi), a cui aderisce in Italia la Rete Italiana Pace e Disarmo, che chiede una riduzione ancora maggiore, del 10% e sin dal 2014.

I governi vorranno e sapranno rispondere a questi appelli? I dati sulla spesa militare mondiale non ci inducono ad essere ottimisti, dato che  si è passati dai 1.754 del 2009 ai 1.960 nel 2020, che – non va dimenticato – è stato l’anno della pandemia da Covid-19 e della conseguente crisi economica mondiale. 

A spendere di più sono soprattutto gli Stati Uniti seguiti dalla Cina: i primi con 778 miliardi di dollari nel 2020, la seconda con 252 miliardi di dollari. Poi vengono l’India (72,9 miliardi di dollari), la Russia (61,7 miliardi di dollari) e la Gran Bretagna (58,4 miliardi di dollari).

Questa enorme mole di denaro a disposizione per le spese militari contribuisce non solo ad aumentare la produzione e il commercio mondiale di armamenti, ma anche spinge la R&S verso nuove frontiere. 

Un recente rapporto del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute, l’istituto indipendente che studia la proliferazione bellica) sulle prime 100 aziende del settore bellico evidenzia un dato significativo: hanno fatturato ben 531 miliardi di dollari nel 2020, con un aumento dell’1,3% in termini reali rispetto all’anno precedente. Di queste ben 41 sono statunitensi, con un fatturato di 285 miliardi di dollari. Seguono aziende cinesi, russe, britanniche, francesi, tedesche, ecc.

Molta ricerca e sviluppo (R&S), come detto, si sta spingendo verso nuove frontiere: dai missili ipersonici alle armi autonome, mentre i droni sono entrati negli arsenali di moltissimi paesi. I mass media tendono a presentarci come particolarmente minacciosi questi nuovi sistemi d’arma in quanto sperimentati da paesi come Russia o Cina, dimenticando “casualmente” che anche paesi occidentali come gli USA (ma anche Francia, Gran Bretagna ed altri) ci stanno alacremente lavorando, tutti nella speranza di avere in mano – prima degli altri – una super-arma in grado di garantire la supremazia militare. Si dimentica la storia recente delle armi nucleari statunitensi, gelosamente tenute segrete nel secondo dopoguerra anche nei confronti degli alleati, ma che in breve sono diventate patrimonio diffuso al punto da far coniare il termine “club nucleare”. Quando viene realizzata una nuova arma, è solo questione di tempo: anche gli altri paesi se ne doteranno.

I missili ipersonici, in grado di volare velocissimi a quote molto basse e minori rispetto a quelli balistici tradizionali, e quindi con ridotti tempi di allerta da parte del destinatario, possono raggiungere l’obiettivo stabilito con testate convenzionali o nucleari, aumentando l’insicurezza, data l’incertezza dell’obiettivo e la tipologia della testata veicolata.

Per questo si sta provvedendo già alle contromisure: le due ditte statunitensi Northrop Grumman e L3Harris Technologies sono state incaricate dalla Missile Defense Agency di realizzare i prototipi dei sensori basati nello spazio che andranno a formare il nuovo sistema di monitoraggio e hanno iniziato a produrre gli HBTSS (Hypersonic and Ballistic Tracking Space Sensor) per ora a scopo dimostrativo, cioè il nuovo sistema di rilevamento e tracciamento dei missili balistici e ipersonici, e opereranno nell’orbita terrestre bassa. Peraltro questi sistemi funzioneranno solo se diffusi in quantità sufficiente e se saranno in grado di monitorare l’intero spazio terrestre: l’oscuramento di una parte di questa rete sarebbe un segnale d’allarme di un imminente attacco invisibile. La nuova frontiera delle guerre stellari. 

Dati i tempi sempre più ristretti, connessi a questi sistemi d’arma innovativi e agli altri che verranno, aumenta la pressione per dotare d’Intelligenza Artificiale (IA) le contromisure, visto che i tempi delle reazioni umane sono più lenti. L’Intelligenza Artificiale sta diventando un elemento importante di numerosi sistemi d’arma e sarà essa a decidere della vita o della morte di un presunto avversario. Sistemi antimissile, anti aereo e anti nave affidati all’IA stanno venendo sviluppati e prodotti, mentre da otto anni in seno alla Convenzione delle Nazioni Unite sulle armi convenzionali (CCW) si sta discutendo per regolamentarne l’uso, senza però venirne a capo.

L’opposizione costante di pochi paesi, in primis Stati Uniti e Russia, utilizzando la regola del consenso per bloccare ogni decisione, ha reso il confronto senza esito, nonostante la pressione di migliaia di esperti e scienziati di tecnologia e d’Intelligenza Artificiale. La Campagna Stop Killer Robots (di cui fa parte anche Rete Italiana Pace e Disarmo), il Comitato Internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, 26 premi Nobel, che hanno messo in rilievo la pericolosità di tali strumenti, dovuta al concreto rischio di errori degli algoritmi e dei sistemi connessi, come è stato messo in rilievo anche da una apposita ricerca prodotta nel 2020 dall’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo. Di fronte alle resistenze succitate si sta facendo strada l’ipotesi di un accordo extra CCW, analogamente a quanto è stato fatto con trattati e convenzioni per vietare le mine antiuomo (nel 1997), le cluster bombs (nel 2008) e le armi nucleari con il TPNW (nel 2017).

Spese militari in aumento, nuovi sistemi d’arma, incremento dei commerci di armi e multipolarismo stanno a caratterizzare questa seconda guerra fredda che vede in atto forti tensioni non solo con la Russia, soprattutto per la vicenda ucraina, ma anche con la Cina nello spazio del Mar Cinese Meridionale (per le isole contese tra i vari paesi dell’area), per l’indipendenza di Taiwan e per la repressione in atto ad Hong Kong. A far da corollario a tutto questo permangono l’instabilità diffusa nel Medio Oriente (Iraq, Siria, Yemen, Israele/Palestina) e nel Nord Africa (Libia e Egitto innanzitutto), gli squilibri economici e il fenomeno migratorio, le “guerre dimenticate” del continente africano, e sullo sfondo la questione energetica con il passaggio a medio o lungo termine dalle fonti non rinnovabili ad altre nuove, questione che stravolgerà equilibri ed interessi consolidati per più di un secolo. Se poi mettiamo nel calderone le conseguenze dei cambiamenti climatici in atto, il mix appare decisamente preoccupante e l’espressione “geopolitica del caos”, coniata oltre venti anni fa da Ignacio Ramonet, sembra essere particolarmente pertinente. 

I toni usati dai leader delle varie potenze appaiono minacciosi. Putin avverte che l’eventuale passaggio dell’Ucraina nella NATO, che si posizionerebbe così direttamente ai confini della Russia, è una linea rossa invalicabile, mentre Biden annuncia la disponibilità ad intervenire direttamente con la forza militare in difesa di Kiev in caso d’invasione da parte delle forze di Mosca. Xi Jinping, che sta portando la Cina ad essere un protagonista mondiale anche della corsa agli armamenti, usa toni altrettanto duri riguardo le questioni già accennate e Washington risponde con la creazione di un nuovo patto, l’AUKUS, tra Australia, Gran Bretagna e gli Stati Uniti, finalizzato a fronteggiare la crescita del Dragone sulla scena mondiale. Primo atto di questa alleanza è rappresentato dalla lucrosa vendita di sottomarini nucleari statunitensi a Canberra, che ha annullato il contratto precedentemente firmato con la Francia per un valore di 56 miliardi di euro, suscitando di conseguenza le ire di Parigi.

