domenica 2 gennaio 2022

La fine del mondo allo specchio

dalla pagina https://jacobinitalia.it/la-fine-del-mondo-allo-specchio/

Lorenzo Zamponi 30 Dicembre 2021

«Don't look up» riflette il dibattito sulla scienza di questi anni. Ma la lezione più importante riguarda il capitalismo e la sua presa mortale su media e politica: è questa la vera minaccia per l’umanità. Le reazioni di questi giorni gli danno ragione

«Un gigantesco meteorite sta per colpire la Terra, moriremo tutti, ma non frega niente a nessuno. Questa è la premessa. Gli scienziati sono sempre più arrabbiati e urlano in tv ‘Moriremo tutti!’. E su internet li odiano perché continuano a dire questa cosa. E poi alla fine un’azienda scopre che il meteorite ha dei minerali di valore al suo interno. E allora vogliono che davvero colpisca la Terra!».

Così si chiudeva, due anni fa, l’intervista di Jacobin al regista Adam McKay, tradotta per il numero 5 di Jacobin Italia. Quel film è uscito nei cinema di tutto il mondo poche settimane fa, e oggi è in cima alla classifica globale di Netflix. Don’t look up, pensato come metafora della reazione del mondo di fronte all’emergenza climatica, parla di scienza, politica, media e capitalismo, e non poteva che far discutere dopo due anni di pandemia e le fratture profonde prodotte proprio dalla combinazione tra questi elementi nelle nostre società. Ed è proprio quella sul ruolo perverso del capitalismo nel rendere totalmente tossiche, e in ultima istanza dannose per la vita stessa dell’umanità, la politica, i media, e anche la scienza, la riflessione più importante che esce dal film. Il dibattito scatenatosi in questi giorni, purtroppo, lo conferma: quella che vediamo sullo schermo è la nostra realtà, riflessa da uno specchio che non la distorce se non in minimi dettagli.

Don’t look up è una parodia tragicomica del genere disaster, di film come Deep Impact, Armageddon, 2012 o The Day After Tomorrow, in cui catastrofi più o meno naturali minacciano l’umanità, non a caso di gran moda negli anni Novanta e Duemila, dopo la fine della Guerra Fredda, quando Hollywood cercava nuovi antagonisti per l’egemonia americana globale. Un tentativo ambizioso, da parte di McKay, di combinare le due parti della sua carriera: quella comico-demenziale di autore televisivo al Saturday Night Live e regista di commedie di culto con Will Ferrell come Anchorman – La leggenda di Ron Burgundy e quella di filmmaker impegnato in progetti come La grande scommessa, sulla crisi finanziaria del 2008, e Vice, biografia dell’ex vicepresidente americano Dick Cheney, che gli hanno fruttato cinque nomination all’Oscar, per non parlare di Succession, serie tv HBO da lui prodotta, che ritrae con sguardo spietato l’élite globale dei super-ricchi. Ambizioso anche nella scala: un film da 75 milioni di dollari, prodotto dallo stesso McKay, e infarcito di star, da Leonardo Di Caprio a Meryl Streep, da Jennifer Lawrence a Cate Blanchett, da Timothée Chalamet ad Ariana Grande. Un affollamento che forse non aiuta la tenuta del film: tanti temi, tante star, tanti registri diversi, dal sentimentale al grottesco passando per la commedia, forse in totale troppa roba tutta insieme perché la narrazione risulti lineare e non straniante a un pubblico educato alla perfetta sequenzialità disneyana dei film Marvel. Ma avrebbe senso un film come questo, così radicato nei drammi fondamentali della nostra epoca, e così grottescamente e paradossalmente realistico, senza un certo straniamento dello spettatore?

Il tema della scienza e dei suoi oppositori è al centro del film fin dalla premessa: cosa succederebbe se, nella scena iniziale di ogni disaster movie, gli scienziati autori di una scoperta terribile si trovassero di fronte, alla Casa Bianca, una presidente ossessionata dai sondaggi e priva di qualunque scrupolo nell’ingannare la sua base ultraconservatrice? Pur trattandosi di una storia scritta prima della pandemia, è difficile non vedere riflesse sullo schermo le battaglie negazioniste delle destre di Trump e Bolsonaro sul Covid-19, dietro allo slogan «Don’t look up!» («Non guardare in alto») lanciato dalla presidente quando la cometa destinata a colpire la Terra risulta visibile a occhio nudo. La tendenza diffusa delle destre più reazionarie a costruire violente campagne propagandistiche antiscientifiche per distogliere l’attenzione da realtà concrete e pericolosissime come la pandemia da Covid-19 e l’emergenza climatica è un tema centrale del film, che darebbe spesso la sensazione di calcare troppo la mano sugli aspetti parossistici e grotteschi della vicenda, se non si trattasse di scene che abbiamo visto tutti e tutte con i nostri occhi in questi anni.

Ma letture alla Idiocracy reggono poco. L’idea che la battaglia del nostro tempo sia quella tra la scienza «peer-reviewed», come ripetono spesso i protagonisti, e un popolo di zoticoni ignoranti che non accetta le verità ufficiali, è una lettura, per quanto diffusa tra i commentatori liberal anche in Italia, piuttosto superficiale di Don’t look up. Nel film la scienza è tutt’altro che una pura verità intoccabile difesa da scienziati-sacerdoti incorruttibili ed elitari, alla Roberto Burioni: dalle contraddizioni tra popolarità televisiva e rigore della ricerca ai tentativi di cooptazione da parte della politica, fino all’implicita ma evidente corruzione da parte di Big Tech, la vicenda è costellata di episodi che invitano a riflettere sulla scienza come campo soggetto a forze diverse e attraversato da violenti conflitti. Tanto che la stessa giovane dottoranda interpretata da Jennifer Lawrence, pur rappresentando nella vicenda la scienza «peer-reviewed», finisce accusata di complottismo dalle stesse narrazioni ufficiali. A sabotare le soluzioni proposte dai protagonisti per salvare il pianeta, del resto, non è l’ignoranza delle persone, o la loro incapacità di accedere alla scienza «peer-reviewed», ma, molto banalmente, il capitalismo. Nella distopia reale di Don’t look up, come in quella in cui viviamo, il vero problema della ricerca scientifica è chi la manovra e chi la finanzia, vedi Great Barrington Declaration, negazionismo climatico e molte altre questioni di cui ci siamo già occupati.