Alla sconfitta cocente dell’Afghanistan, nell’Unione Europea si risponde con dichiarazioni tese a costituire una forza armata europea, come quella ipotizzata nel settembre scorso dalla presidente della Commissione, Ursula von Der Leyen, circa la formazione di un esercito di 5.000/6.000 uomini. A parte l’esiguità numerica della brigata, l’assenza di un vero governo europeo e di una vera politica estera e di sicurezza, condivisa tra i vari partner europei (tra cui quelli sovranisti), rimane il vero ostacolo ad ogni passo in tal senso. Non è casuale che, negli anni, si è riusciti a concretizzare solo una serie di finanziamenti alle industrie del settore. Infatti si sono stanziati ben 13 miliardi di euro per il 2021-27 attraverso il Fondo europeo per la difesa, con lo scopo di agevolare la coproduzione europea nel settore della produzione degli armamenti e un loro utilizzo condiviso nelle varie forze armate nazionali. Il dibattito di lunga data sulla difesa europea e il rapporto con la NATO – di complementarietà o di autonomia – è esemplare dell’impasse dell’Unione europea, mentre le Nazioni Unite sono messe da tempo in un angolo e il Consiglio di Sicurezza, dominato dal potere di veto dei cinque “grandi”, di fatto non svolge nessun ruolo pacificatore super partes.

In questo quadro frammentato l’UE, gigante economico ma nano politico, non riesce a svolgere nessun ruolo di rilievo sulla scena internazionale e si ritrova a muoversi spesso e volentieri in posizione ancillare rispetto alla potenza leader degli Stati Uniti, come ha dimostrato – anche tragicamente – la vicenda afghana. 

Occorre un salto di qualità delle forze politiche e dei governi nell’azione dei prossimi anni per superare i vecchi schemi nazionalistici, basati su immediati interessi nazionali che non hanno più spazio in un mondo globalizzato. L’uso della forza nei rapporti internazionali, spacciato come fattore risolutore delle crisi, ha dimostrato storicamente di non essere tale e solo precorritore di altre successive crisi e nuovi conflitti. 

In tal senso l’appello dei premi Nobel è importante perché dimostra che la società civile è sensibile e in grado di muoversi in modo indipendente. Lo stesso è avvenuto quando, a seguito di una campagna internazionale, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW), entrato in vigore nel 2021, nonostante l’opposizione del club nucleare e dei suoi alleati, Italia compresa. La Germania sembra intenzionata ora a partecipare come osservatore alla prima riunione degli Stati che fanno parte del TPNW, riunione che si terrà nel marzo 2022. In Italia, la campagna “Italia ripensaci” sta facendo pressione  affinché il nostro paese assuma posizioni più coraggiose, anche solo partecipando, analogamente alla Germania, ai lavori del marzo 2022. La società civile può creare le premesse per il salto di qualità suddetto: we can.

 

giovedì 13 gennaio 2022

L’Italia è il paese che a(r)mo: il governo Draghi stanzia 26 miliardi di spese militari per il 2022

dalla pagina L’Italia è il paese che a(r)mo: il governo Draghi stanzia 26 miliardi di spese militari per il 2022 - MILEX Osservatorio sulle spese militari italiane

Secondo le stime dell’Osservatorio Mil€x per l’anno 2022 la spesa militare da parte del Ministero della Difesa sfiorerà i 26 miliardi di euro (25.935 milioni per la precisione) con una crescita di 1.352 milioni di euro +5,4% rispetto al 2021.

Articolo di Tommaso Panza per il Digitale

Il governo Draghi tenta di fare l’ultimo (?) regalo al popolo italiano. Anche per il bilancio previsionale di Stato referente all’anno 2022 si avrà un corposo incremento del budget per il ministero della Difesa, nonché dell’intera spesa militare nazionale.

Secondo le analisi riportate dall’Osservatorio Mil€x il bilancio del ministero della Difesa per l’anno in corso vedrà gonfiarsi le cifre a disposizione della spesa militare di 1,35 miliardi di euro, il 5,4% in più del 2021.

Le spese militari del governo Draghi: raggiunta una cifra record
 
 
La spesa militare non è certo qualcosa che scopriamo adesso, per i riarmi annuali del paese esistono dei fondi pluriennali per mantenere costante l’investimento militare, ma viene da chiedersi come faccia il paese in un momento di totale crisi, in cui le scuole chiudono, il sistema di tracciamento del virus è saltato e il lavoro è ai minimi storici, ad aver bisogno di incrementare di miliardi la spesa militare.

Da ricordare che il grande escluso nell’ultima legge di bilancio è stato il bonus salute mentale per tutti coloro non in grado di sostenere economicamente un percorso di psicoterapia.

La legge del 30 dicembre 2021, Legge di Bilancio, da 36.5 miliardi di euro è entrata in vigore lo scorso 1° gennaio.

Il governo Draghi, per l’anno corrente, ha previsto fondi destinati al sostegno psicologico degli studenti, ma non ha previsto alcun sussidio per chi necessita di assistenza psicologica, soprattutto da quando è cominciata la pandemia.

L’aumento per l’anno 2022 vede protagonista al rialzo proprio il bilancio del ministero della Difesa del governo Draghi che quest’anno per la spesa militare sfiora complessivamente i 26 miliardi di euro (25.935 milioni) con una crescita di 1.352 milioni di euro (+5,4% rispetto al 2021).

L’aumento è derivato da decisioni prese in passato: il bilancio attuale prevedeva in realtà un totale complessivo di 25.904 milioni, ci sarebbero in più “solo” circa 31 milioni (Sezione I della Legge di Bilancio).

Le voci interne per l’incremento del bilancio della Difesa del governo Draghi sono così distribuite:


2022 2021 Differenza %
MINISTERO DELLA DIFESA


Stato Maggiore, Segretariato Generale, BilanDIFE € 7.980.894.002,00 € 6.783.656.906,00 17,65%
Esercito € 5.551.699.569,00 € 5.547.954.688,00 0,07%
Marina Militare € 2.241.884.450,00 € 2.020.782.729,00 10,94%
Aeronautica Militare € 2.891.680.221,00 € 2.978.096.301,00 -2,90%
Carabinieri € 543.000.000,00 € 586.000.000,00 -7,34%




MINISTERO DELLO SVILUPPO ECONOMICO


Capitoli di spesa acquisizione nuovi sistemi d’armamento € 2.892.498.073,00 € 3.258.851.803,00 -11,24%




MINISTERO DELLA DIFESA


Fondo missioni all’estero (solo parte militare) € 1.257.750.000,00 € 1.334.610.000,00 -5,76%




INPS


Quota pensioni militari € 2.300.000.000,00 € 2.300.000.000,00 0,00%




ALTRI FONDI diretti € 164.247.720,00 € 164.247.720,00 0,00%




TOTALI € 25.823.654.035,00 € 24.974.200.147,00 3,40%

 

Come evidenziato a più riprese dall’Osservatorio Mil€x “l’importo totale del Bilancio della Difesa è solo il punto di partenza per valutare la spesa militare italiana complessiva”, che come si vede nella tabella deve registrare le cifre da distribuire ad altri ministeri (principalmente il fondo per le missioni militari all’estero che viene istituito presso il ministero dell’Economia e delle Finanze e i fondi che il ministero per lo Sviluppo Economico mette a disposizione per acquisizione e sviluppo di sistemi d’arma).

Sottraendo “per coerenza di destinazione e tipologia di utilizzo” la grande maggioranza del bilancio all’Arma dei Carabinieri (in particolare la parte forestale) che viene considerata solo per la componente legata alle missioni all’estero.

L’Osservatorio Mil€x analizza la spesa militare del governo Draghi

La nuova metodologia di studio dell’Osservatorio Mil€x sulla spesa militare, prevede inoltre altre voci: quota parte costo basi USA, ammortamenti mutui su spesa armamenti MISE, impatto delle pensioni militari.

Secondo queste analisi abbiamo una valutazione tendenziale della spesa militare complessiva per il 2022 del governo Draghi pari a circa 25,82 miliardi di euro (che diventano 26,49 miliardi con ulteriori costi indiretti).

Ciò significa un aumento di 849 milioni rispetto alle medesime valutazioni effettuate sul 2021 con una crescita percentuale del 3,4% rispetto all’anno precedente e di addirittura dell’11,7% sul 2020 e del 19,6% sul 2019.

I dati sono raggruppati in macro voci e non forniscono dettagli su quali siano i sistemi d’armamento che verranno acquisiti, le specificità dei sistemi di armamento sono riportate nel Documento Programmatico Pluriennale del Ministero della Difesa.

L’incremento totale del governo Draghi sulla spesa militare è dunque così diviso: poco oltre i 5,39 miliardi di euro (in crescita di ben 1,3 miliardi) nel bilancio del ministero della Difesa e 2,89 miliardi complessivi (- 350 milioni rispetto allo scorso anno) in quello del ministero per lo Sviluppo Economico.

A questi andrebbero aggiunti ulteriori 105 milioni per gli interessi sui mutui accesi dallo Stato per conferire in anticipo alle aziende le cifre stanziate per specifici progetti d’arma pluriennale.

Ciò porta dunque ad un nuovo record di fondi destinati all’acquisto di nuove armi che arrivano ad un totale di 8,27 miliardi, superiore di un miliardo (+13,8%) alla cifra complessiva del 2021 (che a sua volta costituiva un massimo storico) e con un salto del 73,6% negli ultimi tre anni (+3,512 miliardi rispetto ai 4,767 miliardi del 2019).

Questo ultimo dato è conseguente alla quantità senza precedenti di nuovi programmi di riarmo che il Ministero della Difesa sta sottoponendo al Parlamento a ritmo serrato e che quindi saranno avviati il prossimo anno.
 
___________________________
 

dalla pagina https://www.micromega.net/2022-record-spesa-militare-italiana/

2022, anno record per la spesa militare italiana

Il Bilancio del ministero della Difesa per il 2022 sfiora i 26 miliardi di euro con un aumento di 1,35 miliardi. A cosa servono tutte queste armi?

Giorgio Pagano

Cinquanta premi Nobel e scienziati di ogni Paese – tra gli altri Carlo Rubbia e Giorgio Parisi – hanno rivolto un appello, in modo semplice e diretto, ai governi del mondo per una riduzione concordata della spesa militare del 2 per cento ogni anno, per cinque anni. Domenico Gallo, su MicroMega.net, ha giustamente evidenziato sia l’importanza politica del documento sia il fatto che la politica non si sia sentita minimamente interrogata: “Questa notizia semplicemente è sparita dai radar della politica. Nessuno dei leader politici italiani, adusi a una presenza attiva nel teatrino politico italiano, in questi giorni particolarmente impegnati in un vacuo chiacchiericcio sul Quirinale, ha reputato di spendere una sola parola sulla proposta dei cinquanta premi Nobel, nemmeno per dire: non sono d’accordo”.

Il motivo è chiaro: l’unanime adesione delle forze politiche al forte incremento, anche in Italia, delle spese militari.

Il Presidente del Consiglio Draghi lo aveva detto il 29 settembre dello scorso anno durante la conferenza stampa sulla “Nota di aggiornamento del documento di economia e finanza” (Nadef), il primo passo in vista dell’elaborazione della legge di bilancio: “Ci dobbiamo dotare di una difesa molto più significativa e bisognerà spendere molto di più di quanto fatto finora”.

Draghi è stato di parola. La spesa militare prevista per il 2022 supererà il muro dei 25 miliardi di euro (25,8 miliardi). Il dato si ricava dal report dell’Osservatorio Milex sul bilancio previsionale dello Stato per il 2022: “Il Bilancio del ministero della Difesa per il 2022 sfiora i 26 miliardi di euro con un aumento di 1,35 miliardi, ma vanno poi aggiunti gli stanziamenti di altri ministeri”.

Dal 2017 la spesa militare italiana ha continuato a crescere soprattutto per l’acquisto di nuovi armamenti: lo stanziamento nel 2022 segna un record storico. Spiega Giorgio Beretta, analista della Rete Pace e Disarmo:

“Nei mesi scorsi il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ha sottoposto all’approvazione del Parlamento un numero senza precedenti di programmi di riarmo: diciotto, di cui ben tredici di nuovo avvio, per un valore già approvato di 11 miliardi di euro e un onere complessivo previsto di 23 miliardi. La parte del leone è dell’Aeronautica con programmi per oltre 6 miliardi di euro. C’è di tutto: dai fondi per il nuovo cacciabombardiere Tempest (2 miliardi dei 6 previsti) che si aggiungerà agli F-35, ai nuovi eurodroni classe Male; dagli aerei Gulfstream per la guerra elettronica alle nuove aerocisterne per il rifornimento in volo. Una grossa fetta della torta è destinata alle nuove batterie missilistiche antiaeree per missili Aster (2,3 miliardi di euro) e ai nuovi blindati Lince: ben 3.600 rimpiazzeranno i 1.700 già in dotazione all’Esercito. Non solo. Negli ultimi giorni dell’anno ne sono stati aggiunti cinque portando a ventitré il numero dei programmi che il ministro della Difesa ha inviato alle Camere nel 2021 (record storico assoluto) per un valore complessivo che supera i 12 miliardi di euro e autorizzazioni di spesa annuale per oltre 300 milioni nel 2021 e per quasi mezzo miliardo nel 2022”.

Se ne discute molto poco, e in un contesto di “unità nazionale” ben prima del governo Draghi. La domanda chiave è: a cosa servono tutte queste armi? Si può rispondere solo cercando di comprendere il “nuovo concetto di difesa” in elaborazione da anni, per cui il concetto di difesa non si applica più ai confini nazionali ma agli interessi economici e geo-strategici, cioè ovunque l’interesse nazionale possa essere minacciato.

La “Direttiva per la politica industriale della Difesa“ emanata lo scorso luglio da Guerini, è inserita in questo contesto ed esprime un’ulteriore novità: l’Italia deve “disporre di uno strumento militare in grado di esprimere le capacità militari evolute di cui il Paese necessita per tutelare i propri interessi nazionali” per dare impulso “al consolidamento del vantaggio tecnologico e, quindi, della competitività dell’industria nazionale di settore”. Si tratta, rileva Beretta, di “una novità assoluta non solo perché è la prima direttiva in materia di politica industriale-militare emanata del dopoguerra, ma soprattutto perché definisce un inusitato rapporto tra industria e forze armate: le sinergie tra la Difesa e l’industria militare travalicano infatti le consuete esigenze di modernizzare gli strumenti militari e vengono rese funzionali alla ‘proiezione internazionale’ dell’Italia”.

Da qui la necessità, come spiega sempre Guerini, di superare il rapporto tra le Forze Armate e l’industria di tipo “cliente-fornitore” per favorirne invece la sinergia come “Sistema Difesa” finalizzata, tra l’altro, alla “proiezione sui mercati esteri” degli armamenti. In una parola: il ministero della Difesa viene messo al servizio dell’industria degli armamenti. In aperto contrasto con la Costituzione.

Ma c’è un’altra grande questione ancora, di cui si parla troppo poco. L’Italia è in procinto di raddoppiare il contingente militare in Iraq per poter assumere il comando della missione della Nato: trasformerà la partecipazione militare italiana in una vera operazione di combattimento rispetto a quella che finora era solo una presenza per la difesa di aree sensibili e per l’addestramento dell’esercito iracheno. Per adempiere al nuovo compito i vertici militari si sono affrettati a chiedere di poter armare i droni Reaper con missili aria-terra e bombe a guida laser – trasformandoli così da semplici ricognitori a veri bombardieri – e di dotarsi di una flotta di Hero-30, i cosiddetti “droni kamikaze” che si autodistruggono nel colpire l’obiettivo. La missione diventa in questo modo la principale missione italiana all’estero. Ma perché una missione così consistente?