Le armi decisive contro ogni tentativo di prendere seriamente l’emergenza, in Don’t look up, sono la politica, con la sua capacità di dividere le persone in guerre culturali prive di contatto con la realtà concreta e materiale, e i media, che cavalcano queste guerre culturali per costruire nicchie di consumo da nutrire e mobilitare in un chiacchiericcio senza costrutto. Ma il supervillain del film non è la presidente trumpiana interpretata da Meryl Streep, né i due host televisivi rappresentati da Tyler Perry e Cate Blanchett: il vero antagonista è chi finanzia, compra e, in ultima istanza, manovra politica e media, e cioè il capitale, incarnato da un multimiliardario delle telecomunicazioni con l’aria da guru interpretato da Mark Rylance, una specie di somma vettoriale tra Steve Jobs, Mark Zuckerberg, Jeff Bezos e Elon Musk. Gli interessi economici di Big Tech sovrastano tutto e tutto manovrano, compresa la scienza, in parte asservita, per amore o per forza, a quegli stessi interessi. Del resto, se la cometa rappresenta l’emergenza climatica, chi più dei miliardari della Silicon Valley sta investendo sulla creazione di fantasmagoriche soluzioni tecnologiche che le permettano di continuare a inquinare e fare profitti, invece di affrontare le contraddizioni del capitalismo fossile? A sconvolgere continuamente la giovane dottoranda interpretata da Jennifer Lawrence non è l’ignoranza degli americani o la loro presunta stupidità, ma l’arroganza meschina del potere. A tormentarla fino alla fine è il ricordo del generale che, durante una lunga attesa alla Casa Bianca, ha chiesto dei soldi per portare degli snack in realtà disponibili gratuitamente: pura espressione di potere e del modo gretto e miope con cui viene esercitato. Gli stupidi ignoranti che mettono in pericolo la vita sulla Terra sono i membri dell’élite, di cui la stessa dottoranda dirà: “Non sono abbastanza intelligenti per essere cattivi”.

Nel film, come nella distopia reale in cui viviamo, è il capitalismo a minacciare la vita sulla Terra, con una forza d’impatto su media, politica e scienza che ricorda, più che Burioni o l’élite liberal, il pessimismo critico di Noam Chomsky, o, più classicamente, il marxismo. Adam McKay, del resto, è un socialista convinto, militante dei Democratic Socialists of America e sostenitore di Bernie Sanders, così come il coautore della sceneggiatura è David Sirota, giornalista investigativo, firma di Jacobin e tra i più stretti collaboratori di Sanders durante la campagna presidenziale del 2020. Più che un’allegoria hanno firmato una rappresentazione grottescamente speculare della realtà in cui viviamo. Chiedersi se convincerà o meno il pubblico a fare qualcosa rispetto all’emergenza climatica ha senso fino a un certo punto: se parlasse anche solo a uno zoomer disincantato come quello interpretato da Chalamet, convincendolo a scambiare il cinismo con l’azione, avrebbe fatto molto più del dovuto. Nel frattempo, ha messo in scena una distopia talmente identica al nostro mondo che è difficile non risultarne inquietati. 

Il quadro spietato del ruolo tossico dei media che Don’t look up tratteggia, oltre che l’ostilità che McKay con Vice e Sirota con il suo lavoro per Sanders si sono attirati nel commentariato liberal, spiegano in parte le critiche raccolte dal film negli Stati uniti e altrove, nonostante il successo di pubblico. E del resto il dibattito scatenatosi in questi giorni conferma in gran parte la diagnosi del film: tra chi liquida il film come fazioso, chi si concentra su dettagli insignificanti come la pettinatura di Di Caprio, chi si sdilinquisce per Ariana Grande senza dedicare un attimo al resto, chi tuona contro le star hollywoodiane che si permettono di farci la morale, chi dice che è troppo arrogante e non convincerà nessuno, le reazioni social sono molto simili a quelle che vediamo nel film stesso. Nella realtà come nella narrazione cinematografica, meccanismi politici e mediatici strutturalmente costruiti per segmentare la popolazione in nicchie culturali autoreferenziali che si concentrano su aspetti totalmente marginali della realtà impediscono alle persone di fare i conti con la realtà stessa, anche quando ha la forma di una gigantesca cometa diretta verso il nostro pianeta. 

Anche di fronte al film che ci racconta questo, reagiamo riproponendo in maniera pavloviana ciò che la nostra bolla si aspetta, o ciò che ci distingue, o ciò che tira acqua al mulino di una o dell’altra delle nicchie della guerra culturale del ventunesimo secolo, cercando in Don’t look up una conferma o meno del nostro posizionamento rispetto alla gestione della pandemia, ai vaccini, alla politica americana, al populismo, o al ruolo di Netflix nell’industria dell’intrattenimento. E, come i personaggi del film, ignoriamo il punto, cioè la gigantesca cometa che si sta fiondando verso di noi. Il capitalismo mette a rischio la nostra vita, come persone e come specie. Il giorno in cui decideremo di guardare in alto e prendere atto di questa semplice realtà non sarà mai troppo presto.

*Lorenzo Zamponi, ricercatore in sociologia, si occupa di movimenti sociali e partecipazione politica. È coautore di Resistere alla crisi (Il Mulino).

 

 

lunedì 27 dicembre 2021

Vicenza, sabato 1º gennaio 2022, 13º Cammino diocesano di Pace

Parole e Passi di Pace, sabato 1º Gennaio 2022 

Il Cammino di Pace 2022 torna in presenza, dopo l’esperienza on line del 1 Gennaio 2021. 

Ci troveremo presso la Chiesa di San Lorenzo alle ore 15.00 per un primo momento di riflessione biblica mentre alle 16.15 il secondo momento si terrà presso la Chiesa Cattedrale. Non ci saranno manifestazioni e cortei pubblici all'aperto in quanto espressamente vietati in questo periodo. Nel caso fossero promulgate nuove normative più restrittive cercheremo di informare il più presto possibile gli eventuali necessari cambiamenti di programma, in modo da poter proporre e vivere al megli l’esperienza del camminodi  Pace.

La tappa in Cattedrale sarà trasmessa in diretta da Radio Oreb.

don Matteo Zorzanello


martedì 21 dicembre 2021

Messaggio di papa Francesco per la Giornata Mondiale Della Pace 2022

dalla pagina https://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/peace/documents/20211208-messaggio-55giornatamondiale-pace2022.html

 

MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ
PAPA FRANCESCO

PER LA LV GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

1° GENNAIO 2022

Dialogo fra generazioni, educazione e lavoro:
strumenti per edificare una pace duratura

 

1. «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace» (Is 52,7).

Le parole del profeta Isaia esprimono la consolazione, il sospiro di sollievo di un popolo esiliato, sfinito dalle violenze e dai soprusi, esposto all’indegnità e alla morte. Su di esso il profeta Baruc si interrogava: «Perché ti trovi in terra nemica e sei diventato vecchio in terra straniera? Perché ti sei contaminato con i morti e sei nel numero di quelli che scendono negli inferi?» (3,10-11). Per questa gente, l’avvento del messaggero di pace significava la speranza di una rinascita dalle macerie della storia, l’inizio di un futuro luminoso.

Ancora oggi, il cammino della pace, che San Paolo VI ha chiamato col nuovo nome di sviluppo integrale, [1] rimane purtroppo lontano dalla vita reale di tanti uomini e donne e, dunque, della famiglia umana, che è ormai del tutto interconnessa. Nonostante i molteplici sforzi mirati al dialogo costruttivo tra le nazioni, si amplifica l’assordante rumore di guerre e conflitti, mentre avanzano malattie di proporzioni pandemiche, peggiorano gli effetti del cambiamento climatico e del degrado ambientale, si aggrava il dramma della fame e della sete e continua a dominare un modello economico basato sull’individualismo più che sulla condivisione solidale. Come ai tempi degli antichi profeti, anche oggi il grido dei poveri e della terra [2] non cessa di levarsi per implorare giustizia e pace.

In ogni epoca, la pace è insieme dono dall’alto e frutto di un impegno condiviso. C’è, infatti, una “architettura” della pace, dove intervengono le diverse istituzioni della società, e c’è un “artigianato” della pace che coinvolge ognuno di noi in prima persona. [3] Tutti possono collaborare a edificare un mondo più pacifico: a partire dal proprio cuore e dalle relazioni in famiglia, nella società e con l’ambiente, fino ai rapporti fra i popoli e fra gli Stati.

Vorrei qui proporre tre vie per la costruzione di una pace duratura. Anzitutto, il dialogo tra le generazioni, quale base per la realizzazione di progetti condivisi. In secondo luogo, l’educazione, come fattore di libertà, responsabilità e sviluppo. Infine, il lavoro per una piena realizzazione della dignità umana. Si tratta di tre elementi imprescindibili per «dare vita ad un patto sociale», [4] senza il quale ogni progetto di pace si rivela inconsistente.

2. Dialogare fra generazioni per edificare la pace

In un mondo ancora stretto dalla morsa della pandemia, che troppi problemi ha causato, «alcuni provano a fuggire dalla realtà rifugiandosi in mondi privati e altri la affrontano con violenza distruttiva, ma tra l’indifferenza egoista e la protesta violenta c’è un’opzione sempre possibile: il dialogo. Il dialogo tra le generazioni». [5]

Ogni dialogo sincero, pur non privo di una giusta e positiva dialettica, esige sempre una fiducia di base tra gli interlocutori. Di questa fiducia reciproca dobbiamo tornare a riappropriarci! L’attuale crisi sanitaria ha amplificato per tutti il senso della solitudine e il ripiegarsi su sé stessi. Alle solitudini degli anziani si accompagna nei giovani il senso di impotenza e la mancanza di un’idea condivisa di futuro. Tale crisi è certamente dolorosa. In essa, però, può esprimersi anche il meglio delle persone. Infatti, proprio durante la pandemia abbiamo riscontrato, in ogni parte del mondo, testimonianze generose di compassione, di condivisione, di solidarietà.

Dialogare significa ascoltarsi, confrontarsi, accordarsi e camminare insieme. Favorire tutto questo tra le generazioni vuol dire dissodare il terreno duro e sterile del conflitto e dello scarto per coltivarvi i semi di una pace duratura e condivisa.

Mentre lo sviluppo tecnologico ed economico ha spesso diviso le generazioni, le crisi contemporanee rivelano l’urgenza della loro alleanza. Da un lato, i giovani hanno bisogno dell’esperienza esistenziale, sapienziale e spirituale degli anziani; dall’altro, gli anziani necessitano del sostegno, dell’affetto, della creatività e del dinamismo dei giovani.

Le grandi sfide sociali e i processi di pacificazione non possono fare a meno del dialogo tra i custodi della memoria – gli anziani – e quelli che portano avanti la storia – i giovani –; e neanche della disponibilità di ognuno a fare spazio all’altro, a non pretendere di occupare tutta la scena perseguendo i propri interessi immediati come se non ci fossero passato e futuro. La crisi globale che stiamo vivendo ci indica nell’incontro e nel dialogo fra le generazioni la forza motrice di una politica sana, che non si accontenta di amministrare l’esistente «con rattoppi o soluzioni veloci», [6] ma che si offre come forma eminente di amore per l’altro, [7] nella ricerca di progetti condivisi e sostenibili.