Forse il vero scopo è quello di proteggere gli interessi delle multinazionali del petrolio e del gas. Come ha rivelato una ricerca di Greenpeace, due terzi delle spese delle operazioni militari all’estero dei Paesi europei riguardano la difesa di fonti fossili: l’Italia negli ultimi quattro anni ha speso 2,4 miliardi di euro nelle missioni militari collegate a piattaforme estrattive, oleodotti e gasdotti che riguardano l’ENI.

Dopo la disastrosa missione in Afghanistan ci stiamo imbarcando in questa nuova operazione militare. Senza alcun dibattito pubblico sui suoi obiettivi. Hanno ragione le quarantasette organizzazioni, coordinate dalla Rete Pace e Disarmo, che in un loro documento hanno chiesto la sospensione della guida italiana della NATO in Iraq.

Il compito degli europei, si legge nel documento, dovrebbe essere quello di favorire la liberazione dell’Iraq dalla morsa del conflitto che oppone Stati Uniti e Iran. E sostenere lo sviluppo economico, la democrazia e i diritti umani. Ma questo non si fa con gli eserciti, bensì “collaborando con l’attivo sostegno alla società civile irachena”. Una tale missione di addestramento “dopo quanto successo in Afghanistan, su cui non si è nemmeno fatta una seria analisi, dovrebbe almeno essere rivalutata. Il rischio concreto è che l’Italia rimanga invischiata nella lotta per il controllo dell’Iraq, per conto di altri Paesi, senza nemmeno un dibattito pubblico. E senza che ne abbia nemmeno un diretto interesse. Con la conseguenza, tra l’altro, di nuovi gravi rischi anche per la sicurezza delle organizzazioni umanitarie italiane che lì operano. Rischi dovuti alla confusione tra presenza civile e militare”. Le quarantasette organizzazioni firmatarie concludono: “Chiediamo la sospensione della decisione di assumere la guida della NATO in Iraq e del processo di acquisizione di questi armamenti. E l’apertura di un dibattito pubblico, o almeno parlamentare, su modelli, obiettivi, strumenti della attuale presenza italiana in Iraq”.

Possibile che le lezioni della storia non ci insegnino nulla?

 

(credit foto ANSA/GIUSEPPE LAMI)

 

domenica 9 gennaio 2022

Lettera aperta del MIR al Presidente della Repubblica

dalla pagina https://www.pressenza.com/it/2022/01/lettera-aperta-del-mir-al-presidente-della-repubblica/

(Foto di Giorgio Mancuso)

Ill.mo Signor Presidente,

alla scadenza del suo mandato di Presidente, nel ringraziarla per quanto ha fatto per tenere unita la nazione nella fedeltà alla Costituzione, le scrivo per chiederle di fare un significativo gesto a favore della pace. Di quella pace invocata da Papa Francesco, da lei giustamente stimato, che richiede un «impegno collettivo concreto a favore del disarmo integrale», come ha scritto il Santo Padre nel messaggio inviato lo scorso 30 ottobre al Forum di Parigi sulla pace, col quale chiedeva alle autorità mondiali di cambiare il sistema «fondato sull’equilibrio delle dotazioni di armamenti», che ha portato ad accrescere le spese militari senza offrire garanzie di pace, sottraendo invece risorse alle reali necessità dell’umanità e della natura.

Su questa linea, 50 premi Nobel hanno fatto il mese scorso un appello per ridurre le spese militari del due per cento all’anno. Penso che la maggioranza della popolazione italiana e mondiale condivida questo appello. Presidente, unisca la sua voce a quella di chi per la pace cred
e sia da preferire la via della nonviolenza e del disarmo!

Ora che è al termine del suo mandato, dica sinceramente se ritiene giusto avere in Italia armi nucleari pronte a distruggere intere città considerate nemiche, con i loro abitanti, dai neonati agli anziani.

Abbiamo apprezzato le sue parole dette il 15 novembre a Siena, a proposito del dramma dei migranti bloccati tra Bielorussia e Polonia: «E’ sconcertante il divario tra i grandi principi proclamati e non tenere conto della fame e del freddo cui sono esposti esseri umani ai confini dell’UE». Analogamente credo che dovremmo tutti, a partire dal Presidente dell’Italia, provare sconcerto vedendo il divario tra il principio proclamato nell’articolo 11 della Costituzione «L’Italia ripudia la guerra» e la presenza di armi nucleari nelle basi militari di Aviano e di Ghedi. Questo sconcerto lo prova la maggioranza degli italiani, che, secondo un sondaggio, all’87% sono favorevoli all’adesione dell’Italia al TPNW (Trattato dell’ONU di messa al bando delle armi nucleari), votato da 122 stati il 7 luglio 2017 e entrato in vigore il 22 gennaio 2021.

L’umanità non può rischiare una guerra atomica; il suo solo inizio, anche per errore, sarebbe un’ecatombe. Così il Papa a Hiroshima ha ripetuto: «L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche». L’inerzia di fronte all’enormità delle tragedie che le armi atomiche possono causare, è una colpa grave di cui l’Italia, il suo popolo e le sue Istituzioni, non devono più continuare a macchiarsi. Oggi bisogna agire per rendere impossibile un tale crimine contro l’umanità.

Presidente, in occasione del primo anniversario dell’entrata in vigore del TPNW, il 22 gennaio, faccia un appello al Governo, come Presidente della Repubblica e come Presidente del Consiglio​ supremo della difesa (anche civile non armata), affinché l’Italia aderisca al Trattato e intanto partecipi come Stato osservatore alla prima conferenza degli Stati Parti del TPNW, che si terrà a Vienna nel prossimo mese di marzo.

Nel ringraziarLa per l’attenzione che vorrà riservare a questa richiesta, Le porgo un cordiale augurio di pace.

Ivrea, 6 gennaio 2022

Pierangelo Monti – Presidente del MIR (Movimento Internazionale della Riconciliazione)

 

venerdì 7 gennaio 2022

Bibbia News: donne, Parola di Dio, segni dei tempi

Al via un percorso in tre serate

Dopo le ottime esperienze delle prime due edizioni ritorna “Bibbia news. Donne, parola di Dio e segni dei tempi”, la proposta di Presenza Donna per leggere insieme la Scrittura e il mondo che oggi abitiamo, all’insegna del confronto e della condivisione. L’iniziativa si svilupperà nell’arco di tre incontri, mercoledì 26 gennaio, 2 febbraio e 9 febbraio 2022, secondo una particolare modalità di approccio al testo biblico e all’ordinarietà di ciò che viviamo. Interpellate e interpellati dalla realtà, come credenti che in una mano tengono la Bibbia e nell’altra il giornale, per rimandare alla celebre immagine di Karl Barth.

Il percorso accosterà alcune figure profetiche alle notizie che vengono dai differenti mondi (politico, culturale, ecclesiale) nei quali siamo immersi. I profeti propongono una lettura di fede della situazione del loro tempo, confrontandosi con l’attualità e pertanto incontreremo il profeta Amos, che a fronte dell’ingiustizia sociale pone la domanda su quale denuncia fare per un cambiamento. Il profeta Osea, che anche rispetto all’amore liquido dei nostri tempi chiede la verifica di quale stabilità ci sia negli affetti. Il profeta Malachia, che in tempi che fanno percepire l’irruzione della fine, interroga su quale speranza ci resta.

Ad accompagnare la proposta saranno Donatella Mottin, direttrice del CDS Presenza Donna, e tre professionisti dell’informazione del settimanale diocesano La Voce dei Berici: il direttore Lauro Paoletto e giornalisti Marta Randon e Andrea Frison. La conduzione delle serate è invece affidata al teologo don Dario Vivian.
Gli incontri si terranno tutti presso il Centro Culturale San Paolo (Viale Ferrarin 30, Vicenza) dalle 20.30 alle 22.00.