Se, nelle difficoltà, sapremo praticare questo dialogo intergenerazionale «potremo essere ben radicati nel presente e, da questa posizione, frequentare il passato e il futuro: frequentare il passato, per imparare dalla storia e per guarire le ferite che a volte ci condizionano; frequentare il futuro, per alimentare l’entusiasmo, far germogliare i sogni, suscitare profezie, far fiorire le speranze. In questo modo, uniti, potremo imparare gli uni dagli altri». [8] Senza le radici, come potrebbero gli alberi crescere e produrre frutti?

Basti pensare al tema della cura della nostra casa comune. L’ambiente stesso, infatti, «è un prestito che ogni generazione riceve e deve trasmettere alla generazione successiva». [9] Vanno perciò apprezzati e incoraggiati i tanti giovani che si stanno impegnando per un mondo più giusto e attento a salvaguardare il creato, affidato alla nostra custodia. Lo fanno con inquietudine e con entusiasmo, soprattutto con senso di responsabilità di fronte all’urgente cambio di rotta, [10] che ci impongono le difficoltà emerse dall’odierna crisi etica e socio-ambientale [11] .

D’altronde, l’opportunità di costruire assieme percorsi di pace non può prescindere dall’educazione e dal lavoro, luoghi e contesti privilegiati del dialogo intergenerazionale. È l’educazione a fornire la grammatica del dialogo tra le generazioni ed è nell’esperienza del lavoro che uomini e donne di generazioni diverse si ritrovano a collaborare, scambiando conoscenze, esperienze e competenze in vista del bene comune.

3. L’istruzione e l’educazione come motori della pace

Negli ultimi anni è sensibilmente diminuito, a livello mondiale, il bilancio per l’istruzione e l’educazione, considerate spese piuttosto che investimenti. Eppure, esse costituiscono i vettori primari di uno sviluppo umano integrale: rendono la persona più libera e responsabile e sono indispensabili per la difesa e la promozione della pace. In altri termini, istruzione ed educazione sono le fondamenta di una società coesa, civile, in grado di generare speranza, ricchezza e progresso.

Le spese militari, invece, sono aumentate, superando il livello registrato al termine della “guerra fredda”, e sembrano destinate a crescere in modo esorbitante. [12]

È dunque opportuno e urgente che quanti hanno responsabilità di governo elaborino politiche economiche che prevedano un’inversione del rapporto tra gli investimenti pubblici nell’educazione e i fondi destinati agli armamenti. D’altronde, il perseguimento di un reale processo di disarmo internazionale non può che arrecare grandi benefici allo sviluppo di popoli e nazioni, liberando risorse finanziarie da impiegare in maniera più appropriata per la salute, la scuola, le infrastrutture, la cura del territorio e così via.

Auspico che all’investimento sull’educazione si accompagni un più consistente impegno per promuovere la cultura della cura. [13] Essa, di fronte alle fratture della società e all’inerzia delle istituzioni, può diventare il linguaggio comune che abbatte le barriere e costruisce ponti. «Un Paese cresce quando dialogano in modo costruttivo le sue diverse ricchezze culturali: la cultura popolare, la cultura universitaria, la cultura giovanile, la cultura artistica e la cultura tecnologica, la cultura economica e la cultura della famiglia, e la cultura dei media». [14] È dunque necessario forgiare un nuovo paradigma culturale, attraverso «un patto educativo globale per e con le giovani generazioni, che impegni le famiglie, le comunità, le scuole e le università, le istituzioni, le religioni, i governanti, l’umanità intera, nel formare persone mature». [15] Un patto che promuova l’educazione all’ecologia integrale, secondo un modello culturale di pace, di sviluppo e di sostenibilità, incentrato sulla fraternità e sull’alleanza tra l’essere umano e l’ambiente. [16]

Investire sull’istruzione e sull’educazione delle giovani generazioni è la strada maestra che le conduce, attraverso una specifica preparazione, a occupare con profitto un giusto posto nel mondo del lavoro. [17]

4. Promuovere e assicurare il lavoro costruisce la pace

Il lavoro è un fattore indispensabile per costruire e preservare la pace. Esso è espressione di sé e dei propri doni, ma anche impegno, fatica, collaborazione con altri, perché si lavora sempre con o per qualcuno. In questa prospettiva marcatamente sociale, il lavoro è il luogo dove impariamo a dare il nostro contributo per un mondo più vivibile e bello.

La pandemia da Covid-19 ha aggravato la situazione del mondo del lavoro, che stava già affrontando molteplici sfide. Milioni di attività economiche e produttive sono fallite; i lavoratori precari sono sempre più vulnerabili; molti di coloro che svolgono servizi essenziali sono ancor più nascosti alla coscienza pubblica e politica; l’istruzione a distanza ha in molti casi generato una regressione nell’apprendimento e nei percorsi scolastici. Inoltre, i giovani che si affacciano al mercato professionale e gli adulti caduti nella disoccupazione affrontano oggi prospettive drammatiche.

In particolare, l’impatto della crisi sull’economia informale, che spesso coinvolge i lavoratori migranti, è stato devastante. Molti di loro non sono riconosciuti dalle leggi nazionali, come se non esistessero; vivono in condizioni molto precarie per sé e per le loro famiglie, esposti a varie forme di schiavitù e privi di un sistema di welfare che li protegga. A ciò si aggiunga che attualmente solo un terzo della popolazione mondiale in età lavorativa gode di un sistema di protezione sociale, o può usufruirne solo in forme limitate. In molti Paesi crescono la violenza e la criminalità organizzata, soffocando la libertà e la dignità delle persone, avvelenando l’economia e impedendo che si sviluppi il bene comune. La risposta a questa situazione non può che passare attraverso un ampliamento delle opportunità di lavoro dignitoso.

Il lavoro infatti è la base su cui costruire la giustizia e la solidarietà in ogni comunità. Per questo, «non si deve cercare di sostituire sempre più il lavoro umano con il progresso tecnologico: così facendo l’umanità danneggerebbe sé stessa. Il lavoro è una necessità, è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale». [18] Dobbiamo unire le idee e gli sforzi per creare le condizioni e inventare soluzioni, affinché ogni essere umano in età lavorativa abbia la possibilità, con il proprio lavoro, di contribuire alla vita della famiglia e della società.

È più che mai urgente promuovere in tutto il mondo condizioni lavorative decenti e dignitose, orientate al bene comune e alla salvaguardia del creato. Occorre assicurare e sostenere la libertà delle iniziative imprenditoriali e, nello stesso tempo, far crescere una rinnovata responsabilità sociale, perché il profitto non sia l’unico criterio-guida.

In questa prospettiva vanno stimolate, accolte e sostenute le iniziative che, a tutti i livelli, sollecitano le imprese al rispetto dei diritti umani fondamentali di lavoratrici e lavoratori, sensibilizzando in tal senso non solo le istituzioni, ma anche i consumatori, la società civile e le realtà imprenditoriali. Queste ultime, quanto più sono consapevoli del loro ruolo sociale, tanto più diventano luoghi in cui si esercita la dignità umana, partecipando così a loro volta alla costruzione della pace. Su questo aspetto la politica è chiamata a svolgere un ruolo attivo, promuovendo un giusto equilibrio tra libertà economica e giustizia sociale. E tutti coloro che operano in questo campo, a partire dai lavoratori e dagli imprenditori cattolici, possono trovare sicuri orientamenti nella dottrina sociale della Chiesa.

Cari fratelli e sorelle! Mentre cerchiamo di unire gli sforzi per uscire dalla pandemia, vorrei rinnovare il mio ringraziamento a quanti si sono impegnati e continuano a dedicarsi con generosità e responsabilità per garantire l’istruzione, la sicurezza e la tutela dei diritti, per fornire le cure mediche, per agevolare l’incontro tra familiari e ammalati, per garantire sostegno economico alle persone indigenti o che hanno perso il lavoro. E assicuro il mio ricordo nella preghiera per tutte le vittime e le loro famiglie.

Ai governanti e a quanti hanno responsabilità politiche e sociali, ai pastori e agli animatori delle comunità ecclesiali, come pure a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, faccio appello affinché insieme camminiamo su queste tre strade: il dialogo tra le generazioni, l’educazione e il lavoro. Con coraggio e creatività. E che siano sempre più numerosi coloro che, senza far rumore, con umiltà e tenacia, si fanno giorno per giorno artigiani di pace. E che sempre li preceda e li accompagni la benedizione del Dio della pace!

Dal Vaticano, 8 dicembre 2021


Francesco

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[1] Cfr Lett. enc. Populorum progressio (26 marzo 1967), 76ss.

[2] Cfr Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 49 .

[3] Cfr Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 231.

[4] Ibid., 218.

[5] Ibid., 199.

[6] Ibid., 179.

[7] Cfr ibid., 180.

[8] Esort. ap. postsin. Christus vivit (25 marzo 2019), 199.

[9] Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 159.

[10] Cfr ibid., 163; 202.

[11] Cfr ibid., 139.

[12] Cfr Messaggio ai partecipanti al 4° Forum di Parigi sulla pace, 11-13 novembre 2021.

[13] Cfr Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 231; Messaggio per la LIV Giornata Mondiale della Pace. La cultura della cura come percorso di pace (8 dicembre 2020).

[14] Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 199.

[15] Videomessaggio per il Global Compact on Education. Together to Look Beyond (15 ottobre 2020).

[16] Cfr Videomessaggio per l’High Level Virtual Climate Ambition Summit (13 dicembre 2020).

[17] Cfr S. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Laborem exercens (14 settembre 1981), 18.

[18] Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 128.

 

 

lunedì 20 dicembre 2021

Come evitare lo scontro tra operai e ambientalisti

dalla pagina https://ilmanifesto.it/come-evitare-lo-scontro-tra-operai-e-ambientalisti/ 

Transizione ecologica. Un forte e determinato intervento pubblico nell’economia sul lato della domanda non è una scelta ideologica e va oltre la disputa tra neoclassici e keynesiani


Una reale transizione ecologica, ha ragione sul piano teorico Guido Viale, si può realizzare solo attraverso il coinvolgimento di tutta la società. Ma, ci domandiamo, perché la maggioranza dei cittadini dovrebbe farsi coinvolgere se questo richiede dei sacrifici, in termini di comodità, sobrietà, cambiamenti radicali negli stili di vita? Rinunciare a stare in pieno inverno con la t-shirt in casa, o tenere accesso tutto il giorno il climatizzatore nelle torride giornate estive. Perché dovrei farlo proprio io, e che cosa cambia se i miei consumi energetici o alimentari (a base di carne) diminuiscono, dato che rappresentano una quota assolutamente infinitesimale dell’impatto ambientale globale. Ma, ammettiamo pure che questo accada, che la stragrande maggioranza dei cittadini cambi stile di vita, quali ripercussioni avrà sulla crescita economica, sull’occupazione?

Partiamo da un fatto: la società dello spreco è funzionale alla crescita del Pil, ma rema contro la conversione ecologica. La società dell’obsolescenza programmata per i beni di consumo non alimentari è funzionale alla crescita economica, ma è assolutamente contro la conversione ecologica. Se, ad esempio il nostro frigorifero durasse (come avveniva fino agli anni ’70) mediamente 30-40 anni, o la nostra lavatrice/lavapiatti durasse vent’anni e non 5-8 di oggi, le imprese che lavorano in questo settore subirebbero un crollo della domanda, i lavoratori messi in cassa integrazione diventerebbero nemici della conversione ecologica se non avessero delle alternative.