È possibile partecipare a una singola serata o all’intero percorso, ma i posti sono limitati e la prenotazione obbligatoria tramite e-mail a info@presdonna.it o messaggio WhatsApp al 371 4993198, comunicando il proprio nome e un contatto telefonico. Per partecipare è necessario il possesso del Green pass in osservanza alle norme anti Covid-19 in vigore. Il percorso è proposto dall’associazione Presenza Donna, in collaborazione con La Voce dei Berici e il Centro Culturale San Paolo, ed è realizzato con il contributo del progetto 8xmille della chiesa cattolica. Nella locandina qui sotto e in allegato, che vi invitiamo a diffondere, potete trovare il programma completo.

 

 

Associazione Presenza Donna
Centro Documentazione e Studi

 

mercoledì 5 gennaio 2022

Appello di Greenpeace, Wwf e Legambiente: posizione chiara sulla tassonomia Ue

dalla pagina https://ilmanifesto.it/litalia-batta-un-colpo-cingolani-esca-dal-fossile/

L’Italia non ha ancora preso posizione sull’inclusione di nucleare e gas nella nuova tassonomia verde europea, che garantirebbe l’accesso ai finanziamenti pubblici e privati per la transizione ecologica, così ieri le tre principali associazioni ambientaliste – Greenpeace, Legambiente e Wwf – sono tornare a bussare alla porta di Roberto Cingolani. «Invece di continuare ad alimentare un dibattito sterile sul nucleare, una tecnologia di produzione di energia superata dalla storia, sarebbe auspicabile che il ministro della Transizione Ecologica e tutto il governo si facessero portavoce di una posizione chiara e avanzata, che non ceda alle lobby del gas fossile e del nucleare, così come hanno fatto altri governi» si legge nell’appello.

Le associazioni ricordano che «da mesi è in corso in Italia un dibattito surreale sul cosiddetto nucleare di quarta generazione, favoleggiato da decenni senza nessuna reale novità tecnologica, e sui piccoli reattori modulari, ancora in fase sperimentale». Un dibattito mosso da dichiarazioni «inopportune» del ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, indicato dal Movimento 5 Stelle nel governo Draghi. Dichiarazioni «che hanno distolto l’attenzione sulle tecnologie che usano le fonti rinnovabili già a disposizione sul mercato, che sono in grado di produrre elettricità a costi di gran lunga inferiori senza emettere anidride carbonica, né produrre scorie radioattive o aumentare i rischi di incidenti catastrofici».

In Italia ci sono stati due referendum contro il nucleare, nel 1987 e nel 2011, e siccome questo strumento serve solo per abrogare norme non ha senso annunciare un referendum per il nuclare, come ha fatto la Lega. Le associazione ambientaliste nell’appello ricordano al governo che i reattori di quarta generazione, al centro di programmi di ricerca in corso da 20 anni senza grandi risultati, sono del tutto fuori gioco rispetto alla data di riferimento del 2030, quando l’Italia dovrà aver tagliato del 55% delle emissioni di gas climalteranti (rispetto ai livelli del 1990). «Al netto di tutti i problemi irrisolti legati alla produzione di energia dall’atomo con la costruzione di centrali nucleari di terza generazione, l’unica attualmente disponibile (la sicurezza delle centrali, lo smaltimento definitivo delle scorie, il decomissioning degli impianti chiusi, il costo di produzione per kilowattora), investire in questa forma di produzione di energia sarebbe una scelta assolutamente contraddittoria con l’urgenza di ridurre le emissioni per contenere il riscaldamento globale a 1,5°C» sottolineano le associazioni.

In Europa, ormai, il peso del nucleare è caduto dal 17% al 10% dei soli impieghi elettrici, mentre i nuovi reattori di terza generazione faticano a vedere la luce nei paesi in cui sono in costruzione: l’esempio più indicativo è quello della centrale Flamanville 3, in Francia, che avrebbe dovuto entrare in funziona nel 2012 e forse lo farà nel 2022. Sul fronte dei costi della bolletta, puntare sul nucleare sarebbe un vero suicidio: secondo il World Nuclear Industry Status Report, nel 2020 produrre 1 kilowattora (kWh) di elettricità con il fotovoltaico è costato in media nel mondo 3,7 centesimi di dollaro, con l’eolico 4, con nuovi impianti nucleari 16,3.
«Spero vivamente che il nostro governo, che si definisce ambientalista, si esprima finalmente in modo chiaro contro questo imbroglio. L’esecutivo prenda spunto dalle posizioni avanzate già espresse da alcuni governi, come quello spagnolo, austriaco o lussemburghese, o come quella del ministro verde tedesco dell’Economia e del Clima Habeck, piuttosto che allinearsi agli interessi del blocco di Stati guidato dalla Francia e delle lobby di fossili e atomo» ha detto Rossella Muroni, deputata della componente del gruppo Misto FacciamoEco.

Apre invece al nucleare Italia Viva: secondo il presidente, Ettore Rosato, sui temi legati all’energia occorre «eliminare la demagogia». Tenta un’analisi più approfondita Salvini, ingegnere ambientale un tanto al chilo: «Bene l’Europa che vuole inserire gas e nucleare tra le energie pulite. È l’unico modo, anche per l’Italia, per limitare le emissioni da carbone e ottenere bollette meno care per famiglie e imprese» dice il leader della Lega.

_______________________________

 

dalla pagina https://comune-info.net/verde-nucleare/

Verde nucleare

Salvatore Palidda 

La Commissione europea si appresta a classificare il nucleare come energia verde. Nello stesso tempo definirà il gas “energia di transizione”, a seguito dei negoziati con Francia e Germania. Certo, il parco dei reattori francesi è vecchio e ad alto rischio e lo smaltimento delle scorie radioattive resta un problema ma, dice l’Europa, tutto sommato sono quisquilie  

Nel Consiglio europeo del 21 e 22 ottobre, i capi di Stato e dei governi europei avevano fatto pressione sulla Commissione per decidere, a fine novembre, della sorte che si sarebbe riservata al nucleare e al gas nella tassonomia, cioè nella classificazione delle attività economiche in funzione delle loro emissioni di CO2 e delle loro conseguenze sull’ambiente. Ursula von der Leyen, la presidente dell’esecutivo comunitario, aveva promesso che sarebbe stata cosa fatta prima del successivo incontro del 16 dicembre. Invece non è stato così; Angela Merkel, che aveva gestito il dossier dopo che i Ventisette l’hanno criticata non ha smesso di rimandare il suo arbitraggio, e ormai si deve aspettare gennaio. Se tutto va come previsto, la Commissione presenterà il suo progetto il 18 gennaio.

Ricordiamo che i paesi europei hanno deciso il raggiungimento dalla neutralità carbone nel 2050, mentre la dipendenza dal gas russo inquieta e i prezzi dell’energia esplodono; si tratta di una posta in gioco cruciale.

«Noi siamo assai vicini alla finalizzazione del nostro lavoro sulla tassonomia, che includerà sia il gas che il nucleare», ha detto il commissario al mercato interno, Thierry Breton, in una intervista al quotidiano tedesco Die Welt, il 17 dicembre. A grandi linee, «l’arbitraggio politico è concluso», abbonda un diplomatico. Sembra, in effetti, acquisito che l’atomo sarà considerato come una energia verde e il gas come energia di transizione. Ma a certe condizioni, che, restano ancora a precisare e che si apparentano a un vero e proprio rompicapo cinese per Ursula von der Leyen.

Un affare strategico per la Francia

Come scrive Le Monde il 9 novembre 2021, il presidente Macron ha precisato la finalità della sua transizione energetica annunciando la decisa volontà di rilanciare il programma nucleare francese, facendone anche uno dei punti chiave per la sua rielezione a presidente della Francia. Questo paese vanta di essere il paese europeo più de-carbonizzato d’Europa poiché ha 56 centrali nucleari e 70 per cento d’elettricità è d’origine nucleare. Secondo la sua concezione di energia verde, che è la stessa che prevale in tutti i governi europei, il nucleare sarebbe per eccellenza energia verde (SIC!). E questo nonostante il parco dei reattori francesi sia assai vecchio e ad alto rischio, rischio che ovviamente riguarda anche tutta l’Europa. Si tratta infatti di centrali costruite fra il ‘70 e il ‘90, il secondo parco nucleare del mondo dopo quello degli Stati-Uniti, ma con un’età media di trentasei anni. I rischi di incidenti, cioè di esplosioni e fuoruscite di radioattività sono sempre più alti nonostante le autorità francesi li minimizzano e cercano sempre di occultarli come uno dei più importanti segreti di stato. Ricordiamo anche che l’annoso e irrisolvibile problema dello smaltimento delle scorie radioattive prodotte dalle centrali diventa gravissimo per la Francai e per tutta l’Europa (e persino per l’Italia dove non ci facciamo mancare anche lo scandalo Sogin). E poiché quasi tutte le centrali francesi dovranno essere chiuse prima della metà di questo secolo, Macron ne propone appunto un rinnovo e rilancio che vorrebbe essere anche modello trainante per tutta l’Europa. Ricordiamo fra l’altro che la Francia non ha mai cessato di accumulare uranio facendo ricorso anche al traffico di quello estratto persino da ragazzini al soldo di criminali in Congo e altrove, non lesinando i suoi interventi militari neocoloniali nell’Africa subsahariana come in Libia a caccia delle cosiddette “terre rare” – fra cui l’uranio – in concorrenza con l’Italia e altri paesi. L’opera di madame Anne Lauvergeon, chiamata madame Areva (la società del nucleare creata da Mitterrand nel 2001) è stata ed è ancora scandalosamente impressionante (questa Madame già nel 2009 si vantava che la France era diventata il primo produttore mondiale di uranio e di averne accumulato abbastanza da poter costruire almeno 250 nuove centrali nucleari per … tutta l’Europa).

Ecco quindi perché la Francia è il paese che ha fatto più pressioni sulla Commissione europea per sancire il principio che “il nucleare è energia verde”. Ed ecco anche la solerzia di Macron nel firmare il nuovo trattato con l’Italia, cioè con Draghi e Cingolani che sono ferventi sostenitori di tale “energia verde” come tutti parlamentari (Pd in testa, tranne forse qualche decina) e quindi potenziali partner del nucleare francese classificato come verde per tutta l’Europa.

La Germania rosa-verde-arancione ci salverà dal nucleare «verde»?

Per evitare il conflitto con la Francia ma anche dentro la sua coalizione di governo con i verdi, Olaf Scholz, che ha da poco preso il posto della Merkel, ha detto che “la tassonomia è un argomento piccolissimo” (alla conferenza stampa congiunta con Emmanuel Macron, dopo il Consiglio europeo del 16 dicembre). Ma la Germania ha scelto di uscire dal nucleare e Olaf Scholz rischia perché i Verdi sono contro il nucleare e anche contro il gas. La Spd – il partito di Olaf Scholz – dice che si può vivere di gas, ma che è molto contraria all’atomo … Durante la riunione del consiglio del 16 dicembre Olaf Scholz è stato molto fermo sul suo rifiuto di includere l’energia nucleare nella tassonomia. Per soddisfare la sua maggioranza Olaf Scholz vuole che la parola transizione sia in qualche modo collegata al nucleare nel senso di definire il nucleare energia di transizione riferendosi agli impianti di terza generazione che sono una tecnologia di transizione. Così suggeriscono alcuni euroburocrati. Ma resta da stabilire sino a quando gli investimenti in questo tipo di impianto saranno ammissibili: per alcuni il 2040, per i francesi il 2050 che è la scadenza entro la quale l’Unione Europea s’è impegnata per la neutralità carbonio. La Commissione sta anche cercando di regolamentare la questione del trattamento delle scorie nucleari. I francesi dicono di riciclare già parte delle scorie nucleari presso l’impianto di La Hague. Ma resta alto il dubbio sulla possibilità di uno smaltimento effettivo ed efficace. Intanto il gas è definito «energia di transizione» e «rimpiazzo del carbone nel rispetto di certe norme tecniche». Si tratta quindi di definire, per le centrali, una soglia massima d’emissioni di CO2 e un numero massimo di ore d’attività e anche a cominciare da quando il gas non sarà più usato.

Un compromesso difficile

Oltre al dibattito in seno al governo tedesco e fra questo e gli altri, la classificazione del gas come energia di transizione suscita l’ostilità di diversi Stati membri dell’UE, in particolare fra i paesi dell’Europa dell’Est, Polonia e Ungheria in testa, perché pensano di sostituire le centrali a carbone con quelle a gas e vorrebbero un’Europa meno dipendente dal gas russo.

Ecco perché il compromesso appare molto difficile e la celebre promessa del Green Deal da parte di Ursula von der Leyen, quando si insediò come presidente della Commissione, sembra quasi del tutto scomparsa. Sicuramente la Germania voterà contro il testo che la Commissione presenterà il 18 gennaio e lo stesso faranno l’Austria e il Lussemburgo. Ma «l’idea è che Berlino avrà quantomeno implicitamente validato la copia di Bruxelles. In altre parole Berlino continuerà a sostenere Ursula von der Leyen e la coalizione non sarà in pericolo».

 

martedì 4 gennaio 2022

Il mercato del lavoro non funziona. Ma non ditelo a Confindustria

dalla pagina Il mercato del lavoro non funziona. Ma non ditelo a Confindustria (altreconomia.it) 

L’Italia ha un basso numero di occupati (circa 27 milioni, incluso il “nero”), un infimo livello delle retribuzioni e una profonda disparità salariale tra donne e uomini. Eppure ci si racconta che il “problema” è la mancanza di lavoratori disposti a faticare. Che cosa fare per migliorare le condizioni reali della popolazione? L’analisi di Alessandro Volpi

© Umit Yildirim - Unsplash

Secondo gli ultimi dati dell’Inps, in Italia le persone che lavorano sono 23 milioni. Se anche si aggiungono i 3,5 milioni di lavoratori in nero, si arriva a poco meno di 27 milioni, ben 7 milioni in meno della Francia che ha un numero di abitanti non distante da quello del nostro Paese. Dietro questi numeri si pone uno dei problemi principali del contesto italiano. Non basta che cresca il Pil: se non si amplia il numero dei lavoratori e le loro retribuzioni -due elementi decisamente connessi tra loro- le condizioni reali della popolazione non miglioreranno.

Soprattutto non saranno sostenibili il sistema pensionistico e neppure quello del welfare che, peraltro, dovrà far fronte a una spesa crescente per gli ammortizzatori sociali. Alla luce di ciò, è evidente che l’attuale mercato del lavoro, frammentato, spesso de-contrattualizzato e con livelli retributivi molto bassi non funziona.