Ugualmente nella filiera della plastica, dove il governo italiano, grazie anche a Renzi, si è opposto a una messa al bando dei prodotti monouso di plastica. Pensiamo solo all’industria legata all’auto tradizionale con motore a scoppio. Con il passaggio all’auto elettrica, ormai inevitabile, solo in Italia secondo stime attendibili salterebbero intorno a 170mila posti di lavoro. Non è un caso che Confindustria e sindacati dei lavoratori abbiano insieme protestato e chiesto che l’impegno preso dall’Italia per l’eliminazione delle auto tradizionali che usano combustibili fossili venga procrastinato.

Se non vogliamo un ritorno allo scontro tra classe operaia e movimenti ecologisti, come è avvenuto più volte in passato, dobbiamo immaginare un intervento pubblico che promuova una domanda alternativa. Questo significa che il governo dovrebbe avere una strategia di medio-lungo periodo, con un quadro complessivo dei settori che devono essere ristrutturati per ridurre il nostro impatto ambientale, i nuovi settori che devono essere promossi e hanno bisogno di una domanda pubblica iniziale, e infine un cronoprogramma che dichiari tempi e modalità di realizzazione. Ovviamente oggi di tutto questo non c’è niente. Si procede a tentoni e si pensa di utilizzare le risorse finanziarie del Pnrr per rilanciare le strutture economiche esistenti o ampliarle, a partire dalle infrastrutture per l’alta velocità.

Richiedere un forte e determinato intervento pubblico nell’economia sul lato della domanda non è una scelta ideologica e va oltre la disputa tra neoclassici e keynesiani. Se Keynes negli anni ’30 del secolo scorso aveva rovesciato l’approccio classico che affidava all’offerta, e quindi alle imprese private, il compito di trovare l’equilibrio macroeconomico, oggi non è più sufficiente una generica politica della domanda per tendere alla piena occupazione.

La crisi ecologica ci impone di qualificare questa domanda pubblica orientandola verso settori ad alto valore aggiunto e basso impatto ambientale. Un importante ruolo potranno giocare gli investimenti nella cura del territorio, nella ricerca teorica e applicata, nell’economia circolare, nei materiali ecosostenibili, nella cultura (questa reietta, ultima ruota del carro di tutti i governi), nell’elevare il livello medio di istruzione, nella telemedicina, nella sanità territorializzata, ecc.

Un grande sforzo andrà fatto per trasformare l’agro-industria e zootecnia, dove gli allevamenti intensivi andranno aboliti, senza fare aumentare sensibilmente il costo degli alimenti. Per questo non si può lasciare che il libero gioco della domanda e dell’offerta trovi un nuovo equilibrio, ma trasformare la struttura del mercato agro-alimentare con un ridimensionamento del ruolo della grande distribuzione a favore di filiere corte e un’alleanza, che già esiste in tanti rivoli territoriali, tra consumatori e aziende agricole.

La transizione ecologica se presa sul serio è una sfida gigantesca che non può essere gestita da nani, ma richiede la presa di coscienza della maggioranza della popolazione insieme a un governo che faccia una scelta coraggiosa e coerente in questa direzione.

 

venerdì 17 dicembre 2021

Ridurre le spese militari del 2% in tutti i Paesi...


“Giorgio Parisi lancia un appello con altri Nobel e con il Dalai Lama per spostare il 2% dei fondi dei Governi dalla difesa alle emergenze planetarie”.
“Dici che capiscono?"
Questa è la vignetta di Mauro Biani oggi su Repubblica e questo è il link per sottoscrivere l'appello: https://peace-dividend.org
 
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Condividiamo questa concreta e giusta iniziativa 
- nata non dai "soliti pacifisti, nè dalle utopie cristiane di un Papa argentino" -
descritta nell'articolo pubblicato su "Mosaico di pace", rivista promossa da Pax Christi
 

I Nobel della scienza per il disarmo: firma l’appello

Tonio Dell'Olio -  
 

La spesa militare mondiale dal 2000 ad oggi è raddoppiata e si sta avvicinando a 2 mila miliardi di dollari all’anno. Uno spreco enorme di risorse a favore di strumenti di morte. Un applauso, quindi, ai 50 Nobel (Fisica, Chimica e Medicina) e ai presidenti di Accademie della Scienza nazionali che hanno indirizzato un appello ai capi di Stato di tutto il mondo per chiedere semplicemente di negoziare un accordo globale per una riduzione bilanciata delle spese militari del 2% all’anno per cinque anni.

Chiedono che la metà dei 1.000 miliardi che si libererebbero entro il 2030 siano destinate a un fondo globale per far fronte a pandemie, cambiamenti climatici e povertà estrema. L’altra metà resterebbe a disposizione dei singoli governi. Non si tratta dei “soliti pacifisti”, né delle utopie cristiane di un Papa argentino, ma di uomini di scienza che comprendono l’assurdità abnorme della spesa in armi e la conseguente urgenza del disarmo.

Ora quello stesso appello è aperto all’adesione di tutte le cittadine e i cittadini del mondo e vale la pena firmarlo. Anche se nell’appello non compare, mi piacerebbe che ciascuno degli scienziati si impegnasse pubblicamente con un giuramento solenne a non accettare mai (più) di vendere la propria intelligenza e il talento nella ricerca di morte, rinunciando a qualunque lauto compenso da qualunque governo.