A questo dato se ne aggiunge un altro. Nel nostro Paese nonostante 2,3 milioni di disoccupati e un vero e proprio esercito di inoccupati, secondo le stime dell’Istat ci sarebbero 400mila posti di lavoro che non trovano profili professionali adeguati. Un simile tema merita, tuttavia, qualche considerazione in più, al di là del fin troppo ostentato stupore e delle lamentele “confindustriali”. In primo luogo, bisognerebbe legare, in tali statistiche, il posto da coprire alle condizioni salariali e contrattuali, alle sue localizzazioni geografiche e al sistema dei collegamenti infrastrutturali da utilizzare per raggiungerlo; dati che invece, spesso, non vengono riportati ma, al contrario, ritenuti irrilevanti. Esiste però un elemento ancora più decisivo. È ovvio infatti che la difficoltà ad avere profili qualificati dipende in larga parte da un mercato del lavoro dominato dal precariato, da contratti di brevissima durata, spesso non rinnovati, che lasciano i lavoratori in una condizione di costante incertezza. A lungo ha prevalso l’idea secondo cui era meglio qualunque lavoro piuttosto che nessun lavoro, ma questo ha finito per generare una dequalificazione e un demansionamento destinato a provocare poi la mancanza di lavoratori con adeguate competenze. In quest’ambito, la formazione è altrettanto di frequente uno strumento indefinito e indefinibile, non facilitata da un sistema universitario e da realtà associative che non hanno risorse e visione necessarie. Dunque la retorica costruita sulla mancanza di lavoratori disponibili a lavorare andrebbe largamente rivista.

Come già accennato in apertura, in Italia su circa 37 milioni di persone in età da lavoro, gli occupati con continuità sono solo 23 milioni. I cassaintegrati, i titolari di Naspi e di reddito di cittadinanza sono 5 milioni e i Neet, le persone che non lavorano e non studiano sono 2,1 milioni. È evidente che un Paese con una base di occupati così esigua e con un numero di sussidiati così ampio è estremamente fragile in termini sociali; occorre quindi davvero tornare a legare indissolubilmente cittadinanza e lavoro a partire da una sua vera riqualificazione.

L’Istituto nazionale per le analisi delle politiche pubbliche ha preparato un rapporto su “Gender policies” da cui emerge che nei mesi successivi alla pandemia il 49,6% dei contratti delle donne è a tempo parziale contro il 26,6% degli uomini. Lo stesso rapporto sostiene che uno strumento per ridurre tale divario sarebbe quello del salario minimo, date le più basse retribuzioni femminili. Nel caso italiano, secondo l’Istituto, con un salario minimo di 9 euro l’ora, il 16,5% degli uomini impiegati avrebbe un adeguamento contro il 23,3% delle donne. Certo, bisognerebbe aggiungere che è indispensabile una più regolare contrattualizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici. Solo per citare un dato, eclatante, con il “superbonus” si sono iscritte alle Camere di commercio ben 11mila nuove società edili, gran parte delle quali non applica il contratto dell’edilizia, ma contratti ben più convenienti e magari con “costi” più bassi sulla sicurezza. È chiaro che un mutamento normativo, finalizzato a valorizzare il lavoro e non solo a cercare di crearlo ad ogni costo, sarebbe necessario. Forse sarebbe necessario, in primis, un Parlamento, ma così stiamo davvero chiedendo troppo.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento.

 

domenica 2 gennaio 2022

Il Papa: in un mondo lacerato dalle violenze, rimboccarsi le maniche e costruire la pace

dalla pagina https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2022-01/papa-francesco-angelus-1-gennaio-2022.html

Francesco nel primo Angelus del 2022 per la solennità della Madre di Dio: “Guardando a Maria con in braccio suo Figlio, penso alle giovani madri e ai loro bambini in fuga da guerre e carestie o in attesa nei campi per i rifugiati”. L’appello per la Giornata Mondiale della Pace: “Il perdono spegne il fuoco dell’odio. Andiamo a casa pensando: pace, pace, pace!”

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

Rimboccarsi le maniche per “costruire la pace” e divenire così “artigiani di fraternità” in un mondo “lacerato da guerre e violenze”, in “tempi incerti e difficili a causa della pandemia” e in mezzo a tanti uomini e tante donne “intimoriti dal futuro e appesantiti da situazioni sociali, da problemi personali, dai pericoli che provengono dalla crisi ecologica, da ingiustizie e da squilibri economici planetari”. Nel primo Angelus del 2022, per la Solennità della Madre di Dio, Francesco dalla finestra del Palazzo Apostolico offre un'indicazione chiara per questo nuovo anno appena iniziato. [...]

continua


La fine del mondo allo specchio

dalla pagina https://jacobinitalia.it/la-fine-del-mondo-allo-specchio/

Lorenzo Zamponi 30 Dicembre 2021

«Don't look up» riflette il dibattito sulla scienza di questi anni. Ma la lezione più importante riguarda il capitalismo e la sua presa mortale su media e politica: è questa la vera minaccia per l’umanità. Le reazioni di questi giorni gli danno ragione

«Un gigantesco meteorite sta per colpire la Terra, moriremo tutti, ma non frega niente a nessuno. Questa è la premessa. Gli scienziati sono sempre più arrabbiati e urlano in tv ‘Moriremo tutti!’. E su internet li odiano perché continuano a dire questa cosa. E poi alla fine un’azienda scopre che il meteorite ha dei minerali di valore al suo interno. E allora vogliono che davvero colpisca la Terra!».

Così si chiudeva, due anni fa, l’intervista di Jacobin al regista Adam McKay, tradotta per il numero 5 di Jacobin Italia. Quel film è uscito nei cinema di tutto il mondo poche settimane fa, e oggi è in cima alla classifica globale di Netflix. Don’t look up, pensato come metafora della reazione del mondo di fronte all’emergenza climatica, parla di scienza, politica, media e capitalismo, e non poteva che far discutere dopo due anni di pandemia e le fratture profonde prodotte proprio dalla combinazione tra questi elementi nelle nostre società. Ed è proprio quella sul ruolo perverso del capitalismo nel rendere totalmente tossiche, e in ultima istanza dannose per la vita stessa dell’umanità, la politica, i media, e anche la scienza, la riflessione più importante che esce dal film. Il dibattito scatenatosi in questi giorni, purtroppo, lo conferma: quella che vediamo sullo schermo è la nostra realtà, riflessa da uno specchio che non la distorce se non in minimi dettagli.

Don’t look up è una parodia tragicomica del genere disaster, di film come Deep Impact, Armageddon, 2012 o The Day After Tomorrow, in cui catastrofi più o meno naturali minacciano l’umanità, non a caso di gran moda negli anni Novanta e Duemila, dopo la fine della Guerra Fredda, quando Hollywood cercava nuovi antagonisti per l’egemonia americana globale. Un tentativo ambizioso, da parte di McKay, di combinare le due parti della sua carriera: quella comico-demenziale di autore televisivo al Saturday Night Live e regista di commedie di culto con Will Ferrell come Anchorman – La leggenda di Ron Burgundy e quella di filmmaker impegnato in progetti come La grande scommessa, sulla crisi finanziaria del 2008, e Vice, biografia dell’ex vicepresidente americano Dick Cheney, che gli hanno fruttato cinque nomination all’Oscar, per non parlare di Succession, serie tv HBO da lui prodotta, che ritrae con sguardo spietato l’élite globale dei super-ricchi. Ambizioso anche nella scala: un film da 75 milioni di dollari, prodotto dallo stesso McKay, e infarcito di star, da Leonardo Di Caprio a Meryl Streep, da Jennifer Lawrence a Cate Blanchett, da Timothée Chalamet ad Ariana Grande. Un affollamento che forse non aiuta la tenuta del film: tanti temi, tante star, tanti registri diversi, dal sentimentale al grottesco passando per la commedia, forse in totale troppa roba tutta insieme perché la narrazione risulti lineare e non straniante a un pubblico educato alla perfetta sequenzialità disneyana dei film Marvel. Ma avrebbe senso un film come questo, così radicato nei drammi fondamentali della nostra epoca, e così grottescamente e paradossalmente realistico, senza un certo straniamento dello spettatore?