 

martedì 14 dicembre 2021

Petrini «Questo sistema alimentare è emblema del fallimento del modello capitalistico»

dalla pagina https://www.slowfood.it/petrini-questo-sistema-alimentare-e-emblema-del-fallimento-del-modello-capitalistico/

«Voglio chiedere, in nome di Dio, alle grandi compagnie alimentari di smettere d’imporre strutture monopolistiche di produzione e distribuzione che gonfiano i prezzi e finiscono col tenersi il pane dell’affamato»
Papa Francesco

Con l’appello rivolto alle grandi compagnie alimentari, lo scorso 16 ottobre Papa Francesco ha voluto mettere in risalto il fatto che questo sistema alimentare ci sta avvelenando. Un intervento oltre che rivoluzionario quanto mai necessario. È alquanto significativo che una figura della caratura di un Pontefice denunci in maniera schietta le strutture e i processi che stanno mettendo a repentaglio la vita del genere umano su questo Pianeta. Nel caso specifico, Bergoglio ha puntato il dito contro un’industria alimentare incentrata esclusivamente su consumo e profitto, la quale, se non contrastata, continuerà a impinguare e ad accrescere gli effetti negativi delle due principali crisi che da anni ci attanagliano: quella economico-sociale e quella climatico-ambientale.

Il sistema alimentare industriale contribuisce alle crisi economico-sociale e quella climatico-ambientale.

 

La crisi economico-sociale

Partiamo dalla prima. Per comprovare l’impatto dell’agroindustria in termini economici e sociali basta richiamare in causa quella che a prima vista può sembrare una semplice e paradossale equazione. Da una parte troviamo poche grandi aziende che si occupano della cosiddetta produzione di massa del cibo. I prezzi con cui questi entrano nel mercato rendono i loro prodotti appetibili a quella maggioranza di famiglie che vivono a ridosso della soglia di povertà.

Nel medesimo tempo però, gli stessi prezzi dettati da una logica di mercato dopata, non possono essere competitivi per il secondo membro dell’equazione: la moltitudine di contadini e piccoli produttori che rappresentano oltre il 70% del totale delle aziende agricole. Quest’ultimi infatti, oltre al duro lavoro richiesto dalla terra, devono riuscire a ritagliarsi una “nicchia” di mercato che garantisca loro di non commerciare sottocosto il cibo ottenuto da pratiche agricole sane e virtuose. In altre parole, per vendere i loro prodotti a un valore equo e allontanare così lo spettro dell’estinzione, i produttori di piccola scala sono costretti a vendere a prezzi più alti e meno accessibili.


Questo scenario risulta essere davvero inquietante, soprattutto se a governare il tutto (ovvero a determinare il prezzo dei prodotti), non vi è solo lo sfruttamento di economie di scala, bensì la scarsa qualità delle materie prime, l’utilizzo di nocivi prodotti di sintesi (sia a livello di produzione che a livello di trasformazione), condizioni di lavoro che spesso rasentano la schiavitù e soprattutto logiche di mercato in grado di influenzare un consumo spesso superfluo e che alimenta e legittima lo spreco.

Il risultato di questa equazione? Polarizzazione dei redditi e ingiustizia sociale. In altre parole: disuguaglianza!

Il sistema alimentare odierno è sinonimo di disuguaglianza

E non è tutto qua. Il sistema alimentare odierno è sinonimo di disuguaglianza anche per un ulteriore drammatico paradosso.

È infatti doveroso rimarcare il fatto che noi oggi viviamo in un mondo che conta da una parte oltre 1 miliardo e 600 milioni di persone che soffrono di patologie strettamente connesse all’ipernutrizione; contemporaneamente si superano gli 800 milioni di casi di fame e malnutrizione. Se da un lato del globo, quello meno sviluppato a livello economico, si patisce ancora la fame e ci si ammala per la scarsa qualità del cibo. Dall’altro lato, quello che noi consideriamo progredito, galoppano l’obesità, il diabete e le malattie cardiovascolari. Questo è un altro scenario che inquadra in maniera limpida come questo sistema crei delle pericolose divergenze, le quali non possono più essere tollerate.

Aggiungo, se il modello di consumo alimentare occidentale venisse adottato nello stesso momento da tutto il mondo, allora non basterebbero due Pianeti per soddisfare uno stile di vita che contraddistingue l’economia dello scarto. Dobbiamo necessariamente renderci conto che, sono soprattutto le scelte alimentari che noi adottiamo a incidere sulla nostra salute, e quindi sulla salute della società e della nostra Terra.

Ipernutrire noi stessi si traduce con una sovrapproduzione di cibo, la quale implica a sua volta un dispendio di energie non necessario. Interi campi vengono coltivati, diserbati e super sfruttati del tutto inutilmente; il consumo delle risorse idriche risulta sovrabbondante, così come il relativo inquinamento delle falde acquifere; la trasformazione, il packaging e il trasporto della sovrabbondanza del cibo chiudono un circolo mefistofelico che fa ammalare noi e l’ambiente che ci circonda.

La crisi climatico – ambientale

Passando dunque alla questione climatico-ambientale possiamo constatare che i risultati non cambiano. Oltre un terzo delle emissioni di gas serra è riconducibile alla produzione di cibo. Di questo oltre la metà è da imputare agli allevamenti di bestiame. Basterebbe sottolineare questi dati per comprendere l’impatto del sistema alimentare in questa crisi. Eppure, anche in questo caso, entrando più nel dettaglio la situazione si fa sempre più paradossale.


Spiego il perché. Il primo settore che risente degli effetti immediati del cambiamento climatico è proprio quello alimentare. L’innalzamento di un solo grado di temperatura implica lo spostamento delle coltivazioni di 150 metri in altitudine e di addirittura 150 chilometri in latitudine. Ecco che come effetti collaterali abbiamo l’abbandono di terreni ormai improduttivi (la desertificazione è una piaga ormai diffusissima) per bonificare nuove zone: la coltivazione della vite che arriva nel Regno Unito e i frutti esotici in Sicilia. Tutto ciò non implica solo dei costi imprevisti per le aziende alimentari, ma anche ulteriori disboscamenti che, esattamente come in un circolo vizioso, alimentano il galoppare del surriscaldamento globale.