Il tema della scienza e dei suoi oppositori è al centro del film fin dalla premessa: cosa succederebbe se, nella scena iniziale di ogni disaster movie, gli scienziati autori di una scoperta terribile si trovassero di fronte, alla Casa Bianca, una presidente ossessionata dai sondaggi e priva di qualunque scrupolo nell’ingannare la sua base ultraconservatrice? Pur trattandosi di una storia scritta prima della pandemia, è difficile non vedere riflesse sullo schermo le battaglie negazioniste delle destre di Trump e Bolsonaro sul Covid-19, dietro allo slogan «Don’t look up!» («Non guardare in alto») lanciato dalla presidente quando la cometa destinata a colpire la Terra risulta visibile a occhio nudo. La tendenza diffusa delle destre più reazionarie a costruire violente campagne propagandistiche antiscientifiche per distogliere l’attenzione da realtà concrete e pericolosissime come la pandemia da Covid-19 e l’emergenza climatica è un tema centrale del film, che darebbe spesso la sensazione di calcare troppo la mano sugli aspetti parossistici e grotteschi della vicenda, se non si trattasse di scene che abbiamo visto tutti e tutte con i nostri occhi in questi anni.

Ma letture alla Idiocracy reggono poco. L’idea che la battaglia del nostro tempo sia quella tra la scienza «peer-reviewed», come ripetono spesso i protagonisti, e un popolo di zoticoni ignoranti che non accetta le verità ufficiali, è una lettura, per quanto diffusa tra i commentatori liberal anche in Italia, piuttosto superficiale di Don’t look up. Nel film la scienza è tutt’altro che una pura verità intoccabile difesa da scienziati-sacerdoti incorruttibili ed elitari, alla Roberto Burioni: dalle contraddizioni tra popolarità televisiva e rigore della ricerca ai tentativi di cooptazione da parte della politica, fino all’implicita ma evidente corruzione da parte di Big Tech, la vicenda è costellata di episodi che invitano a riflettere sulla scienza come campo soggetto a forze diverse e attraversato da violenti conflitti. Tanto che la stessa giovane dottoranda interpretata da Jennifer Lawrence, pur rappresentando nella vicenda la scienza «peer-reviewed», finisce accusata di complottismo dalle stesse narrazioni ufficiali. A sabotare le soluzioni proposte dai protagonisti per salvare il pianeta, del resto, non è l’ignoranza delle persone, o la loro incapacità di accedere alla scienza «peer-reviewed», ma, molto banalmente, il capitalismo. Nella distopia reale di Don’t look up, come in quella in cui viviamo, il vero problema della ricerca scientifica è chi la manovra e chi la finanzia, vedi Great Barrington Declaration, negazionismo climatico e molte altre questioni di cui ci siamo già occupati.

Le armi decisive contro ogni tentativo di prendere seriamente l’emergenza, in Don’t look up, sono la politica, con la sua capacità di dividere le persone in guerre culturali prive di contatto con la realtà concreta e materiale, e i media, che cavalcano queste guerre culturali per costruire nicchie di consumo da nutrire e mobilitare in un chiacchiericcio senza costrutto. Ma il supervillain del film non è la presidente trumpiana interpretata da Meryl Streep, né i due host televisivi rappresentati da Tyler Perry e Cate Blanchett: il vero antagonista è chi finanzia, compra e, in ultima istanza, manovra politica e media, e cioè il capitale, incarnato da un multimiliardario delle telecomunicazioni con l’aria da guru interpretato da Mark Rylance, una specie di somma vettoriale tra Steve Jobs, Mark Zuckerberg, Jeff Bezos e Elon Musk. Gli interessi economici di Big Tech sovrastano tutto e tutto manovrano, compresa la scienza, in parte asservita, per amore o per forza, a quegli stessi interessi. Del resto, se la cometa rappresenta l’emergenza climatica, chi più dei miliardari della Silicon Valley sta investendo sulla creazione di fantasmagoriche soluzioni tecnologiche che le permettano di continuare a inquinare e fare profitti, invece di affrontare le contraddizioni del capitalismo fossile? A sconvolgere continuamente la giovane dottoranda interpretata da Jennifer Lawrence non è l’ignoranza degli americani o la loro presunta stupidità, ma l’arroganza meschina del potere. A tormentarla fino alla fine è il ricordo del generale che, durante una lunga attesa alla Casa Bianca, ha chiesto dei soldi per portare degli snack in realtà disponibili gratuitamente: pura espressione di potere e del modo gretto e miope con cui viene esercitato. Gli stupidi ignoranti che mettono in pericolo la vita sulla Terra sono i membri dell’élite, di cui la stessa dottoranda dirà: “Non sono abbastanza intelligenti per essere cattivi”.

Nel film, come nella distopia reale in cui viviamo, è il capitalismo a minacciare la vita sulla Terra, con una forza d’impatto su media, politica e scienza che ricorda, più che Burioni o l’élite liberal, il pessimismo critico di Noam Chomsky, o, più classicamente, il marxismo. Adam McKay, del resto, è un socialista convinto, militante dei Democratic Socialists of America e sostenitore di Bernie Sanders, così come il coautore della sceneggiatura è David Sirota, giornalista investigativo, firma di Jacobin e tra i più stretti collaboratori di Sanders durante la campagna presidenziale del 2020. Più che un’allegoria hanno firmato una rappresentazione grottescamente speculare della realtà in cui viviamo. Chiedersi se convincerà o meno il pubblico a fare qualcosa rispetto all’emergenza climatica ha senso fino a un certo punto: se parlasse anche solo a uno zoomer disincantato come quello interpretato da Chalamet, convincendolo a scambiare il cinismo con l’azione, avrebbe fatto molto più del dovuto. Nel frattempo, ha messo in scena una distopia talmente identica al nostro mondo che è difficile non risultarne inquietati. 

Il quadro spietato del ruolo tossico dei media che Don’t look up tratteggia, oltre che l’ostilità che McKay con Vice e Sirota con il suo lavoro per Sanders si sono attirati nel commentariato liberal, spiegano in parte le critiche raccolte dal film negli Stati uniti e altrove, nonostante il successo di pubblico. E del resto il dibattito scatenatosi in questi giorni conferma in gran parte la diagnosi del film: tra chi liquida il film come fazioso, chi si concentra su dettagli insignificanti come la pettinatura di Di Caprio, chi si sdilinquisce per Ariana Grande senza dedicare un attimo al resto, chi tuona contro le star hollywoodiane che si permettono di farci la morale, chi dice che è troppo arrogante e non convincerà nessuno, le reazioni social sono molto simili a quelle che vediamo nel film stesso. Nella realtà come nella narrazione cinematografica, meccanismi politici e mediatici strutturalmente costruiti per segmentare la popolazione in nicchie culturali autoreferenziali che si concentrano su aspetti totalmente marginali della realtà impediscono alle persone di fare i conti con la realtà stessa, anche quando ha la forma di una gigantesca cometa diretta verso il nostro pianeta. 

Anche di fronte al film che ci racconta questo, reagiamo riproponendo in maniera pavloviana ciò che la nostra bolla si aspetta, o ciò che ci distingue, o ciò che tira acqua al mulino di una o dell’altra delle nicchie della guerra culturale del ventunesimo secolo, cercando in Don’t look up una conferma o meno del nostro posizionamento rispetto alla gestione della pandemia, ai vaccini, alla politica americana, al populismo, o al ruolo di Netflix nell’industria dell’intrattenimento. E, come i personaggi del film, ignoriamo il punto, cioè la gigantesca cometa che si sta fiondando verso di noi. Il capitalismo mette a rischio la nostra vita, come persone e come specie. Il giorno in cui decideremo di guardare in alto e prendere atto di questa semplice realtà non sarà mai troppo presto.

*Lorenzo Zamponi, ricercatore in sociologia, si occupa di movimenti sociali e partecipazione politica. È coautore di Resistere alla crisi (Il Mulino).