La responsabilità dell’eccessivo consumo e produzione di carne

Ma dico di più. L’Organizzazione mondiale della sanità sostiene che per una dieta sana ed equilibrata sono sufficienti 25 chilogrammi di carne all’anno. Oggi in Italia c’è un consumo procapite annuo di 80 chilogrammi; e dire che siamo tra i meno carnivori d’Europa. Senza prendere in considerazione gli oltre 120 chilogrammi di carne che ogni anno uno statunitense mangia.

In sostanza, circa il 15% delle emissioni di gas serra dipendono da una produzione e un consumo eccessivo ed esagerato di carne.

Lo stesso discorso sviluppato finora sul tema del superfluo si può riportare sulla questione dello spreco. La Fao denuncia che ogni anno viene sprecato 1/3 del cibo prodotto. Vi è quindi da prendere in considerazione anche l’impatto ambientale che questo dilapidare e scialacquare risorse implica.

Questo sistema alimentare è emblema del fallimento del modello capitalistico.

Ecco perché questo sistema alimentare è emblema del fallimento del modello capitalistico. Infatti, la logica fondante del capitalismo, la quale prevede l’accumulo finalizzato all’investimento, non è per nulla confacente a un settore che tratta essenzialmente beni deperibili.

Un settore che evidenzia, sempre più nitidamente, quanto Papa Francesco sostiene sin dalla stesura della sua Laudato Si’: ovvero che non ci è consentito pensare di poter superare la crisi economica senza dover affrontare gli sconquassi ambientali; così come non ci è possibile oltrepassare la violazione dei diritti umani e la disuguaglianza sociale senza doverci confrontare nel medesimo momento con la crisi climatica.

Cambiare paradigma per salvare la Terra

Dico di più, proprio in questi ultimi due anni si è palesata una situazione che dimostra come dalla nostra incuranza e dalla nostra staticità nella gestione di queste due crisi, sia possibile incappare in situazioni ancora peggiori. La crisi pandemica che stiamo tuttora vivendo è infatti la prova lampante di come la distruzione degli ecosistemi e della biodiversità che li popola, così come la mal distribuzione delle risorse (problemi di cui il sistema alimentare è parte in causa), generino naturalmente effetti tanto devastanti quanto poco prevedibili.

A maggior ragione risulta quanto mai necessario schierarsi dalla parte di Papa Francesco quando sostiene che ripartire da questa pandemia ritornando ai vecchi paradigmi è allo stesso tempo un’azione suicida, ecocida e genocida. E in attinenza con quanto sostenuto finora, molto passa da come decidiamo di nutrirci.

Noi oggi necessitiamo  urgentemente di una sensibilizzazione e di un’educazione alimentare completamente diversa, perché solo in questo modo potremo avviare una vera transizione ecologica e cambiare il destino delle generazioni future.

Dobbiamo smetterla di prendere scelte alimentari nocive basandosi esclusivamente sulla logica del prezzo

Ampliando la nostra consapevolezza in tema di alimentazione e nutrizione, dobbiamo smetterla di prendere scelte alimentari nocive basandosi esclusivamente sulla logica del prezzo. Così facendo, fino ad ora abbiamo solo contribuito a incrementare il divario sociale, con l’aggravante di lasciare nelle mani di pochi le redini del gioco.

Non solo: diversi studi dichiarano che per ogni dollaro speso in cibo di bassa qualità, ci sono dei costi sommersi che ammontano a 2 dollari di esternalità negative per l’ambiente e 2 dollari da imputare al vero costo sociale. Abbiamo visto cosa questo può voler dire.

Il prezzo più alto è pagato dagli umili

Abbiamo inoltre bisogno di prendere coscienza sul fatto che i primi a perire degli angoscianti risultati sociali, economici e ambientali sono sempre i più umili. Sono i piccoli contadini che non possono permettersi di convertire le loro produzioni o di abbandonare i propri terreni ormai resi infertili. Con loro le popolazioni di quelle zone del mondo in cui il surriscaldamento globale sta rendendo quasi impossibile la sopravvivenza e che per questo sono dunque costrette a migrare. Sono i poveri che soffrono la fame o che sono costretti a cibarsi di cibo insalubre.

Petrini in visita al villaggio di Qi Yan, foto © Guo Haotian

Allo stesso tempo, avvertendo un obbligo morale, dobbiamo mobilitarci affinché vengano adottate misure di contrazione per chi consuma cibo oltre misura e di convergenza delle risorse alimentari verso quelle popolazioni che vedono ancora concretamente il rischio di morire di fame. Stesso principio vale per il consumo della carne: al mondo vi sono oltre venti nazioni che hanno un consumo medio di carne sotto i 10 chilogrammi all’anno. A queste non possiamo chiedere di ridurre i loro consumi, bensì aiutarle a raggiungere livelli di nutrizione idonei e sostenibili.

Le risorse non sono infinite

Se con la rivoluzione industriale abbiamo raggiunto livelli di benessere diffuso mai visti prima, da tre secoli ci portiamo avanti l’effetto collaterale di un modello produttivo che si basa sull’infinitezza delle risorse naturali. Con impegno e attraverso i comportamenti quotidiani l’avvio di questa nuova era di conversione ecologica sarà in capo alle azioni e alle decisioni di ogni singolo cittadino. Ecco che il mio auspicio e il mio augurio è che in ogni meandro della società si possa diffondere il coraggio e la speranza che Papa Francesco riconosce ai movimenti popolari. È giunta l’ora di unirsi a questi “poeti sociali” per muovere forti azioni comuni che ci possano traghettare verso un futuro più buono più pulito e più giusto.

Carlo Petrini per l’Osservatore Romano
c.petrini@slowfood.it